TENNISPOTTING giugno: Nadal come Jon Snow, e le stelle Stan piovendo

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TENNISPOTTING giugno: Nadal come Jon Snow, e le stelle Stan piovendo

Di Stan Wawrinka e di quelli, tantissimi, che già sapevano della sua vittoria, di Nadal che è come Jon Snow, di Djokovic che piange in campo come suo figlio e dell’orgoglio italiano, celebrato da un super inviato del mese: è Tennispotting di giugno e se non lo leggi allora arriva l’inverno

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L’avevamo chiamato tiranno, dominatore, robot e gli avevamo dato dell’invincibile, del senza macchia e del più forte. Si piega ma non si spezza. Chi fermerà mai Novak Djokovic, dicevamo noi. Avevamo ragione, del resto: Nadal non è più Nadal nemmeno a Parigi, Federer sulla terra vale mezzo Federer sull’erba e sul veloce (forse pure meno) e per le paturnie di Murray serviva qualcosa di più di un titolo a Madrid. Ferrer continua a fermarsi quando si deve fermare, all’esplosione di Nishikori ormai ci credono solo Salerno e un altro di cui non ci ricordiamo il nome e Berdych… Berdych è sempre Berdych, anche i più ottimisti dovrebbero essersi rassegnati. Non ci eravamo scordati di nessuno. Tranne di Stan Wawrinka.

TENNISTA DEL MESE
Claudio Giuliani: In qualcuna delle nostre chat multiple su Skype, credo forse in quella dove discutiamo di politica alta, slow food, Grexit e massimi sistemi con il compagno Salerno, avevo scritto, se non ricordo male, che tutti i discorsi dei pronostici sul vincitore del Roland Garros non reggono di fronte al ragionamento che recita: “se Wawrinka è in forma e ha voglia batte tutti perché dipende sempre da lui”. In sostanza, così è stato. Anche il miglior tennista della categoria “contrattaccanti” – così scriverebbe Brera forse adattando questo aggettivo calcistico al tennis -, ovvero Novak Djokovic, nulla può, di fatto, di fronte a un Wawrinka così in palla. Il suo allenatore, Norman, che già un anno fa aveva detto che il “suo” Stan poteva vincere altri Slam, aveva parlato chiaro anche alla vigilia del torneo: “Se riesce a passare la prima settimana allora il torneo si fa interessante”. Amen (ci perdonerà il Social Media Manager di Radio Maria) . Perché il difetto principale di Stan è la continuità. E la continuità nei tornei sulle due settimane diventa un fattore decisivo. E quindi, smaltita la sbornia del Nadal contro Djokovic, la partita più attesa del torneo che poi si è rivelata un passaggio di consegne anche su terra battuta, il match dei match è stato proprio Wawrinka contro Djokovic. I due devono avere una sorta di alchimia sul campo, tanto che i loro ultimi incroci al meglio dei cinque set sono sempre stati spettacolari. Battere Federer è stata una passeggiata di salute per Stan, battere Novak un po’ meno. Ma li ha battuti tutti. E ora Stan, farai come dopo la vittoria dell’Australian Open, quando andasti in vacanza nei tornei fino a Montecarlo? A Wimbledon ti impegnerai? Chi può saperlo. Non lo sa neanche Norman.

Daniele Vallotto: 
Non poteva finire che con un rovescio lungolinea il Roland Garros 2015. Dotato del colpo più spettacolare e – in quelle due settimane incredibili – efficace del circuito, Stan Wawrinka ha ben pensato di rispolverarlo durante il torneo che doveva finalmente incoronare Novak Djokovic. È finita come pochi si aspettavano, un po’ (poco) perché Nole si è fatto intrappolare dai suoi fantasmi, un po’ (molto) perché Wawrinka è un petardo che ti può esplodere in mano da un momento all’altro (perdonate il citazionismo spinto, ora la smetto). Quando ho visto Wawrinka sconfiggere con una sorprendente disinvoltura Simon negli ottavi, mi sono detto che allo svizzero poteva succedere qualcosa di molto vicino al miracolo di Melbourne. E la vittoria su Federer, netta e senza appello, non mi ha sorpreso poi molto, così come la vittoria su Tsonga (che pure qualche chance l’ha avuta). Ma come successo a Melbourne un anno fa, non riuscivo ad immaginare un Wawrinka che riuscisse a tirare cannonate per tre ore consecutive perfino in finale contro un muro che più lo attacchi e più forte diventa. Agli Australian Open, Nadal ci lasciò col dubbio che Stan si potesse sgonfiare prima o poi; al Roland Garros, Djokovic ci ha lasciato con il dubbio che quel bombardamento, una volta avviato, non finisca mai. Per fortuna che gli Slam durano al massimo due settimane.

NADALOMETRO
Claudio Giuliani: Rafa sta messo sempre peggio. E si vergano “coccodrilli” per la fine di un campione, si interpellano analisti della Nasa per capire perché questo diritto non giri più come prima, o esperti di balistica dell’FBI per capire perché atterri quasi sempre dentro il rettangolo del servizio, oppure ci si rifugia nel classico “ma perché non tira la prima di servizio almeno farebbe più punti” (Panatta è l’ultimo arrivato a infoltire questo gruppo). Basta parlare con qualsiasi persona che abbia giocato un minimo a tennis a livelli decenti, un buon seconda categoria, per certificare quello che era naturale avvenisse: Nadal è calato fisicamente. E come tutti i giocatori che devono molto dell’economia di gioco alla mobilità e alla potenza del gioco di gambe (nota bene: molto, non tutto), dopo dieci anni di carriera a livelli altissimi è naturale pagare dazio. Gli infortuni sono aumentati e, ciononostante, dopo un 2014 già mediocre – dove però Rafa è riuscito a vincere uno Slam e mezzo, diciamo – ecco arrivare un 2015 pessimo. Un campione diventato un giocatore normale. Si riprenderà? Potrà vincere di nuovo uno Slam? Chissà. Intanto guardate su YouTube Rafael Nadal di qualche anno fa. Guardate le sue gambe come si muovevano: capirete cosa c’è che non va ora.

 

COROLLARIO, [SPOILER] ALERT:  Questa parte è “dark and full of spoiler”, non leggete oltre se siete fan di Game Of Thrones. Rafael Nadal è Jon Snow. Castle Black è il campo centrale del Roland Garros. Nadal, come Snow, muore nella sua seconda casa dopo quella natia. Però, come già si vocifera in rete,  Jon Snow potrebbe tornare in vita nella sesta stagione, grazie a una magia. Rafael Nadal potrebbe vincere quindi la decima coppa al Roland Garros nel 2016, grazie alla sua caparbietà.

COLPO DEL MESE
Daniele Vallotto: È stato il Roland Garros dei colpi fuori paletto, come questo di Kei Nishikori o questo di Stan Wawrinka. Poi c’è questa cosa di Roger Federer, che pare toccare appena la pallina per rimandarla di là e invece trova un passante inconcepibile (e che viene imitato qualche giorno dopo da Jo-Wilfried Tsonga). Non manca Nick Kyrgios che spalanca le braccia per godersi l’ovazione del pubblico dopo un lob fatto col tweener (per la gioia di Claudio). Ma il colpo del mese, per me, lo gioca uno dei tennisti preferiti del tennishispter, Florian Mayer, che ad Halle si dimentica di essere reduce da un infortunio all’inguine lungo un anno ed imita Boris Becker con una volée in tuffo che solo Dustin Brown gioca ancora con una certa regolarità (mi rendo contro che “Dustin Brown” e “regolarità” nella stessa frase produca un ossimoro mica da ridere, eh).

Claudio Giuliani: Vedo che hai scelto praticamente tutto il meglio di maggio. Vediamo un po’ cosa è rimasto da far notare. Gilles Simon gioca un passante straordinario al Queen’s, giusto per dirne uno, ma nella mia testa c’è una cosa vista al Roland Garros che ti è sfuggita. Forse perché non giochi molto a tennis, e forse perché, se giocassi, probabilmente impugneresti a due mani in perfetto stile Hipster o Yuccie, se stai frequentando il corso di aggiornamento. Ma a Parigi, Stan Wawrinka, gioca un rovescio vincente ad una mano in risposta a una seconda palla in kick di Dusan Lajovic che Luca Baldisserra ha commentato con un articolo, oltre che registrato e uploadato su YouTube con il nome, azzeccatissimo, di “Stan illegal backhand”. Un colpo illegale, una cosa che non si vede sui campi. In pratica Stan ha giocato un rovescio anomalo, una cosa mai vista: ad altezza spalla invece di contenere il colpo verso l’interno, bloccando di piatto in lungolinea o tagliando in back, lui sbraccia e con il polso fa girare la palla verso l’esterno, come se con il diritto avesse colpito un inside-out molto anticipato ad altezza spalla. Lui lo fa con il rovescio. Baldisserra ha scritto che una cosa del genere non si vedeva da 90 anni sui campi da tennis. Lo sa anche Stan, che ride divertito dopo aver aggiornato con un nuovo capitolo il libro de “I colpi del tennis”.

Daniele Vallotto: Intervengo solo per dire che con una barba come la mia non potrei mai essere uno Yuccie. E poi sono un talebano di Firefox, tzè.

PARTITA DEL MESE
Daniele Vallotto: Ci sono stati molti bei match a Parigi, a partire (anzi, a finire) dalla finale, una dimostrazione davvero impressionante di quanto può essere spettacolare il tennis su terra battuta (con ben 90 vincenti in tre ore, alla faccia della superficie lenta). Ma la partita forse più spettacolare e che ha tenuto col fiato sospeso più spettatori è stato il derby australiano giocato al secondo turno e vinto da Kokkinakis su Tomic con un altro 8-6 al quinto come quello di Melbourne rifilato a Gulbis. Il ragazzo evidentemente si carica quando la partita si scalda e nonostante uno svantaggio di due set e una caduta rovinosa nel quarto set l’ha portata a casa di pura tigna. C’è stata la rimonta, l’episodio che sembra rovinare la partita, i match point annullati e una rimonta nella rimonta nel quinto set, da 2-5 a 8-6: un autentico dramma da Slam che è l’essenza della prima settimana. Che nessuno tocchi il tennis tre su cinque.

Claudio Giuliani: Adoro quelle partite che diventano match di boxe, come quello fra Tomic e Kokkinakis. Anche se non c’è molto spettacolo in campo, il confronto sul piano caratteriale fra i due tennisti diventa centrale. Non ho una partita del mese preferita. La finale del Roland Garros è stata bella, ma ricordo bene anche il tanto atteso match fra Nadal e Djokovic, impegnato come ero a lottare con streaming (sia lodato Sky-Go, ora e sempre) e con riunioni da evitare per dare un’occhiata al match dell’anno. No big deal, questo mese, in termini di spettacolarità.

DELUSIONE DEL MESE
Daniele Vallotto: Più che Rafael Nadal – di cui si è detto, scritto, immaginato e previsto tutto – la delusione di giugno è la finale anticipata, il quarto di finale che non lo era, lo scontro dei titani, la battaglia finale. È finita 7-5 6-3 6-1, con un punteggio che via via si faceva più severo e che rappresenta alla perfezione la partita in discesa di Djokovic, che si è bloccato appena un attimo ma ha poi dato ragione alla logica: come poteva Nadal risorgere a Parigi anche questa volta?
L’incantesimo questa volta sembra finito davvero ma il fatto che Nadal abbia lasciato il dubbio fino all’ultimo momento è indicativo di che cosa significa e ha significato l’aura di invincibilità che lo ha circondato per un decennio quando scendeva sul Philippe Chatrier o sul Suzanne Lenglen. Djokovic non ha fatto altro che certificare in carta bollata quello che per mesi era sotto gli occhi di tutti: ma finché non l’abbiamo visto perdere a Parigi non eravamo certi che fosse proprio così.

Claudio Giuliani: Onestamente qualcuno poteva pensare che Nadal si sarebbe ripreso solo grazie al tre su cinque nella sua Parigi? Contro Djokovic? Ma la delusione del mese non può che essere Kei Nishikori. Sapete chi era il favorito alla vigilia subito dopo Nadal e Djokovic? Nishikori. Quanti articoli sono stati scritti celebrando la futura vittoria dell’algido Kei a Parigi, sulla terra, una superficie che esalta il suo gioco-flipper da fondo campo. In possesso di una battuta che non gli procura moltissimi punti, facendolo quindi rifiatare all’interno dei game, Kei ricorda un po’ Agassi, che pure a Parigi ha avuto il suo bel da fare prima di imporsi da campione. Kei non sembra in possesso di quella sagacia tattica necessaria per giocare e vincere a lungo sul rosso, oltre che di variazioni di gioco necessarie per le giornate “storte”. E poi si infortuna spesso, e non è a fine carriera. E ora sotto con i “Kei può vincere gli Us Open”, mi raccomando.

SORPRESA DEL MESE
Daniele Vallotto aka Massimo Gramellini: Andrea Arnaboldi è l’uomo dei miracoli. Passate le qualificazioni e l’inspiegabile ottusità dell’ITF che continua a non voler introdurre il tie-break nel set decisivo almeno nelle qualificazioni (ottusità che quanto meno ha riservato ad Andrea un posto nel libro dei record), il canturino si è ritagliato uno spazio meritatissimo tra i titoli dei giornali dopo un’altra vittoria commovente nel primo turno. Contro Cilic, poi, ci ha provato, ma al di là di qualche sussulto nel primo set, ha finito una corsa durata una settimana in maniera più che onorevole. I primi turni degli Slam ci regalano molto spesso storie di tennisti di secondo piano e Arnaboldi, forse, è tra quelli dietro al secondo piano. Eppure la costanza e l’applicazione, se coltivati a dovere, ti fanno meritare anche un primo piano. È la storia più bella del torneo, non c’è dubbio: speriamo di raccontarne ancora. (A mia parziale discolpa per questo momento “Che tempo che fa”, ammetto di essermi commosso leggendo la cronaca del nostro prode inviato Garofalo e di essermi fatto trasportare dall’emozione)

Claudio Giuliani: Conosco compagni pixel di Ubitennis che su Facebook, al solo nominare o peggio, linkare Gramellini, toglierebbero immediatamente l’accesso. Inciso: la regola vale anche per altri due “corsivisti”, di Repubblica e del Corriere, i bacchettoni della morale che tutti conosciamo. Di Garofalo poi che dire? Giorgia Meloni gli avrà concesso la tessera ad honorem di Fratelli d’Italia, dopo che nel titolo di uno dei tanti match vinti da Arnaboldi a Parigi è riuscito a usare contemporaneamente le parole “Italia, eroico, miracolo”, sublimando quel Dio, patria e famiglia di balcaniana memoria. Caro Antonio: e i Marò? (Antò, si scherza, non vorremmo che poi scattasse la querela. Sai, di questi tempi…) Ok, è chiaro: non ho una sorpresa del mese.

METALLURGICO DEL MESE
Si gioca al Roland Garros, sul rosso, al meglio dei cinque set. Uno immagina che i corridori con in mano le racchette forgiate nell’acciaio di Valyria potrebbero mietere vittime illustri, e invece no: i migliori reclamano la scena anche sul rosso. Ferrer si conferma sempre il capobranco dei metallurgici, cogliendo l’ennesimo quarto di finale a Parigi. Simon si sbriciola di fronte a Wawrinka – e col senno del poi nulla da rimproverargli – mentre Bautista-Agut riesce a prendere tre set a zero da Rosol. Ma poi: Robredo che perde con Coric? Tommy è arrivato un po’ cotto al Roland Garros, ma perdere con Coric – uno da categoria giovani Metallurgici, altro che promessa – è stata veramente una delusione. Un mese pessimo quindi, con l’erba alle porte e quindi risultati che difficilmente arriveranno.

PARTITO DELLA NAZIONE
Si svolge tutto a Parigi. Bolelli che perde al quinto da Ferrer fra l’esaltazione italiana, specie sui media. Cioè: Bolelli, in una gara che si gioca al meglio dei cinque set, riesce a vincere un game negli ultimi due parziali. E lo esaltiamo? Fognini stava male contro Paire e quindi andiamo oltre, di Arnaboldi medaglia al valore si è scritto in separata sede, e chi rimane? Vanni, che perde da Tomic e Lorenzi, che perde da Muller, non propriamente un terraiolo, diciamo così. Alla fine il migliore di tutti è Panatta, che torna a Parigi 39 anni dopo il suo successo, deliziandoci con interviste ai campioni e con cronache da commedia sexy all’italiana.

VIDEO DEL MESE
Ci piacerebbe fosse qualcosa di divertente, ma purtroppo non lo è. L’annuncio di Juan Martín del Potro riguardante un’ennesima operazione al polso, con quell’espressione così malinconica eppure determinata, con quel cuscino che sembra alleviare solo in parte i dolori di un fisico che non ha mai smesso di tormentare questo campione mai nato, è il video del mese. Sono quindici minuti di puro amore per il tennis, di un tennista che non si vuole arrendere e che vuole ripartire per l’ennesima volta, costi quel che costi.

COMEBACK DEL MESE
Del Potro si ispira certamente ad Haas, che in quanto a infortuni ha ben poco da imparare. È quasi divertente – se non fosse drammatico – notare i grafici che ripercorrono i saliscendi del tedesco in classifica nel corso degli anni. E fa un po’ impressione pensare che questo giovanotto, meno di due anni fa, è stato ad un passo dalla top-10. Tommy, a 37 anni, noncurante di tutto, ci riprova.

DISCO DEL MESE
Autore: Ivo Karlovic
Titolo: Bisogna saper Berdych
Formato: 45 giri

UN ROMANTICO A PARIGI DEL MESE
Jo-Wilfried Tsonga è un personaggio che va molto al di là del suo tennis, a dire il vero abbastanza lacunoso per poter vincere uno Slam. Eppure Tsonga ci è andato vicino: una finale e cinque semifinali sono il miglior bottino di un francese da molti anni a questa parte. Ad ogni modo è difficile non augurarsi che prima o poi ci riesca. Anche perché una dichiarazione d’amore così va per forza ricompensata:



VIRGOLETTE
Penso che lui dica un sacco di cose, ogni giorno. Per i giornalisti è interessante. Ma non mi sorprende, le sue interviste sono sempre divertenti. Prima del match ho letto che non vedeva l’ora di giocare, dopo il match era infortunato: dice un sacco di cose e penso sia molto interessante leggere quello che dice e capire come funziona la sua mente”.
Stan Wawrinka su Nick Kyrgios

INVIATO DEL MESE
Be’, è stata lotta dura a Parigi fra inviati impegnati a retwittare la concorrenza o a farci sentire come a Parigi nei loro racconti dai campi. Ma il protagonista, il mattatore, la “brezza frizzante” del Roland Garros, è sicuramente lui: Antonio Garofalo. Ha trovato anche il tempo, mentre decodificava i pizzini del Direttore, di scrivere un pezzo dove ha descritto le dure fatiche dell’inviato a Parigi. Non sappiamo se mangiare la pizza a Parigi, lui che è di Napoli e che quindi dovrebbe essere mandato al confino da De Magistris al rientro a Capodichino, rientri nella categoria fatiche. Di certo con le sue pagelle ci ha creato qualche grattacapo: è lui l’inviato del mese.

TWEET DEL MESE
Molto meta, dr. Ivo.

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Australian Open, tabù Slam per Zverev: Shapovalov passa in tre set, ora Nadal

Sorpresa a Melbourne: il tedesco vittima dei suoi demoni, il canadese conferma di essere pronto per puntare in alto

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Denis Shapovalov - Australian Open 2022 (Instagram - @australianopen)
Denis Shapovalov - Australian Open 2022 (Instagram - @australianopen)

[14] D. Shapovalov b. [3] A. Zverev 6-3 7-6 6-3

Clamorosa sorpresa all’Australian Open, che saluta uno dei principali favoriti. Alexander Zverev cade fragorosamente agli ottavi di finale per mano di un Denis Shapovalov che appare ormai maturo per puntare a qualcosa di importante. Sulla Margaret Court Arena passa il canadese in tre set (6-3 7-6 6-3) al termine di una partita che ha visto il tedesco rimanere vittima dei suoi demoni: qualcosa non va negli Slam per Sascha, che era accreditato come uno dei pretendenti al trono di Melbourne dopo quanto accaduto a Novak Djokovic. Dall’altra parte, Shapovalov si è fatto forza dei dubbi dell’avversario, gestendo bene i suoi momenti complicati e rimanendo lucido anche quando, nel terzo set, Zverev è apparso faticare più del dovuto dal punto di vista fisico.

IL MATCH – E dire che Sascha aveva avuto due palle break subito, nel primo game dell’incontro. Denis però le ha salvate e ha finito per togliere il servizio all’avversario nel quarto game (3-1). Il canadese è stato bravo a portare fino in fondo il break, senza concedere l’opportunità del contro-break: la saetta col servizio mancino slice ha messo spesso in difficoltà Zverev, che è finito ben presto in preda alla frustrazione. Il secondo set è proseguito sulla scia del primo, con il canadese che ha strappato al primo gioco il servizio a Zverev (molto deludente il rendimento del tedesco col suo punto migliore: a fine partita avrà solo il 69% di punti vinti con la prima e addirittura solo il 29% di punti vinti con la seconda). Dopo il break subito, il tedesco ha mostrato chiari segni di cedimento nervoso sfasciando malamente la racchetta. Poi però Denis ha accusato un calo, subendo prima il contro-break (2-2) e poi il break all’ottavo gioco (5-3). Ma Zverev è incappato in un game negativo quando è andato a servire per il secondo set permettendo a Shapo di agganciarlo sul 5-5. Il tiebreak è stato vissuto come sulle montagne russe. Il canadese si è portato sul 5-1, Zverev ha accorciato le distanze sul 5-4, Shapovalov ha commesso un doppio fallo sul primo set point sul 6-4, ma ha concretizzato il secondo il punto successivo grazie a una clamorosa stecca di diritto del tedesco e si è portato in vantaggio due set a zero. A quel punto l’inerzia del match era tutta dalla sua parte. Uno Zverev in rottura prolungata ha ceduto il servizio alla prima palla break del terzo set (2-0) e solo nel sesto gioco è riuscito ad arrivare a parità sul servizio di Shapovalov, che però è riuscito a tenere il servizio e poi a chiudere al secondo match point.

 

LE PAROLE – Shapovalov, dopo aver vinto la ATP Cup a inizio anno, arriva per la prima volta ai quarti a Melbourne e conferma che questo potrebbe essere l’anno della sua definitiva consacrazione come tennista di livello massimo: è il terzo canadese ad arrivare ai quarti di finale dell’Australian Open dopo Belkin (1968) e Raonic (2019). Potrebbe essere raggiunto da Auger-Aliassime, che domani sfiderà Cilic. “Adoro giocare in Australia, strafelice di aver vinto e giocato bene in una atmosfera fantastica come questa – ha detto Shapovalov nell’intervista post partita -. Non mi aspettavo di poter vincere in tre set. Ho giocato bene in tutte le zone del campo, colpito bene su entrambi i lati e sono stato intelligente. Ho gestito bene momenti complicati e sono riuscito a venirne fuori”. Ora per Shapovalov il quarto di finale contro Nadal: “Sarà un onore. Abbiamo giocato non troppo tempo fa ad Abu Dhabi, sarà ovviamente un’altra partita, sarà una grande battaglia, ma credo proprio che ci divertiremo”. Qui, invece, le dichiarazioni dei due giocatori in conferenza stampa.


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Editoriali del Direttore

L’Italia del tennis sogna in grande con Berrettini e Sinner. L’obiettivo è uguagliare l’exploit di 49 anni fa. E di 62 anni fa no?

Nel ’73 Panatta e Bertolucci giocarono i quarti a Parigi. Solo 5 nazioni hanno due tennisti in ottavi. Se Berrettini superasse Carreno Busta e Sinner de Minaur, l’Italia potrebbe restare la sola nazione con due rappresentanti nei quarti

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Matteo Berrettini e Jannik Sinner (foto Twitter @federtennis)

Quando uno Slam arriva agli ottavi di finale si può già buttar giù un primo bilancio per nazioni.

E se fino al 2015, quando Flavia Pennetta annunciò il suo ritiro con ancora il trofeo dell’US Open in mano, il tabellone femminile era stato per anni quello che mi dava maggior soddisfazione commentare, ormai da un pezzo a questa parte è decisamente quello maschile.

Siamo fra le 5 nazioni che hanno ancora in gara fra i 16 superstiti, due rappresentanti: Berrettini e Sinner. E ci permettiamo perfino qualche rimpianto, perché Sonego avrebbe potuto essere il terzo, se non avesse perso in 4 set dal battibile Kecmanovic. Le altre quattro nazioni con due alfieri sono la solita Spagna, Nadal e Carreno Busta, il prevedibile Canada sulla scia del successo in ATP Cup con Shapovalov e Aliassime, la Francia dell’immarcescibile Monfils (35 anni e un quarto) e di un altro semi-Vet Mannarino (quasi 34) e gli Stati Uniti di Fritz (testa di serie 20 vittorioso su Bautista Agut al quinto) e del “panda del serve&volley” Cressy.

 

Le restanti 6 nazioni hanno ciascuna un giocatore ancora in gara: Russia (Medvedev), Croazia (Cilic), Germania (Zverev), Grecia (Tsitsipas), Australia (de Minaur), Serbia (Djokovic…no, pardon, è la forza dell’abitudine, Kecmanovic).

Poiché il Mago Ubaldo ha contratto uno strano virus e mi ha pregato di rinviare le sue profezie a dopo Australian Open, provo indegnamente a sostituirlo, non senza aver messo a confronto quelli che avrebbero dovuto essere gli ottavi teorici stando al seeding, ad inizio torneo, e gli ottavi  che invece si sono venuti a formare.

Tranne che per Zverev-Shapovalov di tutti gli altri ottavi teorici non se n’è salvato uno! Tecnicamente in effetti, almeno sulla  quell’ottavo dovrebbe poter offrire il miglior spettacolo

Dovevano essere 

OTTAVI TEORICI

[1] N. Djokovic (o [5] A. Rublev) v [16] C. Garin (dopo l’order of play Sonego-Garin)
[12] C. Norrie v [7] M. Berrettini
[3] A. Zverev v [14] D. Shapovalov
[10] H. Hurkacz b [6] R. Nadal

[8] C. Ruud v [11] J. Sinner
[15] R. Bautista Agut v [4] S. Tsitsipas
[5] A. Rublev (o [17] G. Monfils) v [9] F. Auger-Aliassime
[13] D. Schwartzman v [2] D. Medvedev).

OTTAVI REALI

Kecmanovic-Monfils 17

19 Carreno Busta- 7 Berrettini

3 Zverev- 14 Shapovalov

Mannarino 6 Nadal

32 De Minaur- 11 Sinner

20 Fritz- 4 Tsitsipas

27 Cilic- 9 Aliassime

Cressy- 2 Medvedev

QUARTI TEORICI

Monfils-Berrettini

Zverev-Nadal

Sinner-Tsitsipas

Aliassime-Medvedev

A questo punto mi auguro sinceramente che i quarti teorici rispettino maggiormente le previsioni di quanto è accaduto per gli ottavi teorici. Anche perché in questo caso l’Italia sarebbe l’unica nazione ad avere due giocatori ancora in lizza.

I quarti li hanno raggiunti in Australia Giorgio De Stefani nel 1935, Nicola Pietrangeli nel 1957 e per ultimo Cristiano Caratti nel 1991. Trentuno anni fa…e chi scrive c’era e se li ricorda bene. Ricorda infatti che Caratti di Acqui Terme , allievo di Riccardo Piatti insieme a Furlan, Mordegan e Brandi, battè da sfavorito un olandese diciannovenne assai promettente, tal Richard Krajicek (che era cresciuto 23 centimetri in un anno e si muoveva ancora piuttosto male..ma cinque anni più tardi avrebbe vinto Wiombledon) per poi perdere da Patrick McEnroe il quale da neo-semifinalista se ne uscì con la quote (una battuta) che fu decretata la migliore dell’anno: “Ragazzi – disse il ventiduenne McEnroe junior rivolgendosi a noi giornalisti– ma perché sembrate così sorpresi? I semifinalisti sono sempre i soliti…Lendl, Becker, Edberg e …McEnroe!”.

Se i quarti teorici che ho ipotizzato fossero proprio quelli appena scritti sopra,  vorrebbe dire che avremmo, per la prima volta dopo il 1973 al Roland Garros (Bertolucci e Panatta), due azzurri nei quarti di finale contemporaneamente. Quarantanove anni dopo.

Quarantanove anni fa Bertolucci e Panatta erano capitati nello stesso quarto di tabellone, tanto è vero che se Bertolucci avesse battuto Nikki Pilic avrebbe poi incontrato Panatta e uno dei due sarebbe approdato alla finale. Invece Paolo perse in 4 set dal tennista jugoslavo (era di Split-Spalato, come Ivanisevic) che poi battè anche Panatta in semifinale e in tre set. Fu Ilie Nastase a dominare poi Pilic in finale: 6-3,6-3,6-0. Sia Panatta sia Bertolucci si sarebbero difesi meglio.

Questa volta in teoria sia Berrettini, battendo prima Carreno Busta e poi più probabilmente Monfils che non Kecmanovic, sia Sinner, superando prima De Minaur  e poi più probabilmente Tsitsipas che Fritz, potrebbero arrivare entrambi in semifinale da parti opposte del tabellone!

Sto scrivendo quel che scrivo non tanto all’insegna del sognare non costa nulla – perché sia chiaro che già battere per Matteo Carreno Busta e per Jannik  De Minaur davanti al suo pubblico sarebbero due grossi e per nulla scontati exploit – ma per raccontare un po’ di storia del tennis italiano. E aver modo di scrivere anche che se sono 49 anni che non abbiamo più visto due tennisti italiani insieme nei quarti d’uno Slam, sono 62 che non ne abbiamo due in semifinale ed è accaduto una sola volta, nel 1960 al Roland Garros. Accadde grazie a Nicola Pietrangeli che battè in semifinale il francese Robert Haillet 6-4,7-5,7-5, e a Orlando Sirola che nell’altra semifinale invece perse dal cileno Luis Ayala 6-4,6-0,6-2.

Dopo di che Pietrangeli, che aveva colto il primo trionfo mai conquistato da un italiano in uno Slam l’anno prima lì a Parigi battendo il sudafricano Jan Vermaak, si riconfermò campione vendicando l’amico e compagno di doppio superano Ayala in cinque set  3-6,6-3,6-4,4-6,6-3.

Carreno Busta non ha più talento di Carlos Alcaraz, ma, trentenne, è molto più esperto. Berrettini sa che non avrà vita facile. Nell’articolo di Stefano Tarantino trovate tutto quello che vorreste sapere sul match fra il tennista romano e quello spagnolo di Gijon che chiuderà la settima serata dell’Open d’Australia, a metà mattina nostra di questa domenica subito dopo la conclusione dell’attesa partita fra la n.1 del mondo e idolo locale Ashley Barty e l’americana Amanda Anisimova che ha messo k.o. la campione uscente del torneo Naomi Osaka.

Per Matteo già raggiungere i quarti anche in questo torneo, come già in tutti gli altri tre Slam, sarebbe già una grandissima soddisfazione – il primo italiano a riuscirci –  anche se legittimamente le ambizioni sue e del suo coach Vincenzo Santopadre mirano più in alto. I due sono persuasi che vincere uno Slam sia un obiettivo alla portata di Matteo, a prescindere dalla presenza di Novak Djokovic che lo scorso anno lo aveva battuto in tre Slam, Parigi, Wimbledon, New York.

Io non so se ce la farà. Ma perché ci riesca è fondamentale che ci creda lui. Ricordo bene le perplessità generali ad ascoltare Francesca Schiavone quando sui 24-25-26 ma anche 28 anni dichiarava di poter vincere un giorno uno Slam. Alla fine ha avuto ragione lei. Perché aveva il talento per riuscirci. Ma prima ancora perché ci credeva.

Intanto se dovesse battere Carreno Busta, a seguito della sconfitta di Rublev con Cilic, Matteo salirebbe a n.6 del mondo, scavalcando il best ranking di Corrado Barazzutti n.7, sempre che io non abbia sbagliato i calcoli.

Un altro che crede di riuscirci prima o poi a vincere uno Slam è certo anche Jannik Sinner. Nella breve intervista che mi ha concesso Marin Cilic ha detto che Jannik ha più margini di progresso rispetto a Berrettini. E’ normale che sia così, visto che fra i due azzurri ci sono 5 anni di divario anagrafico.

Intanto Jannik giocherà il suo quarto ottavo di finale, a 20 anni e 4 mesi, il più giovane dai tempi di Juan Martin del Potro, ma il primo in Australia. Mentre Berrettini non ha mai incontrato Carreno Busta Jannik ha affrontato due volte De Minaur che davanti al suo pubblico è certamente un osso duro, anche se lo scorso anno qui perse da Fognini e se questa sarà la prima volta anche per lui che gioca un match di ottavi all’Australian Open. Il miglior risultato di de Minaur in uno Slam risale all’US Open 2020, quando raggiunse i quarti e lì perse da Thiem che poi avrebbe vinto il torneo.

Sinner dovrà giocare certamente meglio che non contro Taro Daniel, perché de Minaur è più completo e non a caso è stato anche un top-20. Ma l’averlo battuto due volte in finale del torneo Next Gen di Milano e soprattutto in un torneo come quello di Sofia con le vere regole del circuito, gli dà un piccolo vantaggio psicologico – se poi fosse superstizioso…quei due tornei li ha vinti entrambi – che bilancia in parte l’avere il pubblico contro. Per inciso un pubblico capace di essere anche fortemente scorretto quando giocano i ragazzi di casa. Soprattutto nella sera australiana quando le birre possono aver avuto qualche effetto. Il pubblico non si è certamente comportato bene né in occasione del match Kyrgios-Medvedev né del match vinto dai “cinque K”  Kyrgios e Kokkinakis su Pavic-Mektic, la coppia croata n.1 del mondo. Sembra che alla fine di quel match reso incandescente dal pubblico incoraggiato, se non proprio aizzato, dai due australiani poco c’è mancato che negli spogliatoi non si sia venuti alle mani, protagonisti – pare – anche alcune persone del team croato.

Sinner è avvertito. Gli avevo chiesto se la cosa minimamente lo preoccupasse e lui mi ha risposto con l’abituale calma: “Mi è già capitato in due occasioni di giocare contro due tennisti che giocavano in casa e credo di sapere che cosa mi aspetta e come controllarmi”.

A volte Sinner ti dà proprio la sensazione di essere un ventenne comn la testa di un ventisettenne. Chissà, forse può avergli fatto un inconsapevole favore Daniil Medvedev quando ha tenuto con grande personalità a sottolineare che fargli buuuh, o siuuh o qualunque verso, fra la prima e la seconda di servizio, non era certo un modo corretto di sostenere il proprio tennista. Ha anche aggiunto: “Non è semplice controllare tutto il pubblico, è un compito non facile per l’arbitro”.

Ci vorrà un arbitro con personalità. Ma comunque credo che Sinner non si farà troppo intimidire e neppure distrarre. Questo anche se proprio il servizio non è il colpo più sicuro del tennista altoatesino. Con Taro Daniel in un set e mezzo ha ceduto la battuta 4 volte e i tifosi giapponesi, che erano abbastanza numerosi, non erano certo indisciplinati e maleducati come molti australiani presenti nella Rod Laver Arena. Ma la concentrazione di Sinner contro de Minaur sarà ben diversa. Ne sono certo che non avrà gli stessi alti e bassi, gli stessi cali di tensione.Facciamo tifo per un italiano alla volta. Prima Berrettini. E poi Sinner.

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Se nei giorni scorsi aveste frequentato qualche circolo di tennis, e tanti appassionati, credo che possiate confermare che non è che in giro ci fosse grandissima fiducia nelle chance di Matteo Berrettini alla vigilia del suo match con Carlos Alcaraz.

C’era – e c’è – invece grandissima considerazione sulle straordinarie qualità del ragazzo di El Palmar, la piccola cittadina vicino Murcia dove è nato 18 anni fa, il ragazzotto già ipermuscolato che molti ritengono essere l’erede di Rafa Nadal, sebbene il suo tennis sia diverso e sebbene per ora Rafa – che ho visto dominare Khachanov per 3 set su 4, dimostrando di avere ancora le sue carte da giocare e non solo negli ATP 250  – non abbia alcuna intenzione di mollare la presa e abdicare prima del tempo. Più o meno come la regina Elisabetta nei confronti del principe Carlo…che è già vecchiarello.

Ad Alcaraz aveva dedicato un grande articolo un giorno fa Christopher Clarey del New York Times.

 

Carlos Alcaraz Is About to Cause a Big Commotion

Avevano giocato d’anticipo pensando che avrebbe vinto. Come tanti si sono sbagliati. E a me naturalmente non dispiace. Penso che a Berrettini nemmeno.

Data l’ora in cui è cominciato il quinto set del duello poi diventato epico perché conclusosi al tiebreak a 10 punti, intorno alle 8 del mattino, non avevo troppe persone con cui confrontarmi.

Ma anche in quei momenti quei pochi con cui mi sono scambiato pareri via WhatsApp non sembravano davvero ottimista sul conto di Matteo.

Aveva avuto le sue chances per chiudere in tre set, le aveva mancate anche per un pizzico di sfortuna, palle che uscivano di centimetri, net che parevano essere nati in Spagna, una apparente stanchezza, una certa lentezza, tanti rovesci slice in rete perché Matteo sembrava arrivarci in ritardo, anche qualche dritto piuttosto semplice giocato corto, e poi quella percentuale sui punti avviati con la seconda di servizio, intorno al 40%, che preoccupava ogni volta che lo scambio si allungava.

Il ragazzotto invece  – sì non riesco a chiamarlo ragazzino, Carlos sembra già uomo fatto, quella canottiera non è elegante ma mette in mostra muscoli da far invidia al Nadal prima maniera – appariva pimpante, fresco come se il match dovesse ancora cominciare.

Poi c’è stata quella caduta di Matteo. Che paura. Con tutti i guai che ha sempre avuto, alle caviglia, ai polpacci, agli addominali, al collo, lì per lì, mentre scorrevano i replay, mi sono dato una botta su una coscia e ho detto: “No dai, ancora una volta, ma non è possibile!”.

Per fortuna invece, e già al terzo replay mi sono tranquillizzato, la distorsione di quel piede quasi ingessato era stata minima.

E subito mi sono detto, mentre Matteo attendeva la visita del medico e poi i 3 minuti di MTO: “Vuoi vedere che questa pausa destabilizza un po’ il ragazzotto e magari invece Matteo, che avevo visto a tratti un po’ in affanno, si calma, si tranquillizza dopo il trauma dei due set persi e magari la sensazione che Alcaraz si avvii a essere inarrestabile e riprende il filo un po’ smarrito della partita?”.

Io non voglio attribuire eccessiva importanza a quella caduta, a quello stop che è servito a lui per riordinare le idee e allo spagnolo per irrigidirsi un po’. Però secondo me un pochino può aver pesato.

Negli scambi prolungati Alcaraz continuava ad avere il sopravvento. A un certo punto riusciva a trovare il rovescio di Matteo e allora prendeva il pallino in mano e costringeva  Matteo a far da tergicristallo.

E allora, ai miei amici, scrivevo: “Deve sperare di arrivare al tiebreak e giocarsela lì. Forse per Matteo sarebbe meglio un tiebreak a 7 punti, invece che quell’ australiano a 10”, perché l’inerzia del match sembrava essersi spostata nell’ultima ora e mezzo dalla parte del murciano e più punti si fossero giocati – pensavo – forse peggio sarebbe stato.

Mi ricordo di aver notato che i due si sono trovati 3 a 3 quando l’orologio a fondocampo segnava le 3 ore e 33 minuti di gioco – una sfilza di 3 – e poi ho fatto il tifo per il tiebreak tranne che nel momento in cui Matteo ha avuto il matchpoint sul 6-5 e servizio Alcaraz, ma lì ha sbagliato un dritto ed ecco il tiebreak.

Che è cominciato con Matteo che ha sbagliato un rovescio in rete ed è stato subito minibreak. Meno male che Alcaraz ha subito restituito il punto. Non sto a ripercorrere tutto quel che è successo. Ma quando Matteo ha raggiunto il 7-5, mi è scappata una sommessa imprecazione: “Lo sapevo che se il tiebreak era a 7 punti Matteo avrebbe vinto”. C’era invece ancora da soffrire. Poco per fortuna questa volta. Due punti tenuti alla grande con il servizio “che non tradisce nel tiebreak!”, ho esclamato, e sul 9-5 il doppio fallo del ragazzotto che lì si è ricordato di avere solo 18 anni.

Sport crudele il tennis. Sembrava dovesse vincere lui, alla fine e invece Matteo si è tolto la grandissima soddisfazione di raggiungere gli ottavi di uno Slam per l’ottava volta, più di qualunque altro tennista italiano, e per la quinta volta consecutiva. Anche quest’ultima è un’impresa senza precedenti.

Forse si dovrebbe smettere di sottolineare che il suo rovescio non è all’altezza dei big. Già, perché quale dei big ha il suo dritto? E quanti hanno il suo servizio? E quanti hanno la sua testa? La sua solidità nervosa nei momenti che contano? Siamo sicuri che il rovescio (che è comunque migliorato sia in risposta sia in slice…) debba essere molto più importante di una gran testa? Il proliferare dei coach mentali ne fa dubitare.

Quindi, basta di andare a cercare il pelo nell’uovo, di spaccare il capello in quattro. Chi non ha un colpo un più debole degli altri? I risultati parlano per Matteo, le altre sono chiacchiere. E non è che per Matteo questo torneo sia finito perché ha battuto il favorito di molti (dei più?) Alcaraz? Chapeau caro Matteo, grandissimo.

Grandissimo perché ha dimostrato una solidità nervosa pazzesca. E anche gran coraggioNon ha mai tremato. E non è la prima volta… perché mi sono subito ricordato che Matteo aveva vinto un set al tiebreak nella finale di Wimbledon contro Djokovic (il primo) e, andando a ritroso, anche il terzo set al Roland Garros. Sono andato a ricercare tutti i duelli con il n.1 del mondo: 4 sconfitte (e si sa che Matteo non ha ancora mai battuto uno dei primi 5 del mondo al di fuori di Thiem in un match a risultato ininfluente nel round robin del Masters 2019…l’unica vittoria italiana nelle finali ATP allora) con il campione serbo, ma con nessun altro tiebreak tranne quei due vinti dal nostro.

Allora – noi appassionati di tennis siamo davvero un po’ malati – mi è venuto lo sghiribizzo di andare a controllare i duelli diretti con il n.2 del mondo, dopo aver avuto la soddisfazione di quella scoperta relativa al n.1. E che ti trovo? Che anche con Medvedev, che ha battuto Matteo 3 volte su tre, ci sono stati due tiebreak e li ha vinti entrambi il tennista romano. Allora mi è tornato anche in mente il trionfale tiebreak del quinto set con Monfils negli ottavi dell’US Open 2019, perché quella fu una battaglia memorabile. E prima di quella c’era stata anche quella vinta in tre set con Rublev, con un tiebreak nel terzo che se se fosse stato vinto dal russo …sì, mi sa che si sarebbe messa male.

Dopo di che, e l’ho fatto presente in conferenza stampa con Matteo, in 4 ore e 10 minuti c’era stato un sostanziale equilibrio di game e di punti –guardando le statistiche del match che la tempestiva redazione di Ubitennis aveva messo all’inizio dell’eccellente pezzo di cronaca di Vanni Gibertini avrei scoperto dopo che per l’appunto i punti vinti da ciascuno dei contendenti erano gli stessi 159! – ma nei due tiebreak Matteo aveva vinto 17 punti e Carlos 8. Insomma il nostro, dando dimostrazione di solidità decisamente superiore, aveva fatto più del doppio dei punti del suo avversario.

Fenomenale, direi. Fatti i complimenti che meritano a Matteo e al suo coach mentale Stefano Massari, oltre che a quello tecnico Vincenzo Santopadre, non so se augurarmi che Matteo si ritrovi a giocare altri tiebreak contro quel cagnaccio di Carreno Busta. Perchè dopo aver visto l’infallibile Vlahovic (11 rigori consecutivi segnati), sbagliare quello con il Genoa, meglio non illudersi che vada tutto sempre bene così. Siccome un tiebreak importante Matteo lo ha già perso, con Nadal nella semifinale a New York del 2019, un altro caso…Vlahovic non dovrebbe ripetersi.

Ho accennato agli straordinari numero di Matteo: 8 ottavi di Slam (come Panatta e Fognini nell’Era Open, prima meglio solo Pietrangeli 16 e Merlo 9) 5 consecutivi. Non ha ancora vinto i 2 Slam di Nicola o quello di Adriano, ma con la prima finale mai raggiunta da un italiano a Wimbledon, soprattutto nei confronti di Panatta può già dirsi di essere stato più continuo.

Mi sono poi chiesto quali siano state, al di là dei 3 Slam vinti fra Pietrangeli e Panatta al Roland Garros (non dimentico che se Adriano avesse perso il tiebreak della finale con Solomon probbailmente avrebbe perso al quinto; era stravolto), quali siano state le partite più belle, sofferte fino al tiebreak finale quinto set ed importanti vinte dai nostri giocatori nei tornei del Grande Slam. Tornando indietro e senza fare ricerche troppo approfondite direi Cecchinato-Djokovic al Roland Garros 2018, Fognini-Nadal all’US Open 2015 con la spettacolare rimonta da sotto 2 set a zero, Seppi- Federer all’Australian Open del 2015 (ma l’unico successo di Andreas in 15 partite fu coronato al quarto set, al tiebreak), Sanguinetti-Srichapan con tre tiebreak negli ultimi tre set (6-3,4-6,6-7,7-6,7-6). Quante altre me ne sono perse?

In mattinata è d’obbligo la sveglia per seguire, non prima delle 7, Jannik Sinner contro il giapponese Taro Daniel che deve  avere un fatto personale con gli italiani. Dopo aver battuto Musetti a Adelaide nelle “quali” di Melbourne ha sconfitto Arnaboldi, Moroni e Caruso.

Credo che Sinner vendicherà tutti quanti e raggiungerà per la prima volta gli ottavi in Australia. Poi però dovrà battere anche il vincente di de Minaur-Andujar per centrare i quarti, così come Berrettini dovrà superare Carreno Busta. Se ci riusciressero avremo per la prima volta dal ’73 – furono Bertolucci e Panatta a Parigi quando persero entrambi da Nikki Pilic, Paolo nei quarti, Adriano in semifinale…il torneo lo vinse Ilie Nastase – due italiani nei quarti di uno Slam. E immagino come stiano fumando di rabbia le orecchie di Lorenzo Sonego che avrebbe potuto arrivarci anche lui se non avesse ceduto al non irresistibile Kecmanovic che vedremo alla prese con l’irriducibile Monfils per il traguardo dei quarti.

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