TENNISPOTTING marzo: il flectar non frangar di Novak Djokovic

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TENNISPOTTING marzo: il flectar non frangar di Novak Djokovic

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Senza considerare i tornei degli Slam, marzo è il mese più bello del tennis. Si gioca in America, sul cemento, senza lo stress del calendario ad accavallare tornei e con i migliori giocatori del mondo alle prese con la coppia di fatto del cemento, Indian Wells e Miami

Fin da ragazzini quando tutti ci riferivamo al torneo di Miami chiamandolo torneo di Key Biscaine, stavamo incollati davanti al televisore per vedere chi avrebbe dominato il mese del cemento, la superficie più democratica del tennis. All’epoca infatti non si vedevano in TV tutti i tornei come oggi, ma la doppietta americana era un appuntamento cruciale e quindi spendibile sul tubo catodico da parte delle TV. Indian Wells e Miami sono due tornei che hanno visto vincere specialisti del veloce come anche gli specialisti della terra battuta, per via delle superfici veloci ma non troppo. Nel corso degli anni poi Indian Wells è diventato – non giriamoci intorno – il miglior torneo del mondo, fra soldi, ospitalità e livello delle gare, che non hanno deluso neanche quest’anno visto che in finale sono arrivati i primi due giocatori del mondo. Miami, le sue palme e il pubblico di vecchietti che si gode il buen retiro della Florida sulle tribune dell’isola di Key Biscaine, vivono all’ombra del torneo che si svolge dall’altra parte del nuovo continente, nel deserto della California. Anche quest’anno il torneo non è stato eccezionale, perlomeno non come chi l’ha vinto.

TENNISTA DEL MESE
Claudio Giuliani: Chiariamo una cosa: il tennista del mese per me non è il più forte, quello che vince tutto. Quindi per me non è Novak Djokovic. Infatti, che il numero uno del mondo vinca Indian Wells in tranquillità surclassando la concorrenza e perdendo solo un set (contro Federer, che era in svantaggio e che comunque ha bruciato le energie di tre giorni per vincerlo), e poi bissi a Miami, seppur stanco, stante la situazione del tennis attuale ottimamente descritta da Luca Baldissera, è assolutamente normale. Su Djokovic ho già scritto qualche settimana fa: si è preso il tennis e solo un Rafael Nadal che torni al 100% potrebbe contrastarlo. Potrebbe. Ad ogni modo a marzo non c’è stato un tennista che si sia distinto in particolare in entrambi i tornei. Il migliore dopo Djokovic in termini di risultati è sicuramente Andy Murray, semifinalista in California e finalista in Florida. Tornato su buoni livelli, Murray si è accorto sul campo di quanto sia lontano dai livelli di Djokovic, che lo ha battuto in maniera imbarazzante a Indian Wells, e in maniera ancora più convincente – perché arrivava al termine di due tornei giocati fino in fondo – a Miami. Stante così le cose, Murray difficilmente potrà recitare altro ruolo che vivere all’ombra di Djokovic e altri, pronto a raccogliere le briciole (beninteso: e con lui tanti altri, eh).

 

Daniele Vallotto: Più si piega, meno si spezza. Come i judoki (judo, del resto, significa “arte della cedevolezza”) e come Sant’Agostino, anche Novak Djokovic ha voluto rovesciare uno dei più conosciuti motti latini, il “frangar non flectar”, mi spezzerò ma non mi piegherò. Per Novak Djokovic piegarsi non significa arrendersi, anzi. Significa arrivare dove gli altri non arrivano, recuperare palle impossibili e giocarle con la profondità, potenza, angolazione e rotazione che avrebbe dato a quella stessa palla se l’avesse giocata comodamente da fermo. Djokovic, il tiranno noioso, si muove sul cemento come nessuno prima di lui. Fatto sia di titanio che di gomma, questo fenomeno dell’hard court è già tra i primissimi al mondo su cemento e a breve, probabilmente, arriverà tra i primissimi di sempre in generale. Un po’ per quello che ci ha spiegato brillantemente Luca Baldissera, naturalmente, un po’ perché Nole è un fenomeno della racchetta con un fisico perfetto per il tennis di oggi. Un fisico che si piega ma non si spezza mai. È tra i primi due del mondo da quattro anni consecutivi (è arrivato al numero 2 il 21 marzo 2011 e non è mai andato più giù), numeri da Federer e Nadal. Siamo malefici e vogliamo fare un confronto con il suo gemello sempre più diverso, Andy Murray, distrutto per l’ennesima volta sul cemento dopo la finale degli US Open 2012: lo scozzese ha passato complessivamente ventuno settimane al numero due del mondo.

COLPO DEL MESE
Claudio Giuliani: Tutto il talento di Mannarino si vede nel colpo del mese per quanto mi riguarda. Colpi piatti appena appoggiati dall’altra parte del campo, sfruttando l’esuberanza fisica di Gulbis, e poi veronica, piroetta e poi un bel passante piazzato là, nella zona del campo riservata ai talentuosi. Sublime.

Daniele Vallotto: Dimitrov ha più video di YouTube che raccolgono i suoi colpi più spettacolari che titoli in bacheca. Questa è la magia di marzo con occhiolino finale (featuring. Mr. Nick Kyrgios, o Mr. Sono-Cresciuto-Di-Cinque-Centimetri-Pure-Quest-Anno). Tuttavia il premio di marzo per me se lo merita Philipp Kohlschreiber, che non vince due partite di fila da ottobre ma mostra ancora dei riflessi notevoli:

PARTITA DEL MESE
Claudio Giuliani: Di Federer-Djokovic parlerai sicuramente tu, che hai più tatto, quindi io scelgo due partite, entrambe con lo stesso protagonista: Dolgopolov. A Miami l’ucraino è protagonista di un gran torneo e si arrende solo a Djokovic in un match spettacolare. Qualche turno prima ha giocato un incontro meraviglioso contro Tommy Robredo, che ha provato a catturare nella sua ragnatela di schemi un Dolgopolov-ragno che lo ha fatto impazzire fra tagli, cambi di ritmo e traiettorie. Le partite più belle spesso sono figlie del confronto di stili di gioco, e così è con Robredo e Dolgopolov in campo. La pallina con l’ucraino cade spesso in zone del campo precluse ai più, e Robredo si slancia oltremodo per spedire la palla dall’altra parte della rete, quello che sa fare meglio. Alla fine Dolgopolov la spunta perché, lo si capisce, è in un periodo in cui ha continuità di gioco. Poi però trova Djokovic, o meglio, è Djokovic che trova lui e trova l’avversario più difficile del mese, più di Federer in California. Infatti mai come con Dolgopolov è vicino a perdere, sotto di un set e di un break (4-2) nel secondo set. Dolgopolov ha avuto, nel secondo set, anche la palla per il 4 a 0 che probabilmente avrebbe segnato il match in altra maniera. Ma Nole ha recuperato lo svantaggio correndo dietro i tagli esterni di Dolgopolov col back, oppure tirando dall’altra parte le accelerazioni di rovescio piatte più veloci delle sue. L’ucraino ha dato spettacolo ma è stato anche molto concreto e quindi ne è uscito un match avvincente per i primi due set. Dopo le due ore di gioco Novak diventa infatti ancora più forte e quindi il sei zero al terzo in suo favore è stato inevitabile. Divertimento assoluto comunque, e grazie a Dolgopolov.

Daniele Vallotto: Detto che per ora il tennis più spettacolare non si gioca per vincere i titoli (tutte abbastanza deludenti le tre finali più importanti giocate quest’anno), prendo comunque la finale di Indian Wells, per me la partita migliore vista in questo mese di cemento americano. Il merito è ancora dei primi due del mondo, Novak Djokovic e Roger Federer. Come l’anno scorso abbiamo avuto un match al terzo set ma la reazione d’orgoglio Federer l’ha dovuta tirar fuori verso la fine del secondo set, non verso la fine del terzo come nel 2014. Dominato per circa un’ora, ha saputo capitalizzare al massimo il piccolissimo calo di tensione di Djokovic e ha ripreso per i capelli un match che sembrava andato. Ma, proprio come a Wimbledon, lo sforzo fisico e mentale è costato a caro a Federer che nel terzo ha ceduto in maniera prevedibile (più velocemente che a Wimbledon, comunque, e non era un quinto set: segno che a livello mentale aveva speso davvero troppo). Federer ha giocato un match discreto, dove il servizio l’ha aiutato poco. Dall’altra parte, invece, c’era un Djokovic praticamente ingiocabile, specie sul suo servizio. Poi, però, la scintilla e per quasi un’ora si sono rivisti punti spettacolari e la tensione è tornata a salire dopo una prima parte di match piuttosto sonnacchiosa. Raramente il tennis mi fa ridere, ma è stato esilarante (letteralmente: scoppiavo a ridere) vedere Federer far quasi impazzire Djokovic con dei recuperi in difesa illogici per un quasi trentaquattrenne. Ma da questi due ci attendiamo qualcosa di più.

SORPRESA DEL MESE
Claudio Giuliani: Possiamo considerare i ritorni di Tomic e Isner a buoni livelli delle sorprese? Non mi sorprende che John Isner stia vivendo una “seconda giovinezza”, ovvero un ottimo periodo di forma all’età di trent’anni o giù di lì che lo sta facendo giocare ai livelli di quando era top 10 ATP. Non scopriamo di certo ora John e le sue peculiarità. La sorpresa del mese è John Isner che strapazza, domina e ridicolizza Kei Nishikori, uno dei “wannabe champion”. Chi ha visto il match si è strabuzzato gli occhi quando John Isner ha chiuso un lungolinea di rovescio piatto ad altissima velocità con Nishikori a due metri dalla palla immobile. Serve aggiungere altro? Se avessimo digitato le parole chiave “Isner chiude lungolinea rovescio” su Google fino al giorno prima, avremmo avuto in risposta zero risultati. Basta questo per descrivere il momento magico dell’americano durante il torneo, e poveraccio Nishikori che si è trovato dall’altra parte del campo proprio nello Zenith di questo momento. Si è rivisto finalmente Tomic, l’australiano più dotato sotto il punto di vista del talento puro. Peccato per il ritiro contro Djokovic nei quarti di finale a Indian Wells. Menzione anche per Mannarino, altro giocatore che dimostra che col talento puro si può competere e vincere anche contro chi ha i mezzi (fisici) pesanti sul campo da tennis. Non vincere troppo, e troppo spesso, però.

Daniele Vallotto: Ho visto molto bene Dominic Thiem a Miami e devo dire che sono rimasto sorpreso. Il Thiem che ho visto contro Murray, ad esempio, è un Thiem molto convinto di sé, che gioca bene i punti importanti e non si fa prendere dal panico quando il muro di gomma avversario rimanda di là tutto quello che gli spari. Il rovescio è un colpo davvero solido ed è già uno dei migliori monomani del circuito – la concorrenza non è che sia poi molta – il dritto un colpo da migliorare ed esteticamente bruttino (frequentare Gulbis non credo lo aiuti. Fortuna che il lettone si è separato da Bresnik). Il back di rovescio è totalmente da rivedere, è un colpo assolutamente inoffensivo – è anche vero che c’è un solo tennista nel circuito che sa giocarlo in maniera offensiva – e che tende a giocare poco per ora. Il problema principale, comunque, è che tende a stare troppo dietro e con questo non intendo un gioco dalla riga di fondo ma un gioco molto più indietro della linea di fondo. Al di là di questo, gran torneo a Key Biscaine. Lui dice che il servizio militare gli ha danneggiato la preparazione ma magari viene fuori che sulla terra i suoi colpi dalla preparazione non proprio brevissima possano risultare letali.

DELUSIONE DEL MESE
Daniele Vallotto: Mentre Novak Djokovic si affannava per tenere a bada quel tornado tennistico che risponde al nome di Alexander Dolgopolov, un tennista giapponese di belle speranze demoliva David Goffin e si conquistava il biglietto per i quarti. Io, che passavo da un campo all’altro, già mi sfregavo le mani. Sembrava tutto pronto: non che reputi Nishikori incapace di battere Djokovic, ma con Nole fuori dal torneo chi avrebbe potuto fermare il giapponese tascabile? Dieci game in sei match sembravano più che sufficienti. Che Djokovic abbia poi rimontato e vinto, poco importa: ai quarti Nishikori ha subìto da John Isner lo stesso trattamento che aveva riservato ai suoi avversari incontrati fino ad allora. Il cemento di Key Biscayne targato IGM dove Agassi – targato Bollettieri come Kei – ha vinto sei volte sembrava perfetto per il primo grande trionfo di Nishikori. Ed io, che da quando l’ho visto dare un 6-0 al terzo set al numero 1 del mondo sogno di fare un parallelo proprio con quel fenomeno di Las Vegas a cui mi sembra assomigli molto, devo riporre l’articolo nel cassetto un’altra volta. Non me lo dovevi fare, Kei.

Claudio Giuliani: C’è la fila questo mese per farsi nominare in questa sezione. Inizio dai piani alti della classica e riprendo dal discorso Isner, indicando Kei Nishikori come delusione fra i top 10. Isner lo batte in giornata di grazia, sicuramente, ma un tennista che aspiri a vincere un titolo dello Slam (o a stare nei piani altissimi della classifica con stabilità) non può subire inerme un match del genere. A quei livelli bisogna avere sempre un piano “B” e Kei, onestamente, ne sembra sprovvisto. Poi: è un habitué della zona “Colpo del mese” ma lo ritroviamo spesso anche in questo angolo di rubrica: è Grigor Dimitrov e noi in attesa della sua esplosione ci siamo seduti sul divano a leggere Guerra e Pace di Tolstoj e a sorseggiare una Menabrea. Perde da Robredo in California e da Isner a Miami e più finiscono i tornei più mi convinco che Panatta avesse ragione sul tema coach-Rasheed in Australia. Fai con calma Grigor, noi aspettiamo.

METALLURGICO DEL MESE
Claudio Giuliani: A marzo va in scena uno dei classici della sezione metallurgici: Ferrer contro Simon. Quello che penso su Simon, uno dei giocatori della mia fanta-scuderia, è chiaro. Solamente che Ferrer ha qualcosa più di Simon dal punto di vista delle soluzioni, e poi quest’anno è “on a killing spree”. Vittoria quindi meritata e niente da eccepire. C’è poi il solito Robredo, che perde da Raonic a Indian Wells e da Dolgopolov a Miami. Alla fine della fiera il migliore del mese in questa categoria è proprio Ferrer, arresosi a Djokovic per 7-5 7-5 in Florida dopo aver perso da Tomic a Indian Wells: ci può stare, due sconfitte contro due signor giocatori.

PARTITO DELLA NAZIONE
Claudio Giuliani: Se non ti va di giocare, trovare Mannarino dall’altra parte della rete è come consegnarsi al boia con le mani legate.  Fognini perde contro il francese velocemente a Indian Wells e poi al torneo successivo esce per mano di Sock, americano in ottimo momento di forma. Però è sempre Sock. Ma quando Fabio a favor di telecamera esclama “dai che domani si torna a casa” mi è venuta in mente l’ultima notte del servizio militare, quando esclamai quelle esatte parole.  Io non le avrei dette su un campo da tennis, però. Seppi si è consegnato a Federer nel match meno importante dei loro due ultimi giocati e Bolelli poteva sicuramente fare meglio in questi tornei (con Raonic no, ma con Troicki decisamente sì), ammesso che continui a desiderare velleità da grande giocatore. In soldoni: non un gran mese per il tennis italiano questo marzo.

NADALOMETRO
Il termometro della condizione di Rafael Nadal ha conosciuto il valore massimo a Indian Wells e quello minimo qualche giorno dopo, a Miami. In California si è visto il Nadal migliore dell’anno, e paradossalmente lo spagnolo si è fatto battere da Raonic (un signor Raonic) in un match che aveva praticamente vinto. Era un buon Nadal e i suoi tifosi hanno riempito il cuore di speranza in quell’occasione, soprattutto in vista della stagione su terra battuta. Una settimana dopo però queste speranze sono svanite. Contro Verdasco, un tennista-amico che si è sempre fatto da parte quando c’era da competere contro il maiorchino, Nadal ha perso giocando in maniera dimessa. Rafael ha giocato almeno tre, quattro metri dietro la linea di fondo campo, ha steccato una palla su quattro di diritto e è sembrato insicuro e  demoralizzato in parecchie occasioni. L’ha detto anche in conferenza stampa dopo la partita, aprendo uno scenario preoccupante per il futuro prossimo. Intanto, ha fatto un altro banana-shot.


VETERANO DEL MESE
Gli anni passano per tutti, è vero, ma Novak Djokovic c’è rimasto parecchio male quando l’hanno chiamato “un veterano”. Poi si è ripreso, eh.

SUONERIA DEL MESE
Nelle sale stampa dei tornei ne rideranno fino a fine anno. Il sorriso sardonico di Murray è la chicca.



MEDAGLIA PIERRE DE COUBERTIN
E correggendo l’arbitro per una chiamata sbagliata a suo favore, Wawrinka si guadagnò la qualificazione diretta alle prossime Olimpiadi. Chapeau.

AGRICOLO DEL MESE
Forse aveva solo il faccio, forse è la ruggine dopo qualche mese senza tennis o forse è semplicemente Jo-Wilfried Tsonga, madame et messieurs.

TWEET DEL MESE
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ATP

Australian Open, tabù Slam per Zverev: Shapovalov passa in tre set, ora Nadal

Sorpresa a Melbourne: il tedesco vittima dei suoi demoni, il canadese conferma di essere pronto per puntare in alto

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Denis Shapovalov - Australian Open 2022 (Instagram - @australianopen)
Denis Shapovalov - Australian Open 2022 (Instagram - @australianopen)

[14] D. Shapovalov b. [3] A. Zverev 6-3 7-6 6-3

Clamorosa sorpresa all’Australian Open, che saluta uno dei principali favoriti. Alexander Zverev cade fragorosamente agli ottavi di finale per mano di un Denis Shapovalov che appare ormai maturo per puntare a qualcosa di importante. Sulla Margaret Court Arena passa il canadese in tre set (6-3 7-6 6-3) al termine di una partita che ha visto il tedesco rimanere vittima dei suoi demoni: qualcosa non va negli Slam per Sascha, che era accreditato come uno dei pretendenti al trono di Melbourne dopo quanto accaduto a Novak Djokovic. Dall’altra parte, Shapovalov si è fatto forza dei dubbi dell’avversario, gestendo bene i suoi momenti complicati e rimanendo lucido anche quando, nel terzo set, Zverev è apparso faticare più del dovuto dal punto di vista fisico.

IL MATCH – E dire che Sascha aveva avuto due palle break subito, nel primo game dell’incontro. Denis però le ha salvate e ha finito per togliere il servizio all’avversario nel quarto game (3-1). Il canadese è stato bravo a portare fino in fondo il break, senza concedere l’opportunità del contro-break: la saetta col servizio mancino slice ha messo spesso in difficoltà Zverev, che è finito ben presto in preda alla frustrazione. Il secondo set è proseguito sulla scia del primo, con il canadese che ha strappato al primo gioco il servizio a Zverev (molto deludente il rendimento del tedesco col suo punto migliore: a fine partita avrà solo il 69% di punti vinti con la prima e addirittura solo il 29% di punti vinti con la seconda). Dopo il break subito, il tedesco ha mostrato chiari segni di cedimento nervoso sfasciando malamente la racchetta. Poi però Denis ha accusato un calo, subendo prima il contro-break (2-2) e poi il break all’ottavo gioco (5-3). Ma Zverev è incappato in un game negativo quando è andato a servire per il secondo set permettendo a Shapo di agganciarlo sul 5-5. Il tiebreak è stato vissuto come sulle montagne russe. Il canadese si è portato sul 5-1, Zverev ha accorciato le distanze sul 5-4, Shapovalov ha commesso un doppio fallo sul primo set point sul 6-4, ma ha concretizzato il secondo il punto successivo grazie a una clamorosa stecca di diritto del tedesco e si è portato in vantaggio due set a zero. A quel punto l’inerzia del match era tutta dalla sua parte. Uno Zverev in rottura prolungata ha ceduto il servizio alla prima palla break del terzo set (2-0) e solo nel sesto gioco è riuscito ad arrivare a parità sul servizio di Shapovalov, che però è riuscito a tenere il servizio e poi a chiudere al secondo match point.

 

LE PAROLE – Shapovalov, dopo aver vinto la ATP Cup a inizio anno, arriva per la prima volta ai quarti a Melbourne e conferma che questo potrebbe essere l’anno della sua definitiva consacrazione come tennista di livello massimo: è il terzo canadese ad arrivare ai quarti di finale dell’Australian Open dopo Belkin (1968) e Raonic (2019). Potrebbe essere raggiunto da Auger-Aliassime, che domani sfiderà Cilic. “Adoro giocare in Australia, strafelice di aver vinto e giocato bene in una atmosfera fantastica come questa – ha detto Shapovalov nell’intervista post partita -. Non mi aspettavo di poter vincere in tre set. Ho giocato bene in tutte le zone del campo, colpito bene su entrambi i lati e sono stato intelligente. Ho gestito bene momenti complicati e sono riuscito a venirne fuori”. Ora per Shapovalov il quarto di finale contro Nadal: “Sarà un onore. Abbiamo giocato non troppo tempo fa ad Abu Dhabi, sarà ovviamente un’altra partita, sarà una grande battaglia, ma credo proprio che ci divertiremo”. Qui, invece, le dichiarazioni dei due giocatori in conferenza stampa.


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Editoriali del Direttore

L’Italia del tennis sogna in grande con Berrettini e Sinner. L’obiettivo è uguagliare l’exploit di 49 anni fa. E di 62 anni fa no?

Nel ’73 Panatta e Bertolucci giocarono i quarti a Parigi. Solo 5 nazioni hanno due tennisti in ottavi. Se Berrettini superasse Carreno Busta e Sinner de Minaur, l’Italia potrebbe restare la sola nazione con due rappresentanti nei quarti

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Matteo Berrettini e Jannik Sinner (foto Twitter @federtennis)

Quando uno Slam arriva agli ottavi di finale si può già buttar giù un primo bilancio per nazioni.

E se fino al 2015, quando Flavia Pennetta annunciò il suo ritiro con ancora il trofeo dell’US Open in mano, il tabellone femminile era stato per anni quello che mi dava maggior soddisfazione commentare, ormai da un pezzo a questa parte è decisamente quello maschile.

Siamo fra le 5 nazioni che hanno ancora in gara fra i 16 superstiti, due rappresentanti: Berrettini e Sinner. E ci permettiamo perfino qualche rimpianto, perché Sonego avrebbe potuto essere il terzo, se non avesse perso in 4 set dal battibile Kecmanovic. Le altre quattro nazioni con due alfieri sono la solita Spagna, Nadal e Carreno Busta, il prevedibile Canada sulla scia del successo in ATP Cup con Shapovalov e Aliassime, la Francia dell’immarcescibile Monfils (35 anni e un quarto) e di un altro semi-Vet Mannarino (quasi 34) e gli Stati Uniti di Fritz (testa di serie 20 vittorioso su Bautista Agut al quinto) e del “panda del serve&volley” Cressy.

 

Le restanti 6 nazioni hanno ciascuna un giocatore ancora in gara: Russia (Medvedev), Croazia (Cilic), Germania (Zverev), Grecia (Tsitsipas), Australia (de Minaur), Serbia (Djokovic…no, pardon, è la forza dell’abitudine, Kecmanovic).

Poiché il Mago Ubaldo ha contratto uno strano virus e mi ha pregato di rinviare le sue profezie a dopo Australian Open, provo indegnamente a sostituirlo, non senza aver messo a confronto quelli che avrebbero dovuto essere gli ottavi teorici stando al seeding, ad inizio torneo, e gli ottavi  che invece si sono venuti a formare.

Tranne che per Zverev-Shapovalov di tutti gli altri ottavi teorici non se n’è salvato uno! Tecnicamente in effetti, almeno sulla  quell’ottavo dovrebbe poter offrire il miglior spettacolo

Dovevano essere 

OTTAVI TEORICI

[1] N. Djokovic (o [5] A. Rublev) v [16] C. Garin (dopo l’order of play Sonego-Garin)
[12] C. Norrie v [7] M. Berrettini
[3] A. Zverev v [14] D. Shapovalov
[10] H. Hurkacz b [6] R. Nadal

[8] C. Ruud v [11] J. Sinner
[15] R. Bautista Agut v [4] S. Tsitsipas
[5] A. Rublev (o [17] G. Monfils) v [9] F. Auger-Aliassime
[13] D. Schwartzman v [2] D. Medvedev).

OTTAVI REALI

Kecmanovic-Monfils 17

19 Carreno Busta- 7 Berrettini

3 Zverev- 14 Shapovalov

Mannarino 6 Nadal

32 De Minaur- 11 Sinner

20 Fritz- 4 Tsitsipas

27 Cilic- 9 Aliassime

Cressy- 2 Medvedev

QUARTI TEORICI

Monfils-Berrettini

Zverev-Nadal

Sinner-Tsitsipas

Aliassime-Medvedev

A questo punto mi auguro sinceramente che i quarti teorici rispettino maggiormente le previsioni di quanto è accaduto per gli ottavi teorici. Anche perché in questo caso l’Italia sarebbe l’unica nazione ad avere due giocatori ancora in lizza.

I quarti li hanno raggiunti in Australia Giorgio De Stefani nel 1935, Nicola Pietrangeli nel 1957 e per ultimo Cristiano Caratti nel 1991. Trentuno anni fa…e chi scrive c’era e se li ricorda bene. Ricorda infatti che Caratti di Acqui Terme , allievo di Riccardo Piatti insieme a Furlan, Mordegan e Brandi, battè da sfavorito un olandese diciannovenne assai promettente, tal Richard Krajicek (che era cresciuto 23 centimetri in un anno e si muoveva ancora piuttosto male..ma cinque anni più tardi avrebbe vinto Wiombledon) per poi perdere da Patrick McEnroe il quale da neo-semifinalista se ne uscì con la quote (una battuta) che fu decretata la migliore dell’anno: “Ragazzi – disse il ventiduenne McEnroe junior rivolgendosi a noi giornalisti– ma perché sembrate così sorpresi? I semifinalisti sono sempre i soliti…Lendl, Becker, Edberg e …McEnroe!”.

Se i quarti teorici che ho ipotizzato fossero proprio quelli appena scritti sopra,  vorrebbe dire che avremmo, per la prima volta dopo il 1973 al Roland Garros (Bertolucci e Panatta), due azzurri nei quarti di finale contemporaneamente. Quarantanove anni dopo.

Quarantanove anni fa Bertolucci e Panatta erano capitati nello stesso quarto di tabellone, tanto è vero che se Bertolucci avesse battuto Nikki Pilic avrebbe poi incontrato Panatta e uno dei due sarebbe approdato alla finale. Invece Paolo perse in 4 set dal tennista jugoslavo (era di Split-Spalato, come Ivanisevic) che poi battè anche Panatta in semifinale e in tre set. Fu Ilie Nastase a dominare poi Pilic in finale: 6-3,6-3,6-0. Sia Panatta sia Bertolucci si sarebbero difesi meglio.

Questa volta in teoria sia Berrettini, battendo prima Carreno Busta e poi più probabilmente Monfils che non Kecmanovic, sia Sinner, superando prima De Minaur  e poi più probabilmente Tsitsipas che Fritz, potrebbero arrivare entrambi in semifinale da parti opposte del tabellone!

Sto scrivendo quel che scrivo non tanto all’insegna del sognare non costa nulla – perché sia chiaro che già battere per Matteo Carreno Busta e per Jannik  De Minaur davanti al suo pubblico sarebbero due grossi e per nulla scontati exploit – ma per raccontare un po’ di storia del tennis italiano. E aver modo di scrivere anche che se sono 49 anni che non abbiamo più visto due tennisti italiani insieme nei quarti d’uno Slam, sono 62 che non ne abbiamo due in semifinale ed è accaduto una sola volta, nel 1960 al Roland Garros. Accadde grazie a Nicola Pietrangeli che battè in semifinale il francese Robert Haillet 6-4,7-5,7-5, e a Orlando Sirola che nell’altra semifinale invece perse dal cileno Luis Ayala 6-4,6-0,6-2.

Dopo di che Pietrangeli, che aveva colto il primo trionfo mai conquistato da un italiano in uno Slam l’anno prima lì a Parigi battendo il sudafricano Jan Vermaak, si riconfermò campione vendicando l’amico e compagno di doppio superano Ayala in cinque set  3-6,6-3,6-4,4-6,6-3.

Carreno Busta non ha più talento di Carlos Alcaraz, ma, trentenne, è molto più esperto. Berrettini sa che non avrà vita facile. Nell’articolo di Stefano Tarantino trovate tutto quello che vorreste sapere sul match fra il tennista romano e quello spagnolo di Gijon che chiuderà la settima serata dell’Open d’Australia, a metà mattina nostra di questa domenica subito dopo la conclusione dell’attesa partita fra la n.1 del mondo e idolo locale Ashley Barty e l’americana Amanda Anisimova che ha messo k.o. la campione uscente del torneo Naomi Osaka.

Per Matteo già raggiungere i quarti anche in questo torneo, come già in tutti gli altri tre Slam, sarebbe già una grandissima soddisfazione – il primo italiano a riuscirci –  anche se legittimamente le ambizioni sue e del suo coach Vincenzo Santopadre mirano più in alto. I due sono persuasi che vincere uno Slam sia un obiettivo alla portata di Matteo, a prescindere dalla presenza di Novak Djokovic che lo scorso anno lo aveva battuto in tre Slam, Parigi, Wimbledon, New York.

Io non so se ce la farà. Ma perché ci riesca è fondamentale che ci creda lui. Ricordo bene le perplessità generali ad ascoltare Francesca Schiavone quando sui 24-25-26 ma anche 28 anni dichiarava di poter vincere un giorno uno Slam. Alla fine ha avuto ragione lei. Perché aveva il talento per riuscirci. Ma prima ancora perché ci credeva.

Intanto se dovesse battere Carreno Busta, a seguito della sconfitta di Rublev con Cilic, Matteo salirebbe a n.6 del mondo, scavalcando il best ranking di Corrado Barazzutti n.7, sempre che io non abbia sbagliato i calcoli.

Un altro che crede di riuscirci prima o poi a vincere uno Slam è certo anche Jannik Sinner. Nella breve intervista che mi ha concesso Marin Cilic ha detto che Jannik ha più margini di progresso rispetto a Berrettini. E’ normale che sia così, visto che fra i due azzurri ci sono 5 anni di divario anagrafico.

Intanto Jannik giocherà il suo quarto ottavo di finale, a 20 anni e 4 mesi, il più giovane dai tempi di Juan Martin del Potro, ma il primo in Australia. Mentre Berrettini non ha mai incontrato Carreno Busta Jannik ha affrontato due volte De Minaur che davanti al suo pubblico è certamente un osso duro, anche se lo scorso anno qui perse da Fognini e se questa sarà la prima volta anche per lui che gioca un match di ottavi all’Australian Open. Il miglior risultato di de Minaur in uno Slam risale all’US Open 2020, quando raggiunse i quarti e lì perse da Thiem che poi avrebbe vinto il torneo.

Sinner dovrà giocare certamente meglio che non contro Taro Daniel, perché de Minaur è più completo e non a caso è stato anche un top-20. Ma l’averlo battuto due volte in finale del torneo Next Gen di Milano e soprattutto in un torneo come quello di Sofia con le vere regole del circuito, gli dà un piccolo vantaggio psicologico – se poi fosse superstizioso…quei due tornei li ha vinti entrambi – che bilancia in parte l’avere il pubblico contro. Per inciso un pubblico capace di essere anche fortemente scorretto quando giocano i ragazzi di casa. Soprattutto nella sera australiana quando le birre possono aver avuto qualche effetto. Il pubblico non si è certamente comportato bene né in occasione del match Kyrgios-Medvedev né del match vinto dai “cinque K”  Kyrgios e Kokkinakis su Pavic-Mektic, la coppia croata n.1 del mondo. Sembra che alla fine di quel match reso incandescente dal pubblico incoraggiato, se non proprio aizzato, dai due australiani poco c’è mancato che negli spogliatoi non si sia venuti alle mani, protagonisti – pare – anche alcune persone del team croato.

Sinner è avvertito. Gli avevo chiesto se la cosa minimamente lo preoccupasse e lui mi ha risposto con l’abituale calma: “Mi è già capitato in due occasioni di giocare contro due tennisti che giocavano in casa e credo di sapere che cosa mi aspetta e come controllarmi”.

A volte Sinner ti dà proprio la sensazione di essere un ventenne comn la testa di un ventisettenne. Chissà, forse può avergli fatto un inconsapevole favore Daniil Medvedev quando ha tenuto con grande personalità a sottolineare che fargli buuuh, o siuuh o qualunque verso, fra la prima e la seconda di servizio, non era certo un modo corretto di sostenere il proprio tennista. Ha anche aggiunto: “Non è semplice controllare tutto il pubblico, è un compito non facile per l’arbitro”.

Ci vorrà un arbitro con personalità. Ma comunque credo che Sinner non si farà troppo intimidire e neppure distrarre. Questo anche se proprio il servizio non è il colpo più sicuro del tennista altoatesino. Con Taro Daniel in un set e mezzo ha ceduto la battuta 4 volte e i tifosi giapponesi, che erano abbastanza numerosi, non erano certo indisciplinati e maleducati come molti australiani presenti nella Rod Laver Arena. Ma la concentrazione di Sinner contro de Minaur sarà ben diversa. Ne sono certo che non avrà gli stessi alti e bassi, gli stessi cali di tensione.Facciamo tifo per un italiano alla volta. Prima Berrettini. E poi Sinner.

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Australian Open

Matteo Berrettini non smette di smentire i suoi detrattori. Non si vince di solo servizio. Ha coraggio da leone

Ed è il tennista italiano più continuo dell’era Open negli Slam. Nessuno è mai stato negli ottavi cinque volte di fila. Gli altri suoi record. Ha vinto con merito con Alcaraz. E’ stato più solido. Un match epico che ne ricorda altri non suoi

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Se nei giorni scorsi aveste frequentato qualche circolo di tennis, e tanti appassionati, credo che possiate confermare che non è che in giro ci fosse grandissima fiducia nelle chance di Matteo Berrettini alla vigilia del suo match con Carlos Alcaraz.

C’era – e c’è – invece grandissima considerazione sulle straordinarie qualità del ragazzo di El Palmar, la piccola cittadina vicino Murcia dove è nato 18 anni fa, il ragazzotto già ipermuscolato che molti ritengono essere l’erede di Rafa Nadal, sebbene il suo tennis sia diverso e sebbene per ora Rafa – che ho visto dominare Khachanov per 3 set su 4, dimostrando di avere ancora le sue carte da giocare e non solo negli ATP 250  – non abbia alcuna intenzione di mollare la presa e abdicare prima del tempo. Più o meno come la regina Elisabetta nei confronti del principe Carlo…che è già vecchiarello.

Ad Alcaraz aveva dedicato un grande articolo un giorno fa Christopher Clarey del New York Times.

 

Carlos Alcaraz Is About to Cause a Big Commotion

Avevano giocato d’anticipo pensando che avrebbe vinto. Come tanti si sono sbagliati. E a me naturalmente non dispiace. Penso che a Berrettini nemmeno.

Data l’ora in cui è cominciato il quinto set del duello poi diventato epico perché conclusosi al tiebreak a 10 punti, intorno alle 8 del mattino, non avevo troppe persone con cui confrontarmi.

Ma anche in quei momenti quei pochi con cui mi sono scambiato pareri via WhatsApp non sembravano davvero ottimista sul conto di Matteo.

Aveva avuto le sue chances per chiudere in tre set, le aveva mancate anche per un pizzico di sfortuna, palle che uscivano di centimetri, net che parevano essere nati in Spagna, una apparente stanchezza, una certa lentezza, tanti rovesci slice in rete perché Matteo sembrava arrivarci in ritardo, anche qualche dritto piuttosto semplice giocato corto, e poi quella percentuale sui punti avviati con la seconda di servizio, intorno al 40%, che preoccupava ogni volta che lo scambio si allungava.

Il ragazzotto invece  – sì non riesco a chiamarlo ragazzino, Carlos sembra già uomo fatto, quella canottiera non è elegante ma mette in mostra muscoli da far invidia al Nadal prima maniera – appariva pimpante, fresco come se il match dovesse ancora cominciare.

Poi c’è stata quella caduta di Matteo. Che paura. Con tutti i guai che ha sempre avuto, alle caviglia, ai polpacci, agli addominali, al collo, lì per lì, mentre scorrevano i replay, mi sono dato una botta su una coscia e ho detto: “No dai, ancora una volta, ma non è possibile!”.

Per fortuna invece, e già al terzo replay mi sono tranquillizzato, la distorsione di quel piede quasi ingessato era stata minima.

E subito mi sono detto, mentre Matteo attendeva la visita del medico e poi i 3 minuti di MTO: “Vuoi vedere che questa pausa destabilizza un po’ il ragazzotto e magari invece Matteo, che avevo visto a tratti un po’ in affanno, si calma, si tranquillizza dopo il trauma dei due set persi e magari la sensazione che Alcaraz si avvii a essere inarrestabile e riprende il filo un po’ smarrito della partita?”.

Io non voglio attribuire eccessiva importanza a quella caduta, a quello stop che è servito a lui per riordinare le idee e allo spagnolo per irrigidirsi un po’. Però secondo me un pochino può aver pesato.

Negli scambi prolungati Alcaraz continuava ad avere il sopravvento. A un certo punto riusciva a trovare il rovescio di Matteo e allora prendeva il pallino in mano e costringeva  Matteo a far da tergicristallo.

E allora, ai miei amici, scrivevo: “Deve sperare di arrivare al tiebreak e giocarsela lì. Forse per Matteo sarebbe meglio un tiebreak a 7 punti, invece che quell’ australiano a 10”, perché l’inerzia del match sembrava essersi spostata nell’ultima ora e mezzo dalla parte del murciano e più punti si fossero giocati – pensavo – forse peggio sarebbe stato.

Mi ricordo di aver notato che i due si sono trovati 3 a 3 quando l’orologio a fondocampo segnava le 3 ore e 33 minuti di gioco – una sfilza di 3 – e poi ho fatto il tifo per il tiebreak tranne che nel momento in cui Matteo ha avuto il matchpoint sul 6-5 e servizio Alcaraz, ma lì ha sbagliato un dritto ed ecco il tiebreak.

Che è cominciato con Matteo che ha sbagliato un rovescio in rete ed è stato subito minibreak. Meno male che Alcaraz ha subito restituito il punto. Non sto a ripercorrere tutto quel che è successo. Ma quando Matteo ha raggiunto il 7-5, mi è scappata una sommessa imprecazione: “Lo sapevo che se il tiebreak era a 7 punti Matteo avrebbe vinto”. C’era invece ancora da soffrire. Poco per fortuna questa volta. Due punti tenuti alla grande con il servizio “che non tradisce nel tiebreak!”, ho esclamato, e sul 9-5 il doppio fallo del ragazzotto che lì si è ricordato di avere solo 18 anni.

Sport crudele il tennis. Sembrava dovesse vincere lui, alla fine e invece Matteo si è tolto la grandissima soddisfazione di raggiungere gli ottavi di uno Slam per l’ottava volta, più di qualunque altro tennista italiano, e per la quinta volta consecutiva. Anche quest’ultima è un’impresa senza precedenti.

Forse si dovrebbe smettere di sottolineare che il suo rovescio non è all’altezza dei big. Già, perché quale dei big ha il suo dritto? E quanti hanno il suo servizio? E quanti hanno la sua testa? La sua solidità nervosa nei momenti che contano? Siamo sicuri che il rovescio (che è comunque migliorato sia in risposta sia in slice…) debba essere molto più importante di una gran testa? Il proliferare dei coach mentali ne fa dubitare.

Quindi, basta di andare a cercare il pelo nell’uovo, di spaccare il capello in quattro. Chi non ha un colpo un più debole degli altri? I risultati parlano per Matteo, le altre sono chiacchiere. E non è che per Matteo questo torneo sia finito perché ha battuto il favorito di molti (dei più?) Alcaraz? Chapeau caro Matteo, grandissimo.

Grandissimo perché ha dimostrato una solidità nervosa pazzesca. E anche gran coraggioNon ha mai tremato. E non è la prima volta… perché mi sono subito ricordato che Matteo aveva vinto un set al tiebreak nella finale di Wimbledon contro Djokovic (il primo) e, andando a ritroso, anche il terzo set al Roland Garros. Sono andato a ricercare tutti i duelli con il n.1 del mondo: 4 sconfitte (e si sa che Matteo non ha ancora mai battuto uno dei primi 5 del mondo al di fuori di Thiem in un match a risultato ininfluente nel round robin del Masters 2019…l’unica vittoria italiana nelle finali ATP allora) con il campione serbo, ma con nessun altro tiebreak tranne quei due vinti dal nostro.

Allora – noi appassionati di tennis siamo davvero un po’ malati – mi è venuto lo sghiribizzo di andare a controllare i duelli diretti con il n.2 del mondo, dopo aver avuto la soddisfazione di quella scoperta relativa al n.1. E che ti trovo? Che anche con Medvedev, che ha battuto Matteo 3 volte su tre, ci sono stati due tiebreak e li ha vinti entrambi il tennista romano. Allora mi è tornato anche in mente il trionfale tiebreak del quinto set con Monfils negli ottavi dell’US Open 2019, perché quella fu una battaglia memorabile. E prima di quella c’era stata anche quella vinta in tre set con Rublev, con un tiebreak nel terzo che se se fosse stato vinto dal russo …sì, mi sa che si sarebbe messa male.

Dopo di che, e l’ho fatto presente in conferenza stampa con Matteo, in 4 ore e 10 minuti c’era stato un sostanziale equilibrio di game e di punti –guardando le statistiche del match che la tempestiva redazione di Ubitennis aveva messo all’inizio dell’eccellente pezzo di cronaca di Vanni Gibertini avrei scoperto dopo che per l’appunto i punti vinti da ciascuno dei contendenti erano gli stessi 159! – ma nei due tiebreak Matteo aveva vinto 17 punti e Carlos 8. Insomma il nostro, dando dimostrazione di solidità decisamente superiore, aveva fatto più del doppio dei punti del suo avversario.

Fenomenale, direi. Fatti i complimenti che meritano a Matteo e al suo coach mentale Stefano Massari, oltre che a quello tecnico Vincenzo Santopadre, non so se augurarmi che Matteo si ritrovi a giocare altri tiebreak contro quel cagnaccio di Carreno Busta. Perchè dopo aver visto l’infallibile Vlahovic (11 rigori consecutivi segnati), sbagliare quello con il Genoa, meglio non illudersi che vada tutto sempre bene così. Siccome un tiebreak importante Matteo lo ha già perso, con Nadal nella semifinale a New York del 2019, un altro caso…Vlahovic non dovrebbe ripetersi.

Ho accennato agli straordinari numero di Matteo: 8 ottavi di Slam (come Panatta e Fognini nell’Era Open, prima meglio solo Pietrangeli 16 e Merlo 9) 5 consecutivi. Non ha ancora vinto i 2 Slam di Nicola o quello di Adriano, ma con la prima finale mai raggiunta da un italiano a Wimbledon, soprattutto nei confronti di Panatta può già dirsi di essere stato più continuo.

Mi sono poi chiesto quali siano state, al di là dei 3 Slam vinti fra Pietrangeli e Panatta al Roland Garros (non dimentico che se Adriano avesse perso il tiebreak della finale con Solomon probbailmente avrebbe perso al quinto; era stravolto), quali siano state le partite più belle, sofferte fino al tiebreak finale quinto set ed importanti vinte dai nostri giocatori nei tornei del Grande Slam. Tornando indietro e senza fare ricerche troppo approfondite direi Cecchinato-Djokovic al Roland Garros 2018, Fognini-Nadal all’US Open 2015 con la spettacolare rimonta da sotto 2 set a zero, Seppi- Federer all’Australian Open del 2015 (ma l’unico successo di Andreas in 15 partite fu coronato al quarto set, al tiebreak), Sanguinetti-Srichapan con tre tiebreak negli ultimi tre set (6-3,4-6,6-7,7-6,7-6). Quante altre me ne sono perse?

In mattinata è d’obbligo la sveglia per seguire, non prima delle 7, Jannik Sinner contro il giapponese Taro Daniel che deve  avere un fatto personale con gli italiani. Dopo aver battuto Musetti a Adelaide nelle “quali” di Melbourne ha sconfitto Arnaboldi, Moroni e Caruso.

Credo che Sinner vendicherà tutti quanti e raggiungerà per la prima volta gli ottavi in Australia. Poi però dovrà battere anche il vincente di de Minaur-Andujar per centrare i quarti, così come Berrettini dovrà superare Carreno Busta. Se ci riusciressero avremo per la prima volta dal ’73 – furono Bertolucci e Panatta a Parigi quando persero entrambi da Nikki Pilic, Paolo nei quarti, Adriano in semifinale…il torneo lo vinse Ilie Nastase – due italiani nei quarti di uno Slam. E immagino come stiano fumando di rabbia le orecchie di Lorenzo Sonego che avrebbe potuto arrivarci anche lui se non avesse ceduto al non irresistibile Kecmanovic che vedremo alla prese con l’irriducibile Monfils per il traguardo dei quarti.

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