Djokovic si apre: “Sento il peso degli anni"

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Djokovic si apre: “Sento il peso degli anni”

Nole è sicuro di poter dare ancora molto sul campo da tennis. “Magari farò come Federer”. Lo racconta in questa lunga, e molto intensa, intervista

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Pare sia passato chissà quanto tempo, ma solo dodici mesi fa Djokovic era costretto al ritiro a Dubai nei quarti di finale contro Feliciano Lopez, a causa di una infezione all’occhio, interrompendo così una striscia di 14 vittorie consecutive dall’inizio dell’anno e di 17 finali consecutive dal gennaio 2015. La sconfitta contro Kyrgios negli ottavi ad Acapulco, dopo quella contro Istomin al secondo turno degli Australian Open a Melbourne e la bruttissima prestazione in Davis, dove ha rischiato contro il giovane russo Medvedev, ha subito riacceso il dibattito, peraltro mai sopito, in merito alla questione se il Novak Djokovic che abbiamo visto letteralmente dominare per un lungo periodo il tennis maschile appartenga ormai al passato oppure se il 29enne fuoriclasse di Belgrado potrà tornare ad essere il “Robonole” che era.

Le poche parole dopo la sconfitta, in cui si è limitato a congratularsi con il 21enne tennista di Canberra e a dire che non poteva sentirsi bene dopo aver perso per l’ottava volta in otto mesi, mentre nei diciotto mesi precedenti era successo solo nove volte, non hanno contribuito a rassicurare i tifosi del dodici volte campione Slam sul fatto che il loro beniamino possa tornare ad esprimersi ai livelli del suo incredibile 2015 o del primo semestre 2016. Tanto che uno degli addetti ai lavori più famosi in Serbia, l’ex capitano di Coppa Davis Bogdan Obradovic, si è proposto per aiutarlo a superare questo periodo critico.

Giovedì scorso è andata in onda su RTS1, il primo canale della TV nazionale serba, una lunga intervista esclusiva proprio a Novak Djokovic. E a giudicare da quanto ha raccontato alla televisione del suo paese, il 29enne fuoriclasse di Belgrado tutto è sembrato fuorché un atleta non più convinto di poter essere ancora il tennista vincente che tutti avevano conosciuto. Ma dalle sue parole emerge anche chiaramente il fatto che i grossi cambiamenti nella vita privata, in primis la nascita del figlio Stefan, hanno influito significativamente sulla sua vita professionale e sul suo modo di approcciarsi al tennis.

 

Tanti i temi toccati nel corso dell’intervista, svoltasi tra il parco nazionale del Kopaonik e Belgrado e durata complessivamente un’ora e un quarto circa. La prima parte è stata registrata proprio sul massiccio del Kopaonik, nel centro sciistico dove Djokovic è cresciuto. Dove Nole ha raccontato tanto di sé e della sua famiglia. Di come proprio su quelle piste si siano conosciuti i suoi genitori, con il padre – maestro di sci – che per attirare l’attenzione della mamma finse di cadere proprio davanti a lei. Di come proprio il ristorante che i suoi aprirono in quel comprensorio turistico fu la fonte di reddito che permise alla famiglia di finanziare la sua carriera fino ai primi guadagni da professionista. Per poi ricordare la sua prima allenatrice, la grande Jelena Gencic, passando davanti al campo da tennis dove la vide per la prima volta e dove lei gli insegnò a giocare a tennis e notò da subito che quel bambino aveva qualcosa di particolare. Significativa in tal senso la riproposizione della prima intervista fatta a Novak quando era bambino – aveva 7 o 8 anni – in una trasmissione tv per ragazzi (“Ho imparato prima a giocare a tennis, poi a leggere e scrivere” “Il mio obiettivo nel tennis è quello di diventare il n. 1”).

Ecco nel seguito il riepilogo, per punti, dei passaggi più interessanti dell’intervista

I rapporti con gli altri
Cerco di mantenere i rapporti con le persone e con cui sono cresciuto. Ad esempio, quando sono andato a sciare con mio fratello Marko sul Karaman (una delle cime del Kopaonik, ndr), abbiamo incontrato il signor Dragan, il suo primo istruttore di sci, e suo figlio Luka. È bello mantenere i legami dell’infanzia. Con gli amici e soprattutto con la famiglia.

La famiglia e l’educazione
I miei genitori mi hanno supportato incondizionatamente quando ho iniziato a giocare a tennis e di questo sono loro estremamente grato. Era un periodo difficile: i bombardamenti, le sanzioni contro la Serbia. E loro sono riusciti a trovare le risorse finanziarie, non so come, per permettermi di giocare tornei anche all’estero fino ai 14-16 anni. Che non portavano soldi, ma erano fondamentali per la mia crescita come giocatore. Questo è solo un esempio del loro supporto. Io oggi mi impegno affinché ci sia sempre armonia nel rapporto tra noi e soprattutto cerco di prendere le cose migliori dalla educazione che ho ricevuto da loro e di trasmettere questi valori a mio figlio e alla mia famiglia.

La lontananza da casa
Non c’è una risposta alla domanda sul come fare a compensare il fatto che sono spesso assente, lontano da casa. Questa è un problema che ha chiunque abbia uno stile di vita simile al mio, che viaggia, che ha una professione che lo obbliga a stare molto in giro. Questa lontananza, la mancanza del tempo passato insieme, è probabilmente la cosa più difficile che dobbiamo affrontare come famiglia. Ma cerchiamo di adeguarci per quanto possibile.

L’arrivo di Stefan
Finché non è nato Stefan, per me il tennis era al primo posto. Tutti lavoravano attorno a me, si sacrificavano per me e per i miei successi, e all’improvviso tutto è cambiato. Non è che non lo volessi, tutt’altro. Perché non può essere che tutto ruoti attorno alla tua vita. Mi sono impegnato e mi impegno per ricambiare queste attenzioni e questo amore, però per il tipo di professione che ho, mi sono reso conto di aver sviluppato un certo egoismo: come tennista hai le tue routine, i tuoi tornei, le tue programmazioni. E spesso capita che mi dimentichi del resto, vengo come avvolto da una nebbia in cui mi metto solo a seguire la mia strada. Ecco che allora è importante che tutta la mia famiglia – moglie, fratelli, genitori – mi ricordi che la mia vita è cambiata, che non sono più solo: ho un figlio, una moglie, una famiglia. Sono incredibilmente grato per la benedizione dell’essere diventato padre: è la cosa più bella che è accaduta nella mia vita.

Dare il meglio di sé
Sono in una fase in cui cerco di fare il meglio possibile, come marito, padre e tennista! Impegnativo, ma non impossibile. Ognuno di noi cerca di essere la migliore versione di se stesso. Allo stesso tempo, so che non posso essere ogni giorno al 100% delle mie capacità e dare il mio massimo sempre in ogni ruolo, anche se cerco di farlo… Non posso dare magari quello che gli altri si aspettano da me, ma posso sempre dare quello che io mi aspetto da me stesso. Questo è un qualcosa che ho bene in mente: cerco di dare il massimo ogni giorno, anche se agli occhi di qualcun altro può sembrare che non sia così.

La priorità è Stefan
Per me e Jelena è molto importante che Stefan sia sano, che abbia le migliori condizioni per crescere, psico-fisiche ed emotive. Partendo da questo, adeguiamo tutto quello che gravita attorno a lui, compreso il mio tennis. Per questo capita spesso che non siano con me ai tornei. Ma è una decisione che abbiamo preso insieme, consapevolmente, perché riteniamo sia la cosa migliore per lui. Lui ha priorità, su tutto.

Il sostegno dei tifosi
Sono consapevole del sostegno che ricevo. E anche di quanto talvolta faccia saltare i nervi alla gente, perché capita che me lo dicano quando mi incontrano per strada. Mi dicono che si sono innervositi per qualcosa che hanno visto durante un mio incontro, per qualche mia sconfitta o qualcosa di simile. Sento i commenti anche quando sono in campo, e sento una pressione enorme, perché percepisco le loro emozioni e la loro voglia di vedermi vincere. So che molta gente in Serbia mi guarda e questo mi dà energia. Ad esempio, se durante una partita sento che sto sbattendo la testa contro un muro, che sono in difficoltà, penso a quanta gente c’è dietro di me. E allora sento questa energia e tutto diventa diverso, tutto diventa migliore. Questo sostegno è qualche cosa che non do assolutamente per scontato e sono sinceramente grato alle persone che tifano per me.

La pressione
La pressione esiste, ma è anche un privilegio, perché vuol dire che sto facendo qualcosa di importante e che sono arrivato in una posizione in cui posso lottare per delle grandi vittorie, per conquistare dei grandi trofei, e posso fare qualcosa che mi piace. Alla fine è una mia scelta e non posso lamentarmi perché la pressione è enorme, perché è difficile. È difficile per tutti i tennisti, per tutti gli sportivi, per tutte le persone che vogliono ottenere qualcosa nella loro professione. Per tutti la pressione è qualche cosa con cui bisogna confrontarsi. Una delle lezioni che ho imparato dallo sport è stata proprio quella di convivere con questa pressione e cercare di incanalarla nella maniera giusta, di usarla in modo tale che sia una motivazione, una forza, non qualcosa di negativo che non mi permette di dare il massimo. Ed è molto facile che capiti. Nei tanti match che ho giocato e ancora oggi, praticamente in tutti match, ci sono momenti in cui il dubbio attraversa la mia testa: ce la farò? Ce la farò oggi, in questo momento, a dare il massimo? E sarà sufficiente? Non siamo macchine, tutti questi pensieri passano per la nostra testa. Però secondo me la persona coraggiosa non è chi non ha paura, ma chi sa sa affrontare la paura. Con l’esperienza, con il tempo, con il lavoro di anni, soprattutto a livello psicologico, impari a motivarti a dare il massimo anche nelle giornate in cui senti che non sei al massimo. Ti motivi, ti dici che che stai bene, che sei il migliore, che sei consapevole della tua forza e che meriti di stare lì. Queste affermazioni, questi pensieri positivi che ripeti a te stesso non sono dei cliché, veramente: queste constatazioni, questi pensieri che incanali dentro di te poi si riflettono nella realtà. Quello che pensi, lo attrai.

Le critiche
Ne ho sentite tante di recente, di tutti i tipi. Sul mio team, sul perché c’è Pepe, sul perché è andato via Becker. Sul fatto che mi alleno di meno, su come mangio. Addirittura sulla catenina che indossavo, il cristallo invece della croce. Rispetto tutte le opinioni, ognuno ha il diritto di avere la propria opinione. Credo che le critiche costruttive mi possano aiutare molto, cerco sempre di vederla da questo punto di vista. Però non mi volto neanche se sento delle storie che so non avere alcun senso. Io so chi sono, da dove provengo, dove voglio andare e dove mi trovo. Punto ad indirizzare la mia attenzione a me stesso, alla mia crescita ed alla mia famiglia. E ognuno di noi ha diritto di fare le proprie scelte, di affrontare come meglio crede la sua vita.

La passione
Continuo a giocare a tennis con la stessa passione e lo stesso amore che avevo due, tre, sei anni fa. E che avevo vent’anni fa quando ho preso in mano per la prima volta una racchetta. Il tennis mi procura sempre quella stessa forte emozione, e finché sarà così continuerò a giocare.

Il primo posto in classifica e la voglia di vincere
Il primo posto in classifica è ancora nella mia testa, è ancora uno dei miei obiettivi. Voglio tornare in quella posizione, ma non è la mia priorità principale. Questo è quello che è cambiato in me. Sarò felicissimo se il n. 1 arriverà come conseguenza dei miei risultati, del mio gioco e naturalmente è quello che voglio. Non mi è mai piaciuto perdere, come non piace a qualsiasi altro sportivo. Magari a qualcuno dal di fuori, guardando come mi comporto, guardando la mia espressione, può sembrare di no, ma dentro di me non sono mai soddisfatto di una sconfitta. Mi chiedo sempre cosa ho fatto di sbagliato, cosa posso fare per migliorarmi. Io desidero migliorarmi e avere ancora una carriera lunga. Non mi vedo alla fine, anche se sto raggiungendo i trent’anni. Gioco a livello professionistico da più di dieci anni, sono orgoglioso dei risultati che ho ottenuto nella mia carriera ma sento che ho ancora molto da raggiungere e da dimostrare, non solo a me stesso ma anche agli altri. Sono però consapevole di tutte le altre cose che accadono nella mia vita, e ne tengo conto. Non posso separare la parte professionale, come tennista, dal privato, come padre, marito, figlio, fratello e amico. Tutte queste cose, nel loro complesso, fanno di me una persona, un individuo. Come ho già detto, da quando sono diventato marito e soprattutto da quanto ho avuto la fortuna di poter diventare padre, ho dovuto adattare determinate cose della mia vita a questo, perché per me è la priorità n. 1.

L’allenamento e il nuovo che avanza
Che il tennis non sia la priorità n. 1, non significa che in campo gioco con nonchalance, che lascio che il mio avversario abbia la meglio. Mi alleno intensamente come sempre, come ho sempre fatto. Le mie routine, i miei programmi di allenamento,non sono cambiati molto, a prescindere dal fatto che io sia a casa con la famiglia oppure in viaggio. Credo anzi di allenarmi in maniera più intensa rispetto a due anni fa. Anche perché sta arrivando una nuova generazione di tennisti che sono molto motivati a scalzarci dal vertice ed è questa una motivazione ulteriore, per me e per gli altri lì in vetta, per dimostrare che meritiamo di stare lì.

L’usura fisica
Agassi l’ha raccontato nel suo libro, e noi giocatori già lo sapevamo perché ce lo aveva detto, che per i dolori alla schiena era costretto a dormire per terra. Sono purtroppo le conseguenze della carriera sul fisico di uno sportivo, dei grossi sforzi a cui è stato sottoposto per un lungo periodo. Per quanto io abbia sempre prestato molta cura ed attenzione al mio corpo e per quanto mi senta bene a trent’anni, quanti ne avrò tra qualche mese, sento le ripercussioni sul mio fisico di tanti anni di carriera, giovanile e professionistica. Soprattutto degli 11 anni di professionismo.

L’esempio di Federer
La vittoria di Federer a Melbourne, il suo diciottesimo Slam a 35 anni, dimostra che è possibile, che tutto è possibile. Lui è l’esempio di una persona che lavora molto sulla prevenzione, su di sé, fa attenzione al suo fisico. Anche lui ha una famiglia ed ha saputo trovare un certo equilibrio nell’indirizzare le sue energie, la sua voglia, la sua motivazione, sui tornei più importanti e su determinate cose. Ecco, lui negli ultimi anni si impegna a dare il massimo in tutti i tornei in cui gioca e cerca di ottenere i suoi migliori risultati nei tornei del Grande Slam. Se poi la prima posizione in classifica arriva di conseguenza, okay. Non è che lo voglia copiare, ma credo che sia una situazione con la quale dobbiamo confrontarci quando arriviamo a questa tarda età. Sto scherzando, ovviamente (ride, ndr), ma è vero che ogni cosa ha il suo tempo.

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Addio a Mike Agassi: dall’orco alla costruzione di un campione

È scomparso a 90 anni il padre di Andre Agassi, coprotagonista del rapporto conflittuale con il figlio raccontato in Open. “Ma se sono un mostro, sono riuscito bene”, ha raccontato qualche anno fa

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È morto venerdì sera, a 90 anni, Mike Agassi, all’anagrafe Emanoul Aghassian prima dell’americanizzazione del suo nome. Il padre di Andre, che anche tanti non appassionati di tennis hanno imparato a conoscere ritrovandoselo sulle mensole della libreria di casa. Il personaggio dell’ex pugile iraniano (due volte all’Olimpiade, Londra 1948 ed Helsinki 1952) è infatti coprotagonista essenziale nel racconto di Open, l’autobiografia in cui Andre Agassi ha raccontato i retroscena dell’influenza – spesso autoritaria e invasiva, ma determinante nel portarlo ad alti livelli – che il padre ha avuto nella sua formazione tennistica.

Amante di questo sport e arrivato negli Stati Uniti nei primi anni Cinquanta, Mike Agassi aveva il desiderio misto a ossessione di rendere campione uno dei suoi figli: se con i tre fratelli maggiori di Andre l’operazione non aveva dato frutti, l’investimento sul più piccolo della famiglia è stato subito imponente. La pallina con cui familiarizzare praticamente nella culla, poi il campo da tennis costruito nel terreno di casa, allenamenti intensivi sin dall’età di quattro anni e la famosa macchina spara palle (“il Drago”) che consentiva al giovanissimo Andre di esercitarsi al ritmo di migliaia di sollecitazioni al giorno. A 14 anni, lo spedì in Florida per farlo plasmare dalle mani di Nick Bollettieri, con il quale fini poi anche a contrasto sui metodi. Le spigolosità caratteriali rimangono tema dominante. La costruzione del campione capace poi di vincere otto Slam, però, è innegabilmente riuscita.

“MOSTRO” – Se in “Open” Andre Agassi racconta la sua versione di un rapporto terribilmente conflittuale, i cui nodi si sono poi sciolti con il passare degli anni, esiste anche un controcanto. Papà Mike in “Indoor”, pubblicato nel 2004, ha raccontato attraverso la penna di Dominic Cobello la sua vicenda di emigrante clandestino che è riuscito a suo modo a costruirsi il sogno americano. Arrivando fino a Las Vegas dove ha conosciuto Elisabeth, che sarebbe diventata la mamma di Andre. Dietro, una storia (anche geopolitica) ricca di sfumature: il padre di Mike (e nonno di Andre) era un armeno benestante nato a Kiev, costretto poi dal comunismo – e dalla perdita delle risorse di famiglia – a rifugiarsi in Iran con la famiglia. Lì Mike ha scoperto la vocazione pugilistica, poi gli Stati Uniti e il tormento di provare a disegnare per i figli – alla resa dei conti, per un figlio – un futuro migliore del suo.

Rimane agli atti la narrazione del padre orco delle prime 100 pagine di Open, quell’uomo che Andre ha definito “un aggressivo di natura”, ma anche un uomo con un profilo diverso – sensibile anche alla beneficenza, ricordando l’infanzia complicata a Teheran – quando si è mosso al di fuori delle conflittualità interne alla famiglia. Un passaggio dell’intervista concessa a Emanuela Audisio per Repubblica, nel 2015, può funzionare da epitaffio: “Dietro il successo dei campioni c’è sempre un genitore. Ok sarà per la loro ambizione, magari frustrata, come la mia, che da pugile per l’Iran ho partecipato a due Olimpiadi senza vincerle, ma intravedere un destino per i figli, invece di lasciarli in balia del niente, può essere male? Connors, Evert, Seles, Capriati, Pierce, Steffi Graf, Nadal, Sharapova, le sorelle Williams: dietro c’è qualcuno della famiglia che ha spinto un’ossessione, come la chiamate voi. Questa casa ha un indirizzo: viale Agassi. Se sono un mostro, sono riuscito molto bene“.

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“Je ne m’arrêtrai jamais” sulle scarpe di Parigi. A quarant’anni continua la corsa di Serena Williams

Serena Williams compie quarant’anni, la corsa per il 24° slam continua. Ci riuscirà?

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È l’anno dei quarantenni tra gli dei dell’Olimpo del tennis ancora in attività. Dopo Roger Federer, che l’8 agosto scorso ha tagliato il traguardo degli “anta” e continua a far sognare e sospirare tutti i fan della racchetta (in visibilio nel vederlo arrivare in tribuna alla Laver Cup, seppure con le stampelle dopo la delicata operazione al ginocchio), ora tocca a Serena Williams, regina indiscussa del tennis femminile contemporaneo con 23 titoli Slam (e tanto altro ancora), che oggi spegne 40 candeline.

La cadetta delle sorelle Williams (eh sì, perché Venus di anni ne ha 41 suonati e anche lei, anche se non sappiamo ancora per quanto tempo, continua a incantare le platee mondiali del tennis) contende il titolo di tennista più vincente di tutti i tempi a Margaret Smith Court. L’ex campionessa australiana vanta 24 Slam, uno in più di Serena che non è ancora riuscita a eguagliare il suo record – traguardo che forse la consacrerebbe definitivamente come più grande campionessa del tennis femminile all time, se consideriamo tutte le altre vittorie e la longevità della sua carriera.

In fondo, però, le ‘serve’ davvero quel 24° slam per essere considera la più grande della storia? Forse no. Innanzitutto Serena detiene il record di maggior numero di Slam dell’Era Open. Certo, le altre grandi numero 1 Margaret e Steffi Graf (non dimentichiamo che la tedesca ha vinto 22 Slam e nel 1988 ha completato il Golden Slam) sono state atlete immense, ma Serena vanta una carriera lunghissima che prosegue dopo 26 anni dagli inizi (era il 1995) e durante la quale ha dimostrato più e più volte di avere non solo una marcia in più rispetto alle avversarie ma, soprattutto, una voglia di giocare, vincere e rialzarsi senza pari.

 

Nonostante i molteplici infortuni e, soprattutto, alcuni problemi gravi di salute (ha rischiato la vita nel 2011 in seguito a un’embolia polmonare), Serena Williams è sempre riuscita a riemergere dalle difficoltà e a rientrare, più forte di prima, fino a conquistare l’ultimo Slam (almeno finora) nel 2017, in Australia, all’età di 35 anni e 4 mesi, diventando la tennista più anziana a vincerne uno in Era Open. E, cosa straordinaria, quel trofeo lo ha vinto mentre era già in dolce attesa, poiché la piccola Olympia sarebbe nata appena sette mesi e mezzo dopo, il 1 settembre.

Quell’ultimo titolo arrivava due anni dopo la cocente delusione del mancato Grande Slam a New York, nel 2015, quando sembrava che niente e nessuno potesse fermarla; invece, a farla cadere fu l’abilissima mano di Roberta Vinci – che avrebbe poi disputato la storica finale tutta italiana vinta da Flavia Pennetta. Un durissimo colpo per la statunitense che, infatti, dopo la sconfitta con Roberta pose fine alla stagione 2015.

Tante vite in una per Serena Williams, da giovane campionessa travolgente, alle prime “cadute”, per poi rialzarsi, reinventarsi e risalire in vetta alle classifiche. E intanto il tempo passa, gli anni si fanno sentire e il fisico non sempre risponde al meglio alle sfide a cui viene sottoposto da giovani e rampanti stelle della racchetta. Ultimamente, Serena ha dovuto affrontare grandi delusioni sul campo – a volte causate anche da reazioni non sempre giustificate ed esemplari – come la finale persa a New York nel 2018 contro l’emergente Naomi Osaka, in cui Serena perse le staffe dopo un warning per coaching, esplodendo in una crisi di nervi francamente fuori luogo.

Eppure, Serena è sempre lì. Mamma e sposa felice, non è solo un’abilissima imprenditrice, ma anche una vera e propria star negli Stati Uniti per le sue frequenti presenze in talk show, pubblicità, spettacoli e passerelle. Testimonial di svariati brand, ora possiede una propria linea di abbigliamento e accessori. Ma non è tutto. Recentemente, per il nuovo spot della Nike, girato a Nizza, dove si trova la Academy del suo celebre Coach Patrick Mouratoglou, Serena ha lanciato la sua propria linea in seno al brand americano, la Serena Design Crew.

La cronaca recente dice che negli ultimi mesi i campi da tennis non riescono a darle le soddisfazioni desiderate: l’ultimo titolo è datato Auckland 2020, e dopo la vittoria Slam in Australia 2017 ha perso ben quatto finali nei major. Nel 2021 ha ceduto in semifinale dell’Australian Open contro Osaka; al Roland Garros con Rybakina; si è infortunata a Wimbledon e ha dato forfait a New York. In questi ultimi scampoli di carriera, tuttavia, Serena è comunque sempre grande protagonista dei palcoscenici più glamour. L’abbiamo vista infatti sfilare due settimane fa al Met Gala, anche esagerata, un po’ sfrontata ma mai banale, piaccia o meno – occasione nella quale si è lasciata fotografare anche con Maria Sharapova, una delle sue più grandi rivali (sebbene sul campo abbia vinto quasi sempre Serena). A quarant’anni, la volontà di sentirsi sempre una regina c’è eccome.

La stagione 2021 sta volgendo al termine e Serena si ripresenterà sui campi nel 2022. Pronta, nelle intenzioni di vincere ancora. L’obiettivo? Lo Slam n. 24, ovviamente. Sarà difficile. Sono tante le avversarie già affermate e quelle più giovani che si affacciano sul circuito, estremamente competitive, con tanta fame di successi. Le bellissime storie di Emma Raducanu e Leylah Fernandez sono indicative del nuovo che avanza a grandi passi. E poi ci sono le altre, che non intendono smettere di brillare, come Barty, Swiatek, Kenin, Andreescu, Muguruza, Halep – per citarne solo alcune- e speriamo anche Naomi Osaka, se riuscirà a ritrovare serenità e fiducia.

Certo, sarà dura. Ma Serena ci ha abituato che, se fisicamente sta bene, può cullare ancora questo sogno. A quarant’anni? “Je ne m’arrêtrai jamais” (non mi fermerò mai) c’era scritto sulle scarpe con cui è scesa in campo a Parigi. La sfida, dunque, continua.

Alcuni dei numeri da capogiro di Serena Williams:

  • 73 titoli nel circuito
  • 25 finali
  • 23 titoli del Grande slam
  • 10 finali Slam
  • 319 settimane da n. 1 del mondo (terza dopo Steffi Graf, 377 settimane e  Martina Navratilova, 332).
  • 14 titoli Slam in doppio (tutti insieme a Venus)
  • 23 titoli in doppio
  • 1 oro olimpico in singolare
  • 3 ori olimpici in doppio

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Omaggio a Paolo Lorenzi, che si ritira dal tennis

Il tennista senese ha annunciato il ritiro dopo la sconfitta nelle qualificazioni US Open – che eredità ci lascia?

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Paolo Lorenzi - US Open 2019 (foto John Martin)

La cronaca precede sempre il commento: Paolo Lorenzi ha deciso di ritirarsi in seguito alla sconfitta per 6-4 6-3 contro Maxime Janvier. Questa informazione non arriva come un fulmine a ciel sereno: nel 2021 le vittorie erano state solo sei a fronte di diciannove sconfitte fra tabelloni principali, qualificazioni e Challenger, mentre le rivoluzioni terrestri che spingono sulle articolazioni galoppano sempre più rapidamente verso le quaranta. “Quest’anno è stato tutto più difficile, ho avuto qualche infortunio, sapevo che il mio corpo non era più come prima”, ha detto dopo l’incontro, come riportato dalla Gazzetta dello Sport. Devi capire quando è il momento di finire”.

Ma Paolo Lorenzi è rimasto fedele a sé stesso, e prima di smettere si è regalato un ultimo colpo di coda nel torneo dello Slam che gli ha regalato più soddisfazioni. Al primo turno delle qualificazioni ha infatti battuto un altro veterano come Joao Sousa (tds N.27) per 7-6(5) 1-6 7-5, e lo ha fatto alla Paolo Lorenzi, vale a dire in quasi tre ore, vincendo ben quattordici punti in meno rispetto all’avversario e concedendo più del doppio delle palle break, in gran parte salvate.

Ha forse vinto immeritatamente? No, è semplicemente riuscito per un’ultima volta a fare affidamento sulle armi che l’hanno contraddistinto, su tutte una volontà di rimanere attaccato ai punti che ha spesso e volentieri sopperito alla mancanza di potenza e che l’ha reso uno working class hero della racchetta. E infatti Thomas Fabbiano, anche lui impegnato nel tabellone cadetto (battuto al primo turno da Laaksonen), l’ha celebrato scrivendo su Instagram: “Ultimo match in carriera? Neanche per sogno!”

 

Come detto, Flushing Meadows è di gran lunga il suo Slam preferito (e gli States il suo Paese d’adozione): negli altri tre ha complessivamente vinto cinque incontri senza mai superare il secondo turno, mentre nel main draw newyorchese ne ha portati a casa nove, quasi il doppio, raggiungendo gli ottavi nel 2017 (perse da un Kevin Anderson in procinto di raggiungere la prima finale Slam in carriera) e il terzo turno nel 2016 (quando per due set morse le caviglie ad Andy Murray, di lì a poco campione del mondo) e nel 2019 quando vinse due match infiniti con avversari le cui età complessive non raggiungevano la sua, prima di soccombere a Stan Wawrinka. Ogni volta che sono qui, sono felice, ecco perché ho scelto New York per ritirarmi, ha detto infatti dopo la sconfitta con Janvier.

Questi non sono gli unici risultati di rilievo: 110 vittorie e 185 sconfitte a livello ATP; un titolo a Kitzbuhel 2016 a quasi 35 anni (ha giocato quattro finali nel circuito maggiore, tutte sulla terra, la prima a 32 anni a Sao Paulo); ben 39 finali Challenger con 21 titoli fra il 2006 e il 2019; poche partite in Davis (nove in singolare e una in doppio) ma con tanti quinti set (con Cilic nel 2013, con Chiudinelli nel 2016 e in coppia con Fognini contro Del Potro/Pella sempre nel suo anno migliore). A questo si aggiunge il fregio di essere stato il numero uno d’Italia nel 2016: all’epoca la Top 100 vedeva lo Stivale rappresentato esclusivamente da lui al N.40, Fabio Fognini al N.49 ed Andreas Seppi al N.87, un’epoca decisamente lontana dai successi attuali e presumibilmente futuri.

Al di là di tutto, però, qual è l’eredità di Paolo Lorenzi?

I suoi match sono sempre stati connotati come degli emblemi di una certa scala di valori, e conseguentemente lui è sempre stato vissuto come un’epitome: l’epitome dell’abnegazione, l’epitome della capacità di estrarre ogni oncia di talento da sé stessi, e, quando era al suo picco di numero uno d’Italia, l’epitome di un movimento in cattiva salute. Ma questa rappresentazione francamente un po’ bi-dimensionale sembra tralasciare alcuni aspetti che invece rendono Lorenzi umano ed eccezionale al tempo stesso.

Il suo modo di giocare è forse l’elemento che lo accomuna più di tutti a noi appassionati. Chiunque abbia giocato a livelli più o meno alti (nel caso dell’autore di questo articolo forse è meglio dire “più o meno bassi”), deficitando di colpi risolutivi e centimetri, si sarà prima o poi e sovente trovato/trovata ad affrontare interi match di remate da fondo campo, ribattendo con moonball su moonball (i cui flirt con la ionosfera dipendevano dalla presenza o meno del pallone aerostatico) agli attacchi del nerboruto avversario di turno, sperando di vincere nella battaglia a chi si stanca prima.

Questa dinamica di potere non si vede praticamente più a livello professionistico: ogni Top 100 deve essere in grado di vincere un’alta percentuale di punti rapidi e, se necessario, di essere padrone del proprio destino. Non Lorenzi però: Lorenzi si è sempre difeso colpo su colpo, e l’ha fatto per vent’anni senza mai cadere preda della frustrazione, facendo sapere fin da subito all’avversario che la partita l’avrebbe dovuta vincere lui. Più di tutto, però, in uno sport con una dimensione multimediale spiccata come il tennis, Lorenzi è stato disposto a sacrificare il suo corpo percorrendo innumerevoli fino a scomparire dall’inquadratura in nome della propria dedizione. Di nuovo, un working class hero, ma siamo sicuri di non stare appiccicando definizioni che, nell’idealizzarla, sminuiscono la sua figura?

Al di là delle considerazioni più prosaiche (“lo pagano per giocare, sarebbe strano se non s’impegnasse” o “è il suo mestiere, non è che abbia molte alternative”), a volte si dà per scontato che un atleta o un’atleta accetti di sottoporsi a tale stress fisico ma soprattutto psicologico, perché rimettere il proprio destino nella racchetta dell’avversario con tanta frequenza, e con livelli di gratificazione non sempre equivalenti, non è cosa da tutti, anzi, è un tipo di sfida che quasi tutti i giocatori rifuggono appena possibile cercando gradi di controllo (tecnici e prossemici) sempre più alti.

Ed è qui che Lorenzi si afferma come tennista unico nel suo genere. Pochi giocatori di quel livello si sono trovati ad affrontare dilemmi simili, e lui certamente avrebbe preferito servire come Isner o generare velocità di palla come Berrettini. La morale del duro lavoro suona bene, ma lui non avrebbe forse preferito vincere qualche punto gratis in più?

Il tema della gratificazione ritorna guardando una compilation dei suoi punti migliori:

Al di là della natura agonica dei punti (spesso prolungati e spesso chiusi con dei bei duelli a rete che valorizzano la mano dell’azzurro), sublimata dall’espressione sfinita del punto vinto contro Zhang (minuto 3:50), si può notare come molti dei suoi quindici più belli vedano come vittime Djokovic, Nadal e Murray. Saranno indubitabilmente i punti più belli vinti in carriera? Forse, ma più probabilmente sono anche fra i pochi suoi grandi scambi che sono stati trasmessi in televisione, vuoi per la caratura dell’avversario, vuoi per la location, vuoi perché si tratta di Coppa Davis old school.

Ed è qui che tutti possiamo immedesimarci ancora di più (e ancora di meno) con Paolo Lorenzi, che pur sotto 6-1 5-0 e set point con Djokovic infila un passante di rovescio stretto anticipato appena il rivale gioca un approccio un po’ approssimativo. Per il tennista pro medio, le occasioni di scendere in campo su un campo patinato sono poche, e spesso e volentieri hanno inevitabilmente una funzione sacrificale, ma a Lorenzi non sembra essere mai interessato: tutto quel lavoro l’aveva portato lì, e lui non si sarebbe scoraggiato. Come per il suo stile di gioco, anche qui non si può dare per scontata questa forma mentis, che è obbligata per poter stare lì, ma assolutamente arbitraria e per arrivarci e per rimanerci.

Quanti si sarebbero (e si sono) fermati prima? Quanti non sarebbero (e non sono) riusciti a trarre soddisfazione da risultati che non corrispondono ai sacrifici, sia fisici che economici? Questa è la natura spietata dello sport professionistico, e nel tennis ancora di più, ed è qui che Lorenzi si distingue. Si può solo concludere che il suo legame con il gioco, o quello dei Ricardas Berankis e Radu Albot di questo mondo (per citare giocatori dalle caratteristiche comparabili), sia sempre stato più forte.

Non è vero che ogni vetta sia raggiungibile o che ogni sogno sia realizzabile, soprattutto nella competizione. Si può però mettere a frutto ciò che si ha a disposizione per dare il proprio meglio, e Lorenzi, prima che i successi degli uomini italiani nel circuito ATP diventassero quasi una pretesa, ci è riuscito. “Vorrei che mi ricordassero come un giocatore che ha dato il massimo ogni volta in campo e ha sempre lottato fino alla fine”, ha detto dopo la sconfitta di ieri. Lorenzi sembra sapere che non c’è niente di romantico o moralistico in questo suo retaggio, ed è per questo che il suo messaggio assume ancora più valore, perché stiamo parlando di un giocatore che ha capito che questo fosse l’unico modo per raggiungere gli obiettivi che si era prefissato, e forse anche qualcosa di più. Buon ritiro, Paolino!

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