Rafa imperatore. Italia, qualcosa bolle in pentola

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Rafa imperatore. Italia, qualcosa bolle in pentola

Numeri da capogiro per Nadal. Lorenzi in crisi nera, ma si vede un buon Sonego. I primi squilli di Tsitsipas

Ferruccio Roberti

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0 – le volte in cui Coco Vandeweghe era arrivata ai quarti di finale nel 2018. La tennista nata a New York nel dicembre del 1991, quest’anno aveva giocato poco e male, perdendo all’esordio in due dei tre tornei ai quali aveva partecipato (contro Babos a Melbourne e con Collins a Miami) e fermandosi al secondo turno a Indian Wells, dove perse con Sakkari. Tutte sconfitte contro tenniste non incluse nella top 50 al momento in cui si sono giocate le partite. La statunitense, due week-end fa sconfitta da Mladenovic in Fed Cup, era iscritta al ricco Porsche Tennis Grand Prix, torneo della categoria Premier che si gioca a Stoccarda, dove partecipava per la seconda volta, senza aver mai mostrato tra l’altro attitudine per la terra rossa: era arrivata solo una volta nei quarti, a Madrid l’anno scorso, in un torneo su questa superficie. Sembrava lontana per lei la condizione del 2017, che le aveva permesso di entrare nella top 10 e di sconfiggere due numero 1 del mondo, peraltro durante dei Majors (Kerber a Melbourne, Pliskova a New York). Coco era stata anche grande protagonista in Fed Cup, vinta in finale in Bielorussa grazie ai suoi punti in singolare e in doppio (in quest’ultimo caso con l’aiuto di Rogers): ma non solo, era stata decisiva anche nei turni precedenti, con quattro vittorie in quattro incontri. A Stoccarda per arrivare in finale la scorsa settimana, ha avuto la meglio su tre top 10: ha prima sconfitto (6-2 6-0) Sloane Stephens, 9 WTA; poi Siegemund (6-4 4-6 6-3), 100 WTA (ma a Stoccarda campionessa nel 2017 e finalista nel 2016). Nei quarti ha nuovamente avuto la meglio (6-4 6-1) su una numero 1, Simona Halep, mentre in semifinale a capitolare (6-4 6-1) è stata Garcia, 7 WTA. In finale la statunitense, pur avendo vinto tre dei cinque precedenti, si è arresa a Karolina Pliskova, 6 WTA, uscita vincitrice dal confronto con il punteggio di 7-6(2) 6-4. Coco is coming back.

1 – la vittoria nel circuito maggiore di Lorenzo Sonego prima di partecipare all’ATP 250 di Budapest. Il quasi 23enne piemontese (compie gli anni l’11 maggio), dopo essersi qualificato a Melbourne (eliminando anche Tomic) aveva ottenuto lo scorso gennaio una bella vittoria su Robin Haase, in quel momento 43 ATP. Dopo l’exploit australiano, che aveva confermato le possibilità nel grande tennis fatte intravedere già al Foro Italico nel 2016, quando perse d’un soffio da Joao Sousa, Lorenzo si era iscritto alle quali di Sofia e si era poi dedicato al circuito Challenger, grazie al quale, con la semifinale di Bergamo e ai quarti a Quijing, aveva guadagnato un’altra ventina di posizioni, salendo sino al 157esimo posto della scorsa settimana. Una crescita che aveva mostrato come la vittoria su Haase non fosse stato un episodio isolato, come avvenuto invece con la bella prova agli Internazionali d’Italia 2016. Infatti, dopo quella partita, giocata da 330 ATP, Lorenzo era addirittura sceso in classifica sino a sprofondare, a fine settembre 2017, al 440 ATP. Per fortuna, però, la vittoria del Challenger di Ortisei e la finale in quello di Ismaning, oltre che due finali successive in tornei Futures, gli avevano fatto raggiungere la migliore classifica di sempre, poco sotto ai primi 200, al termine dello scorso anno. Una evoluzione lenta ma costante confermata appunto questa settimana a Budapest, dove è stato innanzitutto bravo a qualificarsi sconfiggendo (6-3 6-2) Gerald Melzer, 116 ATP; e Yannick Maden (duplice 6-4). Nel tabellone principale ha prima eliminato con lo score di 6-7 (2) 7-6(8) 6-4, al termine di una battaglia di 2 ore e 40 minuti -e dopo aver salvato due match point– il qualificato polacco Hurkacz, 182 ATP. Negli ottavi ha ottenuto lo scalpo sin qui più prestigioso della carriera, sconfiggendo Richard Gasquet, 29 ATP, col punteggio di 6-4 7-6 (5). Nei quarti, opposto a Aljaz Bedene, 57 ATP, si è arreso allo sloveno, vincitore col punteggio di 6-3 3-6 6-2. Lorenzo cresce, a piccoli passi, ma questa volta non vuole fermarsi.

 

3 – i tennisti italiani capaci, negli ultimi dodici anni, di conquistare tornei ATP. Oltre a Paolo Lorenzi (vincitore a Kitzbuhel nel 2016), erano stati solo Fognini, con sei titoli (Stoccarda e Amburgo 2013, Vina del Mar 2014, Umago 2016, Gstaad 2017, San Paolo 2018) e Seppi con tre (Eastbourne 2011, Mosca e Belgrado 2012) a tirare la carretta del tennis maschile italiano. Più volte si è denunciata l’assoluta mancanza di ricambi dello stesso livello di questi due tennisti, ormai più che trentenni, ma autori, quando il loro bilancio può essere solo parziale, di ottime carriere. Fabio e Andrea, anzi, come evidenziato la settimana scorsa, sono autori di una prima parte di stagione tra le migliori della loro più che decennale carriera, ma non si intravedeva chi nel breve periodo potesse prima affiancarli e poi sostituirli. Questa settimana, arriva in tal senso qualche piccola buona notizia, seppur non da enfatizzare e sebbene si debba attendere la riprova del campo nei prossimi mesi. Infatti, Gianluigi Quinzi, sin qui arrivato al massimo tre volte in semifinale a livello Challenger, ha conquistato, perdendo nel suo cammino un solo set, a Francavilla il suo primo titolo a questo livello, sconfiggendo Casper Ruud nell’atto conclusivo del torneo. Ma, soprattutto, Cecchinato, a 25 anni e mezzo, ha conquistato il primo titolo ATP, trionfando in finale a Budapest su Millman. Ancora è impossibile poter sperare che il siciliano ricalchi la carriera di Fognini e Seppi: Marco prima di questa settimana a livello ATP aveva raggiunto solo una volta i quarti di finale, a Bucarest nel 2016, e ancora deve vincere a livello del circuito maggiore un match non giocato sulla sua amata terra battuta. Fatte queste premesse, Cecchinato è stato però bravo a sconfiggere un avversario in difficoltà di risultati e già da lui superato in due circostanze, quel Dzhmur, 32 ATP, eliminato a Budapest col punteggio di 6-3 6-1. Per il resto, non ha dovuto eliminare nessun top 50, ma sono comunque buone le vittorie ottenute contro due tennisti in forma. Ci riferiamo ai successi nei quarti con Struff (5-7 6-4 6-2), 61 ATP; e in semifinale con Seppi (5-7 7-6(4) 6-3), 55 ATP. Due partite che mostrano due grandi qualità di Cecchinato, la capacità di non arrendersi mai e la voglia di arrivare nel grande tennis. Per dire se ci arriverà davvero, dovremo aspettare, ma questo successo potrebbe aiutarlo molto psicologicamente e rappresentare, come gli auguriamo, un trampolino di lancio della sua carriera. Se a tutto questo si aggiungono i quarti raggiunti, sempre nell’ATP 250 di Budapest, da Sonego, si può ben dire che qualcosa (vedremo quanto buono sia) bolle in pentola nel tennis italiano.

4- le volte (Australian Open, Dubai, Indian Wells e Miami) nelle quali Karolina Pliskova nel 2018 si era fermata ai quarti di finale. Solo in una circostanza aveva fatto meglio (a Brisbane, dove è stata sconfitta da Svitolina) e in appena una peggio (a Doha, fermata dalla Bellis). Una serie di piazzamenti che l’avevano comunque fatta arrivare nella top ten della Race 2018, pur in un anno senza acuti, nel quale aveva perso tutte e tre le volte che aveva affrontato una top 10. L’ex numero 1 del mondo è arrivata a Stoccarda, una settimana prima, protagonista nel week-end della semifinale di Fed Cup, nel quale aveva ottenuto la prima vittoria del 2018 contro una top 20, Kerber, perdendo poi da Georges. La terra rossa non è certamente la superficie preferita di Karolina, che sul mattone tritato aveva raggiunto solo una finale, perdendola nel 2014 nel piccolo International di Norimberga da Bouchard, e appena due semi (Praga 2016 e Roland Garros 2017). Le condizioni indoor in cui si gioca a Stoccarda hanno magari aiutato la ceca, in ogni caso capace di esprimere un buonissimo tennis, sin dai primi due turni, nei quali ha sconfitto senza patemi prima Bertens (duplice 6-2), 22 WTA, poi la qualificata russa Veronika Kudermetova (7-6 6-3), 193 WTA.  Nei quarti la vittoria (5-7 7-5 6-4) sulla detentrice del Roland Garros, Jelena Ostapenko, 5 del mondo, ha fatto da apripista per il successo (6-4 6-2) in semifinale su Kontaveit.  In finale, superando Vandeweghe, 16 WTA, col punteggio di 7-6(2) 6-4 ha conquistato il decimo titolo in carriera, rompendo un digiuno che durava dallo scorso giugno, quando la ceca vinse a Eastbourne.

15 – le sconfitte nelle ultime diciassette partite giocate nel circuito da Paolo Lorenzi. Il toscano tennisticamente è rimasto purtroppo a New York e all’ottavo di finale giocato contro Kevin Anderson. Dopo quella partita, nella quale Paolo nel quarto parziale era un break avanti per portare il match al quinto, il 2017 si era concluso con sole sconfitte, ben sette. Il 2018 sembrava essere partito in maniera diversa: dopo aver perso a Doha in tre set con Monfils (che avrebbe poi vinto il torneo), erano arrivate due vittorie a Sydney e la partita persa in cinque set contro Dzhumur a Melbourne. Con l’arrivo dei tornei sulla terra sudamericana, tutto sembrava far pensare che Paolo si potesse riprendere, ma la fascite plantare ha scombussolato i suoi piani e, dopo la sconfitta al primo turno di Quito, il toscano è tornato in campo solo a fine marzo. Sono arrivate purtroppo ben cinque sconfitte consecutive al primo turno, tutte contro avversari non nella top 50, tutti tennisti che il Paolo dell’anno scorso avrebbe molto probabilmente sconfitto. L’ultimo episodio di questa triste vicenda si è verificato a Budapest, contro quel Basilashvili, sconfitto da Lorenzi in occasione della finale di Kitzbuhel 2016, suo unico titolo in carriera a livello ATP: il toscano ha perso col netto punteggio di 6-4 6-2. Conoscendo Paolo, risorgerà dalle sue ceneri.

40 – il best career ranking di Pauline Parmentier, vincitrice della undicesima edizione dell’International di Istanbul, un torneo che vanta nel proprio albo d’oro star del tennis come Venus Williams, Dementieva, Radwanska, Svitolina (campionessa nel 2017) e Wozniacki. La trentaduenne francese non ha sin qui brillato negli appuntamenti che contano: non ha mai sconfitto una top ten, non è mai giunta nei quarti di un torneo Premier e solo una volta è arrivata alla seconda settimana di un Major, nel 2014 al Roland Garros, quando fu fermata agli ottavi da Muguruza. Prima di Istanbul, aveva vinto già due tornei, entrambi piccoli e molto datati: nel 2007 si impose a Tashkent su una diciottenne Azarenka, nel 2008 a Bad Gastein su Hradecka, un successo che le garantì il miglior piazzamento in classifica e l’accesso nella top 40. Nel 2018, pur giocando anche diverse quali e ITF, aveva vinto prima di Istanbul appena tre partite, scivolando al 122° posto del ranking WTA. Pauline era arrivata in Turchia reduce dal nefasto week-end di Fed Cup, durante il quale aveva perso, senza conquistare un set, entrambi i singolari giocati contro Keys e Stephens. A Istanbul la transalpina, a distanza di quasi dieci anni dall’ultima volta, ha raggiunto la finale nel circuito maggiore sconfiggendo nell’ordine: la wild card locale Aksu (duplice 6-2), 222 WTA; Putinsteva (6-2 2-6 6-3), 83 WTA; la numero 2 del mondo Wozniacki (ritiratosi all’inizio del terzo set); Begu (6-3 6-4), 37 WTA. In finale, la francese si è imposta sull’altra sorpresa del torneo, Polona Hercog, 75 WTA: Pauline ha conquistato il titolo col punteggio di 6-4 3-6 6-3.

77 – i set vinti, a fronte di solo 4 persi, da parte di Rafael Nadal sulla terra battuta dal 2017 in poi. Una serie incredibile di trentacinque vittorie e una sola sconfitta (contro Thiem nei quarti di Roma lo scorso anno) che sbalordirebbe chiunque, se non si stesse parlando del tennista più forte di tutti i tempi sul rosso. Il numero 1 al mondo sta dominando i suoi avversari anche nella fase matura della carriera, quella di atleta ormai trentenne: molti ipotizzavano che una volta persa la capacità atletica di atleta fresco ventenne, Rafa avrebbe avuto serie difficoltà anche sulla sua superficie preferita. Un dato può far capire meglio di mille parole il suo dominio e come le cassandre siano state smentite: nei settantasette set vinti nel lasso temporale considerato, solo in cinque occasioni i suoi avversari hanno fatto almeno cinque game. Inoltre, sempre analizzando i suoi dati sulla terra battuta dal 2017 in poi, solo in dieci occasioni, nelle trentasei partite giocate, i tennisti da lui affrontati hanno terminato l’incontro con una media superiore ai tre game vinti per set: numeri incredibili nel tennis moderno, così equilibrato, uno sport dove ormai moltissimi giocatori si aiutano quantomeno col servizio per non prendere “imbarcate”. Anche a Barcellona, seppur aiutato da un buon tabellone, che gli ha fatto incontrare un solo top 50 (Goffin) Rafa ha confermato come, se in salute, tra lui e gli altri tennisti, sulla terra battuta, vi siano diverse spanne di differenza. Nadal ha sconfitto nell’ordine Carballes Baena (duplice 6-4), 77 ATP; Garcia Lopez (6-1 6-3), 69 ATP; Kilizan (6-0 7-5), 140 ATP. In semifinale, non c’è stato scampo (6-4 6-0) nemmeno per Goffin, 10 ATP, mentre in finale ad inchinarsi è stato il giovane greco Tsitsipas, al quale sono stati lasciati appena tre giochi (6-2 6-1) per conquistare per l’undicesima volta l’ATP 500 di Barcellona. Rafa XI, imperatore e dominatore assoluto di Montecarlo, Roma, Madrid, Parigi e di tutti i campi di tennis al mondo in terra rossa.

94 – la classifica della scorsa settimana per John Millman, australiano classe 89 finalista all’ATP 250 di Budapest. Il tennista nato a Brisbane, sulla terra non aveva mai ottenuto buoni risultati, non solo a livello ATP, dove prima della tappa ungherese non aveva mai vinto una partita, ma anche a livello challenger, dove aveva raggiunto appena una finale (Vicenza 2015) e un quarto di finale. Una settimana di agosto del 2016 era stata sinora la sua migliore esperienza nel circuito maggiore: a Winston Salem, arrivò alle semifinali – prima e unica volta nel circuito maggiore – dopo aver eliminato nei quarti Gasquet, allora 15 ATP. Il suo best career ranking – 60 ATP nel maggio 2016 – era stato del resto costruito grazie a una serie di buoni risultati nei challenger giocati sul cemento all’aperto (9 successi e 5 finali sin qui), una superficie sul quale si era concesso anche il lusso di sconfiggere Kyrgios al primo turno degli ultimi US Open, in quella che è sin qui l’altra vittoria prestigiosa della sua carriera. A causa di alcuni malanni fisici (già l’anno scorso è finito sotto i ferri) si era ritirato nelle ultime settimane dalle quali di Rotterdam e dal tabellone di Houston, arrivando a Budapest con appena quattro eventi ATP giocati nel 2018. In Ungheria, prima ha sconfitto (6-4 7-5) Radu Albot, 97 ATP; poi ha ottenuto al secondo turno il successo più importante relativamente alla classifica dell’avversario sconfitto: John ha estromesso dal torneo (6-3 6-4) Pouille, 14 ATP. Nei quarti ha superato anche la più classica delle prove del nove, eliminando (2-6 6-1 6-4) Maden, 134 ATP. In semifinale è venuto fuori da una partita spezzettata in due giorni a causa della pioggia e durata in campo 2 ore e 52 minuti, al termine dei quali ha raggiunto la finale col punteggio di  2-6 7-6 (3) 7-6(5) dopo aver annullato tre match point a Bedene, 57 ATP. Nell’ultima partita del torneo, nulla ha potuto contro il nostro Cecchinato, vincitore col punteggio di 7-5 6-4.

207 – la classifica di Stefanos Tsitispas, appena 52 settimane fa. Il greco, che a fine marzo 2017 perdeva in una semi di un Futures a Santa Margherita di Pula dal nostro Giustino, è stato autore di una crescita eccezionale negli ultimi mesi, in particolare dallo scorso settembre, quando ha vinto il Challenger di Genova e è arrivato in finale in quello di Brest. Nei mesi finali della passata stagione, soprattutto, ha sconfitto un top 50 (Struff), due top 40 come Kachanov a Shanghai e Cuevas ad Anversa. Nella città belga, soprattutto, il greco si è dimostrato capace di sconfiggere – al tie-break del terzo set – il beniamino di casa David Goffin, che nelle settimane successive sarebbe assurto ad assoluto protagonista del tennis mondiale con la finale al Masters e in Davis. Nel 2018 erano sin qui arrivate tre vittorie importanti contro top 50 (Gasquet a Doha, Kohlschreiber a Dubai e Shapovalov a Montecarlo) e due quarti di finale (sempre in Arabia, all’ATP 250 di Doha e all’ATP 500 di Dubai), piazzamenti che proprio la scorsa settimana, quando ad agosto compirà 20 anni, lo avevano portato al numero 63 ATP, best career ranking. Un record che verrà ritoccato dopo lo splendido torneo fatto a Barcellona, dove ha costruito il migliore risultato della sua giovanissima carriera. Stefanos è arrivato infatti in finale senza perdere un set, sconfiggendo, tra gli altri, un top 10 e un top 20. Nell’ordine, ha infatti superato (6-4 6-1) Moutet, 137 ATP; poi Schwartzman (6-2 6-1), 17 ATP; Ramos Vinolas (6-4 7-5), 40 ATP e nei quarti il finalista del torneo catalano nel 2017, Dominic Thiem (6-3 6-2), 7 ATP. In semifinale, anche l’undicesimo tennista del ranking, Carreno Busta, è stato sconfitto col punteggio di 7-5 6-3. In finale, il greco non ha potuto fare altro che inchinarsi allo strapotere di Nadal, vincitore col punteggio di 6-2 6-1. Il suo rovescio a una mano e il suo essere un personaggio interessante, dotato di un tennis potenzialmente brillante, fanno credere che lo potremo vedere diverse altre volte giocare la domenica.

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Il regno dei Fab Four è al tramonto?

Il 2018 è l’anno del fisiologico calo dei Fantastici Quattro dell’era moderna, che tuttavia è iniziato già da tempo. Con i giovani che scalpitano, è tempo di porsi un paio di domande

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“Fratelli! Ciò che facciamo in vita riecheggia nell’eternità”. Così parlava Massimo Decimo Meridio nel film “Il Gladiatore”, espressione spiccatamente guerresca ed epica, ma che inquadra alla perfezione anche lo spirito dei quattro “gladiatori” del tennis moderno. Ciò che hanno fatto Rafael Nadal, Roger Federer, Novak Djokovic e Andy Murray nelle ultime quindici stagioni lascerà un segno profondo nella storia dello sport, un predominio fuori dal comune, sia per il livello degli interpreti, sia per la sua durata. Ma poiché tutte le epoche prima o poi arrivano al capolinea, da qualche anno ci si chiede quali saranno gli eredi dei “Fantastici Quattro” e soprattutto in quanto tempo il loro regno cesserà definitivamente di esistere. Per dare una risposta completa è doveroso dare uno sguardo alla loro stagione.

RAPIDO FLASHBACK – Le avventate sentenze sui Fab Four hanno accompagnato tutta la pre-season dell’annata 2018. L’infortunio all’anca di Murray e le precarie condizioni del gomito di Djokovic lasciavano molti dubbi sulla riaffermazione del quartetto nella nuova stagione, vuoi anche perché era difficile pensare che Federer e Nadal ripetessero il loro favoloso 2017. Ecco quindi che i talenti emergenti e quelli già parzialmente affermati del Tour maggiore intravedono la speranza di poter fare la voce grossa nei tornei Major, soprattutto vedendo che nei primi mesi dell’anno il serbo non riusciva più a ritrovare la sua dimensione. Come dodici mesi prima, Federer e Nadal si confermano in Australia e a Parigi, in più Roger a febbraio torna al numero uno del mondo dopo sei anni scalzando il suo eterno rivale. Ma dopo il Roland Garros qualcosa scatta nella mente di Nole. Approfittando di un Federer sottotono e di un Nadal acciaccato e allergico al cemento, Nole domina la seconda parte di stagione vincendo a Wimbledon e a New York, e la riconquista del numero uno ATP addolcisce anche le sconfitte in finale a Bercy e alle Finals. Murray invece riesce a disputare solo dodici incontri e scivola oltre la 200esima piazza in classifica, forse non sarà più in grado di tornare tra i grandi.

 

IL BILANCIO DEI FANTASTICI 4, 2018

  • Federer: 48 V – 10 S, 4 titoli (Australian Open, Rotterdam Stoccarda, Basilea)
  • Djokovic: 53 V – 12 S, 4 titoli (Wimbledon, Cincinnati, US Open, Shanghai)
  • Nadal: 45 V – 4 S, 5 titoli (Montecarlo, Barcellona, Roma, Roland Garros, Toronto)
  • Murray: 7 V – 5 S, 0 titoli

Per il secondo anno di fila, tutti i tornei Major sono proprietà dei Fab Four, alla faccia di chi credeva che fossero da rottamare. Degli ultimi 48 tornei dello Slam (dal 2006 ad oggi) ben 43 sono divisi tra Federer, Nadal, Djokovic e Murray (uniche eccezioni del Potro, Cilic e Wawrinka) e solo in una finale non era presente nemmeno uno dei quattro (US Open 2014, Nishikori-Cilic). Dati che confermano – qualora ce ne fosse bisogno – la longevità dei fenomeni del XXI secolo.

LE FRAGILITÀ – Tuttavia, analizzando più attentamente i risultati delle ultime annate, emergono forti segnali di cedimento del regno dei Fab Four. Il primo è il definitivo tramonto di Andy Murray, che nelle ultime due stagioni non è mai riuscito ad essere competitivo a causa dei problemi fisici. Si dovrebbe quindi parlare di “Fab Three”, ma, memori degli insegnamenti degli ultimi anni, meglio non dare mai per finiti campioni di tale calibro. In secondo luogo, se guardiamo alle ultimi finali dei Grand Slam (filtro maggiormente selettivo per valutare la condizione dei giocatori), manca da troppo tempo una finale tra Fab, precisamente da sette tornei, dal Federer-Nadal all’Australian Open 2017. Il 2018 è il primo anno dal 2005 in cui non si è disputata nemmeno una finale tra due Fab Four. Tra il 2006 e il 2017 il numero ha sempre oscillato da due a tre finali, con sole due eccezioni (2009 e lo stesso 2017, quando ce n’è stata solo una) e anche due stagioni (2011 e 2012) in cui tutte le finali Major vennero contese da due dei Fantastici Quattro.

L’abbraccio tra Roger e Rafa dopo la finale a Melbourne del 2017

Qualcosa sta cambiando, sia nel fronte degli avversari (vedi Thiem e Anderson alle prime finali Slam), sia a livello fisico, com’è inevitabile. In questo senso c’è un terzo indizio che suggerisce un imminente declino della stagione Fab Four e ci mostra che in realtà la vera flessione del gruppo è iniziata nel 2015. Per fare maggiore chiarezza, è necessario ripescare i bilanci delle due passate stagioni.

IL BILANCIO DEI FANTASTICI 4, 2017

  • Federer: 52 V – 5 S, 7 titoli (Australian Open, Indian Wells, Miami, Halle, Wimbledon, Shanghai, Basilea)
  • Nadal: 67 V – 11 S, 6 titoli (Montecarlo, Barcellona, Madrid, Roland Garros, US Open, Pechino)
  • Djokovic: 32 V- 8 S, 2 titoli (Doha, Eastbourne)
  • Murray: 25 V – 10 S, 1 titolo (Dubai)

IL BILANCIO DEI FANTASTICI 4, 2016

  • Federer: 21 V- 7 S, 0 titoli
  • Nadal: 39 V – 14 S, 2 titoli (Montecarlo, Barcellona)
  • Djokovic: 65 V – 9 S, 7 titoli (Doha, Australian Open, Indian Wells, Miami, Madrid, Roland Garros, Toronto)
  • Murray: 78 V – 9 S, 9 titoli (Roma, Queen’s, Wimbledon, Olimpiadi Rio, Pechino, Shanghai, Vienna, Bercy, ATP Finals)

L’ULTIMO VALZER DEI FAB – Il 2015 è stata la stagione di Novak Djokovic, arrivato a un passo dal Grande Slam, sfumato solamente per merito di uno straordinario Stan Wawrinka in finale a Parigi. Tuttavia è stato l’ultimo anno in cui almeno tre Fab su quattro si sono espressi ad alti livelli. Murray vince tre titoli (più la Coppa Davis), tra cui i Masters di Madrid e Montreal. Gioca quattro match importanti contro Djokovic, le finali all’Australian Open, a Miami e a Bercy e la semifinale al Roland Garros, ma li perde tutti. Anche Federer contrasta onorevolmente il dominio serbo, giocando due discrete finali a Wimbledon e a New York, ma perdendole entrambe, lo stesso esito dei Masters di Indian Wells, Roma e delle ATP Finals. Se Djokovic, Murray e Federer occupano rispettivamente le prime posizioni della classifica, Rafael Nadal è acciaccato e in piena crisi di risultati. Passa un anno senza disputare match di rilievo coi suoi rivali e scivola al quinto posto in classifica. Ma gli altri tre vanno alla grande.

DOMINI A METÀ – Nel 2016 si rompe qualcosa. È l’infortunio al ginocchio di Federer a scombussolare le gerarchie, unito ai problemi fisici di Nadal nel finale di stagione (per lui ancora deludente). I Fantastici quattro sono dimezzati: Murray e Djokovic si spartiscono le portate più succulente dell’annata, vincendo rispettivamente nove e sette trofei. Ma all’inizio del 2017 lo scenario si ribalta. Federer è al diciassettesimo posto nel ranking e Nadal al nono. Tuttavia i due rivali giocano una fantastica quanto inaspettata finale all’Australian Open e Nole e Andy iniziano a barcollare. L’anca tormenta lo scozzese e il serbo ha male al gomito: entrambi finiscono in anticipo la stagione. Ne viene fuori un altro anno (secondo consecutivo) in cui i Fab sono solo due, stavolta Roger e Rafa, in perfetta alternanza col 2016.

COSA ASPETTARSI ORA? – Il ritorno di Djokovic nella seconda metà del 2018 è stato dirompente e allo stesso tempo provvidenziale per il regno dei quattro, che mai come quest’anno si è visto minacciato dai vari Thiem, Zverev, Anderson, Coric e compagnia. Tre Fab su quattro hanno portato a casa almeno uno Slam, ma a differenza del 2015 ci sono meno segnali incoraggianti per l’anno prossimo. I motivi? Sicuramente Federer, che ad agosto ha spento 37 candeline, dopo l’inverno è calato in intensità e propositività, incappando in una serie di sconfitte insolite, vedi Kokkinakis a Miami, Coric sull’erba di Halle e anche la sconfitta in finale a Indian Wells, con due match point buttati al vento. Sarà difficile per lo svizzero tornare ad inanellare vittorie come nel 2017, anzi, il rischio è un calo in classifica (soprattutto dopo marzo) da cui stavolta potrebbe non essere semplice riprendersi. Stesso discorso vale per Rafa Nadal, alle prese con l’infortunio agli addominali. Nel 2018 ha sì fatto man bassa nei mesi della terra battuta, ma non è (quasi) mai stato competitivo nei tornei su cemento, tradito sempre dal suo fisico negli appuntamenti importanti. Unica eccezione, la vittoria a Toronto.

Su Andy Murray resta invece un enorme punto interrogativo: il tipo di infortunio suggerisce che non sarà più in grado di avvicinarsi al livello del 2016. Partirà con più certezze invece Djokovic, che non vorrà però rimanere l’unico Fab Four nelle prime posizioni. Perciò, i Fantastici Quattro sono al crepuscolo? Secondo quanto osservato, si direbbe più sì che no. Anche la vittoria di Zverev alla O2 Arena è un segnale importante lanciato ai Fab. Tuttavia ci hanno più volte dimostrato che più si parla di declino, tanto più ritrovano lo smalto per brillare ancora, meglio giudicare con moderazione. Altrimenti non li chiameremmo mica “Fantastici Quattro”.

Novak Djokovic – Shanghai 2018 (foto via Twitter, @SH_RolexMasters)

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Statistiche

Il dominio decimale di Djokovic, Nadal e Federer

Lo spagnolo primeggia nella percentuale di punti vinti e nella stagione appena conclusa ha perso solo quattro incontri. I top 10 nel 2018 hanno comunque sbagliato quasi un punto su due, ma i primi tre hanno ancora un altro passo. La prospettiva di Fognini

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Più si va avanti, più il margine di miglioramento si riduce. Ed è affidato ai dettagli. Lo spostamento passa dai metri ai centimetri, dai numeri interi ai decimali. Ai vertici di ogni ambito sono i particolari a fare la differenza e questo accade anche nel tennis di vertice. Dove vince chi sbaglia di meno, perché comunque si sbaglia tanto. Il report statistico di fine anno dell’ATP mette in evidenza un aspetto che non risulta così immediato a un livello d’analisi superficiale: i top 10 perdono quasi un punto su due. Su un totale di centomila (o poco più) punti giocati, quelli vinti sono appena il 53 per cento.

Top 10: 2018 Season – Points Won & Lost / Prize Money (fonte ATP – www.atpworldtour.com)

Guardando al podio del ranking, è Nadal a vantare la percentuale migliore (55.4%) pur avendo giocato nove partite in meno rispetto a Federer (54.4) e ben 16 rispetto al numero uno Djokovic (54.5). Il dato medio dei Fab Three è di 54.7 è rende l’idea di quale sia la distanza a separarli dai più immediati inseguitori: Alexander Zverev, quattro del mondo, è andato a segno nel 52.8% dei casi ed è quello che ha giocato più di tutti (77 partite). Dallo stesso Zverev a John Isner, quindi dal quarto al decimo in classifica, il livello si abbassa al 52.2%. C’è quindi un gap di due punti e mezzo percentuali (54.7 contro 52.2) a separare i tre fenomeni da chi gli sta a ruota. Tornano a questo punto in mente le parole di Craig O’Shannessy, il mago dei numeri del clan Djokovic, che agli US Open ha raccontato qualcosa di molto interessante al nostro Luca Baldissera. “I migliori al mondo vincono in un anno circa il 90% dai match, ma lo fanno mettendo a segno appena il 55% dei punti. Djokovic nel 2015 ha fatto 82 vittorie e 6 sconfitte, era una belva – le parole dell’analista ATP -, ma se andiamo ad analizzare i cosiddetti anni da Superman, come quello, e come anche certi di Nadal al Roland Garros, vediamo che per ottenere prestazioni incredibili tutto quello che ci è voluto è stato passare dal 55% al 56% dei punti vinti”

 

O Shannessy ha elaborato così una vera e propria “regola del 55”, che si integra con l’altro ben noto teorema dei “four shots”: entro i tre scambi dopo il servizio si risolvono il 70% dei punti, dal quinto all’ottavo colpo il 20% e oltre il nono solo il 10%. In realtà, al netto dei possibili arrotondamenti, i dati sul 2018 sembrano leggermente al ribasso visto che al 56% non ci è arrivato nessuno, anzi non è stato toccato nemmeno il 55%. Stesso discorso per la percentuale di match vinti: comanda anche qui Nadal, che ne ha persi solo quattro su 49. A conquistare il maggior numero di incontri è stato lo stakanovista Zverev (58/77), fermandosi però al 75.3%. Anche da questa particolare classifica emerge, con proporzioni ancor più nette, il gap che separa i tre che si sono alternati al numero uno dal resto della truppa. Djokovic, Nadal e Federer hanno vinto l’85.3% dei loro incontri, mentre la media degli altri sette top 10 si attesta al 70.4%. John Isner, 10 ATP, ha perso ben 22 volte nei 56 incontri disputati chiudendo il 2018 con un non entusiasmante 60.7% di successi.

Top 10: 2018 Season – Matches Won & Lost (fonte ATP)

FOGNINI: QUANTO MANCA ALLA TOP 10? – Viene così offerta da questi dati un’altra unità di misura della distanza che ha separato Fabio Fognini, comunque tornato al suo best ranking (13), dal sognato ingresso tra i primi dieci. Il numero uno azzurro ha chiuso l’anno solare scendendo in campo 68 volte nel circuito con 46 vittorie (67.6%). Un dato percentuale che lo mette sostanzialmente alla pari di Nishikori e Cilic e addirittura più avanti del buon Isner.  Anche nel calcolo dei punti vinti Fognini non sfigura: col suo 51.4% è chiaramente distante dalla media percentuale dei primi tre, ma non poi così tanto dagli altri. Il suo dato è addirittura migliore rispetto a quelli di Thiem e Isner. Chiaramente, sono rilevazioni statistiche che non possono avere correlazione diretta e assoluta con il ranking, visto che vanno filtrate su due livelli: la tipologia dei tornei in cui si conquistano le vittorie e i punti da difendere. Da questo punto di vista, la differenza si può misurare partendo dagli Slam del 2018 in cui Fabio ha vinto nove partite spingendosi fino agli ottavi (miglior risultato) a Parigi e Melbourne. La media di incontri vinti dai top 10 nei major è di 14.7 e nessuno è sceso sotto quota dieci (Zverev, a suo modo un’anomalia). Il salto di qualità nel 2019 passa dai grandi appuntamenti.

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Statistiche

Zverev regge il confronto con i ‘Fab’. Gli è davanti solo Nadal

La gemma raccolta da Sascha a Londra, dove ha vinto il trofeo (sinora) più prestigioso della sua carriera, vale un primo bilancio. Alla sua età Federer era dietro, Djokovic più o meno al suo livello

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La precocità di un tennista è sempre una questione spinosa, perché è difficile e spesso poco sensato basarla soltanto su un confronto di età. Lo sport è mutato molto nei decenni e il contesto nel quale si trova un diciottenne di oggi è ben diverso da quello in cui si trovava nei primi anni duemila, o a fine anni 80, per non andare ancor più a ritroso nel tempo: ad esempio, ormai è chiaro che non ci si possono più aspettare teenager campioni in un torneo del Grande Slam (tra gli uomini in attività, nonostante si parli forse dell’era migliore di sempre, c’è il solo Nadal ad esserci riuscito).

C’è però sempre, per fortuna, qualcuno che supera le aspettative e costringe a ripercorrere indietro il tempo per fare paragoni. Nella seconda metà degli anni dieci, questo qualcuno è Alexander Zverev. A ventun anni il tedesco ha conquistato le ATP Finals, battendo in semifinale e in finale Roger Federer e Novak Djokovic, e si è lanciato definitivamente come una star del tennis più mainstream. Da ora in poi anche lo spettatore occasionale conoscerà il suo nome, ammesso che non fosse così già grazie ai tre successi nei Masters 1000 (Roma, Canada e Madrid) e a una presenza ai vertici fissa. Confrontati con quelli dei coetanei, i risultati di Zverev sono strabilianti: per la sua generazione erano state istituite le Next Gen Finals, la versione under-21 del Masters di fine anno; lui entrambe le volte le ha saltate, qualificandosi all’evento stellato vero e proprio. E mentre già si affacciano sul circuito i figli dei nuovo millennio, nessun nato negli anni 90 ha finora ottenuto risultati simili a quelli del tedesco di origini russe. Difficilmente quindi sarà qualcuno con più anni di lui a sbarrargli la strada in futuro, quando i migliori di adesso avranno raggiunto l’età pensionabile (che nel tennis, come nel mondo reale, continua ad alzarsi).

 

Alexander Zverev – ATP Finals 2018 (foto Alberto Pezzali Ubitennis)

Il cammino di Zverev in questi suoi primi anni nel circuito pro, tuttavia, regge il confronto anche con quelli dei Fab Four, gli unici tra i mostri sacri del tennis che Sascha avrà mai modo di affrontare direttamente e a parità di condizioni. Sfruttando il suo successo alla O2 Arena di Londra, la ATP ha paragonato la carriera di Zverev a quella che, all’età attuale dell’amburghese, avevano avuto gli unici giocatori in attività ad aver raggiunto la posizione di numero uno. Risultato? Sascha ne esce più che bene. Il suo terzo anno “full ATP”, senza qualificazioni né Challenger, lo porta a 10 titoli e 175 vittorie in carriera, e a un passo dal ritorno al suo best ranking di numero 3 del mondo. Fermando l’orologio storico di Federer, Nadal, Djokovic e Murray a ventun anni e 212 giorni si scopre che Zverev è in pari, se non avanti, a tre dei quattro. L’unico tre spanne sopra gli altri è il maiorchino: i dati fanno (ri)scoprire la sua già citata precocità, dato che a quell’età era stato capace di vincere la bellezza di 23 titoli e di superare le 250 vittorie ATP, peraltro con meno sconfitte di Zverev, nonostante quasi il doppio delle stagioni passate nel circuito maggiore fino a quel punto.

Djokovic è quello con il quale Zverev si trova più in linea, perché i loro percorsi sono i più simili almeno dal punto di vista numerico: stesso best ranking, appena un titolo in più per il serbo. Il punto è che all’epoca, e parliamo di fine 2008, oltre alle ATP Finals Nole aveva già vinto Masters 1000 complicatissimi come Indian Wells e Miami e soprattutto il suo primo trofeo Slam agli Australian Open. Murray è indietro a tutti, anche se a differenza di Zverev a quell’età aveva già raggiunto una finale agli US Open mentre attualmente il miglior risultato di Sascha in un major è appena un quarto di finale. Da questo punto di vista può consolare la storia di Federer, oggi a un solo titolo dal fare cento eppure di gran lunga il “late bloomer” del quartetto: a ventun anni Roger aveva combinato meno di quello che il suo protetto ha ottenuto finora, con un solo titolo Masters ad Amburgo, zero semifinali Slam, e il best ranking di numero 4; qualche mese dopo avrebbe fatto il salto di qualità definitivo, iniziando a vincere grandi tornei su grandi tornei. Non è detto che vada allo stesso modo, soprattutto negli stessi tempi, ma Zverev sembra pronto e la crescita tecnica si sta già innegabilmente tramutando in risultati sul campo.

Per concludere si può dare uno sguardo agli scontri diretti, sempre contro i Fab Four (dato che, come già detto, Zverev è per il momento di gran lunga superiore a tutte le altre nuove leve): parità contro Federer (3-3) e Djokovic (2-2), uno solo precedente con Murray perso quando il suo tennis era fin troppo acerbo, e il pesante 0-5 contro Nadal, reso ancora più amaro dal match point sprecato rovinosamente nel loro primo confronto a Indian Wells 2016. Avrà modo di vedersela con loro ancora per qualche anno, e l’età sembra destinata a favorirlo sempre più. Il quadro finale, insomma, sorride a Sascha: che oggi ci sia una coppa o una finale in meno di questo o di quello conta davvero poco, lui è da solo nel trend dei più grandi. Le vere somme si tireranno tra una quindicina d’anni, e c’è da credere che per allora la storia gli avrà dato tutta la ragione.

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