US Open: a Lorenzi non basta il solito cuore, passa Anderson

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US Open: a Lorenzi non basta il solito cuore, passa Anderson

NEW YORK – Paolo Lorenzi, sotto 2 set a 0, vince il terzo e va un break avanti nel quarto. Vince il miglior servizio di Kevin Anderson. Torna ai quarti a New York dopo due anni

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da New York, il nostro inviato

[28] K. Anderson b. P. Lorenzi 6-4 6-3 6-7(4) 6-4

 

Non riesce a Paolo Lorenzi ​l’impresa​ di diventare il primo italiano a qualificarsi ai quarti degli US Open da quando ​ lo Slam statunitense si disputa a Flushing Meadows​, ma il numero 2 italiano esce comunque dal campo a testa alta. L’azzurro affrontava uno dei giocatori più “caldi” del circuito, un tennista che in questo torneo non aveva ancora perso il servizio nelle tre precedenti partite, costringendolo a dare il meglio di un potenziale tennistico che ha portato in passato il sudafricano nella top ten. Bravissimo Paolo a non mollare dopo i primi due set, durante i quali era stato sovrastato dalla potenza del servizio e del dritto di Anderson, ad attendere con pazienza e tenacia che l’avversario calasse, per potersi giocare le proprie carte, raggiungendo in tal senso l’obiettivo. Lorenzi ha infatti allungato la partita al quarto, parziale nel quale si è trovato – giocando benissimo in quello spezzone di match – avanti anche di un break. Purtroppo a quel punto si è spenta la luce per l’italiano, tornato a subire la maggiore potenza del sudafricano, che dopo 2 ore e 58 minuti, ha guadagnato i secondi quarti di finale a New York (e in generale nei Majors), dopo quelli raggiunti nel 2015. Vanno comunque fatti tanti complimenti a Paolo, in questo US Open capace di essere il tennista più anziano dell’era Open a raggiungere per la prima volta gli ottavi di finale: una bellissima testimonianza di quanto e bene abbia lavorato in questi anni per meritare appieno soddisfazioni come questa.

Non era del resto minimamente facile il compito che attendeva Paolo: Kevin Anderson, 32 ATP (ma nella top 10 meno di due anni fa, prima che una serie di problemi fisici nel 2016 lo fermasse per 4 mesi, facendolo scendere sino alla 77°posizione del ranking), era reduce da un’ottima estate sul cemento nord americano, nella quale aveva raggiunto la finale all’ATP 500 di Washington e i quarti di finale al Masters 1000 di Montreal. Che il sudafricano fosse in un buon periodo di forma, lo dimostrava inequivocabilmente il rendimento in questi suoi US Open, col suo miglior fondamentale, il servizio, mai perso in 43 turni, durante i quali aveva salvato 14 palle break. Non aiutava ad avere molte speranze nemmeno il bilancio dei precedenti: nelle tre volte, delle quali due sul cemento, che si erano affrontati, Paolo aveva raccolto solo un set. Si gioca sulla versione ​ del Louis Armstrong​ allestita temporaneamemte ​per questa edizione, montata a fianco al sito dove nel 2018 verrà inaugurato il nuovo secondo campo di Flushing Meadows, ​che sarà ​ munito di tetto capace di far giocare anche in caso di pioggia. Proprio una leggera pioggia, ha rallentato il programma sui campi secondari, ma quando, poco dopo le 17, entrano in campo Paolo e Kevin, il cielo è praticamente sgombro da nuvole.

Si gioca molto poco sul servizio di Anderson e Lorenzi lo capisce sin dal primo game, nel quale il sudafricano spara tre ace. Kevin in 5 turni di battuta concede solo 2 punti, anche Paolo fa arrivare Anderson solo una volta a 30. Nel decimo gioco però, quando l’azzurro è chiamato a servire per rimanere nel set, il sudafricano si fa più aggressivo e preciso col dritto e Paolo sbaglia qualcosina in più. Proprio con questo fondamentale il sudafricano ottiene un primo set point, annullato dal toscano con un servizio vincente. Paolo sale ad un punto dal 5-5, ma una sciagurata sequenza di due doppi falli, i primi del suo incontro, regalano la seconda palla set ad Anderson, che ancora col dritto fa male, portando a casa il primo set per 6-4 dopo 35 minuti di partita. Il secondo ​ parziale ripete lo stesso copione del primo. Paolo non riesce a giocare sul servizio del sudafricano, non legge nemmeno le traiettorie della seconda di servizio e così ogni piccolo calo dell’ azzurro risulta fatale: questa volta accade nel sesto gioco. Paolo si trova sul 30-15, commette un doppio fallo che fa rientrare nel game Anderson, che non se lo fa ripetere due volte e con due grandi dritti ottiene il break che si rivela decisivo. Con questi chiari di luna, il set è perso in quegli istanti e difatti, dopo un’ora e 14 minuti, ancora con un bel dritto, Anderson conquista col punteggio di 6-3 il secondo parziale. Abbiamo la fortuna di poter seguire la partita nelle vicinanze del coach di Paolo, Claudio Galoppini, una persona perbene, oltre che ottimo tecnico. Alla fime del secondo set, analizza come Paolo non riesca questa sera a giocare neanche sulla seconda palla di Anderson e che quest’ ultimo stia giocando molto bene, anticipando molto e non dando tempo al suo giocatore di fare nulla. In effetti, i numeri della partita alla fine del secondo parziale sono impietosi: Paolo ha conquistato solo 4 punti quando era in risposta (e uno di essi era doppio fallo) e Anderson ha conquistato effettivamente il 91% dei punti giocati con la seconda.

Quando inizia il terzo set, si accendono le luci dei riflettori del Louis Armstrong e, in fondo, anche nel tennis di Lorenzi. Sentiamo Galoppini dire che, se potesse, suggerirebbe a Paolo​ di stare un po’ più dietro sulla seconda dell’ avversario e di chiudere le traiettorie esterne. Lorenzi, in ogni caso, fa piccoli progressi nei primi suoi due turni di risposta, nei quali conquista due punti. Sono i prodromi del primo break per l’italiano: nel sesto gioco, infatti, Paolo arriva sul 30 pari e, prima si guadagna ​la prima palla break dell’ incontro inducendo all’errore Anderson, poi​ la trasforma con un bel passante di dritto. Purtroppo non vi è il tempo di esultare, che subito l’ex top ten rientra in partita: nel​ gioco successivo, Paolo sul 40-15 commette un doppio fallo molto pesante, del quale Anderson approfitta per rimontare. Sul 40 pari, un infinito scambio da fondocampo vede il toscano affossare in rete il suo rovescio. Basta una sola palla break al sudafricano, che esulta molto quando con il dritto effettua il controbreak. Si arriva al tie-break, preceduto dall’ultimo brivido nell’undicesimo gioco, quando, sul 15-30,​ Paolo si salva da uno scambio lungo e duro, durante il quale in molti frangenti si è salvato in difesa con bravura, portando poi il game a casa. Il gioco decisivo premia Paolo, che ormai riesce a leggere meglio il servizio dell’ avversario, costringendolo a scambiare di più: Anderson commette diversi errori coi fondamentali da fondocampo e, seppur sul 5-2 commetta un doppio fallo da brividi, è bravo a riallontanare il sudafricano con un bel passante. Sul 6-4 Lorenzi nel tie-break, l’ex 10 ATP mette il dritto in corridoio, consegnando il set a Lorenzi, capace di vincerlo nonostante un misero 47% di prime in campo ​ ​ (ma con il 94% di punti vinti quando gli entrava la prima).

Il quarto set inizia ​ bene ​ per le sorti azzurre, seguendo l’inerzia con la quale si era chiuso il terzo: Paolo risponde spesso al servizio di Anderson, che appare stanco e nervoso per come sia migliorato il rendimento del suo avversario. Nel quinto gioco, come diretta conseguenza, arriva il secondo break della partita per Lorenzi, che sul 30 pari si produce in una gran risposta che induce all’errore Anderson, il quale, in piena confusione ​,​ regala un doppio fallo. ​ ​ Purtroppo, però, come accaduto nel terzo set, subito arriva il controbreak: Anderson torna a spingere, sul 30 pari il toscano affossa il rovescio in rete e sul punto successivo un nastro “sudafricano” manda fuori tempo Lorenzi, portando il punteggio sul 3 pari. Nell’ottavo gioco Paolo si trova per la prima volta sull’orlo del baratro: tre errori gli costano tre palle break consecutive che ​,​ qualora convertite ​,​ manderebbero Anderson a servire per il match. Paolo le annulla splendidamente tutte e tre, la seconda in particolare con un meraviglioso rovescio stretto​ incrociato ​, a chiusura​ di un lunghissimo scambio. ​La resa, purtroppo, è però solo rimandata a due giochi dopo: con il toscano chiamato a servire sul 4-5 per rimanere nel match, Anderson gioca a braccio sciolto ed è di nuovo ​molto aggressivo. La stanchezza accumulata si fa sentire per Paolo, che non è più aggressivo: sullo 0-40 col rovescio affossa in rete la pallina, consentendo ad Anderson di arrivare ai quarti, dove affronterà il vincente della sfida tra Querrey e Misha Zverev.

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Editoriali del Direttore

Indian Wells: analisi di una doppia delusione azzurra e i dubbi sulle scelte di casa Piatti per Jannik Sinner

I timori sulla condizione di Matteo Berrettini. Sarà stanco per la lunga e stressante stagione? Recupererà per Torino? Su Sinner: non c’è stata incoerenza fra le modifiche attuate ora al servizio e l’obiettivo Torino?

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Jannik Sinner - Indian Wells 2021 (foto Vanni Gibertini)

Parliamoci chiaro. Per le nostre aspettative, quelle generalmente condivise dagli appassionati italiani, il torneo di Indian Wells è stato una grande delusione. E il fatto che alle semifinali del torneo siano giunti 4 tennisti non compresi fra i primi 25 del mondo accentua inevitabilmente quella delusione.

Anche se, d’altro canto, un po’ l’attenua il fatto che Fritz, il giustiziere della nostra squadra di Coppa Davis, abbia colto poi anche lo scalpo del tennista che pareva più in forma degli altri, Zverev. Il quale, detto inter nos, il suo match se l’è proprio mangiato, dal 5-2 in poi e con il doppio fallo sul matchpoint…sia pur con l’alibi del sole. Però è indubbio che Taylor Fritz, se giocasse sempre così, sarebbe un osso duro per chiunque e ci si può perdere benissimo senza arrossire.

Tuttavia resta il fatto che dacché era uscito il sorteggio non c’era stato un media italiano che non si fosse affezionato all’idea di un ottavo di finale tutto italiano, il primo duello fra Berrettini e Sinner. Con un italiano – se quell’eventualità si fosse verificata – garantito nei quarti.

 

Mi sa che gli abbiamo portato tutti male, a entrambi. Affezionarsi a un’idea non voleva dire sognare, come quando -ad esempio – qualcuno aveva sognato che Berrettini battesse anche Djokovjc e trionfasse a Wimbledon. Quello sì che era un sogno, anche se dopo il primo set, la schiera dei sognatori si era infittita.

Questa volta, confidando nell’ordine delle teste di serie di Indian Wells e in un tabellone che pareva piuttosto buono fatta eccezione per Isner sulla strada di Sinner (e pure Isner ha poi invece dato via libera spianando la strada) era un pronostico – ancor più che una speranza – che pareva avere solide basi di concretezza. L’ostacolo Fritz, una doppia gabbia se fosse stato un concorso ippico, non pareva insormontabile.
Invece nel Masters 1000 più abbordabile della storia degli ultimi 17 anni, senza Djokovic, Nadal e Federer, con Aliassime subito fuor di scena, un Medvedev fuor …di testa (pazzesco il modo in cui avanti 6-4 e 4-1 è riuscito a perdere con Dimitrov, anche se poi il russo ha dato la colpa alla lentezza della superficie e alla enorme difficoltà nello sfruttare l’efficiacia del servizio), i nostri due migliori giocatori hanno deluso ogni aspettativa giocando… malissimo Berrettini e male pure Sinner!

Ciò sebbene sia giusto osservare che Fritz è stato tutto fuorché un amico – battutaccia cui nessuno si è sottratto, e c’è stato anche chi nei social ha optato per l’aperitivo preferito da Sinner e Berrettini… il gin-Fritz! –  in particolare contro Sinner quando è sembrato in giornata di vena davvero straordinaria (come del resto ha replicato nel secondo set contro Zverev).

L’americano ha comandato sempre lui il gioco, salvo che nei primi 6 giochi, favorito peraltro da un Sinner disastroso al servizio: 0 ace, 4 doppi falli 51% di prime palle ma intorno al 40% per più di un set, 34% soltanto di punti vinti con seconde palle spesso servite pianissimo, 12 palle break a Fritz che non è davvero Djokovic ma Jannik lo ha fatto apparire tale (per questi dati assai accurati ringrazio l’affezionato lettore Brandon).

Di giocare male ci sta. Accade, più o meno, a tutti. Nessuna giornata è uguale all’altra, anche per noi che non giochiamo a tennis. Sappiamo tutti che i grandi campioni, i Fab Four un esempio infinito per tutti, sono quelli che sono anche i più continui nell’esprimersi ad altissimo livello.

E in termini di continuità mi sembra che quest’anno noi ben poco possiamo rimproverare a Matteo Berrettini, che non solo è rimasto saldamente fra i primi 8 del mondo smentendo quanti dubitavano del suo ruolo di top-ten ma è salito a n.6 con una serie di risultati impressionanti che avrebbe potuto essere addirittura ancora migliori se non avesse avuto la sfortuna di imbattersi nel n.1 del mondo Djokovic in tre Slam (Parigi, Londra, New York) e non fosse stato costretto a ritirarsi a Melbourne. Devo ricordare che sono i tornei che distribuiscono più punti?

E ben poco, sempre in termini di continuità, possiamo rimproverare a Jannik Sinner che aveva chiuso il 2020 a un già lusinghiero n.37 ATP  e lunedì prossimo, a 20 anni e 2 mesi, lo ritroveremo a n.13 del mondo (ovviamente suo best ranking) e ancora in corsa per le ATP finals, mentre per le NextGen è semplicemente il primo in graduatoria. A un ventenne che sale 24 posti in classifica non si può che dire bravo.

Se quest’anno è stato un anno magico per il tennis azzurro lo dobbiamo principalmente a loro due, anche se a far parlare di rinascimento del tennis italiano hanno contribuito in tanti. E cioè almeno tutti quei dieci giocatori che in certi periodi sono stati contemporaneamente fra i top 100, stimolando anche i colleghi giornalisti di altri Paesi a scrivere e chiedersi del fenomeno italiano. E ciò è accaduto proprio nell’anno in cui Torino si appresta ad ospitare le finali ATP che per 12 anni erano state a Londra e mai prima in Italia. Di quest’ultimo successo, ottenuto su un campo diverso, quello politico-organizzativo, dobbiamo essere grati a tutti coloro che si sono battuti per raggiungerlo: cioè la federtennis, gli enti locali piemontesi, ex sindaco Appendino in testa, il Governo all’epoca in sella.

Tutto ciò ampiamente premesso e sottolineato, con giusto orgoglio e direi perfino con la dovuta riconoscenza… perché sono i buoni risultati che fanno crescere l’interesse della pubblica opinione e di conseguenza gli spazi nei media nonchè il maggior coinvolgimento delle aziende e degli sponsor, questo non ci esime dall’esprimere le nostre opinioni su quanto abbiamo visto accadere a Indian Wells.

Voglio aggiungere alla lunga premessa anche il fatto che, probabilmente per le condizioni climatiche, la strana luce, i campi davvero lenti, quasi nessuno dei top-player ha giocato fin qui bene (salvo forse Zverev fino al 5-2 al terzo con Fritz prima di rovinare ogni cosa). Lo stesso Tsitsipas, n.2, era stato in notevole difficoltà con Fabio Fognini e le ha confermate con Basilashvili. Questo per dire che se si sono trovati male anche Berrettini e Sinner, beh ci sta. Peccato però. Quei punti del Mille di Indian Wells, così tanti, facevano gola e servivano da morire.

Dispiacerebbe però che questi riscontrati in California potessero rivelarsi segnali di affaticamento, conseguenti a una lunga e stressante stagione. Tanto più stressante perché seguita al semestre Covid di riposo forzato nel 2020.

E dispiacerebbe perché ci sono ancora 4 settimane di tornei importanti, forse decisivi sia per la qualificazione alle finali – per Berrettini voglio sperare sia quasi scontata –  sia per la classifica di fine anno che è super importante per la posizione nel seeding del prossimo Australian Open e…per i contratti con gli sponsor.

Nelle 4 settimane che restano al massimo si puo’ partecipare a un paio di  250, a un 500 e a un Masters 1000. C’è Anversa la settimana prossima (o Mosca, entrambi 250), Vienna quella successiva (500 o St Petersburg 250), Parigi-Bercy (1000, dal 1 al 7 novembre), Stoccolma (250 dal 7 al 13…e chi la gioca non può fare le Next Gen, come Sinner sa e come a Aliassime non interessa perché ha detto che alle NEXT Gen non partecipa comunque).

Matteo Berrettini non si è imbattuto nel Fritz che ho poi visto contro Jannik Sinner e Zverev – anche se il risultato con cui si è imposto sui due azzurri il ragazzo californiano con il viso da attore è stato identico, 6-4,6-3 – ma mi è parso terribilmente imballato, lento e scarico.

Non so spiegarmene il perché. Troppo a lungo fermo dopo l’US Open? Può essere. La lucrosa esibizione della Rod Laver Cup non può davvero essere considerata vero momento d’agonismo.

Matteo non era stato brillante con Tabilo al primo turno, ma la sua prova incolore poteva anche essere conseguenza di una certa sottovalutazione dell’avversario.

Contro Fritz si è probabilmente demoralizzato quando ha visto che la sua arma migliore, il servizio, era proprio spuntata. Per uno abituato a raccogliere il massimo da quel colpo, prodromo di un dritto altrettanto mortifero, può essere un piccolo trauma.

Non fai ace né servizi vincenti e ti disperi, entri nel panico. Forzi di più e il servizio entra ancora meno. Perdi fiducia e serenità, ne viene contagiato tutto il resto del gioco. Ciò detto, però, mi ha impressionato davvero negativamente – più di qualuqnue altra cosa – la lentezza all’uscita della battuta.

Fritz aggrediva le seconde palle di Matteo come se fossero arrivate delle mozzarelle. Le ribatteva lunghe e profonde, quando anticipando e spiazzandolo, quando giocandogli addosso, al corpo. E Matteo sembrava piantato sul cemento. Come non mi era più capitato di vederlo da tempo. E il guaio è che non è mai riuscito a scuotersi.

Anzi, piatto lo si vedeva scuotere la testa senza neppure provare a reagire, a caricarsi, a cacciare anche qualche bell’urlo…che di solito non amo, ma ammetto che certe volte scuotono e servono. A volte mi chiedo se non potrebbero farlo anche i coach, sebbene non sia elegante. Di certo papà Tsitsipas non si pone questo problema.

Vabbè, una volta ci può stare. Lui stesso, mi pare d’avergli sentito dire nel corso delle interviste rese di Vanni Gibertini – unico giornalista italiano presente di persona a Indian Wells …tutti hanno ripreso quel che Vanni ha scritto, ci fosse stato uno (salvo Slalom.it la miglior newsletter tra tutte, insieme alla nostra Warning di Claudio Giuliani per Ubitennis…cui vi consiglio spassionatamente di registrarvi) che si fosse degnato di citare Ubitennis! Non usa più…– ha definito quella sua partita “la peggiore dell’anno”.

E che sia stata la partita peggiore dell’anno personalmente non mi crea eccessive preoccupazioni. Mi preoccuperebbe invece se Matteo fosse giù di fisico a tal punto da rendere complicato un suo pieno recupero per il prossimo mese di tennis. Dando per scontata, o quasi, la sua presenza a Torino sarebbe un vero peccato se non riuscisse a presentarsi nelle migliori condizioni. Perché a Torino ci potrebbero essere chance di successo per tutti, quasi come a Indian Wells. Non dimentico che alle finali ATP di Londra ho visto trionfare Dimitrov, Zverev e Tsitsipas quando nessuno di loro era davvero uno dei favoriti della vigilia.

Piuttosto…speriamo che chi si occupa di scegliere la velocità del campo del PalaAlpitour – Sergio Palmieri? – non la sbagli. Un piccolo vantaggio a chi gioca in casa tutti gli organizzatori l’hanno sempre considerato, senza per questo macchiarsi di colpe rimproverabili da chicchessia.

E ora vengo a Jannik Sinner. Non doveva battere per forza un ottimo Fritz. E, come hanno giustamente sottolineato in telecronaca SKY Elena Pero e Paolo Bertolucci, l’aspetto più positivo è stato il constatare che anche nella situazione di punteggio più compromessa Jannik ha continuato a lottare, a caricarsi, a crederci (al contrario di quanto aveva mostrato Berrettini).

Direte che non è un aspetto sorprendente in relazione al Sinner che ormai abbiamo imparato a conoscere, però a 20 anni è quasi più normale lasciarsi andare, mandare tutti al diavolo, compreso se stesso, piuttosto che continuare a lottare irriducibilmente come ha fatto Jannik.

Non è poco. Anche in questo aspetto il ragazzo dai capelli rossi è un’eccezione nei confronti dei suoi coetanei, per non dire un fenomeno.

Diciamo però che alla voglia di lottare non si è aggiunta – anche dal suo angolo? – la voglia di pensare un po’ prima a un qualche cambiamento tattico-strategico che forse si sarebbe dovuto fare.

Magari ci se ne accorge più facilmente stando seduti fuori dal campo che dentro. Per questo, però, ho scritto che magari dall’angolo qualche piccolo segnale gli poteva essere…ILLEGALMENTE (ma così fan tutti) trasmesso.

Forse ciò è accaduto perché nei primi game Sinner aveva condotto le danze, fino al 4-2 e allora lui e i suoi hanno pensato che se gli fosse tornata quella efficace precisione d’inizio gara ciò gli sarebbe bastato.

Il problema è che Jannik non si è reso conto che il suo gioco, quel tipo di gioco basato sul corri e tira senza variazioni di tagli e potenza, aveva messo in palla Fritz. Purtroppo per lui. Sinner ha, purtroppo di nuovo, un tennis un po’ monocorde, potente ma piatto, che può mettere in palla gli avversari che sono capaci di reggerlo.

Fritz, rinfrancato dall’ottimo esito dei game successivi al 2-4, non ha più sbagliato una palla facile, anzi. Ha tirato sempre più forte e profondo e Jannik che, come ho accennato sopra, ha servito malissimo subendo 4 break di fila e 5 in 9 turni di battuta, è sempre più affondato nelle sue angoscie, come quando ha perso 8 game di fila.

Vanni Gibertini che ha seguito il match a Indian Wells sostiene che il match è girato su poche palle e accenna a diversi se e ma. Io, che ho visto il match meno bene, e cioè alla tv, ho avuto invece una sensazione assai diversa. E cioè che Fritz avesse sempre in mano il match, dopo i primissimi game in cui ha preso le misure a Jannik. Più vedevo il match e più pensavo che l’americano avrebbe potuto vincere con un punteggio ancora più netto. Il mondo è bello perché vario, così come le opinioni.

Chi ci legge sa che Sinner ha deciso recentemente di cambiare diversi dettagli nel servizio. Ma dettagli non sono, anzi. La posizione dei piedi, l’altezza del lancio di palla.

Due modifiche non da poco. Chiedo: era il caso di affrontarle proprio adesso? Proprio adesso che l’obiettivo delle finali ATP di Torino, ancora raggiungibile ma forse meno di una settimana fa visti i risultati di Hurkacz e il vantaggio di Ruud, è alla portata?

Per favore non si dica che a quell’obiettivo nel clan Piatti non si dà troppa importanza, visto che Jannik stesso rispondendo a una mia domanda quand’era ancora a Sofia dichiarò che avrebbe forse giocato anche a Stoccolma se avesse potuto sembrargli utile. O altrimenti invece a Milano per le Next Gen, sorprendendoci un po’ perché pensavo che avendole già vinte non avrebbe avuto troppo piacere a giocarle…salvo che non fosse un quasi obbligo di Sponsor. Intesa Sanpaolo è il title sponsor di quel torneo e Sinner di Intesa Sanpaolo – così come Lorenzo Musetti – ne è un ambassador (come dicono coloro che non vogliono più chiamarli testimonial).

E’ vero, va detto visto che ho poco fa accennato a…casa Piatti, che per Jannik si è sempre parlato di un programma a lunga scadenza, due, tre anni di lavoro e di attesa senza troppa fretta, cercando pian piano di migliorare tutto il migliorabile.

Jannik è il primo ad essere convinto di questa filosofia, lo ripete in tutte le salse, “lavorare, lavorare e lavorare, ci vuole tempo, non bisogna avere troppa fretta di raggiungere subito certo risultati, meglio costruirsi il bagaglio tecnico necessario per arrivare in alto, al massimo del proprio potenziale”.

Però, allora, anche la programmazione dovrebbe essere coerente. Che senso ha programmare un tour de force, un torneo dopo l’altro, cambiando in corso d’opera dettagli tecnici che non sono dettagli e che emergono in tutta la loro complessità quando nascono serie difficoltà nel corso di un match, se le modifiche tecniche cui si vuole metter mano – e che non si limitano al servizio a quanto mi disse Jannik sia pure senza voler rivelare quali fossero le altre “Se non le vedete non ve le dico…” – sono più importanti dei risultati? Pensare di conquistare le une (le modifiche) e gli altri allo stesso tempo (i risultati) non è fortemente presuntuoso?

E i risultati negativi non potrebbero avere ripercussioni negative altrettanto negative, sia pure nella testa di un ragazzo solido nei suoi determinati proponimenti come quelli di Jannik?.

Se cambiare fortemente l’esecuzione di un servizio è considerato un processo importante, fondamentale, decidere di farlo un po’ più in qua, quando le sorti per la qualificazione alle finali ATP fossero già decise, in un senso o nell’altro (dentro o fuori), non era più saggio? E non solo più prudente?

Il servizio è un colpo terribilmente delicato. Se entra o non entra ne risente tutto il resto del gioco. Più di qualsiasi altro colpo. Soprattutto su certe superfici. E soprattutto ai livelli in cui giocano i Berrettini, i Sinner. Se perdi, come è accaduto a Jannik,  5 game di servizio su 9, potete star certi che anche il dritto, il rovescio peggioreranno inevitabilmente. Tutto verrà travolto, financo i nervi. Difatti ho visto Sinner abbozzare qualche risolino nervoso, autoironico verso se stesso come mai gli avevo visto fare prima, gesti di stizza, mezzi tentativi di scagliare via una palla alla Djokovic (i giudici di linea non c’erano…), di buttare la racchetta a terra. Gesti di nervosismo abituali per quasi tutti i tennisti del globo, ma abbastanza  inconsueti per lui.

Insomma io, lo confesso, sono proprio perplesso (fa pure rima…). Certezze non ne ho, salvo che una: e cioè il fatto che la decisione presa di cambiare modo di servire durante Sofia (dove il cast dei partecipanti era ben altro e anche i punti in palio erano ben altri) e durante Indian Wells, quando al contempo il calendario agonistico era invece così impostato, non mi sono sembrati strategicamente coerenti. Due diverse lunghezze d’onda. Cambiamo questo colpo così delicato, il servizio, in tutto e per tutto, pur consapevoli del rischio (come non esserlo?), ma tentiamo ugualmente di fare la corsa alle finali di Torino. Mah…

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Flash

ATP Indian Wells, Fognini e Sonego battuti nei quarti di doppio

I due tennisti azzurri hanno ceduto 10-8 al super-tiebreak contro gli specialisti Dodig e Melo

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Lorenzo Sonego - US Open 2021 (photo Andrew Ong/USTA)

Niente da fare per Fabio Fognini e Lorenzo Sonego, battuti nei quarti di finale del BNP Paribas Open dalle tds N.8 Ivan Dodig e Marcelo Melo per 6-3 4-6 10-8. Sconfitta davvero di un’incollatura per i due, visto che al super-tiebreak la differenza è stata fatta da un solo punto vinto in risposta dalla coppia croato-brasiliana, ma buoni segnali positivi anche in ottica nazionale.

Nel primo set la coppia italiana non è riuscita a crearsi chance in risposta, vincendo appena quattro punti totali, mentre gli avversari sono riusciti a portarsi a palla break in ben sette circostanze: sul 2-1 in loro favore e servizio Fognini, un bel lob profondo di Dodig ha costretto Fabio a difendersi in controbalzo, permettendo a Melo di chiudere a rete per il 15-40, ma il ligure è sempre riuscito a giocare dei buoni colpi di inizio scambio che hanno offerto delle facili volée a Sonego per tenere il servizio. Stesso pericolo nel turno successivo, quando una bella volée corta di Melo ha creato altre due (tre considerando il deciding point) opportunità, ma Sonego ha servito bene. Il break è però infine arrivato sul 3-4 e servizio Fognini, quando i due si sono fatti rimontare da 40-15, cedendo la battuta su due errori di dritto del ligure, che si è anche preso un warning per aver scagliato la pallina in tribuna.

Nel secondo set Sonego ha dovuto salvare una palla break già nel primo game, ma nel successivo sono arrivate i primi spiragli di giornata per la coppia azzurra, passata sul 2-0 al deciding point grazie a due begli attacchi da doppista consumato del torinese. Dodig e Melo sono tuttavia riusciti a rimontare dall’1-4 al 4-4, strappando di nuovo la battuta a Fognini grazie ad una bella veronica del croato ed un doppio fallo. Sul 4-2 la potenziale coppia Davis si è peraltro resa protagonista di una fantastica copertura di campo che, seppur vana, è risultata in uno dei punti più belli del torneo:

 

Fognini e Sonego hanno però ha avuto la capacità di non scomporsi, passando nuovamente sul servizio di Melo nell’ultimo game del parziale e allungando così la partita grazie ad uno smash clamorosamente sbagliato da Dodig, ad un altro attacco centrale di Sonego ed un bel punto vinto a rete sempre da quest’ultimo. Al super-tiebreak, come detto, la differenza l’ha fatta un solo punto, un esiziale doppio fallo commesso da Sonego sul 6-6. A quel punto Dodig e Melo hanno vinto gli ultimi tre punti giocati al servizio, e sono riusciti a incamerare l’incontro.

I vincitori incontreranno in semifinale i settimi favoriti Peers e Polasek, i seed più alti rimasti in corsa dopo aver battuto i dominatori della stagione Mektic e Pavic. Nella parte bassa la semifinale sarà invece Rublev/Karatsev vs Venus/Puetz: i due russi, che hanno battuto Bopanna/Shapovalov, sono gli ultimi singolaristi ancora in gara, e cercheranno di bissare il titolo vinto in coppia a Doha ad inizio stagione.

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evidenza

Prestigiosa nomination Hall of Fame per Flavia Pennetta

Flavia Pennetta è la prima tennista italiana ad aver mai ricevuto una “nomination” dell’Hall of Famer. I soli italiani ammessi all’Hall of Fame sono Nicola Pietrangeli e Gianni Clerici. La sua candidatura è stata proposta dall’Enshrinee Nominating Committee dell’Hall of Fame. Potete votare per lei fino al 31 ottobre. Sono 259 gli “hall of famer” di 27 nazioni

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Di una nomination di grande prestigio è stata insignita Flavia Pennetta dall’Hall of Fame, prima tennista donna italiana di sempre ad aver avuto questo onore.

È stata “nominata” dall’Enshrinee Nominating Committee dell’Hall of Fame per aver vinto l’US Open 2015, essere stata parte della squadra di Billie Jean Cup-Fed Cup 11 volte ed essere stata anche n.1 del mondo delle classifiche di doppio, oltre ad aver vinto 11 tornei di singolare e 17 di doppio. I candidati erano una dozzina, gli Hall of Famer prescelti fra i 6 “nominati” saranno soltanto due e i loro nomi li conosceremo a gennaio.
L’ingresso dei due tennisti che entreranno a far parte della Hall of Fame dipenderà anche in parte dai voti che arriveranno dagli appassionati di tennis di tutto il mondo a partire dal 15 ottobre e fino al 31 ottobre sul sito vote.tennisfame.com 

I tre tennisti che avranno ricevuto più voti dai Fan – e questo è un appello ai lettori di Ubitennis perchè si affrettino a votare in sostegno alla candidatura Pennetta! – riceveranno tre punti percentuali addizionali ai risultati dell’Official Voting Group.L’elezione sarà determinata da una combinazione dei voti degli appassionati e del suddetto gruppo superqualificato. 
Per essere “indotto” nella Hall of Fame un candidato “nominato” deve ricevere almeno il 75% dei voti combinati fra l’Official Voting Group (del quale fanno parte campioni dell’Hall of Fame, giornalisti riconosciuti globalmente, storici del tennis, leader dell’industria coinvolti nel tennis e con conoscenza dello stesso), e i punti percentuali derivanti dai voti degli appassionati di tutto il mondo. Flavia Pennetta figura fra le 6 nomination insieme ad altri 5 tennisti: Ana Ivanovic Serbia (la tennista serba che è stata n.1 del mondo, vincitrice del Roland Garros 2008, uno di 15 tornei, top 5 per 91 settimane), Cara Black Zimbabwe (10 titoli di Slam, 5 di doppio donne, 5 di misto, n.1 del mondo ranking di doppio, una delle tre tenniste ad aver realizzato il career Grand Slam in misto), Lisa Raymond USA (n.1 del mondo di doppio femminile e vittoriosa in 11 Slam fra doppio femminile e misto, medaglia di bronzo alle Olimpiadi in misto con Bob Bryan), Carlos Moya Spagna, vittorioso al Roland Garros 1998 e n.1 del mondo per 2 settimane, 200 settimane top-ten, vincitore di una Coppa davis nel 2004, Juan Carlos Ferrero Spagna, campione al Roland Garros  2003 e n.1 del mondo per 8 settimane, 139 settimane top five nell’ATP Ranking, membro della prima squadra spagnola ad aver vinto la Coppa Davis.

 

Flavia Pennetta ha dichiarato: “Sono onoratissima di avere ricevuto una “nomination” per l’induzione nella Hall of Fame. Ho adorato competere e vedere riconosciuta la mia carriera tennistica in questo modo, fra i più grandi sportivi di tutti i tempi, è davvero un grande onore. Sono emozionata (humbled non si traduce esattamente così…) di essere la prima tennista italiana e grata per aver avuto il sostegno dell’Italia durante la mia carriera”.
Dell’Enshrinee Voting Committee dell’Hall of Fame di cui il presidente è Stan Smith e il CEO Todd Martin, fanno parte nomi importanti del tennis mondiale e con una grande acclarata conoscenza di questo sport, fra i quali Martina Navratilova, Jan Kodes, Frew McMillan, Arantxa Sanchez, Pam Shriver, Mark Woodforde, Francoise Durr, Helena Sukova, Barbara Schett, Katrina Adams, Mary Carrillo e fra i giornalisti Richard Evans, Steve Flink, Chris Bowers, Joel Drucker e il direttore di Ubitennis.

Dal 1955, quando l’Hall of Fame fu fondata a Newport Rhode Island da Jimmy Van Alen, l’ideatore del tiebreak, sono stati indotti 259 campioni e illustri personaggi del tennis nella categoria “Contributor” (quindi non campioni tennisti: è il caso ad esempio di Gianni Clerici e Steve Flink), appartenenti a 27 nazioni. L’Italia ha soltanto Nicola Pietrangeli fra i tennisti e Gianni Clerici fra i contributor. Flavia Pennetta potrebbe diventare la terza italiana, la seconda tennista.  Ubitennis può aiutarla a diventarlo anche con i vostri voti di sostegno. Ivanovic, Black, Moya e Pennetta sono tutti nuovi “nominati” per il ballot, mentre per Ferrero e la Raymond è la seconda nomination. La regola della Hall of Fame dice che un “nominato” può restare nel ballottaggio fino ad un massimo di tre anni consecutivi, se non viene votato. I sei “nominati”  rientrano tutti nella categoria tennisti, per la quale si vota ogni anno. Conchita Martinez e Goran Ivanisevic sono stati i due tennisti introdotti nella Hall of Fame per il 2021. Per la categoria “contributors” si vota invece solo ogni due anni.

Il CEO della Hall of Fame Todd Martin, ex n.4 del mondo e finalista di uno US Open e di uno Australian Open, oltre che di 8 tornei ATP, ha detto: “Gli appassionati di tennis sanno distinguere e anno conoscenza del nostro sport. Il loro input è parte integrante della procedura di “induzione” dell’Hall of Fame. Siamo felici di consentire ai tennis fan di tutto il mondo l’opportunità di dire la loro in questo processo. Inoltre la diversità geografica dei candidati di quest’anno  mostra chiaramente la globalità del nostro sport. Non è realisticamente pensabile che i tennis fans di tutto il mondo possano venire a Newport a celebrare i big di persona, ma attraverso i loro voti, possono in qualche modo partecipare e sostenere coloro che ritengono meritevoli di ottenere l’onore più grande del tennis”.

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