Dopo Djokovic anche Federer. Gli immortali non muoiono ma si fanno male

Editoriali del Direttore

Dopo Djokovic anche Federer. Gli immortali non muoiono ma si fanno male

NEW YORK – L’età ha improvvisamente presentato il conto a Roger Federer. Bravo Dimitrov a approfittarne. Ancora una volta a New York niente Fedal. Nadal ora come Serena. Solo loro due hanno già vinto Slam fra i superstiti

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Roger Federer - US Open 2019 (via Twitter, @usopen) (2)
 
 

da New York, il direttore

Gli immortali non muoiono mai, per definizione. Però forse si infortunano. Soprattutto a una certa età, l’anagrafe presenta il conto. La spalla sinistra di Djokovic, 32 anni, fa il paio con la schiena di Federer (nella parte più alta, a ridosso del collo). Ora Rafa Nadal fa gli scongiuri. Nella notte Federer ha perso in maniera strana, quasi bizzarra, da Dimitrov in cinque set. Seguendolo sull’Ashe non si capiva che cosa avesse. Ma ne parlo dopo.

Intanto la situazione dice che due dei tre big sono usciti di scena e Rafa Nadal, che deve affrontate Schwartzman che ha battuto 7 volte su 7, probabilmente tocca legno perché anche Federer aveva battuto 7 volte su 7 Dimitrov. Il primo dei big, Djokovic stando al ranking ATP, si è ritirato. Il terzo, sempre stando alla classifica – meglio precisare perché so di avere lettori ipersuscettibili – non lo ha fatto, ma è come se. Forse, come era capitato a Djokovic con Londero e Kudla, Roger sperava di farcela lo stesso. Cioè di vincere un match in più e vedere. Magari Medvedev stava peggio di lui, a giudicare da quel che si era visto poche ore prima quando il russo era riuscito comunque a battere Wawrinka in quattro set, dopo aver minacciato – in cuor suo – di ritirarsi. Così ha parlato il russo:

 

“Sentivo che avrei perso il match per via della gamba, pensavo che mi sarei dovuto ritirare o che in un’oretta mi sarei trovato negli spogliatoi da perdente. Il modo in cui ho vinto è stato piuttosto brutto… mi fa davvero male la gamba anche ora, dovevo giocare colpi forti e improvvisi, poi palle corte pur di non correre”

Roger era comunque riuscito a conquistarsi un vantaggio di due set a uno, e magari con un po’ di riposo, massaggi, antidolorifici e ben due giorni di riposo prima delle semifinali di venerdì, il mezzo miracolo terapeutico poteva riuscire se lui ce l’avesse fatta a sfangarla sull’Ashe. Ma si è rivelata vana speranza.

Così i primi due semifinalisti dell’US Open, entrambi giustizieri di uno svizzero – che brutta giornata per la Confederazione, altro che una semifinale tutta rossocrociata –  sono due tennisti dell’Est, un russo e un bulgaro, Daniil Medvedev, 23 anni e Grigor Dimitrov 28. Entrambi giocheranno per la prima volta una semifinale all’US Open. Per Medvedev è la prima semifinale Slam in assoluto, mentre per Dimitrov sarà la terza dopo quella di Wimbledon 2014 (quando sembrava destinato a grandi cose) e di Melbourne 2017.

Ora Medvedev, che sogna in cuor suo di imitare Marat Safin, qui campione nel 2000 quando distrusse Pete Sampras in finale, sa di aver già scavalcato Thiem, soffiandogli il quarto posto nel ranking dopo questa estate straordinaria. Mentre partendo da molto più indietro, la sua peggior classifica in anni e anni, n.78, Dimitrov ha fatto già un gran balzo in avanti, 53 posti. Se dovesse perdere con Medvedev sarà come minimo n.25. Ma ovviamente può salire ancora se dovesse arrivare in finale o addirittura vincere. In quest’ultimo caso salirebbe addirittura a n.10.

Insomma, dopo tutte le previsioni dei giorni scorsi il grande duello Federer-Nadal, che l’US Open è l’unico Slam a non aver mai vissuto, è saltato ancora, non ci sarà neppure quest’anno. E chissà se a New York lo vedranno mai. Solo due giorni fa pareva a tutti, proprio a tutti (e non solo a chi scrive, a Steve Flink, a tutta la sala stampa) l’epilogo più probabile. Ma così è il tennis, così è la vita. Non esistono verdetti preconfezionati. È il bello dello sport. E quando i giocatori lo dicono in conferenza stampa appaiono ambasciatori di banalità, ma a pensarci bene hanno ragione.

Due giorni fa Roger aveva detto: “Se continuo a giocare così bene e pain-free (senza infortuni) non è impossibile che io giochi fino a 40 anni”. Bum, guarda cosa gli è capitato fra capo e collo – è proprio il caso di dire, no? – quando nessuno se lo aspettava. Ieri pomeriggio Roger è sceso in campo per fare un piccolo allenamento di riscaldamento, ma già aveva avvertito che qualcosa non andava. Una lunga seduta di massaggio non lo ha miracolato. Il dolorino dietro la schiena, sulla parte alta vicino al collo, non se ne è andato. Già, può capitare anche agli immortali. E più facilmente quando si ha 38 anni invece che 23.

Per la verità anche al russo che ancora immortale non è, ma che ha proprio 23 anni ed è il più giovane semifinalista all’US Open da quando già nel 2008 lo fu un Novak Djokovic ventunenne, non è davvero sembrato in gran salute nonostante la vittoria ottenuta in 4 set a spese di Wawrinka. Stan rimpiangerà di non essere riuscito a far suo il setpoint del primo set. Contro il russo che avrebbe dichiarato poi di aver pensato addirittura a ritirarsi quando era a poco più di metà del primo set – problemi alle gambe; se Wawrinka fosse riuscito a portarsi avanti per due set a uno, anziché sotto due set a zero e poi due set a uno, avrebbe probabilmente portato a casa il match.

Ora invece Medvedev, giovanotto certamente intelligente a giudicare dalle risposte che dà, e per la saggia decisione di voler riconquistare il pubblico newyorkese dopo i buuh dei giorni scorsi, ringrazia il cielo di poter godere di due giorni di riposo. Ha 23 anni lui, non 32, non 38. Magari due giorni possono bastare. E forse, oltre al cielo, ringrazia pure di non trovarsi di fronte la leggenda Federer: ci aveva perso tre volte su tre. Meglio vedersela con Dimitrov, per quanto in progresso.

Daniil, che da anni si allena in Francia e parla correntemente il francese – “Meglio dei francesi e lo ha imparato in meno di due anni” ha raccontato il suo coach – ha giocato 21 partite in un mese, quasi una ogni giorno e mezzo. I ritmi di Stakhanov Thiem…e ne ha perse solo 2! L’avesse immaginato avrebbe giocato qualche torneo in meno. “A Cincinnati sono arriato così stanco che pensavo avrei perso subito… invece ho vinto il torneo”. Chissà, magari vincerà pure questo.

Contro un Federer assai poco convincente, Dimitrov ha dimostrato di non valere l’attuale classifica, n.78, ma nemmeno quel n.3 che era riuscito a costruirsi vincendo in particolare le finali ATP a Londra 2017. Tant’è che, pur scambiando certo meglio di quando aveva collezionato 7 sconfitte in 8 incontri, era comunque finito sotto 2 set a uno contro un Federer tutt’altro che trascendentale.

Ma la cronaca del match l’ha già fatta Vanni Gibertini. Dico solo che sugli spalti non si riusciva a capire che cosa avesse Federer. Perché ogni tanto sbarellava, 61 errori gratuiti non sono certo da lui, ma giocava anche scambi bellissimi e serviva anche a velocità più che dignitose, tali da negare – apparentemente – un qualsiasi mal di schiena. Sembrava più un problema di gambe, era lento, costretto spesso a giocare in demi-volée.

CHE SUCCEDE ORA? – Vabbè, la situazione ora è la seguente: Nadal è il solo superstite in tabellone ad aver già vinto uno Slam, un po’ come Serena Williams fra le donne dopo le sconfitte di Osaka e socie. Ma ora chi si azzarda a dire che contro Schwartzman deve vincere per forza solo perché lo ha già battuto 7 volte su 7? Mi sento però di assicurare che l’argentino, anche se dovesse andargli male e nel peggiore dei modi, almeno un vincente lo farà. Alla povera cinese Qiang Wang contro Serena, 61 60, non è riuscito neppur quello e non ricordo mi fosse mai capitato di vedere nella casella delle statistiche, set per set, soltanto degli 0 accanto ai vincenti. Neppure quando, nella finale del Roland Garros ’88, vidi Steffi Graf battere 60 60 la malcapitata Natalia Zvereva in soli 34 minuti. La ragazza cinese è riuscita a stare in campo 10 minuti di più, ma quella casella dei vincenti l’ha lasciata immacolata. Ora Serena se la vedrà con la compagna di Monfils, Elina Svitolina, con la quale vanta un bilancio di 4 vittorie a fronte di una sola sconfitta, peraltro dolorosa: avvenne alle Olimpiadi di Rio, 2016.

Ma oggi è la giornata di Berrettini che, per sua fortuna non si trova in Italia, dove mi pare che fra paginate di giornali e servizi televisivi si stia forse esagerando un po’ in entusiasmo. Anche Ubitennis ha dedicato a lui, al suo team, alle dichiarazioni di altri tennisti incentrate su Matteo tanto, tanto spazio. Era forse inevitabile che ciò accadesse, un po’ come per Cecchinato in semifinale  a Parigi un anno fa  e dopo 40 anni di digiuno, ma giusto per raccomandare a tutti di tenere i piedi per terra – come sembrano fare lo stesso Matteo, Vincenzo, Umberto, Stefano, Tschabusnig e chi gli sta attorno – subito l’altro giorno ho voluto ricordare che gli avversari fin qui battuti da Matteo non sono i 3 big. Già riuscire a battere anche Gael Monfils, 10 anni più di Matteo, assai più esperto e collaudato da mille battaglie, semifinali e finali di grandi tornei, sarebbe uno straordinario exploit. In bocca al lupo Matteo.

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ATP Umago: adesso sono gli altri Paesi, Francia, USA e perfino la Spagna a invidiare il tennis italiano. I migliori siamo noi

In prospettiva l’avvenire è più azzurro che di altri colori grazie a Sinner, Berrettini, Musetti, Sonego, Zeppieri e altri. Alcaraz fra un po’ rischia di essere il solo spagnolo top-player

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Continua il periodo dei record del tennis italiano in pieno Rinascimento. Dopo che tre italiani erano giunti in finale la scorsa settimana, fra Gstaad, Amburgo e Palermo, ora tre italiani sono contemporaneamente in semifinale al torneo di Umago, come non era più successo da 35 anni.

Io c’ero a St.Vincent quell’anno, 1987 – ed era con me anche colei che due anni dopo sarebbe diventata mia moglie – quando Cane’, Cancellotti e Pistolesi fecero la fine, con il cileno Rebolledo, dei Curiazi con l’unico Orazio molti anni prima di Cristo.  

Il tabellone completo dell’ATP 250 di Umago

 

Il rischio che quella storia si ripeta a Umago, con Carlitos Alcaraz grande favorito del torneo, c’è tutto, sebbene lo spagnolo di Murcia e dintorni abbia nel frattempo maturato una sorta di complesso nei confronti dei tennisti italiani, avendo lui perso a Melbourne da Berrettini, a Wimbledon da Sinner e ad Amburgo da Musetti, pur essendo sempre partito con il favore dei pronostici. Ma se va in finale contro Sinner forse sarà un pochino meno favorito di altre volte, sebbene la terra rossa per lui sia forse superficie più congeniale rispetto all’erba.

In questo momento, con Rafa Nadal ancora in piena corsa, il tennis spagnolo sta meglio di quello italiano, visto che ha due tennisti compresi fra i top 10, mentre noi abbiamo al momento il solo Sinner top 10e all’ultimo dei dieci posti.

SPUNTI TECNICI: Il nostro coach analizza colpo per colpo, foto per foto, Jannik Sinner al microscopio

Però in prospettiva io credo si possa dire che il tennis italiano sta meglio di quello spagnolo. Se guardiamo la race, a partire dalla settimana prossima, abbiamo tre tennisti  fra i primi 20 e la loro età non può non farci ben sperare sul loro avvenire. Rafa Nadal è un fenomeno pazzesco, ma insomma il suo certificato anagrafico dice che fra un paio d’anni – anche se continuasse a vincere il Roland Garros – dovrà sventolare bandiera bianca. E anche Djokovic non è eterno. Idem Carreño Busta, Bautista Agut etcetera.

I nostri invece non potranno che migliorare. Tutti e tre. Berrettini, Sinner e Musetti. Tre giocatori così diversi che è un piacere che… lo siano. E che lascino curiosi i nostri appassionati su chi diventerà più forte fra loro.

Io non faccio che incontrare gente che mi chiede chi lo sia, ci abbia maggiori prospettive. Io rispondo che intanto siamo super fortunati ad avere questi dubbi. E poi anche che rispetto al passato, anche a quello glorioso degli anni Settanta, siamo fortunati a poter contare su questi ragazzi che sono di una serietà professionale, con il sostegno dei loro team, senza paragoni.

Sono tutti e tre veramente dedicati al tennis, impegnati a migliorarsi giorno per giorno, consapevoli che soltanto con un lavoro continuo per superare ì proprio limiti – che ancora ci sono ed è inevitabile che ci siano in conseguenza della loro giovane età – potranno fare quella carriera che sognano, aspirare legittimamente a diventare top 5, magari n.1. 

Chiaro che quei traguardi non dipendono solo da loro. Ci sono anche gli altri. Ed alcuni sono giovanissimi come Alcaraz, ma anche ancora giovani come Zverev, Tsitsipas, Rublev, o appena un po’ meno giovani come Medvedev, che non sono meno determinati e professionali dei nostri in rapporto ai medesimi obiettivi. Però, nessuna nazione ad oggi ha 3 giovani contemporaneamente in grado di sognare con qualche ragione quei traguardi.

Per questo ritengo che l’Italia stia meglio di tutti gli altri Paesi. E francamente non era mai successo. Infatti negli anni Settanta il tennis americano era ancora di un’altra categoria, e anche quello australiano. 

Riguardo alla risposta su chi sia in prospettiva il più forte dei nostri tre… oggi come oggi mi pare si possa dire che fra i primi due, Berrettini e Sinner (citati in ordine alfabetico) e il terzo c’è ancora una certa differenza, un mini-gap. E questo perché mentre i primi due sembrano in grado di essere oggettivamente competitivi su più superfici, per ora Lorenzo, che e’ peraltro il più giovane sia pur di poco, ha dimostrato di sapersi esprimere ai migliori livelli soprattutto sulla terra rossa (come spiegano anche i ‘Numeri’ di Ferruccio Roberti).

SPUNTI TECNICI: Il nostro coach analizza colpo per colpo, foto per foto, Lorenzo Musetti al microscopio

Sono certo imparerà ad accorciare i movimenti di preparazione dei colpi anche per i campi duri. Sono cose che si imparano se non si commette l’errore commesso a suo tempo da alcuni nostri giocatori, Cancellotti e Volandri in primis, che quasi rifiutarono di credere in loro stessi su superfici diverse dalla tera battuta.

È anche vero, peraltro, che a quei tempi, sulla terra rossa si giocavano molti più tornei e si poteva quindi difendere la classifica meglio di oggi. Oggi infatti senza punti conquistati anche su altre superfici è praticamente impossibile conquistare le prime posizioni del ranking ATP.

Credo che tutti i nostri tre tennisti di punta, ma anche Sonego che è arrivato a ridosso dei primi 20 del mondo, e non c’è certo arrivato per caso, ma soltanto grazie a una notevole continuità di risultati – ultimamente venuta a mancare con alcune partite perse in modo quasi incredibile, come l’ultima da 4-0 nel terzo – meritino la nostra fiducia riguardo ai loro progressi. Ora poi sembra essersi aggiunti anche Zeppieri che ricordo tre anni fa in Australia avermi assai ben impressionato.

Io non ho paura a sbilanciarmi. Credo che fra un anno saranno tutti più in alto di dove si trovano oggi. Dico tutti, infortuni permettendo. Ma anche riguardo agli infortuni, sono certo che le loro esperienze, a volte dolorose, li aiuteranno a curarsi sempre meglio, a prevenire, a non ripetere certe possibili ingenuità. 

In conclusione, dopo che per anni hanno abbiamo guardato con una qual certa invidia, se non gelosia, al tennis francese prima, a quello spagnolo poi, oggi credo che siano gli altri a dover essere invidiosi, gelosi, del tennis italiano.

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UniCredit Firenze Open, chi in campo? Dagli azzurri al sogno Djokovic, le ipotesi

Firenze avrà solo la concorrenza della città iberica di Gijon e metterà in palio punti preziosi per la qualificazione alle ATP Finals di Torino

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Jannik Sinner – Wimbledon 2022 (foto via Twitter @atptour)

Il grande tennis torna a Firenze. C’era stato, ma al C.T.Firenze 1898– lì nel 1910 era stata fondata la Federazione Italiana Tennis con Piero Antinori primo presidente – negli anni Cinquanta fino all’avvio del tennis Open del 1968 (open ai professionisti).

Lo svedese Sven Davidson vinse due edizioni ma i campioni visti sui campi delle Cascine furono tanti: Drobny, tre volte campione a Roma, i più grandi australiani, Newcombe che avrebbe vinto 3 volte Wimbledon, Cooper (3 Slam), Roche, Rose, gli americani Patty e Larsen, il cileno Ayala, il messicano Osuna, l’argentino Morea, e fra le donne Althea Gibson, Maureen Connolly, Esther Bueno una decina di Slam in tre e fra le più grandi tenniste di tutti i tempi, oltre ai nostri Pietrangeli, Gardini, Merlo, Sirola.

Per un club non era facile far fronte ai bilanci dei tornei professionistici, ma nel ’73 – e per 21 anni fino al ‘94 – ecco ricomparire il grande tennis internazionale a Firenze. C’erano più di 5.000 spettatori e centinaia fuori dai cancelli a tribune esaurite nel ’73 per 4 ore di tennis straordinario culminato con il successo 6-4 al quinto di Ilie Nastase, n.1 del mondo, su Adriano Panatta.

 

Negli anni in cui chi scrive fu direttore del Torneo di Firenze, trionfarono i nomi più belli e noti: da Panatta (1974) a Bertolucci (tre vittorie consecutive 1975-1977), Clerc, Ramirez, Gerulaitis, e poi anche Gomez, Larsson e tre volte un altro n.1 del mondo, Thomas Muster (’91,’92,’93) prima dell’ultima edizione del ’94 vinta dall’uruguagio Filippini.

Che livello avrà l’Unicredit Open Firenze, un ATP 250 del 10-17 ottobre 2022, 625.000 euro di montepremi, quasi due milioni di budget gestionale (che si accolla la FIT)?

Molti top-players saranno a caccia di punti per qualificarsi alla seconda edizione delle finali ATP di Torino a novembre. Zero punti a Wimbledon, zero nei cancellati tornei cinesi che ne distribuivano tanti (Shanghai era un Masters 1000, Pechino un 500).

Spesso nelle settimane degli ATP 250 ci sono tre tornei in concorrenza. Ma Firenze, per il torneo ospite del moderno PalaWanny di San Bartolo a Cintoia – si gioca al coperto e su cemento – avrà solo la concorrenza della città iberica di Gijon. Però la settimana dopo Firenze Napoli ospiterà un altro ATP 250. Se non foste spagnoli dove scegliereste di giocare? In questi giorni Ruud, n.6 ATP, sta giocando un ATP 250. Perché no a Firenze?

Se già partecipassero i migliori italiani, magari con entrambi i nostri leader Sinner e Berrettini, cui si aggiungessero Musetti, Sonego, Fognini, sarebbe già un bel vedere. Fra i 32 in tabellone ci saranno certamente anche tanti tennisti di ottimo ranking. L’entry list verrà definita solo dopo l’US Open. Ma anche se il nuovo ed esordiente direttore del torneo Paolo Lorenzi non ha voluto sbilanciarsi, io scommetterei invece che qualcuno fra Rublev, Ruud, Tsitsipas, Shapovalov, Cilic, Hurkacz, Schwartzman, Dimitrov, Bautista Agut, Rune, Khachanov, lo vedremo a Firenze. E Djokovic? E’ un sogno. Ha detto che non andrà a caccia di punti, ma da qualche parte dovrà pur giocare, almeno per allenarsi. Firenze tira. E sognare non costa niente.

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Editoriali del Direttore

ATP Firenze: quando ero il direttore del torneo… Aneddoti di fine anni Settanta con Clerc, Lendl, Ramirez, Panatta

Il direttore di Ubitennis Ubaldo Scanagatta ha anche diretto il Torneo delle Cascine negli Anni Settanta. Qui riprendiamo solo un paio di aneddoti vissuti (in parte già pubblicati), mentre ne ricerchiamo altri con Arthur Ashe, Jean Francois Cajolle, Jan Kodes, Guillermo Vilas, Adriano Panatta, Paolo Bertolucci

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Nessuno conosceva Josè Luis Clerc… quando nella seconda settimana di maggio 1978 venne a giocare le qualificazioni del torneo internazionale di Firenze, che dopo tre anni di sponsor Vat 69 era diventato Lotto-Spalding per un paio di anni prima di diventare AlitaliaFirenze.


Per la verità nella terza settimana di aprile Josè Luis aveva battuto a Nizza Tonino Zugarelli prima di perdere – al terzo set peraltro – da Higueras, n.25 ATP, dopo aver vinto il primo al tiebreak. Il suo manager era Pato Rodriguez, un ex tennista cileno (classe 1938) che aveva giocato a lungo in Coppa Davis negli anni’60 e ‘70. Pato mi chiese – ero direttore del torneo ATP di Firenze, 50.000 dollari di montepremi – se potevo programmare Clerc come primo match del giorno (ore 13) “perché Josè Luis (un ragazzone pieno di tic…) è molto nervoso e nelle attese, come quando si deve aspettare che finisca il match sul campo dove è stato designato a giocare, si logora. Se puoi dargli una mano…”.

Bene: io gliela detti e, incuriosito da quel tipo, andai a vederlo. Tirava, sia di dritto sia di rovescio, bordate impressionanti. Senza tregua. Un ritmo da far paura. Tutte pallate senza paura e gli stavano quasi tutte dentro. Lo feci giocare per tre turni di qualificazione sempre alle 13. E scrissi subito sul quotidiano locale, La Nazione, dopo il primo match di “quali”, che credevo di avere intravisto un fenomeno. Ovviamente volevo anche promuovere il torneo. Ma ci credevo. Josè Luis vinse il torneo, primo “qualificato” della storia ATP capace di tanto. Fu il suo primo torneo vinto di 25. Batté al primo turno Peter Carter, l’australiano che sarebbe diventato il primo coach internazionale di Roger Federer (morì in un incidente automobilistico in Sud Africa), poi il colombiano Molina, l’ecuadoriano Ycaza, l’australiano John Alexander (n.8 del mondo nel ’75), il francese Patrice Dominguez in finale, tre set su cinque dominandolo per tre set a zero.

Nel corso dell’anno Clerc vinse altri due tornei, Buenos Aires e Santiago, dopo aver raggiunto finali a Gstaad, South Orange (perdendole entrambe con Vilas, ma battendo tennisti come Okker e McEnroe… dopo che a Parigi aveva lasciato sei game a un Ivan Lendl diciottenne, 6-3 6-0 6-3) e anche a Toronto e Aix en Provence: in quel torneo in Francia sapete chi batté? Noah, Smid e Lendl prima di perdere sul traguardo finale dal solito Vilas. Clerc sarebbe diventato n.4 del mondo nell’agosto dell’81, dopo aver vinto anche Firenze (finale su Ramirez), Roma (Panatta, Lendl e Pecci dai quarti in poi) e quattro tornei di fila negli USA: Boston, Washington, North Conway e Indianapolis. Due volte in finale batté finalmente Vilas… inimicandoselo per sempre! Qualcuno si potrebbe chiedere perché Jose Luis, con quel ranking avesse giocato (e vinto) anche il piccolissimo torneo di Firenze. La risposta è: me lo aveva promesso che sarebbe tornato quando aveva vinto nel ’78. Ma di solito quelle sono promesse che i tennisti che diventano forti non mantengono. Lui invece è stato coerente, serio e non lo dimenticherò. Ogni volta che ci vediamo ci abbracciamo!

Quando aspettammo Ivan Lendl oltre…il regolamento. E Roberto Lombardi non me lo perdonò

 

Ricordo in particolare un curioso episodio, avvenuto circa quarant’anni fa a Firenze. Io ero giovanissimo direttore del torneo ATP di Firenze. Roberto Lombardi giocava le qualificazioni di quel torneo. Lo zio di Peter Korda, mi pare si chiamasse Pavel, mi aveva chiesto di iscrivere alle qualificazioni un ragazzino che a suo dire era promettentissimo: si chiamava Ivan Lendl. Il problema fu che questo diciassettenne si era perso un treno, aveva viaggiato tutta la notte, non sarebbe arrivato in tempo per il check-in. Decidemmo di sorteggiarlo ugualmente, in considerazioni di quelle vicissitudini e dell’età del ragazzino. Era toccato in sorte a Roberto Lombardi. Pregai quindi Roberto, dieci anni più anziano (lui del ’50 e Ivan del ’60) di aspettarlo. Per convincerlo gli dissi: “Dai, non perderai mica da un ragazzino di 17 anni che è stato tutta la notte in un treno e arriverà suonato?”.

Lui accettò sportivamente di aspettarlo. Beh, potete immaginare come andò a finire. Vinse il ragazzino ceco. Facile facile. Per anni Roberto me l’ha scherzosamente rimproverato: “M’hai fregato, m’hai fregato… lo sapevi che era fortissimo!”. Ecco, io voglio ricordarmi sempre quel Roberto lì, quello che scherzava sempre, quello che al ristorante chiedeva sempre quello che non c’era (“Lombardi? Il peggior cliente di ristorante del mondo” era l’affettuosa definizione che di lui dava Maestro Rino), quello che amava sempre recarsi nei posti “più trend”. Non sono sicuro che Ivan Lendl si ricordi di quell’episodio. Non ho avuto occasione di ricordarglielo. Abbiamo riso insieme invece ricordando quella vota in cui lui aveva vinto il suo ennesimo Roland Garros (credo fosse il terzo…) e in sala stampa gli chiesi che cosa avesse pensato che avrebbe fatto a fine carriera… “Magari il giornalista? “ gli suggerii. E lui: “Di certo non sogno di diventare come certi giornalisti senza capelli!” rispose guardandomi fisso con il suo tipico humour freddo, lui che alcuni avevano ribattezzato Buster Keaton, perché la sua comicità non era quasi mai accompagnata da un sorriso, e altri doctor Frankestein per la sua maschera molto particolare. Di aneddoti vissuti in quegli anni ne ricordo tanti altri, con Arthur Ashe, con Jean Francois Caujolle, John Alexander, Adriano Panatta, Paolo Bertolucci e andrò a ripescarli meglio però nella mia memoria per pubblicarli prossimamente sperando che vi piacciano.

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