2019, un anno di tennis: Andy Murray, rifiorire ad agosto

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2019, un anno di tennis: Andy Murray, rifiorire ad agosto

Il topic dell’ottavo mese dell’anno è il campione scozzese. Contro ogni logica e previsione, Murray torna a giocare in singolare a sette mesi dall’installazione di una protesi all’anca

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Andy Murray - Pechino 2019 (via Instagram, @atptour)

Il ritorno di Andy Murray in singolare, con una protesi all’anca, ha rappresentato un successo senza precedenti. Certamente della medicina. Soprattutto della voglia di un atleta straordinario di rimanere attaccato al suo sogno. Per questi giorni di festa vi lasciamo un consiglio: date un’occhiata su Amazon al docufilm Resurfacing. Racconta gli ultimi due anni di un campione di cui, poco più di 12 mesi fa, avevamo celebrato il ritiro. E che invece, a 32 anni, spera di poter iniziare proprio dall’Australia una nuova stagione da protagonista.

UN ANNO DA INCUBO – Il 2018 in una parola: dolore. A gennaio finisce sotto i ferri a Melbourne, per intervenire sulla lesione del labbro acetabolara dell’anca. Non c’erano le condizioni minime per affrontare il primo Slam dell’anno. L’ultima volta era sceso in campo da numero uno, a Wimbledon, prima di uscire zoppicando dopo il ko nei quarti con Querrey. Allo US Open 2017 nemmeno ci aveva pensato. L’infortunio risulta invalidante anche nel quotidiano: l’auspicio della moglie Kim, nei primi giorni della riabilitazione, è di rivedere il marito almeno in grado di camminare correttamente. Di infilarsi i calzini senza tormenti, di potersi tuffare sul tappeto del salotto di casa per giocare con i due bambini. Chiaramente non gli fanno difetto l’applicazione metodica, insieme alla forza mentale. Ci ha costruito su una carriera penalizzata dalla coesistenza con i fenomeni dell’epoca contemporanea, ma comunque caratterizzata da tre titoli Slam, due ori olimpici e una Davis. La stessa ossessività con cui ha sempre tratto il massimo dagli allenamenti, Murray l’ha messa nei momenti in cui ha dovuto pensare a rimettersi in piedi. Con un punto di riferimento fisso, lì ad orientare la sua agenda da un anno all’altro: Wimbledon.

ERBA AMARA – Per un britannico, sono le settimane intorno a cui gira tutto. Quelle in cui ci si sente davvero tennisti. Mamma Judy racconta: “Ciò che l’ha sempre spronato è quando gli si diceva che non avrebbe potuto fare qualcosa“. Murray ci prova. Le sconfitte con Kyrgios al Queen’s e con Edmund a Eastbourne minano le già poche certezze. “Dopo ogni match mi sentivo peggio – racconta – più che sul gioco dovevo concentrarmi sul camminare bene per non zoppicare”. La rinuncia a Wimbledon matura il giorno prima dell’inizio. E sembra spezzargli le gambe.

 

SENZA FINE – La costante di questa storia è però veder stoppare i titoli di coda quando sembrano pronti a scorrere. Il timore di non farcela a riprendere è evidente, anche se Murray ripete a se stesso “è troppo presto”. La trasferta negli Stati Uniti ad agosto è il ruggito di chi non ha voglia di mollare, dopo essersi sottoposto a una seconda ablazione al nervo per ridurre l’impatto del dolore. A Washington, tre partite e tre battaglie. Movimenti arruginiti, colpi belli come nei giorni migliori, urla liberatorie, sofferenza evidente. Battuti Mc Donald, Edmund e Copil, arriva il ritiro poggiato sulla consapevolezza che giocare sul dolore stava solo aggravando i problemi. Dopo quella sconfitta, è ancora una volta un video notturno dal letto (come già dopo l’operazione di gennaio) a fotografare il momento. “Sono esausto, il corpo non ne vuole più sapere, la testa non vuole oltrepassare il limite del dolore. Pensavo mi sarei sentito meglio dopo 16/17 mesi dall’intervento. È stata una serata di grande emozione perché vedo avvicinarsi la fine, anche se vorrei ancora continuare“.

VIA D’USCITA – Ecco che la finestra, ancora una volta, non è stata chiusa del tutto. Passa uno spiffero di speranza. A ottobre 2018 Murray vola insieme a coach Delgado e al suo staff a Filadelfia per mettersi nelle mani di Bill Knowles, esperto di recupero da infortuni che lavora anche molto sul morale. Nasce qui l’ipotesi di giocare in Australia a gennaio 2019 e poi a Wimbledon, per ritirarsi nel giardino di casa. La macchina del tempo si accende, come sempre accade quando si immagina di chiudere un cerchio. “Sento che il tennis sia come una via d’uscita per me“, racconta. Uscita da ciò che c’è stato e ha lasciato segni indelebili. Il massacro di Dumblane vissuto a 9 anni, la separazione dei genitori, le crisi d’ansia. Riemerge tutto, ferite probabilmente mai del tutto rimarginate.

ANCORA MELBOURNE – La conferenza stampa alla vigilia dell’Australian Open 2019 è preceduta da un momento di incertezza. “Proprio lì avrei voluto sentire un dolore forte, lancinante – racconta – per essere sicuro di dire la cosa giusta“. Poi l’annuncio: “Non mi sento bene, ho detto al mio team che spero di continuare fino a Wimbledon, ed è lì che voglio ritirarmi. Ma non sono nemmeno sicuro di farcela“. Lacrime. Murray ammette anche di pensare alla protesi, ma solo come soluzione per migliorare la qualità della vita. Non per il tennis. La priorità diventa godersi a tutta quei giorni a Melbourne. Il match d’esordio contro Bautista è un concentrato di emozioni. Da 0-2 a 2-2 in un’atmosfera pazzesca, con il pubblico trascinato dalla sua parte. Rimonta estenuante che lo porta allo sfinimento e alla sconfitta nel terzo set, quando il pubblico si alza in piedi sul suo ultimo suo turno di servizio. Per applaudirlo. Il momento sembra senza ritorno. Poi arriva però l’ennesimo contropiede. “Spero di rivedervi, farò il possibile“. Così, a caldo, nell’intervista sul campo.

MODELLO BRYAN – Quelle ore dal fortissimo impatto emotivo avevano sbloccato un’idea già in cantiere. L’interesse per la vicenda di Bob Bryan si fa concreto. I due ne parlano. Il campione statunitense è rientrato in campo con un pezzo di ferro nell’anca, vero. Ma in doppio. Tutt’altra storia per le sollecitazioni richieste. Per Murray sarebbe già un traguardo. “Gli è stato spiegato come operarsi sarebbe significato ragionevolmente rinunciare al ritiro a Wimbledon, ma in quel momento – racconta la moglie – lui pensava che a Wimbledon ci sarebbe potuto essere, con la protesi“. L’operazione, a cui Andy si sottopone nello stesso mese di gennaio, va a buon fine nelle mani del chirurgo Sarah Muirhead-Allwood. L’immediato decorso è duro almeno quanto la prima riabilitazione. Dallo staff più di qualcuno gli aveva suggerito di chiudere i conti col tennis: meglio una terapia conservativa che sottoporsi a un tale strazio. Consiglio chiaramente ignorato.

NUOVA PRIORITA’ – La riabilitazione avviene in gran parte godendosi la famiglia, con una nuova consapevolezza. “Ho sempre pensato che il tennis mi rendesse felice, adesso sono felice se non provo dolore“. I primi palleggi sono contro il muro. Allo stesso tempo, però, Andy si informa su tutte le prospettive. La stessa dottoressa Muirhead-Alwood gli parla di un rischio del 15% di distruggere completamente l’anca con un ritorno costante alle sollecitazioni del tennis professionistico. Tutto però procede bene. A maggio, alla visita di controllo, Murray comunica di non sentire più dolore dopo gli allenamenti e di aver recuperato una buona velocità sul campo. Si sente rispondere: “Continua così”. Non aspettava altro.

LACRIME DI GIOIA – Il ritorno in doppio è al Queen’s, erba di casa anche quella. Insieme a Feliciano Lopez finisce in trionfo. L’atteso passaggio da Wimbledon non sarà memorabile alla resa dei conti, se non per il doppio misto assai mediatico con Serena Williams. Il vero sogno si realizza il 12 agosto, a Cincinnati. Andy Murray torna in campo in singolare. Tutto vero. Perde con Gasquet, ma non se ne fa un cruccio. Da lì ai mesi successivi ripasserà da un Challenger (quello di Nadal a Mallorca) ma tornerà anche a sollevare un trofeo, ad Anversa. Il resto è storia ancora da raccontare, a partire da gennaio. Nella notte di agosto a Cincinnati, quella che precedeva il ritorno in campo, il solito video notturno aveva captato queste parole: “Vediamo cosa ci riserverà il futuro, penso che andrà tutto bene”.

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Ritratti: storie di città e di tennis

Affreschi di Roma, Bologna, Napoli, Milano. E Genova. Le città del tennis, per aver dato i natali a Panatta e Schiavone. Ma anche a Fantozzi

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Matteo Berrettini - ATP Queen's 2021 (via Twitter, @QueensTennis)

Anche le città credono d’essere opera della mente o del caso, ma né l’una né l’altro bastano a tener su le loro mura. D’una città non godi le sette o settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda” (Italo Calvino)

Roma risponde da secoli a una domanda: dove portano tutte le strade? Roma, l’Impero, città dove un Colosseo nasce tondo e finisce quadrato. Pietro vi pose una pietra per farne sede della Chiesa e Roma fu capitale di due cose diverse da dover riunire. Ministeri, turisti a far foto con centurioni in sneakers. Roma Città Aperta a La Dolce Vita, capitale del Cinema. Francesco è il Papa, ma Roma di Francesco ha solo un Capitano. Adriano fu buon imperatore ma ottimo tennista. Tra le prime vere pop star dello sport italiano, Panatta sconfessò il detto latino “nemo propheta acceptus est in patria sua” vincendo gli Internazionali di Italia a Roma . La rese nuovamente “caput mundi” conquistando anche la Davis e Parigi, nuovo “De Bello Gallico” con racchetta.

Roma tanti cantori, tante maschere, dialetto toscano riveduto, corretto e abusato, sempre zompa quel grillaccio del Marchese. Tonino Zugarelli a vincere Roma ci ha provato. Un biondino amante della Vita(s) notturna, Gerulaitis, di giorno gli rubò il sogno lasciandolo campione dimezzato. Romano non romanista è Matteo Berrettini, per via di un nonno fiorentino che lo ha reso viola e non giallorosso. Bello quasi come Adriano che di più non si può e deve, nella storia ancora da scrivere, è il secondo miglior tennista italiano dell’Era Open, già detentore di diversi record ed unico italiano finalista a Wimbledon. Alice guarda i gatti che si perdono nel sole che cala dietro il cupolone.

 

Bononia fu tale dopo esser stata etrusca e gallica. Culture e movimenti giovanili, politica, arte, crocevia di viandanti approdo di studenti, tra l’appennino e l’Europa è l’Emilia Paranoica, Bologna la Berlino che non ce l’ha fatta. Fumogeni, polizia che rincorre, dall’altro lato della città, rincorrono e colpiscono palle da tennis Paolo e Omar. Paolo Canè è bizzoso, gran talento, fisico gracilino, potenza mancante testa bollente, sarebbe divenuto tennista continuo nei singoli exploit. Stessa sorte per motivi diversi sarebbe toccata ad Omar, tennis da top 10, gambotte pesanti e un infortunio al giorno. Tra la via Emilia e le stelle, Bologna sempre a metà di qualcosa.

Omar Camporese – Bologna

18 ottobre 1970. Paolo Grassi, fondatore con Giorgio Strehler del Teatro Piccolo di Milano, produce e fa debuttare “Il Signor G“ di Giorgio Gaber. Il bar del Giambellino diviene famoso e con loro gli artisti che di quella Milano son figli. 

Vincenzina davanti alla fabbrica,
Vincenzina il foulard non si mette più.
Una faccia davanti al cancello che si apre già.
Vincenzina hai guardato la fabbrica,
Come se non c’è altro che fabbrica

(Enzo Jannacci)

In Milan la vita l’è bela. Negli anni dove al posto dell’erba nasce la città, Lea Pericoli, la “Divina”, tennista e modella, icona di eleganza, determinazione e bellezza, vince 27 titoli italiani ritirandosi a 40 anni da detentrice di tutte e tre le specialità. Inter e Milan fanno incetta di titoli e coppe internazionali, Milano è il faro dell’Italia che si ricostruisce, il simbolo della modernità da inseguire e conquistare. Milano capitale della moda, del design e di tante altre cose. Milano una capitale senza esserlo. Si dice che a Milano, a saper fare, si possa tutto.

Silvia Farina giocava a tennis e lo giocava bene. Ineguagliabile stilista, accarezzò col suo rovescio ad una mano una palla che raccolse dall’altro angolo della strada una ragazza di nome Francesca, il cui cognome è nell’albo dei vincitori del Roland Garros. Francesca Schiavone è stata la prima italiana ad aver vinto un titolo del Grande Slam e ultima in assoluto ad averlo fatto giocando il rovescio ad una mano. Milano città della Borsa. Nella sua Laura Golarsa aveva le racchette e volava a Wimbledon perché là si trasformava: un quarto di finale e tanto bel tennis. Per i suoi quarti in uno Slam, l’omonima Garrone scelse Parigi. Gran rovescio anche lei perché a Milano non sempre tutto può andar dritto. 

Francesca Schiavone – Milano

La città ha sempre un punto cardinale bagnato dal mare. La città di mare non nega mai il suo orizzonte a chi lo cerca. Sovente si fa cartolina. Napoli, il mare, feticcio da conquistare, rivendere, rivendicare, “Chi tene ‘o mare?” Culturalmente autoreferenziale, protagonista delle proprie sceneggiature, Napoli si esporta. Clima da ozio pigro e creativo, Napoli ha sfornato più artisti, intellettuali e politici che sportivi, essenzialmente nuotatori, canottieri, pallanuotisti e calciatori. Rita Grande scelse il tennis. Gioco brillante ed un ottavo raggiunto in ogni prova dello Slam, un Wimbledon da Juniores, perso in finale. Nargiso il Wimbledon dei piccoli lo vinse. Di Maradona aveva il nome e a Becker la convinzione di esser pari. Tra colpi di testa e di lingua fu ottimo doppista specie in Davis. Nel doppio misto dei commentatori TV, la coppia Nargiso/Grande da titolo Slam. Di qualche anno li precedette Massimo Cierro, meno appeal mediatico e tanta sostanza, ora è Giustino.

Tennis Club Napoli, vestito a festa per Italia-Gran Bretagna di Coppa Davis (2014)

Italia terra di Comuni, Signorie, Ducati grandi e piccoli, a due ruote, Repubbliche Marinare ed anche altro. Piccoli luoghi che diventano capitali, palazzi del potere ovunque. Faenza, cittadina di ceramica, meeting di etichette discografiche indipendenti, di tennisti che diventano manager. Gaudenzi, austriaco di spirito, nove finali ATP, tre titoli vinti, numero 18 al mondo non è più solo. Federico Gaio lavora per rendere Faenza il luogo col miglior rapporto popolazione/top 100, considerando il numero 13 di Raffaella Reggi, traino del tennis femminile italiano degli anni ’80. Uno Slam nel doppio misto con Casal a New York, un bronzo alle Olimpiadi di Los Angeles con torneo di tennis ancora con valore di esibizione, cinque titoli in singolare, quattro in doppio. Nel 1985 ha vinto in entrambe le specialità l’edizione degli Internazionali d’Italia svoltasi a Taranto. 

“Se ti inoltrerai lungo le calate
Dei vecchi moli
In quell’aria spessa carica di sale
Gonfia di odori
Lì ci troverai i ladri gli assassini
E il tipo strano
Quello che ha venduto per tremila lire
Sua madre a un nano”

(Fabrizio De Andrè)

Genova si guarda solo dal mare, città di eroi, cantautori e navigatori, città di amici al bar che non cambiarono il mondo, ma ne scoprirono uno nuovo che l’avrebbe cambiato, città di pantaloni famosi che si chiamano come lei. Genova, la via per la Francia, approdo al mare per Torino che non ne ha.

 

“Filini: Allora, ragioniere, che fa? Batti?
Fantozzi: Ma… mi dà del tu?
Filini: No, no! Dicevo: batti lei?
Fantozzi: Ah, congiuntivo!
Filini: Sì!“

Nel febbraio 2001, Genova (che già gli aveva dato i natali) riconosce la cittadinanza onoraria a Paolo Villaggio. Non vi sono racchette, non vi sono bambini che con esse colpiscono la paura di diventar grandi, non di un solo tipo di storie si fa una città.

“There’s a city in my mind
Come along and take that ride
And it’s all right, baby it’s all right”

(Talking Heads)

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La lingua di Becker e quel diavolo di Agassi

Vi raccontiamo una storia bizzarra, che forse sapevate o forse no. Come faceva Andre Agassi a sapere sempre dove avrebbe servito Boris Becker

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Gli amici più intimi dello scrivente sanno che a qualsiasi ora del giorno e della notte sono autorizzati a segnalargli notizie relative al mondo del tennis che possano fornire spunti per scrivere articoli ad usum Ubitennis. Una settimana fa, era un giovedì sera – all’incirca tra il quinto e il sesto gol segnato dal Manchester United alla Roma – da uno di questi amici è giunto il seguente messaggio WhatsApp:

Andrea: “Hai visto quel filmato fantastico di Agassi che racconta come riusciva a leggere il servizio di Becker?”   
No
Andrea “Lo trovo sublime. Te lo invio. Devi farci un pezzo!” 

– Circa 5 minuti dopo –

 

Diavolo di un Agassi! Pezzo in arrivo. Grazie Andrea

Il video fu realizzato da Andrè Agassi nel 2017 per “The Players’ Tribune Unscriptd“.

The Players’ Tribune Unscriptd è una piattaforma multimediale creata nel 2014 da Derek Jeter – ex professionista della Major League statunitense di baseball – che pubblica storie relative ad atleti professionisti di ogni sport. I contenuti di questa piattaforma sono costituiti da video, storie scritte, podcast e interviste.

Nelle parole del suo fondatore la missione della piattaforma è di permettere agli atleti di mettersi in contatto diretto con i loro fan. Almeno per quanto ci riguarda l’obiettivo è raggiunto

Di seguito il video e poi la traduzione delle parole di Agassi.

“Il tennis consiste soprattutto nella capacità di risolvere problemi e non puoi risolverli a meno che tu non abbia l’empatia e l’abilità di percepire tutto ciò che ti circonda. Più capisci in cosa consiste il problema e più sei in grado di risolverlo nella vita e nel lavoro. Boris Becker – per esempio – mi batté le prime tre volte in cui ci incontrammo a causa di un servizio che non si era mai visto prima nel nostro sport. Guardai le cassette relative a quelle partite per tre volte e alla fine mi resi conto che aveva un tic con la lingua. Non sto scherzando. Iniziava il suo movimento oscillatorio – sempre la stessa routine – e mentre era sul punto di lanciare la palla tirava fuori la lingua e lo faceva collocandola esattamente nel mezzo delle labbra oppure leggermente più a sinistra. Quando batteva da destra e metteva la lingua tra le labbra, tirava o al centro o al corpo; se la metteva a lato serviva ad uscire.

La parte più difficile per me non era rispondere al suo servizio, bensì non fargli capire che lo sapevo. Dovevo resistere alla tentazione di leggere il suo servizio per la maggior parte della partita e scegliere il momento più adatto in cui usare questa informazione per eseguire un colpo che mi avrebbe permesso di fare il break.

Quella era la cosa più difficile; non avevo problemi a fargli il break, bensì a tenergli nascosto il fatto che potevo farlo a mio piacimento perché non volevo che tenesse la lingua in bocca ma che continuasse a tirarla fuori!

Raccontai questa cosa a Boris soltanto dopo il suo ritiro perché ci tenevo alla mia incolumità. Glielo dissi durante un Oktoberfest in Germania mentre bevevamo una pinta di birra insieme. Non potei fare a meno di dirgli: ‘a proposito, sai che facevi questa cosa e buttavi via il servizio?‘. Cadde quasi dalla sedia e mi rispose: (dopo i nostri match, ndt) “Tornavo a casa e dicevo a mia moglie: è come se mi leggesse nella mente. Figurati se pensavo che mi stavi semplicemente leggendo la lingua”.


Lingua o non lingua, dopo le prime tre sconfitte iniziali, Agassi batté Becker 10 volte in 11 occasioni. L’unica eccezione fu rappresentata dalla semifinale di Wimbledon del 1995; quel giorno Boris servì con lingua biforcuta.

Resta però aperta una domanda alla quale Agassi non dà risposta: quando Boris serviva da sinistra dove metteva la lingua? Se qualcuno lo sa, è pregato di farcelo sapere.

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Storie di tennis: un diritto di troppo

Da Giorgio de Stefani a Teodor Davidov, undicenne bulgaro che gioca due dritti (come l’ex numero 1 italiano) e serve con due mani diverse. Il futuro del tennis o solo un curioso vezzo?

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Friedrich Wilhelm Nietzsche è il padre di una delle più audaci teorie filosofiche di tutti i tempi nota con il nome di “eterno ritorno”. Secondo il filosofo tedesco, il tempo non si muove su una linea retta indirizzata verso un’ineludibile fine, bensì in un incessante moto circolare e la storia – che ne è figlia – è quindi destinata a ripetersi all’infinito.

Immaginiamo quindi il suo gaudio nel vedere la sua teoria indirettamente confermata da un giovanissimo tennista statunitense che ripropone sul campo le gesta di un tennista italiano che visse il suo apogeo tennistico negli anni ’30 del secolo scorso. Cosa accomuna questi due tennisti così lontani nel tempo e nello spazio? L’esecuzione del rovescio o – per meglio dire – la non esecuzione di quel colpo.

Il tennista italiano di cui stiamo parlando è Giorgio de Stefani, che fu numero uno del tennis italiano dopo il ritiro del barone Uberto De Morpurgo – avvenuto nel 1933 – sino al 1936. De Stefani disputò 66 partite di Coppa Davis vincendone 44 e battendo giocatori del calibro di Hopman e Perry; giunse in finale al Roland Garros nel 1932 dove fu sconfitto in quattro set da uno dei moschettieri di Francia, Henri Cochet. In un’epoca in cui non esisteva la classifica fatta dal computer bensì dai giornalisti sportivi, de Stefani nel ’34 fu giudicato nono giocatore al mondo dal più eminente tra questi, Arthur Wallis Myers. Nicola Pietrangeli lo affrontò in doppio e commentò cosi il suo stile di gioco: “se gli facevi un pallonetto, non sapevi mai da che parte sarebbe arrivato lo smash”, poichè de Stefani – un mancino naturale – colpiva la palla esclusivamente con il diritto passandosi rapidamente la racchetta da una mano all’altra.

 

Per saperne di più sul nostro connazionale vi rimandiamo a un libro recensito da Ubitennis alcuni anni fa, dal titolo “Giorgio de Stefani: il gentleman con la racchetta” di Francesca Paoletti e per guardarlo in azione su YouTube, dove si possono vedere alcune immagini relative a un suo incontro di Coppa Davis.

Il suo giovanissimo emulo è l’undicenne di origine bulgara Teodor Davidov. A due anni Davidov si trasferì con la famiglia dalla natia Sofia a Denver, dove iniziò a giocare a tennis a 3 anni. Davidov non si limita però a colpire la pallina con il diritto da entrambi i lati del corpo: forte di uno spiccato ambidestrismo serve da sinistra con la sinistra e da destra con la destra.

Vi ricorda qualche professionista in grado di fare altrettanto? Forse un ottimo doppista che in coppia con il fratello vinse il Roland Garros nel 1993? Esatto, proprio lui: Luke Jensen.

Davidov si è messo in luce in un torneo nazionale nordamericano under 12 disputato poche settimane fa e in un baleno, grazie a Internet, le sue immagini hanno fatto il giro del mondo attirandogli molte attenzioni e qualche commento forse un po’ prematuro; tra gli ultimi quello dell’australiano Paul Mc Namee, uno dei più forti doppisti di sempre e manager sportivo di alto livello, che ha definito la tecnica di Davidov “il futuro del tennis”. 

Non sappiamo se McNamee si rivelerà buon profeta. Sappiamo però che i pochissimi atleti che in epoche recenti hanno percorso quella strada non sono andati lontano. Prendiamo ad esempio il sudcoreano Cheong-Eui Kim che a 21 anni decise di adottare la strategia “a la Davidov” per sorprendere i suoi avversari, spaccando quindi in due il suo gioco: servizio mancino da sinistra e viceversa da destra e niente rovescio. Risultato: a 31 anni langue intorno alla posizione numero 900 dopo avere brevemente assaggiato la top 300 nel 2015.

Un altro giocatore con caratteristiche simili è stato l’italiano Claudio Grassi, ritiratosi pochi anni fa. Carrarese, classe 1985, arrivò ad occupare nel 2011 la posizione numero 300 della classifica mondiale. Mancino naturale era in grado di cambiare la mano dominante nel corso dello stesso scambio e di colpire con il diritto sia dal lato destro che sinistro del corpo, pur essendo in possesso di un discreto rovescio bimane. In un’intervista del 2011 affermò che per lui il cambio di mano era dettato più da ragioni istintive che tattiche e che a suo parere questa strategia ha due grossi limiti: la diseguale potenza delle due braccia e il tempo necessarie a passare la racchetta da una mano che – per quanto possa essere contenuto – può risultare fatale.    

Se nel tennis professionistico moderno in campo maschile l’eliminazione del rovescio dal bagaglio tennistico di un giocatore non ha offerto alcun risultato di rilievo, in campo femminile ne ha dato uno in più. La russa Evgenija Kulikovskaya con i suoi due diritti arrivò infatti ad occupare la posizione numero 91 in singolare nel 2003 e la numero 46 in doppio nel medesimo anno.

Risalendo la corrente del tempo (ma se ha ragione Nietsche rischiamo di farci venire un gran mal di testa) troviamo una giocatrice ben più forte della russa e che come lei colpiva la pallina solo con il diritto: Beverly Baker Fleitz. Fleitz, statunitense, in singolare raggiunse la finale di Wimbledon nel 1955 e nello stesso anno vinse quella di doppio a Parigi. Le classifiche dell’epoca la vedono al terzo posto nel 1954 -1955-1958.

In anni meno remoti, due giocatrici dotate soltanto di diritto si incontrarono al primo turno di Wimbledon edizione 1972: Lita Liem e Marijche Schaar; vinse la prima. Si tratta dell’unica partita disputata con questa peculiarità a livello professionistico.

Altri tempi e altre velocità; de Stefani e Fleitz  raggiunsero risultati importanti in un’epoca in cui la pallina viaggiava ad una velocità nettamente inferiore rispetto all’attuale e consentiva loro di cambiare di mano la racchetta senza compromettere l’esito dello scambio. Il tempo – ancora lui – ci dirà se Davidov saprà emularli; noi gli auguriamo buona fortuna, perché crediamo che il tennis abbia bisogno di nuovi campioni e ancor più di nuovi personaggi.

Questa storia di tennis è dedicata ad Antonella Rosa, tennista ligure che negli anni ’70 giunse sino al numero 132 del mondo, al numero 4 della classifica italiana e al titolo assoluto nel 1976, giocando con due diritti e nessun rovescio. A impostarla in questo modo fu Ido Alberton – storico maestro del Park Tennis Club di Genova – a seguito di un brutto infortunio patito da Rosa alla mano destra.

Antonella ci ha lasciati la scorsa estate a soli 63 anni.  

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