2019, un anno di tennis: Andy Murray, rifiorire ad agosto

Racconti

2019, un anno di tennis: Andy Murray, rifiorire ad agosto

Il topic dell’ottavo mese dell’anno è il campione scozzese. Contro ogni logica e previsione, Murray torna a giocare in singolare a sette mesi dall’installazione di una protesi all’anca

Pubblicato

il

Andy Murray - Pechino 2019 (via Instagram, @atptour)

Il ritorno di Andy Murray in singolare, con una protesi all’anca, ha rappresentato un successo senza precedenti. Certamente della medicina. Soprattutto della voglia di un atleta straordinario di rimanere attaccato al suo sogno. Per questi giorni di festa vi lasciamo un consiglio: date un’occhiata su Amazon al docufilm Resurfacing. Racconta gli ultimi due anni di un campione di cui, poco più di 12 mesi fa, avevamo celebrato il ritiro. E che invece, a 32 anni, spera di poter iniziare proprio dall’Australia una nuova stagione da protagonista.

UN ANNO DA INCUBO – Il 2018 in una parola: dolore. A gennaio finisce sotto i ferri a Melbourne, per intervenire sulla lesione del labbro acetabolara dell’anca. Non c’erano le condizioni minime per affrontare il primo Slam dell’anno. L’ultima volta era sceso in campo da numero uno, a Wimbledon, prima di uscire zoppicando dopo il ko nei quarti con Querrey. Allo US Open 2017 nemmeno ci aveva pensato. L’infortunio risulta invalidante anche nel quotidiano: l’auspicio della moglie Kim, nei primi giorni della riabilitazione, è di rivedere il marito almeno in grado di camminare correttamente. Di infilarsi i calzini senza tormenti, di potersi tuffare sul tappeto del salotto di casa per giocare con i due bambini. Chiaramente non gli fanno difetto l’applicazione metodica, insieme alla forza mentale. Ci ha costruito su una carriera penalizzata dalla coesistenza con i fenomeni dell’epoca contemporanea, ma comunque caratterizzata da tre titoli Slam, due ori olimpici e una Davis. La stessa ossessività con cui ha sempre tratto il massimo dagli allenamenti, Murray l’ha messa nei momenti in cui ha dovuto pensare a rimettersi in piedi. Con un punto di riferimento fisso, lì ad orientare la sua agenda da un anno all’altro: Wimbledon.

ERBA AMARA – Per un britannico, sono le settimane intorno a cui gira tutto. Quelle in cui ci si sente davvero tennisti. Mamma Judy racconta: “Ciò che l’ha sempre spronato è quando gli si diceva che non avrebbe potuto fare qualcosa“. Murray ci prova. Le sconfitte con Kyrgios al Queen’s e con Edmund a Eastbourne minano le già poche certezze. “Dopo ogni match mi sentivo peggio – racconta – più che sul gioco dovevo concentrarmi sul camminare bene per non zoppicare”. La rinuncia a Wimbledon matura il giorno prima dell’inizio. E sembra spezzargli le gambe.

 

SENZA FINE – La costante di questa storia è però veder stoppare i titoli di coda quando sembrano pronti a scorrere. Il timore di non farcela a riprendere è evidente, anche se Murray ripete a se stesso “è troppo presto”. La trasferta negli Stati Uniti ad agosto è il ruggito di chi non ha voglia di mollare, dopo essersi sottoposto a una seconda ablazione al nervo per ridurre l’impatto del dolore. A Washington, tre partite e tre battaglie. Movimenti arruginiti, colpi belli come nei giorni migliori, urla liberatorie, sofferenza evidente. Battuti Mc Donald, Edmund e Copil, arriva il ritiro poggiato sulla consapevolezza che giocare sul dolore stava solo aggravando i problemi. Dopo quella sconfitta, è ancora una volta un video notturno dal letto (come già dopo l’operazione di gennaio) a fotografare il momento. “Sono esausto, il corpo non ne vuole più sapere, la testa non vuole oltrepassare il limite del dolore. Pensavo mi sarei sentito meglio dopo 16/17 mesi dall’intervento. È stata una serata di grande emozione perché vedo avvicinarsi la fine, anche se vorrei ancora continuare“.

VIA D’USCITA – Ecco che la finestra, ancora una volta, non è stata chiusa del tutto. Passa uno spiffero di speranza. A ottobre 2018 Murray vola insieme a coach Delgado e al suo staff a Filadelfia per mettersi nelle mani di Bill Knowles, esperto di recupero da infortuni che lavora anche molto sul morale. Nasce qui l’ipotesi di giocare in Australia a gennaio 2019 e poi a Wimbledon, per ritirarsi nel giardino di casa. La macchina del tempo si accende, come sempre accade quando si immagina di chiudere un cerchio. “Sento che il tennis sia come una via d’uscita per me“, racconta. Uscita da ciò che c’è stato e ha lasciato segni indelebili. Il massacro di Dumblane vissuto a 9 anni, la separazione dei genitori, le crisi d’ansia. Riemerge tutto, ferite probabilmente mai del tutto rimarginate.

ANCORA MELBOURNE – La conferenza stampa alla vigilia dell’Australian Open 2019 è preceduta da un momento di incertezza. “Proprio lì avrei voluto sentire un dolore forte, lancinante – racconta – per essere sicuro di dire la cosa giusta“. Poi l’annuncio: “Non mi sento bene, ho detto al mio team che spero di continuare fino a Wimbledon, ed è lì che voglio ritirarmi. Ma non sono nemmeno sicuro di farcela“. Lacrime. Murray ammette anche di pensare alla protesi, ma solo come soluzione per migliorare la qualità della vita. Non per il tennis. La priorità diventa godersi a tutta quei giorni a Melbourne. Il match d’esordio contro Bautista è un concentrato di emozioni. Da 0-2 a 2-2 in un’atmosfera pazzesca, con il pubblico trascinato dalla sua parte. Rimonta estenuante che lo porta allo sfinimento e alla sconfitta nel terzo set, quando il pubblico si alza in piedi sul suo ultimo suo turno di servizio. Per applaudirlo. Il momento sembra senza ritorno. Poi arriva però l’ennesimo contropiede. “Spero di rivedervi, farò il possibile“. Così, a caldo, nell’intervista sul campo.

MODELLO BRYAN – Quelle ore dal fortissimo impatto emotivo avevano sbloccato un’idea già in cantiere. L’interesse per la vicenda di Bob Bryan si fa concreto. I due ne parlano. Il campione statunitense è rientrato in campo con un pezzo di ferro nell’anca, vero. Ma in doppio. Tutt’altra storia per le sollecitazioni richieste. Per Murray sarebbe già un traguardo. “Gli è stato spiegato come operarsi sarebbe significato ragionevolmente rinunciare al ritiro a Wimbledon, ma in quel momento – racconta la moglie – lui pensava che a Wimbledon ci sarebbe potuto essere, con la protesi“. L’operazione, a cui Andy si sottopone nello stesso mese di gennaio, va a buon fine nelle mani del chirurgo Sarah Muirhead-Allwood. L’immediato decorso è duro almeno quanto la prima riabilitazione. Dallo staff più di qualcuno gli aveva suggerito di chiudere i conti col tennis: meglio una terapia conservativa che sottoporsi a un tale strazio. Consiglio chiaramente ignorato.

NUOVA PRIORITA’ – La riabilitazione avviene in gran parte godendosi la famiglia, con una nuova consapevolezza. “Ho sempre pensato che il tennis mi rendesse felice, adesso sono felice se non provo dolore“. I primi palleggi sono contro il muro. Allo stesso tempo, però, Andy si informa su tutte le prospettive. La stessa dottoressa Muirhead-Alwood gli parla di un rischio del 15% di distruggere completamente l’anca con un ritorno costante alle sollecitazioni del tennis professionistico. Tutto però procede bene. A maggio, alla visita di controllo, Murray comunica di non sentire più dolore dopo gli allenamenti e di aver recuperato una buona velocità sul campo. Si sente rispondere: “Continua così”. Non aspettava altro.

LACRIME DI GIOIA – Il ritorno in doppio è al Queen’s, erba di casa anche quella. Insieme a Feliciano Lopez finisce in trionfo. L’atteso passaggio da Wimbledon non sarà memorabile alla resa dei conti, se non per il doppio misto assai mediatico con Serena Williams. Il vero sogno si realizza il 12 agosto, a Cincinnati. Andy Murray torna in campo in singolare. Tutto vero. Perde con Gasquet, ma non se ne fa un cruccio. Da lì ai mesi successivi ripasserà da un Challenger (quello di Nadal a Mallorca) ma tornerà anche a sollevare un trofeo, ad Anversa. Il resto è storia ancora da raccontare, a partire da gennaio. Nella notte di agosto a Cincinnati, quella che precedeva il ritorno in campo, il solito video notturno aveva captato queste parole: “Vediamo cosa ci riserverà il futuro, penso che andrà tutto bene”.

Continua a leggere
Commenti

Racconti

Uno contro tutti: Federer torna sul trono a 36 anni e mezzo

Nadal e Federer tornano agli antichi fasti tra sorpassi e controsorpassi: lo svizzero diventa il più anziano N.1 nel febbraio 2018

Pubblicato

il

Quando annuncia, a tabellone già compilato, che nonostante tutti gli sforzi non sarà in grado di partecipare agli US Open, Andy Murray non è più il primo tennista della classifica da una settimana. Il suo regno è durato 41 settimane ed è stato un lungo calvario, durante il quale lo scozzese ha pagato lo sforzo della fantastica cavalcata del 2016 insieme all’acutizzarsi del problema all’anca. Contemporaneamente, anche Djokovic ha segnato il passo e si è fermato dopo il ritiro fatto registrare a Wimbledon contro Berdych. Entrambi rientreranno, sia pur in momenti diversi, solo nel 2018.

Fermi ai box Murray e Djokovic, la scena se la sono presa Federer e Nadal. Lo svizzero ha centellinato le sue presenze in campo e nemmeno la tripletta Australian Open-Indian Wells-Miami gli ha fatto cambiare idea sull’opportunità di saltare per intero la stagione sulla terra rossa, Roland Garros compreso. Ripresentatosi a Stoccarda con un po’ di ruggine (sconfitto da Haas), Roger ha messo a segno la doppietta Halle-Wimbledon e prima degli US Open ha intravisto addirittura la possibilità di tornare al primo posto del ranking. In Canada però, pur giungendo in finale, ha accusato dolori alla schiena e quindi, saltato Cincinnati, l’opportunità è sfumata. Nadal invece non si è risparmiato e alla lunga l’ha spuntata. Sconfitto in tre occasioni dall’amico-nemico sul duro, Rafa ha fatto bottino quasi pieno sulla terra (Monte Carlo, Barcellona, Madrid e Parigi) perdendo solo con Thiem nei quarti di finale a Roma. Dopo il ko a Wimbledon con Muller, lo spagnolo è andato in America alla ricerca dei punti utili a tornare numero uno e li ha trovati, anche se probabilmente meno di quelli che sperava.

A Montreal, Nadal perde al terzo turno con il canadese Denis Shapovalov, un diciottenne mancino appena alla decima partita da professionista nel tour ma destinato a un futuro da protagonista. A causa della prematura eliminazione in Canada, il sorpasso da parte dell’iberico arriva a Cincinnati a prescindere dal risultato, in quanto il britannico retrocederà solo perdendo i punti che non potrà difendere. In ogni caso, Nadal vince due incontri e perde con Nick Kyrgios ai quarti ma tanto basta a decretare la nuova leadership, ufficializzata con la classifica del 21 agosto. Appena diventato re, il mancino di Manacor dimostra di meritare la corona conquistando gli US Open senza troppo affanno. Anche se già Taro Daniel e Leonardo Mayer gli hanno tolto un set nei primi turni, il match più spinoso per Nadal è la semifinale con Del Potro (che ha sconfitto Federer) ma anche l’argentino non va oltre il parziale d’apertura, prima di raccogliere appena cinque giochi negli altri tre. In finale, Kevin Anderson non dà mai la sensazione di poter sovvertire il pronostico e Nadal pareggia il conto degli slam stagionali con Federer: due a testa.

Dopo la parentesi di Praga con la neonata Laver Cup, nella quale Nadal gioca (e vince) il doppio insieme a Federer ma in singolare perde con Isner in due set dopo aver sofferto con Sock, il numero uno vola in Cina e coglie due finali; vittoriosa quella di Pechino con Nick Kyrgios (ma al debutto aveva dovuto annullare due match-points al francese Pouille), meno fortunata quella di Shanghai dove Federer gli riserva un trattamento simile a quello visto a Indian Wells e Miami e lo batte in due set. Tornato in Europa, Nadal scende in campo anche a Bercy e il successo al debutto contro Chung gli garantisce di chiudere la stagione al primo posto per la quarta volta in carriera. Dopo aver battuto anche Cuevas, Rafa abbandona il torneo e si presenta alle ATP Finals in condizioni fisiche non ottimali. Sconfitto da Goffin nel primo incontro del round-robin, Nadal si ritira dal Masters e chiude così mestamente la stagione che lo ha rilanciato – insieme a Federer – nel tennis di vertice.

Il duello eterno tra Nadal e Federer riprende agli Australian Open, dove lo svizzero si conferma campione (cogliendo il 20° titolo slam) battendo in finale il croato Marin Cilic, che nei quarti ha eliminato proprio lo spagnolo. Per l’ottava volta in carriera (seconda in un major) il numero uno del mondo abbandona il campo a gara in corso e in questa occasione è la gamba, ma non specificamente il ginocchio, a creargli dolore. Nadal si lamenta dei campi troppo duri e tornerà solo tre mesi dopo in Coppa Davis contro la Germania, così Federer chiede e ottiene una wild-card per l’ATP 500 di Rotterdam ben sapendo che, in caso di semifinale, tornerebbe al primo posto del ranking. Proprio nei quarti, forse anche per l’importanza della posta in palio, Roger tentenna inizialmente contro l’olandese Robin Haase lasciandogli l’unico set del torneo; poi si scioglie, mette a segno un doppio 6-1 e sa già che il lunedì successivo sarà il più anziano n°1 del mondo nella storia dell’ATP. Non pago, Federer si aggiudica il torneo regolando anche Seppi e Dimitrov.

Dunque, il 19 febbraio, a poco più di 36 anni e mezzo, Federer diventa il più anziano re del ranking ATP ma le due grosse cambiali in scadenza tra Indian Wells e Miami e la già annunciata sosta che si concederà durante i mesi della terra rossa fanno sì che la leadership sarà presumibilmente di breve durata. Infatti, sconfitto in una rocambolesca finale di Indian Wells da Juan Martin Del Potro (con tre match-points non sfruttati nel terzo set), Federer perde al debutto a Miami contro il n°175 del mondo, il promettente australiano Thanasi Kokkinakis, la cui carriera è stata fin qui caratterizzata da diversi contrattempi fisici. Il 2 aprile, dopo Miami, Nadal torna al comando e la sua successiva campagna “rossa” è del tutto simile a quella dell’anno precedente: quattro titoli (Monte Carlo, Barcellona, Roma e Roland Garros) e una sconfitta, di nuovo con Thiem, stavolta a Madrid.
Tuttavia, anche senza giocare, Federer torna leader per una settimana (dal 14 al 20 maggio) e di nuovo un mese dopo, ritoccando così il suo primato di anzianità, durante il torneo di Halle. In Germania Roger gioca i suoi ultimi incontri in carriera da primo della classe e perde in finale con Borna Coric dopo aver annullato due match-points a Paire al secondo turno. Lo svizzero suggella quindi a 310 il suo numero record di settimane in testa al ranking e ben difficilmente potrà migliorarsi in futuro.

In virtù di un algoritmo che, nella determinazione delle teste di serie, tiene conto anche dei risultati fatti registrare negli anni precedenti sull’erba, a Wimbledon Federer è il primo del seeded-player nonostante sia il numero 2 dell’ATP. Lo svizzero però si fa rimontare nei quarti da Kevin Anderson e non difende il titolo, spostando su Nadal i favori del pronostico. Lo spagnolo ha fatto erba bruciata nei primi quattro turni ma nei quarti ha dovuto rimanere sul centrale quasi cinque ore per piegare la resistenza di Del Potro al termine di una sfida bellissima. E in semifinale ritrova una vecchia conoscenza, uno che – dopo aver raggiunto il paradiso – sembrava aver smarrito la retta via: Novak Djokovic.

Allo scopo di capire il presente e il futuro, è inevitabile spiegare il passato. Il recente passato dell’uomo che solo due anni prima aveva completato il suo personale Grande Slam è iniziato da Melbourne, dopo una pausa forzata di sei mesi allo scopo di guarire da un problema al gomito. I primi sei mesi di Djokovic, sceso al n°14 del ranking, non aiutano all’ottimismo e le sconfitte al debutto con Daniel e Paire a Indian Wells e Miami, con Klizan a Barcellona, con Edmund a Madrid e soprattutto con Cecchinato nei quarti al Roland Garros, sono mazzate al morale. Tanto che, dopo Parigi, il serbo è a un passo da una nuova pausa di riflessione. Poi però cambia idea e partecipa al Queen’s, dove si spinge fino alla finale e lì perde con Cilic dopo aver sprecato match-point (è appena la terza volta che gli succede). Un’altra mazzata, ma anche la sensazione che forse qualcosa sta cambiando. E cambia rapidamente.

 

A Wimbledon, Novak lascia per strada un paio di set ma ritrova pezzi di fiducia ad ogni ostacolo superato. E quando arriva il più alto, è di nuovo il Djokovic freddo e spietato nei momenti chiavi della partita. Nadal non aveva mai perso una semifinale a Wimbledon ed è stato a due passi dal ripetersi, in un match sospeso per oscurità con Djokovic avanti 2-1 e continuato il giorno seguente fino al limite delle cinque ore e quindici minuti. Ma il serbo è tornato e alla fine vince lui 10-8 al quinto, ripetendosi assai più velocemente il giorno dopo con Anderson in finale. “Non ho niente da rimproverarmi” dirà lo spagnolo dopo la sconfitta. “Credo di aver fatto un’ottima partita nel complesso; così come con Del Potro, poteva finire in qualsiasi modo. Stavolta è andata male.”
Il numero uno però si sente bene e lo ribadisce a Toronto, aggiudicandosi la Rogers Cup e dilatando il suo vantaggio in classifica su Federer, assente in Canada ma finalista la settimana successiva a Cincinnati. Il 13 agosto, dopo gli Open del Canada, Nadal ha quasi 4000 punti di vantaggio sullo svizzero e sembra inavvicinabile. Probabilmente lo sarebbe, se la figura in controluce che sta uscendo dal tunnel non avesse le sembianze di un marziano tornato sulla terra dopo un lungo viaggio dentro se stesso. Nella prossima puntata, l’ultima di questa carrellata sui numeri uno del ranking ATP, arriveremo ai giorni nostri.

TABELLA SCONFITTE N.1 ATP – VENTISETTESIMA PARTE

2017NADAL, RAFAELISNER, JOHN57 67LAVER CUPH
2017NADAL, RAFAELFEDERER, ROGER46 36SHANGHAIH
2017NADAL, RAFAELGOFFIN, DAVID67 76 46MASTERS H
2018NADAL, RAFAELCILIC, MARIN63 36 76 26 02 RIT.AUSTRALIAN OPENH
2018FEDERER, ROGERDEL POTRO, JUAN MARTIN46 76 67INDIAN WELLSH
2018FEDERER, ROGERKOKKINAKIS, THANASI63 36 67INDIAN WELLSH
2018NADAL, RAFAELTHIEM, DOMINIC57 36MADRIDL
2018FEDERER, ROGERCORIC, BORNA67 63 26HALLEG
2018NADAL, RAFAELDJOKOVIC, NOVAK46 63 67 63 810WIMBLEDONG

  1. Nastase e Newcombe
  2. Connors
  3. Borg e ancora Connors
  4. Bjorn Borg
  5. Da Borg a McEnroe
  6. Ivan Lendl
  7. McEnroe e il duello per la vetta con Lendl
  8. Le 157 settimane in vetta di Ivan Lendl
  9. Mats Wilander
  10. Lendl al tramonto e l’ultima semifinale a Wimbledon
  11. La prima volta in vetta di Edberg, Becker e Courier
  12. Sale sul trono Jim Courier
  13. Il biennio 1993-1994, da Jim Courier a Pete Sampras
  14. Agassi e Muster interrompono il dominio di Sampras
  15. La seconda parte del regno di Sampras, Rios re senza corona
  16. Moya, Rafter, Kafelnikov e Agassi nell’ultima fase del regno di Sampras
  17. Le 9 settimane di Marat Safin, le 43 di Guga Kuerten
  18. L’esplosione precoce di Lleyton Hewitt, gli ultimi fuochi di Agassi
  19. E alla fine arriva Federer
  20. 2006-07, il dominio di Federer con il ‘tarlo’ Nadal
  21. Lo storico sorpasso di Nadal su Federer nel 2008
  22. Altri due anni di duopolio Federer-Nadal
  23. Il duopolio è spezzato, Djokovic irrompe sulla scena
  24. Dal 2012 al 2014, Federer, Nadal e Djokovic si passano il trono
  25. Djokovic pigliatutto. Riconquista il trono e sfata il tabù Roland Garros
  26. Nel 2016, l’ascesa al trono di Sir Andrew Barron Murray

Continua a leggere

Racconti

Uno contro tutti: nel 2016, l’ascesa al trono di Sir Andrew Barron Murray

Con un finale di stagione straordinario, Andy Murray corona la sua lunga rincorsa a Djokovic e diventa il 26° numero uno della storia del tennis maschile

Pubblicato

il

Il 5 giugno 2016, per chi crede che sia possibile anche solo stilare una classifica del genere, Novak Djokovic pone la sua autorevole candidatura a diventare il migliore di tutti i tempi. Battendo Andy Murray nella finale del Roland Garros, non ha solo conquistato l’unico Slam che gli mancava. Per usare una terminologia cara al pugilato, ha riunificato il titolo indossando contemporaneamente le quattro sacre cinture del tennis: Wimbledon, US Open, Australian Open, Roland Garros, rispettando l’ordine con cui le ha vinte. Prima di lui, solo Don Budge (che ne vinse addirittura sei in fila tra il 1937 e il 1938) e due volte Rod Laver (nel 1962 e nel 1969) ci erano riusciti e Djokovic l’ha fatto nel periodo in cui stanno giocando anche Federer, Nadal e lo stesso Murray.

Insomma, potrà anche non essere simpatico a tutti, ma il serbo ha scritto una pagina memorabile del nostro sport e vorrebbe completare l’opera mettendosi al collo la medaglia d’oro olimpica a Rio de Janeiro. Prima però, ci sarebbe da difendere il titolo di Wimbledon, ma vuoi l’appagamento, vuoi una giornata storta, vuoi anche la stanchezza mentale che si fa sentire tutta in una volta dopo diciotto mesi intensissimi, ebbene ai Championships il numero uno si fa sorprendere da un californiano di 29 anni che proprio sull’erba – quella del Queen’s, nel 2010 – ha colto il più prestigioso dei suoi otto titoli ATP: Sam Querrey. Lo statunitense verrà poi sconfitto da Raonic, che a sua volta cederà in finale per il secondo titolo sui prati londinesi di Andy Murray.

Djokovic fuga ogni dubbio sul suo appetito incamerando la Rogers Cup a Toronto senza perdere nemmeno un set ma a Rio un sorteggio maligno gli mette di fronte all’esordio l’argentino Juan Martin Del Potro. Fermo ai box per quasi un anno, l’argentino è ripartito in febbraio da Delray Beach con il pettorale n.1042 ma in breve tempo è rientrato nei primi duecento e, quando sta bene, è un pericolo per chiunque. Le grandi motivazioni di Djokovic si infrangono sul dritto e sul servizio di Delpo (nemmeno una palla-break concessa) che vince con un doppio 7-6 e fa uscire il serbo in lacrime. “Una delle più grosse delusioni della mia carriera” dichiara Djokovic, e non può essere una consolazione il fatto che Del Potro conquisterà l’argento, battuto in finale da Murray dopo aver sconfitto in semifinale Nadal.

Djokovic e del Potro al termine del match di Rio 2016

Saltato Cincinnati, il numero uno torna in campo a New York ma una serie di ritiri (Youzhny al terzo turno e Tsonga nei quarti) e forfait (Vesely al secondo turno) rendono quasi impossibile giudicarne lo stato di forma. Sconfitto Monfils in semifinale, Djokovic sembra in grado di confermarsi campione degli US Open ma dall’altra parte della rete il suo rivale ha tutta l’aura di imbattibilità tipica dei sopravvissuti. Infatti Stan Wawrinka è stato a un solo quindici dall’eliminazione al terzo turno contro il britannico Evans, ma l’ha scampata e ad ogni successiva vittoria ha rafforzato la sua convinzione di poter centrare il tris dopo gli Australian Open 2014 e il Roland Garros 2015. Lo svizzero è talmente maturato da portarsi in dote una striscia di dieci finali vinte consecutive nell’ultimo triennio, all’interno delle quali ci sono anche le due (su due) disputate negli Slam, e anche a New York dà dimostrazione di freddezza e lucidità. Perso il primo set, Stan non si perde d’animo nemmeno quando il serbo gli recupera il break nelle fasi conclusive del secondo e alla lunga piega la resistenza del numero uno, che chiude il match condizionato da un problema muscolare sopraggiunto però quando già era sotto 1-2.

Dopo gli US Open, Djokovic mantiene un largo vantaggio nei confronti degli inseguitori ma deve difendere parecchi punti fino al termine della stagione. Per metterlo in difficoltà, il secondo in classifica (Andy Murray) dovrebbe fare gli straordinari e ciò sembra improbabile, anche in considerazione del fatto che lo scozzese potrebbe accusare la stanchezza delle tante partite accumulate in stagione. Adesso che i “Fab Four” sono diventati i Genesis prima maniera (ovvero quando erano in cinque) e Wawrinka in tre colpi lo ha affiancato nel numero dei major conquistati, Murray vuole coronare la sua miglior stagione di sempre con un finale in crescendo. E così accade.

Dopo la sconfitta in cinque set con Del Potro nel match di apertura della semifinale di Davis Cup a Glasgow (che l’Argentina farà sua per 3-2), Andy infila diciannove vittorie consecutive e alza i trofei di Pechino, Shanghai, Vienna e Parigi-Bercy presentandosi alle ATP Finals di Londra da nuovo numero uno del mondo (il 26eiesimo complessivo).

 

Nel frattempo Djokovic ha perso qualche colpo. Assente a Pechino, il serbo si è concentrato sui due restanti Masters 1000 in cui difende il titolo ma a Shanghai perde in semifinale con Roberto Bautista Agut e a Bercy nei quarti con Marin Cilic. Si tratta di passi falsi più che giustificabili, perché sia lo spagnolo che il croato sono avversari temibili. Il primo, nonostante le origini, predilige i campi in duro e interrompe una striscia negativa di cinque sconfitte consecutive con Nole ma avrà modo in futuro di confermare questo suo exploit. Marin, invece, è pur sempre uno dei due soli tennisti – insieme a Del Potro – ad aver vinto un major dal Roland Garros 2005 fuori dalla cerchia dei cinque Genesis. Tuttavia, il 7 novembre la classifica ATP sancisce il sorpasso di Murray su Djokovic anche se i 405 punti di distacco rimandano al Masters della O2 Arena ogni decisione su chi sarà leader alla fine dell’anno.

In realtà, lo scozzese è diventato leader a causa dello spostamento in avanti del calendario dovuto all’inserimento del torneo olimpico; tale spostamento ha fatto scadere anzitempo i punti conquistati alle Finals 2015, ovvero 1300 per Djokovic e appena 200 per Murray. Ecco perché il torneo dei maestri diventa determinante per stabilire chi chiuderà in vetta il 2016. Come da copione, a Londra i due vanno in finale e in fondo è giusto che – nel caso – il trionfo del britannico debba passare attraverso una vittoria sul predecessore, in quanto nella sua clamorosa rimonta Murray non ha mai dovuto affrontare Djokovic. La partita delude le aspettative di chi pensava che potesse essere equilibrata e incerta; Nole sembra spento e Andy la controlla dall’inizio alla fine, chiudendo 6-3 6-4. Con le Finals, Murray fa suo il quarto tipo di torneo a Londra a cui ha partecipato nella sua carriera dopo il Queen’s (ben cinque volte fra il 2009 e il 2016), le Olimpiadi (2012) e Wimbledon (2013 e 2016); per alzare il trofeo, Andy ha battuto i quattro tennisti che lo seguivano nel ranking e questo legittima definitivamente la sua impresa.

Andy Murray – ATP Finals 2016 (Alberto Pezzali © All Rights Reserved)

Inaugurato il regno con cinque vittorie, Murray affronta il 2017 con la seria intenzione di respingere il probabile ritorno di Djokovic ma nei primi mesi dell’anno il serbo ha così tanti punti da difendere che difficilmente potrà scavalcare lo scozzese. A Doha, i due si ritrovano in finale e Djokovic infligge la prima sconfitta da numero uno a Murray ma dagli Australian Open tutto cambia. La restaurazione è tanto improvvisa quanto inaspettata e ha come protagonisti gli assenti illustri dell’anno precedente: Roger Federer e Rafael Nadal. Partendo dalle retrovie, lo svizzero e lo spagnolo si ritrovano in finale in una edizione degli Australian Open in cui i primi della classe perdono prematuramente. Djokovic viene sconfitto al secondo turno da Denis Istomin mentre Murray fa un po’ più di strada ma negli ottavi viene eliminato dal tedesco Mischa Zverev in quattro set. Il fratello del giovane Alexander è un mancino dal tennis brillante che ha già battuto cinque volte un Top-10 in carriera (a fronte di dodici ko) mentre l’uzbeko ha usufruito di una wild-card in quanto con la sua classifica di n.117 avrebbe dovuto giocarsi le qualificazioni.

Il numero uno del mondo si riprende immediatamente e conquista con il brivido il titolo a Dubai. Nei quarti, Murray salva ben sette match-points nel secondo set prima di aggiudicarselo 20-18 e avere poi ragione del tedesco Kohlschreiber; molto più agevoli le successive vittorie con Pouille e Verdasco per quello che è il 45° torneo ATP in carriera. Nessuno, al momento, può immaginare che sarà anche l’ultimo per i prossimi due anni. Ma le prime avvisaglie della crisi non tardano ad arrivare. A Indian Wells, il primo della classe perde al debutto contro il canadese Vasek Pospisil, n.129 del ranking e uscito dalle qualificazioni. Con un miglior piazzamento in carriera di n.25 a inizio 2014, Pospisil ha alternato ottime settimane (finale a Washington, quarti a Wimbledon) a lunghi periodi di buio ma nella giornata buona il suo tennis potente e offensivo è in grado di creare grattacapi a chiunque.

Nei primi quattro appuntamenti sulla terra rossa, le cose non vanno certo meglio. A Monte Carlo, Murray perde al terzo turno con Albert Ramos-Vinolas, sul quale si prende la rivincita nei quarti a Barcellona per poi uscire sconfitto dal match con il ventitreenne Dominic Thiem. L’austriaco è alla quinta sfida diretta con il leader ATP e nei quattro precedenti (una volta con Nadal, tre con Djokovic) non ha mai raccolto un set ma il vento sta iniziando a cambiare e da questo momento il suo bilancio migliorerà e non di poco. Al contrario, il rendimento del numero uno peggiora e negli ultimi due Masters 1000 sulla terra arrivano altre due nette battute d’arresto; a Madrid è il croato Borna Coric a vivere la sua giornata di gloria (ma non sarà l’unica) mentre a Roma è la volta di Fabio Fognini, quinto italiano (e sesta volta) ad imporsi ufficialmente al primo giocatore del ranking.

Al Roland Garros, dove difende la finale dell’anno precedente, Andy Murray sembra ritrovare se stesso e infila cinque vittorie (tra cui un paio importanti, contro Del Potro e Nishikori) prima di arrendersi al quinto set a Stan Wawrinka. Lo svizzero in carriera ha affrontato 24 volte il numero uno del mondo e aveva perso le prime quindici, ma dal 2014 “Stan the Man” (anche grazie al suo coach Magnus Norman) è un altro giocatore e con questo risultato sono quattro le finali major ottenute, una all’anno. Stavolta però dovrà alzare bandiera bianca contro il ritrovato Nadal, che nel ranking si scambia il posto con Djokovic (dal quarto al secondo posto e viceversa) e diventa il primo inseguitore di Murray.

Sull’erba di Londra, lo scozzese ambisce a ritrovare punti e fiducia ma la sua anca malmessa lo sta minando dall’interno e arrivano così altre due mazzate. La prima gliela infligge al primo turno del Queen’s l’australiano Jordan Thompson, un lucky-loser che in carriera ha affrontato solo due volte un Top-10 (perdendoci) e al terzo tentativo fa il colpaccio. Thompson è in campo dopo aver perso da Chardy nel secondo turno di qualificazioni e grazie al forfait di Aljaz Bedene ma sfrutta le sue qualità che si esaltano sui campi rapidi e chiude 7-6 6-2 al cospetto di un Murray scarico e troppo falloso. Così, con circa duemila punti di vantaggio su Nadal, il britannico si appresta a difendere sia il titolo di Wimbledon che la corona mondiale, centrando però solo il secondo obiettivo.

Nei quarti – e per la seconda volta consecutiva ai Championships – a fermare la corsa del leader è lo statunitense Sam Querrey, che recupera da 1-2 e chiude con un doppio 6-1; ma a quel punto l’anca di Murray ha già oltrepassato il limite di resistenza e lo costringerà a prendere drastiche decisioni per il suo futuro. Nella corsa al primato, Nadal spreca una ghiotta occasione perdendo a sua volta con Gilles Muller e il torneo lo vince Federer senza perdere un set. Così, dopo Wimbledon, il ranking ha completamente cambiato volto e adesso i “Genesis” sono tutti e cinque raggruppati in poco più di 1600 punti: Murray 7750, Nadal 7465, Federer 6545, Djokovic 6325, Wawrinka 6140. In realtà si tratta di un falso equilibrio, perché due di loro sono in costante ascesa e gli altri tre in caduta libera.

Nelle prossime due puntate, le ultime di questo lungo viaggio in compagnia dei numero 1 del tennis, vedremo come sono stati gli ultimi anni.

TABELLA SCONFITTE N.1 ATP – VENTISEIESIMA PARTE

2016DJOKOVIC, NOVAKQUERREY, SAM67 16 63 67WIMBLEDONG
2016DJOKOVIC, NOVAKDEL POTRO, JUAN MARTIN67 67OLIMPIADI RIO H
2016DJOKOVIC, NOVAKWAWRINKA, STAN76 46 57 36US OPENH
2016DJOKOVIC, NOVAKBAUTISTA AGUT, ROBERTO46 46SHANGHAIH
2016DJOKOVIC, NOVAKCILIC, MARIN46 67PARIGI BERCYH
2017MURRAY, ANDYDJOKOVIC, NOVAK36 75 46DOHAH
2017MURRAY, ANDYZVEREV, MISCHA57 75 26 46AUSTRALIAN OPENH
2017MURRAY, ANDYPOSPISIL, VASEK46 67INDIAN WELLSH
2017MURRAY, ANDYRAMOS-VINOLAS, ALBERT62 26 57MONTE CARLOC
2017MURRAY, ANDYTHIEM, DOMINIC26 63 46BARCELLONAC
2017MURRAY, ANDYCORIC, BORNA36 36MADRIDC
2017MURRAY, ANDYFOGNINI, FABIO26 46ROMAC
2017MURRAY, ANDYWAWRINKA, STAN76 36 75 67 16ROLAND GARROSC
2017MURRAY, ANDYTHOMPSON, JORDAN67 26QUEEN’SG
2017MURRAY, ANDYQUERREY, SAM63 46 76 16 16WIMBLEDONG

  1. Nastase e Newcombe
  2. Connors
  3. Borg e ancora Connors
  4. Bjorn Borg
  5. Da Borg a McEnroe
  6. Ivan Lendl
  7. McEnroe e il duello per la vetta con Lendl
  8. Le 157 settimane in vetta di Ivan Lendl
  9. Mats Wilander
  10. Lendl al tramonto e l’ultima semifinale a Wimbledon
  11. La prima volta in vetta di Edberg, Becker e Courier
  12. Sale sul trono Jim Courier
  13. Il biennio 1993-1994, da Jim Courier a Pete Sampras
  14. Agassi e Muster interrompono il dominio di Sampras
  15. La seconda parte del regno di Sampras, Rios re senza corona
  16. Moya, Rafter, Kafelnikov e Agassi nell’ultima fase del regno di Sampras
  17. Le 9 settimane di Marat Safin, le 43 di Guga Kuerten
  18. L’esplosione precoce di Lleyton Hewitt, gli ultimi fuochi di Agassi
  19. E alla fine arriva Federer
  20. 2006-07, il dominio di Federer con il ‘tarlo’ Nadal
  21. Lo storico sorpasso di Nadal su Federer nel 2008
  22. Altri due anni di duopolio Federer-Nadal
  23. Il duopolio è spezzato, Djokovic irrompe sulla scena
  24. Dal 2012 al 2014, Federer, Nadal e Djokovic si passano il trono
  25. Djokovic pigliatutto. Riconquista il trono e sfata il tabù Roland Garros

Continua a leggere

Racconti

20 anni dopo, atto secondo: commedia di cappa e racchetta con Djokovic, Federer, Nadal, Murray e… Ubaldo

Un grande appassionato salverà il tennis grazie a un doppio in mondovisione. Chi lo ha vinto? Non è importante: il tennis è risorto

Pubblicato

il

Roger Federer e Rafa Nadal - Laver Cup 2017

Questo racconto in due atti è un’opera di fantasia del nostro Roberto Ferri, che in un sol colpo ha voluto regalarci una risata in salsa ‘distopica’, immaginando un futuro particolare (e un po’ spaventoso) per il nostro sport, e ha voluto farci riflettere sulla direzione che il tennis sta prendendo – stiracchiato nei due versi da chi cerca di ancorarlo alla tradizione e chi invece vuole stravolgerlo con nuovi regolamenti.

Dopo il secondo atto, vi proporremo invece un pezzo a più voci scritto dalla redazione di Ubitennis nel quale esprimeremo la nostra opinione sul processo di rinnovamento del tennis.Buona lettura!


LEGGI IL PRIMO ATTO

 

Un mattino di settembre in una villa ai piedi delle colline fiorentine. Convenevoli all’ingresso tra il padrone di casa e  quattro persone appena arrivate.

Novak: Ubaldo, che piacere rivederti. E che villa! Not too baaaad. E voi ragazzi come state? Roger, il tuo pesto è una bomba: il mio gatto ne va pazzo.

Roger: Ciao Nole, sono contento di vedere che il tempo non ti ha cambiato. Straordinaria la tua bistecca di tofu. Da quando l’ho scoperta in montagna non uso più la sciolina.

Rafa: …

Novak: Eh? 

Andy: Doppio sfregamento narice destra e tiratina lobo sinistro: quattro di fiori. Significa che ci trova tutti bene.

Roger: Come mai conosci i segni della briscola? 

Andy: Da qualche mese prendo lezioni on line di briscola da suo zio. È un po’ ossessivo. Insiste perché tenga le carte con la mano sinistra, ma io faccio finta di niente e imparo.

Seduti intorno a un tavolo bevono un caffè e poi Ubaldo prende la parola

Grazie per avere accettato il mio invito. So che non avete molto tempo e quindi arrivo subito al punto: il tennis sta morendo. Le regole introdotte dopo la vostra uscita di scena da… ( fa il nome dell’ imprenditore francese)

Roger bisbiglia all’orecchio di Andy: Francese?! Ma non è sardo?

Ubaldo: …ne hanno determinato un inarrestabile declino. Per evitare che faccia la fine del dodo..

Novak: Di chi? 

Andy: Del dodo. Uccello columbiforme della famiglia columbidae endemico dell’isole di Mauritius ed estintosi all’inizio…

Ubaldo: ..grazie Andy. Dicevo, per evitarne l’estinzione dopo averci a lungo riflettuto sono arrivato alla conclusione che ci sia un’unica soluzione: dovete tornare in campo. Sono convinto che se il mondo potesse vedervi all’opera anche solo per una volta…

Rafa: …  

Andy: Due di picche. E francamente mi associo. Mi pare una follia.

Roger: Aspettate. Non siate precipitosi. Ubaldo, hai detto “il mondo”? Non so se capita anche a voi ma io a volte mi sveglio ancora di notte ripensando.. 

Novak: …al 14 luglio 2019.

Roger: …al boato della folla nelle grandi occasioni. E ne ho nostalgia.

Andy: Beh, a essere sinceri capita anche a me. Tutti i giorni guardo le immagini del mio primo trionfo a Wimbledon…i Bobby che mi danno una pacca sulla spalla mentre faccio il giro di campo alla fine…..la folla in visibilio.. (sospira)

Novak: Premesso che a me di boati la folla di solito ne riservava pochi… ma lasciamo perdere. Non dico che certe emozioni non mi manchino, ma siamo seri: chi potrebbe essere interessato a vedere quattro ex campioni in calzoncini e maglietta correre dietro a una pallina? Anche se – modestamente – io fisico e tocco ancora li ho.

Ubaldo: Tutti. Tutti sarebbero interessati a vedervi. Ho informalmente sondato il terreno e per un doppio tra i quattro più forti tennisti del secolo che tornano in campo vent’anni dopo il ritiro per salvare lo sport che li ha resi immortali la copertura mediatica sarebbe enorme.

Andy: Quando si disputerebbe questo ipotetico doppio? 

Ubaldo: A Natale! Ho già il titolo dell’evento “25 dicembre 204..: (ri)nasce il tennis”. Bello, vero? 

Roger:  È già un classico. E dove?

Ubaldo: Sulla superficie più suggestiva: l’erba. Più precisamente il basilico. Quello dell’ex campo della tua tenuta che per l’occasione tornerebbe ad essere per un giorno un campo da tennis. La copertura c’è già visto che lo coltivi in serra!

Roger: Cosa?! Ma stai scherzando, vero? Ammesso e non concesso che una cosa simile sia tecnicamente fattibile, perderei il 50% della produzione di pesto.  

Novak: Sono certo che il mio gatto se ne farebbe una ragione. 

Roger: Forse il tuo gatto. Io e mia moglie certamente no.

Ubaldo: Sempre informalmente ho consultato il capo-giardiniere di Wimbledon. Mi ha detto che è fattibile. Anzi, mi ha spiegato che il basilico se opportunamente trattato dà alla pallina un bel rimbalzo regolare e in più lo sfregamento delle suole in gomma gli conferisce un aroma unico. Le spese per la sistemazione del campo sarebbero interamente a carico della Regione Liguria che ho già…

Roger: …informalmente consultato.

Nadal: ………………………

Andy: Sette, settebello, scopa e primiera. Rafa ci sta. E se ci sta lui ci sto anch’io.

Roger sussurra a Andy: Ma scusa lui non gioca a briscola? 

Andy a Roger: Sta cercando di adattare il suo gioco anche allo scopone scientifico, ma secondo me non ce la fa. Aperture troppo ampie.

Nole: A pensarci bene una partita a tennis al tennis la dobbiamo! Però a due condizioni: regole classiche e – soprattutto – giudici di linea elettronici. 

Roger: Ok, ci sto. Il giudice di sedia lo porto io. Ho un amico genovese che ama il tennis ed è anche ottimo medico. Alla nostra età non si sa mai.

Ubaldo: Allora ragazzi siamo d’accordo: uno per tutti e tutti per….

Rafa: ….

Andy: Uno

Novak Djokovic e Andy Murray – Wimbledon 2019 (foto via Twitter, @Wimbledon)

Fu così che alle ore 15 del 25 dicembre 204… sul campo in basilico battuto indoor di “Villa Mirka” il doppio del secolo ebbe inizio.

La partita durò oltre due ore ma agli innumerevoli milioni di persone che lo seguirono in TV sembrarono due minuti e come aveva previsto Ubaldo il tennis rinacque.

In tutto il mondo scoppiò la tennis-mania. A furore di popolo furono subito ripristinate le regole classiche e in breve tempo gli sponsor tornarono in massa. E i protagonisti della nostra commedia cosa fecero in seguito?

Roger Federer lanciò con successo il “Grand’Ubaldo” un pesto millesimato che conquistò la vetta nel ranking dei cibi più venduti del mondo.   

Novak Djokovic scrisse un best seller dal titolo “25 dicembre 204..: come salvai il tennis dal fare la fine del dodo”. È diventato Segretario Generale dell’ONU.

Rafa Nadal cambiò scopo e nome alla sua accademia di Manacor. Oggi si chiama “Istituto Rafa e Toni Nadal per la promozione dello scopone scientifico nel mondo”.

Andy Murray si adeguò al proverbio che dice “se non puoi batterli unisciti”. Imparò a suonare la batteria e riprese ad andare alle feste; si rifiuta però categoricamente di eseguire canzoni dei Beatles.

Ubaldo costituì una Società con il giardiniere-capo di Wimbledon. I loro campi in basilico battuto sono i più richiesti dai VIP di tutto il mondo.

L’imprenditore francese fu costretto ad abbandonare il mondo del tennis. Fu visto per l’ultima volta a Milano in un’osteria malfamata di Porta Cicca mentre arringava i presenti sulla necessità di proibire l’uso dei segni durante le partite a briscola. Da quel giorno non si hanno più sue notizie. 

Finisce qui la nostra commedia. Chissà nella realtà cosa sarà del tennis tra vent’anni. Voi cosa ne pensate? In attesa di conoscere la vostra opinione vi auguriamo buone feste e buon 2021.

PS. Qualcuno si starà chiedendo: ma chi vinse quella partita? I quattro protagonisti produssero uno spettacolo di tale ammaliante bellezza che ancora oggi chiunque la vide a questa domanda risponde così: “finì in parità”

Continua a leggere
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement