«Io, scampato a una strage, mi sono rifugiato nel tennis» (Cocchi). Tennis finto tutto d'oro (Grilli)

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«Io, scampato a una strage, mi sono rifugiato nel tennis» (Cocchi). Tennis finto tutto d’oro (Grilli)

La rassegna stampa di venerdì 29 novembre 2019

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«Io, scampato a una strage, mi sono rifugiato nel tennis» (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

Resurfacing. Una parola, due significati. Il resurfacing dell’anca è l’operazione subita quasi un anno fa da Andy Murray, ma in inglese resurfacing vuoi dire tornare in superficie, a galla. Proprio quello che sta cercando di fare lo scozzese ex numero uno al mondo, che ha presentato il documentario dal titolo appunto “Resurfacing” , in uscita oggi su Amazon Prime video. Il docufilm racconta gli ultimi due anni di Andy, le due operazioni all’anca, la riabilitazione, il ritorno in campo. Ma non solo. E’ il viaggio di un uomo nel dolore, nell’introspezione. Lo scozzese racconta per la prima volta dello shock subito da bambino a Dunblane, quando un folle entrò nella sua scuola sparando all’impazzata e uccise 17 persone. L’idea era nata dal voler documentare il recupero di Andy («non riuscivo più a camminare, a vestirmi», racconta) e la lenta ripresa della carriera che fino a pochi mesi prima pareva impossibile. Andy ha parlato non solo della strage di Dunblane, dalla quale lui e il fratello sono scampati, ma anche del divorzio dei genitori e della separazione dal fratello, che aveva lasciato casa per trasferirsi in un’accademia di tennis. Ha risposto inoltre alla domanda sul perché il tennis fosse così importante per lui: «Quello che accadde a Dunblane, quando avevo circa 9 anni… Per tutti i bambini sarebbe difficile. Il fatto che conoscevamo il ragazzo che sparò, andavamo al suo club per ragazzi, era stato nella nostra auto, lo avevamo accompagnato alla stazione ferroviaria e cose del genere… è stato un trauma difficile da superare. Nei 12 mesi successivi, poi, i nostri genitori hanno divorziato. È stato un momento molto complicato per noi bambini. Lo vedi e non sai bene cosa sta succedendo. E poi anche mio fratello poco dopo andò via di casa. Facevamo tutto insieme io e lui. Quando si è trasferito è stato difficile anche per me». Da lì, un periodo di ansia, di attacchi di panico. Il tennis come luogo protetto, come fuga dalla realtà e dai problemi. Stordirsi di allenamenti, viaggi, routine, per non pensare: «La mia sensazione nei confronti del tennis è che in qualche modo sia una fuga. Tutto ciò che mi è accaduto l’ho tenuto dentro. Sul campo da tennis io mostro dei lati positivi della mia personalità, ma faccio vedere anche quelli peggiori, quelli che odio di più. Il tennis mi permette di essere quel bambino, che ancora oggi si fa domande. Ecco perché non posso stare senza tennis».

Tennis finto tutto d’oro (Massimo Grilli, Corriere dello Sport)

 

Gli eroi sono stanchi, ma neanche tanto. Giocano troppo, certo, ma lontani dalla racchetta – e da certi lauti ingaggi – non possono stare. E così, un po’ esploratori e un po’ oculati amministratori del proprio conto in banca, in questi quaranta giorni che ci separano dai primi tornei del 2020, i grandi campioni tornano in campo, di preferenza in Paesi caldi ed esotici (sempre vacanze dovrebbero essere, in fin dei conti). Un tennis “light”, dove dare spettacolo è il primo comandamento. L’apripista è stato Roger Federer, che se ne è andato in giro nel Sudamerica, per un tour di quattro esibizioni con Alexander Zverev, neo-acquisto di Team8 Sports e Entertainment, la società fondata da Tony Godsick, storico manager di Roger. Quindicimila chilometri in sei giorni, tra Cile, Argentina, Colombia (dove però non si è giocato, per gravi motivi di ordine pubblico, con tanto di coprifuoco imposto dal presidente Marquez), Messico ed Ecuador. Quattro partite caratterizzate dalla presenza di un pubblico sempre entusiasta e devoto. Nella Plaza de Toros di Città del Messico sono arrivati addirittura in 42.517, cosa che scolpirà questa tournée nei libri di storia del tennis, perché tanti spettatori per un singolo incontro non si erano mai visti. […] Un record, quello messicano, che potrebbe essere ritoccato il 7 febbraio, quando a Città del Capo 50.000 spettatori sono attesi per la sfida tra Roger e Nadal, che servirà a raccogliere fondi in beneficenza per i bambini delle township. Tomando al Sudamerica, Federer ha indossato il classico sombrero, provato l’ebbrezza di giocare ai 2800 metri di Quito, promesso che nel 2020 tornerà in Colombia e soprattutto intascato 10 milioni tondi tondi. Un circolo quasi esclusivo, quello dei campioni appetiti dal circuito delle competizioni, fenomeno in grande espansione. Tra questi c’è Fabio Fognini, che sarà protagonista – dal 12 al 14 dicembre, insieme a Goffin, Isner; Medvedev, Pouille e Wawrinka – del primo grande evento tennistico in Arabia Saudita, a Diriyah, sito patrimonio dell’UNESCO, in uno stadio da 15.000 posti costruito per l’occasione. «Il Medio Oriente ha fame di tennis e credo che dovremmo giocare più spesso in questa regione – ha dichiarato il nostro – Aiuterebbe il tennis a svilupparsi, e io sono contento che mi abbiano scelto per giocare in questa nuova sede. Il caldo, poi, e i campi in cemento sono un buon test per l’Australia». […]

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Sinner guarda a Rotterdam dopo il ko a Montpellier (Barana). A Montpellier c’è Goffin tra Sonego e la semifinale (Masi)

La rassegna stampa di venerdì 26 febbraio 2021

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Sinner guarda a Rotterdam dopo il ko a Montpellier (Francesco Barana, Corriere dell’Alto Adige)

Più che Aljaz Bedene, ha potuto il mal di schiena. Jannik Sinner, mercoledì nel primo turno dell’Atp 250 di Montpellier (cemento indoor), contro lo sloveno ha pagato dazio al dolore fisico che nel corso delle 2 ore e 40′ di gioco ne ha limitato visibilmente i fondamentali servizio-dritto-rovescio: 6-3, 2-6, 6-7; peccato, perché la partenza era stata ottima. Illusione effimera, con il passare dei minuti la precarietà atletica del pusterese si è fatta sentire. Questo può essere un (parziale) alibi, perché Bedene, 60 Atp, è giocatore esperto e solido, con 4 titoli Atp in bacheca. Insomma, Sinner può perderci e non è uno scandalo. Tuttavia vederlo uscire già al primo turno dell’Open francese, in cui era tra i più attesi, desta sorpresa e anche qualche perplessità sulla preparazione svolta nei dieci giorni di riposo di rientro dall’Australia. Jannik, a 19 anni, è fisicamente ancora fragile per i livelli raggiunti precocemente grazie al talento e le noie alla schiena non sono una novità. […] Per il Rosso appuntamento lunedì a Rotterdam, nel prestigioso 500 olandese. Un anno fa Sinner in Olanda sfiorò, da wild card, la semifinale ottenendo il primo scalpo in carriera di un top ten (Goffin). Stavolta l’altoatesino è in tabellone per diritto di classifica e cercherà di giocarsi le sue carte. Recuperare la forma fisica però è la priorità. Uno Jannik al 100% può dire la sua anche in un tabellone così importante.

A Montpellier c’è Goffin tra Sonego e la semifinale (Barbara Masi, La Stampa – Torino)

 

Il ritorno di Lorenzo Sonego in continente, dopo la lunga trasferta australiana, vale subito i quarti di finale sul veloce indoor dell’Open Sud de France Atp 250 di Montpellier. È l’ottava volta in carriera che il torinese, ora 36 del ranking mondiale, disputa i quarti di un torneo del circuito maggiore. La sfida di oggi gli pone davanti il belga David Goffin, numero 15 Atp e 2 del tabellone, e la possibilità di agguantare la sua quarta semifinale dopo Antalya e Kitzbuhel nel 2019 e Vienna nel 2020. Dopo la partenza un po’ problematica al primo turno contro il francese Hugo Gaston, Sonego si è riscattato alla grande con Sebastian Korda, ventenne statunitense e figlio d’arte, artefice nel match d’esordio dell’eliminazione di Jo-Wilfried Tsonga in due set. Il torinese lo ha liquidato in scioltezza per 6/3, 6/2: «La partita perfetta — commenta il suo coach Gipo Arbino da Torino —. Contro Gaston Lorenzo si è complicato la vita da solo, a metà del secondo set ha accusato passaggi a vuoto e soprattutto insicurezza sul dritto, il suo colpo migliore. Contro Korda invece ha messo in campo l’atteggiamento giusto, propositivo su ogni palla. Ha puntato su un’alta percentuale di prime palle piuttosto che sull’ace abbassando la velocità del servizio a circa 195/200 km/h. Cosa che dovrà fare anche con Goffin».

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Djokovic, nona sinfonia in Australia. Sarà n.1 più a lungo di Federer (Scanagatta). Nole suona la nona (Crivelli). Re Djokovic a Medvedev: “Attendere prego” (Mastroluca). Djokovic si riprende l’Australia e parte verso nuovi record (Piccardi). Djokovic alla nona (Azzolini)

Il trionfo di Djokovic all’Australian Open nella rassegna stampa di lunedì 22 febbraio 2021

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Djokovic, nona sinfonia in Australia. Sarà n.1 più a lungo di Federer (Ubaldo Scanagatta, Nazione-Carlino-Giorno Sport)

Novak Djokovic cyborg. Bionico, al confine fra uomo e macchina. Nove finali all’Australian Open, nove vittorie, 18esimo Slam (a meno 2 rispetto ai 20 di Federer e Nadal). La nona, venuta su un Medvedev che reduce da 20 vittorie consecutive era diventato il favorito, è stata nettissima, figlia di un dominio tecnico tattico esagerato. Un solo set lottato, il primo vinto 75, e poi due 6-2 6-2 di fila per una finale conclusasi in meno di due ore e priva di vera suspence. Medvedev aveva ceduto soltanto 7 volte il game di battuta nel torneo, in 6 match, ma lo ha perso altre 7 volte ieri in una sola partita in cui ha servito 14 game.

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Un Djokovic perfetto gli ha dato l’ultima chance quando, vinto il primo set, ha patito un break nel primo game del secondo. Ma non era giornata per Medvedev, soltanto alla sua seconda finale Slam. Un doppio fallo sul primo punto, un paio di errori e break subito restituito. 4-1 e 5-2 in un baleno per Djokovic, con Medvedev furibondo con se stesso e che fracassa la racchetta ancora prima del 6-2 senza storia. Ciò prima di mollare gli ormeggi nel terzo. L’8 marzo Djokovic sarà n.1 del mondo per la settimana n.311 e scavalcherà Federer. N.2 resterà Nadal. La nuova generazione dei Medvedev, Zverev, Tsitsipas, Thiem, deve attendere.

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Nole suona la nona (Riccardo crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Puoi regalare capolavori al mondo e farti aprire le porte del paradiso delle leggende con uno spartito tra le dita oppure tenendo in mano una racchetta. La Nona Sinfonia di Djokovic in Australia, più che un inno alla gioia, è l’esecuzione rabbiosa e incontenibile di un campione immortale, uscito da un mese di pressioni e polemiche con la potenza rigenerante di una forza mentale e tecnica senza uguali. Povero Medvedev, nuovo vessillifero di una generazione che vorrebbe liberarsi una volta per tutte dall’abbraccio mortale dei Magnifici Tre e invece finisce stritolata ancora e sempre quando il momento conta di più: Daniil è un’altra vittima dell’inestinguibile sete di vittoria di un fenomeno dalle mille vite e dalle mille soluzioni tattiche. Non è ancora matura l’ora della rivoluzione e lo sconsolato Orso russo, travolto in tre set e in meno di due ore dopo una striscia aperta di successi (20) che durava dal 30 ottobre, fotograferà la frustrazione sua e di tutti quelli che hanno avuto la sventura di incrociare il trio più forte di ogni epoca con una parola che guardacaso viene dal futuro: «Nole, Nadal e Federer sono dei cyborg» .

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La finale dura in pratica 20 minuti, il tempo per Medvedev di recuperare da 0-3 e fino al 5-5 del primo set: da quel momento, Daniil perderà cinque turni di servizio su sei uscendo completamente dal campo, annichilito dalla risposta del numero uno, la chiave di volta del dominio più ancora della sua battuta, che invece lo aveva portato fin qui in pompa magna. La Rod Laver Arena resta perciò il giardino di casa Djokovic, l’eden delle nove vittorie su nove finali, secondo nei successi singoli in uno Slam dopo Nadal e i suoi 13 Roland Garros, un feeling che non è stato incrinato neppure dalle condizioni decisamente straordinarie in cui i giocatori hanno preparato l’appuntamento: «E stato lo Slam più impegnativo della mia vita: l’infortunio, la quarantena, le condizioni in generale. Non sono l’unico che ha sperimentato tutto questo, perció non mi posso lamentare, ma non c’è dubbio che ci sono stati tanti ostacoli da superare. All’inizio non ci sentivamo così ben accolti in Australia».

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«Non mi sento vecchio o stanco, o cose del genere. Però capisco che da adesso in poi ogni Slam sarà sempre più duro, ci saranno nuovi avversari molto forti e molto affamati, come lo eravamo io, Nadal e Federer 10 o 15 anni fa. Dovró fare sempre più attenzione al mio programma e renderlo il più intelligente possibile, dando la priorità ai Major. Ora che supererò il primato di settimane in vetta al ranking (311 contro le 310 di Roger, accadrà l’8 marzo, ndr) potrò concentrarmi solo sul record degli Slam e questo forse mi aiuterà a selezionare gli obiettivi». Fenomeni disumani e senza tempo, che ti prosciugano le energie prima ancora di scendere in campo, con l’aura personale e il carisma, con la prepotenza tecnica affinata dall’esperienza.

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Medvedev sembrava l’uomo giusto al momento giusto per provare a regalare al tennis un mondo nuovo, perché in fondo aveva già giocato una finale degli Us Open contro Nadal perdendola per un’incollatura, eppure una volta di più non ha superato lo stress test: «Quando vado in campo, anche contro i Big Three, voglio sempre vincere. Ma loro sono qualcosa di speciale. Pensate che Djokovic ha vinto nove volte a Melbourne, significa che io per fare altrettanto dovrei vincere sempre il torneo fino a quando avró 34 anni. Oppure pensate alle 13 volte di Rafa a Parigi… Sono cifre assurde, come si fa a non pensare che siano i tre più forti della storia del tennis?». E il problema, per gli altri, è che la fine dei dominatori sembra ancora lontana, come Nole puntualizza con un certo sarcasmo: «Tutti parlano della nuova generazione che verrà e conquisterà il palcoscenico, ma realisticamente ció non sta ancora accadendo.

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Re Djokovic a Medvedev: “Attendere prego” (Alessandro Mastroluca, Corriere dello Sport)

Niente cambio della guardia, non ancora. Novak Djokovic è ancora il re dell’Australian Open. Ha vinto il suo nono titolo su nove finali, il terzo consecutivo, distruggendo pezzo per pezzo il tennis del russo Daniil Medvedev, battuto 7-5 6-2 6-2 in un’ora e 53 minuti. «Daniil è uno degli avversari più duri che abbia mai affrontato — ha detto durante la cerimonia di premiazione — Vincerai il tuo primo Slam, è solo questione di tempo. Ma apprezzerei molto sè aspettassi ancora qualche anno». Per ora, a Melbourne, c’è ancora un re su cui non tramonta mai il sole, il secondo campione dopo Rafa Nadal al Roland Garros a vincere così tante volte uno stesso Slam.

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Djokovic ha iniziato il match con l’ace numero 101 ed è salito subito 3-0, come in tutte le ultime quattro finali all’Australian Open. Medvedev ha recuperato fino al 3-3 ma ha capito subito che la missione sarebbe stata impossibile. Djokovic ha vinto più punti negli scambi brevi, conquistato il 68% di punti in risposta contro la seconda, vinto 16 dei 18 punti a rete e commesso appena 17 gratuiti. Contro un avversario atleticamente resistente e potenzialmente capace di togliergli il controllo del campo, come Dominic Thiem nella finale di un anno fa, il numero 1 del mondo cambia pelle. Gioca vicino al campo, attacca con feroce misura e non sbaglia un rovescio fino al nono game del primo set. Ha preso di mira il dritto del russo, non ha avuto alcuna paura del rovescio con cui Medvedev di solito rallenta gli scambi restituendo palle avvelenate difficili da rimandare oltre la rete.

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Medvedev, capace di spingere Rafa Nadal al quinto set dopo aver perso i primi due nella finale dello US Open del 2019, non ha retto innanzitutto di testa quando Djokovic ha portato la finale in un luogo a lui inaccessibile. Migliore al microfono durante la premiazione che in campo, Medvedev ha ricordato una giornata di allenamento trascorsa a Montecarlo con Djokovic nel 2015. «Ero molto timido, pensavo che lui non mi parlasse nemmeno, invece mi trattò come se fossimo grandi amici — ha detto il prossimo numero 3 del mondo, che già si allenava in Francia — Dicevano che non fosse troppo simpatico, ma ho avuto la conferma che è una grande persona, oltre che un grande campione».

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Di sicuro, ha detto il serbo, questo nono Australian Open gli è costato tanto dal punto di vista emotivo. Prima per le conseguenze della quarantena obbligatoria, poi per le critiche ricevute dopo l’infortunio. Tanti, infatti, hanno pensato che avesse finto o comunque esagerato le conseguenze del problema. «Capisco chi pensa che non fossi infortunato, ma quelle critiche erano ingiuste – ha detto – Comunque, vedrete tutto in un documentario che uscirà a fine anno”.

Djokovic si riprende l’Australia e parte verso nuovi record (Gaia Piccardi, Corriere della Sera)

Affamato di record come quando — bambino — giocava a tennis sul fondo di una piscina vuota sotto le bombe della Nato a Belgrado, il figlio della guerra si annette metodico un altro pezzettino di riscatto sociale chiamato Australian Open,

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Mentre la rivoluzione di Daniil Medvedev russa, Novak Djokovic risorge dalle sue ceneri e raggiunge la vertiginosa quota di 18 Major, un paio in meno degli altri due che supererà in tromba

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II Djoker che sembrava mezzo morto al terzo turno contro Fritz, che minacciava di non riuscire a scendere in campo con Raonic, che aveva ceduto il primo set nei guarti allo Zverev smanicato, e tornato il treno ad alta velocità Belgrado-mondo in finale all’Australian Open contro il moscóvita 25enne che sale al n.3 del ranking. Un match dominato in tre set (7-5, 6-2, 6-2), lasciandosi recuperare un break nel primo e poi non concedendo più niente, nemmeno le briciole al rivale sbatacchiato per 11 campo, rigido come un burattino, storto come sempre, annientato. Se Medvedev (alla seconda finale Slam perduta della carriera), con il suo tennis atipico ma efficace, sbilenco però produttivo, era sembrato l’uomo della svolta, Djokovic si conferma re in carica restaurando la supremazia dei Big Three sul resto dell’orbe terracqueo. La nuova generazione può attendere, Thiem campione a New York è Isolato ad anomalia del periodo pandemico, il tennis a livello Slam rimane un affare per pochissimi. Le 311 settimane al primo posto del ranking mondiale non ci dicono niente sul Djoker che non sapessimo già: 6 degli ultimi io Major, mentre Federer si ingobbiva sotto il peso dell’inevitabile invecchiamento (ad agosto saranno 40) e Nadal gestiva i soliti infortuni, sono entrati nel trolley del serbo che viaggia veloce e leggero (33 anni, uno meno di Rafa e 7 meno di Roger) verso i pochi record che ancora gli mancano, visto che nei confronti diretti è già davanti con entrambi i rivali (29-27 con lo spagnolo, 27-23 con lo svizzero).

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Djokovic alla nona (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Sotto i flash, la bowl degli Open svela la propria magia. I volti istoriati sembrano animarsi nei riflessi della luce, mischiandosi al volto dell’ultimo vincitore che si specchia sul fondo lucido. Ha la forma di una coppa da punch, come la Davis, e nell’inseguirsi dei lampi sembra voglia raccontare di eventi vicini e lontani. Norman, la chiamano. Perché dedicata a Norman Brookes, che ne fu uno dei primi proprietari. Un mago, per tutti. Australasiatico, per di più. Il campione di un tennis miracoloso che riunì due nazioni in una, Australia e Nuova Zelanda. È la riproduzione di un vaso storico, il vaso di Warwick, ritrovato a pezzi in uno dei laghetti di Villa Adriana, a Tivoli, e restaurato dai migliori artisti del Settecento, su tutti il Piranesi. Il personaggio raffigurato, al centro di altre divinità, è Bacco. La Coppa è un invito alla libagione, alla festa di tutti, e racconta della divinità più popolare che vi sia. ll baccante è invece Novak Djokovic, e alla fine, laggiù sotto, down under come dicono gli australiani, festeggia sempre e solo lui. Nove vittorie in nove finali. La metà degli Slam conquistati da Nole, diciotto da ieri, sono stati celebrati alzando la coppa di Bacco, malgrado Nole sia, per sua stessa ammissione, «il campione che non sopporta lo champagne», cioè l’elemento liquido che meglio si sposa con le vittorie. E con la Coppa in questione. Che volete farci. Il tennis ama le proprie contraddizioni, i molti ossimori che ne fanno uno sport insieme umanissimo e ai confini del divino. Fateci caso… Mentre il popolo del tennis dibatte da tempo sulla reale dotazione di simpatia del serbo, ecco che a difenderlo scende in campo proprio Daniil Medvedev, lo sfidante imbelle, il ventiquattrenne russo che vedrà scadere a breve il suo status di “eterno giovane;

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La nona del Djoker porta con sé una sentenza limpida e cristallina nel suo significato sportivo. Per i più giovani non c’è spazio. La distanza fra gli iscritti al Club dei Più Forti (sempre loro, Federer, Nadal, Djokovic) e i molti in fila per chiederne l’ammissione, è ancora abissale. Il più vicino, Dominic DominatorThiem, ha 27 anni, ed è l’unico che possa vantare una vittoria. Gli altri sono ancora alle prese con una domanda cui non trovano risposta. Come si gioca una finale? E soprattutto, come si vince? Non come ha tentato di fare Daniil Medvedev, se ci perdonate la banalità. La finale del russo è durata dieci game e si è spenta sul 5 pari del primo set. Da il in poi c’è stato solo Djokovic,

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Novak rilancia la sfida ai suoi pari. Ai primi di marzo raggiungerà e supererà Federer per numero di settimane in vetta alla classifica. Poi tornerà a caccia delle sue prede preferite, gli Slam. «Io, Rafa e Roger siamo qui per vincere ancora. Che altro? Vogliamo evitare che i giovani vincano gli Slam al nostro posto. Ci piace vedercela fra noi». Non proprio le parole che Rafa e Roger avrebbero usato.

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Quarta corona. Nuova regina sulle orme delle leggende (Crivelli). Osaka un poker da regina (Mastroluca). Inarrestabile Osaka, regina del tennis e dei due mondi (Corriere della sera). Naomi Osaka: “Voglio essere l’idolo delle nuove tenniste” (Rossi)

La vittoria di Naomi Osaka all’Australian Open nella rassegna stampa di domenica 21 febbraio 2021

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Quarta corona. Nuova regina sulle orme delle leggende (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

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Il tennis femminile si inchina alla Osaka, potenziale regina del decennio incombente dopo una serie infinita di campionesse che hanno ballato una sola estate. Profilo basso Il trionfo agli Australian Open, (non perde da un anno), maturato sulla sorpresissima americana Brady in coda a una finale tecnicamente e mentalmente troppo sbilanciata per risultare pure spettacolare, è il quarto negli Slam: tra i giocatori in attività, uomini compresi, solo Federer, Djokovic, Nadal e le sorelle Williams ne hanno vinti di più e la Hingis e la Sharapova, a giusta ragione considerate due miti in rosa, ne vantano appena uno in più. La giapponese, per contro, ha appena 23 anni e un grande futuro davanti. Tra l’altro, continuando a parlare di leggende, solo Federer e Seles hanno vinto come lei le prime quattro finali Major giocate: «Direi che sono in buona compagnia. Spero di riuscire ad avere una carriera anche solo lontanamente paragonabile alla loro, ma quello che ho imparato in questi anni, in campo e fuori, è che va bene non essere mai troppo sicuri di se stessi. Il prossimo passo è arrivare a cinque, poi magari a sette-otto, poi dieci, ma non voglio mettermi addosso troppe aspettative. Anche perché devo migliorare sulla terra e sull’erba».

 

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Nata a Osaka (all’inizio sembrava uno scherzo), figlia di un haitiano e di una giapponese, Naomi (che porta il cognome della madre perché le leggi del Sol Levante non consentono al padre straniero di trasmetterlo) inizia a giocare a tre anni, dopo che papà Leonard ha visto in tv una partita di Venus e Serena, scoprendo che Richard, il loro genitore, ne era diventato allenatore senza avere alcuna esperienza. Una folgorazione. Da New York, dove si erano trasferiti dopo il Giappone, Leonard porta la sua bambina in Florida per la crescita definitiva nel tennis insieme alla sorella maggiore Mari, che sembra più forte (però oggi è 335 Wta). Lì la nota Patrick McEnroe, che vorrebbe affidarla alla federazione statunitense, ma il Giappone è arrivato prima con un’offerta tecnica ed economica ineguagliabile, anche se la ragazza spiccica solo poche parole nell’idioma materno (pure adesso). Il resto è storia, a partire dal successo agli Us Open 2018 sull’idolo Serena ridotta alle lacrime. Ironica e apparentemente distaccata (commentando il lockdown ha detto di essere preoccupata perché era ingrassata troppo), Naomi ha saputo però diventare un’icona popolare per il coraggio delle sue posizioni, sublimate ad agosto dalla decisione di ritirarsi dal *** torneo di Cincinnati per protestare contro la violenza sulla gente di colore al culmine del Black Lives Matter. Lei stessa, del resto, è stata vittima di pregiudizi, da donna nera negli Stati Uniti e da «straniera» in Giappone, tanto che in uno spot (poi ritirato) uno sponsor la trasformò in un cartone animato, ma con la pelle bianca. A novembre, invece, un altro manga l’ha idealizzata in un’eroina sportiva invincibile, e stavolta senza ritocchi, riconoscendole quel ruolo trascinante che continua ad affascinare pure gli sponsor (l’ultimo, Louis Vuitton), tanto da renderla, nel 2020, la sportiva più ricca del mondo con 34 milioni di euro di guadagni, montepremi compresi.

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Osaka un poker da regina (Alessandro Mastroluca, Corriere dello Sport)

Naomi Osaka si candida a nuova regina del tennis femminile. A Melbourne, ha conquistato il suo quarto titolo dello Slam su quattro finali giocate. Un poker simile, nell’era Open, tra uomini e donne era riuscito solo a Roger Federer e Monica Seles. La giapponese, la sportiva più pagata al mondo secondo Forbes e al momento la più forte a dispetto della classifica, ha sconfitto 6-4 6-3 Jennifer Brady, numero 24 del mondo alla sua prima finale in un major.

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Si è rivelata gentile con la farfalla che le si è posata sul viso in uno dei momenti più fotografati del torneo, e decisa quando ha salvato due match point negli ottavi contro Garbine Muguruza. È diventata la settima a sollevare il trofeo dopo essere stata a un punto dalla sconfitta.

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Osaka, proiettata a tornare al numero 2 del ranking, ha spiegato che non vuole guardare troppo oltre, pensare troppo in là. Non vuole mettersi troppa pressione. Negli ultimi due anni e mezzo, il tempo trascorso dal suo primo trionfo negli Slam, ha imparato ad accettare di non doversi mostrare forte per forza. «È ok non sentirsi ok. E normale non essere sicuri di se stessi», ha detto in conferenza stampa. LA PARTITA. In finale, ha dato subito un segnale chiaro alla statunitense Brady. Ha tenuto la battuta nel primo game in 77 secondi. Nonostante abbia messo in campo appena il 48% di prime di servizio, in una serata ventosa e non facile, è stata più efficiente dell’avversaria. Ha fatto la differenza negli scambi brevi, 47 a 34 il bilancio in suo favore in quelli che si conclusi in meno di cinque colpi. Brady, una delle giocatrici costrette a un regime più severo di quarantena obbligatoria a Melbourne, rimasta 15 giorni in camera senza poter uscire per andarsi ad allenare, è rimasta in partita fino all’ultimo game del primo set. Dopo aver mancato una palla break per il possibile 5-4, è andata a servire per allungare il parziale. Ma ha commesso un doppio fallo sul 40:30, provando mvano a passare da una seconda a uscire a una al centro, e sul set point ha affossato in rete un dritto da pochi passi. Come mancare un gol a porta vuota.

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La giapponese ha spinto eccome, è salita subito 4-0 e ha amministrato l’ultimo orgoglioso tentativo di rimonta dell’avversaria. Brady, al di là della delusione per l’esito della forale, è consapevole di tutti i lati positivi della sua esperienza australiana. «Devo lavorare sul mio gioco e sul mio servizio, così la prossima volta, in una situazione simile, non dovrò giocare un tennis perfetto per pensare di vincere – ha detto – ora, comunque, so che un titolo Slam è un obiettivo che posso raggiungere. Un anno fa, per me, era come immaginare di andare su Marte». Tu chiamala, se vuoi, Perseverance.

Inarrestabile Osaka, regina del tennis e dei due mondi (Corriere della sera)

Le cuffie sulle orecchie con la musica del fidanzato rapper Cordae, la blusa viola n. 24 di Kobe Bryant, il grande fratello astrale di cui vorrebbe proseguire la missione in terra; e poi i due passaporti, giapponese e americano, le due culture sotto la visiera, nelle vene il sangue di mamma Tamaki e papà Leonard; haitiano, e sui social un seguito da pop star regina dei due mondi. Non esiste sul playground del tennis una campionessa più globale di Naomi Osaka, 23 anni e già quattro Slam, destinata a dominare a lungo se non avesse mille passioni che la tirano per la giacchetta, perché non è solo di sport che vive una giovane icona. La rivale in finale a Melbourne, quella Jennifer Brady uscita dall’efficiente sistema scolastico made in Usa (Urla) brava a sopravvivere alla quarantena hard (era entrata in contatto con un positivo in aereo), dura uñ solo set. Nella ventosa notte di Melbourne volano i ricci, i capricci e il messaggio universale di Osaka (6-4, 6-3), capace per la seconda volta di cominciare l’anno come lo aveva concluso: doppietta Us Open-Australian Open.

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Uscita dalle grinfie del discusso coach Sascha Bajin, trovata la serenità con il navigato Wim Fissette, rispetto alla patologica timidezza degli inizi (non l’aiutò a sbloccarsi la crisi isterica di Serena a New York 2018, suo primo Slam), Naomi si è aperta al mondo: ha più di 85o mila followers su Twitter, quasi 2 milioni su Instagram, racconta con naturalezza l’amore per le rime di Cordae («Mi ha colpito la sua cordialità con chiunque gli chiedesse un autografo o una foto, come fosse a suo agio con tutti»), parla a più universi e culture contemporaneamente, muovendosi in avanzamento veloce.

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Naomi Osaka: “Voglio essere l’idolo delle nuove tenniste” (Paolo Rossi, La Repubblica)

Naomi non ha bisogno di mostrare la faccia feroce per mostrare la sua grandezza. Lei trionfa con la calma dei forti, chiedere a Jennifer Brady, sconfitta 6-4, 6-3 nella finale di Melbourne. Naomi Osaka è fuori dagli schemi, non si possono incollare etichette alla nuova regina degli Australian Open. E come si potrebbe? Figlia di un haitiano-americano e di una giapponese, cresciuta e formata negli Usa ma che non ha avuto problemi nel dire «di non sentirsi necessariamente americana» e scegliere il Giappone come bandiera sportiva. E poi l’esposizione sociale: indimenticabili agli ultimi Us Open le sette mascherine, con sette diversi nomi di vittime delle forze dell’ordine, in aperto appoggio al movimento Black Lives Matter. Perché lo fa? Perché Naomi è multiculturale, multinazionale, multirazziale. Rappresenta una nuova generazione nel tennis del Grande Slam.

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Questa è la ragazza che quando batté Serena agli US Open del 2018 pianse, scusandosi con il pubblico di averlo fatto.

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Studia, e pensa, prima di farlo. Gli Slam, che ora sono quattro in bacheca, non le interessano. «Non voglio appesantirmi con le aspettative». Non ha mai perso una finale a questi livelli, anzi: se arriva ai quarti, vince il torneo. Eppure ecco la sua priorità: «Il mio obiettivo principale, anche se magari suonerà strano, è quello di giocare abbastanza a lungo da affrontare una ragazza che dirà che io una volta ero la sua giocatrice preferita o qualcosa del genere». Eccolo, il concetto di identità. Il messaggio da lasciare ai posteri. Un’eredità da consegnare a chi verrà dopo. Naomi Osaka vive tra i mondi, fa parte di una Generazione X, centro di un universo in evoluzione. Tutto in una volta. Anche se prima di compiere una rivoluzione di cui non è ancora del tutto consapevole, dovrà cercare di accontentare mamma Tamaki, sapendo che sarà impossibile: «Mia mamma è buffa. Ogni volta che gioco un match mi dice di mettere semplicemente più palle in campo. Per lei la soluzione per vincere è mettere la palla in campo. Non le interessano ritmo o potenza».

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