Stakhovsky: "Vi spiego com'è nata l'ATP Cup"

Interviste

Stakhovsky: “Vi spiego com’è nata l’ATP Cup”

L’ucraino, da ex membro del Player Council, racconta il dietro le quinte della creazione di ATP Cup e della “nuova” Davis: la posizione ambigua di Kosmos e ITF, le trattative con Doha e Larry Ellison

Pubblicato

il

La prima ATP Cup sta entrando nel vivo e subito si riaccendono i dibattiti e le polemiche in relazione alla nuova Coppa Davis. Fa bene al circuito avere due competizioni “gemelle” a così poca distanza di tempo? Quale delle due funziona meglio? Si uniranno mai i loro percorsi in modo da dare vita ad un unico evento? Beh nelle ultime ore sono venute alla luce dichiarazioni molto interessanti che spiegano la genesi dei due eventi e come mai al momento essi siano incompatibili. A delineare i chiaroscuri della storia è stato Sergiy Stakhovsky, avvezzo alle dichiarazioni scomode ed ex membro dell’ATP Player Council (ha lasciato prima di Wimbledon 2019, insieme a Robin Haase e Jaime Murray per essere sostituiti da Federer, Nadal e Melzer). Il tennista ucraino ha rivelato in un’intervista rilasciata al portale ucraino bto.org.ua che il progetto ATP Cup affonda le sue radici molto indietro nel tempo e che a supportarlo c’era lo stesso gruppo Kosmos che ha rivoluzionato la Davis. Insomma molte ombre e molti interessi inconciliabili sembrano celarsi dietro alla nascita delle due grandi competizioni a squadre.

Di seguito le dichiarazioni di Stakhovsky:

In realtà l’idea della ATP Cup è stata concepita molto tempo fa e c’era dietro il gruppo Kosmos di Gerard Pique. Avevano presentato un progetto all’ATP. Il Player Council ha apprezzato molto l’idea e in più Kosmos offriva un montepremi enorme, 50 milioni di dollari. Altri 30 milioni dovevano andare all’ATP. Per un anno abbiamo lavorato al progetto, parlando con i giocatori, e a quasi tutti piaceva. Sarebbe giusto dire che volevamo creare un’alternativa alla Davis Cup.

 

L’idea principale era liberare i giocatori dall’obbligo di giocare la Coppa Davis per poter partecipare alle Olimpiadi. Avevamo pianificato di entrare in contatto con il Comitato Olimpico Internazionale e proporre questo nuovo evento come uno dei modi di qualificarsi alle Olimpiadi. Dopo aver trovato il modo e aver fatto progressi nelle trattative con il Comitato Olimpico, Kosmos ci ha detto: “Va tutto bene, ma queste sono le date che preferiamo.” Quindi hanno fatto tre proposte: 1) la settimana dopo la finale di Coppa Davis, 2) la settimana della finale di Coppa Davis, 3) la settimana di Natale.

Abbiamo detto loro che, dal momento che offrivano moltissimo denaro, potevano dettare le regole su molte cose, ma nessuno dei top player avrebbe giocato in quelle date e senza la loro presenza l’intero progetto era senza senso. Kosmos ci ha portato un contratto scritto che prevedeva un finanziamento per ospitare il torneo in quelle date. Abbiamo parlato con i giocatori, ma tutti i top players hanno detto che, non importa quanto denaro avrebbe offerto Kosmos, non avrebbero giocato in quelle date. Troppo in là nella stagione, avrebbe distrutto la preparazione in off season. Semplicemente non era realistico.

Allora il Player Council – Djokovic non ne faceva parte all’epoca, è stato eletto alla fine del 2016 – ha riferito la decisione a Kosmos e ha suggerito di trovare un’altra sistemazione nel calendario. Dopotutto è il nostro calendario, possiamo tirare un po’ qua e là per fare spazio all’evento, ma non alla fine della stagione. Kosmos però rimase irremovibile sulla propria posizione.

A quel punto, uno dei membri dell’ATP Board – non ne fa più parte al momento – iniziò a tentare di persuaderci. Solo molto dopo abbiamo saputo che questo membro dell’ATP Board aveva i propri interessi in questo progetto e che ne avrebbe tratto beneficio. Questa persona stava promuovendo l’idea ad una delle riunione e mi ricordo che ero seduto accanto a Gilles Simon: nessuno dei due riusciva a capire come fosse possibile sviluppare qualcosa che era chiaramente destinato a fallire. Dovevamo danneggiare il marchio ATP? Noi giocatori dovevamo riportare il buon senso nell’ATP Board. È stato divertente vedere come molte persone nell’ATP non abbiano idea di ciò che fanno. Alla fine abbiamo rifiutato l’offerta di Kosmos, ma non abbiamo abbandonato l’idea di una nuova competizione a squadre. Abbiamo detto ai capi dell’ATP di trovare uno sponsor e che tutti i giocatori avrebbero amato di prendere parte a un evento del genere, a patto che avesse una buona collocazione in calendario.

Chi aspettava da tempo di avere un grande evento era Doha. Avevano già proposto di comprare la licenza di Parigi Bercy e questo nuovo torneo sembrava ancora più importante. Chris Kermode è andato a Doha e ha iniziato le contrattazioni, ma all’ultimo momento il Qatar ha dovuto affrontare una crisi politica e, in secondo luogo, avevano appena portato Neymar al PSG per 300 milioni di dollari. Nasser Al-Khelaifi (presidente del PSG e della Federazione qatariota di tennis, ndr) ci ha detto: “Non abbiamo abbastanza soldi e non siamo interessati.” Io personalmente ho incontrato il direttore del torneo di Doha, Karim Alami, per convincerlo a non sprecare un’occasione così unica, ma anche lui ha detto che la situazione politica era complicata, che non c’erano abbastanza soldi e che comunque non erano interessati.

Allora abbiamo iniziato le negoziazioni con l’Australia e con Larry Ellison (capo del colosso Oracle e proprietario del torneo di Indian Wells, ndr). Con Larry non ha funzionato per via della location: voleva ospitare il torneo a Indian Wells a gennaio, ma volare da lì all’Australia non era l’opzione migliore. Tennis Australia ha fatto l’offerta economica più bassa perché sapeva di avere la sede e lo slot di calendario ideali. La cosa più importante però è che Tennis Australia ha offerto di dividere a metà tutti i “profitti extra”, una cosa senza precedenti. Sulla base di questa offerta, abbiamo optato per l’Australia.

I “profitti extra” includono tutti i soldi degli sponsor, dei diritti televisivi e degli altri diritti che eccedono i costi dell’ospitare il torneo e i “profitti normali” definiti dal contratto. Tutto questo denaro sarebbe stato equamente diviso tra ATP e Tennis Australia.

L’ATP Cup offre fino a 750 punti che potrebbero aumentare fino a 1000, quando il nuovo stadio di Sydney sarà completato. Questo evento è molto cool. Non abbiamo molti eventi a squadre sul Tour. La Coppa Davis è cool, emozionante e via dicendo, ma il suo format si è esaurito. Ecco perché l’ATP ha voluto portare qualcosa di nuovo nel tennis. “”

Stakhovsky rivela che, prima di procedere con l’idea di un nuovo evento, i giocatori avevano per anni cercato di introdurre modifiche nel format della Coppa Davis per renderla più appetibile e moderna.Il Player Council ha parlato molto con l’ITF per cambiare la Coppa Davis in modo da mantenere l’evento, pur modificando il formato. Abbiamo suggerito di cambiare il formato dei match, trasformarlo in un torneo da una o due settimane oppure disputarla ogni due anni. La risposta dal Comitato della Coppa Davis è sempre stata la stessa: no, è la tradizione, gli sponsor non approverebbero, tutto rimarrà com’è sempre stato.

Quando Kosmos, dopo aver fallito l’accordo con l’ATP, si è recata dall’ITF – così potete capire l’assurdità della situazione – il presidente dell’ITF ha annunciato la riforma della Coppa Davis senza nessuna consultazione con il Comitato o con gli sponsor di allora. Né Rolex, né BNP Paribas, né Adecco sono state avvisate che Kosmos sarebbe divenuta un nuovo partner dell’ITF e che la Coppa Davis sarebbe stata modificata radicalmente.

All’inizio ero sicuro che l’ITF Annual General Meeting non avrebbe passato la riforma, i membri erano troppo radicali. Ma dopo aver parlato con Gerard Pique – ha provato a fare pressioni perché abbandonassimo l’idea dell’ATP Cup e fondessimo i due eventi – ho capito, grazie ad una sua frase, che ce l’avrebbero fatta. Ha detto che sapeva come funzionava la FIFA e che avrebbe avuto i voti. Non so e non voglio sapere cosa intendesse esattamente con quelle parole, ma, come abbiamo visto, ha funzionato.

Allora Djokovic ha iniziato a promuovere attivamente la fusione tra Coppa Davis e ATP Cup. Ha proposto di disputare l’evento unificato nella settimana della Laver Cup, ma abbiamo insistito sul fatto che il contratto con Tennis Australia era stato già firmato e che era meglio avere il nostro torneo, separato dall’ITF. Il contratto è di dieci anni, se non sbaglio. Dopo questo termine ATP e Tennis Australia diventeranno co-proprietari e potranno muovere l’evento dove vorranno, in Cina o in Europa, ma sempre in accordo con i giocatori. Allo stato attuale, credo che format, location e condizioni per i giocatori in questo torneo siano ideali.

Continua a leggere
Commenti

Interviste

Panatta: “I tornei che hanno tradizione vanno tutelati, Federer se ne farà una ragione”

Adriano Panatta, intervistato da ‘La Stampa’, approva lo spostamento del Roland Garros. Per Roma invece “ottobre va benissimo”. E su Federer dice: “Mi sta simpatico ma non possiamo andare dietro a lui”

Pubblicato

il

I canali social ci permettono di tenerci aggiornati su ogni passo – anche quando non si muovono da casa – di tutti i campioni di nuova generazione, ma quando si vuole sapere come se la passano le vecchie glorie è la carta stampata che corre in aiuto. In questo caso si tratta proprio del quotidiano ‘La Stampa’ che il 26 marzo ha pubblicato un’intervista realizzata da Stefano Semeraro ad Adriano Panatta: la domanda di apertura non poteva non essere sull’emergenza Coronavirus. “Sto in casa, non mi muovo, esco una volta alla settimana per fare la spesa. Basta” ha fatto sapere l’ex tennista romano che ora si trova a Treviso, dove ha da poco aperto un nuovo centro tennis.

Lo sport tuttavia in questo momento passa in secondo piano. “È l’ultimo dei problemi. In questo isolamento forzato però si ha più tempo per cose che di solito trascuriamo. Ad esempio pensare: a quello che potrei fare, a quello che ti impediranno di fare dopo. Le preoccupazioni sono tante. Paragonano questo momento al dopoguerra, cioè il periodo in cui l’Italia, fino al boom degli anni ’60, ha dato il meglio. Speriamo si ripeta quel fenomeno. Speriamo che i nostri governanti abbiano capito che le priorità devono essere diverse”.

Iniziando poi a parlare di tennis, Adriano non nasconde affatto il suo disinnamoramento per questo sport, o quanto meno per il suo aspetto organizzativo. “Non mi piace per niente. Tutto quanto è pensato per i grandi gruppi, che ormai fanno il bello e il cattivo tempo. […] Vogliono lo spettacolo ma lo sport è fatto anche di altre cose“. Sulla decisione di spostare il Roland Garros a settembre si è detto d’accordo, adducendo come motivazione la storia centenaria del torneo: Fine settembre è una collocazione giusta anche se per i giocatori passare dal cemento alla terra battuta è un piccolo problema. Io lo avrei spostato anche una settimana più tardi“. E la concomitanza con la Laver Cup sponsorizzata da Federer non gli appare affatto un problema. Federer mi sta anche simpatico ma si è fatto una società per conto suo, se ne farà una ragione. Non possiamo andare dietro a lui“. Un pensiero decisamente in contrasto con chi vede il campione svizzero come il principale traino del movimento tennis mondiale.

 

La situazione romana per lui è invece di più facile soluzione e non sembra contemplare un cambio di sede. Gli Internazionali “vanno recuperati. Ottobre va benissimo, anche dopo Parigi. Ha presente le famose ottobrate romane? A Roma maggio come clima non è meglio di ottobre, anzi”. E da questo tema parte una richiesta diretta al presidente dell’ATP:Faccio un appello ad Andrea Gaudenzi. Non gli chiedo da italiano di favorire l’Europa, ma le istituzioni del tennis hanno il dovere di salvaguardare i grandi tornei che hanno tradizione. Giocare a Phoenix, Arizona, non è più importante che giocare a Roma. Bisogna che tutti se lo mettano in testa”. Affermazioni non troppo dissimili da quelle fatte qualche giorno fa dall’ex tennista francese Benneteau.

Conclude infine prima con una nota seria e poi con un augurio per il futuro. Quando gli viene fatto notare che i tennisti di secondo piano soffrono economicamente per il blocco, lui ammette schiettamente: “Mi dispiace. Ma sono più preoccupato dell’operaio della Finsider”. Mentre una volta che la vita sarà tornata alla normalità, “speriamo di riuscire a fare un po’ di ironia anche su questa brutta cosa. L’ironia batte tutto“. E lui anche in questo campo se ne intende parecchio.

Continua a leggere

Interviste

La fame di vittoria di Sinner: “Le NextGen sono state solo l’inizio”

Il sito dell’ATP dedica un articolo alla grande promessa del nostro tennis, coinvolgendo anche coach Piatti e Claudio Pistolesi. “Jannik adora il tennis. Preferisce riguardarsi un Fedal che andare al cinema”

Pubblicato

il

Milano, città in questi giorni purtroppo sconvolta dal ciclone coronavirus, ha un significato particolare per Jannik Sinner. Come tutti gli appassionati di tennis italiani e non solo ricordano, nel capoluogo lombardo, pochi mesi fa, il 18enne altoatesino si è consacrato vincendo le NextGen Finals, di fronte al festoso pubblico del Palalido. Ma forse in tanti ignorano che a Milano, poco più che bambino, Jannik fu notato per la prima volta da Riccardo Piatti, il suo mentore e attuale coach. “Ero lì per un torneo e l’ho visto perdere 6-1 6-2”, ha raccontato Piatti all’ATP, in un articolo completamente dedicato a Sinner. “Ma era l’unico ragazzino che provava a modificare il proprio gioco. Aveva un’attitudine vincente. Non metteva solo la palla dall’altra parte della rete e sperava che le cose andassero bene. Era calmo e riusciva bene a controllare le proprie emozioni. Colpiva la palla in maniera pulita ma con poca potenza”.

E lo stesso Sinner si ricorda di com’era quando a soli 13 anni ha lasciato le montagne di San Candido per il mare di Bordighera, sede dell’accademia di Piatti. “Non ho mai dubitato di poter diventare un buon giocatore di tennis perché sono uno che lavora tanto. Ma ero più magro e basso di quanto non sono ora”, ha rivelato Jannik che all’epoca viveva a casa di uno dei coach del centro creato da Piatti, Luka Cviektovic, che aveva dei figli più o meno della stessa età. “Giocavo in maniera aggressiva all’inizio ma a volte non avevo abbastanza fiducia nel mio gioco. Nel tennis si possono vincere delle partite o un intero torneo ma puoi anche perdere tre o quattro volte consecutive al primo turno”. Un ragazzino con grandi potenzialità ma pur sempre un ragazzino, sia dal punto di vista fisico che mentale. 

Ma se è impossibile, oltreché opportuno, forzare il processo di maturazione del corpo di un giovane atleta, è possibile, e a volte proficuo, velocizzare il processo di maturazione mentale. Come si fa nel tennis? Ad esempio saltando praticamente a piè pari i tornei junior, in cui si affrontano avversari magari di eguale talento ma anche di eguali insicurezze, e buttandolo nella mischia dei tornei professionistici, in cui chi sta dalla parte della rete è lì per guadagnarsi da vivere, punto dopo punto. Sinner ha così cominciato dai Futures, il primo gradino della lunga scala del tennis, a inizio 2018, quando aveva appena 16 anni. “La decisione di provare subito a misurarsi con tennisti più esperti è stata mia”, ha raccontato. “Ho sicuramente percorso una strada più difficile, ma mi è servita per riuscire a gestire la pressione che metto su me stesso. Pensi di dover vincere ogni match o punto e poi finisci per strafare. Dovevo capire che in realtà è un lungo processo di apprendimento”.

 

Ma la risposta riguardo alla paternità di questa scelta non convince appieno. La lunga mano di Piatti nel suo percorso è evidente. Il 61enne guru del tennis di Como, in passato sulle panchine di tennisti del calibro di Ljubicic, Raonic e Gasquet, è stato il vero deus ex machina dietro la rapida maturazione di Sinner. L’obiettivo è sempre stato, un po’ come con un computer, metterlo di fronte a problemi molto complessi, e vedere come riusciva a risolvere i problemi.

Un processo educativo, oltreché tennistico, che non ha ammesso scorciatoie e nel quale lo stesso Piatti non si è mai lasciato andare a trionfalismi quando Jannik cominciava ad ottenere risultati di rilievo. “Abbiamo cominciato con i Futures e poi siamo passati ai Challenger. Si è sorpreso lui stesso del suo livello. Quando ha cominciato a battere giocatori più forti di lui, ha capito quanto fosse forte e che non c’era nulla di cui sorprendersi. Quando ha vinto Bergamo gli ho detto: ‘molto bravo ma il tuo avversario non era un granché. Tu eri più forte di lui e ora dobbiamo trovarti gente più forte contro la quale misurarti’, ha sottolineato, non facendo un grande complimento a Roberto Marcora che peraltro ha successivamente circa 100 posizioni in un anno. “Con lui la questione è sempre stata trovargli avversari più vecchi per capire se potesse trovare le soluzioni. Gli volevo far capire che agli avversari non gliene frega niente di chi è lui”. 

Jannik Sinner – ATP Challenger Bergamo 2019 (foto Felice Calabrò)

Ed è stata però proprio quella vittoria all’inizio della scorsa stagione, curiosamente in un’altra città lombarda, a far crescere enormemente la consapevolezza di Jannik nei propri mezzi. E insieme alla fiducia sono arrivati anche le vittorie sul tour maggiore. Il prodigio altoatesino, al battesimo al Foro Italico, ha vinto il suo primo match contro l’americano Steve Johnson. Solo qualche mese più tardi Sinner si ritrovava nella semifinale di un 250 ad Anversa grazie a scalpi di prestigio come quello su Monfils. “Cerco sempre di alzare l’asticella, per capire se sono bravo a battere avversari di diverso livello: Futures, Challenger e, più di recente, circuito maggiore. Si tratta di andare in campo ed eseguire il mio schema di gioco: fare quello che voglio io invece di lasciare che la partita sia dettata da altri”, ha affermato. “Vincere il titolo a Bergamo all’inizio del 2019 è stato un incentivo a migliorare ancora. Quando ho battuto Monfils ad Anversa ad ottobre, ho capito quando strada potessi fare”. 

Poca in realtà, in termini di chilometri, per ritornare a Milano, sede dal 2017 delle Next Gen ATP Finals, il torneo riservato ai migliori otto Under 21 al mondo. Al Palalido mancavano i canadesi Felix Auger-Aliassime e Denis Shapovalov, che sarebbero state le prime due teste di serie. Ma comunque Sinner si trovava di fronte avversari di talento e molto più navigati di lui come Alex De Minaur e Frances Tiafoe, due che ad esempio già avevano vinto un titolo ATP in carriera. Eppure, nonostante non partisse come favorito sulla carta e dovesse reggere anche le aspettative del pubblico di casa, venuto a frotte per ammirare quello che veniva descritto come il più grande talento del tennis azzurro da molti anni a questa parte, Sinner ha trionfato. E lo ha fatto con grande autorità, sconfiggendo nettamente De Minaur in finale.  “Ero contento per essere riuscito a reggere la pressione di vincere in casa a Milano ma ho anche capito che volevo provare questa sensazione ancora e ancora”, ha proseguito Jannik. E speriamo che ci riesca. 

Le premesse ci sono tutte. Il ragazzo ha decisamente la testa sulle spalle, tanta ambizione e un amore esagerato il tennis. “Jannik adora questo sport. Mi piace il mio lavoro e per questo lo faccio da quarant’anni. Lui è come me. Ama il tennis, vuole migliorare e dà il massimo per riuscirci. Guarda un sacco di partite, si allena molto, e non perché è obbligato a farlo. Perché sa quello che vuole. Non è difficile dedicare la propria vita per uno o due anni, ma io dico a Jannik che deve dedicare la sua vita a questo sport per 15 anni”, ha spiegato coach Piatti, con quel misto di severità necessaria affinché il ragazzo non si monti la testa e orgoglio per gli straordinari risultati già conseguiti. “Ora ha una personalità forte. Al contrario di molti giocatori che ho allenato, gli posso parlare apertamente 30 minuti dopo una sconfitta invece di aspettare il giorno successivo. Non si distrae e preferisce ad esempio riguardarsi i match di Federer e Nadal piuttosto che andare al cinema”. Insomma, la vita di Jannik gira totalmente attorno ad una racchetta e una pallina gialla. 

Riccardo Piatti (foto Gabriele Lupo)

Ma per riuscire ad imporsi ai vertici del tennis mondiale non basta essere la persona giusta, serve anche circondarsi delle persone giuste. Secondo Claudio Pistolesi, altro allenatore italiano di fama mondiale ed ex n.1 del ranking Junior a metà degli anni Ottanta, Sinner è in ottime mani da questo punto di vista, a contrario di diversi tennisti azzurri del recente passato. “Piatti e l’accademica possono proteggere Jannik dagli errori che sono stati commessi nello sviluppo di altri giocatori italiani”, ha sostenuto Pistolesi, che pure è stato allenato dal coach lombardo ad inizio carriera, non nascondendo una critica nei confronti dell’operato della Federtennis da questo punto di vista. “Piatti è un grande mentore e può usare il suo network per preparare al meglio Jannik. In questo momento lui deve dare la priorità alla sua carriera e ad avere attorno un grande team”. 

Insomma, il processo va avanti. Non facendosi condizionare dai successi di fine 2019, così come da qualche piccolo incidente di percorso nel primo scorcio di 2020. L’orizzonte temporale è molto più lungo di così. “Il dottore ha detto che crescerà ancora di circa quattro centimetri. Deve allenarsi e giocare ma non dobbiamo esagerare e portarlo al limite. Quando avrà 22-23 anni sarà pronto”, ha detto Piatti. E se già ora è in grado di misurarsi alla pari con praticamente tutti i tennisti del mondo non vediamo l’ora di sapere cosa sarà in grado di fare allora. Quando sarà pronto. A quel punto potrebbero essere gli altri a non essere pronti per lui. 

Continua a leggere

Interviste

Il sogno di Shapovalov: “Ispirare i ragazzini a giocare a tennis in Canada”

Il n.16 del mondo viene da una famiglia di tennisti. Ma sa che nonostante i suoi successi, c’è ancora tanto da fare per il tennis canadese. E sostiene: “il mio unico obiettivo è migliorare ogni giorno”

Pubblicato

il

Come per tanti altri giocatori del circuito ATP, anche per Denis Shapovalov il tennis è sempre stato una cosa di famiglia. La madre Tessa è stata una giocatrice professionista negli anni Novanta, rappresentando la Russia. Terminata l’attività agonistica, è finita ad insegnare tennis al Richmond Hill Tennis Country Club di Toronto, la città più popolosa del Canada. 

La racchetta da tennis è finita ben presto nelle mani del figlio maggiore Evgeny, del quale mamma Tessa è diventata la prima allenatrice. Mentre loro si allenavano, anche il fratello più piccolo, un po’ per spirito di emulazione, cominciava già a dimostrare per lo sport. “Quando lui (Evgeny) lavorava con mia mamma, cercavo di correre in campo e disturbarli. Volevo colpire la palla. All’inizio andava bene perché non la colpivo. Poi ho cominciato a prenderci e così mia mamma ha deciso che era il momento di iniziare a giocare, se volevo”, ha raccontato il n.16 del ranking mondiale al sito della ATP. 

Questo però non significa che la strada sia stata facile per lui. Fin da bambino, Shapovalov ha dovuto fare grandi sacrifici per inseguire il suo sogno diventare un grande tennista. Mentre gli altri bambini, una volta finita la scuola, si rilassavano e giocavano, lui si allenava. “Non ho avuto un’infanzia normale”, ha proseguito. “Mi ricordo che mi svegliavo alle 5-6 del mattino per allenarmi prima della scuola. Altre volte mi sono allenato fino alle 10-11 di sera. Volevo migliorare, cercare di dare il massimo. Ricordo di aver pianto alcune volte sul campo da tennis”. 

 

Ma non era il solo a fare sacrifici. Insieme a lui c’era anche la famiglia, inclusa ovviamente mamma Tessa, a supportarlo finanziariamente oltre che dal punto di vista tecnico. È stata dure anche per loro. “I miei genitori hanno fatti grandi sforzi perché hanno fatto tutto da soli. Non abbiamo ricevuto nessun aiuto quindi tutti i soldi li abbiamo messi noi”, ha sottolineato. “Ad un certo punto ci siamo chiesti se fosse la scelta giusta perché viaggiavamo e non ci potevamo permettere più di partecipare ad altri tornei. Ma io ho sempre creduto nella mia famiglia e la mia famiglia ha sempre creduto in me”.

Non c’è da stupirsi che la famiglia Shapovalov abbia ricevuto poco sostegno. Il Canada non è mai stato un paese dalla grande tradizione tennistica. Ora però si trova con una batteria di giovani talenti che tutti invidiano. Denis e Felix Auger-Aliassime, a rispettivamente 20 e 19 anni, sono già nell’élite del circuito ATP e insieme (anche a Vasek Pospisil) hanno trascinato il team canadese alla finale di Davis. Al femminile, la classe 2000 Bianca Andreescu ha conquistato il suo primo Slam agli ultimi US Open.

Nonostante ciò, Shapovalov sa che il tennis in Canada è ancora uno sport minore e che tanti ragazzini preferiscono magari giocare a hockey. “Vorrei usare il mio gioco per ispirare più bambini che non hanno ricevuto supporto a non mollare e che è possibile farcela se ci si crede e si lavora duro”, ha proseguito. “Spero di poter ispirare una giovane generazione di canadesi a prendere in mano la racchetta e credere che possono diventare dei giocatori di tennis rimanendo a vivere nel loro paese”.

Oltre a pensare agli altri, Shapovalov ha ben chiari anche i suoi obbiettivi. Dopo una deludente parte centrale di stagione, con l’arrivo di Mikahil Youzhny in panchina, il biondino nato a Tel Aviv ha risalito la china, vinto il suo primo torneo sul circuito maggiore in carriera a Stoccolma e centrato la prima finale in un Masters 1000 a Parigi Bercy. L’inizio di 2020 è stato di nuovo poco brillante, a dimostrare che la strada verso la continuità è ancora lunga. Ma va percorsa giorno dopo giorno.

“Quando mi sveglio il mio unico obbiettivo è migliorare. Cercare di crescere come persona e giocatore”, ha concluso. “Mi voglio godere la mia carriera. Non mi devo più preoccupare dei soldi o se vinco un match in più o in meno. Vado in campo per divertirmi e per mostrare quello che so fare”. Quel bambino che si divertiva a disturbare le lezioni di mamma Tessa è cresciuto ma ha ancora voglia di giocare. 

Continua a leggere
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement