Australian Open: Federer e Nadal si difendono, Sinner con la... chioma

Interviste

Australian Open: Federer e Nadal si difendono, Sinner con la… chioma

Roger e Rafa parlano dell’emergenza aria. Wozniacki prepara il ritiro, Berrettini schiva l’inglese e Sinner non riesce a… darci un taglio

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Roger Federer in conferenza stampa - Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

Dal nostro inviato a Melbourne

Come largamente prevedibile, durante la giornata tradizionalmente dedicata alle conferenze stampa pre-torneo di tutti i big ha tenuto banco la questione “qualità dell’aria” che tante polemiche aveva scatenato martedì e mercoledì scorsi, quando i giocatori impegnati nelle qualificazioni sono stati mandati in campo con livelli di concentrazione delle polveri sottili molto insalubri o addirittura pericolosi. Alcuni tennisti erano intervenuti sui social media per denunciare come vengano usati due pesi e due misure per i “ballerini di fila” e per le “vedette”, fino ad arrivare anche a dire come i top player si comportano “da egoisti” (accusa, poi ritirata, avanzata dal canadese Brayden Schnur).

Federer e Nadal sono entrambi apparsi molto sensibili all’argomento ed hanno respinto le accuse (peraltro già svanite del nulla) al mittente: “Ero nell’ufficio del Direttore del torneo martedì – ha spiegato Roger Federer durante il suo affollatissimo incontro con la stampa – leggevo che la città di Melbourne invitava tutti a stare in casa, a non fare uscire gli animali, a chiudere le finestre e nella players lounge i giocatori venivano chiamati in campo: chiaramente qualcosa non andava. Per me la comunicazione è la chiave di tutto: devono farci sapere in base a quali criteri vengono prese le decisioni, in modo da essere tranquilli che esiste un processo rigoroso per stabilire se si gioca o no. Ora ci è stata data questa informazione”. Nella giornata di mercoledì Tennis Australia ha infatti reso nota la loro “Air Quality Policy, che in sostanza prevede che il gioco venga sospeso quando le rilevazioni delle polveri sottili supera il livello di 200 microgrammi per metro cubo.

Il regolamento dei Giochi Olimpici utilizza come limite soglia i 300 [microgrammi per metro cubo]” ha precisato Federer, peraltro bacchettando i giornalisti in conclusione della sua conferenza stampa in inglese in quanto la parte tennistica del suo Australian Open era stata totalmente trascurata. “Nel caso a qualcuno interessi, al primo turno gioco con Steve Johnson. In fondo sono in Australia per giocare a tennis” ha sottolineato lo svizzero, che poi ha aggiunto: “Sarà complicato giocare con un avversario che ha giocato parecchie partite recentemente mentre io non ne ho giocata alcuna. Non ho grandi aspettative da questo torneo, ho fatto tutto il possibile, vediamo come andrà”.

Dello stesso tono la replica di Rafael Nadal alle accuse di egoismo: “Sono soltanto un altro giocatore, che può fare quello che possono fare tutti, ovvero andare nell’ufficio del Direttore del Torneo e chiedere spiegazioni. Ed è quello che ho fatto. La spiegazione che mi è stata data mi ha convinto, e la storia è finita lì. Quando mi dicono che c’è un team di esperti che misura la qualità dell’aria ogni quattro minuti e se [il parametro di riferimento] sale oltre 200 si smette di giocare, io non ho molto altro da dire. Non sono un esperto, devo fidarmi di chi è esperto, io tendo a non parlare di cose che non conosco. Il Comitato Olimpico Internazionale, che è l’organismo più importante di tutto lo sport mondiale, ha come soglia di riferimento 300, noi abbiamo 200. La risposta mi è sembrata convincente”.

È comunque importante – ha proseguito il campione spagnolo nella sua lingua madre – che non si attribuisca al fumo e alla qualità dell’aria la responsabilità di tutto quello che succede nel torneo. In ogni evento ci sono giocatori che si fanno male, che si ritirano, che soffrono il caldo, etc… anche se non ci sono problemi di qualità dell’aria. Bisogna resistere ad attribuire la causa di tutto al fumo”.

Rafa Nadal – Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

Stefanos Tsitsipas, che difende la semifinale raggiunta lo scorso anno, ha rivelato che anche lui aveva avuto problemi di respirazione nella notte dopo essersi allenato all’aperto a inizio settimana. “Ora va tutto bene, ma i primi due giorni qui sono stati molto insoliti”. Per Dominic Thiem la qualità dell’aria a Pechino è peggiore di quella di Melbourne durante i giorni dell’emergenza: “Lì mi è capitato di avere problemi con tosse insistente la notte, qui invece nulla di tutto ciò”. Tutto a posto anche per il nostro Berrettini, che soffre di asma, ma non ha risentito per nulla della situazione.

Non si è comunque parlato solamente di problemi respiratori e misurazioni scientifiche: Caroline Wozniacki, che dopo l’Australian Open darà l’addio al tennis professionistico, ha illuminato la sua ultima conferenza stampa pre-torneo della carriera con uno splendido sorriso (e con lo spettacolare anello di fidanzamento regalatole dal neo-marito David): “Mi ritiro senza rimpianti, ho dato tutto quello che avevo e sono riuscita a realizzare molto di quello che volevo. A David avevo detto che per i primi sei mesi non avrei voluto fare nulla, ma mi sono resa conto di aver preso parecchi impegni per alcuni progetti che sto intraprendendo e fino a maggio sarò forse più impegnata di prima”.

La sua unica vittoria in un torneo dello Slam, qui in Australia nel 2018, è indissolubilmente legata a questo torneo anche per la sua avversaria nella finale di due anni fa: Simona Halep, che ritorna ad avere al suo angolo a tempo pieno il suo amato allenatore Cahill, vuole vincere anche qui in Austalia dopo i titoli vinti a Parigi e Wimbledon- “Speravo di giocare più partite [ad Adelaide] – ha detto la rumena, che ha confermato di aver cambiato le sue abitudini nella scorsa off-season, preparandosi a Dubai invece che in Romania –  ma Sabalenka sa essere molto forte quando è in palla. Mi sento comunque pronta per la sfida”.

Divertente come al solito Naomi Osaka, che pensa ai 2000 punti della vittoria dello scorso anno da difendere (“Ogni tanto penso che se perdo subito potrei uscire dalle Top 10, questo -2000 che aleggia sulla mia testa è pesante”) e si reputa ancora una novellina nonostante tutto: “Non credo si possa dire che Barty è una mia rivale. Non sono sul circuito da abbastanza tempo per aver giocato più di 4-5 volte con alcune delle mie avversarie, e questa non può essere considerata una rivalità. Avere una rivale sarebbe una benedizione… perché la vita sarebbe più divertente: potrei fare il tifo per questa, e per quell’altra…”. Poi pochi secondi dopo si addentra nelle sue profonde considerazioni esistenziali, sottolineando come lo scorso anno era più “fearless”, impavida, e pensava che niente la potesse fermare. “Oggi invece, dopo l’anno più duro di tutta la mia vita, apprezzo di più le vittorie perché so quanto è duro raggiungerle”.

 
Matteo Berrettini con il trofeo di “Most Improved ATP Player 2019” (foto Twitter @lottosport)

Per parlare con i tennisti italiani che in virtù dei premi ATP vinti (“giocatore più migliorato” per Matteo Berrettini e “novità dell’anno” per Jannik Sinner) hanno il privilegio-onere di parlare alla stampa prima del torneo, dobbiamo aspettare quasi tutto il pomeriggio. Sinner, che vorrebbe utilizzare il trofeo come mega-boccale di birra, intrattiene i numerosi giornalisti stranieri presenti con i racconti degli allenamenti con Maria Sharapova (“In campo è sempre concentrata sul tennis, fuori cerca di divertirsi come tutti noi”) e con gli altri top player: “Qui mi sono allenato con Federer, Nadal, Zverev, con alcuni ho anche parlato, c’è sempre da imparare da questi campioni”.

L’obiettivo suo e di Piatti per quest’anno è giocare almeno 60 partite: perché nel tennis per giocare tanto è necessari anche vincere parecchio. “Solamente in partita si riesce a capire come fare le scelte giuste, in allenamento c’è la possibilità di fare qualche ripetizione in più, ma è in partita che si apprende a giocare i colpi giusti al momento giusto”. Durante questo suo primo viaggio in Australia non è riuscito a vedere molto di questo Paese (“Ho visto più cose ad Auckland”) e non ha nemmeno trovato un parrucchiere a Melbourne: “Ci ho provato ieri, ma erano tutti chiusi!”.

All’arrivo di Matteo Berrettini ci sono rimasti solo i reporter italiani ad aspettarlo, e il campione romano non riesce a nascondere un sorriso di soddisfazione per non dover rispondere a domande in inglese. Come già accennato, in questi giorni si è allenato quasi sempre all’aperto, tranne in una sola occasione, e nonostante la sua asma non ha avuto alcun problema respiratorio causato dalle polveri sottili o altro. “Sono contento della preparazione che ho fatto – dice Matteo – anche se corta a causa dell’infortunio. Ovviamente arrivo qui con un atteggiamento completamente diverso dall’anno scorso, quando ero molto lontano dalle prime otto teste di serie e sentivo di potermela giocare con quasi tutti. Oggi sono n.8 e incontro tutti tennisti classificati peggio di me, anche se ho ben presente di non aver mai vinto una partita di tabellone principale all’Australian Open”.

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Intervista a Elisabetta Cocciaretto: “Mi piacerebbe entrare in top 10 e vincere Roma”

Classe 2001, Elisabetta è la tennista italiana più promettente. Dopo l’esordio Slam dello scorso gennaio, vediamo quali sono le sue ambizioni

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Abbiamo incontrato la giovane tennista marchigiana Elisabetta Cocciaretto, nata ad Ancona il 25 gennaio del 2001. Avevamo già avuto modo di scoprire la sua vivacità, intervistandola a Melbourne lo scorso gennaio.

Elisabetta è allenata da Fausto Scolari ed è attualmente tesserata per il Circolo ‘’Tennis Italia’’ (Forte dei Marmi). Nata da padre informatore medico e una madre dottore commercialista e consigliera regionale, ha un fratello di 16 anni che frequenta il secondo anno di un istituto tecnico. Elisabetta ha vinto da Juniores i campionati italiani U11, U12, U13 e U14, e per ben due volte il noto torneo ‘’Lemon Bowl’’. Da U18 ha vinto un torneo di grado 1 in Austria, ha ottenuto una semifinale all’Australian Open Juniores e al torneo ‘’Bonfiglio’’, e ha partecipato alle Olimpiadi giovanili nell’ottobre 2018, ultimo torneo della sua carriera juniores in cui vanta un best ranking di numero 12. Ha inoltre vinto gli europei di doppio in coppia con Federica Rossi.

Tra le vittorie prestigiose della sua giovane carriera ricordiamo quella contro Cori Gauff (classe 2004, attuale numero 52 del ranking WTA) al primo turno dell’Australian Open junior 2018, l’edizione in cui l’italiana ha raggiunto la semifinale. Alle qualificazioni dell’Australian Open 2020 ha battuto con il punteggio di 6-2 6-1 Tereza Martincova (classe 1994, attuale numero 133 WTA), per entrare nel main draw. Si era precedentemente imposta contro Allie Kiick (classe 1995, attuale numero 160 WTA) in Cile all’ITF 01A con il punteggio di 5-7 6-2 6-2 e contro Sara Errani (classe 1987, ex numero 5 del mondo in singolare e finalista del Roland Garros), vittoria che l’ha portata alla conquista del W60 Asuncion del 2019. Sempre ad Asuncion ha battuto anche Conny Perrin (classe 1990, ex numero 134 WTA), già sconfitta due volte di fila a Torino e Palermo quando la giovane marchigiana aveva appena fatto il suo ingresso tra le prime 700 giocatrici del mondo.

 

Attualmente numero 157 del ranking WTA, Elisabetta quest’anno ha fatto il suo esordio assoluto a livello Slam all’Australian Open, sconfitta al primo turno da Angelique Kerber.

In esclusiva ci ha gentilmente raccontato la sua storia e le sue ambizioni.

Quando e come nasce la tua passione per il tennis?
La mia passione per il tennis nasce fin da piccolissima perché i miei giocavano a livello amatoriale. Vicino casa c’era il torneo ‘Tennis Europe’ under 12 di Porto San Giorgio e un giorno andai a vedere qualche partita con mio padre. Mi chiese se volevo iniziare a giocare a tennis, risposi di sì. Ho quindi iniziato i corsi gratuiti del maestro storico del circolo e da lì mi sono appassionata sempre di più.

Qual è il momento della tua ancora giovanissima carriera che, in generale, ricordi con maggior piacere?
Di sicuro è stata la qualificazione al Foro Italico, era sempre stato il mio sogno giocare su quei campi un giorno. Un altro bel ricordo è stata la vittoria contro Sara Errani in Paraguay, perché oltre ad essere sempre stata il mio idolo, quella vittoria significava l’accesso nelle prime 200 al mondo e quindi l’ingresso alle qualificazioni dell’Australian Open assicurato.

Nella tua gioventù vissuta nelle Marche, c’è invece un episodio tennistico che è stato particolarmente significativo per la giocatrice che sei e stai cercando di diventare?
Sicuramente la finale vinta al Lemon Bowl under 10 contro Olga Danilovic: ero troppo felice dopo quella partita!

Quale torneo, a prescindere dalla levatura internazionale, sogni di vincere?
Sogno fin da piccola di vincere il torneo di Roma, vincerlo davanti al pubblico italiano sarebbe il coronamento di un sogno.

Come giudichi la tua esperienza all’Australian Open di quest’anno?
È stata bellissima. Mi sono confrontata con le giocatrici più forti al mondo e ho potuto capire su cosa avrei dovuto lavorare per arrivare un giorno ad essere come loro. La qualificazione è stato un sogno diventato realtà.

Come stanno procedendo la tua preparazione e gli allenamenti in attesa della ripresa del circuito WTA?
Attualmente sono a Matelica (Marche, provincia di Macerata, ndr) a casa della suocera del mio allenatore Fausto Scolari: ha un campo privato e quindi ho avuto la possibilità di riprendere ad allenarmi. In attesa di sapere quando potrò andare al centro tecnico di Formia.

Obiettivi e ambizioni per il futuro?
Sicuramente il mio obiettivo principale è diventare un’atleta a tutti gli effetti e dare il massimo tutti i giorni. Facendo così raggiungerò il massimo del mio potenziale. Un giorno mi piacerebbe però entrare nelle prime 10 del mondo!

Intervista realizzata da Edoardo Diamantini

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Focus

Il 2% che divide Gasquet da Federer, Nadal e Djokovic

Seconda parte dell’intervista a Fabrice Sbarro, il data analyst di Medvedev. “La realtà è che anche i big hanno margini risicati. 1 o 2% è una differenza per nulla irrilevante”

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Richard Gasquet e Roger Federer - Madrid 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

Pubblichiamo oggi il capitolo conclusivo dell’intervista a Fabrice Sbarro, data analyst di Daniil Medvedev che ha contribuito ai successi del rosso nell’estate 2019. Dopo avervi raccontato come Sbarro è riuscito a convincere coach Cervara della bontà del suo lavoro, allarghiamo il campo d’analisi all’intero mondo del tennis. Quanto conta quel famoso ‘1%’ di differenza, che al massimo diventa un 2%? Tanto, se può fare la differenza tra vincere uno Slam e non vincerne nessuno…

(trovate qui il video completo dell’intervista)

CAPITOLO 3 – CHIACCHIERE IN LIBERTÀ E PROSPETTIVE FUTURE

Il tema dell’1%, e di quanto sia sottile il margine fra vittoria e sconfitta nel tennis professionistico, è sicuramente affascinante. Su questo argomento è proseguita la chiacchierata.

Forse non c’è ancora una sensibilità diffusa su quanto sia importante quell’1%, che ne dici Fabrice?
1% è una differenza per nulla irrilevante. Djokovic, Nadal e Federer nelle loro carriere si attestano su una percentuale di punti vinti intorno al 54%. Magari la gente pensa che questi grandi campioni, probabilmente i più grandi che ci siano stati nella storia del tennis, abbiano semplicemente spazzato via i propri avversari. Ma la realtà è diversa e i margini anche per loro sono risicati. Ti dirò di più: Gasquet in carriera ha vinto intorno al 52% dei punti. Da una parte decine di titoli Slam, mentre il francese al massimo ha raggiunto le semifinali nei Major. La mia idea insomma è quella di aiutare gli atleti a cogliere quell’1% in più, fornire quel vantaggio competitivo che possa consentire loro di scalare una marcia e andare a posizionarsi sul gradino successivo. Daniil all’inizio dell’anno era sugli stessi livelli di Gasquet, si attestava sul 52% di punti vinti. Durante il periodo che invece va da Montreal a Shanghai, nel quale abbiamo collaborato, questo dato è schizzato al 54% (sui livelli dei tre mostri sacri, ndr).

 

Vogliamo riassumere allora come si è sviluppata la tua collaborazione con Gilles e Daniil?
Nel periodo che va da Montreal a Shanghai 2019, ho aiutato Gilles nella preparazione dei match e la condivisione era completa. Ed è stato incredibile, perché di solito i coach difficilmente si fidano al 100% e tendono a scartare buone parte delle proposte. Ma con Cervara è stato differente, anche perché in quel periodo la fiducia reciproca era testimoniata dal fatto che era Gilles a pagarmi direttamente. Gli piaceva il concept. E io potevo riscontrare che tutto questo era vero, perché in quel periodo Daniil effettivamente traduceva sul campo le nostre indicazioni al 70-80%; ovviamente c’è anche l’avversario in campo. Però dopo Shanghai è emerso anche un altro aspetto molto importante, quello psicologico”.

Che cosa significa?
Dopo Shanghai, torneo in cui Medvedev aveva battuto in finale Zverev, lo status di Daniil era cambiato, ormai era diventato una superstar, non più solo un buon giocatore, ma uno che rivaleggiava con i migliori e poteva competere a livello Slam. E probabilmente da un punto di vista emozionale la cosa non era facile da gestire, è stata un cavalcata dispendiosa mentalmente e fisicamente e probabilmente questo fatto di aver addosso una pressione completamente diversa è stato un peso eccessivo da gestire. Dopo Shanghai lui si sentiva in grado di poter tornare a giocare in un certo senso da solo, senza il supporto delle statistiche, nonostante avessi il pieno supporto del suo allenatore, Cervara. In pratica Daniil voleva mettersi alla prova e fare di testa sua. Nonostante questo, il rapporto di fiducia con Gilles era tale che ha continuato comunque a pagarmi per poter aver le mie analisi che erano a quel punto mirate a sviluppare il gioco del suo assistito. In altre parole, anche se non facevamo più la preparazione statistica dei match e quindi non curavamo più gli aspetti tattici, abbiamo lavorato per individuare ex post le cose che non andavano.

Daniil Medvedev allo US Open 2019 (foto Twitter @USOpen)

Non significa che il rifiuto di Daniil di affidarsi all’approccio statistico sia definitivo, semplicemente per adesso stiamo esplorando altre strade, anche se a volte è un peccatoCome ad esempio nella rivincita con Wawrinka all’Australian Open. Avevo studiato il gioco di Wawrinka e mi ero reso conto che anche se per gran parte del 2019 il rovescio di Stan andava a farfalle, nelle ultime settimane le cose erano cambiate, già a Doha, ed era tornato ad essere un colpo solido. Sapevo che Vallverdu (il coach di Stan, ndr) si era focalizzato su quel colpo; per cui, anche se il rovescio è un colpo che Daniil gioca benissimo, gli avevamo suggerito di anticipare la variazione lungolinea e non rimanere inchiodato sulla diagonale di rovescio per scambi prolungati. Purtroppo alla fine del match le statistiche dicevano che Daniil aveva giocato l’85% dei rovesci incrociati. Ovviamente non sapremo mai se sarebbe potuta andare diversamente, però è stata una partita combattuta che si è giocata sui dettagli. E magari con qualche piccolo accorgimento Daniil avrebbe potuto vincerla.

Dall’esterno, è sembrato che dopo Shanghai Medvedev avesse perso quel tocco magico che aveva avuto per diversi mesi e che l’aveva portato a sfiorare la vittoria contro Nadal, in una delle finali Slam più sofferte tra quelle giocate dal maiorchino. Torna quindi il tema del tennis come un purgatorio fatto di gradoni che costa tempo e fatica salire e che possono invece essere scesi con tanta rapidità. La considerazione allora, in un mondo in cui le statistiche non sono ancora maneggiate dalla maggior parte degli stessi giocatori ed allenatori, è che il vantaggio competitivo è ancor più significativo e talvolta può davvero fare la differenza. E parlando di tennisti che hanno fatto un bel balzo in avanti, non si può non parlare di Matteo Berrettini, nominato “Most improved player” nel 2019.

E di Matteo Berrettini che ne pensi Fabrice?
Credo che tutti i giocatori che hanno lavorato con degli esperti di dati poi ne hanno tratto profitto. Berrettini ne è un buon esempio: aveva cominciato l’anno intorno al numero 50 ed è riuscito a chiudere la stagione nei primi 8 e ad andare alle Finals. E lui ha lavorato con Craig O’Shannessy, che tutti ben conosciamo. Con tutto il rispetto non era previsto che finisse al numero 8! Essere un top ten significa più o meno vincere il 52% dei punti, una performance che per Berrettini non era lo standard. Berrettini, da top 30/top 50, vinceva circa il 51% dei punti.

Anche qui torniamo al tema di prima: stiamo parlando di una differenza di un punto percentuale, in grado di portare un buon giocatore nell’élite assoluta. E sono assolutamente convinto che Craig O’Shannessy sia stato determinante nel far compiere questo salto di qualità a Berrettini. Alla fine si tratta di piccoli dettagli, come le strategie al servizio, essere un po’ più aggressivi e cercare un po’ di più la via della rete, o usare un po’ di più il rovescio slice. Alla fine è questo di cui stiamo parlando ed è questo il ruolo di un esperto di statistiche che interpreta i dati per poter suggerire aggiustamenti tattici, quei piccoli dettagli di cui parlavamo prima. Insomma, data is coming!

Quindi già oggi alcuni giocatori stanno beneficiando di questi dettagli, è così?
Sicuramente, e un buon esempio è sicuramente Murray, che so per certo aver beneficiato di questo tipo di supporto. Andy era sicuramente un top player ma di base probabilmente non al livello degli altri tre, e il fatto che sia riuscito a inserirsi in questa lotta è incredibile. Magari quello che dico è completamente sbagliato, ma secondo me di base lui era un ottimo top ten, come Berdych ad esempio, che è arrivato sulla soglia della grandezza nel suo prime, arrivando anche in finale a Wimbledon. Murray invece ha vinto uno Slam, le Olimpiadi e ha avuto una carriera completamente diversa. Mentre gli altri tre stazionavano sopra il 54% di punti vinti, Murray è rimasto poco sopra il 53%, ma comunque sopra quel 52% che è la top ten.

Oltre a Medvedev hai avuto altre collaborazioni di rilievo nel 2019?
Sì, ho avuto modo di collaborare con Nicolas Mahut, che mi disse di essere interessato al mio lavoro e di volerlo provare. E l’occasione in cui abbiamo cominciato a fare sul serio è stata il Masters di Londra 2019. E durante quel torneo abbiamo fatto la preparazione per ogni match. È stato un bello sforzo perché prima di quell’occasione non mi ero mai occupato di doppio e così ho costruito la base dati puntando a tutte le coppie concorrenti di Mahut ed Herbert che erano a Londra. Anche lì probabilmente sarà stato un pizzico di fortuna, o come dicono alcuni scettici, quando Herbert e Mahut sono in giornata sono imbattibili. Però il risultato finale è stato che non hanno perso un solo set in tutta la manifestazione e considerando la qualità degli avversari è stato un grande risultato. Così ho deciso di cominciare a seguire anche il doppio, ma solo le migliori 20 coppie al mondo al fine di fornire i miei servizi solo ai migliori.

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Interviste

Federer: “Non mi sto allenando perché non ne vedo il motivo”

In una lunga chiacchierata con Guga Kuerten, lo svizzero parla dei suoi primi anni sul tour, della quarantena e del futuro del tennis: “Credo che la ripresa del circuito sia ancora molto lontana”. Sulle porte chiuse: “Non riesco a vedere uno stadio vuoto”

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Roger Federer alle Nitto ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)

Roger Federer è stato tra i più attivi durante il periodo d’emergenza, con donazioni e iniziative benefiche. Recentemente il campionissimo svizzero si è unito a Guga Kuerten nella campagna “Vencendo juntos che mira ad aiutare oltre 35.000 famiglie brasiliane duramente colpite dalla pandemia.

Federer non ha risparmiato elogi per l’ex collega, nel corso di una lunga chiacchierata che ha svelato anche particolari molto interessanti. “Quando mi hai chiamato, ho detto: ‘Se Guga chiama, sono sempre lì per aiutarlo‘. Sei sempre stato uno dei miei giocatori preferiti. Forse non ricordi perché eri gentile con tutti, ma eri anche gentile con me. E penso che sia stato molto importante quando stavo entrando nel circuito. Eri uno dei ragazzi che mi hanno fatto sentire il benvenuto. Quindi, grazie Guga. Ecco perché sono qui e sono molto felice di aiutarti”.

Ripensando a quei primi anni nel circuito, Roger ha parlato di quanto il suo talento e le sue movenze apparentemente “senza sforzo” abbiano pesato come un macigno nella visione generale che il pubblico aveva di lui. Il suo successo non è però esclusivamente figlio dei doni della sorte, ma nasconde una mole di lavoro immensa. “Molte persone pensano che io sia “benedetto”. In realtà c’è stato davvero un duro lavoro, soprattutto quando ero giovane, e ho dovuto imparare a fondo. Il mio problema era che, quando vincevo, la gente diceva: ‘Guarda, lo fai sembrare così facile’. Ma, quando perdevo, dicevano: ‘devi giocare meglio, quel gioco ti veniva così facile…’. Ed è stato difficile trovare un equilibrio, mi sentivo molto confuso. Devo urlare di più? Devo sudare di più, non lo so? Cosa devo fare per far credere alle persone che sto dando il massimo?“.

 

Quegli anni sono ormai lontani e il Federer di oggi è un veterano che ormai a quasi 39 anni è ancora un top 10 fisso, sempre il lizza per titoli pesanti. Questa seconda giovinezza, quella post operazione al ginocchio del 2016, Roger ha però rischiato di non viverla. I dubbi al momento dell’infortunio erano tanti e la prospettiva di un prepensionamento forzato non era così lontana. L’orgoglio del campione però, ancora una volta, ha giocato un ruolo decisivo. “Ho subito l’infortunio nel 2016 ed è stato un anno molto difficile. Ho avuto dei pensieri, ovviamente. ‘Sarà questa la fine o no?’. Ma ho davvero sentito che questo intervento non avrebbe posto fine alla mia carriera. Credevo che avrei avuto una seconda possibilità e l’ho avuta. È stata una grande sorpresa per me. Nel 2017 sono riuscito a tornare molto forte, non solo agli Australian Open, ma durante tutto l’anno. È stato davvero bello. È stato il mio primo intervento chirurgico, non ero sicuro di come gestirlo“.

Wimbledon 2016, l’ultimo torneo disputato da Federer in quella stagione

Dal passato al futuro, Federer ha anche parlato del difficile momento che il tennis sta vivendo e dei possibili scenari che il gioco potrebbe essere costretto ad affrontare. In primo luogo, la possibilità di giocare a porte chiuse, eventualità che lo svizzero vorrebbe evitare. L’augurio di Federer è che si possa riprendere almeno con una partecipazione ridotta o in alternativa aspettare che le circostanze ammettano la presenza, in sicurezza, degli spettatori.

Non riesco a vedere uno stadio vuoto. Non posso. Spero che ciò non accada. Anche se la maggior parte delle volte ci alleniamo non c’è nessuno e tutto è tranquillo, in silenzio. Per noi, ovviamente, è possibile giocare senza fan. D’altra parte, spero davvero che il circuito possa tornare alla normalità. Potremmo aspettare il momento opportuno per tornare nuovamente ad una modalità normale. Con lo stadio almeno pieno per un terzo o mezzo pieno. Ma per me giocare in uno stadio completamente vuoto, nei grandi tornei, è molto difficile“.

In attesa di notizie più sicure sui tempi e le modalità di ripartenza del circuito professionistico, Federer si gode i lati positivi della reclusione forzata, come la possibilità di passare più tempo con la sua numerosa famiglia. “Non siamo mai stati a casa più di cinque settimane dal mio ultimo intervento chirurgico nel 2016. Questo è un grande momento per noi, come famiglia, ovviamente a volte ‘ci facciamo impazzire’, come ogni famiglia (ride, ndt). Ma per fortuna siamo sani, i nostri amici e la nostra famiglia non sono stati colpiti dal virus, il che è importante per noi. E le cose stanno andando bene nonostante le circostanze”.

RITORNO IN CAMPO – A dispetto di tanti altri colleghi che hanno immortalato il proprio ritorno in campo per gli allenamenti con la racchetta in mano, Roger non ha ancora fatto circolare nessun video o foto. Ma semplicemente perché non c’era niente da condividere. Federer ha infatti dichiarato apertamente che non si sta allenando in questo periodo, perché non ha stimoli sufficienti per farlo vista l’incertezza circa la data di inizio dei tornei.

Al momento non mi sto allenando perché non ne vedo il motivo, ad essere onesto. Sono felice con il mio corpo ora e credo che la ripresa del circuito sia ancora molto lontana. E penso che a questo punto sia importante per me godermi questa pausa dopo aver giocato così tanto a tennis. Non mi manca così tanto. Lo sentirò alla fine quando sarò vicino al ritorno e avrò un obiettivo per cui allenarmi. Sarò super motivato“.

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