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Australian Open 2020: delusioni e sorprese

Da Osaka a Jabeur, da Williams a Swiatek, protagoniste in positivo e in negativo dello Slam di gennaio. E per concludere una teoria sulle ultime vincitrici dei Major

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Coco Gauff e Naomi Osaka - Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

3. Alcune note positive
Per quanto riguarda le note positive dell’Ultimo Slam, ho scelto quattro giocatrici, che coprono un ventaglio di diverse generazioni: la 28enne Pavlyuchenkova e la 25enne Jabeur che sono arrivate sino ai quarti di finale; la 18enne Swiatek e la 15enne Gauff che si sono fermate un turno prima, agli ottavi.

Anastasia Pavlyuchenkova
Anastasia Pavlyuchenkova negli anni ha sviluppato un feeling speciale con il Major australiano. In carriera vanta quarti di finale in ogni Slam, a conferma di una certa duttilità sulle diverse superfici; ma mentre negli altri tre Major solo una volta è approdata fra le ultime otto, a Melbourne è già la terza volta (negli ultimi quattro anni) che arriva sino a ai quarti.

Nel torneo 2020 ha esordito contro Nina Stojanovic (superata 6-1, 7-5) e da quel 7-5 di primo turno ha cominciato ad andare incontro a punteggi caratterizzati sempre da set molto lottati, ma quasi sempre vinti: con un 7-5, 7-6 ha superato Taylor Townsend, e soprattutto nel terzo turno ha eliminato la testa di serie numero 2 Pliskova, grazie a due tiebreak (7-6, 7-6).

 

Match molto tirato, durato quasi due ore e mezza con ben 221 punti giocati. E deciso, molto semplicemente, a favore di chi ha giocato meglio i punti importanti. Pavlyuchenkova ha chiuso con un saldo positivo di +8 con addirittura 51 vincenti (51/43) contro il +6 di Pliskova, che però ha osato meno (35/29). A Karolina mi sento di rimproverare proprio una scarsa intraprendenza su qualche colpo un po’ più conservativo di Anastasia; mi riferisco a palle un po’ meno profonde del solito in occasione di alcuni scambi importanti, che però Pliskova non ha avuto il coraggio di aggredire con schemi più aggressivi o direttamente con soluzioni definitive.

Nel turno successivo Pavlyuchenkova ha di nuovo giocato due tie-break contro Angelique Kerber: il primo lo ha perso, ma poi si è rifatta nel secondo e ha dilagato nel set finale, dimostrando anche di possedere una ottima condizione fisica (6-7, 7-6, 6-2).

E così nei quarti in finale si è proposto un intrigante confronto con Muguruza: in pratica Garbiñe è scesa in campo contro il suo storico coach Sam Sumyk, che dopo la loro separazione ha cominciato a seguire proprio Pavlyuchenkova (e con risultati positivi). In entrambi i set Anastasia ha cominciato meglio, ma poi Garbiñe ha sempre avuto la forza di risalire ribaltando l’esito del set: 7-5 6-3.

Per Pavlyuchenkova i punti in scadenza del torneo 2019 potevano essere un peso difficile da reggere e invece a distanza di dodici mesi ha saputo ripetere lo stesso ottimo risultato.

Ons Jabeur
In tanti aspettavano di poter vedere finalmente protagonista su grandi palcoscenici Ons Jabeur: giocatrice di grande braccio, notevole creatività ma spesso di inferiore sostanza quando si tratta di raccogliere il risultato. Questa volta a Melbourne ha dato prova di maggiore equilibrio tra estro e concretezza. Ha cominciato al primo turno eliminando la testa di serie numero 12 Johanna Konta (6-4. 6-2), e poi ha sconfitto altre due ex Top 10 come Caroline Garcia (1-6, 6-2, 6-3) e Caroline Wozniacki (7-5, 3-6, 7-5).

La vittoria contro Wozniacki ha avuto un sapore speciale per ragioni diverse. Non solo perché è stato l’ultimo match della carriera di Caroline; ma anche perché era stata proprio una partita disputata (e persa) a Indian Wells 2015 contro la stessa Wozniacki a svelare Jabeur a tanti appassionati. Una partita memorabile a cui avevo dedicato un articolo intitolato “Ons Jabeur: che peccato se ve la siete persa!”.

E così negli ottavi invece che il match tra amiche che si prospettava sulla carta (Wozniacki contro Williams) si è svolto quello tra Jabeur e Wang, “giustiziera” di Serena. Ons ha approfittato dell’occasione per superare un’avversaria che ha dato l’impressione di non aver recuperato (soprattutto mentalmente) dallo sforzo che aveva profuso per battere la 23 volte campionessa Slam. Jabeur ha vinto in due set: 7-6, 6-1.

A fermare il suo cammino è stata la futura campionessa Sofia Kenin con un doppio 6-4, grazie a un match molto ordinato in cui Kenin ha regalato poco, malgrado a fare la partita sia stata più Ons, come dimostra la differenza quantitativa nel saldo vincenti/errori non forzati. Kenin -2 (14/16), Jabeur ugualmente -2 (32/34), ma con più del doppio di vincenti e gratuiti.

Iga Swiatek
Alla quinta esperienza in uno Slam, Iga Swiatek vanta già due approdi alla seconda settimana. Ha infatti raggiunto gli ottavi al Roland Garros 2019 (sconfitta da Halep) e si è ripetuta a Melbourne qualche giorno fa. Dopo aver battuto Babos e Suarez Navarro nei primi due turni, Swiatek ha giocato un ottimo match contro la tds numero 19 Donna Vekic. Iga ha mostrato grande personalità e intraprendenza, tenendo in mano il gioco per la maggior parte del match e mettendo a segno quasi trenta vincenti, concludendo i due set (7-5, 6-3) con un saldo positivo di +5 (29/24).

È così arrivata al quarto turno, dove però si è fermata contro Anett Kontaveit (6-7, 7-5, 7-5). Molti meriti vanno riconosciuti a Kontaveit (che nel turno precedente aveva superato addirittura per 6-0, 6-1 Belinda Bencic), ma la mia sensazione è che Iga abbia perso una grande occasione, schiacciata dalla paura di vincere. Sono due gli indizi che mi portano ad analizzare il match in questo modo. Innanzitutto il numero di vincenti superiore a quello della sua avversaria (42 contro 29), segno che è stata più Iga a fare la partita.

Secondo indizio: l’andamento del match. Dopo aver vinto il primo set, Swiatek si è trovata in vantaggio di un break anche in apertura di secondo, e con in mano l’inerzia della partita, ma non ha saputo tenere il vantaggio. Per la verità nel secondo set due volte è stata in vantaggio di un break e due volte nei frangenti in cui sembrava avere indirizzato il risultato a proprio favore, ha cominciato a sbagliare a ripetizione, rimettendo in corsa l’avversaria.

Perso 7-5 il secondo set, Iga è andata incontro a una fase di profonda depressione, sino addirittura all’1-5 del terzo set. Quando tutto pareva ormai perso, ha improvvisamente ripreso a giocare bene, rimontando fino al 5 pari. Sembrava di nuovo avere l’inerzia dalla sua, ma a quel punto è riemerso il braccino, che ha fermato la corsa proprio al momento di compiere l’ultimo passo.

Al di là dei problemi mentali, mi è rimasta l’impressione di una giocatrice in costante crescita fisica e tecnica, che ha saputo compiere con straordinaria rapidità il passaggio dal mondo junior a quello WTA. A soli 18 anni le manca davvero poco per misurarsi alla pari contro qualsiasi tipo di avversaria.

Coco Gauff
Gauff è diventata così popolare e celebrata che quasi si dimenticano le sue imprese strettamente tennistiche. A 15 anni ha preso parte a tre Slam con questi risultati: quarto turno a Wimbledon 2019 (sconfitta dalla futura vincitrice Halep), terzo turno allo US Open 2019 (sconfitta dalla campionessa 2018 Osaka) e di nuovo quarto turno all’Australian Open 2020 (sconfitta dalla futura vincitrice Kenin).

Insomma, per batterla occorrono giocatrici davvero di qualità, perché altrimenti Coco sembra sempre pronta ad approfittare delle piccole crepe (tecnica o psicologiche) che traspaiono nelle sue avversarie. A Melbourne ha sconfitto in due set Marie Bouzkova e Zheng Saisai, e soprattutto Naomi Osaka, sorprendendola in una giornata negativa e conducendo in porto il match senza particolari titubanze, reagendo al tentativo di recupero di Osaka in apertura di secondo set (Naomi si era portata avanti di un break).
I numeri ci danno la conferma che il gioco di Gauff non è poi così offensivo come potrebbe apparire (considerando la potenza che sfodera al servizio): le sono bastati sei vincenti per eliminare la numero 3 del tabellone e campionessa in carica (6-3, 6-4).

Le cose si sono fatte più difficili nel turno successivo contro una Kenin ben più centrata di Osaka. L’inizio del match è stato in salita per Gauff (subito sotto di un break), ma ha poi saputo, come sempre, mettere pressione a Sofia tanto da vincere il primo set al tiebreak. La sensazione è che sia difficile sconfiggere Coco nei match punto a punto, e che occorra prendere un certo margine per spegnere il suo entusiasmo agonistico e avere la meglio (6-7, 6-3, 6-0).

Kenin è stata brava e lucida nei set successivi ad evidenziare i limiti tecnici della sua avversaria (soprattutto nel dritto), ma Coco ha comunque dimostrato di essere anche piuttosto duttile nella interpretazione dei match, visto che è passata dai soli 6 vincenti messi a segno contro Osaka ai 39 registrati contro Kenin.

Per lei penso possa valere lo stesso discorso fatto per Swiatek: le manca davvero poco per essere pronta ad affrontare qualsiasi tipo di avversaria a livello WTA.

a pagina 4: L’effetto Williams

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Tokyo 2020: le Olimpiadi delle giocatrici ritrovate, da Bencic a Vondrousova

Belinda Bencic e Marketa Vondrousova era reduci da un 2020 di crisi, ma ai Giochi di Tokyo hanno saputo riproporre il loro miglior tennis

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Belinda Bencic - Olimpiadi di Tokyo

Belinda Bencic ha vinto la medaglia d’oro nel tennis femminile alle Olimpiadi di Tokyo, al termine di una settimana ricchissima di spunti, tecnici ed extratecnici. E non si è discusso solo durante il torneo, ma anche prima. Procediamo con ordine, e cominciamo con il tema più interessante emerso alla vigilia.

1. Il valore del tennis alle Olimpiadi e le polemiche nella Repubblica Ceca
Un primo tema, che regolarmente aleggia sul torneo olimpico ogni volta che va in scena, è stabilire il suo peso rispetto agli altri classici appuntamenti del tennis. Quanto vale la vittoria olimpica rispetto a uno Slam? E rispetto al Masters? Di più o di meno?

Per quanto mi riguarda ho una idea piuttosto drastica sul rapporto tra i diversi sport e le Olimpiadi: secondo me gli sport per i quali la competizione olimpica non risulta la più importante per un atleta, semplicemente non dovrebbero far parte delle Olimpiadi. Per esempio, alle Olimpiadi sarebbe meglio non avere il calcio (nel calcio i Mondiali valgono più delle Olimpiadi); e per la stessa ragione nemmeno il tennis. Perché non penso che una tennista baratterebbe un titolo a Wimbledon con una vittoria alle Olimpiadi.

 

Ma questa è la mia posizione del tutto personale, che conta zero. Fra le tenniste le sfumature sono diverse e variegate, in parte determinate dalla cultura sportiva di provenienza. Infatti ci sono nazioni dove le Olimpiadi sono considerate il massimo dello sport, sempre e comunque, con notevoli conseguenze sul modo di pensare. Per esempio Li Na, giocatrice che ha avuto un ruolo epocale per lo sviluppo del tennis in Cina, raccontava che nel suo paese il tennis aveva ricevuto un grande impulso dopo che ad Atene 2004 Li Ting e Sun Tiantian avevano vinto il titolo del doppio femminile. Li Ting e Sun Tiantian: alzi la mano, tra gli appassionati di tennis italiani, chi si ricorda di loro.

La testimonianza di Li Na ci conferma che in alcune nazioni l’Olimpiade ha un fascino e un valore che travalica il puro aspetto tecnico. E penso che qualcosa di simile non si avverta solo in Cina, ma anche nell’Europa dell’Est (diciamo oltre la vecchia cortina di ferro). Una grande giocatrice come Elena Dementieva ha sempre considerato la vittoria alle Olimpiadi di Pechino 2008 come una impresa sufficiente a dare senso a tutta la sua carriera, che pure si è conclusa senza Slam.

Però anche nell’Est Europa le posizioni non sono tutte unanimi, e oggi ci sono tenniste con una scala di valori differenti. Per capirlo, racconto come sono andate le cose quest’anno in Repubblica Ceca, la nazione che al momento ha più giocatrici ai vertici della classifica mondiale (quattro nelle prime 23 del ranking: Pliskova, Kvitova, Krejcikova, Muchova).

Sino a qualche mese fa, sembrava che i quattro posti (il massimo consentito) per le Olimpiadi fossero assegnati: come singolariste, in base al ranking sarebbero andate in Giappone Pliskova, Kvitova, Muchova e Vondrousova. Sempre che nessuna avesse deciso di rinunciare, perché Pliskova non sembrava particolarmente entusiasta per l’impegno. Sin dall’inizio del 2020, quando ancora non si sapeva che le Olimpiadi sarebbero state rinviate, aveva espresso dubbi sulla partecipazione.

Ricordo che Pliskova aveva rinunciato a Rio 2016, ufficialmente per non correre il rischio di contrarre il virus Zika. In quell’agosto di cinque anni fa, evitando la trasferta in Brasile, Karolina si era preparata al meglio per lo US Open 2016, nel quale avrebbe raggiunto la finale, punto di partenza fondamentale per diventare qualche mese dopo numero 1 del mondo. Invece Kvitova, medaglia di bronzo a Rio, non aveva mai espresso dubbi sulla trasferta in Giappone, malgrado a Tokyo fosse previsto un clima ancora più caldo della edizione brasiliana.

Questo sino a giugno 2021. Ma proprio in extremis le cose cambiano. La prepotente salita in classifica di Krejcikova (vincitrice a sorpresa del Roland Garros), e i punti in scadenza della edizione Slam del 2019 rimescolano le carte: di fatto, Krejcikova scalza Vondrousova. Dunque in vista di Tokyo, la classifica WTA recita: Pliskova 10, Kvitova 11, Krejcikova 15 e Muchova 22. Escluse dal singolare Vondrousova 41, Bouzkova 50 e Siniakova 75. L’articolo di Ubitennis uscito il 16 giugno, fotografa alla perfezione lo stato delle cose.

Tutto appare ormai definito, quando arriva il colpo di scena: il 21 giugno si scopre che Marketa Vondrousova ha deciso di fare ricorso al ranking protetto (previsto per chi ha subito lunghi stop per infortuni), e grazie a questo “jolly” è ammessa di diritto nel quartetto ceco. Un ranking protetto che fa riferimento a due stagioni prima, quando a causa di un infortunio al polso non aveva giocato da luglio a dicembre 2019. Il diritto non è ancora scaduto, e ITF lo conferma. Al momento dell’infortunio, Vondrousova era numero 14 WTA (reduce dalla finale persa al Roland Garros contro Barty). Marketa aveva custodito quella virtuale posizione numero 14 in attesa del torneo con l’entry list più severa, il torneo che davvero le stava a cuore: le Olimpiadi.

Con Pliskova, Kvitova e Krejcikova che decidono di partire per il Giappone, la scelta di Vondrousova ha una conseguenza automatica: a Tokyo non potrà andare Karolina Muchova. Numero 22 del mondo, eppure fuori dai Giochi. Nella Repubblica Ceca la decisione di Vondrousova viene aspramente criticata: è accusata di essere egoista, di avere utilizzato un escamotage per far fuori una compagna ben più avanti di lei in classifica. E di sicuro l’esito di Wimbledon non aiuta a calmare le acque: Muchova raggiunge i quarti di finale, mentre Vondrusova perde malamente al secondo turno contro una wild card locale, la numero 338 Emma Raducanu.

Volete sapere cosa ne penso? A me, un utilizzo così posticipato del ranking protetto, suona un po’ contro lo spirito della norma. Ma in punta di diritto nessuno può accusare Marketa: le regole glielo consentono. E così a Muchova non rimane che pubblicare un tweet di rammarico: “Sono delusa dal fatto di non poter giocare alle Olimpiadi di Tokyo. Non vedevo l’ora. Ma devo rispettare le regole ITF e tiferò da casa per la squadra ceca”.

Dopo questa vigilia avvelenata, arriva il momento del torneo. E i risultati ribaltano completamente la situazione. Al secondo turno Kvitova si dissolve nel caldo-umido di Tokyo, subendo contro Van Uytvanck un parziale conclusivo di dieci game a zero (5-7, 6-3, 6-0). Al terzo turno Pliskova perde contro Camila Giorgi (6-4, 6-2), come già accaduto a Eastbourne. Anche Krejcikova si ferma al terzo turno, sconfitta dalla futura vincitrice Bencic (1-6, 6-2, 6-3). Mentre Vondrousova, la reietta Vondrousova, diventa eroina nazionale regalando a se stessa e al proprio paese la medaglia d’argento; dopo avere battuto, fra le altre, Naomi Osaka.

Evidentemente Marketa teneva moltissimo a partecipare alle Olimpiadi, altrimenti non avrebbe speso il “jolly” per un evento che non distribuisce punti WTA e nemmeno montepremi, oltre tutto mettendo a rischio i rapporti interpersonali della squadra ceca (il team che ha vinto più volte la Fed Cup negli ultimi anni).

Se associamo questa vicenda alle lacrime inconsolabili della polacca Iga Swiatek (eliminata al secondo turno), che per il 2021 aveva dichiarato di puntare innanzitutto alle Olimpiadi, abbiamo un quadro più variegato su come venga considerato questo evento dalle protagoniste. In sostanza c’è chi ha rinunciato a Tokyo pur avendo diritto di esserci (Kenin, Andreescu, Azarenka, Serena, Kerber, Keys, etc.) e chi, come Vondrousova, non ha lasciato nulla di intentato pur di essere presente.

a pagina 2: Le condizioni di gioco e l’esempio di Camila Giorgi

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Ancora su Wimbledon: Pliskova, Sabalenka, Jabeur e Muchova

Gli ultimi Championships hanno rafforzato il primato di Ashleigh Barty, ma il torneo ha messo in luce anche altre protagoniste

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Karolina Pliskova - Wimbledon 2021 (via Twitter, @Wimbledon)

Secondo articolo del martedì dedicato a Wimbledon 2021. Dopo il pezzo della scorsa settimana sulla vincitrice Ashleigh Barty, questa volta è il momento di occuparsi di alcune delle protagoniste che non hanno soltanto fatto più strada nel torneo, ma hanno anche offerto tennis di qualità. E se, come credo, lo Slam sull’erba ha regalato match di livello superiore rispetto al Roland Garros, una parte dei meriti va ricondotta proprio a queste giocatrici.

Prima di entrare nel tema, anticipo che il prossimo martedì uscirà un terzo articolo dedicato ai Championships, orientato all’approfondimento statistico. E ora cominciamo con Pliskova.

 

Karolina Pliskova
Karolina Pliskova si è presentata al via dell’ultimo Wimbledon con parecchi dubbi, alimentati da diversi fattori. Innanzitutto nella settimana che precedeva i Championships, per la prima volta dopo molte stagioni, si era trovata fuori dalle prime 10 della classifica WTA; non le capitava dall’agosto 2016.

Ma anche i risultati più recenti non erano incoraggianti: in giugno, nei match sull’erba di preparazione allo Slam aveva raccolto zero vittorie e due sconfitte (contro Pegula a Berlino e contro Giorgi a Eastbourne). E perfino la finale raggiunta a Roma in maggio si era trasformata in un ricordo negativo, a causa del 6-0, 6-0 subito da Swiatek. Un punteggio che in meno di un’ora aveva cancellato tutto quanto di buono le era accaduto nella settimana italiana.

Alla vigilia di Wimbledon, per non farsi travolgere dal pessimismo, erano due gli elementi positivi a cui aggrapparsi. Il primo era la poca aspettativa che la circondava: con poco da perdere, poteva scendere in campo più serena. Il secondo era la sicura attitudine nei confronti della superficie. Ecco cosa avevo scritto nell’articolo di presentazione dello Slam: “La situazione di Karolina Pliskova per certi aspetti ricorda quelli di Barty: in passato ha dimostrato di trovarsi bene sull’erba, ma… Ecco perché: a livello WTA vanta 5 finali, di cui 2 vinte, e una ottima percentuale di vittorie sui prati, superiore a quella sulle altre superfici. Però a Wimbledon le cose sono andate meno bene: mai oltre il quarto turno. Il suo 2021 sinora è stato deludente: saprà sorprenderci invertendo la tendenza a Londra?”

A conti fatti, nella finale di Wimbledon, si sono ritrovate proprio Barty, la più attesa, e Pliskova, che la gran parte degli osservatori considerava pochissimo. Insomma, Karolina ha smentito tutti. E questo malgrado al primo turno la partenza fosse stata preoccupante: subito sotto 2-5 contro Tamara Zidansek. A questo punto Pliskova ha improvvisamente alzato il livello: cinque game di fila le sono valsi il primo set (da 2-5 a 7-5), e da quel momento ha continuato a offrire dell’ottimo tennis, che le ha permesso di vincere le prime cinque partite senza concedere set alle avversarie. 7-5, 6-2 a Zidansek, 6-2, 6-2 a Vekic, 6-3, 6-3 a Martincova. Ma se dovessi indicare il match che mi ha fatto rivalutare il ruolo di Pliskova nel torneo, sceglierei il quarto turno contro Liudmila Samsonova (6-2, 6-3).

Samsonova era reduce dal successo a Berlino, dove partendo dalle qualificazioni aveva finito per vincere il torneo superando Vondrousova, Kudermetova, Keys, Azarenka e Bencic. Sull’onda di quella impresa, Liudmila aveva continuato a vincere a Wimbledon sconfiggendo Kanepi, Pegula e Stephens. Dieci successi consecutivi, che l’avevano trasformata nella giocatrice più vincente sull’erba del 2021.

Dunque l’ostacolo per Pliskova non era affatto semplice, anche se forse per Karolina era comunque preferibile rispetto a un’altra avversaria tra quelle che la porzione di tabellone avrebbe potuto offrirle. Mi riferisco alla testa di serie numero 22 Jessica Pegula che nel 2021 ha incontrato 4 volte Pliskova battendola 4 volte. Una autentica bestia nera.

Contro Samsonova, Pliskova ha disputato un match molto lineare, nel quale ha scavato il solco decisivo non soltanto grazie al servizio dei tempi migliori (7 ace e il 44% di battute non ritornate, mentre Samsonova si è fermata al 26%), ma forse ancora di più grazie a una ritrovata mobilità. Una volta entrata nello scambio, infatti, Karolina ha mostrato di saper manovrare come non la si vedeva da parecchio, riuscendo a prevalere anche nei punti di lunghezza media (11 vinti e appena 5 persi negli scambi fra 5 e 8 colpi). 

E così il 6-2, 6-3 rifilato alla giocatrice più “on fire” sull’erba ha permesso a Pliskova di superare per la prima volta in carriera lo scoglio del secondo lunedì di Wimbledon. Finalmente oltre gli ottavi di finale, e con un pronostico da favorita nel turno successivo, i quarti di finale. Pronostico rispettato; non poteva essere Viktorija Golubic a fermarla: troppo leggera per prevalere sull’erba (6-2, 6-2).

a pagina 2: La semifinale contro Sabalenka

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La conferma di Ashleigh Barty

Al via dei Championships c’era una giocatrice che partiva come numero uno per i pronostici ma anche per le gerarchie ufficiali. E questa volta è stata all’altezza delle aspettative

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Ashleigh Barty con il trofeo - Wimbledon 2021 (credit to AELTC_Thomas Lovelock)

Il Roland Garros e Wimbledon, i due Slam che si disputano in Europa nel giro di poche settimane, nelle stagioni più recenti si sono trasformati nei due Major più lontani fra loro, al punto da apparire quasi agli antipodi. Infatti se scorriamo i nomi delle ultime vincitrici, ci troviamo di fronte a risultati opposti. Nelle ultime sei edizioni, a Parigi ha sempre vinto una giocatrice con un passato senza titoli Slam, alcune volte addirittura classificata fuori delle teste di serie. Nelle ultime sette edizioni di Wimbledon, invece, ha sempre vinto una giocatrice con almeno già uno Slam nel palmarès, e mai al di fuori delle prime 16 teste di serie.

Anche nel 2021 è andata così: il Roland Garros è finito nelle mani dalla numero 33 del ranking Krejcikova, Wimbledon in quelle della numero 1 Barty. In sostanza i recenti albi d’oro dei due Major suggeriscono concetti opposti: imprevisto contro previsto, novità contro conferma, rivoluzione contro tradizione. Del resto a Londra la monarchia governa, mentre a Parigi le teste coronate sono finite alla ghigliottina.

Sembrerebbe tutto molto semplice, e ci scappa perfino la banalizzazione sulla storia delle delle due nazioni come condimento del tennis. Invece se approfondiamo la questione, entrando nel dettaglio dei nomi, scopriamo che le cose sono più complesse di così, e che fra i due tornei c’è anche un sorprendente intreccio. Infatti è come se il Roland Garros si facesse carico di fare da apripista per quanto accadrà nella edizione successiva dei Championships. Negli ultimi quattro Wimbledon, per ben tre volte si è aggiudicata il titolo una giocatrice che aveva cominciato a vincere Slam proprio a Parigi. Muguruza: Roland Garros 2016 + Wimbledon 2017. Halep: Roland Garros 2018 + Wimbledon 2019. Barty: Roland Garros 2019 + Wimbledon 2021.

 

C’è infine un altro aspetto da sottolineare: per quanto queste tre giocatrici abbiano vinto molti tornei anche sul cemento, tanto da diventare numero della classifica 1 WTA (più o meno a lungo), al momento nessuna delle tre è riuscita a vincere un Major sul duro. Terra più erba sì, ma anche il cemento no. Faccio fatica a capire se si tratta di un caso, o se esiste una qualche spiegazione logica, che però al momento mi sfugge: sono aperto ai suggerimenti dei lettori.

Ultima curiosità: per tutte e tre due vittorie Slam contro avversarie della stessa nazione. Statunitensi per Muguruza (Serena e Venus Williams) e Halep (Stephens e Serena). Ceche per Barty (Vondrousova e Pliskova).

Dovessi trarre un bilancio complessivo di questo Wimbledon direi che è stato uno Slam piuttosto ben giocato, a mio avviso ampiamente superiore al Roland Garros, e questo malgrado anche a Londra ci siano state assenze e forfait pesanti: mancavano due delle prime tre giocatrici del ranking (Osaka e Halep, che oltretutto era la campionessa in carica), a cui si è aggiunta l’uscita per infortunio di Serena Williams, dopo pochi game della partita di esordio. Eppure rispetto a Parigi penso di aver visto più tennis di qualità con tanti bei match distribuiti nel corso delle due settimane. Naturalmente lo dico tenendo presente che non è mai possibile seguire tutto il tennis giocato in un torneo a 128 partecipanti, per cui rimane un forte elemento di aleatorietà (e soggettività) nei giudizi.

In ogni caso il torneo ha offerto moltissimi spunti e diverse protagoniste. Questa volta mi limito alla vincitrice, ma ci sarà tempo di tornare ancora su Wimbledon nelle prossime settimane.

a pagina 2: Barty e le pressioni di Wimbledon

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