Australian Open 2020: delusioni e sorprese

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Australian Open 2020: delusioni e sorprese

Da Osaka a Jabeur, da Williams a Swiatek, protagoniste in positivo e in negativo dello Slam di gennaio. E per concludere una teoria sulle ultime vincitrici dei Major

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Coco Gauff e Naomi Osaka - Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

Dopo avere celebrato la scorsa settimana le imprese delle finaliste Kenin e Muguruza, per completare la riflessione sull’Australian Open 2020 è il momento di ragionare sulle giocatrici uscite da Melbourne deluse per aver ottenuto risultati al di sotto delle aspettative. Ma nella seconda parte dell’articolo ci sarà spazio anche per riflessioni di altro genere. Cominciamo con le due semifinaliste sconfitte.

1. Ashleigh Barty e Simona Halep
Simona Halep è stata la numero 1 WTA al termine delle stagioni 2017 e 2018; Ashleigh Barty l’ha sostituita concludendo al primo posto nel 2019. Non stiamo quindi parlando di giocatrici qualsiasi, ma di due tenniste che hanno dimostrato di possedere notevole consistenza, tanto da raggiungere il traguardo che più premia la continuità ad alti livelli.

In vista del torneo australiano, per i bookmaker erano appaiate come terze possibili vincitrici (quotate a 9), alle spalle di Williams e Osaka. Logico quindi che una volta arrivate in semifinale fossero considerate favorite contro Kenin e Muguruza. In realtà entrambe sono state sconfitte in due match terminati con un punteggio identico: 7-6, 7-5.

 

Barty era la leader della parte alta del tabellone, e nel torneo ha dovuto percorrere un cammino in cui non ha avuto sconti. Per Halep, testa di serie numero 3, sorteggiata nella parte bassa del draw, le cose sono state un po’ più semplici, almeno fino al match contro Muguruza.

Ashleigh Barty
Superati i due primi turni, Barty ha trovato nei match intermedi tutti i maggiori ostacoli possibili: la tds 29 Rybakina, la 19 Riske, la 7 Kvitova. Ed è riuscita a venirne a capo malgrado le insidie non fossero trascurabili.

Alison Riske l’aveva battuta nei precedenti scontri diretti, e anche nel match di Melbourne ha dimostrato di possedere le armi adatte a far soffrire Ashleigh. Innanzitutto una notevole qualità in risposta, e poi la capacità di gestire con abilità la differenza dei due colpi da fondo campo di Barty. Da una parte Alison sa appoggiarsi alla potenza del dritto della avversaria per ricavare un surplus di accelerazioni che di suo altrimenti non possiederebbe, visto che non è una giocatrice superpotente. Dall’altra contro i rimbalzi bassi dello slice di rovescio di Barty, Riske ha una volta di più dimostrato perché si trova così bene sull’erba: sa scendere alla perfezione con le gambe e gestire con sicurezza le parabole a rimbalzo sfuggente. Il 6-3, 1-6, 6-4 conclusivo restituisce l’equilibrio che ha regnato nei cento minuti del loro match.

Superato lo scoglio degli ottavi, Barty ha dovuto misurarsi con la finalista dello scorso anno Petra Kvitova, che nel torneo 2019 l’aveva eliminata proprio a livello di quarti di finale. Ma questa volta a prevalere è stata lei (7-6, 6-2), dimostrando che negli ultimi dodici mesi è sicuramente cresciuta nella maturità agonistica. Nel primo set, estremamente equilibrato, Kvitova non ha saputo convertire le tante occasioni di break (ne ha mancate 8 su 9) e nemmeno un set point raggiunto nel tie-break. Perso il primo set, Petra non ha avuto la forza, fisica e psicologica, di risalire in un match in cui fino a quel momento aveva speso tanto, raccogliendo nulla.

Oltre alla differente solidità mentale, rispetto allo scorso anno ha forse inciso anche la inferiore velocità delle condizioni di gioco. La relativa lentezza dei campi 2020 a mio avviso ha favorito il tennis di Barty: in un paio di punti importanti del primo set, ad Ashleigh sono riusciti dei fantastici recuperi difensivi che con i campi versione 2019 probabilmente non sarebbero stati possibili.

Dopo il successo contro la finalista uscente Kvitova, Barty sembrava la candidata più autorevole alla finale della parte alta di tabellone, a maggior ragione dopo le cadute premature nel secondo quarto di draw, quello di Osaka e Williams.

Invece, come sappiamo, Sofia Kenin ha sovvertito i pronostici della vigilia. Ho già parlato della semifinale nell’articolo della scorsa settimana. Qui sottolineo un paio di temi esclusivamente orientati su Ashleigh. Uno negativo e uno positivo. Negativo: si è avuta la conferma che il rovescio può rivelarsi un punto debole del suo gioco: nella partita contro Sofia la tensione non solo le ha fatto compiere tanti errori, ma anche quando non sbagliava la palla viaggiava troppo poco incisiva per creare seri problemi all’avversaria. Avevo notato quanto la tensione possa influire sulla qualità del suo slice in un match che avevo seguito dal vivo a Wimbledon due anni fa (contro Kasatkina, vedi QUI), e mi pare che a Melbourne la situazione si sia ripetuta.

Ma credo che questa sconfitta si presti anche a una chiave di lettura positiva. In semifinale Barty è scesa in campo quasi paralizzata dalla tensione, con un grave problema al rovescio e con il servizio che è calato in incisività (8 ace nel primo set, nessuno nel secondo). Eppure, malgrado tutti questi handicap, è arrivata ad avere due set point sia nel primo che nel secondo parziale. Per me significa che il suo tennis è davvero efficace. Così efficace da permetterle anche in una giornata ampiamente deficitaria di giocarsela contro la futura campionessa del torneo. Cosa sarebbe successo se fosse stata giusto un pochino più consistente?

Simona Halep
Rispetto a Barty, Halep si è confrontata contro giocatrici un po’ meno complicate soprattutto per questioni di “matchup”: vale a dire avversarie con caratteristiche meno insidiose per il suo tipo di tennis. Elise Mertens (sconfitta negli ottavi) propone un gioco simile a quello di Simona, ma con meno creatività geometrica e meno qualità negli spostamenti e nella copertura difensiva. Per questo, se entrambe sono in buone condizioni, penso che Simona sia destinata ad avere la meglio. E il 6-4, 6-4 lo ha confermato.

Anett Kontaveit (sconfitta nei quarti) ha un tennis più aggressivo rispetto a Mertens, ma non ha la potenza sufficiente per incidere davvero sulle difese di Halep. E visto che sul piano del puro palleggio non ha la solidità di Simona, nella partita di Melbourne è stata inevitabilmente obbligata a provare a spingere, il più delle volte finendo fuori giri. In pratica Anett si è ritrovata in una condizione di impotenza. Per questo non mi è sembrato così notevole il 6-1, 6-1 conclusivo, perché fra le attuali Top 30 Kontaveit è forse la migliore avversaria possibile per esaltare le qualità di Halep.

Ho già raccontato la scorsa settimana il match contro Muguruza: quanto vicine siano state le due giocatrici, e quanto ha pesato su alcuni punti cruciali la diversa attitudine all’avanzamento verso la rete. Chissà se anche nel team di Halep interpreteranno in questo modo le cause della sconfitta.

Se fosse così, questa semifinale potrebbe rivelarsi una occasione di crescita, per provare ad affrontare alcune situazioni di gioco in modo più verticale e incisivo. A 28 anni compiuti è difficile cambiare certi istinti, ma credo che per rimanere ad alti livelli uno dei segreti sia proprio quello di cercare di migliorarsi, sempre.

a pagina 2: Naomi Osaka e Serena Williams

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I migliori colpi in WTA: capitolo finale

Quindicesima e ultima puntata della serie dedicata all’analisi dei colpi in WTA. Da Serena Williams a Bianca Andreescu, da Simona Halep ad Ashleigh Barty, ecco la classifica definitiva con il “meglio del meglio”

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Simona Halep - Australian Open 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

Le puntate precedenti:
1. I migliori colpi in WTA: il servizio
2. I migliori colpi in WTA: la risposta
3. I migliori colpi in WTA: il dritto
4. I migliori colpi in WTA: il rovescio a due mani
5. I migliori colpi in WTA: i rovesci a una mano
6. I migliori colpi in WTA: la smorzata
7. I migliori colpi in WTA: il pallonetto
8. I migliori colpi in WTA: volée e schiaffo di dritto
9. I migliori colpi in WTA: volée e schiaffo di rovescio
10. I migliori colpi in WTA: le demivolée
11. I migliori colpi in WTA: smash, ganci, veroniche
12. I migliori colpi in WTA: la mobilità
13. I migliori colpi in WTA: lettura e costruzione del gioco
14. I migliori colpi in WTA: le qualità agonistiche


Siamo arrivati all’ultimo articolo della serie dedicata ai migliori colpi in WTA: è il momento di provare a tirare le fila di tutti i temi trattati, e di chiudere con qualche riflessione.

Prima riflessione. Proprio come nella suddivisione degli articoli, capita piuttosto spesso di pensare alle giocatrici isolando singoli colpi, nel tentativo di identificarne punti forti e punti deboli: servizio, risposta, dritto, rovescio, etc etc. Sicuramente è un approccio logico, ma non è privo di controindicazioni.

 

Con questo criterio, ogni esecuzione vista in campo viene fatta rientrare in una categoria definita di gesti tecnici (servizio, dritto, rovescio, etc.) che può essere anche analizzata sul piano numerico attraverso statistiche. L’approccio può risultare molto seducente perché in questo modo qualsiasi partita di tennis viene distillata, sezionata, e trasformata in qualcosa di più semplice e omogeneo. E quindi classificabile. Sembra tutto molto coerente, eppure ci si rende conto che non sempre questi numeri riescono davvero a descrivere un match. E parlo di descrivere, perché pretendere di spiegare sarebbe ancora più ambizioso. Come mai?

In parte per il sistema di punteggio del tennis, che fa sì che i singoli punti non pesino allo stesso modo. Ma secondo me ci sono anche ragioni tecniche. Pensiamo per esempio alla differenza tra un dritto colpito su una parabola alta sopra la spalla, e uno invece eseguito con la palla sfuggente a pochi centimetri da terra. Sono sempre due dritti, e quindi finiscono nella stessa categoria: ma quanto hanno in comune?

Dovremmo allora dividerli in sotto-categorie differenti? Potrebbe essere, ma in questo modo è come se aprissimo un vaso di Pandora, perché diventerebbe molto difficile identificare le nuove categorie e anche il modo di gestirle e analizzarle sul piano statistico.

E cosa dire dei colpi funzionali allo sviluppo di una combinazione, vale a dire che hanno un senso soprattutto in funzione del colpo successivo? Per esempio una volta si ragionava in termini di serve&volley; oggi qualcosa di affine accade, con la combinazione “servizio+dritto”.

Insomma, i colpi sono elementi fondamentali di un match, ma non lo descrivono completamente. E così, più si prova a definire un quadro completo, più ci si accorge che è quasi impossibile trovare un punto di vista capace di abbracciarlo per intero.

E poi c’è un secondo aspetto, che porta a un’altra riflessione fondamentale. Durante una partita di tennis, tra un colpo e l’altro, entrano in gioco altri elementi non meno importanti: un intero mondo di movimenti, di gesti, di pensieri che possono fare la differenza. Ecco perché (come ho spiegato alcune settimane fa) ho deciso di ampliare la serie provando a considerare alcune caratteristiche fisiche e mentali. Aggiungendo quindi una classifica dedicata alla mobilità, una alle qualità tattiche, e una alle doti agonistiche. Con la consapevolezza che si tratta comunque di un tentativo parziale che non sarà mai del tutto soddisfacente.

In sostanza credo che queste classifiche non vadano considerate un punto di arrivo, ma piuttosto un punto di partenza per continuare a sviluppare ragionamenti sul tennis giocato, anche in un periodo senza nuovi match. E proprio per continuare a discutere, a conclusione di tutto, è arrivato il momento di riepilogare “il meglio del meglio”.

Negli articoli precedenti, prima della classifica vera e propria, segnalavo qualche giocatrice esclusa in extremis. Questa volta, invece, cito i colpi sui quali sono stato più in dubbio nel definire le gerarchie. Sul servizio è stato facile: Serena Williams ha chiuso la questione prima ancora di aprirla. Anche per la risposta e per il rovescio, tutto sommato non è stato poi così difficile decidere le primissime (parere personale, naturalmente).

La classifica del dritto, invece è stata molto ardua. E confesso che riaprendo l’articolo a distanza di qualche settimana mi sono sorpreso, perché mi ricordavo il podio virtuale con un ordine diverso; a dimostrazione di quanto vicine percepisco le prime giocatrici.

L’altro colpo sul quale ho avuto le maggiori difficoltà è stata la demivolée. Qui di seguito troverete tre nomi con un ordine, giusto per non andare contro l’impostazione generale; ma rimango convinto di non avere argomenti sufficienti per definire una gerarchia definitiva. Ecco perché nell’articolo specifico mi ero limitato all’ordine alfabetico.

Partiamo quindi con il meglio di ogni tema. Ricordo che cliccando sul titolo di ogni classifica si aprirà l’articolo corrispondente, che prova a spiegare le ragioni delle scelte.

Per chi non fosse interessato a ripercorrere le classifiche, invito a dare una occhiata a pagina 4, dove è illustrata l’anteprima relativa ai prossimi articoli dedicati a Wimbledon 2020 virtuale.

a pagina 2: Le migliori nei colpi da fondo campo

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I migliori colpi in WTA: le qualità agonistiche

Penultima puntata della serie dedicata all’analisi dei colpi in WTA. Da Kvitova a Serena Williams, da Yastremska a Mertens e Andreescu: quale giocatrice riesce a mettere in campo il meglio di sé nelle occasioni più importanti?

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Sofia Kenin - Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

Le puntate precedenti:
1. I migliori colpi in WTA: il servizio
2. I migliori colpi in WTA: la risposta
3. I migliori colpi in WTA: il dritto
4. I migliori colpi in WTA: il rovescio a due mani
5. I migliori colpi in WTA: i rovesci a una mano
6. I migliori colpi in WTA: la smorzata
7. I migliori colpi in WTA: il pallonetto
8. I migliori colpi in WTA: volée e schiaffo di dritto
9. I migliori colpi in WTA: volée e schiaffo di rovescio
10. I migliori colpi in WTA: le demivolée
11. I migliori colpi in WTA: smash, ganci, veroniche
12. I migliori colpi in WTA: la mobilità
13. I migliori colpi in WTA: lettura e costruzione del gioco


Con questo articolo si conclude l’analisi per parti delle qualità delle diverse giocatrici dell’attuale circuito WTA. Martedì prossimo è previsto ancora un articolo conclusivo che proverà a tirare le fila dei singoli temi.

Questa volta è il momento di affrontare l’aspetto agonistico, la tenuta mentale nei frangenti importanti. Ricordo che tutte le classifiche, inclusa questa, sono riservate alle tenniste in attività, comprese fra le prime 100 del ranking. Trovate la spiegazione completa sui criteri utilizzati per definire le graduatorie nella prima parte dell’articolo uscito il 31 marzo.

 

Le qualità agonistiche
Lo abbiamo sperimentato tutti, sia in prima persona come tennisti (più o meno dotati), sia come spettatori di match altrui: per quanto si possa giocare bene sul piano tecnico, per quanto si possa essere preparati sul piano fisico, per quanto si possa essere intelligenti e strateghi nell’interpretare il gioco, la vittoria rimarrà comunque un miraggio se “al dunque” ci si farà prendere dall’ansia e dal timore di vincere.

Questo problema nel tennis è così significativo che è stato coniato un termine onnicomprensivo: “braccino”, definizione che è diventata proverbiale anche in altri contesti. Ma se il riferimento è nato nel tennis è perché forse in nessun altro sport ci sono situazioni nelle quali diventa psicologicamente così difficile portare a termine la vittoria. E davvero “non è finita fino a che non è finita”.

La storia è piena di rimonte clamorose, di partite perse dopo match point non sfruttati, di errori incredibili compiuti nel momento più importante. E nessuno, neppure il più grande campione, è stato del tutto immune da attacchi di braccino: altrimenti non si sarebbe umani. Stabilito questo, si potrebbe dire che per la classifica di questa settimana ho provato a identificare i nomi tra chi, secondo me, tende a gestire meglio l’ansia che pervade nei frangenti decisivi dei match. Tenendo anche presente che la stessa giocatrice nel tempo può drasticamente cambiare le proprie condizioni agonistiche.

Nel 2017 Jelena Ostapenko aveva vinto il Roland Garros sbaragliando la concorrenza grazie a un atteggiamento spavaldo che sembrava non contemplare la paura: Ostapenko vinse quel titolo grazie a cinque successi in tre set e al termine di una finale (contro Simona Halep) conquistata recuperando break di ritardo sia nel secondo sia terzo set. In quella edizione Simona aveva tutto da perdere, mentre Jelena niente: e finì per vincere lo Slam da numero 47 del ranking.

L’anno successivo, da campionessa in carica, e con tutto il conseguente carico di attesa e responsabilità, Ostapenko sarebbe uscita al primo turno, battuta in due set dalla numero 67 del ranking Kateryna Kozlova.

La vicenda di Ostapenko è la dimostrazione che ogni giocatrice attraversa fasi di carriera differenti, e in linea generale è più facile affrontare i match da ragazzina, senza troppe aspettative e obblighi di vittoria. Ha scritto per esempio Agnieszka Radwanska a proposito del suo primo periodo in WTA: “Ripensando a quei momenti, mi meraviglio di come giocassi senza alcuna pressione. Semplicemente colpivo. Anche scendere in campo negli stadi principali non era un vero problema, e così all’inizio ho migliorato la mia classifica molto velocemente”.

Le difficoltà psicologiche crescono invece nel periodo successivo, quando si è salite in classifica e si devono confermare i traguardi raggiunti. Lo stesso meccanismo del ranking, con i punti che scadono settimanalmente, contribuisce ad aumentare lo stress. Ecco perché la fase della prima conferma è particolarmente impegnativa, e attende al varco qualsiasi giocatrice (ne avevo parlato QUI, definendola “Sindrome del Sophomore”).

Partendo dalla convinzione che ci sono situazioni psicologiche differenti a seconda del diverso status delle giocatrici, ho preferito suddividere la classifica in tre categorie differenti. La prima categoria comprende le tenniste esperte (vicino ai 30 anni e oltre), con alle spalle tanti anni di attività, che sono state in grado di rimanere sulla breccia malgrado i molti incontri macinati, e le vicende alterne inevitabili in ogni carriera. Tutte hanno vinto almeno due Slam, hanno affrontato anche l’esperienza della sconfitta in una finale Major, ma penso che vadano comunque segnalate per il rendimento agonistico complessivamente positivo nelle ultime stagioni.

La seconda categoria comprende tenniste che meritano di essere ricordate soprattutto per alcune prestazioni al di fuori delle partite decisive degli Slam. Non sono state le prime protagoniste nei tornei più prestigiosi, ma hanno lasciato una traccia con la loro personalità in diversi tornei del circuito WTA.

La terza categoria è quella delle giovani già in grado di vincere Slam. Per loro vale in gran parte il discorso fatto per Ostapenko: al momento i risultati sono tali da rendere “obbligatoria” la presenza in questa classifica, ma in realtà solo il tempo potrà dirci se la loro natura caratteriale è davvero vincente. Lasciamo passare qualche stagione, e capiremo se sono agonisticamente sopra la media o se stanno semplicemente vivendo la fase più entusiasmante e psicologicamente meno complessa di ogni carriera.

Prima di arrivare ai nomi, il solito capitolo riservato alle escluse. Tra le esperte che non hanno trovato posto, cito Garbiñe Muguruza. Finalista a Melbourne 2020, e in recupero dopo un lungo periodo di difficoltà. Probabilmente qualcuno non sarà d’accordo con questa esclusione considerando i tre nomi che le ho preferito; ma non si tratta di una scienza esatta, e quindi trovo perfettamente legittimo avere posizioni differenti.

Ricordo anche Barbora Strycova, semifinalista a Wimbledon a coronamento di una carriera spesso caratterizzata da grande combattività. Altre protagoniste che potevano meritare un posto sono Rebecca Peterson e soprattutto Jil Teichmann. Entrambe con un un record di 2 finali vinte e zero perse lo scorso anno, oltre che imbattute in carriera nelle finali. Malgrado l‘en plein del 2019, non ho ritenuto le loro prestazioni tali da scalzare qualcuna delle dieci elette.

a pagina 2: Le giocatrici più titolate ed esperte

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I migliori colpi in WTA: lettura e costruzione del gioco

Tredicesima puntata della serie dedicata all’analisi dei colpi in WTA. Da Bencic ad Andreescu, da Kenin a Barty: quale giocatrice li interpreta e sviluppa meglio nel circuito attuale?

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Hsieh Su-Wei, Dubai 2019

Le puntate precedenti:
1. I migliori colpi in WTA: il servizio
2. I migliori colpi in WTA: la risposta
3. I migliori colpi in WTA: il dritto
4. I migliori colpi in WTA: il rovescio a due mani
5. I migliori colpi in WTA: i rovesci a una mano
6. I migliori colpi in WTA: la smorzata
7. I migliori colpi in WTA: il pallonetto
8. I migliori colpi in WTA: volée e schiaffo di dritto
9. I migliori colpi in WTA: volée e schiaffo di rovescio
10. I migliori colpi in WTA: le demivolée
11. I migliori colpi in WTA: smash, ganci, veroniche
12. I migliori colpi in WTA: la mobilità


Questo articolo prosegue il tentativo di integrazione della serie dedicata ai migliori colpi in WTA, secondo l’indirizzo spiegato sette giorni fa (vedi QUI). Dopo il pezzo incentrato sull’importanza del movimento, questa settimana l’attenzione si sposta su un aspetto immateriale: le scelte tattiche e strategiche. Così come prima di eseguire un colpo ci si deve spostare e raggiungere la traiettoria da rimandare oltre la rete, ugualmente prima di colpire qualsiasi palla si deve decidere cosa farne: dove indirizzarla e in che modo.

In sostanza a monte di ogni esecuzione c’è sempre un piano di gioco, anche il più scarno ed elementare possibile, concepito con l’obiettivo di valorizzare le proprie qualità e limitare quella della avversaria. Ma anche con l’obiettivo di minimizzare le proprie debolezze e ingigantire quelle altrui.

 

Naturalmente non esiste una strategia definitiva, capace di garantire il successo a priori. Questo perché gli aspetti di cui tenere conto sono sempre diversi: le caratteristiche fisico-tecniche di chi concepisce il piano di gioco, le caratteristiche fisico-tecniche della avversaria, la superficie su cui si compete, ma perfino le condizioni di forma di quel preciso giorno; si tratta di elementi in costante evoluzione che possono generare dinamiche e sviluppi differenti.

La capacità di interpretare al meglio la combinazione di tutte queste variabili, ed eventualmente anche di modificare in corsa le proprie strategie, può diventare un fattore determinante ai fini del successo. Nel titolo dell’articolo (“Lettura e costruzione del gioco”) ho indicato di due temi differenti, che concorrono a determinare le decisioni in campo:
1. La lettura del gioco avversario
2. La costruzione del proprio gioco

1. La lettura del gioco avversario
Per lettura del gioco intendo la capacità di interpretare (e se possibile prevedere) le scelte della avversaria. Direi che una buona lettura del gioco avversario è il risultato di due elementi molto diversi. Il primo elemento è legato alla conoscenza specifica, “storica”, della giocatrice che si fronteggia; il secondo elemento invece dipende da una dote in gran parte istintiva, che difficilmente si può sviluppare e migliorare a tavolino.

Punto primo: la conoscenza storica della avversaria. Ogni giocatrice ha colpi forti e colpi deboli nel proprio arsenale, e per questo tende a privilegiare alcuni schemi rispetto ad altri. Ci sono casi in cui le preferenze sono molto evidenti. Ad esempio Caroline Wozniacki puntava a colpire la maggior parte delle volte di rovescio, cercando di limitare i colpi di dritto (più debole del rovescio). Per questo quando doveva utilizzare il dritto molto spesso privilegiava il lungolinea, con l’obiettivo di “invitare” l’avversaria a cambiare diagonale (ne ho parlato QUI).

Altro esempio. Da sempre Angelique Kerber cerca il vincente (sia con il dritto che con il rovescio) con una netta prevalenza verso l’angolo del dritto avversario. Avere la consapevolezza di questa predilezione aumenta la probabilità di una copertura efficace nelle fasi difensive (vedi QUI per l’analisi).

Queste conoscenze sono il risultato di studi sui match del passato che ogni coach analizza insieme alla propria giocatrice. Ma poi c’è il secondo punto: la capacità istintiva di capire in anticipo da che parte tirerà l’avversaria in quel singolo, specifico frangente; perfino in controtendenza con gli schemi abituali.

Significa, per esempio, presagire da che parte spostarsi per una difesa in extremis; oppure essere in grado di percepire se l’avversaria opterà per il contropiede invece del colpo indirizzato verso la parte di campo meno protetta. Caroline Wozniacki è stata forse la giocatrice più brava nell’intuire quasi infallibilmente le intenzioni di chi aveva di fronte: molto raramente sbagliava la parte di campo da privilegiare. E oggi, chi merita di essere citata?

Dato che si tratta di una dote particolarmente difficile da mettere a fuoco, ho deciso di non costruire una classifica vera e propria, ma ho semplicemente individuato cinque nomi, che a mio avviso hanno dimostrato di sapere interpretare con più efficacia le intenzioni avversarie. In ordine alfabetico: Victoria Azarenka, Belinda Bencic, Sofia Kenin, Elise Mertens, Alison Riske.

Naturalmente non è affatto detto che abbia ragione sui nomi, considerato che si tratta di una qualità molto sfuggente. Però una cosa è certa: nel determinare il valore di una giocatrice, concorrono anche questi aspetti impossibili da misurare o quantificare.

a pagina 2: La costruzione del proprio gioco

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