Australian Open 2020: delusioni e sorprese

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Australian Open 2020: delusioni e sorprese

Da Osaka a Jabeur, da Williams a Swiatek, protagoniste in positivo e in negativo dello Slam di gennaio. E per concludere una teoria sulle ultime vincitrici dei Major

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Coco Gauff e Naomi Osaka - Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

Dopo avere celebrato la scorsa settimana le imprese delle finaliste Kenin e Muguruza, per completare la riflessione sull’Australian Open 2020 è il momento di ragionare sulle giocatrici uscite da Melbourne deluse per aver ottenuto risultati al di sotto delle aspettative. Ma nella seconda parte dell’articolo ci sarà spazio anche per riflessioni di altro genere. Cominciamo con le due semifinaliste sconfitte.

1. Ashleigh Barty e Simona Halep
Simona Halep è stata la numero 1 WTA al termine delle stagioni 2017 e 2018; Ashleigh Barty l’ha sostituita concludendo al primo posto nel 2019. Non stiamo quindi parlando di giocatrici qualsiasi, ma di due tenniste che hanno dimostrato di possedere notevole consistenza, tanto da raggiungere il traguardo che più premia la continuità ad alti livelli.

In vista del torneo australiano, per i bookmaker erano appaiate come terze possibili vincitrici (quotate a 9), alle spalle di Williams e Osaka. Logico quindi che una volta arrivate in semifinale fossero considerate favorite contro Kenin e Muguruza. In realtà entrambe sono state sconfitte in due match terminati con un punteggio identico: 7-6, 7-5.

 

Barty era la leader della parte alta del tabellone, e nel torneo ha dovuto percorrere un cammino in cui non ha avuto sconti. Per Halep, testa di serie numero 3, sorteggiata nella parte bassa del draw, le cose sono state un po’ più semplici, almeno fino al match contro Muguruza.

Ashleigh Barty
Superati i due primi turni, Barty ha trovato nei match intermedi tutti i maggiori ostacoli possibili: la tds 29 Rybakina, la 19 Riske, la 7 Kvitova. Ed è riuscita a venirne a capo malgrado le insidie non fossero trascurabili.

Alison Riske l’aveva battuta nei precedenti scontri diretti, e anche nel match di Melbourne ha dimostrato di possedere le armi adatte a far soffrire Ashleigh. Innanzitutto una notevole qualità in risposta, e poi la capacità di gestire con abilità la differenza dei due colpi da fondo campo di Barty. Da una parte Alison sa appoggiarsi alla potenza del dritto della avversaria per ricavare un surplus di accelerazioni che di suo altrimenti non possiederebbe, visto che non è una giocatrice superpotente. Dall’altra contro i rimbalzi bassi dello slice di rovescio di Barty, Riske ha una volta di più dimostrato perché si trova così bene sull’erba: sa scendere alla perfezione con le gambe e gestire con sicurezza le parabole a rimbalzo sfuggente. Il 6-3, 1-6, 6-4 conclusivo restituisce l’equilibrio che ha regnato nei cento minuti del loro match.

Superato lo scoglio degli ottavi, Barty ha dovuto misurarsi con la finalista dello scorso anno Petra Kvitova, che nel torneo 2019 l’aveva eliminata proprio a livello di quarti di finale. Ma questa volta a prevalere è stata lei (7-6, 6-2), dimostrando che negli ultimi dodici mesi è sicuramente cresciuta nella maturità agonistica. Nel primo set, estremamente equilibrato, Kvitova non ha saputo convertire le tante occasioni di break (ne ha mancate 8 su 9) e nemmeno un set point raggiunto nel tie-break. Perso il primo set, Petra non ha avuto la forza, fisica e psicologica, di risalire in un match in cui fino a quel momento aveva speso tanto, raccogliendo nulla.

Oltre alla differente solidità mentale, rispetto allo scorso anno ha forse inciso anche la inferiore velocità delle condizioni di gioco. La relativa lentezza dei campi 2020 a mio avviso ha favorito il tennis di Barty: in un paio di punti importanti del primo set, ad Ashleigh sono riusciti dei fantastici recuperi difensivi che con i campi versione 2019 probabilmente non sarebbero stati possibili.

Dopo il successo contro la finalista uscente Kvitova, Barty sembrava la candidata più autorevole alla finale della parte alta di tabellone, a maggior ragione dopo le cadute premature nel secondo quarto di draw, quello di Osaka e Williams.

Invece, come sappiamo, Sofia Kenin ha sovvertito i pronostici della vigilia. Ho già parlato della semifinale nell’articolo della scorsa settimana. Qui sottolineo un paio di temi esclusivamente orientati su Ashleigh. Uno negativo e uno positivo. Negativo: si è avuta la conferma che il rovescio può rivelarsi un punto debole del suo gioco: nella partita contro Sofia la tensione non solo le ha fatto compiere tanti errori, ma anche quando non sbagliava la palla viaggiava troppo poco incisiva per creare seri problemi all’avversaria. Avevo notato quanto la tensione possa influire sulla qualità del suo slice in un match che avevo seguito dal vivo a Wimbledon due anni fa (contro Kasatkina, vedi QUI), e mi pare che a Melbourne la situazione si sia ripetuta.

Ma credo che questa sconfitta si presti anche a una chiave di lettura positiva. In semifinale Barty è scesa in campo quasi paralizzata dalla tensione, con un grave problema al rovescio e con il servizio che è calato in incisività (8 ace nel primo set, nessuno nel secondo). Eppure, malgrado tutti questi handicap, è arrivata ad avere due set point sia nel primo che nel secondo parziale. Per me significa che il suo tennis è davvero efficace. Così efficace da permetterle anche in una giornata ampiamente deficitaria di giocarsela contro la futura campionessa del torneo. Cosa sarebbe successo se fosse stata giusto un pochino più consistente?

Simona Halep
Rispetto a Barty, Halep si è confrontata contro giocatrici un po’ meno complicate soprattutto per questioni di “matchup”: vale a dire avversarie con caratteristiche meno insidiose per il suo tipo di tennis. Elise Mertens (sconfitta negli ottavi) propone un gioco simile a quello di Simona, ma con meno creatività geometrica e meno qualità negli spostamenti e nella copertura difensiva. Per questo, se entrambe sono in buone condizioni, penso che Simona sia destinata ad avere la meglio. E il 6-4, 6-4 lo ha confermato.

Anett Kontaveit (sconfitta nei quarti) ha un tennis più aggressivo rispetto a Mertens, ma non ha la potenza sufficiente per incidere davvero sulle difese di Halep. E visto che sul piano del puro palleggio non ha la solidità di Simona, nella partita di Melbourne è stata inevitabilmente obbligata a provare a spingere, il più delle volte finendo fuori giri. In pratica Anett si è ritrovata in una condizione di impotenza. Per questo non mi è sembrato così notevole il 6-1, 6-1 conclusivo, perché fra le attuali Top 30 Kontaveit è forse la migliore avversaria possibile per esaltare le qualità di Halep.

Ho già raccontato la scorsa settimana il match contro Muguruza: quanto vicine siano state le due giocatrici, e quanto ha pesato su alcuni punti cruciali la diversa attitudine all’avanzamento verso la rete. Chissà se anche nel team di Halep interpreteranno in questo modo le cause della sconfitta.

Se fosse così, questa semifinale potrebbe rivelarsi una occasione di crescita, per provare ad affrontare alcune situazioni di gioco in modo più verticale e incisivo. A 28 anni compiuti è difficile cambiare certi istinti, ma credo che per rimanere ad alti livelli uno dei segreti sia proprio quello di cercare di migliorarsi, sempre.

a pagina 2: Naomi Osaka e Serena Williams

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Grande Slam 2021, la classifica femminile

Chi sono state le giocatrici che hanno fatto meglio nei quattro tornei più importanti dell’anno? Un bilancio di fine stagione più una analisi sugli Slam di Serena Williams in occasione dei suoi 40 anni

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Barbora Krejcikova - Roland Garros 2021 (via Twitter, @rolandgarros)

Da alcuni anni propongo una classifica particolare, basata esclusivamente sui quattro tornei più importanti della stagione: Australian Open, Roland Garros, Wimbledon, US Open. Ho deciso di farlo perché, ancora più che in passato, nel tennis contemporaneo gli Slam si stagliano nella considerazione di tutti come qualcosa di superiore, a sé stante, ed è su questi palcoscenici che si costruiscono le grandi carriere.

Tanto è vero che oggi, quasi in automatico, per misurare il valore di una tennista gli appassionati cominciano sempre valutando cosa ha saputo fare negli Slam: vittorie, finali, continuità nei “piazzamenti”, sono il riferimento che alla fine determina la categoria di chi viene analizzata.

Ma sappiamo che non è sempre stato così. In altre epoche i più forti tennisti, per esempio, hanno rinunciato a giocare l’Australian Open perché la trasferta presentava disagi logistici e il montepremi non era sufficientemente appetibile.

 

Ma ci sono state altre rinunce che oggi ci appaiono inconcepibili. Prendiamo il caso di Chris Evert, che negli anni ‘70 era di gran lunga la più forte giocatrice sulla terra rossa. Evert ha saltato alcuni Roland Garros perché impegnata in altri eventi organizzati negli USA. Parliamo di una giocatrice capace di vincere 125 partite consecutive sulla terra, dall’agosto 1973 al maggio 1979. Nemmeno Nadal è mai riuscito a dominare così tanto. Eppure Chris non ha disputato i Roland Garros del 1976, 1977, 1978, oltre che i sei Australian Open dal 1975 al 1980. Detto tra parentesi: quando si fanno i calcoli degli Slam vinti da Serena Williams o da Steffi Graf, spesso si dimentica quanto avrebbero potuto vincere tenniste come Evert o Navratilova se le priorità della loro epoca fossero state simili a quelle odierne.

Oggi le cose sono cambiate: gli Slam sono il fulcro del calendario di ogni tennista di vertice. Per questo possiamo dire senza alcun dubbio che Serena Williams continua a giocare con l’unico scopo di provare a vincere nuovi Slam, mentre utilizza come impegni di preparazione gli altri tornei del circuito, o non li affronta proprio.

Ecco le ragioni di una classifica basata esclusivamente sui quattro Major. Il criterio adottato per costruire la classifica è sempre lo stesso, ed è molto semplice: la somma dei punti ottenuti in ogni Slam secondo i valori stabiliti da WTA. Questa è la ripartizione dei punti prevista:

2000 punti (vittoria)
1300 (finale)
780 (semifinale)
430 (quarti)
240 (4° turno)
130 (3° turno)
70 (2° turno)
10 punti (sconfitta al primo turno)

Veniamo dunque alla Classifica Slam del 2021. Classifica sino alla posizione numero 32, con in più le tre giocatrici che sono attualmente comprese fra le prime 20 del ranking WTA ufficiale, ma che sono rimate staccate nei Major:

Un piccolo chiarimento per evitare equivoci. In questa tabella nelle prime tre colonne ci sono diverse graduatorie. La prima a sinistra, in grassetto, indica la posizione nella nostra Classifica Slam. La seconda colonna corrisponde all’attuale ranking ufficiale WTA (stabilito il 4 ottobre 2021). La terza colonna denominata “Race” fa riferimento a tutti i punti raccolti dalle giocatrici nell’anno 2021. Tenendo presenti questi numeri, si possono sviluppare alcuni ragionamenti di un certo interesse.

a pagina 2: Il livellamento al vertice. Delusioni e sorprese

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US Open 2021: Sakkari, Sabalenka, Barty e Osaka

Terzo e ultimo articolo dedicato allo US Open 2021: il percorso delle semifinaliste Sakkari e Sabalenka e la speciale condizione nella attuale WTA di Barty e Osaka

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Naomi Osaka - 2021 US Open (Garrett Ellwood/USTA)

La vittoria di Emma Raducanu allo US Open ha rappresentato per l’attuale tennis femminile contemporaneamente una sorpresa e una conferma. Sembra una affermazione inconciliabile, un ossimoro, ma in realtà non lo è. Vediamo come mai.

Perché una sorpresa. Nessuno poteva immaginarsi che una qualificata, che mai aveva giocato a New York e che in tutta la carriera aveva disputato un solo Slam (l’ultimo Wimbledon, grazie a una wild card), potesse arrivare a vincere il titolo. Il successo di Raducanu, numero 150 del ranking, costituisce un risultato non solo imprevedibile, ma anche senza precedenti.

Ma la vittoria di Raducanu ha anche rappresentato una conferma, dato che il suo successo rimane nel solco tracciato dai risultati Slam più recenti. Nelle ultime stagioni, infatti, i Major si sono trasformati in un obiettivo quasi sempre riservato alle nuove generazioni. Ad eccezione di Simona Halep a Wimbledon 2019, il successo è sempre andato a tenniste al massimo di 25 anni, spesso anche molto più giovani. Le giocatrici esperte, al dunque, hanno dovuto cedere il passo.

 

Non solo. Nelle ultime finali Slam, fra le due contendenti ha sempre vinto la giocatrice più giovane. Senza risalire alle quattro sconfitte di Serena Williams post maternità, nel biennio 2020-2021 abbiamo avuto: in Australia il successo di Kenin su Muguruza e di Osaka su Brady; in Francia quello di Swiatek su Kenin e di Krejcikova su Pavlyuchenkova. A Wimbledon quello di Barty su Pliskova (nel 2020 non si era giocato). Infine a New York la vittoria di Osaka su Azarenka e poi di Raducanu su Fernandez. Insomma, che sia per pochi mesi o per molti anni, chi è nata dopo ha sempre prevalso.

Però l’anagrafe non ci dice tutto: a mio avviso sarebbe sbagliato considerare i nomi delle ultime vincitrici come equivalenti. Nel ventaglio delle ultime campionesse Slam, due giocatrici spiccano perché sono state capaci di partire alla vigilia del torneo con lo scomodo ruolo di favorite, e poi di aggiudicarsi effettivamente il titolo.

Credo non sia una differenza da poco, perché più passano le edizioni dei Major, più ci accorgiamo di quanto stia diventando difficile, in un contesto di notevole equilibrio come la attuale WTA, scendere in campo da favorite. Le avversarie si ritrovano con la mente più leggera e con meno da perdere, e spesso questo si traduce in un vantaggio decisivo. Le due protagoniste di questa difficile impresa sono Ashleigh Barty e Naomi Osaka. Ecco perché le ritroveremo nella parte conclusiva dell’articolo.

Dunque, per chiudere con l’analisi dello US Open, dopo il pezzo dedicato alla vincitrice Emma Raducanu, e quello dedicato alla finalista Leylah Fernandez, cominciamo ragionando sulle altre due semifinaliste, Aryna Sabalenka e Maria Sakkari.

a pagina 2: Aryna Sabalenka

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Lo straordinario US Open di Leylah Fernandez

Come una teenager, numero 73 del ranking, è stata capace di sconfiggere in un solo torneo tre delle prime cinque giocatrici del mondo e una pluricampionessa Slam

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Leylah Fernandez - US Open 2021 (Darren Carroll/USTA)

La scorsa settimana Emma Raducanu si è presa tutto lo spazio dell’articolo dedicato allo US Open. Tante questioni stimolanti, tanti temi da approfondire: le vicende di una giocatrice quasi sbucata dal nulla hanno reclamato un articolo esclusivo. Del resto l’attenzione suscitata da Raducanu non ha colpito solo il mondo del tennis, ma sembra avere superato i confini più stretti degli appassionati per coinvolgere un pubblico più ampio e meno specialistico.

Ma descrivere Raducanu come protagonista assoluta dello Slam newyorchese sarebbe non solo sbagliato, ma anche ingeneroso nei confronti di Leylah Fernandez. La giocatrice canadese ha avuto un ruolo decisivo nell’alimentare l’interesse che ha circondato il torneo femminile. A conferma di questo ci sono anche i dati televisivi statunitensi. Su ESPN, che deteneva i diritti del torneo, sia la finale che le semifinali femminili hanno avuto un seguito di spettatori superiore alle corrispondenti partite maschili. Non era facile immaginare che due tenniste classificate fuori dalle prime 70 del mondo avrebbero raccolto più pubblico di Djokovic e Medvedev; ma evidentemente il modo di giocare e la personalità di Emma e Leylah hanno “bucato” lo schermo.

Raducanu e Fernandez, entrambe nate nel 2002, hanno vissuto un torneo simile e parallelo, ma nelle singole partite gli andamenti sono stati molto diversi: la giocatrice inglese ha vinto tutti i match con margine e senza perdere set, la canadese invece ha affrontato un percorso ben più battagliato.

 

Lehlah Fernandez allo US Open 2021
L’avventura di Fernandez allo US Open è caratterizzata dalla continua lotta. Una vera e propria costante che non ha conosciuto eccezione in alcun match. Sette partite affrontate, e nessuna che sia filata via semplice. Anzi, spesso Leylah ha dovuto fronteggiare situazioni difficili. Sin dal primo turno.

Eppure Fernandez, fuori dalle teste di serie, non parte con un sorteggio sfortunato: il primo turno le riserva una qualificata. Ma quando vengono definiti gli accoppiamenti si scopre che si tratta di Ana Konjuh. Ana nel 2021 sta costantemente risalendo la classifica. Dopo il lunghissimo periodo di stop a causa dei ripetuti problemi al gomito, ha cominciato la stagione da numero 476 del ranking, ma al momento del match è già numero 88: quasi quattrocento posti scalati nel giro di otto mesi. Non ha avuto accesso diretto allo Slam americano solo perché la entry list si definisce con sei settimane di anticipo, e in quel momento era ancora fuori dalle prime cento. In più c’è un precedente recente di cui tenere conto: Konjuh ha sconfitto Fernandez nel torneo di Madrid 2021.

Il primo set tra Fernandez e Konjuh vede Ana partire meglio; grazie al break di vantaggio Konjuh serve per il set sul 5-4. Conquista anche due set point, però in entrambe le occasioni Fernandez si salva: strappa a sua volta la battuta a Konjuh, e così si procede in equilbrio sino al 6-6. Al tiebreak Leylah riesce a spuntarla. Il braccio di ferro del primo set si rivela decisivo per indirizzare anche il secondo set. Il match termina 7-6, 6-2.

In base alle premesse del tabellone, al secondo turno Fernandez dovrebbe incrociare la sua prima testa di serie, la numero 31 Yulia Putintseva. Ma Kaia Kanepi è riuscita ad avere la meglio al primo turno, e dunque Leylah si trova di fronte una giocatrice ben più potente, anche se decisamente meno mobile di Putinsteva. E di nuovo ne esce un confronto tiratissimo. Fernandez vince il primo set strappando la battuta a Kanepi all’ultima occasione utile (7-5), ma Kaia non ha affatto intenzione di lasciare strada.

Nel secondo set Kanepi reagisce e si porta avanti 5-3. È un passaggio complicatissimo per Fernandez, che prima salva due set point sul proprio turno di servizio, e poi ne salva altri due con Kanepi alla battuta sul 5-4. Scampato il pericolo, sullo slancio Leylah conquista quattro game di fila e riesce a chiudere 7-5, 7-5. Due match disputati, 6 set point salvati in due partite diverse: non male come inizio.

Ma questa è solo l‘ouverture, perché al terzo turno il sorteggio propone come avversaria un ostacolo apparentemente invalicabile: la campionessa in carica Naomi Osaka. Dopo Kanepi, il “peso leggero” Fernandez trova così un’altra big hitter che metterà alla prova la sua capacità di confrontarsi con tenniste ben più strutturate fisicamente di lei.

Luogo di confronto: l’Arthur Ashe Stadium. Per Fernandez non è la prima volta in assoluto in una arena importante di Flushing Meadow, perché nel 2020 ha già giocato (e perso) contro Sofia Kenin sul Luis Armstrong. Ma lo scorso anno non c’era la presenza del pubblico; questa volta contro Osaka la programmazione è la più eccitante possibile: primo match del serale nello stadio per il tennis più grande del mondo.

Forse perché sulla carta non ha nulla da perdere, fatto sta che nel primo set Leylah tiene molto bene testa a Naomi. Almeno sino al 5-4 per Fernandez. Poi Osaka inserisce una marcia in più, sfodera una serie di punti da fuoriclasse e con un parziale di 12 punti a 1 chiude il set in proprio favore sul 7-5.

Leylah ha perso il primo set del torneo, ma ha progressivamente conquistato le simpatie del pubblico, ammirato dalla sua combattività ma anche dalla qualità dei suoi colpi. Malgrado la pesantezza di palla di Osaka, infatti, Fernandez riesce quasi sempre a rimanere con i piedi attaccati alla linea di fondo e da quella posizione incalza Naomi sul ritmo, impedendole di sprigionare con tranquillità la potenza di cui dispone.

Secondo set. La partita scorre rapida, senza alcuna palla break sino all’approdo nei game decisivi. Esattamente come nel primo parziale, Osaka alza il livello quando più conta. Ed esattamente come nel primo parziale, sul 5-5 strappa la battuta a Leylah e va a servire per il set (e il match).

Sembrerebbe quasi una formalità, anche perché Naomi nello stesso frangente del primo set ha tenuto la battuta a zero. E invece l’incontro non solo non è vicino alla fine, ma sta per attraversare la fase decisiva del totale ribaltamento. Da una parte l’improvvisa ansia di Osaka, dall’altra la straordinaria voglia di combattere di Fernandez, producono l’inatteso: sul 7-5, 6-5 Naomi perde la battuta a 30 (primo break subito nel match), e poi in preda allo sconforto è quasi travolta nel tiebreak, che perde 7-2.

La sconfitta inopinata del secondo set lascia un pesante strascico su Osaka in avvio di terzo parziale: di nuovo perde la battuta e da quel momento non riesce più a recuperare. Con una grinta e con una decisione impressionanti, Leylah non lascia speranze a Naomi, che non riesce nemmeno a sfiorare il recupero, visto che non arriva mai neanche a conquistare palle break. Fernandez chiude dunque 5-7, 7-6, 6-4, ed è autrice di una delle più grandi sorprese del torneo.

E così, dopo la sconfitta alle Olimpiadi di Tokyo contro Vondrousova, di nuovo Osaka perde contro una giocatrice mancina, dotata di una battuta non potente, ma che Naomi non è comunque riuscita a decrittare. In più sia Vondrousova che Ferndandez hanno saputo consolidare i vantaggi ottenuti con il colpo di inizio gioco sviluppando con grande efficacia lo scambio.

Altro parallelismo tra Tokyo e New York: al momento della eliminazione, le sconfitte di Osaka sembrano arrivate contro giocatrici di secondo piano, ma a conti fatti sia Vondrousova che Fernandez sarebbero state capaci di raggiungere la finale del torneo, offrendo tennis di altissima qualità. Anche i numeri del match americano lo confermano: Osaka ha chiuso il match con un saldo fra vincenti ed errori non forzati di +1 (37/36), Fernandez di +4 (28/24)

a pagina 2: I match contro Kerber e Svitolina

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