Djokovic e la trappola dell'ego. Ma l'Adria Tour non è il circuito ATP

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Djokovic e la trappola dell’ego. Ma l’Adria Tour non è il circuito ATP

Il giorno più buio per il n.1 del mondo Novak Djokovic. Possiamo davvero interpretare le sue parole come scuse e come ne uscirà? Attenzione però a non confondere esibizioni e circuito

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Novak Djokovic - ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)

“Novak ha tutta la notte per scegliere la tonalità di moquette” aveva postato lunedì su Twitter uno dei fotografi che seguono il tennis in giro per il mondo, richiamando la battuta sarcastica di Maria Sharapova nel suo giorno più nero, quello nel quale in un anonimo hotel di Los Angeles con una moquette “orribile” aveva annunciato al mondo la sua positività al meldonium. Anche Djokovic ha trascorso quello che probabilmente ricorderà come la giornata peggiore della sua carriera sportiva, nel quale ha dovuto ammettere al mondo di aver contratto il SARS-CoV-2 e di aver sbagliato a voler spingere il suo Adria Tour come se fosse il primo evento post-COVID.

Niente faccia a faccia con i media, però, sicuramente giustificato dalle sue condizioni di salute: un comunicato stampa che aveva il sapore artificiale della maionese senza grassi è stato il suo unico contatto con il mondo esterno, ammettendo di essere molto dispiaciuto per quanto accaduto e per le persone che ha esposto al pericolo, e che il virus è ancora presente e ancora tra noi. Nel caso in cui qualcuno ne dubitasse.

Il giornale francese l’Equipe ha interpretato il suo “I am extremely sorry” come una scusa, anche se essere dispiaciuti non vuol dire scusarsi per quanto fatto. Una differenza forse più marcata in inglese che non in altre lingue, e che probabilmente si perde nelle sfumature delle traduzioni. L’intenzione era buona, quella di raccogliere fondi per beneficienza, e di far vedere al mondo che si poteva tornare a vivere.

 

Così come era capitato poco più di quattro anni fa nel caso di Maria Sharapova, il mondo si è scatenato emettendo giudizi e sputando sentenze, facendo arrivare il tennis sulle prime pagine dei quotidiani in tutto il globo. In questo caso l’animosità era già a livelli di guardia ancora prima del patatrac di Zara, dato il catastrofico ruolino di marcia di Djokovic in termini di PR durante questo periodo di sosta-quarantena: prima le dichiarazioni contro i vaccini, poi le videochiamate in mondovisione con personaggi di dubbia opportunità che millantavano la conoscenza di tecniche prodigiose per bonificare cibi e acque malsane, quindi il malinteso della presunta violazione del confinamento in Spagna (poi immediatamente rientrato), uno smacco ai suoi colleghi disertando la conference call dell’ATP, per poi finire con l’apoteosi balcanica tra evitabilissimi bagni di folla e pazze serate in discoteca.

Le prove indiziarie a carico sono numerose, un po’ troppe per sperare in un’assoluzione che forse verrà solamente con il tempo, “gran dottore” come da sempre ironizzato in un famoso verso della ex signora Borg. Quello che forse ci dimentichiamo è che anche Djokovic, così come i suoi due colleghi alieni che da tanti anni ormai allietano le nostre settimane Slam, è umano, e può sbagliare.

Credo si possa dire che ha fatto una stupidaggine: alzi la mano chi non ne ha mai fatte. Quello che conta è come si reagisce.

Per ora la partenza è un po’ incerta: le scuse sono state molto annacquate, ammesso che si voglia considerare quell’”extremely sorry” come una scusa per quello che ha fatto. L’assenza di norme tassative che imponessero distanziamento, precauzioni e comunque un comportamento almeno vagamente consono alla pandemia in corso non giustifica la mancanza di buon senso di aver organizzato un evento del genere senza la benché minima misura preventiva. Se non è obbligatorio, non vuol dire che è vietato.

E la tempistica dell’Adria Tour presta il fianco a supposizioni piuttosto spiacevoli: Djokovic stava facendo vedere tutti i suoi muscoli alla USTA per ottenere condizioni meno “estreme” e “insostenibili” per la disputa dello US Open. Qualcuno aveva etichettato lui e gli altri top players come ricchi viziati per aver paventato un rifiuto allo Slam newyorkese nel caso in cui non potessero portarsi tutta l’abituale corte di allenatori, medici e portaborse in nome di uno sfoltimento dei ground. E l’organizzazione di un evento che sembrava provenire da una galassia parallela, se non da una macchina del tempo, per quanto ignorasse la situazione COVID sembrava servire da perfetto messaggio politico, un po’ come i video delle parate militari che arrivano dalla Corea del Nord di Kim Jong-Un. Solo che alla fine gli è cascato tutto addosso.

Nel celebre film Top Gun, primo grande successo di Tom Cruise nella parte del pilota di caccia Maverick, c’è un passaggio che purtroppo non è stato reso nel doppiaggio in italiano e che crediamo si presti bene a questa situazione: il comandante del ribelle Maverick lo redarguisce dopo l’ennesima marachella con la frase “Your ego is writing checks your body can’t cash”, ovvero “il tuo ego emette degli assegni che tu non riesci a coprire”. Come ha commentato a L’Equipe il direttore del torneo di Marsiglia Jean-François Cajoulle, “[Djokovic] ha un lato di se stesso quasi messianico che si ritiene al di sopra di certe leggi naturali, ma il boomerang può tornare indietro molto rapidamente. […] Il suo lato esteriore è levigato, mentre quello interiore è più tormentato e violento”.

Sempre secondo Cajoulle, Nole non ha la stessa presenza iconica di Federer e Nadal: “Se fosse stato uno di loro due a fare una cosa del genere avrebbe avuto maggiore impatto sul circuito. Ma Federer e Nadal non avrebbero mai fatto una cosa simile”.

L’ATP e la USTA si sono affrettate a dire che tutto va avanti come previsto per la ripresa del circuito: loro, d’altra parte, stanno lavorando da mesi su protocolli sanitari che impediscano cose di questo genere. In tanti hanno pensato che la positività di quasi metà dei giocatori dell’Adria Tour volesse dire stop al tennis per il prossimo futuro: d’altronde, per chi segue il tennis da lontano non c’è molta differenza tra l’Adria Tour e il circuito vero e proprio. I giocatori sono quelli forti che si vedono nei tornei importanti, difficile per chi non è addentro ai meccanismi del tennis capire la differenza tra l’esibizione nei Balcani e un ATP 250.

Ma solo perché uno da ubriaco si è messo al volante andando contromano ai 200 all’ora, non vuol dire che bisogna fermare tutte le autovetture. Bisogna solamente guidare con maggior criterio e attenzione, ora che la strada è irta di pericoli.

Quale aspetto ha ora il cammino davanti a Djokovic? Difficile dirlo. Probabilmente una dichiarazione di scuse un po’ più convinta di quella del comunicato stampa di martedì potrebbe fargli bene, far vedere che è volontariamente sceso dal piedistallo sul quale si è messo. Ma il suo ego descritto sopra sicuramente gli sconsiglierà di fare una cosa del genere: si tratta dello stesso ego che gli ha consegnato 17 Slam e un record vincente contro gli altri due mostri, “quella forza mentale che può fare male, agli avversari ma anche a se stesso” dice Cajoulle.

Un altro bel gesto potrebbe essere rassegnare le dimissioni da Presidente del Players Council: è evidente che non ha più la fiducia dei suoi colleghi, e la sua agenda è sempre più la sua personale e non quella dei giocatori che si è offerto di rappresentare. Non avrebbe nulla da perdere, se non un po’ di amor proprio, ma ne guadagnerebbe in coerenza.

Comunque vada, ora l’importante è che tutti gli “inciampati” (se non proprio caduti) dell’Adria Tour si riprendano appieno e siano pronti per l’inizio del circuito a metà agosto. Del resto, se ne occuperà come sempre il tempo.

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Del rifiuto di Naomi Osaka e dell’importanza di avere una buona reputazione

Naomi Osaka ha scelto di non giocare la semifinale contro Mertens, aderendo al boicottaggio nato negli ambienti NBA a favore del movimento Black Lives Matter. La WTA, che ‘pesa’ meno di lei, ha dovuto inseguirla

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Naomi Osaka - Australian Open 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

Tanto tuonò che piovve‘, leggenda vuole abbia detto Socrate a mezza bocca dopo essere stato colpito da un gavettone di sua moglie Santippe, che intese chiudere così un furioso litigio. Il modo di dire è poi diventato di uso comune per indicare il verificarsi di un evento ormai inevitabile, o quantomeno largamente previsto. Così anche il tennis è stato travolto dalle conseguenze del Black Lives Matter, nello specifico dalle proteste conseguenti al ferimento di Jacob Blake, un uomo di colore di 29 anni colpito sette volte dall’arma di un poliziotto a Ketosha, in Wisconsin, domenica 23 agosto.

Il trait d’union è stata la presa di posizione di Naomi Osaka, che qualche ora dopo aver faticosamente conquistato un posto in semifinale al Western&Southern Open ha pubblicato un breve comunicato a mezzo Twitter per annunciare la sua intenzione di non scendere in campo contro Elise Mertens, quest’oggi. In qualche modo costretti dalle circostanze, ATP e WTA si sono allineati alla scelta della giapponese rinviando di un giorno semifinali e finali del torneo che si sta disputando a New York.

Sulle conseguenze del gesto di Osaka non c’è ancora chiarezza. Qualcuno sostiene di aver ricevuto conferme dalla WTA circa la sua intenzione di scendere in campo venerdì, mentre il giornalista del New York Times Ben Rothenberg riferisce, per il tramite dell’agente di Osaka (Stuart Duguid), che dietro il comunicato dell’ex numero uno del mondo ci sia l’intenzione di ritirarsi dal torneo. La sensazione generale, confermata da alcuni nostri colleghi negli Stati Uniti e da alcune fonti vicine al suo entourage, è che Naomi sarà in campo venerdì.

 

LEGHE E SQUADRE AL FIANCO DEGLI ATLETI – Come spesso accade quando si incrociano sport e proteste in favore dei diritti civili, la scintilla è scattata in una lega statunitense – nello specifico in NBA, un campionato composto per il 75% da atleti di colore che dunque sono particolarmente sensibili al tema delle violenze contro i cittadini afroamericani.

A pochi minuti dall’inizio del match tra Milwaukee Bucks e Orlando Magic, la quinta gara del primo turno dei playoff di questa stagione, i giocatori di Milwaukee hanno fatto sapere di non essere intenzionati a scendere in campo (con una vittoria avrebbero ottenuto il passaggio al turno successivo). La franchigia del Wisconsin ha immediatamente assecondato la scelta dei giocatori, diramando un comunicato di pieno supporto, e gli Orlando Magic non hanno accettato di vincere per forfait, passando di fatto la palla alla lega. In appena 70 minuti è arrivato anche il comunicato dell’NBA, che ha rinviato sia la sfida tra Milwaukee e Orlando che gli altri due incontri in programma mercoledì 26 agosto (sarebbe dovuto scendere in campo anche Lebron James), legittimando dunque la presa di posizione dei giocatori.

Non stupiscono né la piena comunione d’intenti tra giocatori, squadre e vertici della lega né il fatto che la protesta sia germogliata tra i giocatori di Milwaukee, una città che dista appena 40 miglia dal luogo del ferimento di Jacob Blake. Secondo ESPN, i ‘Bucks’ avrebbero in qualche modo concordato la scelta del boicottaggio con il procuratore generale e il vice-governatore del Wisconsin, a testimonianza dell’impatto sociale e politico costituito dall’universo NBA – e di conseguenza dalla presa di posizione di alcuni giocatori – sull’opinione pubblica statunitense.

Un impatto sicuramente più grande di quello che è in grado di ottenere il tennis, la cui forza è costituita più dal valore mediatico dei singoli giocatori che dal ‘peso’ della sigla – tutti gli appassionati di sport (e non solo) conoscono e riconoscono l’NBA come marchio, mentre ATP e WTA possono contare su una diffusione assai meno capillare. Per questo per bloccare il tennis è stato necessario il traino di Naomi Osaka, che negli ultimi mesi ha aggiunto al suo curriculum l’incarico di ‘role model‘ a quelli di tennista di vertice e sportiva più pagata del mondo, prendendo una netta posizione a favore delle proteste del Black Lives Matter – e addirittura partecipandovi di persona a Minneapolis. Chiaramente, l’altra condizione che ha contribuito a innescare il boicottaggio di Osaka è la sede di disputa del torneo: se il circuito si fosse trovato in Europa, probabilmente le cose sarebbero andate in modo diverso.

Naomi Osaka – Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

IL SIGNIFICATO DEL GESTO – Veniamo al dunque, la scelta di Naomi Osaka. Spontanea o in qualche modo indotta dalle responsabilità connaturate alla sua figura? Legittima o antisportiva? Giusta o sbagliata? Di sicuro agli sponsor che s’accalcano sull’abito di scena di Naomi (da Nike a Nissin Foods, passando per Shiseido e Mastercard) non dispiace che il mondo stia parlando di lei in questi termini, ma ugualmente il dibattito sulla genuinità della scelta rischia di essere fin troppo speculativo. Possiamo però dire che la scelta non è da definirsi illegittima, poiché Osaka ha attuato un suo diritto esponendosi al rischio del walkover – probabilmente scongiurato dal rinvio della partita, se come sembra scenderà in campo – mentre scomodare la dicotomia giusto/sbagliato appare fuori luogo nel contesto di una scelta che dobbiamo assumere come soggettiva e personale.

Una cosa possiamo osservare, in conclusione. In un’epoca di giudizio collettivo compulsivo, dove tutte le azioni dei personaggi pubblici vengono analizzate al microscopio, è assai complicato ottenere un patentino di spontaneità – ci sarà sempre qualcuno pronto a cercare col lanternino un secondo fine in quello che scegli di dire o fare. Se però esiste una cerchia ristretta di personaggi pubblici con un’immagine abbastanza candida da riuscire a conquistare il favore della maggioranza, di questa cerchia fa oggi sicuramente parte Naomi Osaka. Per rendersene conto basta ipotizzare uno scenario semplice: se al posto della giapponese ci fossero stati Novak Djokovic o Serena Williams, quanti avrebbero creduto di trovarsi di fronte a una scelta ‘di convenienza’? Probabilmente più di quelli che hanno fatto lo stesso pensiero sul conto di Naomi, i cui detrattori sono una sparuta minoranza al cospetto di una gran folla che l’apprezza per quello che fa in campo e soprattutto fuori. Nole e Serena, a fronte di tantissimi tifosi, hanno però qualche hater in più.

Volendo fare (forse inutilmente) le pulci al ‘rifiuto’ di Osaka, si potrebbe assumere che lo ha fatto a basso rischio. Era tutto sommato prevedibile che la WTA avrebbe fatto il possibile per garantire la regolarità del torneo e dare in pasto alle televisioni le quattro semifinali ‘pattuite’. Anche ipotizzando un comportamento intransigente della WTA, però, cosa avrebbe potuto perdere Osaka a parte la possibilità di guadagnare qualche migliaia di dollari e vincere un trofeo importante, sì, ma che non è uno Slam? Una sorta di win-win, per la tennista giapponese.

A scanso di equivoci, chi scrive nutre una grande simpatia nei confronti di Naomi Osaka, e se dovesse scommettere il famoso euro bucato lo farebbe sulla completa spontaneità della scelta. Però non si può fare a meno di ricordare quel vecchio proverbio: “Fatti un buon nome e piscia a letto: ti diranno che hai sudato“.

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Ciò che il golf ha capito del rapporto con i media, a differenza del tennis

John Feinstein, firma di punta di ‘Golf Digest’, svela il diverso approccio alla stampa dei due sport, e perché in prospettiva ATP e WTA potrebbero pentirsene

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Roger Federer - US Open 2019 (via Twitter, @usopen)

L’articolo originale può essere consultato qui

Quando il PGA Tour si è ufficialmente rimesso in moto al Colonial Country Club di Fort Worth, il mondo era un posto diverso – per usare un eufemismo – rispetto a quello in cui il termine COVID-19 non faceva parte del nostro lessico. Nessun tifoso sui green ed un numero limitato di funzionari del tour, e anche il personale televisivo al seguito dei golfisti era contingentato. Giocatori, caddies e personale del PGA Tour hanno dovuto fare i conti con i nuovi test sierologici, e la maggior parte di coloro che non giocavano o erano a stretto contatto coi golfisti dovevano comunque indossare delle mascherine.

Al torneo era comunque presente un altro gruppo ristretto: gli esponenti della carta stampata. Il numero dei giornalisti è stato ridotto e nessuno di loro ha avuto il consueto accesso agli spogliatoi o al putting green [l’area più vicina alle varie buche, ndr]. Allo stesso tempo non era consentito alcun contatto diretto con i giocatori e la distribuzione di coloro che lavoravano nel media center è stata organizzata in ottemperanza alle norme sul distanziamento sociale: in totale, erano presenti circa 35 giornalisti.

 

I giornalisti sono stati autorizzati a camminare intorno ai percorsi e, sebbene non potessero accedervi, la visibilità non è stata intaccata in alcun modo, vista la mancanza di spettatori. Le interviste sono state fatte da remoto, ma i reporters sono comunque stati in grado di fare domande ai giocatori. Una situazione tutt’altro che ideale ma si spera che anche l’accesso dei giornalisti possa tornare a qualcosa che si avvicini la normalità […] Le attuali restrizioni sono comprensibili e ragionevoli, ed il tour, che spesso può essere criticato a causa della poca trasparenza, ha comunque cercato di consentire ai giornalisti di occuparsi degli eventi nel miglior modo possibile.

Tre giorni dopo la vittoria di Daniel Berger al Charles Schwab Challenge, l’USTA ha annunciato a gran voce che, a partire dal 31 agosto, si sarebbe tenuto lo US Open al Billie Jean King National Tennis Center di New York. L’evento sarà disputato a porte chiuse e non ci saranno partite di qualificazione; inoltre, l’USTA ha annunciato che non ci saranno media in loco anche se, secondo voci non ancora confermate, alcune trattative in corso potrebbero far consentire l’accesso ai giornalisti delle testate più importanti.

A primo impatto l’USTA ha non sorprendentemente deciso di vietare l’ingresso a tutti tranne che ai suoi partner televisivi. So che a molte persone potrebbe non interessare se agli organi di stampa verrà data la possibilità di fare il proprio lavoro, indipendentemente dallo sport. Quando ho twittato mercoledì a proposito del veto posto dall’USTA nei confronti della stampa, ho ricevuto alcune risposte che recitavano: “Ehi, è in TV; questo è importante”, oppure “Smettila di piagnucolare. A nessuno importa se ci sei o no. Segui l’evento in TV come tutti gli altri”.

In primis, non ci sarei andato a prescindere. Non seguo da reporter in maniera sistematica il tennis da anni, ed uno dei motivi è la difficoltà di intervistare i giocatori. Ho scritto un libro sul tennis nel 1991, intitolato “Hard Courts”, e alla pubblicazione ero esausto, non per i viaggi, ma per le continue battaglie necessarie per ottenere l’accesso agli atleti. Sono stato fortunato perché avevo seguito il tennis come reporter per sei anni e conoscevo non solo i giocatori e gli agenti, ma anche i direttori dei tornei. Ciò significava che ero in grado di entrare negli hotel dei tennisti per parlare lì con loro piuttosto che sui campi, dove i media non avevano accesso agli spogliatoi e spesso mi veniva detto di non fare domande che si allontanassero da “dritto e rovescio” – ad essere onesti, molti organizzatori devono combattere coi tabloid britannici, soliti porre qualunque domanda inappropriata che potesse venir loro in mente.

Tuttavia, la maggior parte dei giocatori crede che un’intervista della durata superiore ai 15 minuti sia una richiesta oltraggiosa. Ricordo perfettamente la reazione di Henri Leconte, un francese molto volubile, quando gli dissi, in risposta a una domanda, che mi sarebbe piaciuto passare 20 minuti a intervistarlo. “Cosa?!”, sbraitò. “Venti minuti? Sei pazzo?”. Leconte era uno dei tennisti alla mano dell’epoca.

Quando ho iniziato a seguire regolarmente il golf nel 1993, sono entrato in un mondo in cui i media avevano accesso ovunque: accesso ai campi, al putting green e all’interno dei percorsi, con la possibilità di attraversare i campi con i giocatori. La mia prima lunga intervista per A Good Walk Spoiled è stata con Davis Love III. Due ore dopo, gli ho detto: “Come hai fatto a passare tutto questo tempo con me?”. Strinse le spalle e replicò: “Hai detto che stavi scrivendo un libro, così non ho preso impegni per il pomeriggio”. Ero morto e questo era il paradiso.

Ecco perché non sono rimasto affatto sorpreso quando l’USTA ha annunciato che la stampa non avrebbe avuto accesso allo US Open. L’Arthur Ashe Stadium può ospitare 20.000 persone. Senza fan ammessi, quanto sarebbe difficile raggiungere il distanziamento sociale? Il National Tennis Center non è esteso come un campo da golf, ma è enorme. Ho preso parte a molte edizioni, ovviamente con il pubblico, e riuscivo a guardare le partite su campi outdoor con pochi presenti.

Ci sarebbero alcune difficoltà per l’USTA? Certamente. Le interviste dei giocatori dovrebbero quasi certamente essere condotte da remoto, ma ciò non dovrebbe essere troppo complicato. Negli spogliatoi non è mai stato consentito l’accesso ai media, quindi nulla dovrebbe cambiare sotto questo punto di vista. Ci vorrebbe soltanto un po’ di pianificazione e, più importante, ci vorrebbe la volontà di farlo.

Il tennis è uno sport praticamente morto negli Stati Uniti. Sostanzialmente l’unico momento in cui qualcuno presta attenzione alla pallina verde è durante gli U.S. Open ed ai Championships. L’Australian Open si svolge ad un orario troppo scomodo per gli statunitensi, e solo i veri fanatici hanno la pazienza di guardare le partite di cinque ore sulla terra battuta del Roland Garros. Non aiuta il fatto che nessun americano abbia vinto uno Slam da quando Andy Roddick trionfò a Flushing Meadows nel 2003, e non c’è al momento nulla che faccia presagire ad un’inversione di rotta. Le donne hanno Serena Williams, che è probabilmente la più grande giocatrice di tutti i tempi, ma è anche l’unica vera star americana.

I problemi non finiscono qui. Poiché gli addetti ai lavori non hanno praticamente interazioni coi tennisti, pochi fan credono di conoscere al 100% i giocatori, a prescindere dal fatto che si tratti delle superstar o di giocatori di media classifica. Gli appassionati di golf hanno molte più informazioni sui giocatori perché la maggior parte di loro è disposta a sedersi per intrattenere i giornalisti a lungo.

Viviamo in un mondo in cui gli atleti e i loro agenti fanno valere i propri diritti ed influenzano ciò che viene scritto. Sempre di più, con la riduzione del numero di giornali e riviste, i giornalisti migliori si stanno occupando di lavori di scrittura per i siti web controllati da leghe: MLB.com, NFLNetwork.com, NHL.com e NBA.com, tutti hanno un numero di eccellenti ex giornalisti che lavorano per loro. Allo stesso modo, anche PGATour.com, LPGA.com ed anche NCAA.com possono vantare tra le proprie fila grandi penne. Non importa quanto talento possano avere gli scrittori, il messaggio che trasmettono è controllato dai poteri forti.

Un numero sempre più ampio di atleti comunica attraverso il proprio sito web ed attraverso piattaforme come ad esempio The Players Tribune, creata da Derek Jeter, che permette agli atleti di raccontare le loro storie senza alcuna domanda scomoda. Non si può tornare ai vecchi tempi quando Dan Jenkins e Bob Drum pranzavano con Arnold Palmer tra un round e l’altro dello US Open di golf del 1960 (quando disse loro che intendeva tirare un drive alla prima buca), o anche al 1993, quando misi letteralmente in fila negli spogliatoi i golfisti per parlare di A Good Walk Spoiled.

Ma il golf rimane uno sport in cui gli organizzatori sembrano ancora capire che i media sono importanti, che le storie che vanno oltre le semplici cronache di gara e ti fanno conoscere aspetti inediti dei giocatori sono importanti. Il tennis non ha mai veramente assimilato questo concetto. Ho seguito questo sport per la prima volta nel 1980 e sono rimasto sbalordito quando, dopo la finale dello US Open, fui l’unico reporter che cercò di parlare con John McEnroe dopo la sua vittoria in cinque set contro Bjorn Borg. Gli addetti alla sicurezza erano andati a casa, così entrai nello spogliatoio con McEnroe e passai 20 minuti da solo con lui. Mi parlò emotivamente di quanto fu doloroso sentire la folla che capeggiava per Borg in uno stadio distante 15 minuti dal posto dov’era cresciuto.

L’unico motivo per cui i giornalisti meritano l’accesso a qualsiasi evento sportivo è per poter riferire al pubblico le emozioni dei giocatori. Questo è il nostro lavoro. La pandemia ha ovviamente reso questo lavoro più difficile, ma nel golf ci viene permesso di fare il nostro lavoro al meglio. Nel tennis no, perché a nessuno importa davvero.

La grande popolarità che ha investito il golf, proprio a discapito del tennis, negli ultimi 40 anni è dovuta anche a questo. Non è solo merito di Tiger Woods. A Good Walk Spoiled è uscito un anno prima che Woods diventasse professionista. Era un bestseller del New York Times. Non voglio fare il presuntuoso, sto solo dicendo che l’accesso ai media nel golf, al contrario del non-accesso vigente nel tennis, ha reso possibile tutto questo. A distanza di quasi mezzo secolo, nulla è cambiato.

Traduzione a cura di Marco Tidu

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US Open 2020, la Champions League del tennis

Oggi, nel calcio, riparte la Champions League: il sole d’agosto e la voglia di tennis possono creare numerose allucinazioni, tipo accostare l’Atalanta a Denis Shapovalov, tra serate in bianco e incontri molto bizzarri sul bagnasciuga…

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Denis Shapovalov - US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

Lo US Open che la USTA assicura si disputerà (ma a questo punto ci crederemo solo quando vedremo i giocatori in campo impegnati nel primo turno) costituiscono un torneo inevitabilmente anomalo. L’assenza del pubblico, le interviste in smart working, un solo media presente (ESPN) e le numerosissime defezioni rendono questo torneo del tutto sui generis. Quando però una grande competizione assume una configurazione così insolita, la possibilità che emergano sorprese è estremamente alta, anche in chiave di successo finale.

La strada per sollevare il trofeo è fatta sempre di 7 partite, ma si tratta di quelle manifestazioni che davvero possono creare terremoti. C’è una situazione in parte analoga anche nel calcio.

La Champions League, una volta disputati gli ottavi di finali rimanenti (con Juve e Napoli in ballo, rispettivamente contro Lione e Barcellona), si disputerà in sede unica a Lisbona, con quarti e semifinali in partita secca – niente andata e ritorno – per poter chiudere il torneo entro la fine di Agosto. Proprio quando scatterà lo US Open, tanto per non perdere il gusto dello sport quotidiano che esalta l’uscita dal mare o lenisce le sofferenza di chi si ritrova in ufficio o sui libri. Una Champions che potremmo leggere come un ‘Wimbledon calcistico’ dai quarti in poi, in salsa lusitana e sempre, rigorosamente, su manto verde.

Sono queste le suggestioni agostane che animano le discussioni tra due strampalati amici, Fabio e Matteo, che in una località sulla riviera adriatica dell’estate più strampalata di tutte – costantemente a metà tra precauzioni talvolta eccessive e sconsiderati assembramenti da movida ritrovata – si ritrovano nella condizione più comune di tutte. Ragazze sbranate con gli occhi ma avvicinate solo per chiedere l’ora, all’insegna del drammatico “Anche stasera si cucca domani”…

 

M: “Fabio, che ne pensi di questo US Open?” 

F: “Intanto vediamo se giocano davvero…” 

M: “Sì d’accordo, ma siccome non siamo noi i dirigenti della Federazione americana, ti volevo chiedere se pensi che vista la situazione unica, non possa arrivare una grande sorpresa. È un po’ come in Champions League, dai quarti tutti a Lisbona in partite secche, tipo final eight del basket. In una situazione così, potrebbe vincere l’Atalanta! In molti si aspettano il primo successo Slam di un Next Gen e io sono tra questi, ma ho in mente una sorpresa bella da vedere come la Dea, Denis Shapovalov

F: “Sei impazzito? Devi aver preso troppo sole, Shapovalov appena trova uno solido e di esperienza soccombe. Se vuoi che ti segua nel tuo parallelo con la Champions, il canadese è il Lipsia e Bautista è l’Atletico Madrid. Ce li vedi i tedeschi che mandano a casa gli uomini di Simeone? Mi piace però la tua suggestione sull’Atalanta, ma la mia Dea è David Goffin, esperienza e talento, altro che Next Gen… A proposito, Zverev è il Manchester City, ogni volta sembra che debba suonare tutti, e ogni volta torna suonato

M: “Ecco, probabilmente allora la Champions la vincono gli inglesi e a New York trionfa Sascha…”.  

A questo punto, giusto dalla prima fila di ombrelloni, separato dal mare solo dai due giovinastri che sin dal mattino avevano occupato il bagnasciuga, interviene un distinto signore sulla sessantina, più abbronzato di  un pescatore locale: “Ragazzi, scusate se mi intrometto, anch’io sono un malato di tennis. Abbiate pazienza, ma perché in questa Champions League tennistica non vedete i nostri italiani possibili vincitori? Lo so, purtroppo Fognini non sarà della partita, torna sulla terra rossa ed è un peccato, perché Fabio lo conoscete bene, è una sorta di Napoli con l’esperienza internazionale, mentre Matteo lo vedo come una via di mezzo tra la freschezza dell’Atalanta e il potenziale del Paris Saint-Germain. Voi invece volete trovare a tutti i costi la sorpresa estera. Perdonate la confidenza, non è che siete di Ubitennis per caso? Sembrate davvero due firme allevate a pane e Scanagatta…

No, noi siamo solo due umili lettori… lei piuttosto, visto il suo ottimismo patriottico, non è della FIT per caso?

Ah ah, no, anch’io sono solo un appassionato lettore, sia di Ubitennis che della concorrenza. Insomma, credo proprio che nè Binaghi né Ubaldo sapranno nulla di questa discussione… Comunque noi qui sogniamo in spiaggia ma credo che il Real di turno, all’anagrafe Novak Djokovic, non si batterà neanche quest’anno. Lasciate perdere quest’anno che il Real dovrebbe rimontare il Manchester City, sarebbe come se Djoker dovesse rimontare 2 set a Zverev sul veloce (ci crederei solo se lo vedessi, e comunque in uno Slam ce la farebbe lo stesso). Vi saluto ragazzi

L’italico signore volge le spalle al mare e ai due amici, per stringere la mano a un altro cumenda, col quale scambia due veloci battute per concludere con un sorriso rassicurante: “Non si preoccupi Avvocato, anche dovessero giocare senza pubblico, per lei le porte degli Internazionali saranno sempre aperte“. I sospetti sulla provenienza di quel distinto vanno rafforzandosi, ma Matteo e Fabio tornano subito al tennis giocato.

M: “Certo che Berrettini mai come ora a New York ha una grande opportunità e ce l’avrebbe avuta anche Fognini. Anche se ti confesso che pensando a quei due penso subito a Flavia e Tomljanovic”. 

F: “Sì però pure tu, quelle due ieri sera ci sorridevano per tutto il lungomare e ora mi parli di Tomljanovic e Pennetta. Allora dillo che preferisci palleggiare contro un muro bellissimo piuttosto che giocare un bel match contro un fresco terza categoria…”. 

La Champions comincia tra poche ore, tra poco più di 20 giorni toccherà anche allo US Open. Nella speranza che la ripresa globale dello sport non venga interrotta da altre notizie infauste.      

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