US Open prima closed e ora, post Djokovic ko, mai così open

Editoriali del Direttore

US Open prima closed e ora, post Djokovic ko, mai così open

Il mio favorito ora è Medvedev. Ma forse è Berrettini è l’avversario più insidioso per il russo. Ma prima c’è, stasera, Rublev. Cosa deve accadere perché non si metta un asterisco accanto al nome del vincitore

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Novak Djokovic lascia il campo dopo lo squalifica - US Open 2020 (via Instagram, @djokernole)

C’era un favorito unico all’US Open, closed al pubblico ma davvero non al numero 1 del mondo imbattuto in tutto l’anno Covid. Ciò soltanto fino a ieri, quando a battere Novak Djokovic, 33 anni, è stato lui stesso, per aver lasciato partire il dritto più preciso e sfortunato da lui mai tirato nel corso di una lunga carriera.

Come ho scritto subito a commento sotto all’articolo, addirittura quando era ancora in aggiornamento – abbiamo infatti scelto di dare subito in tempo reale e in poche righe la clamorosa notizia della squalifica, per poi corredarla dei vari dettagli, del regolamento, delle sanzioni, dei primi commenti, delle interviste dei vari Carreno Busta, Zverev…si è trattato di una squalifica inevitabile. Qualsiasi altra decisione sarebbe stata francamente inaccettabile. Novak ha cercato di opporvisi sul campo, com’era umanamente comprensibile, ma poi ha capito e accettato il verdetto.

Si può discutere, forse e dico forse, sulla adeguatezza della regola a situazioni che si possono presentare e che potrebbero non meritare sempre le stesse drastiche conseguenze, la squalifica immediata – ricordo l’esempio della junior italiana Maria Vittoria Viviani che nell’Australian Open 2017 tirò alle sue spalle una palletta innocua verso terra e questa, fuori inquadratura, finì addosso a un raccattapalle: quella squalifica fu davvero ridicola – ma se la regola non fosse stata applicata in questo caso, con la giudice di linea colpita alla gola e a terra, quasi soffocata e comunque sotto choc, sarebbe stata una decisione sbagliatissima. Avrebbe costituito un pessimo precedente, che avrebbe giustificato il famoso detto “la legge non è uguale per tutti”.

Ciò detto Djokovic era un minimo recidivo. In 919 vittorie e 188 sconfitte da “pro” (1.107 partite!), suvvia ragazzi ci sta di lanciare rabbiosamente qualche racchetta o qualche pallata. Infatti non era proprio la primissima volta che Djoko si era lasciato andare. Aveva rischiato grosso già a Parigi nei quarti contro Berdych nel 2016 quando una sua racchetta lanciata improvvidamente era rimbalzata a terra e avrebbe colpito un giudice di linea se questi non avesse avuto i riflessi più che pronti per scansarsi.

Sempre nel 2016 durante le finali ATP alla O2 Arena un altro episodio simile di cui era stato protagonista Novak aveva suscitato una domanda di un collega piuttosto aggressivo che al campione serbo aveva fatto quasi saltare i nervi.

Certo ieri se la sua pallata di dritto fosse finita due centimetri più a destra o a sinistra o anche e la giudice di linea colpita (e affondata) l’avesse vista arrivare un decimo di secondo prima, non sarebbe successo granché. Insomma è stato anche ipersfortunato, anche se i tifosi di Federer e Nadal, più inappuntabili, sosterranno che Djoko se l’è meritato. Lui si sarebbe beccato quel warning che sarebbe stato sacrosanto già pochissimo tempo prima per un’analoga intemperanza (forse ancor più rabbiosa), magari anche una successiva multa, ma avrebbe potuto continuare a giocare quel set in cui aveva avuto tre set point consecutivi sul 5-4. Ma dei se e dei ma sono piene le fosse.

Non mi ha in fondo sorpreso che Novak abbia disertato la conferenza stampa. Cosa avrebbe potuto dire a caldo? Si sarebbe ripetuta forse la scena sopra ricordata delle finali ATP di Londra 2016, anche se via Zoom i colleghi dei tabloid inglesi non li ho finora visti spesso a lanciare provocazioni. Comunque appena tornato nella villetta affittata a caro prezzo a Long Island Nole ha postato su Instagram le sue scuse. Com’era giusto e saggio che facesse. In conferenza stampa sarebbe stato bombardato di domande in risposta alle quali non avrebbe potuto dire granché.

Sull’episodio Ubitennis ha registrato alcune reazioni – anche quelle sardoniche dell’ineffabile Nick Kyrgios – e ricercato i numerosi precedenti. Tutti – se non erro – conclusi con la squalifica dei “lanciatori di palle e racchette”, tranne quello che aveva visto protagonista una settimana fa Aljaz Bedene alle prese con Medvedev nel Western&Southern Open di Cincinnati/New York. Una pallata dello sloveno aveva finito per colpire, perdendo peso dopo aver rimbalzato sul telone di fondo, un cameraman appostato fuori del campo. Uno dei pochi presenti, vista l’assenza del pubblico. Non si era ritenuto di dover squalificare Bedene, considerate le circostanze. E chissà, magari c’è chi pensa che si sarebbe dovuto farlo.

Chiuso l’argomento Djokovic – con qualche dubbio che a seguito della sua caduta sulla spalla permane sulle sue condizioni fisiche e sulla sua partecipazione agli Internazionali d’Italia prima ancora che al Roland Garros – resta in piedi il torneo che adesso è davvero molto più Open.

Per prima cosa avremo alla fine di questo Slam numero 470 della storia degli Slam (a partire dal primo di Wimbledon 1877) un vincitore inedito: il vincitore n.150 della storia per la gioia di Luca Marianantoni che a cavallo del 2019-2020 ha pubblicato il libro “150 volte Slam” edito da Pendragon… quando ancora i vincitori erano solo 149. All’amico Luca (grande tifoso di Federer di cui vorrebbe preservare il record dei Majors a danno di Nadal e Djokovic) gli ha detto bene. Una recensione del suo bel libro che vi consiglio di acquistare la scrissi all’interno di questo articolo.

Questo vincitore dell’US Open 2020 sarà anche il primo nato negli anni Novanta, a meno che il torneo lo vinca Auger-Aliassime che è nato dopo, l’8 agosto del 2000. Djokovic (classe 1987) era il più anziano dei tennisti in gara fra quelli giunti agli ottavi. Il secondo più anziano, per l’appunto il co-president della neonata PTPA al fianco di Djokovic, Vasek Pospisil, è già classe ’90 per aver compiuto i 30 anni nel giugno di quest’anno. Ovviamente senza più Djokovic in lizza ora sono tanti a sperare nel grande exploit. Di certo più degli altri hanno diritto a crederci i primi quattro che lo seguono in classifica e nell’ordine delle teste di serie: Thiem n.2, Medvedev n.3, Zverev n.5 e… sì, anche il nostro Matteo Berrettini n.6. E dai!

Ad essersi alleggerita particolarmente è ovviamente la metà alta del tabellone, quella dove adesso al posto di Djokovic c’è Carreno Busta che nessuno oggi pronosticherebbe potenziale vincitore del torneo, sebbene ieri lo spagnolo non stesse giocando affatto male e fosse anzi sul punto di portare a casa il primo set. Chi sembrerebbe avere più le carte in regola, un CV adeguato, per raggiungere la finale di questa metà alta ora che lì sono giunti al traguardo dei quarti di finale, secondo me è il solo Sascha Zverev. Incostante fin qui negli Slam il tedesco è l’unico fra tutti che si sia dimostrato capace di vincere eventi importanti, dai Masters 1000 a – soprattutto – le finali ATP.

Nella metà bassa dove ancora siamo fermi agli ottavi di finale – in programma oggi si trovano giocatori che hanno le credenziali di Thiem e Medvedev, oltre a Berrettini e Rublev attesi dall’ottavo tecnicamente più interessante ed incerto. Come abbiamo convenuto nel nostro abituale incontro via Zoom con il collega “Hall of Famer” Steve Flink, Daniil Medvedev, finalista un anno fa, sembra il candidato più autorevole fra tutti a ereditare il titolo che lo scorso conquistò Rafa Nadal battendolo a fatica. Più di Thiem, direi.

A parte il fatto che Thiem dovrà stare già molto attento ad Auger-Aliassime, Medvedev a mio avviso dominerà Tiafoe. Poi potrebbe perdere più facilmente con un Berrettini in giornata di gran vena al servizio piuttosto che con il coetaneo e connazionale Rublev che conosce e affronta dall’età di 11 anni e a livello professionistico ha battuto due volte su due, senza perderci un set, sempre piuttosto nettamente. Troppo più regolare Medvedev per perdere da un giocatore brillante ma anche discontinuo come l’amico Rublev. Anche se i duelli fra amici possono sempre riservare sorprese.

Berrettini per lui, ripeto, può essere più temibile e pericoloso. Però Berrettini deve prima battere Rublev e non è affar semplice. Matteo troverà nel russo pel di carota un avversario ben diverso da quelli battuti fin ora. Un avversario che di sicuro è in grado di rispondere meglio di loro, oltre che più capace di prendere l’iniziativa del palleggio con entrambi i colpi. Il russo è più forte di dritto ma potrebbe prevalere sulla diagonale del rovescio. Il dritto bomba a sventaglio di Berrettini dovrà essere particolarmente continuo e centrato per procurargli la stessa messe di punti conquistata con i vari Soeda, Humbert e Ruud. Avversari di minor caratura.

Un po’ di paura francamente Rublev, pur battuto da Matteo tre volte su cinque (e tre su quattro da “pro”, perché una sconfitta il nostro la subì al secondo turno junior di Wimbledon), Gstaad, Vienna e proprio qui a Flushing sempre negli ottavi un anno fa, a me la fa. È migliorato tantissimo Matteo, ma lo stesso può dirsi del rosso e russo Rublev. Torno a dire che un Medvedev eventuale semifinalista secondo me avrebbe un posto quasi sicuro in finale. Non lo vedo capace di perdere con nessuno dei quattro ancora in gara in basso, Pospisil-De Minaur e Aliassime-Thiem che giocano oggi nel Labour Day.

Forza Matteo allora, facci questo regalo, batti un russo dopo l’altro. Matteo è consapevole della sua forza, ha proprio più consapevolezza della sua forza che il timore di avvertire la pressione che gli potrebbe trasmettere quanti sognano per lui. Poi si vedrà.

Infine però, dopo l’uscita di scena di Djokovic, mi e vi chiedo: accanto al vincitore di questo US Open ci vorrà un asterisco? Un asterisco promemoria di quanto è accaduto a Djokovic, nonché l’assenza contemporanea di Federer e Nadal, la prima di… un secolo? Finora di porre un asterisco accanto al nome del vincitore si era parlato soltanto per il torneo femminile, orfano fin dall’inizio di sei top-ten e con una Serena Williams a caccia del 24mo titolo ma in condizioni assai incerte. Rispondo qui quanto ho anticipato a Steve Flink: l’asterisco gli verrà apposto se il vincitore sarà e resterà un “One-Slam Winner”. Se, cioè, non sarà capace di ripetersi negli anni a venire. Se invece infilerà un filotto di Slam, almeno altri due o tre, beh allora di asterischi a ricordo di assenze e squalifiche non ci sarà bisogno. E la gente fra qualche anno dimenticherà. Quanti ricordano ancora l’anno della squalifica di John McEnroe, più che il teatro dove si verificò?

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Editoriali del Direttore

Per colpa di Schwartzman che batte Nadal, piccolo excursus statistico sulle serie vittoriose fra big

Ci aveva perso 9 volte! Con Berdych, Nadal era stato più continuo: le vittorie di fila furono 18. Rino Tommasi e Arthur Ashe vs Rod Laver…Tanti head to head a senso unico. Quiz su Berrettini, Sinner e Musetti

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Rafa Nadal - Internazionali di Roma 2020 (foto Giampiero Sposito)

I nostri appassionati di tennis hanno dimostrato in tutti questi lunghi anni in cui i nostri tennisti di soddisfazioni ce ne hanno date pochine, che bastava tifare per Federer, Nadal o Djokovic per aver voglia comunque di seguire il tennis con immutata passione. Per poco più di un quinquennio (2010-2015) è stato motivo d’orgoglio patriottico soprattutto il tennis e i risultati delle nostre ragazze, ma per tre lustri sono stati quei tre a farci divertire più degli altri. A volte anche Murray, a volte anche Wawrinka e del Potro, ma sono stati meno continui.

A Roma, superata la delusione per le sconfitte dei quattro italiani che ci avevano un po’ illuso piazzandosi negli ottavi, ultimo in ordine di tempo colui sul quale era lecito puntare di più, Matteo Berrettini testa di serie n.4, erano tutti convinti che ci saremmo ritrovati con una finale disputata dai soliti due, Nadal e Djokovic.

Il direttore commenta la sconfitta di Berrettini (con un paragone irriverente)

 

Invece Nadal è già tornato a Maiorca. E non andrà a pescare, ma ad allenarsi più duramente del solito se non vorrà perdere anche a Parigi dove ha vinto tre volte più che a Roma: là sono 12, qua erano 9.

Nove erano anche le sue vittorie consecutive con il più piccolo dei grandi del circuito ATP, “El Peque”, il piccolo, l’argentino Diego Schwartzman. Chi non indovina perché si chiami Diego? Peggio per lui, io non glielo dico.

A fine match ho ricordato cosa disse Gerulaitis quando finalmente battè Connors, e lui si è messo a ridere: “Io posso avere anche sempre perso con certi giocatori, ad esempio con tutti i grandi tre, Rafa, Djokovic e Federer, ma quando entro in campo penso sempre che potrei farcela  rovesciare il pronostico. Oggi ho giocato la più bella partita della mia vita e sono contentissimo. Sì, forse lui non sarò al massimo, forse l’umidità della sera ha rallentato le palle che non prendevano più tanto lo spin, ma io ho giocato proprio bene. Gli ho fatto diversi break? Sì, ma io ho sempre fatto tanti break, la risposta è la parte migliore del mio repertorio…”.

Non solo il simpatico piccoletto di Buenos Aires, che era stato in semifinale al Foro anche un anno fa, non aveva mai battuto Nadal in 9 tentativi e – come mi ha detto lui. Nessuno dei celebri Fab 3, ma non era riuscito mai a battere uno dei primi 5 classificati del mondo in 22 duelli. Eppure un paio d’anni fa lui, l’11 giugno dopo aver raggiunto i quarti al Roland Garros, era arrivato a bussare alla porta dei top-ten. Si era fermato a n.11, come best ranking. Con quella classifica, fra i piccoletti, è stato probabilmente il n.2 di sempre. Harold Solomon, l’americano che perse da Panatta la finale del Roland Garros nel 1976, era alto 1m e 68 cm, vinse 22 tornei e salì fino al quinto posto delle classifiche ATP. Sul metro e 70 di Diego, detto fra noi, non ci giurerei. Deve essere stato misurato con un metro argentino. Secondo me è più piccolo. Ma tant’è.

Piuttosto, al di là del fatto che certamente quello visto ieri sera non era il miglior Nadal…e che la sua partita scopre un diverso scenario sia per Roma, dove il favorito diventa Djokovic a dispetto di una condizione non brillante, sia per Parigi dove gente come Thiem, lo stesso Djokovic e altri possono legittimamente pensare di avere molte più chance di quanto si potesse immaginare.

Rafa Nadal – Internazionali di Roma 2020 (foto Giampiero Sposito)

La vittoria di un tennista che aveva perso nove volte con un altro mi ha fatto ripensare a quelle frasi che dicono i giocatori e che sembrano sempre un esercizio di banalità: “Ogni volta si ricomincia da 0 a 0” è una delle più classiche. Altre? “I Vecchi incontrano non contano”, “Lui non è tipo che molli e ti regali la partita” e via dicendo.

Poi però mi è tornata in mente quella sera al Masters quando con Rino Tommasi  e Gianni Clerici (Roberto Lombardi non c’era ancora) commentavamo per Tele+ (o Telecapodistria?) dal Madison Square Garden e Vitas Gerulaitis battè finalmente Jimmy Connors e se ne uscì con quella frase rimasta storica: “Nessuno batte Viats Gerulaitis 17 volte di fila!”. Un capolavoro. Vitas era un ragazzo straordinario e straordinariamente simpatico. Ho avuto il piacere di partecipare a un paio di party organizzato da lui, a Dallas e New York, dove mi sono divertito da matti. Magnifici, nostalgici ricordi.

ALTRI DUELLI A SENSO UNICO

Sulla scia di quel ricordo ho ripensato ad altre serie di duelli a senso unico che poi improvvisamente venivano interrotti. Un altro “17 senza macchia” che mi viene in mente è quello di Roger Federer con Youzhny, perché tre anni fa all’US Open, secondo turno, il russo era avanti 2 set a uno e corremmo tutti sull’Arthur Ashe increduli.

Maestro Rino mi diceva sempre di quando Arthur Ashe lo incontrava e gli diceva: “Senza di te Rino non avrei mai saputo quante volte di fila ho perso  con Rod Laver!”. Erano 19, quando finalmente Arthur ne vinse una. E su 23 ne avrebbe vinte…addirittura 2. E Rino, che Gianni aveva ribattezzato “ComputeRino”, ne era tutto fiero. Finché arriva a dire un giorno: “Prima di Internet…Internet ero io!

In Australia cinque anni fa ricordo di aver visto Andreas Seppi battere Roger Federer sull’HiSense Arena: Andreas ci aveva perso dieci volte di fila. Giocò una partita magnifica in quel torneo in cui ha raggiunto gli ottavi ben quattro volte.

Sempre in Australia, in quello stesso 2015, si interruppe la striscia positiva di Rafa Nadal con Tomas Berdych: il ceco aveva vinto le prime tre partite, e sembrava che Rafa se ne fosse fatto un complesso. Ma poi ne perse ben 18 di fila! In Australia Berdych spezzò la maledizione. Poi ricominciò a perderci… Alla fine il bilancio sarebbe stato dunque 20 a 4 per il maiorchino.

Ricordo anche, più lontana, una serie di 17 vittorie consecutive di Ivan il Terribile Lendl su un Connors che, otto anni più anziano, sul finir di carriera accusava il peso dell’età. Il bilancio non sarebbe stato però umiliante, perché all’inizio il pur longevo Connors aveva bastonato il ceco tante volte: 22 a 13 i confronti diretti. Una di quelle vittorie di Jimbo venne a un Masters, sempre al Madison Square Garden quando Connors dette del vigliacco (Chicken! Non si traduce come pollo, ma proprio vigliacco) a Lendl che contro di lui nell’ultima giornata del round robin aveva perso apposta il secondo set perché, arrivando secondo nel gruppo dietro Jimbo, avrebbe affrontato in semifinale il ben più battibile Gene Mayer che aveva concluso al primo posto dell’altro gruppo nel quale Bjorn Borg si era piazzato secondo. Lendl fece meri calcoli. Jimbo, orgoglioso com’era, non li avrebbe mai fatti.

Lendl, quando diceva di essere più forte di un altro, non lasciava spiragli. Con Brad Gilbert, che pure è stato n.4 del mondo, ha battuto in Slam o Masters gente come Becker e McEnroe, Ivan è stato implacabile: 16 vittorie a zero. Le stesse di Rafa Nadal con Richard Gasquet che soltanto fra il 2004 e il 2008 è riuscito a strappargli un set in 4 occasioni, ma mai più d’uno.

WTA – Fra le donne le serie di vittorie consecutive fra tenniste di altissimo livello ne ricordo diverse: avevo visto la diciottenne Sharapova battere Serena a Wimbledon nel 2004 e quello stesso anno una mia amica che scriveva di spettacoli su USA Today mi ospitò a Los Angeles e mi portò a Holywood a intervistare nella sua camera d’hotel la bellissima Halle Berry (scrissi l’intervista per Panorama, mi pare) nella settimana in cui Masha ribatté Serena allo Staple Center. C’era papà Yuri Sharapov che faceva un tifo esagerato e fuori da ogni bon ton. Mai e poi mai avrei immaginato che da allora Maria non sarebbe più riuscita a battere Serena, lungo 19 sfide in 16 anni! In compenso Maria ha messo sotto Simona Halep sette volte di fila prima di perderci a Pechino tre anni fa e poi a Roma nel 2018.

Mentre quando vidi Steffi Graf, nella finale del Roland Garros 1988 dare 60 60 a Natasha Zvereva in 34 minuti, non mi sorpresi a constatare che il loro bilancio sarebbe stato 20 a 1 per Steffi, che peraltro poteva vantare anche un 21-0 con Nathalie Tauziat, un 17-0 con Manuela Maleeva, un 21-1 con Helenona Sukova. Uno schiacciasassi, Steffi.

Sono sicuro che i lettori ne ricorderanno altre, io mi sono distratto a scrivere di queste e… tutto per colpa di Nadal che ha perso da Schwartzmann dopo averlo battuto 9 volte di fila! Vabbè, scherzi a parte, abbiamo fatto un po’ di ripasso di storia, non senza aver ricordato che Filippo Volandri resta l’ultimo italiano ad aver raggiunto le semifinali dal Foro Italico 13 anni fa, anno 2017. Ad maiora. Chi secondo voi fra Berrettini, Sinner e Musetti sarà in grado di centrare l’obiettivo per primo? E chi più volte?

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Editoriali del Direttore

41 anni dopo quattro italiani in ottavi e non c’è nessuno a vedere i nostri piccoli eroi: Musetti, Sinner e il derby azzurro

Una vera beffa. Cosa accadde nel ’79 agli Internazionali di Roma? Era l’era Panatta… Chi ha più ha chances di centrare i quarti fra Sinner (Dimitrov) e Musetti (Koepfer)? E perché?

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Lorenzo Musetti - Internazionali di Roma 2020 (foto torneo)

È davvero uno scherzo del destino più beffardo. Ma come, e dopo 41 anni!, al Foro Italico ci sono nuovamente quattro tennisti italiani in ottavi di finale e a vederli… non c’è nessuno! Che jella. E c‘è pure, rischiavamo tutti di dimenticarlo, Rafa Nadal, il re della terra battuta, il mostro di Manacor, dominatore di 12 Roland Garros, di 9 Internazionali d’Italia. Scusate… e Djokovic? E che dire del fenomeno Azarenka che si permette di dare 6-0 6-0 a Sofia Kenin, campionessa d’Australia?

Allora, nel ’79, il centrale era un altro ed era lungi dal chiamarsi Pietrangeli. Tutt’al più la gente lo chiamava il Campo delle Statue. Statue di atleti giganteschi delle discipline più svariate e, chissà perché, tutti nudi. Quel campo nel giorno degli ottavi era pieno di gente, sui marmi bianchi la folla straboccava, molti erano rimasti fuori dai cancelli. Tre anni prima Adriano Panatta era diventato il re di Roma, dopo la leggendaria finale vinta con Vilas al termine di una cavalcata indimenticabile cominciata con un match vinto annullando 11 matchpoint al primo turno. L’anno prima, 1978, sempre Adriano si era arreso soltanto in finale e soltanto a Sua Maestà Bjorn Borg 6-3 al quinto, nel famoso – o famigerato? – match delle monetine (che aveva fatto seguito al clamoroso ritiro di Higueras in semifinale). Per chi è troppo giovane, o chi più vecchio è invece smemorato, ricorderò riprendendo dal mio racconto di quella finale quanto accadde.

Panatta, avanti 30-0 nel primo game del quinto set aveva perso otto punti di fila ed erano arrivate a cadere pericolosamente vicino a Bjorn Borg, più d’un paio di monetine. Lo svedese si era parecchio innervosito, comprensibilmente, per quei “diecini” lanciati da un branco di cafonissimi tifosi di Adriano. Ciò era incredibilmente accaduto nonostante che Bjorn, grandissimo signore, avesse restituito per ben tre volte all’amico Panatta un punto insolitamente strappatogli dai giudici di linea per solito affetti invece da miopia patriottica. Rivolgendosi al suo allenatore di sempre Lennart Bergelin, Bjorn aveva fatto capire che sarebbe uscito dal campo se la vergognosa vicenda fosse proseguita ancora. “Un’altra monetina e me ne vado”. La folla capì, e cominciò a gridare “Fuori! Fuori!”. All’indirizzo degli idioti lanciatori. Finché finalmente e tardivamente l’arbitro si decise a fare un appello al pubblico perché si comportasse civilmente pena la sospensione della partita.

 

In un articolo di Antonio Garofalo ritroviamo altri dettagli e queste righe finali: “Bjorn Borg è rimasto in buchetta all’inizio, ma ha poi fatto grande routine, dimostrando un controllo straordinario di se stesso e dei colpi, nel quinto set. Nemmeno decine di monete lanciate dagli artigli degli italopitechi gli impediranno di sommergere alla fine l’eroe de no’antri Adriano Panatta”. Non c’è bisogno di segnalarvi l’autore del meraviglioso affresco.

In quel ’79 del record il programma degli ottavi era quasi tutto… caviale, salmone e pernici. Non sarebbe forse bastato lo stadio Olimpico per accogliere tutti quelli che avrebbero voluto vedere Panatta-Higueras, dopo tutto quel che era successo l’anno prima, Bertolucci-Vilas, Barazzutti-Dibbs e, forse più di Ocleppo-Feigl, Lendl con Gene Mayer nonché Gerulaitis con Alexander e Solomon-Dibbs. Io ricordo che seguivo con attenzione – in mezzo a tanti campioni – anche l’americano Terry Moor, che sarebbe arrivato nei quarti, solo perché per l’appunto quella su Moor era stata una delle mie pochissime vittorie di prestigio quando avevo giocato i match fra college negli Stati Uniti, io nell’Oral Roberts, lui nella South Western Louisiana (se non ricordo male).

Per ricordare il comportamento dei quattro azzurri in quel giorno degli ottavi, Vilas battè Bertolucci 6-3 6-4, Panatta vinse su Higueras 6-4 7-6 e stavolta senza incidenti, Barazzutti perse da Dibbs 7-5 6-4, Ocleppo battè Feigl 6-4 3-6 7-5. Quel torneo del ’79 sarebbe poi stato vinto da Gerulaitis su Vilas dopo una maratona incredibile di 4 ore e 53 minuti 6-7 7-6 6-7 6-4 6-2 il cui racconto trovate qui.

I bagarini in quegli anni facevano affari d’oro. Era l’era Panatta, l’epoca d’oro del tennis italiano. Mai più vissuta. Ora, finalmente, sogniamo di riviverla, grazie a Berrettini e ai due ragazzini (e fa anche rima). Non è facile scrivere un editoriale dopo aver già realizzato un video che riassume le gesta di Lorenzo Musetti (lo trovate a fine articolo), capace di ripetersi ai danni di un Nishikori meno arrendevole di quanto fosse stato nel primo set Wawrinka. Due scalpi illustri, un triplo campione di Slam e un finalista dell’US Open, due ex top five.

Ho infatti aperto il mio intervento sul video, che registro alla meglio con i miei modesti mezzi – mica dispongo dei fondi di Supertennis! Anche se una ricerca della Bocconi sostiene che se avessi dovuto spendere in promozione pubblicitaria l’audience che raccolgo con questi video sarebbe roba che vale parecchi milioni – esclamando (solo per quei pochissimi che questa volta non l’avessero visto pur sapendo che ne faccio uno al giorno): “Altro che prova del 9! Lorenzo Musetti ha superato almeno quella del 18”. I successi conquistati nelle qualificazioni e nei due turni del Masters 1000 romano – primo diciottenne capace di tanto – gli hanno fatto guadagnare 70 posti in classifica ATP. Un balzo da numero 249 a 179. Numeri che devono far riflettere. Se si dice che Sinner, n.81, deve aver pazienza, e con lui i suoi tifosi, quanta ne deve avere Musetti?

Il suo tennis è più brillante di quello di Sinner, ma proprio per questo anche più rischioso. I bassi lo attendono minacciosi più degli alti, nell’immediato. Già il match con un (quasi) carneade tedesco che non è mai stato più su di n.83 del mondo, ma che è mancino – i mancini sono tipi… sinistri, dicevano nel MedioEvo – e qui ha battuto il tignoso De Minaur 7-6 al terzo e un meno tenace Monfils, si presenta tutt’altro che semplice. Bene o male il tedesco che vive in Florida, a Tampa, è tipo che l’anno scorso giunse agli ottavi dell’US Open, anche se noi quasi non ce accorgemmo perché tutti impegnati a seguire le prodezze di Berrettini. Il suo ranking lo deve soprattutto a quell’exploit. Eppure non fa mistero nel dire che la sua miglior superficie è la terra rossa. Uomo avvisato, mezzo salvato, caro Lorenzo Musetti.

Il rischio è che, dopo aver magari dormito pochino per l’impresa bis, ma stavolta senza 24 ore di decompressione, Lorenzo si trovi sulle spalle il peso di dover fare il tris… perché la gente che si è entusiasmata per il suo magnifico rovescio a una mano – ma l’avete visto quel passante che perfino Nishikori si è fermato ad applaudire? – quasi pretende che vinca ancora, anche se fra lui e il tedesco ci sono un centinaio di posti di gap in classifica.

Si ha un bel dire che la classifica non conta, ma invece qualcosa di solito significa. Non ho poi avuto tempo di vedere come Lorenzo se la cavi con i mancini. Ma certo non ne avrà incontrati a bizzeffe. Sarà un problemino in più, in aggiunta a quello di una inevitabile stanchezza per i match disputati a Roma e in tutte le ultime settimane senza sosta. Per tutti questi motivi forse il match di oggi è più difficile dei due che l’hanno preceduto. Non difficile come l’eventuale prossimo comunque… perché nei quarti gli toccherebbe Djokovic (più che Krajinovic, vero?).

Mi sono sbilanciato di più, invece, per il match Sinner-Dimitrov. E, sempre nel video… beh no, questa volta non ve lo dico, altrimenti che lo faccio a fare? Anzi, sapete che vi dico? In attesa delle immancabili scuse della FIT per il mio mancato accredito stampa, vado in salotto con brioche e cappuccino davanti alla tv a godermi il duello nazionale e mattutino (qui trovate il programma completo di oggi), Berrettini-Travaglia, per il quale posso sbilanciarmi in un pronostico sicuro: il match non sarà interrotto, come ieri sera, per un black-out elettrico piuttosto imbarazzante.

Smentisco infine, lieto così facendo di restituire un minimo di speranza ai creditori di sette milioni di biglietti, la fake news circolata ieri sera secondo la quale pareva che Angelo Binaghi non avesse pagato la bolletta all’Enel a seguito della mancata vendita degli altri biglietti. Con la previsione di un prossimo fatturato simile a quello della Federcalcio, la FIT ha fatto anche sapere di essere perfettamente in regola con le bollette: si è trattato di un semplice guasto tecnico.


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Editoriali del Direttore

Sinner e Musetti, attenti a quei due, ma non pretendete miracoli. E meno male che c’è Berrettini

La fortuna dell’uno è che c’è l’altro. E Matteo a fare da ombrello. Due tennisti precoci l’Italia non li ha mai avuti. Personalità e carattere da vendere. E se l’assenza del pubblico agli Internazionali di Roma aiutasse?

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Jannik Sinner - Internazionali d'Italia 2020 (foto Giampiero Sposito)

Un giorno Musetti, un giorno Sinner, provano a farci dimenticare che il numero 1 del tennis italiano si chiama Matteo Berrettini e che è il tennista romano quello che ha nettamente più risultati, miglior classifica e più chances di andare avanti nel torneo al quale tutti i tennisti italiani tengono naturalmente e tradizionalmente tantissimo, in molti casi quanto e più che a uno Slam. Tant’è che in passato spesso alcuni tennisti italiani hanno avvertito una tale pressione da far registrare risultati deludenti, quando non veri e propri flop.

Tutto il mondo è Paese. Sam Stosur ha sempre giocato Australian Open disastrosi, idem Amelie Mauresmo al Roland Garros. Non era una questione di nemo propheta in patria. Era una questione di nervi fragili. Corrado Barazzutti, che pure è stato top-ten, era certo uno specialista della terra rossa e veniva considerato un duro a morire (anche se era un piangina, frignava sempre), a Roma ha perso quattro volte al primo turno, tre al secondo, cinque volte al terzo e due sole volte è arrivato nei quarti come miglior risultato. Anche Francesca Schiavone, Roberta Vinci e Flavia Pennetta, come Corrado, hanno certamente giocato meglio altrove che a Roma.

Quest’anno, forse perché non c’è il pubblico sugli spalti, i tennisti italiani stanno facendo in gruppi risultati straordinari, sembrano esprimersi meglio. Sono più tranquilli. Anche se non cominciano bene reagiscono serenamente senza angosciarsi (Caruso con Sandgren, Berrettini con Coria), anche se non chiudono un set (Travaglia con Coric) o un match (Musetti nel secondo set con Wawrinka, Sinner nel secondo set con Tsitsipas) non perdono la testa, ma con calma vanno avanti per la loro strada, con personalità. E anche nei tiebreak, che una volta i “nostri”, da latini più emotivi, perdevano quasi sempre, adesso invece spesso li portano a casa. Che sia perché nessuno gli fa “buuhh” quando sbagliano una palla facile o mancano un’opportunità? Il dubbio c’è.

 

Che un tennista più esperto ci riesca è in fondo più normale. Che riescano a restare freddi anche i giovanissimi lo è meno. La componente emotiva, l’ambiente, ha sempre condizionato parecchio i nostri giocatori. I tennisti italiani sono sempre maturati piuttosto tardi anche per questo motivo. Farina, Schiavone, Pennetta, Vinci hanno giocato meglio e con maggior consapevolezza, quando erano più vicine alla trentina che a 20 anni. Ma anche fra gli uomini abbiamo avuto tanti casi di tennisti “sbocciati” in ritardo con il loro best ranking, quasi mai prima dei 23/24/25 anni ai loro migliori livelli: Pietrangeli, Panatta, Sanguinetti, Pozzi, Seppi, Starace, Fabbiano, Lorenzi, cito in ordine sparso. Altre nazioni hanno avuto enfant-prodige, Spagna, Francia, Svizzera, Germania, USA, Russia, Australia, Serbia, Croazia, Svezia, Argentina. Noi fino a oggi no.

Quindi, tornando ab ovo, Berrettini è sì il nostro miglior giocatore, 65 posti virtuali davanti a Sinner (n.73 virtuale dopo la vittoria su Tsitsipas), 193 davanti a Musetti (che ha fatto un balzo di 48 posti nella classifica virtuale per aver battuto Wawrinka, da 249 a 201), ma avrete notato che tutti i titoli dei media per questi primi degli Internazionali d’Italia se li sono presi i due ragazzini, Musetti e Sinner. Ci sarebbe, in aggiunta a Berrettini, anche un Fabio Fognini, 33 anni e a ridosso dei top-ten, da non dimenticare per quanto ha fatto negli ultimi dieci anni, di certo il miglior tennista italiano dai tempi di Panatta e Barazzutti. Ma ora non sembra ancora pronto e nessuno si aspetta granché da lui, per via dell’operazione alle caviglie e forse non solo. Avrà voglia di mettersi sotto torchio?

Ma si sa che le novità, i giovanissimi, hanno un appeal tutto particolare presso l’opinione pubblica e noi media, un po’ troppo ruffianamente a volte, gli diamo corda. È stato chiesto ieri a Berrettini se lui si sentisse un leader di questa covata di giovani promesse e lui è stato onesto a non cavalcare l’onda, ma a ricordare che “il tennis è uno sport individuale, ognuno corre per sé, anche se poi sono molto contento se il tennis italiano va bene e conquista successi importanti con più giocatori”.

Lo scorso anno, dopo la vittoria di Sinner nel torneo ATP-Next-Gen di Milano sui media si era finito per dare più spazio al “fenomeno” Sinner che a Matteo semifinalista a New York, top-ten e uno dei Magnifici Otto al Masters ATP di Londra. Talvolta Matteo, pur sorridendo, con tatto e ironia, aveva finito per mostrare qualche piccolissimo segno di insofferenza a ritrovarsi messo sullo stesso piano di Jannik, il quale naturalmente non aveva nessuna colpa se una vittoria fra i Next-Gen e con quelle regole bislacche veniva paragonata ai successi di Matteo fra gli adulti del massimo circuito professionistico, nel tennis vero.

Non c’è dubbio che battere Wawrinka e Tsitsipas siano due ottimi risultati. Restano tali anche se né Wawrinka, inguardabile nel primo set e fino al 3-1 del secondo, né Tsitsipas, irriconoscibile nel primo set e nel terzo, si sono certo espressi al meglio. I due ragazzi sono entrambi avanti rispetto a tutti i loro coetanei, lo dice la classifica, lo dicono i risultati, hanno entrambi talento e soprattutto hanno personalità, intelligenza, voglia di arrivare e attorno a loro equipe professionali fatte di persone in gamba. Oltre a un background familiare impeccabile: genitori seri, modesti, lavoratori, di sani principi. Tutto ciò aiuta. Aiuta tanto.

I due ragazzi sono sufficientemente umili. Sanno di essere solo all’inizio, di dover mangiare ancora tante pagnotte per salire ai vertici. Hanno le spalle forti. Sanno che senza lavoro non si arriva da nessuna parte importante nemmeno se si sembra predestinati. Sono giustamente ambiziosi e pensano di potercela fare a salire in alto, anche molto in alto, ma sanno anche che ci vorrà tempo. Anni, non mesi. Quanti nessuno può saperlo.

Stanno facendo esperienza, sono ben assistiti, ben programmati. Forse se Sinner non fosse andato a Kitzbuhel per approcciare il tennis sulla terra rossa, anche se al secondo turno ha giocato malissimo e c’è chi gli ha subito gettato la croce addosso, non avrebbe battuto Tsitsipas ieri. Soprattutto dopo essersi lasciato sfuggire di mano il secondo set quando pareva vinto. E i due matchpoint mancati non hanno lasciato tracce nella sua testa. Chapeau. Così come non le avevano lasciate nella testa di Musetti la rimonta di Wawrinka nel secondo set, il ritrovarsi a giocare un tiebreak contro un campione di 17 anni più anziano e mille volte più esperto. Entrambi hanno superato, in questi giorni e alla loro giovanissima età, momenti psicologici tutt’altro che semplici. Come quello di una vittoria quasi raggiunta che rischia di scivolarti di mano. Quanto carattere, quanta personalità ci vuole in quei casi!

L’Italia è fortunata ad avere trovato un Berrettini, cresciuto come tennista e uomo al fianco di una persona perbene e in gamba, dedicata come Vincenzo Santopadre, ma anche ad aver torvato due ragazzi come Sinner e Musetti per tutto quanto ho scritto sopra. E so bene che dietro di loro ce ne sono altri. Zeppieri con Musetti ha perso di strettissima misura. Mi dicono bene di Gigante, ma non ricordo di averlo visto giocare.

Ma la gran fortuna di Sinner è di avere un Musetti alle sue spalle che incalza, e la gran fortuna di Musetti è di avere un Sinner che gli sta davanti. Ciascuno dei due sa che… la scimmia sulle spalle pesa meno quando si è in due a portarla. Adesso l’attenzione generale si sposterà da uno all’altro – ed entrambi coperti dall’”Ombrello Berrettini”, senza pesare troppo né sulle spalle dell’uno né su quelle dell’altro. È un vantaggio di cui, ad esempio, Fognini ha potuto godere assai poco. E forse ha pagato anche questo handicap, a parziale giustificazione di troppe sue altre carenze manifestatesi negli anni.

Da anni e per anni è stato lui il n.1, quindi gioie e dolori, trionfi e disastri come ammonisce Rudyard Kipling fin dall’ingresso della club house dell’All England Club, applausi e fischi lo hanno regolarmente inseguito, anche perché per quel suo carattere spesso indisponente in campo quanto magari apprezzabile fuori (non con tutti, non con me), ha finito sempre per relegare al ruolo di comprimari quasi tutti i suoi connazionali e compagni di Davis. Il talento tennistico di Fognini non lo avevano altri che potessero aspirare ai suoi stessi traguardi. O lui o nessuno, si è detto per anni, poteva approdare fra i top-ten. E lui alla fine ce l’ha fatta, anche se ci ha messo una vita e ha centrato quel traguardo soltanto a 32 anni.

Per Sinner e Musetti, invece, tutti pensano che le possibilità ci siano per entrambi. Il potenziale però è una parola vuota. Quanti sembrava che ce l’avessero e non hanno combinato un bel nulla? E nel frattempo c’è un Matteo Berrettini che è n.8 del mondo e permette ai due giovani rampolli d’umile famiglia (molto meglio non essere ricchi e presuntuosi per arrivare) di percorrere la loro strada con maggior pazienza, senza ansie, senza che siano in troppi a pretendere subito miracoli a ripetizione. Quelli, per ora, vengono richiesti a Matteo. E troppe volte, lui per primo lo sa, si esagera.


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