ATP Montreal: Merida, l’intruso che vuole diventare certezza

Daniel Merida è l'unico giocatore non testa di serie ai quarti: "Il tennis c'è sempre stato, ho finalmente iniziato a credere più in me stesso"

Di Beatrice Becattini
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Daniel Merida - Croatia Open 2026 (foto: Croatia Open Umag)

Mentre i riflettori sono puntati altrove, Daniel Merida reclama il suo spazio nel tennis mondiale. E in quello spagnolo.
Il 21enne di Madrid di settimana in settimana ritocca ogni statistica personale, dimostrando una crescita tanto rapida quanto costante. Dalle retrovie, l’iberico ha percorso in silenzio, quasi nell’ombra, i passi che lo hanno condotto verso le posizioni che contano. Quelle in cui le luci della ribalta iniziano inevitabilmente a captarti.

Dall’ingresso in top 100 alla prima stagione di presenza fissa sul circuito, con tanto di due finali e un titolo, fino all’approdo ai quarti di finale di un Masters 1000, in un torneo a suo modo storico. Perché non era mai successo che tra i migliori otto di una competizione di questo calibro arrivassero solo tennisti nati negli anni Duemila. È toccato al National Bank Open di Montreal presentare il conto di un tempo che avanza e la prospettiva di un avvicendamento generazionale che è già qui.

Merida sulle orme dell’amico Jodar

L’ascesa di Merida è fulminea, quasi senza eguali. Se non fosse per Rafael Jodar. I paragoni sono spesso impropri e rischiano di essere ingenerosi per una delle due parti chiamate in causa. Eppure tra i due spagnoli c’è più di un punto di congruenza. Entrambi sono nati a Madrid – nel 2004 Daniel, nel 2006 il numero 15 del mondo –, tutti e due sono alla prima stagione sul circuito maggiore.

Se personalità e caratteristiche tennistiche non collimano, le coincidenze del destino continuano ad alimentare il confronto. Il 5 aprile 2026 con più di 3000 chilometri di distanza a separarli, Merida e Jodar hanno disputato, rispettivamente a Bucarest e Marrakech, la prima finale ATP della loro carriera. Il risultato è stato agli antipodi, ma la consapevolezza che il Tour avesse trovato due nuovi futuri – ma non troppo – protagonisti ha iniziato a farsi sempre più imponente.

“Conosco Rafa da quando avevamo cinque o sei anni, è davvero una brava persona fuori dal campo e siamo molto amici” ha ricordato Merida in conferenza stampa a proposito del connazionale. “È una persona fantastica fuori dal campo e sta facendo cose davvero straordinarie”.

Rafa ha confermato di appuntamento in appuntamento che il ruolo di comprimario non gli appartiene. Fino all’irruzione in top 15. In questo pazzo Masters 1000 di Montreal, il madrileno ha scalato ogni turno con convinzione. Le scorie della finale di Washington sono durate appena una partita, la prima e unica in cui abbia concesso set. Battendo Arthur Fils ai quarti, Jodar si candiderebbe seriamente per un posto in top 10.

Merida, di contro, si sta scrollando di dosso la pesante comparazione con il 19enne – che diviene doppia se si aggiunge Martin Landaluce. Il titolo a Umago ha inaugurato la bacheca personale di Daniel, su quella terra rossa che rimane la superficie su cui la sua espressione tennistica raggiunge il picco. Almeno questa era la sensazione diffusa. Montreal ha davvero sparigliato le carte.

Montreal, il torneo della nuova generazione

Proprio dal Canada è iniziata la campagna sul cemento nordamericano di Merida. Dopo aver costruito sul rosso le basi della sua classifica, che in pochi mesi lo hanno visto innalzarsi fino a un best ranking di numero 59 del mondo – attualmente è al 63 -, Dani è consapevole che ulteriori salti dipenderanno dalla sua capacità di capitalizzare punti sul veloce. Tornando a parlare di destino, proprio sui campi di Indian Wells il madrileno ha centrato la prima qualificazione per un main draw della carriera.

Dalla California a Montreal: il cerchio si chiude. Merida coglie i primi quarti di finale 1000 della sua vita agonistica al National Bank Open.
La battaglia con Liam Draxl, a cui ha dovuto recuperare un parziale, ha dato il la a un torneo ricco di soddisfazioni. A Ugo Humbert, testa di serie numero 24, ha rifilato un doppio 6-3, poi ha piegato in tre set Alex Michelsen. Infine il piccolo capolavoro con Tallon Griekspoor, che si è arreso per 6-3 6-1.
Avversari differenti tra loro, in momenti di forma altrettanto diversi, che Merida ha saputo affrontate con il giusto piglio. Ora con Learner Tien il sogno è di fare di più.

Lo statunitense è un anno più giovane, ma è forse più avvezzo a certi palcoscenici rispetto a Daniel. Entrambi comunque sono a caccia della prima semifinale in un Masters.
Non si sono mai incrociati in precedenza, dato che rende ancora più incerto il risultato. La classifica e l’esperienza pendono decisamente dalla parte del numero 19 del mondo, ma le sensazioni destate dallo spagnolo non fanno di lui un avversario già battuto. Soprattutto contro un giocatore come Tien, che fa di acume tattico, geometrie e traiettorie mancine il contrappeso di una potenza difettosa. Esplosività che è la cifra distintiva di Dani, retaggio dei primi approcci con la racchetta, quella da padel, però.

Nei quarti di finale della generazione anni 2000, Merida è l’intruso. Con il suo numero 63, è il tennista dalla classifica più bassa ancora nella competizione. Inoltre, è anche l’unico non testa di serie tra i migliori otto. Live ranking alla mano, è al 40esimo posto, non così lontano dall’eventualità di acciuffare una testa di serie allo US Open – considerando che di mezzo c’è ancora Cincinnati. Se avesse la meglio su Tien, si guadagnerebbe la sfida agli unici due vincitori 1000 rimasti in gioco, Ben Shelton e Jakub Mensik.
Intanto, si gode il momento senza pressioni. “È un sogno divenuto realtà” ha detto in conferenza stampa dopo la vittoria su Griekspoor circa i primi quarti in un Masters.

“Penso che questa stagione sia fantastica. Ho iniziato la stagione, credo, quasi al numero 200 del ranking. Poi ho iniziato a risalire parecchio” ha proseguito ripensando a questo 2026. E non ci è andato molto lontano, visto che a gennaio era al numero 163.
“Penso, soprattutto mentalmente, di aver iniziato a credere molto di più in me stesso, più che nel tennis. Il tennis c’era già. Stavo giocando alla grande nell’ultimo anno e anche all’inizio di questa stagione. Quindi ho semplicemente iniziato a credere di più in me stesso”.

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