TENNISPOTTING agosto: Djokovic è in ferie, Federer è di turno

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TENNISPOTTING agosto: Djokovic è in ferie, Federer è di turno

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Ad agosto Federer fa incetta di punti ATP, per lui niente ferie

TENNIS TENNISPOTTING – Dopo l’abbuffata di tennis tra fine maggio e inizio luglio che decide in pratica l’andamento della stagione, il tennis dei grandi si prende qualche settimana di riposo e permette agli outsider di mettere da parte un po’ di punti in vista dell’inverno

A cura di Claudio Giuliani e Daniele Vallotto

Perciò tra luglio e agosto trovano gloria personale tennisti come Pablo Cuevas a Båstad, Pablo Andujar a Gstaad e David Goffin a Kitzbühel. Ma ad agosto si torna a far sul serio, ché a settembre si gioca l’ultimo Slam dell’anno. E allora il Nord America torna protagonista e ci propone due Master 1000, uno canadese e uno statunitense cioè Toronto (Montréal negli anni dispari) e Cincinnati. Da agosto in poi il cemento torna a dominare il circuito e gli specialisti della terra battuta, se vogliono raccattare qualche punto extra, devono accontentarsi del circuito challenger.

 

TENNISTA DEL MESE
Daniele Vallotto: Una finale e un titolo nei tornei preparatori agli US Open. Dovrei dire Roger Federer e probabilmente se lo meriterebbe data la sua età e la sua infinita fame di vincere ma il tennis dello svizzero ad agosto non mi ha mai particolarmente convinto. E poi Roger ha perso una finale a Toronto dove è sempre stato in balìa di uno Tsonga totemico e carismatico come mai l’avevamo visto quest’anno ma qualcosa di più di un 7-5 7-6 era lecito aspettarsi. A Cincinnati trova un percorso piuttosto semplice fino alla finale con Ferrer, che naturalmente vince, ma dopo aver rischiato un 6-0 nel secondo set! Insomma, chi vince ha sempre ragione ma il tennis di Federer non mi ha mai dato l’impressione di essere quello giusto per tornare a vincere uno Slam. E agli US Open, lo vedremo, le tante ore trascorse sul campo si faranno sentire.  La concorrenza però è assente: Nadal non c’è davvero – colpa del polso -, Djokovic gioca un bruttissimo agosto ma è reduce da un Wimbledon e da un matrimonio, Murray chi lo sa quando si riprende, gli altri top-10 non si vedono anche se ne avrebbero la possibilità. I semifinalisti dei due Masters 1000 sono: Tsonga, Dimitrov, Feliciano Lopez, Federer, Ferrer, Benneteau, Raonic. Probabile che si potesse avere di meglio. Per cui questa volta non scelgo nessuno anche se una scelta più definita emergerà quando parleremo delle delusioni.

Claudio Giuliani: Poche cose non mi piacciono nel tennis come i giocatori discontinui. Tsonga è uno di questi, croce e delizia di ogni suo tifoso. L’annata del francese è piuttosto balorda, per usare un eufemismo. Lui, che nel 2012 era stato numero 5 del mondo, ha chiuso l’anno al numero 12, dopo averlo iniziato al numero 10. Vive la sua settimana di gloria a Toronto, dove si regala il lusso di battere Roger Federer (che male male male non ha giocato mai quest’anno). Vincere un torneo battendo Djokovic – pardon: lasciandogli quattro game in due set – Murray, Dimitrov ed infine Federer, è indice di consistenza. Mi viene in mente Jim Carrey nel film (brutto) con Morgan Freeman, “Una settimana da Dio”. Freeman, che recita il ruolo di Dio, offre a Carrey, semplice uomo lamentoso con Dio perché non accoglierebbe i suoi desideri, di prendere il suo posto per una settimana. Dopo il sollazzo iniziale, il compito si rivela troppo arduo per Carrey, vista l’enormità del peso da portare sulle spalle. E rinuncia. Ecco: Tsonga ha vissuto la sua settimana, ma poi ha rinunciato a continuare su quei livelli ed è ripiombato nell’anonimato, anche se ha chiuso l’anno al numero dodici eh, non al numero centododici. Poco per il suo potenziale, che però se a trent’anni stai messo così allora evidentemente questo è il tuo reale valore. In soldoni: ad agosto stiamo tutti al mare e allora scelgo un vacanziero del tennis come Tsonga come giocatore del mese.

PARTITA DEL MESE
Daniele Vallotto: Ricordo un bel Monfils-Federer a Cincinnati, con il francese che impegna prima Djokovic a Toronto e poi a Cincinnati fa preoccupare pure Federer ma in entrambi i casi esce sconfitto. È comunque in rampa di lancio e lo vedremo a breve. C’è anche un combattuto Anderson-Dimitrov a Toronto ma alla fine scelgo Tsonga-Murray del torneo canadese, una partita piuttosto combattuta e chiusa da Jo sul 6-4 del terzo. Come abbiamo già avuto modo di dire, il tennis di Murray è piuttosto distante dal suo acme e questo ha un risvolto positivo: partite che potrebbe chiudere molto facilmente, diventano battaglie palpitanti e risolte da una manciata di punti. È anche il caso di questa partita: Tsonga per tutto il primo set è ingiocabile al servizio, vince il tie-break di un soffio e quando si trova avanti 15-40 sul 4-4 sembra in grado di chiudere. Invece Murray reagisce da campione, trova il break e la allunga al terzo. Potrebbe chiuderla, ma il 3-0 non deprime Tsonga, anzi. Il francese pareggia i conti e alla fine è lui a trovare lo sprint giusto che decide il match. Bravi entrambi, ma Tsonga un po’ di più.

Claudio Giuliani: Vabbè un Monfils-Federer è appetibile e godibile giusto per gli hot shot che arriveranno copiosi, con il francese che si accontenta di fare bella figura non arrivando mai al dunque contro Djokovic e Federer, ai quali basta fare “Buh!” l francese per farlo accucciare impaurito. Io la partita che ricordo meglio di tutti è la finale di Cincinnati, fra Ferrer e Federer. Lo spagnolo ha vissuto una stagione in calo dopo molti anni, mancando addirittura la qualificazione al Master (per poi giocare da ripescato e far vedere finalmente un terzo set agli spettatori londinesi dopo giorni di vacche magre in quanto a spettacolo), lui che aveva iniziato il 2014 da numero 3 ATP. In un match segnato dal pronostico, con Roger che infatti vince il primo set per 6-3, cosa fa lo spagnolo? Mica si arrende? No. Si porta sul 5 a 0 contro lo svizzero, al quale fin lì aveva sottratto solamente quattro set in carriera. Mentre i tifosi di Federer tremano al fatto di rimediare un 6-0 dallo spagnolo, Ferrer chiude 6-1 e porta il match al terzo. Qui Federer, anche con alcuni colpi mirabolanti, chiude senza sussulti. Match godibile, vissuto assieme a due piccoli bambini che con me d’estate seguono il tennis in TV. Tifosi di Federer ovviamente (“perché mi piace”, la bambina, “perché è il più forte di tutti”, il bambino, abituato a vincere visto che è juventino), manco a dirlo.

COLPO DEL MESE
Daniele Vallotto: A Cincinnati i colpi migliori sono tutti di Federer. Del resto c’è davvero poca concorrenza, per cui è solo la svizzero a regalare soddisfazioni ai vari canali di YouTube impegnati a raccogliere tutte le perle dell’anno. Questa mi piace molto perché racchiude molto del 2014 di Federer: stringe i denti per tutto lo scambio e alla fine è il meraviglioso dritto a chiudere. Lo schema è quello che ha applicato spesso nella finale di Wimbledon 2012: back di rovesco lungolinea, dritto incerto di Murray e accelerazione lungolinea di dritto. La differenza sta nel fatto che il dritto di Murray non è tanto incerto e Federer deve colpire un dritto in movimento. O la va o la spacca: e Roger la spacca. La pallina, naturalmente.  Ah, menzione d’onore anche per Roger Federer che imita Lebron James prima in campo e poi in conferenza stampa (“Yeah, I got some hang time there. I was like, Wooo. It was good for the pictures. I would have liked to put my knees up more but I didn’t want to miss the smash and look like a fool in the end).

Claudio Giuliani: Avrò guardato questo punto cento volte, ed ogni volta è sempre una meraviglia riammirare la perfezione degli ultimi due colpi di Federer. Dapprima indirizza il suo rovescio in back nell’angolo che rende vano il tentativo di Ferrer di girare attorno alla palla e mettere pressione a Roger sul rovescio. Poi, con lo spagnolo che si difende bene alzando un pallettone sempre sul rovescio, sguarnendo il lungolinea veramente troppo lontano visto dove è finito per colpire di diritto, Federer gioca di sola classe, senza forza. La palla va messa lì, senza tirare forte, di controbalzo, e di piatto, con polso bloccato e leggera chiusura. La palla finisce esattamente lì. Queste cose le fa solo lui.

Addendum: poteva mancare Dimitrov?

DELUSIONE DEL MESE
Daniele Vallotto: Ci si interrogava sulle conseguenze della vita privata di Novak Djokovic sulla carriera del serbo. Beh, il serbo, pochi giorni prima del suo matrimonio con Jelena Ristic gioca la sua migliore partita del triennio 2012-2014 e riconquista in un colpo solo uno Slam e il numero 1. Tutto perfetto. Il rovescio della medaglia è che Novak dopo la sbronza londinese gioca due tornei a dir poco deludenti sul cemento americano, quello che dovrebbe essere casa sua. Se gli possiamo perdonare Toronto, dove tutto sommato può capitare una giornata storta, specie contro uno Tsonga ispiratissimo e al rientro dopo un mese di pausa, quella contro Robredo a Cincinnati è l’unica sconfitta davvero inspiegabile e ingiustificabile della sua stagione nei Master 1000. Per due motivi: è l’unico Master 1000 che gli manca ed è pur sempre l’ultimo torneo prima degli US Open, che Djokovic ha vinto una sola volta. Insomma, come già avevo scritto a maggio, le sconfitte più amare per Djokovic arrivano proprio nei due grandi tornei che gli mancano (Olimpiadi escluse). Tuttavia, non mi sento di dare solo a lui il premio di “deluso del mese”. Perché sono tanti i tennisti che potrebbero farsi vedere e mancano l’appuntamento: Wawrinka – incredibile la sconfitta con Benneteau a Cincinnati -, Dimitrov che si scioglie contro Tsonga dopo una buona settimana canadese, Raonic che non riesce mai a fare il solletico a Federer (ma avrà modo di rifarsi), Murray che viene visto dalle parti dei quarti di finale ma che è la controfigura di se stesso. Per cui direi che tutti i top-10, Federer escluso, sono la delusione del mese. Roger è l’unico che fa il suo, anche se, ripeto, il suo tennis non mi ha mai entusiasmato. Un campione, però, deve farsi trovare pronto anche in questi momenti e i 1.600 punti accumulati da Federer prima degli US Open sono tutt’altro che deludenti. Non sarà forse il tennista del mese – perché per me non ce ne sono – ma è l’unico che certamente non delude.

Claudio Giuliani: Deludente un tennista che ha fatto quarti di finale e semifinale nei due tornei Master 1000 del mese? Sì sto parlando di Raonic e francamente sono rimasto deluso dall’esito dei due tornei. Mi aspettavo il definitivo salto di qualità da parte del canadese, che già quest’anno ha dimostrato progressi enormi. Pensavo che il cemento esaltasse le qualità del’allievo di Piatti e Ljubicic, che ha fatto penare Djokovic a Roma e ha poi conquistato la semifinale di Wimbledon. Invece ha steccato, nei quarti di finale in Canada al terzo contro Feliciano Lopez, e in semifinale contro Federer (solo cinque game vinti) a Cincinnati. Mi aspettavo almeno una finale da lui. Ma poi ho realizzato: Raonic gioca meglio sulla terra che sul cemento. Movimenti ampi, fisico con anca altissima: sulla terra ha più tempo per far esplodere il diritto. Sul cemento no. Deluso, ma giusto un po’, perché comunque il suo è un ottimo anno, anche ad agosto.

SORPRESA DEL MESE:
Daniele Vallotto: David Goffin era scomparso. Tutti lo ricordano arrivare agli ottavi del Roland Garros contro il suo idolo Roger Federer e strappargli pure un set. Il suo fisico anacronistico e il tennis che propone non sembrano fatti per il tennis ed infatti il belga non si fa vedere per un bel po’ ai piani alti della classifica. Poi però a luglio scatta qualcosa: vince tre challenger di fila e torna ad avere la classifica per giocare tornei del circuito maggiore. E alla prima occasione, a Kitzbühel, non fallisce. In finale Goffin trova una delle note più liete dell’anno, Dominic Thiem, e ne viene fuori una bellissima partita tra due tennisti piuttosto estranei al power tennis (ma Thiem deve ancora crescere e se vorrà vincere qualcosa dovrà adeguarsi alla tendenza). Nella finale tra pesi leggere il Marty McFly del tennis finisce per vincere ancora dopo i tre challenger ma questo è un titolo speciale perché è il suo primo torneo ATP. Terminerà la striscia solo a Winston-Salem dopo aver giocato e vinto tantissimo. Bentornato.

METALLURGICO DEL MESE
Claudio Giuliani: Eleggere il tennista metallurgico del mese è un bel dilemma. Anzi no, perché si sono sfidati. David Ferrer e Tommy Robredo, spagnoli non più giovanotti della professione, hanno giocato contro nel match dei quarti di finale del torneo di Cincinnati. Robredo, per arrivare alla sfida con Ferrer, aveva battuto Novak Djokovic, il quale evidentemente nella prima quindicina di agosto andava a lavoro pensando ad altro. I due hanno ingaggiato la solita battaglia tutta resistenza, corsa e top spin, terminata nei tre ineluttabili set. Ha vinto Ferrer, che per me è il secondo giocatore del mese, che ha rischiato di rifilare un 6 a 0 a Roger Federer in finale, prima che lo svizzero si risvegliasse in tempo per vincere il torneo. Onore a questi tennisti. Onore ai corridori tutta grinta e sudore, quegli atleti dal minor talento ma che sono campioni esattamente come gli altri, quei colpitori capaci di scambi interminabili che valgono una volée stoppata di Federer. Il gioco del tennis è bello anche grazie a loro, quelli che spesso vengono bistrattati dai soliti tifosi.

OUTFIT DEL MESE
Daniele Vallotto: Il completo verde menta di Roger Federer. È stato amore a prima vista quando l’ho visto. Decisamente la cosa più bella che abbiamo visto ad agosto. Di solito preferisco Roger quando indossa colori più forti – tipo il rosso – ma questo verde pastello è certamente il miglior outfit dell’anno e vale la pena dedicargli qualche riga.

Claudio Giuliani: Intervengo per contestare. Non mi piaceva quel verde. Come non mi piacciono in genere le tonalità smorte che la Nike rifila ai completini di Roger. Grigio, rosso sbiadito, questi verde che passano inosservati. Certo, sempre meglio del fluo delle altre marche e dei fiori di Berdych, però Roger merita di meglio. E difatti quando Roger gioca in notturna e veste nero è il tennista definitivo. Il nero è il colore definitivo, e addosso a lui trova la sublimazione dell’eleganza. (Aggiungo che ho visto la preview dell’outfit di Nadal agli Australian Open 2015, dove pare giocherà con un costume Sundek e una maglia improbabile. Ai suoi tifosi consiglio di evitarne la ricerca su internet).

TWEET DEL MESE
Su questo tweet potremmo dire tantissime cose ma non ne diremo nemmeno una:

L’indice della rubrica:
TENNISPOTTING gennaio: Wawrinka e la fine dell’età adulta del tennis
TENNISPOTTING febbraio: il ritorno dello Jedi Federer
TENNISPOTTING marzo: il gioco si fa duro? Allora vince Djokovic
TENNISPOTTING aprile: Nadal, da capitàno a marinaio del Mar Rosso
TENNISPOTTING maggio, Dimitrov e Raonic: le speranze ardite e poi tradite
TENNISPOTTING giugno: Nadal, Parigi e l’inevitabile
TENNISPOTTING luglio: Djokovic, Federer e l’avvento del Terrore;

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Australian Open, tabù Slam per Zverev: Shapovalov passa in tre set, ora Nadal

Sorpresa a Melbourne: il tedesco vittima dei suoi demoni, il canadese conferma di essere pronto per puntare in alto

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Denis Shapovalov - Australian Open 2022 (Instagram - @australianopen)
Denis Shapovalov - Australian Open 2022 (Instagram - @australianopen)

[14] D. Shapovalov b. [3] A. Zverev 6-3 7-6 6-3

Clamorosa sorpresa all’Australian Open, che saluta uno dei principali favoriti. Alexander Zverev cade fragorosamente agli ottavi di finale per mano di un Denis Shapovalov che appare ormai maturo per puntare a qualcosa di importante. Sulla Margaret Court Arena passa il canadese in tre set (6-3 7-6 6-3) al termine di una partita che ha visto il tedesco rimanere vittima dei suoi demoni: qualcosa non va negli Slam per Sascha, che era accreditato come uno dei pretendenti al trono di Melbourne dopo quanto accaduto a Novak Djokovic. Dall’altra parte, Shapovalov si è fatto forza dei dubbi dell’avversario, gestendo bene i suoi momenti complicati e rimanendo lucido anche quando, nel terzo set, Zverev è apparso faticare più del dovuto dal punto di vista fisico.

IL MATCH – E dire che Sascha aveva avuto due palle break subito, nel primo game dell’incontro. Denis però le ha salvate e ha finito per togliere il servizio all’avversario nel quarto game (3-1). Il canadese è stato bravo a portare fino in fondo il break, senza concedere l’opportunità del contro-break: la saetta col servizio mancino slice ha messo spesso in difficoltà Zverev, che è finito ben presto in preda alla frustrazione. Il secondo set è proseguito sulla scia del primo, con il canadese che ha strappato al primo gioco il servizio a Zverev (molto deludente il rendimento del tedesco col suo punto migliore: a fine partita avrà solo il 69% di punti vinti con la prima e addirittura solo il 29% di punti vinti con la seconda). Dopo il break subito, il tedesco ha mostrato chiari segni di cedimento nervoso sfasciando malamente la racchetta. Poi però Denis ha accusato un calo, subendo prima il contro-break (2-2) e poi il break all’ottavo gioco (5-3). Ma Zverev è incappato in un game negativo quando è andato a servire per il secondo set permettendo a Shapo di agganciarlo sul 5-5. Il tiebreak è stato vissuto come sulle montagne russe. Il canadese si è portato sul 5-1, Zverev ha accorciato le distanze sul 5-4, Shapovalov ha commesso un doppio fallo sul primo set point sul 6-4, ma ha concretizzato il secondo il punto successivo grazie a una clamorosa stecca di diritto del tedesco e si è portato in vantaggio due set a zero. A quel punto l’inerzia del match era tutta dalla sua parte. Uno Zverev in rottura prolungata ha ceduto il servizio alla prima palla break del terzo set (2-0) e solo nel sesto gioco è riuscito ad arrivare a parità sul servizio di Shapovalov, che però è riuscito a tenere il servizio e poi a chiudere al secondo match point.

 

LE PAROLE – Shapovalov, dopo aver vinto la ATP Cup a inizio anno, arriva per la prima volta ai quarti a Melbourne e conferma che questo potrebbe essere l’anno della sua definitiva consacrazione come tennista di livello massimo: è il terzo canadese ad arrivare ai quarti di finale dell’Australian Open dopo Belkin (1968) e Raonic (2019). Potrebbe essere raggiunto da Auger-Aliassime, che domani sfiderà Cilic. “Adoro giocare in Australia, strafelice di aver vinto e giocato bene in una atmosfera fantastica come questa – ha detto Shapovalov nell’intervista post partita -. Non mi aspettavo di poter vincere in tre set. Ho giocato bene in tutte le zone del campo, colpito bene su entrambi i lati e sono stato intelligente. Ho gestito bene momenti complicati e sono riuscito a venirne fuori”. Ora per Shapovalov il quarto di finale contro Nadal: “Sarà un onore. Abbiamo giocato non troppo tempo fa ad Abu Dhabi, sarà ovviamente un’altra partita, sarà una grande battaglia, ma credo proprio che ci divertiremo”. Qui, invece, le dichiarazioni dei due giocatori in conferenza stampa.


TABELLONE MASCHILE

TABELLONE FEMMINILE


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Editoriali del Direttore

L’Italia del tennis sogna in grande con Berrettini e Sinner. L’obiettivo è uguagliare l’exploit di 49 anni fa. E di 62 anni fa no?

Nel ’73 Panatta e Bertolucci giocarono i quarti a Parigi. Solo 5 nazioni hanno due tennisti in ottavi. Se Berrettini superasse Carreno Busta e Sinner de Minaur, l’Italia potrebbe restare la sola nazione con due rappresentanti nei quarti

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Matteo Berrettini e Jannik Sinner (foto Twitter @federtennis)

Quando uno Slam arriva agli ottavi di finale si può già buttar giù un primo bilancio per nazioni.

E se fino al 2015, quando Flavia Pennetta annunciò il suo ritiro con ancora il trofeo dell’US Open in mano, il tabellone femminile era stato per anni quello che mi dava maggior soddisfazione commentare, ormai da un pezzo a questa parte è decisamente quello maschile.

Siamo fra le 5 nazioni che hanno ancora in gara fra i 16 superstiti, due rappresentanti: Berrettini e Sinner. E ci permettiamo perfino qualche rimpianto, perché Sonego avrebbe potuto essere il terzo, se non avesse perso in 4 set dal battibile Kecmanovic. Le altre quattro nazioni con due alfieri sono la solita Spagna, Nadal e Carreno Busta, il prevedibile Canada sulla scia del successo in ATP Cup con Shapovalov e Aliassime, la Francia dell’immarcescibile Monfils (35 anni e un quarto) e di un altro semi-Vet Mannarino (quasi 34) e gli Stati Uniti di Fritz (testa di serie 20 vittorioso su Bautista Agut al quinto) e del “panda del serve&volley” Cressy.

 

Le restanti 6 nazioni hanno ciascuna un giocatore ancora in gara: Russia (Medvedev), Croazia (Cilic), Germania (Zverev), Grecia (Tsitsipas), Australia (de Minaur), Serbia (Djokovic…no, pardon, è la forza dell’abitudine, Kecmanovic).

Poiché il Mago Ubaldo ha contratto uno strano virus e mi ha pregato di rinviare le sue profezie a dopo Australian Open, provo indegnamente a sostituirlo, non senza aver messo a confronto quelli che avrebbero dovuto essere gli ottavi teorici stando al seeding, ad inizio torneo, e gli ottavi  che invece si sono venuti a formare.

Tranne che per Zverev-Shapovalov di tutti gli altri ottavi teorici non se n’è salvato uno! Tecnicamente in effetti, almeno sulla  quell’ottavo dovrebbe poter offrire il miglior spettacolo

Dovevano essere 

OTTAVI TEORICI

[1] N. Djokovic (o [5] A. Rublev) v [16] C. Garin (dopo l’order of play Sonego-Garin)
[12] C. Norrie v [7] M. Berrettini
[3] A. Zverev v [14] D. Shapovalov
[10] H. Hurkacz b [6] R. Nadal

[8] C. Ruud v [11] J. Sinner
[15] R. Bautista Agut v [4] S. Tsitsipas
[5] A. Rublev (o [17] G. Monfils) v [9] F. Auger-Aliassime
[13] D. Schwartzman v [2] D. Medvedev).

OTTAVI REALI

Kecmanovic-Monfils 17

19 Carreno Busta- 7 Berrettini

3 Zverev- 14 Shapovalov

Mannarino 6 Nadal

32 De Minaur- 11 Sinner

20 Fritz- 4 Tsitsipas

27 Cilic- 9 Aliassime

Cressy- 2 Medvedev

QUARTI TEORICI

Monfils-Berrettini

Zverev-Nadal

Sinner-Tsitsipas

Aliassime-Medvedev

A questo punto mi auguro sinceramente che i quarti teorici rispettino maggiormente le previsioni di quanto è accaduto per gli ottavi teorici. Anche perché in questo caso l’Italia sarebbe l’unica nazione ad avere due giocatori ancora in lizza.

I quarti li hanno raggiunti in Australia Giorgio De Stefani nel 1935, Nicola Pietrangeli nel 1957 e per ultimo Cristiano Caratti nel 1991. Trentuno anni fa…e chi scrive c’era e se li ricorda bene. Ricorda infatti che Caratti di Acqui Terme , allievo di Riccardo Piatti insieme a Furlan, Mordegan e Brandi, battè da sfavorito un olandese diciannovenne assai promettente, tal Richard Krajicek (che era cresciuto 23 centimetri in un anno e si muoveva ancora piuttosto male..ma cinque anni più tardi avrebbe vinto Wiombledon) per poi perdere da Patrick McEnroe il quale da neo-semifinalista se ne uscì con la quote (una battuta) che fu decretata la migliore dell’anno: “Ragazzi – disse il ventiduenne McEnroe junior rivolgendosi a noi giornalisti– ma perché sembrate così sorpresi? I semifinalisti sono sempre i soliti…Lendl, Becker, Edberg e …McEnroe!”.

Se i quarti teorici che ho ipotizzato fossero proprio quelli appena scritti sopra,  vorrebbe dire che avremmo, per la prima volta dopo il 1973 al Roland Garros (Bertolucci e Panatta), due azzurri nei quarti di finale contemporaneamente. Quarantanove anni dopo.

Quarantanove anni fa Bertolucci e Panatta erano capitati nello stesso quarto di tabellone, tanto è vero che se Bertolucci avesse battuto Nikki Pilic avrebbe poi incontrato Panatta e uno dei due sarebbe approdato alla finale. Invece Paolo perse in 4 set dal tennista jugoslavo (era di Split-Spalato, come Ivanisevic) che poi battè anche Panatta in semifinale e in tre set. Fu Ilie Nastase a dominare poi Pilic in finale: 6-3,6-3,6-0. Sia Panatta sia Bertolucci si sarebbero difesi meglio.

Questa volta in teoria sia Berrettini, battendo prima Carreno Busta e poi più probabilmente Monfils che non Kecmanovic, sia Sinner, superando prima De Minaur  e poi più probabilmente Tsitsipas che Fritz, potrebbero arrivare entrambi in semifinale da parti opposte del tabellone!

Sto scrivendo quel che scrivo non tanto all’insegna del sognare non costa nulla – perché sia chiaro che già battere per Matteo Carreno Busta e per Jannik  De Minaur davanti al suo pubblico sarebbero due grossi e per nulla scontati exploit – ma per raccontare un po’ di storia del tennis italiano. E aver modo di scrivere anche che se sono 49 anni che non abbiamo più visto due tennisti italiani insieme nei quarti d’uno Slam, sono 62 che non ne abbiamo due in semifinale ed è accaduto una sola volta, nel 1960 al Roland Garros. Accadde grazie a Nicola Pietrangeli che battè in semifinale il francese Robert Haillet 6-4,7-5,7-5, e a Orlando Sirola che nell’altra semifinale invece perse dal cileno Luis Ayala 6-4,6-0,6-2.

Dopo di che Pietrangeli, che aveva colto il primo trionfo mai conquistato da un italiano in uno Slam l’anno prima lì a Parigi battendo il sudafricano Jan Vermaak, si riconfermò campione vendicando l’amico e compagno di doppio superano Ayala in cinque set  3-6,6-3,6-4,4-6,6-3.

Carreno Busta non ha più talento di Carlos Alcaraz, ma, trentenne, è molto più esperto. Berrettini sa che non avrà vita facile. Nell’articolo di Stefano Tarantino trovate tutto quello che vorreste sapere sul match fra il tennista romano e quello spagnolo di Gijon che chiuderà la settima serata dell’Open d’Australia, a metà mattina nostra di questa domenica subito dopo la conclusione dell’attesa partita fra la n.1 del mondo e idolo locale Ashley Barty e l’americana Amanda Anisimova che ha messo k.o. la campione uscente del torneo Naomi Osaka.

Per Matteo già raggiungere i quarti anche in questo torneo, come già in tutti gli altri tre Slam, sarebbe già una grandissima soddisfazione – il primo italiano a riuscirci –  anche se legittimamente le ambizioni sue e del suo coach Vincenzo Santopadre mirano più in alto. I due sono persuasi che vincere uno Slam sia un obiettivo alla portata di Matteo, a prescindere dalla presenza di Novak Djokovic che lo scorso anno lo aveva battuto in tre Slam, Parigi, Wimbledon, New York.

Io non so se ce la farà. Ma perché ci riesca è fondamentale che ci creda lui. Ricordo bene le perplessità generali ad ascoltare Francesca Schiavone quando sui 24-25-26 ma anche 28 anni dichiarava di poter vincere un giorno uno Slam. Alla fine ha avuto ragione lei. Perché aveva il talento per riuscirci. Ma prima ancora perché ci credeva.

Intanto se dovesse battere Carreno Busta, a seguito della sconfitta di Rublev con Cilic, Matteo salirebbe a n.6 del mondo, scavalcando il best ranking di Corrado Barazzutti n.7, sempre che io non abbia sbagliato i calcoli.

Un altro che crede di riuscirci prima o poi a vincere uno Slam è certo anche Jannik Sinner. Nella breve intervista che mi ha concesso Marin Cilic ha detto che Jannik ha più margini di progresso rispetto a Berrettini. E’ normale che sia così, visto che fra i due azzurri ci sono 5 anni di divario anagrafico.

Intanto Jannik giocherà il suo quarto ottavo di finale, a 20 anni e 4 mesi, il più giovane dai tempi di Juan Martin del Potro, ma il primo in Australia. Mentre Berrettini non ha mai incontrato Carreno Busta Jannik ha affrontato due volte De Minaur che davanti al suo pubblico è certamente un osso duro, anche se lo scorso anno qui perse da Fognini e se questa sarà la prima volta anche per lui che gioca un match di ottavi all’Australian Open. Il miglior risultato di de Minaur in uno Slam risale all’US Open 2020, quando raggiunse i quarti e lì perse da Thiem che poi avrebbe vinto il torneo.

Sinner dovrà giocare certamente meglio che non contro Taro Daniel, perché de Minaur è più completo e non a caso è stato anche un top-20. Ma l’averlo battuto due volte in finale del torneo Next Gen di Milano e soprattutto in un torneo come quello di Sofia con le vere regole del circuito, gli dà un piccolo vantaggio psicologico – se poi fosse superstizioso…quei due tornei li ha vinti entrambi – che bilancia in parte l’avere il pubblico contro. Per inciso un pubblico capace di essere anche fortemente scorretto quando giocano i ragazzi di casa. Soprattutto nella sera australiana quando le birre possono aver avuto qualche effetto. Il pubblico non si è certamente comportato bene né in occasione del match Kyrgios-Medvedev né del match vinto dai “cinque K”  Kyrgios e Kokkinakis su Pavic-Mektic, la coppia croata n.1 del mondo. Sembra che alla fine di quel match reso incandescente dal pubblico incoraggiato, se non proprio aizzato, dai due australiani poco c’è mancato che negli spogliatoi non si sia venuti alle mani, protagonisti – pare – anche alcune persone del team croato.

Sinner è avvertito. Gli avevo chiesto se la cosa minimamente lo preoccupasse e lui mi ha risposto con l’abituale calma: “Mi è già capitato in due occasioni di giocare contro due tennisti che giocavano in casa e credo di sapere che cosa mi aspetta e come controllarmi”.

A volte Sinner ti dà proprio la sensazione di essere un ventenne comn la testa di un ventisettenne. Chissà, forse può avergli fatto un inconsapevole favore Daniil Medvedev quando ha tenuto con grande personalità a sottolineare che fargli buuuh, o siuuh o qualunque verso, fra la prima e la seconda di servizio, non era certo un modo corretto di sostenere il proprio tennista. Ha anche aggiunto: “Non è semplice controllare tutto il pubblico, è un compito non facile per l’arbitro”.

Ci vorrà un arbitro con personalità. Ma comunque credo che Sinner non si farà troppo intimidire e neppure distrarre. Questo anche se proprio il servizio non è il colpo più sicuro del tennista altoatesino. Con Taro Daniel in un set e mezzo ha ceduto la battuta 4 volte e i tifosi giapponesi, che erano abbastanza numerosi, non erano certo indisciplinati e maleducati come molti australiani presenti nella Rod Laver Arena. Ma la concentrazione di Sinner contro de Minaur sarà ben diversa. Ne sono certo che non avrà gli stessi alti e bassi, gli stessi cali di tensione.Facciamo tifo per un italiano alla volta. Prima Berrettini. E poi Sinner.

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Se nei giorni scorsi aveste frequentato qualche circolo di tennis, e tanti appassionati, credo che possiate confermare che non è che in giro ci fosse grandissima fiducia nelle chance di Matteo Berrettini alla vigilia del suo match con Carlos Alcaraz.

C’era – e c’è – invece grandissima considerazione sulle straordinarie qualità del ragazzo di El Palmar, la piccola cittadina vicino Murcia dove è nato 18 anni fa, il ragazzotto già ipermuscolato che molti ritengono essere l’erede di Rafa Nadal, sebbene il suo tennis sia diverso e sebbene per ora Rafa – che ho visto dominare Khachanov per 3 set su 4, dimostrando di avere ancora le sue carte da giocare e non solo negli ATP 250  – non abbia alcuna intenzione di mollare la presa e abdicare prima del tempo. Più o meno come la regina Elisabetta nei confronti del principe Carlo…che è già vecchiarello.

Ad Alcaraz aveva dedicato un grande articolo un giorno fa Christopher Clarey del New York Times.

 

Carlos Alcaraz Is About to Cause a Big Commotion

Avevano giocato d’anticipo pensando che avrebbe vinto. Come tanti si sono sbagliati. E a me naturalmente non dispiace. Penso che a Berrettini nemmeno.

Data l’ora in cui è cominciato il quinto set del duello poi diventato epico perché conclusosi al tiebreak a 10 punti, intorno alle 8 del mattino, non avevo troppe persone con cui confrontarmi.

Ma anche in quei momenti quei pochi con cui mi sono scambiato pareri via WhatsApp non sembravano davvero ottimista sul conto di Matteo.

Aveva avuto le sue chances per chiudere in tre set, le aveva mancate anche per un pizzico di sfortuna, palle che uscivano di centimetri, net che parevano essere nati in Spagna, una apparente stanchezza, una certa lentezza, tanti rovesci slice in rete perché Matteo sembrava arrivarci in ritardo, anche qualche dritto piuttosto semplice giocato corto, e poi quella percentuale sui punti avviati con la seconda di servizio, intorno al 40%, che preoccupava ogni volta che lo scambio si allungava.

Il ragazzotto invece  – sì non riesco a chiamarlo ragazzino, Carlos sembra già uomo fatto, quella canottiera non è elegante ma mette in mostra muscoli da far invidia al Nadal prima maniera – appariva pimpante, fresco come se il match dovesse ancora cominciare.

Poi c’è stata quella caduta di Matteo. Che paura. Con tutti i guai che ha sempre avuto, alle caviglia, ai polpacci, agli addominali, al collo, lì per lì, mentre scorrevano i replay, mi sono dato una botta su una coscia e ho detto: “No dai, ancora una volta, ma non è possibile!”.

Per fortuna invece, e già al terzo replay mi sono tranquillizzato, la distorsione di quel piede quasi ingessato era stata minima.

E subito mi sono detto, mentre Matteo attendeva la visita del medico e poi i 3 minuti di MTO: “Vuoi vedere che questa pausa destabilizza un po’ il ragazzotto e magari invece Matteo, che avevo visto a tratti un po’ in affanno, si calma, si tranquillizza dopo il trauma dei due set persi e magari la sensazione che Alcaraz si avvii a essere inarrestabile e riprende il filo un po’ smarrito della partita?”.

Io non voglio attribuire eccessiva importanza a quella caduta, a quello stop che è servito a lui per riordinare le idee e allo spagnolo per irrigidirsi un po’. Però secondo me un pochino può aver pesato.

Negli scambi prolungati Alcaraz continuava ad avere il sopravvento. A un certo punto riusciva a trovare il rovescio di Matteo e allora prendeva il pallino in mano e costringeva  Matteo a far da tergicristallo.

E allora, ai miei amici, scrivevo: “Deve sperare di arrivare al tiebreak e giocarsela lì. Forse per Matteo sarebbe meglio un tiebreak a 7 punti, invece che quell’ australiano a 10”, perché l’inerzia del match sembrava essersi spostata nell’ultima ora e mezzo dalla parte del murciano e più punti si fossero giocati – pensavo – forse peggio sarebbe stato.

Mi ricordo di aver notato che i due si sono trovati 3 a 3 quando l’orologio a fondocampo segnava le 3 ore e 33 minuti di gioco – una sfilza di 3 – e poi ho fatto il tifo per il tiebreak tranne che nel momento in cui Matteo ha avuto il matchpoint sul 6-5 e servizio Alcaraz, ma lì ha sbagliato un dritto ed ecco il tiebreak.

Che è cominciato con Matteo che ha sbagliato un rovescio in rete ed è stato subito minibreak. Meno male che Alcaraz ha subito restituito il punto. Non sto a ripercorrere tutto quel che è successo. Ma quando Matteo ha raggiunto il 7-5, mi è scappata una sommessa imprecazione: “Lo sapevo che se il tiebreak era a 7 punti Matteo avrebbe vinto”. C’era invece ancora da soffrire. Poco per fortuna questa volta. Due punti tenuti alla grande con il servizio “che non tradisce nel tiebreak!”, ho esclamato, e sul 9-5 il doppio fallo del ragazzotto che lì si è ricordato di avere solo 18 anni.

Sport crudele il tennis. Sembrava dovesse vincere lui, alla fine e invece Matteo si è tolto la grandissima soddisfazione di raggiungere gli ottavi di uno Slam per l’ottava volta, più di qualunque altro tennista italiano, e per la quinta volta consecutiva. Anche quest’ultima è un’impresa senza precedenti.

Forse si dovrebbe smettere di sottolineare che il suo rovescio non è all’altezza dei big. Già, perché quale dei big ha il suo dritto? E quanti hanno il suo servizio? E quanti hanno la sua testa? La sua solidità nervosa nei momenti che contano? Siamo sicuri che il rovescio (che è comunque migliorato sia in risposta sia in slice…) debba essere molto più importante di una gran testa? Il proliferare dei coach mentali ne fa dubitare.

Quindi, basta di andare a cercare il pelo nell’uovo, di spaccare il capello in quattro. Chi non ha un colpo un più debole degli altri? I risultati parlano per Matteo, le altre sono chiacchiere. E non è che per Matteo questo torneo sia finito perché ha battuto il favorito di molti (dei più?) Alcaraz? Chapeau caro Matteo, grandissimo.

Grandissimo perché ha dimostrato una solidità nervosa pazzesca. E anche gran coraggioNon ha mai tremato. E non è la prima volta… perché mi sono subito ricordato che Matteo aveva vinto un set al tiebreak nella finale di Wimbledon contro Djokovic (il primo) e, andando a ritroso, anche il terzo set al Roland Garros. Sono andato a ricercare tutti i duelli con il n.1 del mondo: 4 sconfitte (e si sa che Matteo non ha ancora mai battuto uno dei primi 5 del mondo al di fuori di Thiem in un match a risultato ininfluente nel round robin del Masters 2019…l’unica vittoria italiana nelle finali ATP allora) con il campione serbo, ma con nessun altro tiebreak tranne quei due vinti dal nostro.

Allora – noi appassionati di tennis siamo davvero un po’ malati – mi è venuto lo sghiribizzo di andare a controllare i duelli diretti con il n.2 del mondo, dopo aver avuto la soddisfazione di quella scoperta relativa al n.1. E che ti trovo? Che anche con Medvedev, che ha battuto Matteo 3 volte su tre, ci sono stati due tiebreak e li ha vinti entrambi il tennista romano. Allora mi è tornato anche in mente il trionfale tiebreak del quinto set con Monfils negli ottavi dell’US Open 2019, perché quella fu una battaglia memorabile. E prima di quella c’era stata anche quella vinta in tre set con Rublev, con un tiebreak nel terzo che se se fosse stato vinto dal russo …sì, mi sa che si sarebbe messa male.

Dopo di che, e l’ho fatto presente in conferenza stampa con Matteo, in 4 ore e 10 minuti c’era stato un sostanziale equilibrio di game e di punti –guardando le statistiche del match che la tempestiva redazione di Ubitennis aveva messo all’inizio dell’eccellente pezzo di cronaca di Vanni Gibertini avrei scoperto dopo che per l’appunto i punti vinti da ciascuno dei contendenti erano gli stessi 159! – ma nei due tiebreak Matteo aveva vinto 17 punti e Carlos 8. Insomma il nostro, dando dimostrazione di solidità decisamente superiore, aveva fatto più del doppio dei punti del suo avversario.

Fenomenale, direi. Fatti i complimenti che meritano a Matteo e al suo coach mentale Stefano Massari, oltre che a quello tecnico Vincenzo Santopadre, non so se augurarmi che Matteo si ritrovi a giocare altri tiebreak contro quel cagnaccio di Carreno Busta. Perchè dopo aver visto l’infallibile Vlahovic (11 rigori consecutivi segnati), sbagliare quello con il Genoa, meglio non illudersi che vada tutto sempre bene così. Siccome un tiebreak importante Matteo lo ha già perso, con Nadal nella semifinale a New York del 2019, un altro caso…Vlahovic non dovrebbe ripetersi.

Ho accennato agli straordinari numero di Matteo: 8 ottavi di Slam (come Panatta e Fognini nell’Era Open, prima meglio solo Pietrangeli 16 e Merlo 9) 5 consecutivi. Non ha ancora vinto i 2 Slam di Nicola o quello di Adriano, ma con la prima finale mai raggiunta da un italiano a Wimbledon, soprattutto nei confronti di Panatta può già dirsi di essere stato più continuo.

Mi sono poi chiesto quali siano state, al di là dei 3 Slam vinti fra Pietrangeli e Panatta al Roland Garros (non dimentico che se Adriano avesse perso il tiebreak della finale con Solomon probbailmente avrebbe perso al quinto; era stravolto), quali siano state le partite più belle, sofferte fino al tiebreak finale quinto set ed importanti vinte dai nostri giocatori nei tornei del Grande Slam. Tornando indietro e senza fare ricerche troppo approfondite direi Cecchinato-Djokovic al Roland Garros 2018, Fognini-Nadal all’US Open 2015 con la spettacolare rimonta da sotto 2 set a zero, Seppi- Federer all’Australian Open del 2015 (ma l’unico successo di Andreas in 15 partite fu coronato al quarto set, al tiebreak), Sanguinetti-Srichapan con tre tiebreak negli ultimi tre set (6-3,4-6,6-7,7-6,7-6). Quante altre me ne sono perse?

In mattinata è d’obbligo la sveglia per seguire, non prima delle 7, Jannik Sinner contro il giapponese Taro Daniel che deve  avere un fatto personale con gli italiani. Dopo aver battuto Musetti a Adelaide nelle “quali” di Melbourne ha sconfitto Arnaboldi, Moroni e Caruso.

Credo che Sinner vendicherà tutti quanti e raggiungerà per la prima volta gli ottavi in Australia. Poi però dovrà battere anche il vincente di de Minaur-Andujar per centrare i quarti, così come Berrettini dovrà superare Carreno Busta. Se ci riusciressero avremo per la prima volta dal ’73 – furono Bertolucci e Panatta a Parigi quando persero entrambi da Nikki Pilic, Paolo nei quarti, Adriano in semifinale…il torneo lo vinse Ilie Nastase – due italiani nei quarti di uno Slam. E immagino come stiano fumando di rabbia le orecchie di Lorenzo Sonego che avrebbe potuto arrivarci anche lui se non avesse ceduto al non irresistibile Kecmanovic che vedremo alla prese con l’irriducibile Monfils per il traguardo dei quarti.

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