TENNISPOTTING settembre: Kei, Marin e il giuramento della Pallacorda

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TENNISPOTTING settembre: Kei, Marin e il giuramento della Pallacorda

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TENNIS TENNISPOTTING – Finite le vacanze, è ora di tornare al lavoro. Ci si dimentica del sole, del mare, della montagna, della collina (o del divano per chi è rimasto a casa). I tennisti invece non si fermano mai ma anche per loro settembre è un mese di ritorni: si gioca infatti l’ultimo Slam dell’anno. Quello più chiassoso, più maleducato, più esagerato: lo US Open

A cura di Claudio Giuliani e Daniele Vallotto

E uno pensa che sarà un discorso tra quei due là che si sono giocati Wimbledon due mesi prima. Nadal non c’è, Murray gioca a tennis tra un crampo e l’altro e la concorrenza sembra un po’ fiacca dopo i due Master 1000 che non hanno dato indicazioni. Dei semifinalisti di Toronto e Cincinnati ritroviamo solo Roger Federer in semifinale, che sembra avere strada più che facile contro un Marin Cilic arrivato chissà come fin lì. Dall’altra parte Djokovic ha giocato piuttosto bene e deve affrontare un Nishikori che sembra stremato dopo aver vinto in cinque set prima contro Raonic e poi contro Wawrinka. Tutto troppo facile per gli scommettitori, no?

 

TENNISTA DEL MESE
Claudio Giuliani: La vittoria di Marin Cilic, se non seguiranno altri successi all’altezza della vittoria a Flushing Meadows, rischia di fare la stessa fine della vittoria di Thomas Johansson nello Australian Open 2002, quando a vincere fu lo svedese fra l’incredulità generale, la sua per prima. Quell’edizione del torneo è la base del teorema (fallace) che recita:  “L’Australian Open è lo slam delle sorprese”. (Ché poi: se magari Safin non avesse chiuso la discoteca la sera prima magari ci saremmo evitati tutta questa storia). Ad ogni modo Marin Cilic, autore fin lì di una stagione buona ma non eccelsa – tranne che a Wimbledon, dove ha ha rappresentato un ostacolo duro come Roger Federer in finale per il poi campione Novak Djokovic – imbrocca le classiche “due settimane da paura” e vince il torneo suonandole a tutti. Ma suonandole bene: chiedere a Roger Federer che sta ancora sognando gli ace verso la T del servizio, copiosi ed efficaci. Cilic con Ivanisevic ha aggiustato qualcosa del suo gioco, specie il lancio di palla, del suo già ottimo servizio. Migliorato anche il diritto, che si perdeva spesso. A New York ha funzionato tutto e, la cosa un po’ buffa, è che degli ultimi tre match, e quindi quarti, semifinale e finale, ad impensierirlo maggiormento è stato Tomas Berdych, il maggiordomo dei sogni, quello che non rovina mai il tuo trip mentale su un campo da tennis. Il ceco è riuscito ad arrivare fino al tiebreak nel terzo set, il massimo dello sforzo nell’ultima settimana di gara del torneo americano per Cilic.

Daniele Vallotto: La vittoria paradigma del nuovo vento del tennis o una felice parentesi all’interno della solita minestra? È vero che nel 2014 abbiamo due nuovi campioni Slam ma è anche vero che tre dei quattro dominatori del tennis sono ancora al loro posto. Gli anni passano e difficilmente questi si scollano dalle posizioni di vertice. Bravo Wawrinka e bravo Cilic, ovviamente, per averci dato qualcosa di nuovo di cui parlare ma a conti fatti le gerarchie nei piani alti non sono cambiate molto. Ad eccezione delle parentesi australiana e newyorkesi, infatti, né Wawrinka né Cilic hanno recitato la parte dei rottamatori (tranne Wawrinka per un paio di settimane e poco più ed infatti ha chiuso primo tra gli umani). Al di là di queste considerazioni, comunque, non si può non riconoscere che Cilic è stato di gran lunga il tennista del mese. Ed è un gran rammarico non aver potuto vedere una finale che prometteva un confronto di stili piuttosto marcato. Certo, non stiamo parlando di Sampras/Agassi ma sarebbe stata certamente una finale divertente. Purtroppo Nishikori è arrivato stremato alla partita più importante della sua vita, come a Madrid. Speriamo che non diventi una costante della sua carriera.

DELUSIONE DEL MESE
Claudio Giuliani: Alla vigilia del torneo mi aspettavo molto da Stan Wawrinka, un po’ perché è uno dei miei tennisti preferiti, e poi perché negli Slam e al meglio dei cinque set difficilmente delude sul cemento. A NY ha perso contro questo super Nishikori, giocando una partita bellissima e uscendone battuto solamente al quinto set. Ci può stare. Anche da Raonic, già per il discorso fatto nella precedente puntata, mi aspettavo qualcosina in più che uscire al terzo turno. Però ha perso da Nishikori e in cinque set: niente da dire, quindi. La delusione del mese quindi per me – astraendomi dal concetto di “delusione del mese riferita al giocatore più deludente del mese” – è la mancata finale Djokovic vs Federer. Ammettiamolo candidamente: tutti pregustavamo già la rivincita della finale di Wimbledon, il match dell’anno in quanto a pathos ed emozioni. Nessuno di noi avrebbe scommesso un centesimo sul croato e sul giapponese. A limite la sorpresa poteva starci per uno dei due. Ma entrambi? Ma Cilic che batte Federer, e bene, in tre set? Grande delusione quindi la mancata finale fra il numero 1 e il numero 2 del mondo, superata forte dallo spettacolo deludente e inadeguato a una finale Slam fra Cilic e Nishikori. Giusto farla di lunedì, quando eravamo tutti impegnati a lavoro.

Daniele Vallotto: Grigor Dimitrov ha avuto un 2014 piuttosto positivo. Ma il timore è che la sua crescita fatta di piccoli passi manchi di quell’exploit necessario per vincere uno Slam, l’unica maniera per certificare che un tennista è diventato un campione. Gli US Open di quest’anno per Dimitrov sono certamente deludenti. Perde tre set a zero contro un tennista in grande forma come Monfils, certo, ma l’arrendevolezza del bulgaro di fronte a una giornata storta – perché non si potrebbe spiegare altrimenti il 3-0 – è davvero preoccupante. A voler vedere il bicchiere mezzo pieno, però, gli US Open sono lo Slam della speranza perché Marin Cilic ribadisce e fortifica il messaggio di Stan Wawrinka: si-può-fare! Con i primi tre che qualche crepa devono per forza mostrarla dopo aver dominato per anni, lo spazio per inserirsi c’è. Bisogna essere bravi ad intuirlo. Insomma, senza togliere nulla a Cilic: perché lui sì e Dimitrov no?

COLPO DEL MESE
Claudio Giuliani: Gael Monfils esegue per me il colpo del mese, uno shot da coatto che io adoro. Il match del francese è di quelli in discesa, senza problema alcuno. Gael è in vantaggio e su un pallettone di Gonzalez decide di sospendersi in aria e di convogliare sulla palla tutto il peso del corpo, colpendo in fase discendente un diritto che viaggia alle velocità del servizio. Un colpo assurdo da parte di uno dei giocatori più spettacolari del circuito.
https://www.youtube.com/watch?v=0pq3c9jO108

Daniele Vallotto: Avevo tre candidati ma alla fine scelgo il lob di Roger Federer contro Sam Groth al secondo turno degli US Open. L’australiano fa tutto benissimo e riesce pure a ricacciare indietro lo svizzero che è costretto a salvarsi dal lob di Groth con uno smash giocato alla bell’e meglio. Sembra fatta per Groth perché poi Federer gioca un rovescio in slice che resta parecchio corto e finalmente lo spilungone australiano può attaccare. Gioca una buona volée ma Federer si inventa un pallonetto giocato praticamente in controbalzo che disegna una parabola tanto imprevedibile quanto perfetta. Menzione d’onore per Novak Djokovic, che mi pare non sia ancora apparso nei colpi del mese: contro Schwarztman gioca prima un back profondissimo e poi un dritto bello carico per tenere l’argentino fuori dal campo. Ma Schwartzman se ne viene fuori con un dritto incrociato e insidioso. Non per Djokovic, però, che con questi angoli si esalta. E allora, ricordando il colpo che gli giocò Istomin agli Australian Open, colpisce un dritto che passa a lato della rete e incenerisce le speranze dell’avversario (ammesso che ce ne fossero).
http://youtu.be/tC7pKEdIiWU?t=4m3s

PARTITA DEL MESE
Claudio Giuliani: Nel cammino delle sorprese dei tornei verso quelle che poi potrebbero rivelarsi sorprese anche nell’albo dei vincitori c’è sempre un match chiave. Lo è stato per Wawrinka quello vinto su Djokovic in Australia e lo è stato quello che Nishikori ha vinto proprio contro lo svizzero. Ma sono sicuro che il buon Daniele ve ne parlerà meglio di me di seguito. Allora vi parlo di un’altra partita che mi ha entusiasmato. E scelgo Federer contro Gael Monfils. Il francese, in forma, si è presentato al cospetto dello svizzero senza aver perso per strada neanche un set. E non smarriva neanche i primi due della partita, con Federer infastidito dal vento. Monfils si procurava due matchpoint nel quarto set, annullati prontamente dallo svizzero con il suo diritto. Il francese poi si consegnava con dei doppi falli, cedendo il quarto set e il quinto poco dopo, nettamente. Bravo Roger Federer, mentre dispiace per Monfils che arriva sempre a un passo dal dunque per poi smarrirsi.

Daniele Vallotto: Il giorno di Wawrinka-Nishikori avevo un impegno. E quando mi resi conto – dopo pochi game, a dire il vero – che la partita poteva essere la migliore del torneo ormai era ora di uscire. Per cui, al concerto dove mi trovavo, controllavo compulsivamente il livescore dal cellulare, tifando per Wawrinka e Nishikori a seconda del punteggio. Ne è venuta fuori una delle migliori partite dell’anno, certamente la più bella del mese. Il giapponese veniva da un ottavo difficile, contro Raonic, e contro Wawrinka ci si chiedeva chi avrebbe retto meglio gli sforzi del turno precedente dato che anche lo svizzero aveva avuto il suo bel da fare contro Robredo. La risposta di Nishikori è stata piuttosto eloquente. Forse è stato quello il momento in cui ha capito che poteva anche vincerli gli US Open. O forse lo sapeva già per conto suo, chi lo sa. Fin che le gambe vanno a 1000, Wawrinka sembra una spanna sopra. Il primo set è fatto di servizi vincenti e rovesci lungolinea imprendibili. Ma appena lo svizzero si appanna un po’, il tennis di strangolamento di Nishikori comincia la sua lenta e inesorabile avanzata. Vince così il secondo, poi il terzo anche se serve un tie-break meraviglioso – forse il migliore dell’anno assieme a Kohlschreiber-Brown ad Halle – per decretare il vincitore. Wawrinka annulla un set point con un passante di rovescio lungolinea e Nishikori fa altrettanto poco dopo. Alla fine è lo svizzero a cedere per colpa del dritto. Ma è giusto che si termini al quinto. A quel punto, più che la benzina, contano i nervi. E quelli di Nishikori sono d’acciaio: annulla palle break nel terzo e nel quinto game, diventa via via più solido al servizio e questa volta non ha bisogno del tie-break perché Wawrinka si scioglie sul più bello. Ma è stata una partita densa di emozioni anche senza un terzo tie-break. Federico Ferrero di Eurosport, un po’ sorpreso, la definisce la miglior partita che ha commentato dopo Federer-Djokovic al Roland Garros.

SORPRESA DEL MESE
Claudio Giuliani: Per me è Nishikori. Non pensavo potesse battere Djokovic, uno che fa le stesse cose del giapponese ma meglio, avvantaggiandosi anche di un servizio più incisivo. E invece sappiamo com’è andata. Nishikori è Davydenko 2.0. Una versione ammodernata del giocatore russo capace di vincere il Masters ma mai uno Slam. Kei invece, ennesimo prodotto della catena di montaggio di campioni del tennis di Nick Bollettieri nella sua Bradenton, è arrivato ad un passo dal successo, dopo aver seminato lungo il calendario i semi della sua maturazione. Mi ha sorpreso, e ora, come del resto Cilic di cui ho già parlato, aspetto le conferme, l’ultimo step della trasformazione da sorpresa a certezza. E quindi campione.

Daniele Vallotto: Prima degli US Open, Kei Nishikori aveva dichiarato in maniera fin troppo eloquente che non era in condizione di vincere. In effetti non ha vinto, ma ha raggiunto il suo miglior risultato negli Slam e in finale arrivava pure da favorito. Ma chi lo dava per favorito non teneva in conto che il giapponese arrivava da 14 set molto combattuti. E purtroppo la stanchezza, anche con il giorno di riposo, si è fatta sentire e si è accumulata alla tensione della prima finale Slam. Ad ogni modo, non c’è dubbio che lo Slam newyorkese ci abbia regalato la migliore versione di sempre di Nishikori. Sia Cilic che Nishikori festeggeranno l’anno con un meritato accesso al Masters di fine anno ma è il giapponese quello più atteso l’anno prossimo. Il problema, però, è sempre quello: il servizio. Senza un arma così importante, il tennis che deve giocare Nishikori è molto dispendioso, a volte troppo. Per cui serve una preparazione fisica eccellente, dato che il ragazzo non sembra essere stato forgiato in titanio. Il tennis che ha giocato dagli ottavi in poi è di quello che fa strabuzzare gli occhi per precisione, costanza, profondità. Perfino Novak Djokovic ha dovuto arrendersi sul suo campo preferito. Molti sono rimasti sorpresi dalla sconfitta di Federer contro Cilic forse perché quello del croato fu un vero e proprio exploit (forse estemporaneao, ma chi lo sa). Ma per me, vedere Nishikori battere Djokovic con le sue stesse armi è stato uno shock. Ci chiedevamo quando sarebbe arrivato e ora sembra essere arrivato il suo momento. Che gli dèi del tennis ce lo conservino integro.

PEGGIOR PARTITA DEL MESE
Daniele Vallotto: Magari qualcuno pensa in automatico a Simon-Cilic, un match massacrante soprattutto per chi era fuori dal campo. Ma poi mi viene in mente Murray-Haase, re-match di una loro sfida al quinto proprio a New York qualche anno fa. È un match senza logica, bruttissimo  sia per colpa di un Murray che sembra sull’orlo di un ritiro che per colpa di un Haase che non ci capisce più nulla e butta via la partita. Lo scozzese va avanti di due set, poi va sotto 6-1 3-0 e sembra che stia per gettare la spugna finché Haase percepisce di poter vincere e allora perde. La partita finisce in quattro set e complessivamente i due sommano 103 errori. Mai più.

PARTITO DELLA NAZIONE
Claudio Giuliani: Fognini batte Golubev, facilmente. Fognini perde contro Mannarino (il tennista, non il cantante), facilmente. Bolelli viene sconfitto al quinto set da Robredo dopo essere stato in vantaggio di due set a zero dopo aver battuto il sempre rognoso Pospisil al quinto set. Lorenzi perde contro Gasquet al secondo turno (battuto tale Nishioka al primo) e Seppi perde contro Kyrgios dopo aver battuto Stakhovsky al primo. Insomma: a deludere è sempre il nostro giocatore più forte. Perdere contro Robredo (visto poi il suo percorso), Kyrgios e Gasquet ci sta. Devono pur vincere i più forti ogni tanto in questo sport, no?

METALLURGICO DEL MESE
Il tennista operaio del mese di settembre è Gilles Simon. Anzitutto, va fatto il plauso al solito Tommy Robredo, straordinario. Si è arreso a Wawrinka, che ha visto i classici “sorci verdi” prima di chiudere la partita in quattro set, dopo aver recuperato uno svantaggio nel primo set (era sotto 5 a 4) e aver salvato due set point nel tiebreak del terzo (era sotto 6-4, poi ha vinto 9-7). Insomma: Stan poteva perdere tre set a zero e invece ha chiuso in quattro. Che lottatore Tommy! Veniamo ora a Simon. Ha perso al quarto turno del torneo, però con Marin Cilic e al quinto set. Alla viglia di questo match serpeggiava il panico nella redazione per chi dovesse scriverne, prevedendo una partita piena di scambi lunghi, noiosi, e una durata da film di Lars Von Trier. Cito la cronaca del malcapitato, proprio tu, Daniele: “Cinque set massacranti, ancora una volta. Scambi lunghissimi, a tratti snervanti per la loro lentezza, sulla diagonale sinistra”. E ancora: “I rimpianti di Simon sono parte costitutiva del suo tennis a rischio zero: quando Cilic ha accelerato – come nel nono game del terzo set o nel penultimo del quinto – il francese ha palesato tutti i difetti di un tennis fatto principalmente di corsa e difesa”. Sono d’accordo ovviamente con quanto scritto, però apprezzo molto il francese, vero e proprio pifferaio magico sul campo da tennis.

SELFIE DEL MESE
Due scarsetti

WTF DEL MESE
Qualcuno ci spiega il senso di questo?
http://youtu.be/ck1GvVHauqc

GOD BLESS THE QUEEN

RISPOSTA DEL MESE
Eravamo indecisi se dargli la risposta del mese o il premio #GAC del mese, ma pensiamo che Querrey abbia semplicemente uno spiccato senso dello humour e allora ha prevalso la prima:

TWEET DEL MESE 
#Ubitrivia: indovina chi è il giornalista che ha chiesto a Ben Rothenberg se CiCi Bellis ha origini italiane.

L’indice della rubrica:
TENNISPOTTING gennaio: Wawrinka e la fine dell’età adulta del tennis
TENNISPOTTING febbraio: il ritorno dello Jedi Federer
TENNISPOTTING marzo: il gioco si fa duro? Allora vince Djokovic
TENNISPOTTING aprile: Nadal, da capitàno a marinaio del Mar Rosso
TENNISPOTTING maggio, Dimitrov e Raonic: le speranze ardite e poi tradite
TENNISPOTTING giugno: Nadal, Parigi e l’inevitabile
TENNISPOTTING luglio: Djokovic, Federer e l’avvento del Terrore;
TENNISPOTTING agosto: Djokovic è in ferie, Federer è di turno

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Racconti

Uno contro tutti: Lendl

Ventisei uomini diversi hanno occupato il trono di numero uno del mondo. Ripercorriamo le loro storie: oggi è la volta di Ivan, quarto all time per numero di settimane in vetta

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Come anticipato nella scorsa puntata, dal 13 settembre 1982 al 13 agosto 1984 (quindi in ventitré mesi) il vertice del ranking ATP cambia per ben venti volte, quasi una al mese. Uscito definitivamente di scena Bjorn Borg, il suo posto viene preso da Ivan Lendl, che dovrà attendere il 28 febbraio 1983 per diventare ufficialmente il sesto n.1 del mondo in ordine di tempo. Anche se concede ai diretti rivali sette (a McEnroe) e otto (a Lendl) anni, Jimmy Connors non si arrende e in questo periodo riuscirà ad accumulare altre 17 settimane in vetta e portare il suo record assoluto a 268 totali. Ma quello delle settimane non è l’unico rilievo di peso. Quando, come vedremo, Jimbo si toglierà per l’ultima volta la corona (il 3 luglio 1983) avrà giocato 449 incontri da numero 1 – vincendone 405 (90,2%, la seconda miglior percentuale di sempre) – in un totale di 102 tornei. E in quei tornei raggiungerà 65 volte la finale, conquistandone 49.

Bene, la premessa su Connors era doverosa perché il mancino di Belleville si è intrufolato, con successo, in uno dei più emozionanti dualismi nella storia del tennis: quello tra John McEnroe e Ivan Lendl. Sì perché, anche se si fa un gran parlare – a giusta ragione – della rivalità tra lo statunitense e Borg, è opportuno sottolineare come, sotto il profilo delle rispettive personalità, la stessa sia stata condizionata dall’involontario ma effettivo ascendente che Borg aveva nei confronti di McEnroe. Contro lo scandinavo, per sua stessa successiva ammissione, McEnroe era solo McEnroe, non il cattivo ragazzo pronto a cogliere qualsiasi sfumatura di un incontro per trasformarlo in uno show. Insomma, tra i due sul campo c’era solo una pallina da rimandare – ciascuno a suo modo, ed erano proprio gli opposti modi di intendere questo sport che li rendeva avversari perfetti l’uno per l’altro – di là una volta più dell’altro. Ma tra McEnroe e Lendl… Beh, tra questi due c’era proprio una reciproca intollerabilità epidermica, che trasformava ogni loro match in una battaglia a tutto tondo.

Quando inizia il periodo che stiamo prendendo in esame, sono già otto i confronti diretti tra i due; Mac ha vinto i primi due, Ivan i successivi, di cui l’ultimo è recentissimo: la semifinale degli US Open, che Lendl incamera con lo score di 6-4 6-4 7-6. Pur di un anno più giovane, Lendl sembra avere le armi per neutralizzare McEnroe: un servizio abbastanza robusto da tenerlo sulla difensiva e colpi di sbarramento da fondo campo per neutralizzare la propensione offensiva dello statunitense. Ma siamo solo all’inizio, nonostante il concetto venga ribadito anche nella finale del Masters di New York, consueta chiusura/apertura a cavallo di due annate che per l’occasione ha cambiato formula passando all’eliminazione diretta. Al Madison Square Garden la supremazia del cecoslovacco è quasi imbarazzante: in finale lascia dieci giochi al numero 1 mondiale (6-4 6-4 6-2) e allunga a tredici titoli e due anni di imbattibilità la sua striscia indoor.

Quasi inevitabile, con questi numeri, che Lendl venga considerato il vero leader ma questo avviene solo – come detto – il 28 febbraio, dopo l’intermezzo di Connors che, approfittando del ko di McEnroe a Richmond con Tanner (eccolo lo scalpo del quarto n.1 appeso alla cintura di Roscoe) vince a Memphis e si fa eliminare a La Quinta da Mike Bauer. Californiano di Oakland, Bauer è uno degli otto tennisti ad aver vinto l’unico match disputato contro un n.1 mondiale. Il Congoleum Classic, torneo con 225 mila dollari di montepremi che si svolge al Mission Hills Country Club, è antenato dell’attuale Masters 1000 di Indian Wells e Connors ci arriva in grande fiducia. “Mi sento benissimo” afferma Jimbo dopo aver battuto all’esordio Sammy Giammalva jr. e nulla fa presagire la sconfitta rimediata contro il n.90 ATP che, naturalmente, giudica il 6-3 6-4 inflitto al ben più quotato connazionale come “il miglior risultato della mia carriera”.

 

Il paradosso della situazione – ma non è una novità, accadrà ancora in futuro – è che Lendl va a sedersi sul trono qualche giorno dopo aver perso da Pavel Slozil al primo turno del WCT di Delray Beach, rafforzando così la convinzione di tutti coloro che ritengono il computer inadeguato a stabilire i reali valori del tennis.

Opinioni personali a parte, Lendl raggiunge la vetta ma non ne farà certo buon uso. Nelle prime tredici settimane del suo regno, Ivan colleziona ben sei sconfitte (pur vincendo tre tornei: Milano, Houston e Hilton Head) di cui la più bruciante è sicuramente quella contro McEnroe nella finale del Masters WCT a Dallas. In Texas, John vince 7-6 al quinto set aggiudicandosi il tie-break decisivo per 7-0 con uno stratosferico ultimo punto – recupero vincente su palla corta, con complicità del raccattapalle che abbassa la testa per non intralciare la splendida traiettoria – e conferma, dopo averlo battuto anche a Filadelfia qualche mese prima, di poter vincere il complesso-Lendl.

In termini però di qualità assoluta degli avversari, sono ben altre le battute d’arresto di Ivan che fanno pensare: il 6-1 6-2 con Mark Dickson al primo turno del WCT di Monaco o ancora la sconfitta, sempre al debutto, con l’israeliano Shlomo Glickstein sulla terra di Monte Carlo. Tuttavia, sarà lo stop inflittogli da Balasz Taroczy ad Amburgo a detronizzarlo. Grande specialista della terra rossa (chiuderà la carriera con 20 finali nel circuito, di cui ben 18 su questa superficie), tennista forse un po’ leggero ma assai dotato tecnicamente, l’ungherese detronizza di fatto il n.1 rifilandogli un 6-1 al terzo set negli ottavi e riconsegna la corona a Connors, che si presenta al Roland Garros da leader del ranking.

Ma, vi avevamo avvertito, lassù in cima c’è poca stabilità e a Parigi Jimbo non va oltre i quarti di finale, eliminato nientemeno che da Christophe Roger-Vasselin, semisconosciuto anche al suo stesso pubblico tanto che, quando gli viene chiesto cos’abbia provato a sentire quei “Roger! Roger!” che arrivavano dagli spalti, risponderà sorridendo che “la prossima volta spero che si ricordino che mi chiamo Christophe…”. Cogliendo il risultato più importante della carriera, il n.130 del mondo permette a McEnroe di scendere in campo al Queen’s da leader ma qui in finale rimedia un doppio 6-3 dallo stesso Connors che così difende il titolo a Wimbledon da n.1. I punti in scadenza pesano però sul groppone di Jimmy e la sconfitta negli ottavi con il temibile sudafricano Kevin Curren segna i suoi ultimi giorni, che scadranno appunto il giorno prima dell’anniversario dell’indipendenza statunitense.

Il torneo lo domina McEnroe, che lascia per strada un set a Segarceanu ma regola Lendl in semifinale e strapazza il sorprendente Chris Lewis in finale con un triplice 6-2. John mantiene il primato per 17 settimane, nel corso delle quali viene battuto da due svedesi (Jarryd e Wilander) e soprattutto da Scanlon agli US Open ma l’ennesima rincorsa di Lendl è costellata di ottimi risultati (vittoria a Montreal e San Francisco, semifinale a Cincinnati) e solo la sconfitta nella finale degli US Open per mano di Connors – in quello che sarà l’ultimo degli otto Slam di Jimbo – gli impedisce di operare prima il sorpasso. Infatti, per rivedere Lendl n.1 occorre attendere la fine del torneo indoor di Tokyo, che il cecoslovacco fa suo battendo Scott Davis nell’ultimo atto.

Il finale di stagione, come capita in certe serie tv, è deludente e contraddittorio perché il re del momento, Lendl, perde entrambe le finali importanti a cui partecipa. La prima sull’erba del Kooyong di Melbourne, la seconda al Masters di New York. In Australia – ma era già successo a Cincinnati – c’è un giovane svedese dal radioso futuro a mettere in riga i primi due della classe: si chiama Mats Wilander e di lui sentiremo parlare ancora. Al Madison invece McEnroe, sotto gli occhi della nuova fiamma Tatum O’Neal, ribalta completamente il verdetto dell’anno precedente e finisce alla grande il 1983 sconfinando nella nuova stagione. E il nuovo anno è il 1984, quello in cui Orwell aveva immaginato un mondo diviso in tre grandi potenze. Nel tennis, invece, non ci saranno alternative all’egemonia di un solo Grande Fratello: John McEnroe. Ma di una tra le più incredibili stagioni mai fatte registrare da un tennista parleremo più nel dettaglio nella prossima puntata.

TABELLA SCONFITTE N.1 ATP – SESTA PARTE

ANNONUMERO 1AVVERSARIOSCORETORNEOSUP.
1982CONNORS, JIMMYMcENROE, JOHN16 36SAN FRANCISCOS
1982CONNORS, JIMMYMAYER, GENE36 62 36SYDNEY INDOORH
1983McENROE, JOHNLENDL, IVAN46 46 26MASTERS S
1983McENROE, JOHNTANNER, ROSCOE36 75 26RICHMOND WCTS
1983CONNORS, JIMMYBAUER, MIKE36 46LA QUINTA H
1983LENDL, IVANMcNAMARA, PETER46 64 67BRUXELLESS
1983LENDL, IVANDICKSON, MARK16 26MONACO WCTS
1983LENDL, IVANGLICKSTEIN, SHLOMO26 63 57MONTE CARLOC
1983LENDL, IVANMcENROE, JOHN26 64 36 76 67DALLAS WCTS
1983LENDL, IVANLECONTE, HENRI26 36FOREST HILLS WCTC
1983LENDL, IVANTAROCZY, BALASZ26 64 16AMBURGOC
1983CONNORS, JIMMYROGER-VASSELIN, CHRISTOPHE46 46 67ROLAND GARROSC
1983McENROE, JOHNCONNORS, JIMMY36 36QUEEN’SG
1983CONNORS, JIMMYCURREN, KEVIN36 76 36 67WIMBLEDONG
1983McENROE, JOHNJARRYD, ANDERS36 67CANADA OPENH
1983McENROE, JOHNWILANDER, MATS46 46CINCINNATIH
1983McENROE, JOHNSCANLON, BILL67 67 64 36US OPENH
1983McENROE, JOHNLENDL, IVAN63 67 46SAN FRANCISCOS
1983LENDL, IVANWILANDER, MATS16 46 46AUSTRALIAN OPENG
1984LENDL, IVANMcENROE, JOHN36 46 46MASTERS S


Uno contro tutti: Nastase e Newcombe
Uno contro tutti: Connors
Uno contro tutti: Borg e ancora Connors
Uno contro tutti: Bjorn Borg
Uno contro tutti: da Borg a McEnroe

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Flash

Original 9: Julie Heldman

Secondo dei nove approfondimenti dedicati alle donne che hanno cambiato la storia della WTA. Oggi tocca a Julie Heldman, vincitrice degli Internazionali d’Italia nel 1969. “Un giornale mandò il reporter che si occupava di moda, anziché quello che scriveva di sport”

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Dopo l’articolo introduttivo sulle ‘Original 9’ e una breve carrellata sulle donne che rivoluzionarono il tennis femminile, vi proponiamo i relativi approfondimenti. La seconda protagonista è Julie Heldman, nata l’8 dicembre 1945. Qui l’articolo originale pubblicato sul sito WTA


In questa seconda puntata della nostra serie in onore delle Original 9, Julie Heldman ci riporta al settembre 1970, quando si ribellò contro la vecchia dirigenza tutta maschile dello sport e contribuì a costruire un audace, nuovo futuro per il tennis professionistico femminile.

Figlia del vulcanico magnate del tennis Gladys Heldman, Julie Heldman aveva 25 anni quando firmò un contratto da un dollaro per partecipare al pionieristico torneo organizzato da sua madre, il Virginia Slims Invitational di Houston. Nel corso della sua carriera, la laureata a Stanford aveva conquistato più di venti titoli in singolare, compreso l’Open d’Italia del 1969, e tre medaglie, una per ciascun colore, negli eventi di esibizione alle Olimpiadi di Città del Messico 1968 (il tennis non figurava come disciplina olimpica ufficiale, ndt). Tre volte semifinalista Slam in singolare, aveva raggiunto il numero 5 del mondo e fatto parte di due spedizioni vincenti in Fed Cup, rappresentando gli Stati Uniti.

Julie riflette: “Non penso che qualcuna di noi parlasse davvero di parità di diritti, quell’anno a Houston. Parlavamo solo del diritto di guadagnarci da vivere e del fatto che il primo anno o giù di lì ci dovesse servire per organizzarci e stabilizzarci nel nostro nuovo mondo. Non mi ci è voluto molto, comunque, per capirne gli effetti anche su un contesto più ampio, perché c’erano donne che venivano da tutte le parti per dimostrarci il loro supporto. Visitavamo le case di molte persone, le donne ci avvicinavano e ci dicevano: ‘Il mio matrimonio è a pezzi, voi siete un nuovo tipo di donne… possiamo parlarne?’ Tutto stava cambiando così rapidamente in quel periodo, era la fine degli anni 60, e la gente ci vedeva come pioniere di un mondo nuovo.

“All’inizio, la paura che potessimo essere escluse dai tornei del Grande Slam era reale. C’era tensione evidente, la vita di ciascuna di noi stava per essere profondamente scossa. I giocatori maschi erano tutti contro di noi, la dirigenza del tennis era tutta contro di noi – ricordate, non c’era alcuna dirigente donna a quei tempi. Stavamo facendo un salto nell’ignoto totale. Le giocatrici dovettero fare le loro scelte. Io scelsi in favore della solidarietà.

Questa è la mia memoria ricorrente di quel periodo: il senso di solidarietà e il passo avanti. Io non potevo giocare a Houston a causa di un infortunio al gomito. I miei genitori si erano appena trasferiti da New York e io passai la notte prima dell’inizio del torneo nella nuova casa, parlando al telefono. Le giocatrici chiamavano e dicevano che la USLTA stava minacciando di sospenderle tutte. La mattina in cui il torneo cominciò io non andai al circolo, perché non dovevo giocare, ma quando seppi che le altre giocatrici stavano prendendo posizione, decisi di fare lo stesso, anche se questo avesse significato subire io stessa una sospensione”.

“Nel nuovo circuito accadevano cose folli. Un giornale mandò il reporter che si occupava di moda, anziché quello che scriveva di sport. Dovemmo spiegargli come funzionava il punteggio e cosa fosse un rovescio. Ma io non vedevo le questioni extra campo come una distrazione, significava soltanto dedicare del tempo a qualcosa per cui tutte noi stavamo lavorando. Avevamo bisogno di farlo. Tutte noi dovevamo andare ai cocktail party, fare incontri, presenziare in TV e parlare con i giornalisti, perché quello era il modo per dare il via al nostro tour”.

Traduzione a cura di Filippo Ambrosi

 

Per conoscere meglio le nove protagoniste, il sito della WTA sta pubblicando anche delle brevi video-interviste in cui vengono rivolte a tutte le stesse domande. Di seguito le risposte di Julie Heldman.

Chi era il tuo idolo tennistico?
Mio padre! Era mancino e… molto gentile

I tuoi punti di forza da giocatrice?
 “Avevo un grande dritto ed ero molto combattiva

Torneo preferito?
Il mio torneo preferito era l’Italian Open: era ‘selvaggio’, pazzo e… soleggiato

Cosa serve per essere una campionessa?
La capacità di credere in se stessi e puntare un obiettivo senza lasciare niente di intentato

Momento clou della tua carriera nel tennis?
La vittoria dell’Italian Open!”

La partita che credevi fosse vinta?
Contro Virgina Wade a Los Angeles. Ho servito avanti 5-1 nel terzo set ma mi sono innervosita al punto da non riuscire a colpire la pallina per servire. E ho perso

Se potessi giocare un match di fantasia contro qualsiasi avversaria, quale sceglieresti?
Suzanne Lenglen, perché era straordinaria

La tua tennista preferita da veder giocare oggi?
Era Agnieszka Radwańska, adesso mi piace molto Naomi Osaka


  1. Original 9: Kristy Pigeon 

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Focus

1×04: Ubi Radio vi parla di Ubitennis ai tempi del coronavirus

Cosa è cambiato nella routine redazionale da quando non si gioca più? La quarta puntata di Ubi Radio (inizio ore 19) conclude il breve viaggio dietro le quinte di Ubitennis

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La quarta puntata di Ubi Radio, il nuovo podcast in diretta di Ubitennis, conclude il breve viaggio dietro le quinte del nostro portale iniziato nella scorsa puntata. Se giovedì scorso ci eravamo soffermati su come si muovono normalmente le rotative e come si sono mosse fino a inizio marzo, evidenziando le differenze tra la copertura di un grande torneo e quella di una settimana in cui i big riposano, oggi vi parliamo di come abbiamo cambiato la nostra routine lavorativa da quando la pandemia di coronavirus ha interrotto l’attività dei circuiti.

Come si ‘sopravvive’ a un periodo senza uno straccio di quindici ufficiale? C’è anche qualche aspetto positivo? Accedere alle notizie è più semplice o più difficile? Quanto è forte la tentazione di mettersi a pubblicare video di gattini? Ne parlano Vanni Gibertini e Alessandro Stella.

UBI RADIO – IL TENNIS IN DIRETTA: EPISODIO 4

 

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