ATP e WTA Miami, (s)punti tecnici: la standardizzata solidità di Novak Djokovic

(S)punti Tecnici

ATP e WTA Miami, (s)punti tecnici: la standardizzata solidità di Novak Djokovic

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Il torneo di Miami ci lascia una certezza, la superiorità di Novak Djokovic, e un timore, l’omologazione tecnica quasi irreversibile del tennis

La standardizzata solidità di Novak (e il rovescio di Carla)

 

Con la conclusione del combined di Miami, siamo giunti a un quarto della stagione 2015. Adesso si va per un paio di mesi sulla terra rossa, poi quattro-cinque settimane di erba, e poi di nuovo duro fino alla fine dell’anno. Ma è difficile aspettarsi di vedere cose diverse o più interessanti di quanto espresso finora dai giocatori di alto livello tra l’Australia e l’America, vale a dire veramente, ma veramente poco.

Le tre grandi (o meglio: importanti) finali giocate finora, cioè Melbourne, Indian Wells e Miami, hanno avuto lo stesso vincitore, il numero uno del mondo Novak Djokovic, che ha battuto due volte Andy Murray e una Roger Federer, rispettivamente numeri tre e due del ranking. Di questi match, l’unico che ha offerto qualche risicato spunto di interesse a livello tecnico-tattico è stata la partita con lo svizzero, per merito di quest’ultimo e della sua reazione d’orgoglio e classe, con la quale ha forzato Nole a un terzo set comunque poi portato a casa senza grossi sussulti dal serbo. Intendiamoci: il merito di Federer è stato solo l’aver rotto gli indugi quando ormai sembrava spacciato, mettendosi alla ricerca della verticalizzazione, dell’anticipo e dell’attacco a tutti i costi, movimentando così almeno qualche game di un confronto altrimenti bloccato, come sempre avviene, nello schema della pressione da fondocampo. Per il resto, pallate e basta (belle, tecnicamente eleganti, eccetera, ma sempre pallate sono) anche da parte di Roger.

Come Federer, anche Andy Murray un set a partita con Djokovic è riuscito a vincerlo, ma non avendo l’attitudine offensiva (più che le capacità vere e proprie, Andy in avanti non sarebbe affatto male, ma ce lo devono mandare a pedate a rete) di Roger, lo ha fatto sfruttando al massimo il suo gioco di rimessa, contrattacco se possibile, e solita pressione con i fondamentali da dietro, dando tutto dal punto di vista psico-fisico, e pagandola così carissima con i due 6-0 subiti nei parziali conclusivi sia agli Australian Open che a Miami.

Stranamente, i primi sei-sette game della finale di ieri sera hanno visto Andy e Nole mettere in campo un tennis molto più aggressivo del solito, il che ha prodotto qualche buona cosa in particolare con i passanti dello scozzese e i drop-shot del serbo, ma soprattutto un campionario di “orrori” sottorete davvero difficile da osservare a questi livelli. Da approcci sbagliati sia come scelta di traiettoria che come rotazione, passando per posizionamento e copertura della rete a dir poco approssimativi, finendo con volée tremebonde e appoggiate, così come smash non chiusi o addirittura sbagliati in modo imperdonabile. Esempio perfetto di questo, il secondo punto del match: seconda di Nole, Andy a rete dietro una buona risposta, passante alto, volée da chiudere appoggiata malissimo da Andy, pallonetto di Nole che segue in avanti, passante lento in recupero di Andy, da aggredire e fare un buco per terra, ma Nole volée ancor peggiore, messa di là senza senso, Andy recupera e spara addosso a Nole che blocca d’istinto riuscendo in un ulteriore pallonetto molto fortunoso, errore finale di Andy. Un punto che Becker ed Edberg avrebbero chiuso tre volte a testa in scioltezza, anche adesso a 45 anni suonati (e pure Mahut o Stepanek, senza scomodare i mostri sacri della volée).

Un paio di break per ciascuno, sufficienti per capire che era meglio lasciar stare i sogni di gloria all’attacco e al volo, e i due finalisti sono immediatamente ritornati nella loro “comfort zone” tecnica, ovvero l’ossessiva ragnatela in pressione da fondo, e da lì non si sono più schiodati, salvo quando qualche palla che gridava vendetta se non seguita in avanti li ha costretti alla rete, e nonostante questo hanno ottenuto un 50% scarso di punti al volo, e lo ripeto, nella stragrande maggioranza dei casi erano discese “a chiudere” dietro botte quasi definitive, non certo discese “a giocarsela al volo” dietro approcci pensati per posizionarsi bene e poi trovare volée efficaci. Un tempo, limitarsi a bloccare una risposta al servizio mettendola di là era quasi sempre punto perso, le belve da rete che scendevano dietro quei servizi te la piazzavano tagliata sotto e profondissima, e poi passarli era un incubo. Oggi è paradossalmente diventata una soluzione molte volte vincente, perchè obbliga i picchiatori da fondo a venire avanti a tirar su un colpo basso e scomodo, destabilizzandoli e portandoli in una zona di campo non ben padroneggiata, per poi trovarsi spesso fuori posizione e in balia del successivo passante del ribattitore.

Djokovic è semplicemente più forte di Murray (e attualmente di chiunque) nello stesso, unico tipo di gioco, e come sempre avviene in questi casi, pur messo a tratti in difficoltà da uno scozzese che si è spremuto fino all’ultima goccia di energia, ha finito per prevalere alla distanza esattamente come a Melbourne. Ricordo di aver pensato, guardando dal vivo quella partita, che lo spettacolo della resistenza e dell’intensità fisica, atletica e mentale era certamente notevole, ma il fatto che fosse la sola discriminante, il che si capiva perfettamente fin dall’inizio, era un sintomo decisamente preoccupante per chi ama la tecnica e la strategia in tutte le loro declinazioni e varietà. Fondamentalmente, ce ne stavamo lì in quindicimila ad aspettare chi dei due avrebbe ceduto per primo, con la quasi certezza che sarebbe stato Murray, date le sovrumane doti psico-fisiche di Djokovic. Altri spunti di interesse o di incertezza, riguardo al tennis intendo, come avviene (avveniva?) quando un campione sorprende avversario e pubblico con una soluzione inaspettata, o una finezza di tocco, non pervenuti o quasi. Non credo che gli spettatori in tribuna a Miami, e l’ottimo NoMercy a cui tengo a fare i complimenti, abbiano avuto granchè di più dal match di ieri, e non riesco davvero a vedere come questo possa essere una buona cosa per il nostro sport.

Nole è il campione perfetto del power tennis moderno, fa esattamente quello che fanno tutti gli altri, e lo fa nettamente meglio, ma proprio questa sua superiorità, ultra-specializzata, nell’unico tipo di tennis vincente adesso, rende terribilmente evidente la sua disabitudine e le sue incertezze quando si ritrova dalla riga del servizio in avanti (beninteso, sempre relativamente stiamo parlando, è che da un numero uno tanto dominante non ci si aspetterebbero intere sequenze di volée quasi mai spinte e profonde, e diversi smash tirati in modo goffo a dire poco). Personalmente ammiro e apprezzo moltissimo Paolo Bertolucci al commento tecnico, ma non ho potuto fare a meno di sorridere all’ennesimo “impressionante!” o “fenomenale!” esclamati ieri sera per accelerazioni in anticipo belle, difficili, potenti, tutto quello che volete, ma sempre lì siamo, pallate dopo il rimbalzo. Se il mitico Paolone applicasse questo stesso metro di giudizio tecnico (a cui è obbligato dal tennis di oggi, purtroppo) commentando un Sampras – Rafter o un Navratilova – Graf d’annata, dovrebbe saltare in piedi gridando al miracolo trenta volte a set.

All’orizzonte non si vede nulla di diverso, i giovanotti rampanti, da Kokkinakis a Coric, da Kyrgios a Zverev, sono bravi e dotatissimi, ma rimangono dei picchiatori dalla riga di fondo. Un giorno qualcuno di loro raggiungerà e scavalcherà Djokovic, ma lo farà sempre nello stesso modo, quando Nole non sarà più in grado di reggere fisicamente o mentalmente. Oppure potrebbe farcela uno degli appartenenti all’unica altra “razza tennistica” attualmente competitiva, quella dei bombardieri servizio-dritto, altissimi e meno mobili, Raonic su tutti, e non cambierebbe granchè tecnicamente, salvo scambi più brevi. Difficile, a mio avviso (e non avete idea di quanto sarei felice di sbagliarmi), che un vero giocatore a tutto campo come Dimitrov o un talento sfrenato come Dolgopolov possano mai trovare la continuità per dominare il gioco, finchè le condizioni, superfici e corde in particolare, rimarranno quelle di adesso.

L’unico aspetto che differenzia appena un po’, in meglio, il circuito WTA da quello maschile, è che nonostante l’omologazione tecnica sia totale anche lì, la velocità di palla è fisiologicamente minore, il che concede qualche spazio anche alle giocatrici non “sparapalle” tipo Radwanska oppure, come l’ottima finale conquistata a Miami dimostra, tipo Carla Suarez Navarro (qui l’analisi del suo rovescio), ragazze che cercano la manovra e gli angoli piuttosto che le botte a tutti i costi. Ma alla fine, sono solo buone prestazioni e qualche acuto, i titoli pesanti rimangono appannaggio di Serena (o se non c’è o sta male, Sharapova, Halep, Kvitova, Azarenka, tra un po’ forse Bouchard, Muguruza, eccetera).

Tra i maschi ormai lo svolgimento tattico di un match si decide nella maggior parte dei casi secondo la percentuale di prime palle di servizio, perchè il primo dei due che riesce a mettere i piedi entro la riga di fondo (il battitore se va la prima, il ribattitore se può aggredire la seconda) comincia a tirare manate in progressione, e il punto è quasi sempre suo. Tra le ragazze, oltre a questo, la semplice capacità di sviluppare gioco in lungolinea e non solo attraverso la potenza sulle diagonali (Halep e Pennetta ottime in tale senso) diventa una dote in più estremamente importante, e poco comune, tanto da destabilizzare gli schemi di molte avversarie, ma di verticalizzare e giocare al volo con continuità non se ne parla nemmeno.

Come detto, poco rispetto a tutto quello che il tennis potrebbe (dovrebbe!) essere e offrire, davvero poco. L’impoverimento tecnico c’è, ed è evidentissimo a chiunque segua il nostro magnifico sport da abbastanza tempo, come avevamo provato ad analizzare con AGF qualche mese fa (prima parteseconda parte). Ma come sempre è avvenuto in passato, possiamo e dobbiamo sperare in un “punto di rottura” che porti a qualcosa che potremmo definire “decrescita sostenibile” nel gioco, con il ritorno all’utilizzo di tutte le zone di campo, e di tutti gli stili tecnici, perchè non c’è peggior nemico dello spettacolo (e quindi, nel lungo periodo, del valore economico di uno sport) dell’omologazione e della ripetitività. Sinceramente, quando una finale di Wimbledon viene giocata in modo identico a una finale del Roland Garros, e a maggior ragione in modo identico a qualsiasi match sul cemento, è il momento di porsi degli interrogativi su dove stia andando il tennis. Sempre che non sia ormai troppo tardi.

One-Handed Backhand Appreciation Corner

Tutto, purtroppo, come previsto: finale maschile tra le due migliori Nemesi Bimani del momento, e le briciole per i Guerrieri della Luce, con l’unica consolazione dei buoni progressi del Picchiatore Austriaco Dominic, che potrà regalarci qualche soddisfazione in futuro.

L’impresa Leggendaria arriva dal tabellone femminile, dove la mai abbastanza venerata Jeanne D’Arc della presa Eastern, Carlita “che la Forza ce la conservi” Suarez Navarro, è giunta gloriosamente in finale, prima monomane in fondo a un grande torneo dai tempi di Schiavone a Parigi. La Pantera Nera Serena non le ha lasciato scampo, ma gli applausi degli Illuminati del Lato Chiaro sono tutti per lei.

L‘inverno sta arrivando, e come i Guardiani della Notte noi rimaniamo a sorvegliare la Barriera del Talento a una mano, sapendo di combattere una guerra già persa contro i Bruti Bimani che incalzano sempre di più. Guerra persa, ma non ancora, non del tutto, e certamente non fino a che l’ultimo di noi avrà ceduto e si sarà accasciato esanime: solo allora la nostra Guardia sarà conclusa, ma non importerà più a nessuno, perchè il Buio sarà comunque calato ad avvolgere ogni cosa.

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(S)punti Tecnici

US Open, spunti tecnici più attesi: il segreto del dritto di Berrettini

NEW YORK – Botte clamorose con la battuta, accelerazioni fulminanti da fondocampo, affettate efficacissime, e un ottimo tocco di palla. Matteo ha già tutto quello che serve per il tennis di vertice

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da New York, il nostro inviato

Innanzitutto, ben ritrovati a bordocampo. All’indomani della strepitosa vittoria su Gael Monfils, che consegna Matteo Berrettini alla storia del tennis italiano, con una semifinale Slam su cemento a cui non era mai arrivato nessuno (Corrado Barazzutti, nel 1977, arrivò tra i primi 4 allo US Open, ma si giocava a Forest Hills, su terra verde), era inevitabile il pellegrinaggio all’allenamento del ragazzone di Roma che sta facendo sognare tutti. Sul Grandstand di Flushing Meadows, Matteo ha fatto un’oretta di “training” con coach Santopadre. Quando ho salutato lui e Matteo, belli rilassati e sorridenti, e accompagnati da Craig O’Shannessy, ormai membro aggiunto del team almeno in questo torneo, ho detto scherzando: “Ehi, uno sparring partner giovane oggi vedo“. Vincenzo si è fatto una risata e mi ha risposto: “Beh Luca, bisogna fare allenamento in modo più possibile simile alla partita che verrà. Quindi, c’era bisogno di un mancino con pochi capelli!“. Ecco, questa era l’atmosfera nel pomeriggio di New York, davvero piacevole e allegra.

Tecnicamente, stando in campo con il “team Italia” che tanto successo sta ottenendo quest’anno allo US Open, ho trovato interessante vedere quanto i colpi di Berrettini siano strutturati con l’obiettivo dell’efficienza e dell’incisività. Rispetto a quando lo avevo fotografato e analizzato a Melbourne, gennaio 2018, il dritto mi è sembrato ancora più esplosivo, una botta, il servizio è sempre la specialità di casa, e il rovescio slice è diventato solido e molto efficace. D’altronde, a questi livelli non vai in fondo a tornei del genere con buchi tecnici evidenti, chi critica il rovescio di Matteo dovrebbe provare a starci in campo contro, come ha detto anche Monfils. Vediamoci insieme Berrettini da vicinissimo.

 

Qui sopra, in alto preparazione e caricamento, sotto impatto e finale del dritto in open stance, postura frontale. Da notare, a parte l’ovalizzazione perfetta e l’ottima spinta della gamba esterna, come Matteo tenga l’indice della mano destra ben separato dalle altre dita. La cosa consente una maggiore sensibilità, la nocca del dito avvolge il manico più avanti sostenendolo e “sentendolo”, è il cosiddetto “pistol grip“, l’impugnatura “a pistola”, come se l’indice fosse su un grilletto immaginario. Rispetto al “hammer grip“, che non è l’impugnatura a martello che in italiano è la continental, ma è la postura della mano sul manico a dita raccolte, il vantaggio a livello di percezione e tatto è notevole, a patto che si sia in grado, con la forza dell’arto, di reggere con sufficiente saldezza l’attrezzo. Ecco un esempio più chiaro, per capirci.

Sopra, Dominic Thiem, sotto, Berrettini. Se osserviamo l’indice, la differenza è evidente. Sono due dritti brutali per potenza, efficacissimi entrambi, ma avete presente quando un colpo ha “qualcosa” in più? Magari dà un’impressione di maggior controllo, o di varietà di esecuzioni, tipicamente la capacità di tirare piatto oppure super-arrotato cambiando l’angolo di attacco del piatto corde sulla palla con disinvoltura? Ma non si riesce a focalizzare quale sia la causa, o perché uno ci riesca meglio di un altro? Ecco, questi dettagli spesso sono la risposta. E sappiamo bene che una delle caratteristiche tecniche di Matteo è proprio la capacità di sparare liftoni alternati a manate piatte come niente fosse.

Qui sopra, un dritto classico in neutral stance, affiancato e in proiezione verso avanti, splendida la compostezza e l’allineamento braccio-racchetta. Berrettini a destra ha davvero un colpo di livello top mondiale, ormai, e lo sta ben dimostrando qui a New York.

Qui sopra, vediamo il rovescio tagliato con rotazione all’indietro, ovvero lo slice. Berrettini ha lavorato moltissimo su questo colpo, ce lo ha detto lui stesso, e i risultati si vedono. Non parte molto in alto con la testa della racchetta, non sale troppo con la spalla, e tiene il braccio abbastanza discosto dal corpo (pensiamo a Roberta Vinci, che arrivava dietro la schiena col piatto corde, e avvolgeva il braccio così tanto che ancora un po’ si strangolava da sola, con la spalla destra in gola). Il movimento a colpire risulta più orizzontale, data l’altezza di Matteo la cosa per lui funziona più che bene, ed è ottima la conduzione in orizzontale-esterno del piatto corde, con il gomito che si apre verso destra con timing perfetto. Da vicino, posso assicurarvi che la rasoiata in slice di Berrettini non ha nulla da invidiare, quanto a efficacia e cattiveria della rotazione, a esecuzioni ben più “blasonate” dal punto di vista stilistico. Bravissimo.

Qui sopra, il super-servizio, senza commenti perché le immagini parlano da sole. Il caricamento iniziale, con il brandeggio basculante “alla Raonic”, e il polso morbido, sono caratteristiche personali di Matteo. Dalla “trophy position” in poi, vediamo le immagini, anche scolasticamente è una martellata fantastica, il lieve attimo di surplace con racchetta piatta verso l’alto è sparito, va di taglio ad aggredire la palla in modo perfetto. Che missili, ragazzi.

Per finire in modo curioso, ecco Matteo che si diverte a sperimentare il rovescio a una mano, e devo dire che non è niente male. Meglio non provarci con Nadal, però.

In conclusione, signori, abbiamo un gran bel giocatore, moderno, fisico, potente, e dotato di tecnica assai più raffinata di quanto appaia a prima vista (e soprattutto in TV). La grande sensibilità della sua palla corta ne è un esempio, non spari servizi a 225 all’ora, dritti a 160 dall’altra parte, e poi chiudi il punto con una carezza a mezza spanna dal nastro se non hai tanta, ma tanta “mano”. Un po’ di abitudine ad andare a rete a prendersi qualche punto in più, altra cosa su cui Berrettini e Santopadre ci hanno detto di stare lavorando parecchio, e direi che ci siamo. Non so se basterà con Rafa, naturalmente, ma per una gran carriera ad altissimo livello, che poi è stato già altro che raggiunto, non manca nulla.

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(S)punti Tecnici

Montreal, spunti tecnici: Medvedev, essenziale e cattivo per arrivare al top

L’efficienza e l’incisività del tennis di Daniil sono clamorose. E c’è un piccolo personalismo tecnico che fa quasi solo lui

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da Montreal, il nostro inviato

The guy is a machine“, quel tipo è una macchina, ha commentato Nick Kyrgios dopo aver sconfitto di misura Daniil Medvedev per conquistare il titolo di Washington. Non potrei essere più d’accordo col buon vecchio Nick. Il 23enne moscovita che oggi affronterà Nadal nella finale di Montreal, prima volta sia contro Rafa che nell’atto conclusivo di un “1000”, è sinceramente impressionante. La prima cosa che si nota, vedendolo giocare da vicino, è che il ragazzo è enorme. 1,98 per 85 chili, stesse misure di Alexander Zverev e Marin Cilic, per capirci, eppure finchè non sei a due metri da lui non te ne rendi conto, si muove talmente bene da sembrare decisamente più piccolo, soprattutto se visto in televisione. E poi inizia il bombardamento.

La “macchina Medvedev” è totalmente strutturata per essere efficiente al massimo livello possibile, niente fronzoli, nessuna concessione al cosiddetto “bello stile” (bello rispetto a cosa, poi? Che il tennis non sia una gara di tuffi o uno spettacolo di danza si spera che sia chiaro a tutti). La palla gli viaggia a velocità spaventosa, siamo dalle parti proprio di Kyrgios (o Del Potro, o del picchiatore che volete) come potenza e rapidità dei colpi, sia il servizio, che il dritto, che il rovescio. Vediamocelo insieme direttamente dal “court level” del centrale della “Coupe Rogers”, per poi svelare anche un dettaglio tecnico quasi unico, un modo di gestire il cambio di impugnatura peculiare di Daniil assolutamente personale. Ma andiamo con ordine.

 

Qui sopra, la sequenza di un dritto lungolinea eseguito dopo un passo laterale, open stance, in piena spinta, con impatto in sospensione. Da notare, ed è la caratteristica tecnica principale di Daniil, la linearità, sia del backswing che della successiva sbracciata a colpire. La racchetta va giusta giusta più su della testa del giocatore, e poi rimane al livello delle spalle (e della palla) fino alla fine del follow-through. Bum!, queste sono fucilate che non tornano.

Qui sopra, alcune esecuzioni del dritto su palle a diverse altezze, partendo dall’inizio della preparazione. Da notare, in alto, come Daniil porti la testa della racchetta in avanti verso la palla in arrivo, sotto come l’assetto braccio-racchetta sia sempre perfettamente allineato con la palla stessa, che sia bassa, all’altezza dei fianchi, oppure alta. Semplice, composto, senza sprecare una virgola di energia cinetica e di spinta. Va ancora meglio, se possibile, analizzando il rovescio.

Qui sopra ho evidenziato con la riga gialla i tre momenti “base” dell’esecuzione, ovvero l’apice del backswing, il movimento a colpire, e il finale (prima del rilascio conclusivo che porterà la racchetta dietro le spalle, ma lì ormai è inerzia pura, non c’è più conduzione volontaria dell’attrezzo da parte del giocatore). Anche qui, credo che la pulizia geometrica del colpo parli da sola, nulla da commentare, c’è solo rimanere ammirati nel veder partire la fiondata.

Ancora qualche immagine, di rovesci diversi, per meglio evidenziare quanto sia preciso il movimento di Daniil. Da notare, in alto a sinistra, la bella decontrazione del saltello di approccio in ricerca della palla, per un ragazzone di questa stazza è tanta roba “steppare” con leggerezza simile.

Qui sopra, per completezza, un paio di volée , niente male (potrebbe usare di più e meglio il gioco a rete, a mio avviso, ma si potrebbe dire lo stesso del 90% dei professionisti di oggi), e il servizio. Di nuovo, un gesto completamente privo di movimenti inutili, semplice, con tutte le leve utilizzate in modo corretto, nè più, nè meno. E son botte serie, come i suoi avversari sanno bene.

Ma veniamo, per concludere, alla cosetta un po’ speciale di cui vi accennavo prima. Ecco un breve video tratto sempre dallo stesso allenamento.

Prima a velocità normale, poi in slo-mo per farlo capire bene da due prospettive, vediamo che Daniil, quando passa dalla sua impugnatura semiwestern di dritto “leggera”, non troppo caricata, alla Federer e Berdych insomma, alla classica combinazione continental/eastern del rovescio bimane, lo fa girando la racchetta in senso antiorario, ovvero al contrario! Questo significa che Medvedev colpisce la palla, sia di dritto che di rovescio, con la stessa faccia delle racchetta, il che è rarissimo (lo faceva per esempio Alberto Berasategui, ma per un motivo totalmente diverso, ovvero il grip full-western di dritto che gli faceva portare la racchetta in avanti già girata dall’altra parte).

Alla fine del video, però, per colpire un rovescio in uscita dal servizio, vediamo Daniil effettuare un cambio di impugnatura standard, con racchetta girata “in avanti”, o in senso orario, come fanno tutti insomma. Probabilmente, l’inerzia del movimento di battuta che porta naturalmente la testa della racchetta in basso a sinistra rende più semplice e naturale il cambio di grip standard. Resta il fatto che questo fenomeno è in grado, a livello e soprattutto velocità da tennis professionistico, di ruotare indifferentemente il piatto corde e l’impugnatura in un verso oppure nell’altro, a seconda delle situazioni di gioco. Ci vogliono una destrezza manuale, una sensibilità, un istinto e un tocco straordinari a dire poco, altro che “picchia la palla e basta”.

In definitiva, l’amico Medvedev è l’ultimo rappresentante di quelli che alcuni definiscono “brutti anatroccoli”, per i movimenti nel complesso meno armonici ed eleganti di altri, ma ragazzi, chi se ne frega, se spari vincenti semipiatti da ogni angolo del campo con facilità disarmante. Immaginate la pulizia cinetica e scolastica di Andreas Seppi, unita al talento coordinativo personale nel gestire le leve lunghe, per esempio, di un Florian Mayer (quanto ci manca!), che produce missili come il miglior Berdych. Il tutto condito dalla corretta dose (negli ultimi tempi si è giustamente dato una regolata) di cattiveria e arroganza agonistica. Questo è Daniil Medvedev, signori. A mio avviso, nei prossimi anni dovranno farci i conti tutti.

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Montreal, spunti tecnici: bentornato, Andy Murray

Bello rivedere in campo un campione che temevamo perduto. Analisi della sua esemplare tecnica della risposta al servizio, in vista del ritorno in singolare a Cincinnati

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da Montreal, il nostro inviato

Onestamente, dopo la gran paura che fece prendere a tutti noi a Melbourne quest’anno, scrivere di Sir Andy Murray è un autentico piacere. All’indomani dell’annuncio della partecipazione al Masters 1000 di Cincinnati in singolare, segno che dopo la rischiosa operazione all’anca si sente definitivamente bene, andiamo a vedere insieme uno dei gesti tecnici da sempre migliori del campione britannico: la risposta al servizio. In particolare, è molto interessante analizzare il gioco di gambe di Andy nella proiezione verso la palla, il footwork in generale di Murray è magnifico.

Nel breve video qui sopra, prima una risposta di rovescio, poi una di dritto. Dal vivo e da vicino, una delle cose che più colpiscono di Andy sono le sue caratteristiche movenze felpate, va verso la palla in modo morbido ed elastico, come fosse un gattone. In particolare, nel passaggio del peso dal primo passo lungo in avanzamento allo split step frontale, che successivamente lo proietterà a sinistra o a destra. Diamo un’occhiata più in dettaglio ai frames tratti dallo stesso filmato.

 

Cose belle belle: il timing nello step, che lo fa praticamente fluttuare verso gli appoggi finali, la coordinazione perfetta della rotazione busto spalle, contemporanea alla proiezione in avanti-sinistra della gamba opposta (la destra), il gesto della mano di richiamo (la sinistra) a “tenere su” la testa della racchetta per compensare un attimo di ritardo nello swing (gli stava servendo a tutta Marin Cilic, quindi botte non indifferenti). Che bravo. Vediamo il lato del dritto.

Cose belle belle: sempre la leggerezza unita alla potenza e alla precisione degli appoggi, la gestione dell’asse di equilibrio (Andy sta su perfetto come un filo a piombo dall’inizio alla fine dell’esecuzione, anche in semi-allungo laterale su uno slice di Cilic, che non è uno scherzo), e soprattutto il passo in dinamica della gamba opposta (la sinistra), ancora più evidente che dal lato del rovescio. Il motivo, ovviamente, è che non essendoci il busto di mezzo, l’allungo è superiore, il che comporta la necessità di un passo e di un successivo appoggio più avanzato e largo per compensare la sbracciata mantenendo centrale il peso. Una vera lezione, coach Andy, grazie davvero.

Qui sopra, infine, un altro paio di rovesci in palleggio (a sinistra Andy è uno spettacolo), uno slice e un diagonale in corsa. Un vero piacere guardarlo.

Personalmente, ho sempre mantenuto un salutare distacco dai fanatismi tennistici, e sto pure imparando ad accettare che pressoché qualsiasi cosa io scriva, ci sarà qualcuno che si lamenta perché a suo dire non ho elogiato a sufficienza Federer, Nadal o Djokovic, o vattelapesca. Vabbè, son dinamiche anche psicologiche davanti a cui mi arrendo. Parlando di Andy Murray, però, specialmente in occasione di questo suo rientro, lo dichiaro da ora: io per Muzza farò il tifo contro chiunque giochi, ma tifo vero, di quelli che si esulta al doppio fallo dell’avversario.

Perché se lo merita, se lo si conosce un minimo personalmente è un ragazzo che definire cordiale e simpatico è poco, perché a livello di carattere e apertura mentale (questo lo potete verificare anche senza essere addetti ai lavori, basta scorrere i suoi profili social) è uno da cui una marea di gente avrebbe solo da imparare. Nel frattempo, a proposito di imparare, riguardo alla tecnica del gioco di gambe nella risposta al servizio in avanzamento, le immagini sono lì sopra.

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