ATP e WTA Miami, (s)punti tecnici: la standardizzata solidità di Novak Djokovic

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ATP e WTA Miami, (s)punti tecnici: la standardizzata solidità di Novak Djokovic

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Il torneo di Miami ci lascia una certezza, la superiorità di Novak Djokovic, e un timore, l’omologazione tecnica quasi irreversibile del tennis

La standardizzata solidità di Novak (e il rovescio di Carla)

 

Con la conclusione del combined di Miami, siamo giunti a un quarto della stagione 2015. Adesso si va per un paio di mesi sulla terra rossa, poi quattro-cinque settimane di erba, e poi di nuovo duro fino alla fine dell’anno. Ma è difficile aspettarsi di vedere cose diverse o più interessanti di quanto espresso finora dai giocatori di alto livello tra l’Australia e l’America, vale a dire veramente, ma veramente poco.

Le tre grandi (o meglio: importanti) finali giocate finora, cioè Melbourne, Indian Wells e Miami, hanno avuto lo stesso vincitore, il numero uno del mondo Novak Djokovic, che ha battuto due volte Andy Murray e una Roger Federer, rispettivamente numeri tre e due del ranking. Di questi match, l’unico che ha offerto qualche risicato spunto di interesse a livello tecnico-tattico è stata la partita con lo svizzero, per merito di quest’ultimo e della sua reazione d’orgoglio e classe, con la quale ha forzato Nole a un terzo set comunque poi portato a casa senza grossi sussulti dal serbo. Intendiamoci: il merito di Federer è stato solo l’aver rotto gli indugi quando ormai sembrava spacciato, mettendosi alla ricerca della verticalizzazione, dell’anticipo e dell’attacco a tutti i costi, movimentando così almeno qualche game di un confronto altrimenti bloccato, come sempre avviene, nello schema della pressione da fondocampo. Per il resto, pallate e basta (belle, tecnicamente eleganti, eccetera, ma sempre pallate sono) anche da parte di Roger.

Come Federer, anche Andy Murray un set a partita con Djokovic è riuscito a vincerlo, ma non avendo l’attitudine offensiva (più che le capacità vere e proprie, Andy in avanti non sarebbe affatto male, ma ce lo devono mandare a pedate a rete) di Roger, lo ha fatto sfruttando al massimo il suo gioco di rimessa, contrattacco se possibile, e solita pressione con i fondamentali da dietro, dando tutto dal punto di vista psico-fisico, e pagandola così carissima con i due 6-0 subiti nei parziali conclusivi sia agli Australian Open che a Miami.

Stranamente, i primi sei-sette game della finale di ieri sera hanno visto Andy e Nole mettere in campo un tennis molto più aggressivo del solito, il che ha prodotto qualche buona cosa in particolare con i passanti dello scozzese e i drop-shot del serbo, ma soprattutto un campionario di “orrori” sottorete davvero difficile da osservare a questi livelli. Da approcci sbagliati sia come scelta di traiettoria che come rotazione, passando per posizionamento e copertura della rete a dir poco approssimativi, finendo con volée tremebonde e appoggiate, così come smash non chiusi o addirittura sbagliati in modo imperdonabile. Esempio perfetto di questo, il secondo punto del match: seconda di Nole, Andy a rete dietro una buona risposta, passante alto, volée da chiudere appoggiata malissimo da Andy, pallonetto di Nole che segue in avanti, passante lento in recupero di Andy, da aggredire e fare un buco per terra, ma Nole volée ancor peggiore, messa di là senza senso, Andy recupera e spara addosso a Nole che blocca d’istinto riuscendo in un ulteriore pallonetto molto fortunoso, errore finale di Andy. Un punto che Becker ed Edberg avrebbero chiuso tre volte a testa in scioltezza, anche adesso a 45 anni suonati (e pure Mahut o Stepanek, senza scomodare i mostri sacri della volée).

Un paio di break per ciascuno, sufficienti per capire che era meglio lasciar stare i sogni di gloria all’attacco e al volo, e i due finalisti sono immediatamente ritornati nella loro “comfort zone” tecnica, ovvero l’ossessiva ragnatela in pressione da fondo, e da lì non si sono più schiodati, salvo quando qualche palla che gridava vendetta se non seguita in avanti li ha costretti alla rete, e nonostante questo hanno ottenuto un 50% scarso di punti al volo, e lo ripeto, nella stragrande maggioranza dei casi erano discese “a chiudere” dietro botte quasi definitive, non certo discese “a giocarsela al volo” dietro approcci pensati per posizionarsi bene e poi trovare volée efficaci. Un tempo, limitarsi a bloccare una risposta al servizio mettendola di là era quasi sempre punto perso, le belve da rete che scendevano dietro quei servizi te la piazzavano tagliata sotto e profondissima, e poi passarli era un incubo. Oggi è paradossalmente diventata una soluzione molte volte vincente, perchè obbliga i picchiatori da fondo a venire avanti a tirar su un colpo basso e scomodo, destabilizzandoli e portandoli in una zona di campo non ben padroneggiata, per poi trovarsi spesso fuori posizione e in balia del successivo passante del ribattitore.

Djokovic è semplicemente più forte di Murray (e attualmente di chiunque) nello stesso, unico tipo di gioco, e come sempre avviene in questi casi, pur messo a tratti in difficoltà da uno scozzese che si è spremuto fino all’ultima goccia di energia, ha finito per prevalere alla distanza esattamente come a Melbourne. Ricordo di aver pensato, guardando dal vivo quella partita, che lo spettacolo della resistenza e dell’intensità fisica, atletica e mentale era certamente notevole, ma il fatto che fosse la sola discriminante, il che si capiva perfettamente fin dall’inizio, era un sintomo decisamente preoccupante per chi ama la tecnica e la strategia in tutte le loro declinazioni e varietà. Fondamentalmente, ce ne stavamo lì in quindicimila ad aspettare chi dei due avrebbe ceduto per primo, con la quasi certezza che sarebbe stato Murray, date le sovrumane doti psico-fisiche di Djokovic. Altri spunti di interesse o di incertezza, riguardo al tennis intendo, come avviene (avveniva?) quando un campione sorprende avversario e pubblico con una soluzione inaspettata, o una finezza di tocco, non pervenuti o quasi. Non credo che gli spettatori in tribuna a Miami, e l’ottimo NoMercy a cui tengo a fare i complimenti, abbiano avuto granchè di più dal match di ieri, e non riesco davvero a vedere come questo possa essere una buona cosa per il nostro sport.

Nole è il campione perfetto del power tennis moderno, fa esattamente quello che fanno tutti gli altri, e lo fa nettamente meglio, ma proprio questa sua superiorità, ultra-specializzata, nell’unico tipo di tennis vincente adesso, rende terribilmente evidente la sua disabitudine e le sue incertezze quando si ritrova dalla riga del servizio in avanti (beninteso, sempre relativamente stiamo parlando, è che da un numero uno tanto dominante non ci si aspetterebbero intere sequenze di volée quasi mai spinte e profonde, e diversi smash tirati in modo goffo a dire poco). Personalmente ammiro e apprezzo moltissimo Paolo Bertolucci al commento tecnico, ma non ho potuto fare a meno di sorridere all’ennesimo “impressionante!” o “fenomenale!” esclamati ieri sera per accelerazioni in anticipo belle, difficili, potenti, tutto quello che volete, ma sempre lì siamo, pallate dopo il rimbalzo. Se il mitico Paolone applicasse questo stesso metro di giudizio tecnico (a cui è obbligato dal tennis di oggi, purtroppo) commentando un Sampras – Rafter o un Navratilova – Graf d’annata, dovrebbe saltare in piedi gridando al miracolo trenta volte a set.

All’orizzonte non si vede nulla di diverso, i giovanotti rampanti, da Kokkinakis a Coric, da Kyrgios a Zverev, sono bravi e dotatissimi, ma rimangono dei picchiatori dalla riga di fondo. Un giorno qualcuno di loro raggiungerà e scavalcherà Djokovic, ma lo farà sempre nello stesso modo, quando Nole non sarà più in grado di reggere fisicamente o mentalmente. Oppure potrebbe farcela uno degli appartenenti all’unica altra “razza tennistica” attualmente competitiva, quella dei bombardieri servizio-dritto, altissimi e meno mobili, Raonic su tutti, e non cambierebbe granchè tecnicamente, salvo scambi più brevi. Difficile, a mio avviso (e non avete idea di quanto sarei felice di sbagliarmi), che un vero giocatore a tutto campo come Dimitrov o un talento sfrenato come Dolgopolov possano mai trovare la continuità per dominare il gioco, finchè le condizioni, superfici e corde in particolare, rimarranno quelle di adesso.

L’unico aspetto che differenzia appena un po’, in meglio, il circuito WTA da quello maschile, è che nonostante l’omologazione tecnica sia totale anche lì, la velocità di palla è fisiologicamente minore, il che concede qualche spazio anche alle giocatrici non “sparapalle” tipo Radwanska oppure, come l’ottima finale conquistata a Miami dimostra, tipo Carla Suarez Navarro (qui l’analisi del suo rovescio), ragazze che cercano la manovra e gli angoli piuttosto che le botte a tutti i costi. Ma alla fine, sono solo buone prestazioni e qualche acuto, i titoli pesanti rimangono appannaggio di Serena (o se non c’è o sta male, Sharapova, Halep, Kvitova, Azarenka, tra un po’ forse Bouchard, Muguruza, eccetera).

Tra i maschi ormai lo svolgimento tattico di un match si decide nella maggior parte dei casi secondo la percentuale di prime palle di servizio, perchè il primo dei due che riesce a mettere i piedi entro la riga di fondo (il battitore se va la prima, il ribattitore se può aggredire la seconda) comincia a tirare manate in progressione, e il punto è quasi sempre suo. Tra le ragazze, oltre a questo, la semplice capacità di sviluppare gioco in lungolinea e non solo attraverso la potenza sulle diagonali (Halep e Pennetta ottime in tale senso) diventa una dote in più estremamente importante, e poco comune, tanto da destabilizzare gli schemi di molte avversarie, ma di verticalizzare e giocare al volo con continuità non se ne parla nemmeno.

Come detto, poco rispetto a tutto quello che il tennis potrebbe (dovrebbe!) essere e offrire, davvero poco. L’impoverimento tecnico c’è, ed è evidentissimo a chiunque segua il nostro magnifico sport da abbastanza tempo, come avevamo provato ad analizzare con AGF qualche mese fa (prima parteseconda parte). Ma come sempre è avvenuto in passato, possiamo e dobbiamo sperare in un “punto di rottura” che porti a qualcosa che potremmo definire “decrescita sostenibile” nel gioco, con il ritorno all’utilizzo di tutte le zone di campo, e di tutti gli stili tecnici, perchè non c’è peggior nemico dello spettacolo (e quindi, nel lungo periodo, del valore economico di uno sport) dell’omologazione e della ripetitività. Sinceramente, quando una finale di Wimbledon viene giocata in modo identico a una finale del Roland Garros, e a maggior ragione in modo identico a qualsiasi match sul cemento, è il momento di porsi degli interrogativi su dove stia andando il tennis. Sempre che non sia ormai troppo tardi.

One-Handed Backhand Appreciation Corner

Tutto, purtroppo, come previsto: finale maschile tra le due migliori Nemesi Bimani del momento, e le briciole per i Guerrieri della Luce, con l’unica consolazione dei buoni progressi del Picchiatore Austriaco Dominic, che potrà regalarci qualche soddisfazione in futuro.

L’impresa Leggendaria arriva dal tabellone femminile, dove la mai abbastanza venerata Jeanne D’Arc della presa Eastern, Carlita “che la Forza ce la conservi” Suarez Navarro, è giunta gloriosamente in finale, prima monomane in fondo a un grande torneo dai tempi di Schiavone a Parigi. La Pantera Nera Serena non le ha lasciato scampo, ma gli applausi degli Illuminati del Lato Chiaro sono tutti per lei.

L‘inverno sta arrivando, e come i Guardiani della Notte noi rimaniamo a sorvegliare la Barriera del Talento a una mano, sapendo di combattere una guerra già persa contro i Bruti Bimani che incalzano sempre di più. Guerra persa, ma non ancora, non del tutto, e certamente non fino a che l’ultimo di noi avrà ceduto e si sarà accasciato esanime: solo allora la nostra Guardia sarà conclusa, ma non importerà più a nessuno, perchè il Buio sarà comunque calato ad avvolgere ogni cosa.

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ATP Finals – Spunti Tecnici: Matteo Berrettini e il dritto che fa male anche ai top-players

SPONSORIZZATO – Per non parlare del servizio… Gli straordinari risultati del testimonial Lotto, consolidato ATP Top 10, dipendono in gran parte dal binomio dritto servizio

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(photos @Ray Giubilo per Lotto Sport Italia)
(photo @Ray Giubilo per Lotto Sport Italia)

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Tecnicamente, stando in campo con Matteo Berrettini, che si prepara a giocare le ATP Finals per la seconda volta in carriera (record per il tennis italiano maschile, come l’esaltante finale raggiunta sull’erba di Londra), è molto interessante vedere quanto i colpi dell’azzurro sponsorizzato da Lotto Sport Italia siano strutturati con l’obiettivo dell’efficienza e dell’incisività.

Il dritto è uno dei più potenti e carichi di top-spin del Tour, parole di Novak Djokovic, una botta paragonabile a quella di Juan Martin del Potro, il servizio è sempre la specialità di casa, e il rovescio slice (con rotazione all’indietro) è diventato solido e molto efficace. D’altronde, a questi livelli non vai in fondo agli Slam con buchi tecnici evidenti, chi critica il rovescio di Matteo dovrebbe provare a starci in campo contro, come ha detto anche Monfils dopo averci perso a New York due anni fa. Vediamoci insieme Berrettini da vicinissimo.

(photos @Ray Giubilo per Lotto Sport Italia)
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Qui sopra, un paio di esecuzioni del dritto in open stance, postura frontale, il classico “sventaglio” con cui l’italiano martella a ritmo altissimo da ogni angolo del campo. Da notare, a parte l’ovalizzazione perfetta e l’ottima spinta della gamba esterna, come Matteo tenga l’indice della mano destra ben separato dalle altre dita. La cosa consente una maggiore sensibilità, la nocca del dito avvolge il manico più avanti sostenendolo e “sentendolo”, è il cosiddetto “pistol grip“, l’impugnatura “a pistola”, come se l’indice fosse su un grilletto immaginario. Rispetto al “hammer grip“, che non è l’impugnatura a martello che in italiano è la continental, ma è la postura della mano sul manico a dita raccolte, il vantaggio a livello di percezione e tatto è notevole, a patto che si sia in grado, con la forza dell’arto, di reggere con sufficiente saldezza l’attrezzo. Ecco un esempio più chiaro, per capirci.

 

Sopra, Dominic Thiem, sotto, Berrettini. Se osserviamo l’indice, la differenza è evidente. Sono due dritti brutali per potenza, efficacissimi entrambi, ma avete presente quando un colpo ha “qualcosa” in più? Magari dà un’impressione di maggior controllo, o di varietà di esecuzioni, tipicamente la capacità di tirare piatto oppure super-arrotato cambiando l’angolo di attacco del piatto corde sulla palla con disinvoltura? Ma non si riesce a focalizzare quale sia la causa, o perché uno ci riesca meglio di un altro? Ecco, questi dettagli spesso sono la risposta. E sappiamo bene che una delle caratteristiche tecniche di Matteo è proprio la capacità di sparare liftoni alternati a manate piatte come niente fosse.

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(photos @Ray Giubilo per Lotto Sport Italia)
(photos @Ray Giubilo per Lotto Sport Italia)

Qui sopra, vediamo il rovescio tagliato con rotazione all’indietro, ovvero lo slice. Berrettini ha lavorato moltissimo su questo colpo, ce lo ha detto lui stesso, e i risultati si vedono. Non parte molto in alto con la testa della racchetta, non sale troppo con la spalla, e tiene il braccio abbastanza discosto dal corpo (pensiamo a Roberta Vinci, che arrivava dietro la schiena col piatto corde, e avvolgeva il braccio così tanto che ancora un po’ si strangolava da sola, con la spalla destra in gola). Il movimento a colpire risulta più orizzontale, data l’altezza di Matteo la cosa per lui funziona più che bene, ed è ottima la conduzione del piatto corde, con postura perfettamente composta, come si può apprezzare nella seconda immagine. Notevole la capacità di andare basso con le ginocchia, data la stazza del giocatore. La rasoiata in slice di Berrettini non ha nulla da invidiare, quanto a efficacia e cattiveria della rotazione, a esecuzioni ben più “blasonate” dal punto di vista stilistico. Bravissimo.

Qui sopra (sequenza originale ed esclusiva di Ubitennis da Indian Wells), il super-servizio, senza commenti perché le immagini parlano da sole. Il caricamento iniziale, con il brandeggio basculante “alla Raonic”, e il polso morbido, con presa leggerissima, sono caratteristiche personali di Matteo. Decontrazione totale, che produce una frustata con pochi eguali nel circuito. Dalla “trophy position” in poi, vediamo le immagini, anche scolasticamente è una martellata fantastica, il lieve attimo di surplace con racchetta piatta verso l’alto, difettuccio veniale ma presente fino a tre anni fa, è sparito, Matteo va di taglio ad aggredire la palla in modo perfetto. Che missili, ragazzi.

In conclusione, abbiamo un gran bel giocatore, moderno, fisico, potente, e dotato di tecnica assai più raffinata di quanto appaia a prima vista (e soprattutto in TV). La grande sensibilità della sua palla corta ne è un esempio, non spari servizi a 225 all’ora, dritti a 160 dall’altra parte, e poi chiudi il punto con una carezza a mezza spanna dal nastro se non hai tanta, ma tanta “mano”. Un po’ di abitudine ad andare a rete a prendersi qualche punto in più, altra cosa su cui Berrettini e Santopadre ci hanno detto di stare lavorando parecchio, con successo viste le vittorie, e il “pacchetto” è completo.

Terzo anno chiuso in top-10 ATP, titoli prestigiosi come al Queen’s Club, soddisfazioni personali come la convocazione per il team Europa alla Laver Cup, e il sogno della finale di Wimbledon: Matteo Berrettini è arrivato tra i grandi del tennis, e ha intenzione di rimanerci a lungo.

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Wimbledon, uno sguardo tecnico: cosa deve fare Berrettini per battere Hurkacz

Preview tecnica delle semifinali maschili: per Berrettini saranno fondamentali servizio e slice di rovescio, Hurkacz dovrà… rispondere. Le speranze di Shapovalov? Sbracciare come non ci fosse un domani

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Matteo Berrettini - Wimbledon 2021 (credit AELTC/Edward Whitaker)

In occasione delle semifinali maschili di Wimbledon, con la storica presenza di Matteo Berrettini, tornano le preview tecniche di Luca Baldissera – purtroppo non da bordo campo, a causa delle difficoltà attuale indotte dalla pandemia. Ma Luca conta di tornare a scrivere presto anche dal campo!


Djokovic contro tutti? Il “mantra” di questi ultimi giorni di torneo, quando i contendenti per il singolare maschile sono rimasti in quattro, sembra essere quello. Da un lato il supercampione, che dà costantemente l’impressione di viaggiare con il “cruise control“; dall’altro tre giovanotti di belle, se non bellissime, speranze. Che potrebbero arrivare a realizzarsi proprio qui a Church Road, chissà, anche se appare onestamente molto difficile. Ma andiamo con ordine, cosa possiamo aspettarci oggi pomeriggio?

Matteo Berrettini vs Hubert Hurkacz

Cosa deve fare Matteo per vincere: testa bassa, e fiducia totale nelle sue armi migliori, che possono essere devastanti per chiunque. Il servizio, innanzitutto, con le straordinarie percentuali di unreturned serves“, le palle che non tornano, dato assai più importante e significativo degli ace, dovrà mantenere l’efficacia mostrata finora. Siamo poco sotto al 50% in 5 partite, prime e seconde aggregate, tantissima roba, in cima alla classifica di questa statistica. Se poi qualcosa dall’altro lato della rete effettivamente ritornerà, entra in azione il dritto, che è una cannonata di velocità e pesantezza molto superiori a qualunque accelerazione dell’avversario. Si entra nello scambio? Allora ecco lo slice di rovescio, sempre interpretato come arma tattica che consenta poi di girarsi e mettere in azione il drittone di cui sopra. Tutto molto semplice tatticamente per Berrettini, dipenderà da lui e dalle percentuali che saprà realizzare.

 

Cosa deve fare Hubert per vincere: rispondere, rispondere, rispondere. Se vieni travolto dal bombardamento di Matteo non hai scampo, i suoi turni di battuta durano poco, e tu vai in affanno anche quando tocca a te servire, sapendo di non poterti permettere la minima sbavatura. Attenzione a non attaccare con troppa disinvoltura il rovescio dell’italiano, che è capace di giocare slice bassi e insidiosi, ma il pallino del gioco deve essere tuo. Tre-quattro colpi al massimo e poi via dentro, sfruttando la qualità dei due fondamentali. In un match del genere, come fosse un duello nel vecchio west, vince chi estrae la pistola e spara per primo. Purtroppo per Hurkacz, il calibro di Berrettini appare di poco superiore.

Novak Djokovic vs Denis Shapovalov

Cosa deve fare Denis per vincere: sbracciare a tutto campo come non ci fosse un domani (anche perché, se non ci riesce, il “domani tennistico” non ci sarà di sicuro). Ricordarsi del 13 maggio a Roma, quando fece soffrire Rafa Nadal per tre ore e mezza, sciorinando un tennis d’attacco di esplosività formidabile. Quando un tipo come Shapovalov decide di spaccare la palla, sono guai per tutti, Djokovic compreso. Ma gli alti e bassi di rendimento tipici del canadese, uno come Khachanov (per esempio) te li perdona, Novak no. Lo schema dritto mancino (e servizio) a spostare lateralmente l’avversario, seguito dall’accelerazione incrociata dall’altra parte può essere letale, specialmente se eseguita con l’anticipo di rovescio. Il problema, per Denis, è che anche tutto questo potrebbe non bastare, visto il mostro di continuità che si troverà davanti. Ma questo non deve impedirgli di provarci con tutta la convinzione possibile. Come lui stesso ha detto, in fondo si parte sempre da 0-0.

Denis Shapovalov – Wimbledon 2021 (via Twitter, @Wimbledon)

Cosa deve fare Novak per vincere: presentarsi in campo (ok, scherzo). Il buon vecchio Djoker, per vincere, dovrà “semplicemente” alzare un minimo i suoi standard di rendimento soprattutto in risposta, e ricordarsi del primo set in assoluto giocato (e perso) in questo torneo dal giovane inglese Draper. I servizi mancini danno fastidio a tutti, Nole compreso, ma quando hai una qualità nell’impatto di rovescio di livello clamoroso devi fidarti del tuo colpo, e mollare il più spesso possibile l’anticipo diagonale o lungolinea. Se riesci a togliere da subito l’iniziativa a uno come Shapovalov, il resto (ovvero il controllo del palleggio e delle geometrie da fondocampo) diventa ordinaria amministrazione. Occhio a non rischiare troppo con le seconde palle aggressive, contro Shapovalov – che non è Nadal in risposta – non dovrebbe essere necessario, e regalare punti così è sempre pericoloso. Il pubblico sarà in maggioranza favorevole al canadese, ma questo non ha mai costituito un problema per Djokovic, come ha abbondantemente dimostrato proprio sul campo centrale due anni fa.

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US Open, spunti tecnici più attesi: il segreto del dritto di Berrettini

NEW YORK – Botte clamorose con la battuta, accelerazioni fulminanti da fondocampo, affettate efficacissime, e un ottimo tocco di palla. Matteo ha già tutto quello che serve per il tennis di vertice

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da New York, il nostro inviato

Innanzitutto, ben ritrovati a bordocampo. All’indomani della strepitosa vittoria su Gael Monfils, che consegna Matteo Berrettini alla storia del tennis italiano, con una semifinale Slam su cemento a cui non era mai arrivato nessuno (Corrado Barazzutti, nel 1977, arrivò tra i primi 4 allo US Open, ma si giocava a Forest Hills, su terra verde), era inevitabile il pellegrinaggio all’allenamento del ragazzone di Roma che sta facendo sognare tutti. Sul Grandstand di Flushing Meadows, Matteo ha fatto un’oretta di “training” con coach Santopadre. Quando ho salutato lui e Matteo, belli rilassati e sorridenti, e accompagnati da Craig O’Shannessy, ormai membro aggiunto del team almeno in questo torneo, ho detto scherzando: “Ehi, uno sparring partner giovane oggi vedo“. Vincenzo si è fatto una risata e mi ha risposto: “Beh Luca, bisogna fare allenamento in modo più possibile simile alla partita che verrà. Quindi, c’era bisogno di un mancino con pochi capelli!“. Ecco, questa era l’atmosfera nel pomeriggio di New York, davvero piacevole e allegra.

Tecnicamente, stando in campo con il “team Italia” che tanto successo sta ottenendo quest’anno allo US Open, ho trovato interessante vedere quanto i colpi di Berrettini siano strutturati con l’obiettivo dell’efficienza e dell’incisività. Rispetto a quando lo avevo fotografato e analizzato a Melbourne, gennaio 2018, il dritto mi è sembrato ancora più esplosivo, una botta, il servizio è sempre la specialità di casa, e il rovescio slice è diventato solido e molto efficace. D’altronde, a questi livelli non vai in fondo a tornei del genere con buchi tecnici evidenti, chi critica il rovescio di Matteo dovrebbe provare a starci in campo contro, come ha detto anche Monfils. Vediamoci insieme Berrettini da vicinissimo.

 

Qui sopra, in alto preparazione e caricamento, sotto impatto e finale del dritto in open stance, postura frontale. Da notare, a parte l’ovalizzazione perfetta e l’ottima spinta della gamba esterna, come Matteo tenga l’indice della mano destra ben separato dalle altre dita. La cosa consente una maggiore sensibilità, la nocca del dito avvolge il manico più avanti sostenendolo e “sentendolo”, è il cosiddetto “pistol grip“, l’impugnatura “a pistola”, come se l’indice fosse su un grilletto immaginario. Rispetto al “hammer grip“, che non è l’impugnatura a martello che in italiano è la continental, ma è la postura della mano sul manico a dita raccolte, il vantaggio a livello di percezione e tatto è notevole, a patto che si sia in grado, con la forza dell’arto, di reggere con sufficiente saldezza l’attrezzo. Ecco un esempio più chiaro, per capirci.

Sopra, Dominic Thiem, sotto, Berrettini. Se osserviamo l’indice, la differenza è evidente. Sono due dritti brutali per potenza, efficacissimi entrambi, ma avete presente quando un colpo ha “qualcosa” in più? Magari dà un’impressione di maggior controllo, o di varietà di esecuzioni, tipicamente la capacità di tirare piatto oppure super-arrotato cambiando l’angolo di attacco del piatto corde sulla palla con disinvoltura? Ma non si riesce a focalizzare quale sia la causa, o perché uno ci riesca meglio di un altro? Ecco, questi dettagli spesso sono la risposta. E sappiamo bene che una delle caratteristiche tecniche di Matteo è proprio la capacità di sparare liftoni alternati a manate piatte come niente fosse.

Qui sopra, un dritto classico in neutral stance, affiancato e in proiezione verso avanti, splendida la compostezza e l’allineamento braccio-racchetta. Berrettini a destra ha davvero un colpo di livello top mondiale, ormai, e lo sta ben dimostrando qui a New York.

Qui sopra, vediamo il rovescio tagliato con rotazione all’indietro, ovvero lo slice. Berrettini ha lavorato moltissimo su questo colpo, ce lo ha detto lui stesso, e i risultati si vedono. Non parte molto in alto con la testa della racchetta, non sale troppo con la spalla, e tiene il braccio abbastanza discosto dal corpo (pensiamo a Roberta Vinci, che arrivava dietro la schiena col piatto corde, e avvolgeva il braccio così tanto che ancora un po’ si strangolava da sola, con la spalla destra in gola). Il movimento a colpire risulta più orizzontale, data l’altezza di Matteo la cosa per lui funziona più che bene, ed è ottima la conduzione in orizzontale-esterno del piatto corde, con il gomito che si apre verso destra con timing perfetto. Da vicino, posso assicurarvi che la rasoiata in slice di Berrettini non ha nulla da invidiare, quanto a efficacia e cattiveria della rotazione, a esecuzioni ben più “blasonate” dal punto di vista stilistico. Bravissimo.

Qui sopra, il super-servizio, senza commenti perché le immagini parlano da sole. Il caricamento iniziale, con il brandeggio basculante “alla Raonic”, e il polso morbido, sono caratteristiche personali di Matteo. Dalla “trophy position” in poi, vediamo le immagini, anche scolasticamente è una martellata fantastica, il lieve attimo di surplace con racchetta piatta verso l’alto è sparito, va di taglio ad aggredire la palla in modo perfetto. Che missili, ragazzi.

Per finire in modo curioso, ecco Matteo che si diverte a sperimentare il rovescio a una mano, e devo dire che non è niente male. Meglio non provarci con Nadal, però.

In conclusione, signori, abbiamo un gran bel giocatore, moderno, fisico, potente, e dotato di tecnica assai più raffinata di quanto appaia a prima vista (e soprattutto in TV). La grande sensibilità della sua palla corta ne è un esempio, non spari servizi a 225 all’ora, dritti a 160 dall’altra parte, e poi chiudi il punto con una carezza a mezza spanna dal nastro se non hai tanta, ma tanta “mano”. Un po’ di abitudine ad andare a rete a prendersi qualche punto in più, altra cosa su cui Berrettini e Santopadre ci hanno detto di stare lavorando parecchio, e direi che ci siamo. Non so se basterà con Rafa, naturalmente, ma per una gran carriera ad altissimo livello, che poi è stato già altro che raggiunto, non manca nulla.

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