ATP e WTA Miami, (s)punti tecnici: la standardizzata solidità di Novak Djokovic

(S)punti Tecnici

ATP e WTA Miami, (s)punti tecnici: la standardizzata solidità di Novak Djokovic

Pubblicato

il

 
 

Il torneo di Miami ci lascia una certezza, la superiorità di Novak Djokovic, e un timore, l’omologazione tecnica quasi irreversibile del tennis

La standardizzata solidità di Novak (e il rovescio di Carla)

 

Con la conclusione del combined di Miami, siamo giunti a un quarto della stagione 2015. Adesso si va per un paio di mesi sulla terra rossa, poi quattro-cinque settimane di erba, e poi di nuovo duro fino alla fine dell’anno. Ma è difficile aspettarsi di vedere cose diverse o più interessanti di quanto espresso finora dai giocatori di alto livello tra l’Australia e l’America, vale a dire veramente, ma veramente poco.

Le tre grandi (o meglio: importanti) finali giocate finora, cioè Melbourne, Indian Wells e Miami, hanno avuto lo stesso vincitore, il numero uno del mondo Novak Djokovic, che ha battuto due volte Andy Murray e una Roger Federer, rispettivamente numeri tre e due del ranking. Di questi match, l’unico che ha offerto qualche risicato spunto di interesse a livello tecnico-tattico è stata la partita con lo svizzero, per merito di quest’ultimo e della sua reazione d’orgoglio e classe, con la quale ha forzato Nole a un terzo set comunque poi portato a casa senza grossi sussulti dal serbo. Intendiamoci: il merito di Federer è stato solo l’aver rotto gli indugi quando ormai sembrava spacciato, mettendosi alla ricerca della verticalizzazione, dell’anticipo e dell’attacco a tutti i costi, movimentando così almeno qualche game di un confronto altrimenti bloccato, come sempre avviene, nello schema della pressione da fondocampo. Per il resto, pallate e basta (belle, tecnicamente eleganti, eccetera, ma sempre pallate sono) anche da parte di Roger.

Come Federer, anche Andy Murray un set a partita con Djokovic è riuscito a vincerlo, ma non avendo l’attitudine offensiva (più che le capacità vere e proprie, Andy in avanti non sarebbe affatto male, ma ce lo devono mandare a pedate a rete) di Roger, lo ha fatto sfruttando al massimo il suo gioco di rimessa, contrattacco se possibile, e solita pressione con i fondamentali da dietro, dando tutto dal punto di vista psico-fisico, e pagandola così carissima con i due 6-0 subiti nei parziali conclusivi sia agli Australian Open che a Miami.

Stranamente, i primi sei-sette game della finale di ieri sera hanno visto Andy e Nole mettere in campo un tennis molto più aggressivo del solito, il che ha prodotto qualche buona cosa in particolare con i passanti dello scozzese e i drop-shot del serbo, ma soprattutto un campionario di “orrori” sottorete davvero difficile da osservare a questi livelli. Da approcci sbagliati sia come scelta di traiettoria che come rotazione, passando per posizionamento e copertura della rete a dir poco approssimativi, finendo con volée tremebonde e appoggiate, così come smash non chiusi o addirittura sbagliati in modo imperdonabile. Esempio perfetto di questo, il secondo punto del match: seconda di Nole, Andy a rete dietro una buona risposta, passante alto, volée da chiudere appoggiata malissimo da Andy, pallonetto di Nole che segue in avanti, passante lento in recupero di Andy, da aggredire e fare un buco per terra, ma Nole volée ancor peggiore, messa di là senza senso, Andy recupera e spara addosso a Nole che blocca d’istinto riuscendo in un ulteriore pallonetto molto fortunoso, errore finale di Andy. Un punto che Becker ed Edberg avrebbero chiuso tre volte a testa in scioltezza, anche adesso a 45 anni suonati (e pure Mahut o Stepanek, senza scomodare i mostri sacri della volée).

Un paio di break per ciascuno, sufficienti per capire che era meglio lasciar stare i sogni di gloria all’attacco e al volo, e i due finalisti sono immediatamente ritornati nella loro “comfort zone” tecnica, ovvero l’ossessiva ragnatela in pressione da fondo, e da lì non si sono più schiodati, salvo quando qualche palla che gridava vendetta se non seguita in avanti li ha costretti alla rete, e nonostante questo hanno ottenuto un 50% scarso di punti al volo, e lo ripeto, nella stragrande maggioranza dei casi erano discese “a chiudere” dietro botte quasi definitive, non certo discese “a giocarsela al volo” dietro approcci pensati per posizionarsi bene e poi trovare volée efficaci. Un tempo, limitarsi a bloccare una risposta al servizio mettendola di là era quasi sempre punto perso, le belve da rete che scendevano dietro quei servizi te la piazzavano tagliata sotto e profondissima, e poi passarli era un incubo. Oggi è paradossalmente diventata una soluzione molte volte vincente, perchè obbliga i picchiatori da fondo a venire avanti a tirar su un colpo basso e scomodo, destabilizzandoli e portandoli in una zona di campo non ben padroneggiata, per poi trovarsi spesso fuori posizione e in balia del successivo passante del ribattitore.

Djokovic è semplicemente più forte di Murray (e attualmente di chiunque) nello stesso, unico tipo di gioco, e come sempre avviene in questi casi, pur messo a tratti in difficoltà da uno scozzese che si è spremuto fino all’ultima goccia di energia, ha finito per prevalere alla distanza esattamente come a Melbourne. Ricordo di aver pensato, guardando dal vivo quella partita, che lo spettacolo della resistenza e dell’intensità fisica, atletica e mentale era certamente notevole, ma il fatto che fosse la sola discriminante, il che si capiva perfettamente fin dall’inizio, era un sintomo decisamente preoccupante per chi ama la tecnica e la strategia in tutte le loro declinazioni e varietà. Fondamentalmente, ce ne stavamo lì in quindicimila ad aspettare chi dei due avrebbe ceduto per primo, con la quasi certezza che sarebbe stato Murray, date le sovrumane doti psico-fisiche di Djokovic. Altri spunti di interesse o di incertezza, riguardo al tennis intendo, come avviene (avveniva?) quando un campione sorprende avversario e pubblico con una soluzione inaspettata, o una finezza di tocco, non pervenuti o quasi. Non credo che gli spettatori in tribuna a Miami, e l’ottimo NoMercy a cui tengo a fare i complimenti, abbiano avuto granchè di più dal match di ieri, e non riesco davvero a vedere come questo possa essere una buona cosa per il nostro sport.

Nole è il campione perfetto del power tennis moderno, fa esattamente quello che fanno tutti gli altri, e lo fa nettamente meglio, ma proprio questa sua superiorità, ultra-specializzata, nell’unico tipo di tennis vincente adesso, rende terribilmente evidente la sua disabitudine e le sue incertezze quando si ritrova dalla riga del servizio in avanti (beninteso, sempre relativamente stiamo parlando, è che da un numero uno tanto dominante non ci si aspetterebbero intere sequenze di volée quasi mai spinte e profonde, e diversi smash tirati in modo goffo a dire poco). Personalmente ammiro e apprezzo moltissimo Paolo Bertolucci al commento tecnico, ma non ho potuto fare a meno di sorridere all’ennesimo “impressionante!” o “fenomenale!” esclamati ieri sera per accelerazioni in anticipo belle, difficili, potenti, tutto quello che volete, ma sempre lì siamo, pallate dopo il rimbalzo. Se il mitico Paolone applicasse questo stesso metro di giudizio tecnico (a cui è obbligato dal tennis di oggi, purtroppo) commentando un Sampras – Rafter o un Navratilova – Graf d’annata, dovrebbe saltare in piedi gridando al miracolo trenta volte a set.

All’orizzonte non si vede nulla di diverso, i giovanotti rampanti, da Kokkinakis a Coric, da Kyrgios a Zverev, sono bravi e dotatissimi, ma rimangono dei picchiatori dalla riga di fondo. Un giorno qualcuno di loro raggiungerà e scavalcherà Djokovic, ma lo farà sempre nello stesso modo, quando Nole non sarà più in grado di reggere fisicamente o mentalmente. Oppure potrebbe farcela uno degli appartenenti all’unica altra “razza tennistica” attualmente competitiva, quella dei bombardieri servizio-dritto, altissimi e meno mobili, Raonic su tutti, e non cambierebbe granchè tecnicamente, salvo scambi più brevi. Difficile, a mio avviso (e non avete idea di quanto sarei felice di sbagliarmi), che un vero giocatore a tutto campo come Dimitrov o un talento sfrenato come Dolgopolov possano mai trovare la continuità per dominare il gioco, finchè le condizioni, superfici e corde in particolare, rimarranno quelle di adesso.

L’unico aspetto che differenzia appena un po’, in meglio, il circuito WTA da quello maschile, è che nonostante l’omologazione tecnica sia totale anche lì, la velocità di palla è fisiologicamente minore, il che concede qualche spazio anche alle giocatrici non “sparapalle” tipo Radwanska oppure, come l’ottima finale conquistata a Miami dimostra, tipo Carla Suarez Navarro (qui l’analisi del suo rovescio), ragazze che cercano la manovra e gli angoli piuttosto che le botte a tutti i costi. Ma alla fine, sono solo buone prestazioni e qualche acuto, i titoli pesanti rimangono appannaggio di Serena (o se non c’è o sta male, Sharapova, Halep, Kvitova, Azarenka, tra un po’ forse Bouchard, Muguruza, eccetera).

Tra i maschi ormai lo svolgimento tattico di un match si decide nella maggior parte dei casi secondo la percentuale di prime palle di servizio, perchè il primo dei due che riesce a mettere i piedi entro la riga di fondo (il battitore se va la prima, il ribattitore se può aggredire la seconda) comincia a tirare manate in progressione, e il punto è quasi sempre suo. Tra le ragazze, oltre a questo, la semplice capacità di sviluppare gioco in lungolinea e non solo attraverso la potenza sulle diagonali (Halep e Pennetta ottime in tale senso) diventa una dote in più estremamente importante, e poco comune, tanto da destabilizzare gli schemi di molte avversarie, ma di verticalizzare e giocare al volo con continuità non se ne parla nemmeno.

Come detto, poco rispetto a tutto quello che il tennis potrebbe (dovrebbe!) essere e offrire, davvero poco. L’impoverimento tecnico c’è, ed è evidentissimo a chiunque segua il nostro magnifico sport da abbastanza tempo, come avevamo provato ad analizzare con AGF qualche mese fa (prima parteseconda parte). Ma come sempre è avvenuto in passato, possiamo e dobbiamo sperare in un “punto di rottura” che porti a qualcosa che potremmo definire “decrescita sostenibile” nel gioco, con il ritorno all’utilizzo di tutte le zone di campo, e di tutti gli stili tecnici, perchè non c’è peggior nemico dello spettacolo (e quindi, nel lungo periodo, del valore economico di uno sport) dell’omologazione e della ripetitività. Sinceramente, quando una finale di Wimbledon viene giocata in modo identico a una finale del Roland Garros, e a maggior ragione in modo identico a qualsiasi match sul cemento, è il momento di porsi degli interrogativi su dove stia andando il tennis. Sempre che non sia ormai troppo tardi.

One-Handed Backhand Appreciation Corner

Tutto, purtroppo, come previsto: finale maschile tra le due migliori Nemesi Bimani del momento, e le briciole per i Guerrieri della Luce, con l’unica consolazione dei buoni progressi del Picchiatore Austriaco Dominic, che potrà regalarci qualche soddisfazione in futuro.

L’impresa Leggendaria arriva dal tabellone femminile, dove la mai abbastanza venerata Jeanne D’Arc della presa Eastern, Carlita “che la Forza ce la conservi” Suarez Navarro, è giunta gloriosamente in finale, prima monomane in fondo a un grande torneo dai tempi di Schiavone a Parigi. La Pantera Nera Serena non le ha lasciato scampo, ma gli applausi degli Illuminati del Lato Chiaro sono tutti per lei.

L‘inverno sta arrivando, e come i Guardiani della Notte noi rimaniamo a sorvegliare la Barriera del Talento a una mano, sapendo di combattere una guerra già persa contro i Bruti Bimani che incalzano sempre di più. Guerra persa, ma non ancora, non del tutto, e certamente non fino a che l’ultimo di noi avrà ceduto e si sarà accasciato esanime: solo allora la nostra Guardia sarà conclusa, ma non importerà più a nessuno, perchè il Buio sarà comunque calato ad avvolgere ogni cosa.

Continua a leggere
Commenti

(S)punti Tecnici

Alta intensità a Indian Wells: Berrettini e Tsitsipas a tutto braccio [VIDEO]

Due ore di pallate tra Matteo e Stefanos, spettacolo di potenza sul campo di allenamento

Pubblicato

il

Matteo Berrettini e Stefanos Tsitsipas, Indian Wells 2022 (foto Ubitennis)

da Indian Wells, il nostro inviato

Poche parole, tante immagini: il modo migliore di apprezzare il tennis, visto da vicinissimo, di due top-player. Nel primo pomeriggio californiano, Matteo Berrettini e Stefanos Tsitsipas sono andati in campo sul “practice court 1” di Indian Wells, e hanno fatto divertire gli spettatori assiepati sulle tribune.
Vi documentiamo l’allenamento dei ragazzi con una serie di video esclusivi, da pochi metri: andiamo a goderceli in compagnia.

Palleggio dal centro, è sempre incredibile vedere come si muove un omone come Berrettini:

 

Sale il ritmo:

La palla schiocca, le scarpe fischiano:

Open stance piena, pallate una dietro l’altra:

Dall’altra parte della rete, non scherza nemmeno Stefanos:

Si comincia coi diagonaloni di dritto:

Matteo non si fa pregare, e in quattro botte costringe Tsitsipas alla steccata:

Si provano i colpi in chiusura, siamo verso la fine della sessione:

Per finire la carrellata, prima le cose belle di Stefanos col rovescio a una mano:

E poi la specialità di casa Berrettini, servizio e due drittoni:

Un gran bel pomeriggio di sport al massimo livello, tra il numero 5 e il numero 6 del mondo: la competizione sta appena iniziando, ma nel “Paradiso del tennis” le cose sono già interessantissime e appassionanti.
Per quello che abbiamo potuto vedere, anche parlandone un attimo con Matteo e Vincenzo Santopadre, il nostro miglior giocatore sembra stare bene, ha tirato senza paura, speriamo che possa disputare un buon torneo.

Spunti tecnici: il segreto del dritto di Berrettini
Spunti tecnici: Tsitsipas, forse abbiamo trovato un nuovo Airone

Continua a leggere

(S)punti Tecnici

Spunti tecnici: Sinner, decontrazione e scioltezza

Jannik è forse il miglior colpitore puro che il tennis italiano abbia mai visto. Velocità di palla altissima, fluidità totale

Pubblicato

il

Non era mai successo che il tennis azzurro contasse due giocatori contemporaneamente tra i primi 10 della classifica mondiale come accaduto fino alla settimana scorsa. Così come non era mai successo, tra gli italiani, quello che ha realizzato nel 2021 Jannik Sinner, 20 anni, ovvero vincere ben 4 tornei ATP in una stagione (i “250” di Melbourne, Sofia e Anversa, e il “500” di Washinghton, più una finale Masters 1000 persa a Miami). Il giovane ex sciatore della Val Pusteria sta vivendo, da ormai un paio d’anni, un percorso di progresso tecnico e tattico a tratti esaltante, meritatamente condito da vittorie di peso e una conseguente scalata verso i piani alti del nostro sport, dove ha raggiunto Matteo Berrettini, che sta facendo sognare i tifosi non solo nostrani.

La cifra del gioco di Sinner, tennista modernissimo come impostazione tecnico tattica, è la qualità del palleggio aggressivo da fondocampo. Dritto e rovescio di Jannik sono fucilate in costante accelerazione, con una capacità fenomenale di creare velocità di palla da ogni angolo del campo. Come ci riesce il nostro campione? Andiamo ad analizzarlo, ringraziando l’imprescindibile Vanni Gibertini per i video e le immagini originali ed esclusive di Ubitennis direttamente realizzate da Indian Wells nell’ottobre 2021. Iniziamo con un video rallentato, dove possiamo apprezzare due dritti e un rovescio.

Quello che salta subito all’occhio, oltre alla generale compostezza della postura e dell’equilibrio, è la facilità con cui Jannik fa scorrere la testa della racchetta attraverso la palla, senza perderne minimamente il controllo. Andando a osservare con attenzione alcuni “frame” tratti dallo stesso filmato, possiamo notare la caratteristica speciale degli swing di Sinner: il giocatore è talmente decontratto da far finire l’attrezzo praticamente nello stesso punto, ben alto e dietro le spalle, da cui ha iniziato il movimento a colpire.

 

Questa ampiezza dell’ovalizzazione non è un dettaglio peculiare di Jannik, è tecnica abbastanza standard, quello che risulta straordinario nel caso dell’azzurro è che di norma uno swing così sciolto, in gergo si direbbe “a tutto braccio”, viene “lasciato andare” così tanto nel momento in cui si vuole produrre un’accelerazione vincente, alla massima velocità possibile, con tutti i rischi di errore annessi. Sinner, invece, lo fa in ogni singolo colpo, botta dopo botta, mantenendo percentuali altissime di successo, ed è da questo che deriva la sensazione di ritmo impossibile da reggere che tanti dei suoi avversari hanno provato e poi raccontato dopo averlo affrontato.
Andando a vedere i frame, la stessa cosa avviene dal lato del rovescio.

Rovescio che è il colpo più naturale di Jannik, anche se a ben vedere i progressi degli ultimi tempi hanno portato anche il dritto a essere un’arma di pari efficacia. La caratteristica principale del colpo bimane di Sinner è l’estrema semplicità della preparazione, un “backswing” eseguito praticamente in linea, un po’ come nel caso di Daniil Medvedev. Molto differente rispetto, per esempio, all’ovalizzazione più “rotonda” di uno come Alexander Zverev, nessuna delle due tecniche esecutive è migliore o peggiore dell’altra, sono solo personalismi coordinativi. Vediamo il confronto qui sotto, con un’immagine di Sascha sempre da Indian Wells, la differenza di altezza della testa della racchetta all’apice del backswing è chiarissima.

La preparazione con ovalizzazione facilita un minimo l’accelerazione della testa della racchetta, che viene “aiutata” dal percorso bello tondeggiante che va a effettuare (come nel caso di praticamente tutti i dritti standard), mentre quella in linea, a patto di avere la scioltezza di braccia necessaria per far viaggiare l’attezzo, rende più semplice andare a impattare “attraversando la palla”, con poca rotazione, e altissima rapidità del colpo. Lo vediamo dall’inizio alla fine qui sotto.

L’intero movimento, dal backswing fino all’impatto, vede la testa della racchetta di Jannik che non va più in alto rispetto alla linea delle spalle, e non viene portata più in basso dei fianchi, rimanendo in un “binario” di poche decine di centimetri in verticale. L’accompagnamento finale, sempre composto e con la racchetta che segue la direzione della palla prima del già commentato, scioltissimo “wrap” (avvolgimento delle braccia) sopra la spalla opposta, conclude un’esecuzione a dir poco spettacolare.

Dal binario di cui sopra partono gli autentici treni, lungolinea e incrociati, con cui il rovescio di Sinner fa a fette il campo e di conseguenza gli avversari.
Riassumendo, con i fondamentali al rimbalzo, siamo davanti a una macchina lanciamissili che ha pochi eguali nel circuito, paragonabile a quello che era Tomas Berdych (ma con maggiori margini a mio avviso), e per quanto riguarda il rovescio, l’eccellenza è assoluta, al livello dei migliori di tutti, come i citati Zverev e Medvedev. Forse solo il bimane del grande Novak Djokovic, attualmente, potrebbe farsi preferire a quello di Sinner, ma per una questione di varietà tattica di soluzioni che deriva dall’esperienza del fuoriclasse, non certo per qualità tecnica in senso stretto.
A partire dallo scorso anno Jannik sta lavorando molto per migliorare il servizio, che è un colpo ben eseguito e che produce bella velocità, ma a volte tende a non ottenere sufficienti percentuali e angoli efficaci. Il problema (relativo, parlando di livelli simili) appare in gran parte risolto, certo Sinner è difficile che si trasformi in un bombardiere alla Berrettini, ma se riesce ad ottenere un congruo bottino di punti diretti, e negli altri casi a comandare lo scambio scatenando il pazzesco ritmo da fondo analizzato prima, va benissimo così. Lo vediamo qui sotto:

Esecuzione assolutamente corretta, ottimo impatto, si può notare che Sinner tende a rimanere molto verticale con relativa minore uscita dell’anca in avanti, e di conseguenza azione del piano delle spalle meno accentuata, ma anche qui siamo davanti a caratteristiche coordinative personali, quello che conta è la sensazione e la sicurezza nel colpo che può sentire solo il giocatore stesso. Nel corso dell’ultimo anno Jannik è passato dalla tecnica foot-up, cioè con il piede posteriore che fa un passo in avanti a raggiungere quello anteriore, a quella foot-back, con i piedi entrambi a terra in fase di caricamento. Di solito in questo modo si può regolarizzare il lancio di palla, e pare che per Sinner la cosa funzioni. Ormai le prime palle vanno spesso a 200 kmh e anche di più, le seconde non sono facili da aggredire, e oltre a questo ricordiamo che la fase di evoluzione tecnica del giocatore non è ancora conclusa. In ogni caso, è stata raggiunta l’elite del tennis mondiale, se poi immaginiamo ulteriori margini di miglioramento anche tattici, come la capacità di chiudere a rete con angoli e soprattutto tempi di esecuzione sempre più efficaci, il futuro non potrà che riservarci soddisfazioni che attendevamo tutti da una vita.

Continua a leggere

(S)punti Tecnici

ATP Finals – Spunti Tecnici: Matteo Berrettini e il dritto che fa male anche ai top-players

SPONSORIZZATO – Per non parlare del servizio… Gli straordinari risultati del testimonial Lotto, consolidato ATP Top 10, dipendono in gran parte dal binomio dritto servizio

Pubblicato

il

(photos @Ray Giubilo per Lotto Sport Italia)
(photo @Ray Giubilo per Lotto Sport Italia)

Acquista l’outfit di Berrettini

Tecnicamente, stando in campo con Matteo Berrettini, che si prepara a giocare le ATP Finals per la seconda volta in carriera (record per il tennis italiano maschile, come l’esaltante finale raggiunta sull’erba di Londra), è molto interessante vedere quanto i colpi dell’azzurro sponsorizzato da Lotto Sport Italia siano strutturati con l’obiettivo dell’efficienza e dell’incisività.

Il dritto è uno dei più potenti e carichi di top-spin del Tour, parole di Novak Djokovic, una botta paragonabile a quella di Juan Martin del Potro, il servizio è sempre la specialità di casa, e il rovescio slice (con rotazione all’indietro) è diventato solido e molto efficace. D’altronde, a questi livelli non vai in fondo agli Slam con buchi tecnici evidenti, chi critica il rovescio di Matteo dovrebbe provare a starci in campo contro, come ha detto anche Monfils dopo averci perso a New York due anni fa. Vediamoci insieme Berrettini da vicinissimo.

(photos @Ray Giubilo per Lotto Sport Italia)
(photos @Ray Giubilo per Lotto Sport Italia)

Qui sopra, un paio di esecuzioni del dritto in open stance, postura frontale, il classico “sventaglio” con cui l’italiano martella a ritmo altissimo da ogni angolo del campo. Da notare, a parte l’ovalizzazione perfetta e l’ottima spinta della gamba esterna, come Matteo tenga l’indice della mano destra ben separato dalle altre dita. La cosa consente una maggiore sensibilità, la nocca del dito avvolge il manico più avanti sostenendolo e “sentendolo”, è il cosiddetto “pistol grip“, l’impugnatura “a pistola”, come se l’indice fosse su un grilletto immaginario. Rispetto al “hammer grip“, che non è l’impugnatura a martello che in italiano è la continental, ma è la postura della mano sul manico a dita raccolte, il vantaggio a livello di percezione e tatto è notevole, a patto che si sia in grado, con la forza dell’arto, di reggere con sufficiente saldezza l’attrezzo. Ecco un esempio più chiaro, per capirci.

 

Sopra, Dominic Thiem, sotto, Berrettini. Se osserviamo l’indice, la differenza è evidente. Sono due dritti brutali per potenza, efficacissimi entrambi, ma avete presente quando un colpo ha “qualcosa” in più? Magari dà un’impressione di maggior controllo, o di varietà di esecuzioni, tipicamente la capacità di tirare piatto oppure super-arrotato cambiando l’angolo di attacco del piatto corde sulla palla con disinvoltura? Ma non si riesce a focalizzare quale sia la causa, o perché uno ci riesca meglio di un altro? Ecco, questi dettagli spesso sono la risposta. E sappiamo bene che una delle caratteristiche tecniche di Matteo è proprio la capacità di sparare liftoni alternati a manate piatte come niente fosse.

Acquista l’outfit di Berrettini

(photos @Ray Giubilo per Lotto Sport Italia)
(photos @Ray Giubilo per Lotto Sport Italia)

Qui sopra, vediamo il rovescio tagliato con rotazione all’indietro, ovvero lo slice. Berrettini ha lavorato moltissimo su questo colpo, ce lo ha detto lui stesso, e i risultati si vedono. Non parte molto in alto con la testa della racchetta, non sale troppo con la spalla, e tiene il braccio abbastanza discosto dal corpo (pensiamo a Roberta Vinci, che arrivava dietro la schiena col piatto corde, e avvolgeva il braccio così tanto che ancora un po’ si strangolava da sola, con la spalla destra in gola). Il movimento a colpire risulta più orizzontale, data l’altezza di Matteo la cosa per lui funziona più che bene, ed è ottima la conduzione del piatto corde, con postura perfettamente composta, come si può apprezzare nella seconda immagine. Notevole la capacità di andare basso con le ginocchia, data la stazza del giocatore. La rasoiata in slice di Berrettini non ha nulla da invidiare, quanto a efficacia e cattiveria della rotazione, a esecuzioni ben più “blasonate” dal punto di vista stilistico. Bravissimo.

Qui sopra (sequenza originale ed esclusiva di Ubitennis da Indian Wells), il super-servizio, senza commenti perché le immagini parlano da sole. Il caricamento iniziale, con il brandeggio basculante “alla Raonic”, e il polso morbido, con presa leggerissima, sono caratteristiche personali di Matteo. Decontrazione totale, che produce una frustata con pochi eguali nel circuito. Dalla “trophy position” in poi, vediamo le immagini, anche scolasticamente è una martellata fantastica, il lieve attimo di surplace con racchetta piatta verso l’alto, difettuccio veniale ma presente fino a tre anni fa, è sparito, Matteo va di taglio ad aggredire la palla in modo perfetto. Che missili, ragazzi.

In conclusione, abbiamo un gran bel giocatore, moderno, fisico, potente, e dotato di tecnica assai più raffinata di quanto appaia a prima vista (e soprattutto in TV). La grande sensibilità della sua palla corta ne è un esempio, non spari servizi a 225 all’ora, dritti a 160 dall’altra parte, e poi chiudi il punto con una carezza a mezza spanna dal nastro se non hai tanta, ma tanta “mano”. Un po’ di abitudine ad andare a rete a prendersi qualche punto in più, altra cosa su cui Berrettini e Santopadre ci hanno detto di stare lavorando parecchio, con successo viste le vittorie, e il “pacchetto” è completo.

Terzo anno chiuso in top-10 ATP, titoli prestigiosi come al Queen’s Club, soddisfazioni personali come la convocazione per il team Europa alla Laver Cup, e il sogno della finale di Wimbledon: Matteo Berrettini è arrivato tra i grandi del tennis, e ha intenzione di rimanerci a lungo.

Acquista l’outfit di Berrettini

Continua a leggere
Advertisement
Advertisement

⚠️ Warning, la newsletter di Ubitennis

Iscriviti a WARNING ⚠️

La nostra newsletter, divertente, arriva ogni venerdì ed è scritta con tanta competenza ed ironia. Privacy Policy.

 

Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement