A ritmo di Slam: i trofei “spartiti” del 2018

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A ritmo di Slam: i trofei “spartiti” del 2018

Cecchinato, Djokovic, Osaka e Zverev: i sorprendenti solisti della seconda parte dell’anno

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Dopo aver ammirato le opere sconvolgenti di un 2018 agli sgoccioli, con il 2019 cominciato soltanto da poche ore, è doveroso un assaggio musicale che ha inizio in uno dei teatri più sontuosi del circuito: il Philippe Chatrier di Parigi.

Il velluto rosso si apre, l’orchestra accorda gli strumenti, a calcare la scena è un pianista semisconosciuto, che porta un tocco di azzurro in una Parigi monocorde: Marco Cecchinato. La sua racchetta scorre sulla tastiera, macchiandola di rosso. La sua musica fa sogghignare gli scettici spettatori, ma entusiasma gli animi azzurri che lo sostengono a gran voce in modalità rock con l’incessante “pooo-popopo-po-pooo-po”. Contro ogni pronostico si impone su tutti gli altri orchestranti, dal primo movimento fino al quarto, quando arriva colui che ha già vinto il Roland Garros due anni fa: Novak Djokovic. Il suono dello strumento serbo è martellante, incessante, tuttavia Ceck risponde bombardando Nole di lob virtuosi e smorzate improvvise. La melodia del suo rovescio ad una mano incanta, il dritto è un colpo di coda deflagrante, le scelte tattiche sono in sinergia con il ritmo serrato della danza serba. Ai primi due set fa seguito uno scroscio di applausi per il musicista italiano, che subisce un calo di prestazione nel terzo, ma nella fase finale è lui a suonare l’ultima nota, costringendo Djokovic ad una discesa a rete, infilzata da un lob di rovescio che tocca la linea di fondo e regala a Cecchinato il miglior successo della sua carriera.

Il nostro pianista si issa fino alla semifinale (non avendo mai vinto una partita in un Major precedentemente) 40 anni dopo l’ultimo italiano a riuscirci nel medesimo torneo: Corrado Barazzutti. Purtroppo il meraviglioso crescendo rossiniano viene bruscamente interrotto dal mozartiano Dominic Thiem. “È una musica che non so suonare”, direbbe Marco nei panni di Novecento (il pianista sull’oceano di Baricco) ed è costretto a dover perfezionare ancora di più i suoi rintocchi per poter essere l’ultimo ad inchinarsi di fronte alla platea. Ogni musicista presente al Roland Garros ha contribuito a creare l’armonia, ma alla fine è il direttore d’orchestra a scegliere come si concluderà l’opera. E così, l’uomo che sta sul piedistallo con la bacchetta in mano decide di terminare il concerto in maniera trionfale, dirompente, rubando la scena a tutti gli orchestranti: il Maestro della terra rossa, Rafael Nadal, non lascia scampo all’austriaco, mettendo la firma sulla sua 11esima sinfonia parigina.

 

Tuttavia, il direttore spagnolo deve cedere la bacchetta nello scenario londinese a Novak Djokovic, dopo 5 ore e 15 minuti di battaglia. I due si passano il testimone nella semifinale di Wimbledon, conclusasi 10-8 al quinto set. Nadal è costretto a salutare il pubblico inchinandosi all’esecuzione perfetta del solista serbo, il quale impone un “presto con fuoco” a ritmo serratissimo: i suoi prodigiosi recuperi in allungo sono delle biscrome incessanti, che tolgono il fiato a Rafa. Nella finale, Kevin Anderson sostiene il suono della racchetta dell’inscalfibile Nole: palleggio solido, senza sbavature e il quarto Wimbledon in carriera è servito. Lo Slam di Londra è solo l’ouverture dell’opera che andrà in scena a Flushing Meadows. Infatti, Djokovic svilisce gli altri archi, i suoi assoli portano allo sfinimento un del Potro sfiancato, che cede la finale in 3 set. Novak chiude la sua lirica con uno smash prima di cadere a terra esultante e di lasciare un altro segno nella storia del tennis: 14esimo Slam e di nuovo tra i primi tre del mondo, per poi chiudere la stagione sul trono mondiale.

Siamo sempre nella finale degli US Open, ma a suonare sono Serena Williams e Naomi Osaka. Le due fanno riecheggiare i loro strumenti senza risparmiarsi: la nipponica è esplosiva, potente, prestante, ma è risaputo che Serena non sia da meno. L’armonia perfetta viene interrotta sull’uno pari del secondo movimento, quando viene attribuito un warning a Williams per coaching e gliene verrà dato un altro, in seguito ad un gesto di frustrazione. L’episodio scatena la statunitense che perde completamente il ritmo dell’esecuzione. È proprio ora che il tempo vivace lascia spazio alla prestazione moderata di Naomi: decisa, solida negli spostamenti, dai fondamentali vigorosi. Serena deve farsi da parte e lasciare la scena alla giovane tennista che gestisce le emozioni alla perfezione e strappa il 24esimo Slam all’avversaria, conquistando il suo primo Major.

Tuttavia, Osaka non è la sola nuova solista a farsi sentire in quest’annata: il 21enne Alexander Zverev scalza i vecchi maestri e fa risuonare il suo gioco. Dopo le ottime esecuzioni in teatri prestigiosi (Roma 2017, Montreal 2017 e Madrid 2018), Sascha comincia la sua cavalcata delle valchirie nelle ATP Finals di Londra. Il più piccolo tra i grandi direttori d’orchestra, capace di domare sua maestà Roger Federer a suon di servizi e sciabolate da fondo campo. Il gran finale arriva nell’ultimo step: il tedeschino non si lascia intimorire neanche dal vincitore di Wimbledon e US Open della stagione. La differenza sostanziale è nel servizio, marchio di fabbrica di Zverev, ma anche i suoi attacchi e passanti armonizzano il gioco. Il tentativo di serve & volley di Djokovic viene annichilito con un’arcata lungolinea di Sascha, che diventa così Maestro del 2018. Siamo in inverno, ormai, eppure il trionfo dei due giovani tennisti ha il sapore di una primavera vivaldiana.

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La prova della Lotto Raptor Hyperpulse 100

Recensione e test in campo della scarpa Lotto Raptor Hyperpulse 100: stabilità e leggerezza con l’innovativa suola Vibram®

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Da oltre 45 anni Lotto Sport risponde alle esigenze di atleti professionisti e amatori per offrire loro il meglio in termini di stile e funzionalità. Per questo la collezione Performance autunno inverno 2021 vede il ritorno di Raptor nella sua naturale evoluzione: la Raptor Hyperpulse 100. La nuova scarpa da uomo rispetta il passato per proiettarsi verso il futuro. Alle caratteristiche che l’hanno resa celebre – supporto e stabilità – si aggiungono leggerezza e confort fin dalla prima calzata.
Tante le innovazioni, a partire dalla tomaia in mesh ultra sottile in poliestere a doppio strato, che garantisce leggerezza e traspirabilità, alla trama in Kurim degli inserti posizionati nella parte alta della scarpa. Questi inserti rinforzano l’area dell’avampiede e, grazie al taglio aereodinamico consentono di fendere l’aria con meno attrito. Lo stesso materiale avvolge la punta della scarpa, l’area soggetta a maggior sfregamento con il terreno. L’altezza del tacco si assesta a circa 2,8 centimetri, è massiva ma, come vedremo in seguito, assicura un’ammortizzazione eccellente garantita dal sistema Hyperpulse. Questa innovativa tecnologia, realizzata in una combinazione di ETPU ed EVA, presenta uno speciale design lamellare che assorbe l’impatto e restituisce energia. A questo sistema di ammortizzazione, si aggiunge la soletta estraibile spessa 8 millimetri, circa il doppio delle solette delle scarpe concorrenti, e realizzata in materiale Ortholite per un ulteriore confort. L’intersuola garantisce maggiore leggerezza e, grazie alla sua struttura specifica, stabilità media e laterale. La tecnologia BFC, realizzata in materiale TPU e posizionata nell’area centrale del piede, determina un controllo perfetto in torsione e maggiore stabilità. Infine, va menzionata la suola della scarpa studiata da Vibram® in collaborazione con Lotto Sport, e realizzata in una speciale mescola, differenziata per superfici in terra e cemento, la quale assicura trazione e resistenza elevate.

TEST IN CAMPO

La scarpa non si calza con estrema facilità, ma, una volta indossata ed effettuato i primi movimenti in campo, sentirete subito una sensazione di naturale protezione. L’allacciatura è molto robusta e trattiene saldamente la linguetta. Si percepisce subito la stabilità, soprattutto nei movimenti laterali,
molto esplosivi. La scarpa pesa circa 360 grammi (in taglia 42) e quindi risulta abbastanza leggera; si sente quando si flette l’avampiede per la ricerca della massima velocità in avanti. Il pregio più grande della scarpa è però l’ammortizzazione, l’azione della soletta che, grazie al sistema Hyperpulse, assicura un buon assorbimento dell’impatto e ottimo confort quando il piede tocca terra, soprattutto sul cemento ma anche sulla terra battuta. L’abbiamo testata su entrambe le superfici e, nonostante la scarpa avesse la suola per cemento, il grip è risultato ottimo anche sulla terra battuta. Riservandoci di verificare col passare del tempo l’efficacia del lavoro sviluppato da Vibram® in termini di durabilità e resistenza, ci limitiamo a dire che la suola è molto robusta e che il grip sul terreno è eccellente. Dopo diverse ore di gioco emerge che la Raptor Hyperpulse 100 si può adattare benissimo a diversi tipi di giocatori: il peso contenuto piacerà ai tennisti che cercano velocità e reattività, mentre la robustezza della costruzione incontrerà le esigenze di coloro che necessitano stabilità e controllo.

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CONCLUSIONI

La Raptor Hyperpulse 100 è un modello che potrà soddisfare un’ampia gamma di giocatori, un ottimo compromesso per chi cerca in una scarpa velocità, reattività ma anche robustezza. Le competitor di questo prodotto sono tutte di fascia alta: Solecourt Boost di Adidas, Vapor di Nike e Eclipsion di Yonex. La Raptor è una scarpa solida, all-round, un altro ottimo prodotto che dimostra l’eccellenza italiana nella progettazione delle calzature tecniche e sportive.

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Coppa Davis

In difesa del tennis, sempre e comunque. Anche questa bistrattata Coppa Davis è tennis. E tennis vero

I giocatori si battono, si impegnano alla morte. A Torino, Innsbruck, Madrid. E non è solo questione di soldi. Vedi Kukushkin, Sinner, Djokovic. Tanti errori. Non avrei voluto cambiarla così. Ma è meglio che niente

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Novak Djokovic - Coppa Davis 2021 (photo by Manuel Queimadelos / Quality Sport Images / Kosmos Tennis)

Sono più innamorato del tennis che dei nomi che si danno agli eventi. Sono cresciuto con la racchetta in mano e i miei sogni da bambino erano di poter un giorno giocare a Wimbledon e in Coppa Davis, non necessariamente in quell’ordine. Non ce l’ho fatta e il rimpianto è stato di non poter giocare le qualificazioni di Wimbledon nel ’73, quando avrei potuto farle perché avevo fatto dei buonissimi risultati nell’attività di college negli Stati Uniti, battendo fra gli altri il n.1 del Messico Loyo Mayo ma non solo, e per l’appunto per via del boicottaggio di 82 dei primi 100 tennisti del mondo (il numero andrebbe verificato, cito a memoria) a seguito del “caso Pilic” tante volte descritto, l’accesso ai Championships era assai più abbordabile.

Ma mio padre stava molto male, tornai precipitosamente dagli Stati Uniti e dovetti rinunciare a giocarle, con grande dispiacere… perché oltretutto sull’erba giocavo meglio che su altre superfici. Nelle Fiji avevo anche vinto un torneo di doppio organizzato da John Newcombe – lui che mi premiava è uno dei miei più bei ricordi – e me l’ero cavata benino anche in singolare raggiungendo i quarti. Non era uno Slam eh. E nemmeno un 250…

Tutta questa lunga premessa, che ai miei più incalliti denigratori parrà solo sfoggio autocelebrativo, in realtà l’ho fatta perché Davis e Wimbledon, Wimbledon e Davis, sono miei due grandi amori e mai li tradirei come ha fatto David Haggerty, l’attuale presidente della federazione internazionale, e anche tutte le federazioni che lo hanno fatto, inclusa la nostra. Quasi tutte, anche la nostra, lo hanno fatto per i soldi che la vecchia Davis non garantiva e che questa, con l’investimento monstre di Piqué e soci, invece li garantisce a federazioni e giocatori. 3 miliardi di dollari… per 25 anni se ho ben capito. Ma fossero anche meno… hanno consentito di tenerla in vita quando stava morendo perché 130 federazioni su 160 non ce la facevano a mantenersi e a mantenerla.

 

Ciò detto, e pur dichiarandomi io nostalgicamente innamorato anche dei match tre set su cinque, che secondo me garantiscono quasi sempre che a vincere sia il più forte – mentre così non è sulla distanza dei due set su tre; capisco il gusto della sorpresa e del poter dire “C’ero anch’io quando…” – e pur capendo che tutti quelli che hanno giocato la vecchia Coppa Davis inorridiscano nel seguire la nuova versione subentrata all’ultima vinta dalla Croazia nel 2018 e vorrebbero cambiarle il nome (Tennis World Cup?) per evitare, come dice Nicola Pietrangeli, che il suo ideatore Dwight Davis, si rivolti nella tomba, trovo però che sia sbagliato anche disprezzare tutto quello che si sta vedendo in questi giorni.

Sempre tennis è. Ed è vero tennis. Magari più triste perché non c’è sempre l’atmosfera che c’era una volta se una delle due squadre in campo giocava in casa e c’era sulle tribune un entusiasmo travolgente – e sono quindi certamente ancora più preoccupato di quanto potrà accadere negli Emirati Arabi l’anno prossimo… in attesa di scoprire domenica mattina ulteriori dettagli su come si pensa di organizzare l’evento – ma a me che gli si cambi il nome o non glielo si cambi, interessa il giusto. Mi piace vedere tennis e se vedo che si gioca con lo spirito giusto, e non quello delle per me insopportabili esibizioni, a me sta bene così. Preferirei vedere giocare tutti i campioni, certo – è scontato! – però se tanti di quelli dalle loro orecchie non ci sentono – e non ci sentivano neppure prima, almeno negli ultimi anni – pazienza, ce ne faremo una ragione.

Non si può scandalizzarci per i soldi messi in palio da Piqué e soci, o dagli arabi, se poi anche i tennisti più famosi snobbano – perché più facile fare soldi in altro modo – questo evento che come tutte le cose nuove commette errori di vario tipo, prima programmando incontri che finiscono all’alba (vedi 2019 alla Caja Magica), poi facendoli cominciare tardi (a Torino come a Madrid) e finire ad orari sempre assurdi, infine pensando di giocare parte degli incontri indoor per poi finire con la rassegna finale outdoor a tutt’altre temperature e superfici con pochi giorni di intervallo e viaggi aerei di 6 o 7 ore a dir poco… Così pare che potrebbe accadere a Abu Dhabi e da Hewitt a Djokovic a Kukushkin avete già sentito le sdegnate reazioni.

Non so come andrà, se si rivelerà un flop, o un obbrobrio come dice Pietrangeli, che certo dopo aver giocato 164 match in un certo modo non può davvero rassegnarsi a 87 anni a veder chiamare Coppa Davis un evento che non gli assomiglia salvo per il fatto di essere una competizione a squadre. Del resto anche i mondiali di calcio in Qatar non mi convincono. Però non sono d’accordo con chi dice: “Allora meglio nulla”. Io in queste due settimane, fra Torino e Madrid, sto vedendo dell’ottimo tennis. Anche se l’ho visto giocare a pochi top-ten. Ma Sinner è stato grande o no? Djokovic non vale la pena vederlo? Medvedev e Rublev preferireste stessero in Costa Azzurra? Berrettini non ci sarebbe stato se avesse potuto? Avremmo avuto metà dei top-ten… E i doppi erano brutti se giocati da Mektic/Pavic, Cabal/Farah, Sock/Ram?

Mi pare che si esageri in snobismo. E in catastrofismo. Io non sto dicendo che questa sia la soluzione migliore, ma tutti quella che la criticano sembrano incapaci di presentare una soluzione alternativa. Quella che è vissuta fino al 2018 veniva definita in crisi per la stessa primaria ragione che si ripresenta oggi. In primis l’assenza dei top-players una volta che essi (vedi Federer e Wawrinka, Nadal, del Potro… i primi che mi vengono a mente ) l’avevano già vinta e non volevano più sacrificare un minimo di 8 settimane del loro calendario e dei loro soldi (e di quelli dei loro gruppi manageriali, attenzione!) per giocare 4 long-weekend l’anno in tutti gli angoli del mondo e con cambi assolutamente improgrammabili ad inizio anno di superfici, palle, clima, fusi orari, continenti. Spesso travolgendo una più corretta e ordinata programmazione. Che è ciò che, legittimamente, sta più a cuore ai top-players che non possono mai deludere.

In questa criticatissima Coppa Davis – i cui promotori non avrebbero mai potuto pensare di investire tutti i soldi che stanno investendo e che chiedono ai loro sponsor giapponesi (Rakuten), arabi (sceicchi uniti…) italiani (Unicredit) e internazionali se gli avessero cambiato il nome, se l’avessero chiamata Coppa Rakuten invece che Coppa Davis – si è avvertito comunque fra i giocatori, con i loro capitani lo spirito di squadra. Gli abbracci, il sostegno reciproco, non è stato una recita collettiva. Era, è, roba vera. Perfino quel cafone di Opelka, che ha giocato come un cane, era incavolato nero per aver perso a quel modo. Mica recitava.

Le difficoltà organizzative ci sono state dappertutto e sarebbe ingiusto non tenerne conto. Nella vendita dei biglietti, nella ristorazione quasi ovunque inesistente, nella programmazione, negli aspetti logistici, in altri aspetti che ora non cito, ma quel che è successo a Innsbruck all’ultimo momento – la decisione di far giocare a porte chiuse – poteva accadere ovunque in questa disgraziatissima epoca Covid. Non si può non tenerne conto, avere le stesse pretese che si avevano per quegli eventi ante-Covid. Tante partite sono state avvincenti, non solo quelle degli italiani che abbiamo seguito più da vicino, come la rimonta di Jannik Sinner con Marin Cilic che ha servito per il match sul 5-4 nel secondo set. Si sono rivelati ottimi professionisti giocatori semisconosciuti ai più, i vari Gojo, Gomez junior, Mejia, Machac, Piros, Rodionov, che non avrebbero avuto altrimenti una chance di diventare eroi per caso, ma che è bello che lo siano diventati.

Mi diceva Giovanni di Natale che ha un ruolo importante nell’organizzazione media della FIT ed è un ex collaboratore di Ubitennis come tanti altri (Spalluto e Mastroluca fra gli altri, per breve tempo anche Angelo Mancuso, da anni capufficio stampa FIT…, chi più riconoscente, chi meno) che Supertennis ha avuto grandi ascolti durante la Davis, grazie al fatto di essere depositaria unica dei diritti tv. “Quasi da tv importante…”. E io a Torino, ma anche qui in Spagna – sebbene la Spagna sia stata eliminata come l’Italia – dove certo la gente avrà acquistato biglietti prima del k.o., ho visto tantissimi aficionados sulle tribune. E probabilmente tanta anche davanti alle tv di tutti quei Paesi che hanno acquistato i diritti. Tanti bambini entusiasti erano a Torino a gridare Jannik, Jannik! Bellissimo. Sono appassionati che ci resteranno in eredità, per sempre.

Vorremmo privarci di tutto questo? Io sinceramente non vedo perché. È sempre promozione per il tennis, anche se Sonego purtroppo si fa prendere dall’emozione e dalla pressione di dover vincere a tutti i costi e perde il doppio. Ma ci sta. Nello sport nulla deve essere scontato, sennò che gusto ci sarebbe? E mi immagino come se ne sarebbe parlato oggi se anche lui, quel bravissimo ragazzo di Lorenzo, avesse vinto, e ancor più se avessimo avuto qui un Berrettini in grado di farci lottare per la vittoria finale. Che magari arriverà a Abu Dhabi o altrove, chi può saperlo? Per il nostro sport sarà sempre uno spot positivo.

Una volta la Davis poteva essere vinta quasi da un solo giocatore, come accadde quando la vinse Bjorn Borg nel ’75 o più recentemente Andy Murray: due singolari vinti in partenza, un doppio raccattato in qualche modo e oplà, Davis conquistata. Oggi il doppio è diventato improvvisamente molto più importante, per il 33%. Siamo sicuri sia un male, un aspetto negativo? Non si sta rivitalizzando una specialità in agonia? Che fosse in agonia lo scriveva già trent’anni fa Rino Tommasi, quando i più forti tennisti smisero di giocarlo. Era post McEnroe. Ora potrebbe anche rinascere.

Si riuscisse a rigiocarla in casa (o in trasferta) almeno per un turno o due, magari creando degli aspettiti per le squadre che l’anno prima erano giunte in semifinale, potrebbe essere un progresso. Ma siamo ancora in fase sperimentale, e purtroppo ancora in fase Covid. Ci vuole pazienza. Come quella che io ho sempre avuto per i commenti che arrivano a Ubitennis. Molti dei miei collaboratori vorrebbero chiuderli. Li trovano inutili, frequentati sempre dagli stessi 500 lettori su 50.000 abituali e 100.000 o 150.000 più occasionali (nel senso che vengono a leggerci soltanto nelle grandi occasioni). Io trovo che invece si deve solo puntare a farli migliorare individuando un modo il più possibile oggettivo – difficilissimo! – per cassare quelli offensivi, iperpersonalizzati, inutili. Evidenziando invece quelli che contribuiscono a migliorare la qualità del sito, perché segnalano errori – mai prendersela con loro ma semmai ringraziare! Chi fa sbaglia ma non deve prendersela – perché danno suggerimenti utili, notizie, numeri, idee.

Ecco, in particolare per le discussioni relative a questa nuova Coppa Davis, sia i detrattori sia gli estimatori, hanno mantenuto un buon livello di discussione, salvo pochissime inevitabili eccezioni. Io vi invito a rileggere i commenti all’articolo di Vanni Gibertini “Coppa Davis, nuova formula, gironi in Europa, fase finale ad AbuDhabi. Sarebbe il colpo di grazia?”, perché molti – e voglio citare quelli di Alessio Francone, di Unforgiven 79, di Shapo, di Teus, di Cataflic (non li ricordo tutti e mi scuso con gli altri che meritavano citazione), di molte risposte dello stesso Vanni Gibertini – secondo me hanno tentato, riuscendoci, di dare contributi intelligenti alla discussione in atto. Dipende solo da voi lettori mantenere alto il livello dei commenti, evitando personalismi inutili. Per Ubitennis può essere un atout vincente. Sarebbe bello che anche nel corso dei nostri live, che a volte superano i 2.000 post, ci si limitasse a fare osservazioni utili per il maggior numero dei lettori. Ce la faremo?

Intanto dopo aver registrato l’ennesima maratona vincente di Kukushkin, annullando 4 matchpoint e trasformando il quinto nel corso di un infinito tiebreak e di un match di 3 ore e 18 minuti che ha avuto per vittima inconsolabile lo sfortunato (ma un tantino pavido) Kecmanovic, registro anche la vittoria in doppio di Djokovic con Cacic sullo stesso duo kazako Nedovyesov-Golubev (che parla italiano meglio di tanti, dopo la su alunga permanenza in Piemonte) che sei anni fa avevamo affrontato con l’Italia ad Astana. E devo dire “chapeau” a Djokovic perché quei tennisti che mettono in primo piano l’appartenenza al proprio Paese più che ai soldi, ai tornei più importanti, a me suscitano sempre grande ammirazione. Perché, come dicevo all’inizio anche per rispondere a tanti catastrofisti, per me la Coppa Davis e Wimbledon sono due passioni intramontabili. E chi li rispetta merita rispetto.

E se, di nuovo, questa coppa Davis non assomiglia a quella vecchia, pazienza. Finché non ce ne sarà una uguale o un’altra più simile, mi tengo questa senza “massacrarla”. Forse, in questo, a furia di star in mezzo ai ragazzi che collaborano al sito, che mi hanno insegnato a capire (se non sempre ad apprezzare…) i social, anche se fatico ad adeguarmi a Instagram, a Facebook, a Twitter, sono meno vecchio di coloro che vivono soltanto in mezzo ai loro vecchi coetanei. E che si danno ragione l’un l’altro senza confrontarsi con spiriti e anime diverse. Con questo non dico che gli uni o gli altri abbiano ragione di pensarla in un modo o nell’altro. Il mondo è bello perché è vario e non tutti i gusti sono alla vaniglia (ricordava sempre maestro Gianni Clerici). L’importante è che si giochi a tennis, si veda tennis, si legga di tennis, si parli di tennis.

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Coppa Davis

Coppa Davis, Germania-GB 2-1: Krawietz e Puetz trascinano i tedeschi in semifinale

Incredibile rimonta della Germania, che elimina la Gran Bretagna dopo il doppio decisivo e sabato sfiderà per un posto in finale la vincente del tie tra Federazione Russa e Svezia

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La squadra tedesca festeggia la semifinale - Finale Coppa Davis Innsbruck 2021 (Photo by Pedro Salado / Quality Sport Images / Kosmos Tennis)

GERMANIA – GRAN BRETAGNA 2-1
D. Evans b. P. Gojowczyk 6-2 6-1
J-L. Struff b. C. Norrie 7-6(6) 3-6 6-2
K. Krawietz/T. Puetz b. J. Salisbury/N. Skupski 7-6(10) 7-6(5)

Strabiliante rimonta tedesca, in parte favorita dal discreto suicidio britannico. Prima Dan Evans demolisce uno smarrito Peter Gojowczyk, poi, nettamente sfavorito, Jan-Lennart Struff batte al terzo Cameron Norrie preparando la strada al colpo della coppia formata da Kevin Krawietz e da un sublime Tim Puetz, che fermano in due tie break Joe Salisbury e Neal Skupski per regalare ai tedeschi la prima semifinale in Davis dal 2007. La Germania contenderà sabato a Madrid un posto nel duello per il titolo a chi emergerà vincente dalla sfida tra Federazione Russa e Svezia.

Piuttosto coraggiosa e incredibilmente sbagliata si rivela la scelta del Kapitän Michael Kohlmann di schierare Peter Gojowczyk, n. 86 ATP, come singolarista n. 2. Nel rubber di apertura, infatti, il trentaduenne di Monaco patisce l’emozione e non riesce mai a entrare nel match, con un piano di gioco che, qualunque fosse, non poteva essere messo in pratica tra doppi falli, unforced sparsi e tutto quello che deriva dalla tensione. Ha così vita fin troppo facile Daniel Evans nell’imporsi cedendo appena tre game in meno di un’ora: tanti rovesci tagliati, qualche accelerazione al momento giusto dopo i palleggi incrociati in sicurezza e la Gran Bretagna è sull’1-0.

 

A sorpresa, però, Jan-Lennard Struff sconfigge Cameron Norrie per 7-6(6) 3-6 6-2, salvando due set point nel tie-break del primo (Norrie aveva anche servito per il set sul 6-5) e dando ai suoi il pareggio. Come negli incontri con Serbia e Austria, quindi, la coppia Krawietz/Puetz cercherà di dare il punto della vittoria ai teutonici: i loro avversari saranno Salisbury e Skupski, che di doppio decisivo ne hanno vinto uno contro la Cechia. Ricordiamo che la vincente troverà o la Svezia o la squadra della federazione russa (RTF).

Qualificazione dunque demandata al doppio e infine colta dalla coppia tedesca, bravissima a superare in due set al termine un match ricco di delizie tecniche sebbene definito da pochi crocevia fondamentali il combo britannico. Decisivi due tie break, entrambi tirati anche se molto diversi tra loro: nel primo Krawietz e Puetz prevalgono al ventiduesimo punto dopo aver sprecato tre set point complessivi (due nel tie break stesso) e avendone cancellati quattro a Salisbury e Skupski; nel secondo i tedeschi appongono la fatidica ciliegina sulla torta mettendo incredibilmente a segno sette punti in fila dallo zero-cinque.

PRE-TIE – Si potrebbe dire che la Germania sia alla ricerca della rivincita perfetta, visto che l’ultimo precedente risale ai quarti dell’ultima edizione delle Finals, anche se quella sconfitta giunse a Madrid. Tuttavia, il capitano Kohlmann la vede diversamente: “Non si tratta di rivincita perché è una squadra diversa”, spiega. “L’ultima volta, non c’erano né Tim [Puetz] né Peter [Gojowczyk], mentre avevamo Philipp Kohlschreiber e Andreas Mies”. Il capitano della squadra nazionale che non ha chiaro il concetto di squadra nazionale? Poi, però, sembra contraddire quanto appena detto: “L’obiettivo è di prenderci la semifinale, ma è bello giocare due volte contro di loro nei quarti così possiamo capire se siamo migliorati o meno”.

L’importante è che abbia ben chiare sul tie che può portarli a Madrid. Ecco appunto la relativa sorpresa: colui che preferisce la terra battuta al duro, che ha perso tre volte su tre da Evans e ha sbagliato tutto contro Rodionov, in una parola Koepfer, viene sostituito da Gojowczyk, quello che da n. 119 e in preda ai crampi batté Tsonga 8-6 al quinto nell’edizione 2014 della Coppa Davis. Altri tempi. Struff confermato singolarista n. 1, mentre l’eventuale doppio decisivo sarà quasi certamente affidato agli specialisti Krawietz e Puetz.

PRIMO SINGOLARE – Parte contratto, Gojowczyk, che sbaglia in palleggio e al servizio. L’inglese è invece sembra già caldo, ma davvero il suo avversario quasi non gli dà modo di dimostrarlo: quattro doppi falli per lui e 3-0 pesante per la Gran Bretagna. Peter dà l’illusione di entrare in partita chiudendo un bello scambio con l’amato rovescio lungolinea, ma la prima di servizio di Evans ritarda l’iscrizione a referto del tedesco fino al quinto gioco. Portatore sano di un soprannome che non suona bene il giorno dopo l’eliminazione dell’Italia, Gojo potrebbe tentare come piano base di inchiodare l’altro sul lato del rovescio aspettando uno slice più comodo da attaccare, mentre Evo, che comunque può anche rimanere su quella diagonale a sbecchettare per ore contro quei colpi relativamente piatti, adotta diverse soluzioni per evitare di scambiare sul ritmo. L’illusione di avere una partita rimane finora tale e arriva il 6-2.

L’inizio del secondo parziale non è troppo dissimile da quanto visto mezz’ora prima e la seconda battuta tedesca ben sotto il nastro consegna subito il servizio. La fatica di Gojowczyk a trovare il tempo sui colpi di Evans continua evidente, con i piedi poco reattivi che danno il loro contributo in negativo, ma almeno riesce a salvare lo 0-3. Di fronte a un avversario in ambasce che sforna gratuiti a ripetizione e compie spesso scelte poco lucide, Evans gioca tranquillo, copre il campo con agilità quelle volte – poche, in verità – in cui è chiamato a farlo e, anche se sbaglia qualcosa di più rispetto al primo parziale, piazza un altro break con un delizioso passante slice che rientra cadendo sull’ultima piastrella disponibile. In vantaggio 5-1, Evans si permette di sfoderare anche un paio di ottimi rovesci coperti e alza le mani in segno di esultanza dopo 55 minuti sul settimo doppio fallo Gojowczyk.

SECONDO SINGOLARE – Scelta infelice quella di schierare Gojowczyk, probabilmente, e tie che pareva compromesso prima della sfida tra i due numeri uno. Nettamente favorito Cameron Norrie, per ranking e periodo storico: recente campione a Indian Wells e ripescato alle Finals, Norrie è uno dei giocatori più caldi dell’autunno tennistico. Eppure, anche nel clima lunare di un palazzetto, quello di Innsbruck, privato del pubblico per la nuova emergenza pandemica, la Davis del presente e del futuro continua a restare allergica ai pronostici scontati. E infatti Struff rovescia il tavolo a sorpresa vincendo 7-6(6) 3-6 6-2, e spinge il quarto tra Germania e Gran Bretagna al doppio decisivo.

E dire che, nonostante il precoce break incamerato in avvio, il buon Jan-Lennard a lungo non dà la sensazione di poter riuscire nel miracolo. Gioca colpi tonanti, questo sì, ma rimangono appunto colpi isolati, immersi in un canovaccio tattico perlopiù improvvisato. Il tennista da Warstein sa di essere inferiore nello scambio e allora tira tutto quello che vede, con risultati alterni. Oppure scende a rete, spesso e volentieri, venendo spesso e volentieri passato da un Norrie più calmo e dentro la partita dopo un avvio incerto. Dal 4-1 Germania, il mancino nato a Johannesburg piazza un parziale di cinque giochi a uno, e quando al termine dell’undicesimo game-fiume da quattordici punti piazza il break e si apposta a servire per il primo set, non solo il set medesimo, ma la contesa tutta pare avviata a una felice conclusione per i sudditi di Sua Maestà.

Il merito di Struff è quello di ribellarsi al destino segnato. Gioca un gran game in risposta e forza il tie-break; tie-break che non molla anche quando deve fronteggiare due set point: quattro punti in fila per il tedesco dal 4-6 e prima frazione Germania: sorprendente, considerata l’inerzia che pareva aver segnato il set. Inopinato, anche, l’andazzo preso dal match nel secondo parziale: Struff, che avremmo previsto rasserenato dal vantaggio, perde da subito certezze al servizio; annaspa ma galleggia fino al sesto gioco, quando Norrie gli scippa con merito la battuta e veleggia comodo verso il set decisivo.

Ma l’inerzia non è di casa, in questo palazzo vuoto e gelido. Rimessi a posto i cocci, il favorito non pareva più doversi guardare indietro. Sua la prima occasione di break nel primo gioco, poi il buio. Turbato e pallido via via sempre più, Norrie perde campo e convinzione, mentre in modo inversamente proporzionale Struff conquista metri e fiducia. Continua a tirare tutto, il tedesco, ma adesso la palla tende a stare più dentro che fuori. Dal due pari Jan-Lennard si prende gli ultimi quattro game, insieme all’insperato punto del pareggio per la Germania.

IL DOPPIO DECISIVO – Finisce con Michael Kohlmann impazzito nel mimare improbabili colpi pugilistici per festeggiare Kvin Kravwietz e Tim Puetz, che completano l’insperata rimonta della Germania sulla Gran Bretagna: sabato, a Madrid, a contendere un posto in finale alla vincente dell’incontro tra RTF e Svezia ci saranno i tedeschi. Il doppio dirimente sfocia in una partita di qualità sopraffina, prevedibile considerati percorsi e palmarès dei quattro protagonisti sul rettangolo di gioco. Esecuzioni ormai estinte nei pressi della rete, rispostoni di bellezza abbacinante, pathos a dosi massicce sebbene concentrato in pochi momenti spartiacque, alla faccia di chi vorrebbe – e in parte ha già voluto – ridurre la disciplina a una roulette russa umiliata dal killer point.

Poche le occasioni per i turnisti in risposta: la prima, al dodicesimo gioco del primo set, procurata da un pasticciaccio di Neal Skupski con lo smash in rete da fondocampo: prima palla break dell’incontro, coincidente con il set point a favore dei tedeschi, ma la risposta di Puetz è fuori. Decisone delegata a un tie break feroce per intensità ed equilibrio, risolto dai tedeschi al ventiduesimo punto e al quarto set point a favore dopo averne annullati altrettanti ai britannici, questi ultimi incapaci di trasformare l’unico capitato sulla racchetta della coppia al servizio: commettendo un esiziale doppio fallo sul quattro pari, Kravietz aveva concesso ai brits di chiudere in battuta, ma sul sei-quattro Skupsi aveva scialacquato mandando lunga una volée. Buon per i tedeschi, già crucciati per aver sprecato due volte (sul 2-0 e sul 4-2) un mini break di vantaggio.

Ancora più liscio il secondo set per i battitori, indisponibili a concedere una singola chance al poligono. Altro tie break, inevitabile, e qui va in scena l’incredibile, specie in un match a coppie: avanti per cinque a zero, con due mini break di vantaggio e ormai sicuri di aver portato la contesa al terzo, Skupski e Salisbury si fanno rimontare subendo sette punti consecutivi, vittime attonite di un Tim Puetz in completa trance agonistica. Non sarà una bella nottata per i britannici, mentre i rivali orfani di Sascha Zverev possono alzare i boccali: la semifinale di Davis, da quelle parti, mancava addirittura dal 2007.

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