Numeri: la rincorsa di Petra, la Grande Serbia e l'Italia che cresce

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Numeri: la rincorsa di Petra, la Grande Serbia e l’Italia che cresce

Mentre Kvitova rilancia l’assalto alla vetta, un Paese di 7 milioni di abitanti ha 3 giocatori in Top 30. Ma anche l’Italia sorride: 6 nei primi 100

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Petra Kvitova - Australian Open 2019 (foto @Sport Vision, Chryslène Caillaud)

2 le tenniste ceche, curiosamente entrambe mancine, ad essere arrivate in finale nei due tornei WTA in programma la scorsa settimana: Petra Kvitova al Premier di Stoccarda e Marketa Vondrousova all’International di Istanbul. Le due, separate da nove anni di differenza di età, non hanno fatto altro che confermare il grande momento vissuto dal tennis ceco e dare grandi prospettive anche al futuro di una scuola tennistica da sempre tra le migliori al mondo. Un piccolo paese capace di avere nell’ultima classifica WTA due giocatrici tra le prime 5 e altre tre tra le prime 45. 

Con il ventisettesimo titolo conquistato a Stoccarda, Kvitova si è riappropriata del secondo posto in classifica e ha consolidato il suo primato nella Race. Sebbene sia distante meno di centocinquanta punti, non sarà facilissima per lei la caccia al numero 1 del ranking, mai raggiunto in carriera, quantomeno nei prossimi mesi. Osaka, infatti, sino a New York in pratica non difende punti (solo la manciata della semifinale all’International di Nottingham e dei due terzi turni nei Major europei), a differenza di Petra, che ha le cambiali della vittoria al Mandatory di Madrid e al Premier di Birmingham (e della semifinale a Cincinnati). A Stoccarda, dopo Melbourne, Kvitova è tornata a sconfiggere tenniste almeno nella top 20, superandone addirittura tre: Sevastova (2-6 6-2 6-3) nei quarti e Bertens in semi (7-6 3-6 6-1), mentre in finale si è presa la rivincita su Kontaveit (7-6 6-2), che l’aveva sconfitta in due delle ultime tre occasioni che si erano affrontate.

Fa invece per la prima volta il suo ingresso nella top 40 Marketa Vondrousova: ci riesce a nemmeno venti anni (li compie il 28 giugno), raggiungendo una zona di classifica attualmente condivisa solo con Andreescu e Yastremska, relativamente a tenniste under 20. A due anni di distanza dal primo titolo conquistato a Biel, la giovane ceca sta esplodendo in tutto il suo talento in questo 2019 (è al 16esimo posto della Race): finale a Budapest e quarti nei due Mandatory di Indian Wells e Miami, nei quali ha collezionato già vittorie importanti come quelle su Kasatkina, Ostapenko, Halep e Mertens. In Turchia è arrivata in finale, dove si è fermata di fronte a Martic (vincitrice col punteggio 1-6 6-4 6-1) senza perdere un set e lasciando diciannove game complessivi a, nell’ordine, Tomljianovic (top 40), Kutsnetsova, Arruabarrena e Strycova.

 

3 i tennisti serbi nella top 30 del ranking ATP. Non accadeva da aprile 2012, un momento di tale grazia per un paese di appena sette milioni di abitanti e povero quanto a infrastrutture tennistiche e investimenti pubblici nello sport. L’unico denominatore comune della classifica di sette anni fa con quello attuale è costituito dal numero 1 di Novak Djokovic, che all’epoca era coadiuvato nelle parti alte della classifica da Tipsarevic (addirittura giocarono uno contro l’altro alle ATP Finals di Londra nel 2011) e Troicki. Assieme a loro, Nole vinse la Coppa Davis nel 2010 e arrivò in finale nel 2013. Da questa settimana, a fare compagnia nella top 30 al detentore degli ultimi tre Slam disputati, ci sono invece il finalista di Montecarlo, il 28enne Dusan Lajovic e Laslo Djere, capace di bissare a Budapest la semifinale raggiunta nel 2017, quando per la prima volta in carriera si spinse così avanti a livello ATP (quella della scorsa settimana è invece la quinta, tutte raggiunte sulla terra rossa). Partito come 93 del mondo, il 23enne serbo quest’anno ha impresso una svolta alla sua carriera vincendo l’ATP 500 di Rio De Janeiro e conquistando poi la semi a San Paolo.

Ma se sette anni fa la Serbia, oltre ai tre citati tennisti non ne aveva altri tra i primi 180 del mondo, questa volta tra i primi cento ci sono altri due giocatori: il 19enne Kecmanovic (messosi in luce soprattutto a Indian Wells, dove ha raggiunto i quarti) e Filip Krajinovic, rientrato nella top 100 grazie alla finale di Budapest, seconda nel circuito maggiore dopo quella di Parigi Bercy nel 2017. L’ex 26 ATP, fermato all’atto conclusivo del torneo da Berrettini, l’ha conquistata perdendo un solo set, contro Seppi (6-2 6-7 7-5) al primo turno. Qualificatosi senza perdere un parziale contro Marcora e Gerasimov, non ha incontrato particolari difficoltà contro due top 50 come Albot (7-5 6-4) in ottavi e Herbert (duplice 6-2) in semifinale e, soprattutto, nei quarti contro Coric (6-4 7-5), ha ottenuto la terza vittoria del 2019 contro top 20, dopo quelle su Cecchinato e Medvedev.

6 i tennisti italiani nella top 100 ATP. Una presenza record, quantitativamente parlando: per capirne meglio la portata basti pensare che nel nuovo millennio, solo il 2012 è stato un anno concluso con lo stesso numero di giocatori azzurri tra i primi 100. Oltre ai “veterani” Fognini e Seppi – in quel periodo nostro numero 1, Andreas chiuse la stagione come 23 ATP – presenti già sette anni fa, all’epoca a far loro compagnia c’erano Lorenzi, Bolelli, Volandri e Cipolla. La differenza in positivo è anche nella qualità media attuale di questo gruppo, visto che adesso possiamo contare su due top 20, e su due 23enni (nel 2012, il più giovane era il recente vincitore del Masters 1000 di Montecarlo, che aveva 25 anni e mezzo). Soprattutto, spicca l’attuale presenza di ben diciannove tennisti italiani nella top 200 (nessuna nazione fa meglio dell’Italia) un numero che non ha precedenti recenti per il nostro movimento: solo un anno e mezzo fa il 2017 era chiuso con nove italiani e mai si erano superati, in questi ultimi diciotto anni, le undici presenze azzurre tra i primi 200 tennisti al mondo.

Il periodo vissuto dal nostro settore maschile è, da qualunque prospettiva lo si guardi, ottimo: la prima vittoria di un torneo Masters 1000 da parte di un italiano, avvenuta con un Fognini che ha buone possibilità di accedere anche alla top 10. Un obiettivo che un tennista azzurro non raggiunge da oltre quaranta anni (l’ultimo a riuscirci è stato Barazzutti a fine 1978). Il successo a Montecarlo rappresenta la punta di un iceberg di un movimento che nel 2019 ha visto Cecchinato confermarsi nella top 20 e vincere a febbraio l’ATP di Buenos Aires, Berrettini conquistare a 23 anni il suo secondo titolo e Sonego, coetaneo del romano, raggiungere i quarti di finale del quarto torneo Masters 1000 giocato in carriera. Si può dunque capire perché nella Race il tennis italiano si ritrovi addirittura con quattro tennisti nella top 50 e sette giocatori nella top 100. Rispetto alla classifica che raccoglie i risultati degli ultimi dodici mesi, non c’è Fabbiano, ma si aggiungono il 24enne Gianluca Mager (vincitore di due Challenger nel 2019) e il classe 91 Stefano Travaglia, vincitore la scorsa settimana a Francavilla.

Senza dimenticare che qualche giorno fa il minorenne Sinner ha confermato quanto di buonissimo fatto vedere a livello Futures e Challenger, ottenendo a Budapest la prima vittoria a livello del circuito maggiore. Una situazione più che positiva rispetto agli standard a cui ci eravamo tristemente abituati negli ultimi trent’anni, i cui meriti alla federazione vanno riconosciuti tutti. Sebbene, vedendo il corrispondente stato comatoso del nostro settore femminile, che è difficilmente ipotizzabile sia volutamente trascurato (e in quel caso, comunque, sarebbe molto grave), venga da pensare che la componente casualità abbia dato il suo innegabile contributo all’ottimo momento dei nostri uomini.

9 le sconfitte consecutive rimediate da Lucas Pouille dallo scorso ottobre, ovviamente ad eccezione della semifinale raggiunta dal francese agli ultimi Australian Open. Il tennista transalpino vive ormai un lungo periodo di grande crisi di risultati, iniziato in corrispondenza della finale conquistata a Dubai nel febbraio 2018. Dopo quel torneo, escludendo lo Slam Down Under, non ha mai più vinto tre partite di seguito, vedendo la sua crisi farsi sempre più nera, a partire dalla vittoria nella semifinale di Davis tra Francia e Spagna contro Bautista Agut. Dopo quel successo e con l’inizio della stagione autunnale indoor, l’ex 10 del mondo (nel marzo dell’anno scorso), sino a Melbourne aveva vinto una sola delle cinque partite giocate, scivolando fuori dalla top 30. Pouille a fine 2018 sentiva quindi la necessità di una scossa e prendeva la coraggiosa decisione di interrompere dopo sei anni il sodalizio con il coach che lo aveva accompagnato nella sua ascesa nel mondo pro, Emmanuel Planque.

Lo scorso dicembre annunciava anche l’inizio del sodalizio con Amelie Mauresmo, ex campionessa e capitano di Fed Cup, nonchè ex allenatrice di Andy Murray tra il 2014 e il 2016, quando divenne la prima allenatrice donna di un top ten. La nuova collaborazione era iniziata come meglio non si sarebbe potuto: semifinale nel primo Major del 2019 (sconfiggendo tra gli altri Coric e Raonic). Dopo quell’acuto, però, Lucas è ripiombato in un momento difficile, rimediando ben cinque sconfitte al primo turno, quattro delle quali contro tennisti non nella top 50 del ranking (l’ultima, contro Ferrer a Barcellona). Una serie nera che ha spinto Lucas a cercare vittorie che gli facciano tornare una componente fondamentale nel tennis, la fiducia: per riuscirci, dopo più di tre anni è tornato questa settimana a giocare un Challenger, a Bordeaux. Le prossime settimane ci diranno se sarà stata una scelta capace di pagare positivamente.

9 (bis) i tennisti italiani impegnati nei tornei ATP e WTA la scorsa settimana. La maggior soddisfazione è arrivata dalla vittoria a Budapest di Matteo Berrettini, al secondo titolo della sua giovane carriera. L’allievo di Vincenzo Santopadre è arrivato a Budapest reduce da quattro eliminazioni consecutive al primo turno e dall’aver vinto due partite consecutive nel 2019 solo a Sofia (semifinale) e nel Challenger vinto a Phoenix. A 23 anni appena compiuti, Matteo ha giocato e vinto con carattere (4-6 6-3 6-1) la seconda finale della carriera contro Krajinovic: per accedervi, ha sconfitto in due set due top 40 come Kukushkin al primo turno (duplice 6-4) e Djere in semifinale (6-4 6-2) e, sempre senza perdere un parziale, ha avuto la meglio in due parziali su Bedene (7-6 6-2) in ottavi, mentre più fatica è occorsa nei quarti contro un terraiolo esperto come Cuevas (6-3 1-6 6-3). A 23 anni, nessuno degli italiani (Fognini, Seppi, Gaudenzi, Furlan e Camporese) arrivati nella top 20 negli ultimi quattro decenni aveva già vinto due titoli e solo il faentino e il bolognese avevano una classifica da top 30 a quell’età (Matteo questa settimana è 37 ATP). Sono dati che possono voler dire poco, ma senz’altro benauguranti per il futuro di Berrettini.

Erano a Budapest anche gli altri azzurri impegnati la scorsa settimana: quarta sconfitta consecutiva negli ultimi mesi sulla terra per Seppi, sebbene sfortunata – tre set lottati – contro Krajinovic, mentre resta ancora fermo a Melbourne il ricordo dell’ultima vittoria in un torneo ATP per Fabbiano, sconfitto nella capitale magiara in tre set da Haase (6-7 6-3 6-2). Arriva invece molto presto, ad appena 17 anni e 251 giorni, la prima vittoria di Jannik Sinner nel circuito maggiore: ripescato nel tabellone principale dopo essere stato sconfitto da Maden nelle quali, il giovane azzurro è stato bravo ad avere la meglio (6-2 0-6 6-4) su Valkusz, 323 ATP. La sua successiva sconfitta patita da Djere – raccogliendo quattro game – non preoccupa ed è fisiologica in un percorso ancora lunghissimo, ma partito davvero bene. Nelle quali del torneo ungherese erano infine presenti anche Giannessi, Marcora e Baldi, ma tutti si sono fermati al primo turno.

Tra le donne, nel ricco Premier di Stoccarda, Giulia Gatto-Monticone ha confermato di stare vivendo a 31 anni e mezzo il migliore momento della sua carriera, sconfiggendo nelle quali la tennista dalla migliore classifica mai battuta, Jakupovic, 103 WTA. Battuta da Minnen nel turno decisivo delle quali, e poi ripescata nel tabellone principale come lucky loser, ha esordito in un Premier perdendo a testa alta da Vekic (6-1 7-5), 25 WTA. A giocare l’International di Istanbul vi era invece la sola Martina di Giuseppe, ma si è fermata al secondo turno del tabellone cadetto, sconfitta da Kudermetova.

25 le partite vinte nel 2019 da Daniil Medvedev. Nessun tennista ha vinto tante partite nei primi quattro mesi dell’anno: seguono, in questa particolare classifica, Auger-Aliassime con 20, Tsitsipas e Pella con 19, Federer con 18. Un dato piuttosto indicativo sull’ottimo periodo di forma del russo, a circa un mese abbondante dal giro di boa della stagione. E se è vero che nel tennis, così come non tutti i punti sono uguali alla stessa maniera, nemmeno le vittorie lo sono (e infatti nella Race Daniil è “solo” al quinto posto), il best career ranking raggiunto dal 23enne russo, 14 ATP, conferma come il finalista di Barcellona sia sempre da tenere d’occhio. Se infatti a inizio stagione potevano essere in qualche modo attesi i suoi risultati di ottimo livello sul cemento all’aperto (la finale a Brisbane e gli ottavi a Melbourne, dove è stato l’unico tennista a mettere in seria difficoltà Djokovic) o sul duro indoor (la vittoria a Sofia e la semi a Rotterdam), molto meno pronosticabili sono stati la semi a Montecarlo o la finale in Catalogna.

Medvedev, ormai da due anni e mezzo nella top 100, non aveva in precedenza infatti mai raggiunto i quarti sulla terra (o gli ottavi in un Masters 1000 sul rosso). Nelle scorse due settimane si è invece prodotto in ben tre vittorie contro top 10 (Tsitsipas, Djokovic e Nishikori), mostrando di avere acquisito sufficiente abitudine sul rosso per essere competitivo ai massimi livelli anche su tale superficie. A Barcellona, sconfitto nettamente in finale da Thiem, prima di eliminare in semifinale al termine di una lunga battaglia Nishikori (6-4 3-6 7-5), aveva perso solo un set contro tre tennisti non presenti nella top 50: nell’ordine, Ramos (6-3 3-6 6-1), McDonald (6-3 6-2) e Jarry (6-3 6-4).

59 le vittorie ottenute nei diciannove tornei giocati sulla terra battuta da Thiem da inizio 2017 in poi. L’attuale numero 5 al mondo è il primatista in tal senso di una classifica di vittorie sul rosso negli ultimi due anni e mezzo, ovviamente indicativa solo in maniera molto parziale dei valori assoluti (contano, in termini di coefficienti, molto il prestigio dei tornei dove le partite sono state vinte e la bravura degli avversari sconfitti). In ogni caso, l’austriaco conduce davanti ai 56 successi di Nadal (in appena dodici tornei!), ai 42 di Fognini (in diciannove competizioni), ai 39 di Zverev (in quindici), ai 35 di Pella (in ventidue tornei), ai 25 di Djokovic (in dieci) e ai 24 di Cecchinato (in venti).

A inizio 2017 l’austriaco era già arrivato nella top 10, aveva vinto sette tornei (tutti ATP 250, di cui cinque sulla terra), ma nei grandi appuntamenti non si era mai imposto all’attenzione generale (ad eccezione della semifinale del Roland Garros 2016 e ad appena tre quarti nei Masters 1000, di cui solo uno sulla terra). Il classe 93 è stato poi capace di trovare la definitiva maturazione e imporsi come secondo giocatore più forte al mondo sulla terra rossa, grazie a un’altra semi nel 2017 e alla finale dello scorso anno nello Slam parigino, a due finali a Madrid e a ben tre vittorie sul più grande di sempre sul rosso, Nadal. Nel 2019, che pure lo aveva consacrato giocatore completo con la vittoria di Indian Wells, non aveva ancora fatto bene sulla terra rossa, perdendo da Cecchinato (Buenos Aires), Djere (Rio) e Lajovic (Montecarlo).

A Barcellona si è ripreso l’eredità di favorito alla successione di Nadal, quando il maiorchino deciderà di non avere più le forze per dominare il Roland Garros. Sconfiggendolo in semifinale (con un duplice 6-4), l’austriaco, dopo i sette successi di Djokovic, è il tennista ad averlo in assoluto battuto più volte. In Catalogna il trionfo è stato totale: Thiem, pur avendo di fronte specialisti del rosso e/o tennisti dall’ottima classifica (nell’ordine, Schwartzman, Munar, Pella e, in finale, Medvedev), per ottenere il titolo, nelle altre quattro partite ha lasciato appena 23 giochi.

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Australian Open

Matteo Berrettini non smette di smentire i suoi detrattori. Non si vince di solo servizio. Ha coraggio da leone

Ed è il tennista italiano più continuo dell’era Open negli Slam. Nessuno è mai stato negli ottavi cinque volte di fila. Gli altri suoi record. Ha vinto con merito con Alcaraz. E’ stato più solido. Un match epico che ne ricorda altri non suoi

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Se nei giorni scorsi aveste frequentato qualche circolo di tennis, e tanti appassionati, credo che possiate confermare che non è che in giro ci fosse grandissima fiducia nelle chance di Matteo Berrettini alla vigilia del suo match con Carlos Alcaraz.

C’era – e c’è – invece grandissima considerazione sulle straordinarie qualità del ragazzo di El Palmar, la piccola cittadina vicino Murcia dove è nato 18 anni fa, il ragazzotto già ipermuscolato che molti ritengono essere l’erede di Rafa Nadal, sebbene il suo tennis sia diverso e sebbene per ora Rafa – che ho visto dominare Khachanov per 3 set su 4, dimostrando di avere ancora le sue carte da giocare e non solo negli ATP 250  – non abbia alcuna intenzione di mollare la presa e abdicare prima del tempo. Più o meno come la regina Elisabetta nei confronti del principe Carlo…che è già vecchiarello.

Ad Alcaraz aveva dedicato un grande articolo un giorno fa Christopher Clarey del New York Times.

 

Carlos Alcaraz Is About to Cause a Big Commotion

Avevano giocato d’anticipo pensando che avrebbe vinto. Come tanti si sono sbagliati. E a me naturalmente non dispiace. Penso che a Berrettini nemmeno.

Data l’ora in cui è cominciato il quinto set del duello poi diventato epico perché conclusosi al tiebreak a 10 punti, intorno alle 8 del mattino, non avevo troppe persone con cui confrontarmi.

Ma anche in quei momenti quei pochi con cui mi sono scambiato pareri via WhatsApp non sembravano davvero ottimista sul conto di Matteo.

Aveva avuto le sue chances per chiudere in tre set, le aveva mancate anche per un pizzico di sfortuna, palle che uscivano di centimetri, net che parevano essere nati in Spagna, una apparente stanchezza, una certa lentezza, tanti rovesci slice in rete perché Matteo sembrava arrivarci in ritardo, anche qualche dritto piuttosto semplice giocato corto, e poi quella percentuale sui punti avviati con la seconda di servizio, intorno al 40%, che preoccupava ogni volta che lo scambio si allungava.

Il ragazzotto invece  – sì non riesco a chiamarlo ragazzino, Carlos sembra già uomo fatto, quella canottiera non è elegante ma mette in mostra muscoli da far invidia al Nadal prima maniera – appariva pimpante, fresco come se il match dovesse ancora cominciare.

Poi c’è stata quella caduta di Matteo. Che paura. Con tutti i guai che ha sempre avuto, alle caviglia, ai polpacci, agli addominali, al collo, lì per lì, mentre scorrevano i replay, mi sono dato una botta su una coscia e ho detto: “No dai, ancora una volta, ma non è possibile!”.

Per fortuna invece, e già al terzo replay mi sono tranquillizzato, la distorsione di quel piede quasi ingessato era stata minima.

E subito mi sono detto, mentre Matteo attendeva la visita del medico e poi i 3 minuti di MTO: “Vuoi vedere che questa pausa destabilizza un po’ il ragazzotto e magari invece Matteo, che avevo visto a tratti un po’ in affanno, si calma, si tranquillizza dopo il trauma dei due set persi e magari la sensazione che Alcaraz si avvii a essere inarrestabile e riprende il filo un po’ smarrito della partita?”.

Io non voglio attribuire eccessiva importanza a quella caduta, a quello stop che è servito a lui per riordinare le idee e allo spagnolo per irrigidirsi un po’. Però secondo me un pochino può aver pesato.

Negli scambi prolungati Alcaraz continuava ad avere il sopravvento. A un certo punto riusciva a trovare il rovescio di Matteo e allora prendeva il pallino in mano e costringeva  Matteo a far da tergicristallo.

E allora, ai miei amici, scrivevo: “Deve sperare di arrivare al tiebreak e giocarsela lì. Forse per Matteo sarebbe meglio un tiebreak a 7 punti, invece che quell’ australiano a 10”, perché l’inerzia del match sembrava essersi spostata nell’ultima ora e mezzo dalla parte del murciano e più punti si fossero giocati – pensavo – forse peggio sarebbe stato.

Mi ricordo di aver notato che i due si sono trovati 3 a 3 quando l’orologio a fondocampo segnava le 3 ore e 33 minuti di gioco – una sfilza di 3 – e poi ho fatto il tifo per il tiebreak tranne che nel momento in cui Matteo ha avuto il matchpoint sul 6-5 e servizio Alcaraz, ma lì ha sbagliato un dritto ed ecco il tiebreak.

Che è cominciato con Matteo che ha sbagliato un rovescio in rete ed è stato subito minibreak. Meno male che Alcaraz ha subito restituito il punto. Non sto a ripercorrere tutto quel che è successo. Ma quando Matteo ha raggiunto il 7-5, mi è scappata una sommessa imprecazione: “Lo sapevo che se il tiebreak era a 7 punti Matteo avrebbe vinto”. C’era invece ancora da soffrire. Poco per fortuna questa volta. Due punti tenuti alla grande con il servizio “che non tradisce nel tiebreak!”, ho esclamato, e sul 9-5 il doppio fallo del ragazzotto che lì si è ricordato di avere solo 18 anni.

Sport crudele il tennis. Sembrava dovesse vincere lui, alla fine e invece Matteo si è tolto la grandissima soddisfazione di raggiungere gli ottavi di uno Slam per l’ottava volta, più di qualunque altro tennista italiano, e per la quinta volta consecutiva. Anche quest’ultima è un’impresa senza precedenti.

Forse si dovrebbe smettere di sottolineare che il suo rovescio non è all’altezza dei big. Già, perché quale dei big ha il suo dritto? E quanti hanno il suo servizio? E quanti hanno la sua testa? La sua solidità nervosa nei momenti che contano? Siamo sicuri che il rovescio (che è comunque migliorato sia in risposta sia in slice…) debba essere molto più importante di una gran testa? Il proliferare dei coach mentali ne fa dubitare.

Quindi, basta di andare a cercare il pelo nell’uovo, di spaccare il capello in quattro. Chi non ha un colpo un più debole degli altri? I risultati parlano per Matteo, le altre sono chiacchiere. E non è che per Matteo questo torneo sia finito perché ha battuto il favorito di molti (dei più?) Alcaraz? Chapeau caro Matteo, grandissimo.

Grandissimo perché ha dimostrato una solidità nervosa pazzesca. E anche gran coraggioNon ha mai tremato. E non è la prima volta… perché mi sono subito ricordato che Matteo aveva vinto un set al tiebreak nella finale di Wimbledon contro Djokovic (il primo) e, andando a ritroso, anche il terzo set al Roland Garros. Sono andato a ricercare tutti i duelli con il n.1 del mondo: 4 sconfitte (e si sa che Matteo non ha ancora mai battuto uno dei primi 5 del mondo al di fuori di Thiem in un match a risultato ininfluente nel round robin del Masters 2019…l’unica vittoria italiana nelle finali ATP allora) con il campione serbo, ma con nessun altro tiebreak tranne quei due vinti dal nostro.

Allora – noi appassionati di tennis siamo davvero un po’ malati – mi è venuto lo sghiribizzo di andare a controllare i duelli diretti con il n.2 del mondo, dopo aver avuto la soddisfazione di quella scoperta relativa al n.1. E che ti trovo? Che anche con Medvedev, che ha battuto Matteo 3 volte su tre, ci sono stati due tiebreak e li ha vinti entrambi il tennista romano. Allora mi è tornato anche in mente il trionfale tiebreak del quinto set con Monfils negli ottavi dell’US Open 2019, perché quella fu una battaglia memorabile. E prima di quella c’era stata anche quella vinta in tre set con Rublev, con un tiebreak nel terzo che se se fosse stato vinto dal russo …sì, mi sa che si sarebbe messa male.

Dopo di che, e l’ho fatto presente in conferenza stampa con Matteo, in 4 ore e 10 minuti c’era stato un sostanziale equilibrio di game e di punti –guardando le statistiche del match che la tempestiva redazione di Ubitennis aveva messo all’inizio dell’eccellente pezzo di cronaca di Vanni Gibertini avrei scoperto dopo che per l’appunto i punti vinti da ciascuno dei contendenti erano gli stessi 159! – ma nei due tiebreak Matteo aveva vinto 17 punti e Carlos 8. Insomma il nostro, dando dimostrazione di solidità decisamente superiore, aveva fatto più del doppio dei punti del suo avversario.

Fenomenale, direi. Fatti i complimenti che meritano a Matteo e al suo coach mentale Stefano Massari, oltre che a quello tecnico Vincenzo Santopadre, non so se augurarmi che Matteo si ritrovi a giocare altri tiebreak contro quel cagnaccio di Carreno Busta. Perchè dopo aver visto l’infallibile Vlahovic (11 rigori consecutivi segnati), sbagliare quello con il Genoa, meglio non illudersi che vada tutto sempre bene così. Siccome un tiebreak importante Matteo lo ha già perso, con Nadal nella semifinale a New York del 2019, un altro caso…Vlahovic non dovrebbe ripetersi.

Ho accennato agli straordinari numero di Matteo: 8 ottavi di Slam (come Panatta e Fognini nell’Era Open, prima meglio solo Pietrangeli 16 e Merlo 9) 5 consecutivi. Non ha ancora vinto i 2 Slam di Nicola o quello di Adriano, ma con la prima finale mai raggiunta da un italiano a Wimbledon, soprattutto nei confronti di Panatta può già dirsi di essere stato più continuo.

Mi sono poi chiesto quali siano state, al di là dei 3 Slam vinti fra Pietrangeli e Panatta al Roland Garros (non dimentico che se Adriano avesse perso il tiebreak della finale con Solomon probbailmente avrebbe perso al quinto; era stravolto), quali siano state le partite più belle, sofferte fino al tiebreak finale quinto set ed importanti vinte dai nostri giocatori nei tornei del Grande Slam. Tornando indietro e senza fare ricerche troppo approfondite direi Cecchinato-Djokovic al Roland Garros 2018, Fognini-Nadal all’US Open 2015 con la spettacolare rimonta da sotto 2 set a zero, Seppi- Federer all’Australian Open del 2015 (ma l’unico successo di Andreas in 15 partite fu coronato al quarto set, al tiebreak), Sanguinetti-Srichapan con tre tiebreak negli ultimi tre set (6-3,4-6,6-7,7-6,7-6). Quante altre me ne sono perse?

In mattinata è d’obbligo la sveglia per seguire, non prima delle 7, Jannik Sinner contro il giapponese Taro Daniel che deve  avere un fatto personale con gli italiani. Dopo aver battuto Musetti a Adelaide nelle “quali” di Melbourne ha sconfitto Arnaboldi, Moroni e Caruso.

Credo che Sinner vendicherà tutti quanti e raggiungerà per la prima volta gli ottavi in Australia. Poi però dovrà battere anche il vincente di de Minaur-Andujar per centrare i quarti, così come Berrettini dovrà superare Carreno Busta. Se ci riusciressero avremo per la prima volta dal ’73 – furono Bertolucci e Panatta a Parigi quando persero entrambi da Nikki Pilic, Paolo nei quarti, Adriano in semifinale…il torneo lo vinse Ilie Nastase – due italiani nei quarti di uno Slam. E immagino come stiano fumando di rabbia le orecchie di Lorenzo Sonego che avrebbe potuto arrivarci anche lui se non avesse ceduto al non irresistibile Kecmanovic che vedremo alla prese con l’irriducibile Monfils per il traguardo dei quarti.

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Australian Open

Australian Open, Osaka: “Non sono Dio, non posso vincere ogni partita”. E Anisimova la applaude

La star nipponica esce al terzo turno dopo il titolo dello scorso anno: “Ho avuto due match point, posso essere comunque orgogliosa”. Amanda: “Naomi persona autentica. Qui a Melbourne atmosfera fantastica”

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Dopo un inizio di stagione positivo per entrambe, in preparazione all’Happy slam, rispettivamente con il titolo nel WTA di Melbourne 2 per la millennials statunitense e la semifinale raggiunta nel Summer Set 1 di Melbourne per la 4 volte vincitrice Slam; Anisimova e Osaka si sono affrontate per raggiungere il quarto round degli Australian Open 2022. La partita è stata vinta in rimonta e contro pronostico dalla classe 2000, con il punteggio di 4-6 6-3 7-6 (5) in 2ore e 18 minuti di match. Queste le parti salienti delle due conferenze stampa.

CONFERENZA STAMPA DI NAOMI OSAKA:

D: Che sfortuna stasera. Ovviamente ha giocato brillantemente, come hai detto. Com’è ricevere la palla di Anisimova? A noi, sembra che l’abbia colpita in modo liscio e piatto. Com’è per te giocarci?

 

R: “Direi non è forte ma arriva velocemente. Non credo sia pesante, ma arriva così rapidamente che ho sentito che non avevo davvero tempo per prepararmi all’impatto. La traiettoria è davvero bassa, quasi a terra”.

D: Non hai giocato così tante partite negli ultimi mesi. Pensi che abbia influito nella sconfitta?

R: “Probabilmente sì, perché non ho affrontato tante giocatrici che servivano e rispondevano così bene. Quindi si, se avessi affrontato prima giocatrici con queste caratteristiche sarei sicuramente stata più preparata, ma queste sono le scelte che ho fatto, non ho nulla di cui mi possa davvero incolpare, perché so dentro di me di aver dato tutto”.

D: Hai iniziato questa nuova stagione con un approccio diverso, quello di divertirti e goderti di più lo sport che pratichi. Quali sono gli aspetti della partita di stasera che contribuiscono a quel processo, volto a rendere il tennis per te più un divertimento che una professione? 

R: “Ho combattuto su ogni punto. Non posso essere triste per questo. Perché non sono Dio. Non posso vincere ogni partita. Quindi devo solo tenerne conto, come devo tenere conto della possibilità di vincere il torneo. Perché è davvero speciale vincere questi tornei. Quindi devo pensare, ogni volta che gioco i tornei del Grande Slam, che ho la possibilità di vincerli. Per quanto mi riguarda, mi sento come se fossi cresciuta molto in questa partita. Nell’ultima partita che ho giocato a New York penso di aver avuto un atteggiamento completamente diverso, quindi sono davvero contento di quello che ho fatto.  Ovviamente non del tutto perchè ho perso, ma sono contenta di come è andata”.

D: Una cosa di cui stavi parlando l’anno scorso è il modo di reagire alle sconfitte e di come le assorbivi. Mi chiedo se hai fatto qualcosa in tal senso, prima di iniziare questa stagione per prepararti alla sconfitta e alle emozioni che ne conseguono.

R: “Adesso sono in un momento della mia carriera in cui tutte quelle che mi affrontano sono preparate per sfruttare queste emozioni negative. Contro di me giocano sempre le migliori partite. So che ci saranno giorni in cui andrà male e giorni in cui andrà benissimo. È sempre casuale, e non lo so mai, ma non importa cosa succede, voglio solo lasciare il campo sapendo che ho combattuto su ogni punto. Oggi, naturalmente, c’erano cose che sentivo di poter fare meglio. Però ho avuto due match point, e penso che sia qualcosa  di cui posso essere orgogliosa.

CONFERENZA STAMPA DI AMANDA ANISIMOVA:

D: Cosa significa per te, Naomi come atleta e avversaria nel tour? Cosa significa inoltre, giocare un match contro di lei?

R: “Penso che sia davvero stimolante quello che ha fatto negli ultimi due anni. E’ incredibile quanto sia autentica. Penso che sia semplicemente fantastica, davvero una ventata di freschezza per il tour. E’ divertente e dolce. Lei è davvero una giocatrice importante, quindi sapevo che dovevo fare un passo in avanti e cercare di essere il più aggressiva possibile. Non so se sono riuscita ad esserlo così bene, perché nella maggior parte dei momenti sentivo di dover essere ancora più aggressiva. Infine, penso che il mio servizio sia stato ciò che abbia fatto davvero la differenza.”

D: Per “autentico”, cosa intenti?

R: “Naomi dice solo la verità su come si sente. Ha parlato della sua salute mentale negli ultimi due anni. So che l’anno scorso ha attraversato un anno davvero difficile, quindi immagino come possa sentirsi oggi. Mi sento male io per lei, perché lei era la campionessa in carica. Ma tornando all’autenticità, lei mi piace molto per il modo onesto con cui parla. E quindi penso che sia davvero una fonte di ispirazione per tutti”.

D: Sei in una forma fantastica da quando sei arrivata in Australia. Cosa ti piace del giocare in Australia? La fantastica estate australiana?

R: “Ad essere onesta, adoro giocare di fronte ai fans australiani. Penso che siano così carini, che è veramente divertente giocare qui. L’atmosfera è proprio simile a quella dello Us Open, che adoro assolutamente. L’ultimo torneo che avevo giocato qui, l’avevo vinto (Melbourne 2). Era stata una settimana fantastica per me, ma non vedevo l’ora di giocare su questi grandi palcoscenici. Qui all’Australian Open è semplicemente un’atmosfera fantastica. Questo è tutto ciò per cui mi alleno. Durante il tie-break mi è venuta la pelle d’oca. Quando gioco in questi grandi tornei ho sempre questa sensazione nei momenti decisivi.”

D: Hai detto che hai apprezzato Naomi quando ha parlato di salute mentale, della sua lotta interiore dello scorso anno. Una top player che si apre in questo modo, parlando di sé, rende più semplice per te e per le altre giocatrici nel tour sentirsi meno sole nel parlare di questi problemi?

R: “Si, di sicuro, perché questo modo di approcciarsi alle tematiche che riguardano la salute mentale diffonde consapevolezza e permette di allontanare lo stigma riguardante questo problema. Penso che siamo in un momento completamente diverso ora. Questa generazione sta diventando più onesta su tutto questo genere di cose. Penso che sia fantastico da vedere per tutto ciò che è esterno al mondo del tennis. Mi sento a mio agio nel parlare di qualunque cosa. Ho passato un paio di anni difficili e non mi dispiace postare sui social per cercare di diffondere consapevolezza alle persone che stanno attraversando delle difficoltà. Penso che sia fantastico essere riconoscibile dalle persone che ci seguono. Credo sia un grande messaggio.”

 D: Cosa ti ha dato l’ingresso di Darren Cahill nel tuo team? Quali consigli ti ha dato per la partita di oggi?

R: “Rappresenta una grande aggiunta alla mia squadra. Cerca di aiutarmi a rimanere calma e rilassata, dandomi fiducia per affrontare partite come quella di oggi e per credere in me stessa affinchè io sappia di potercela fare. Penso che stia facendo un ottimo lavoro ed è stato fantastico il modo in cui mi ha aiutato. Oggi per, esempio, mi ha detto di provare a giocare più rilassata. Ieri, invece, mi sono un po’ persa perché ero troppo concentrata su cosa avrei dovuto fare a livello tattico e lui è intervenuto dicendomi ancora una volta di rilassarmi. Interviene in questi momenti e riesce a farmi ritrovare il mio gioco”.

Cipriano Colonna

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ATP

Australian Open 2022, un grande Nadal supera un buon Khachanov: 15° ottavo a Melbourne [VIDEO]

Vittoria in quattro set per il n. 5 del mondo: “Senza dubbio il mio miglior match quest’anno”. Ora per lui c’è Mannarino, che ha sconfitto Karatsev

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Rafael Nadal all'Australian Open 2022 (Credit: @AustralianOpen on Twitter)

[6] R. Nadal b. [28] K. Khachanov 6-3 6-2 3-6 1-6

Nel match di chiusura della sessione serale della Rod Laver Arena, Rafael Nadal supera Karen Khachanov per 6-3 6-2 3-6 6- 1in 2 ore e 50 minuti con una prestazione decisamente in crescita rispetto ai match disputati finora in questo torneo. La lontananza dal circuito nella parte finale del 2021 per il 35enne spagnolo non è stata una pausa particolarmente debilitante e ora a Melbourne sta continuando ad ingranare sempre di più. Di solito un’assenza prolungata di quasi 6 mesi può lasciare strascichi nel momento del ritorno alle competizioni di alto livello ma non se disponi dell’esperienza di Rafa, che con questa vittoria si è qualificato per la quindicesima volta alla seconda settimana dell’Australian Open; ricordiamo che in una situazione simile, proprio cinque anni fa e alla stessa età, Roger Federer tornò in campo e trionfò agli Australian Open.

Nadal per il momento ha superato l’ostacolo Khachanov – battuto 9 volte su 9 in carriera – con una prestazione a dir poco brillante per larghi tratti dell’incontro, di tutt’altra pasta rispetto a quella vista contro Hanfmann nel turno precedente. Del resto lo spagnolo non perde in questa fase di torneo dal suo debutto nel 2004 contro Lleyton Hewitt, e ora agli ottavi di finale trova Adrien Mannarino. Il n. 30 del mondo Khachanov invece, che aveva raggiunto i quarti di finale a Wimbledon nel 2021, arriva a quattro sconfitte consecutive nel terzo turno degli Australian Open senza aver mai superato questa fase a Melbourne.

 

IL MATCH – Blackout iniziale di Khachanov, con grande contributo dello spagnolo, che perde i primi sette punti del match e, nonostante le prime di servizio, si ritrova subito sotto di un break. Nadal non ci mette molto a saper sfruttare i momenti di incertezza dell’avversario e non toglie il piede dall’acceleratore facendo leva su angoli improponibili trovati sia col dritto che col rovescio. Magari l’uncino non avrà la stessa rotazione di un tempo ma l’efficacia non è scemata. Inizio di partita davvero travolgente per la testa di serie n. 6 che perde il primo punto alla battuta addirittura sul 5-3 nel momento di servire per il primo set. Con percentuali che sfiorano la perfezione, Nadal continua a pungere col dritto e poi una risposta lunga sancisce la fine del primo set per 6-3 dopo un monologo di 36 minuti.

La lotta e l’equilibrio del secondo set si condensa tutta nel primo game durato più di 10 minuti con il russo alla battuta. Khachanov prova a spingere portandosi quasi al limite delle sue abilità ma le potenti accelerazioni tornano indietro troppo spesso e alla fine il break in apertura è inevitabile. Poco più tardi c’è un altro game lottato dall’elevato tasso adrenalinico in cui Karen conquista la prima palla break della sua partita, occasione in cui ovviamente Nadal trova il modo per salvarsi con la battuta mantenendo il vantaggio, e conseguentemente il set per 6-2.

Sotto di due set Khachanov ha il grande merito di non abbandonare la partita anzitempo, anzi, inizia a sfoderare le sue potenti bordate di dritto con ancor maggiore convinzione; affinché l’andamento di un match si ribalti però ci vuole la complicità di entrambi i tennisti e dunque è anche Nadal ad avere un evidente calo di prestazione nel terzo set e anche un evidente arretramento nella posizione in risposta. Il maiorchino perde la battuta dopo esser stato sopra 40-0 e, nonostante le chance immediate di contro-break, Khachanov trova sempre il modo di salvarsi galvanizzandosi col passare del tempo. Il pubblico apprezza decisamente questo ravvivamento dell’incontro e in 57 minuti Karen vince il set per 6-3.

Nel quarto parziale Nadal torna ad indossare i panni del cannibale e neanche la bottiglietta meticolosamente poggiata a terra che cade e rovescia tutta l’acqua può distrarlo. Il calo registrato nel set precedente viene rapidamente smaltito e, continuando ad adottare una posizione in campo estremamente difensiva, il suo gioco mostra tutt’altri connotati; a suon di passanti vincenti arriva il break di Rafa già al secondo game. Il n. 5 del mondo è una roccia e di lì a poco arriva un altro allungo che permette a Nadal, dopo 2 ore e 50 minuti, di chiudere 6-1 con un servizio vincente al primo match point.

LE PAROLE A CALDO“Ho giocato contro un gran giocatore e un mio amico. Senza dubbio è il mio miglior match da quando ho ripreso a giocare quest’anno e colgo l’occasione per augurare Karen buona fortuna per il resto della stagione – ha iniziato Rafa nell’intervista in campo a fine partita -. Giocare una partita del genere significa avere dentro grande energia e voglio ringraziare il mio team e la mia famiglia perché abbiamo fatto un grande lavoro”.

A. Mannarino b. [18] A. Karatsev 7-6 6-7 7-5 6-4

L’avversario di Nadal negli ottavi a sorpresa sarà Adrien Mannarino, che nei pressi delle 02:30 australiane ha sconfitto dopo una battaglia di quattro ore e 39 minuti (un’infinità di tempo per soli quattro set) la testa di serie numero 18 Aslan Karatsev, che a Melbourne Park difendeva la semifinale del 2021. Karatsev, probabilmente provato dal fatto che aveva giocato già per cinque ore al primo turno contro Munar e altre due ore e mezza al secondo turno con McDonald, si è arreso ai colpi piatti e filanti del francese, che a 33 anni si è tolto la soddisfazione di arrivare per la prima volta al quarto turno dell’Australian Open. Il russo quest’oggi non è apparso certo nella sua miglior versione: particolarmente impressionante il numero degli errori non forzati (86).


TABELLONE MASCHILE

TABELLONE FEMMINILE


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