Uno contro tutti: Lendl al tramonto e l'ultima semifinale a Wimbledon

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Uno contro tutti: Lendl al tramonto e l’ultima semifinale a Wimbledon

Ventisei uomini diversi hanno occupato il trono di numero uno del mondo. Oggi parliamo degli ultimi anni del dominio di Lendl, concluso nell’agosto 1990 poche settimane dopo l’ennesima sconfitta a Wimbledon contro Edberg

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Archiviata la breve parentesi di Wilander, la cui conquista del trono mondiale è vissuta nell’esaltazione della rincorsa molto più che nel periodo trascorso da regnante, il 30 gennaio 1989 Ivan Lendl si riprende lo scettro e lo terrà per altre 80 settimane. Reduce dal successo tutto sommato agevole in quel di Melbourne (dove non ha dovuto affrontare nemmeno un top 10 per alzare il trofeo), Ivan si prende un periodo di riposo e torna a Dallas per le WCT Finals dove però incappa in un ritrovato John McEnroe che lo ferma in semifinale. Mac non è più super come nel 1984 ma ha ritrovato la voglia di misurarsi agli alti livelli e si prende la soddisfazione di tornare a battere il grande rivale dopo quasi quattro anni di astinenza; la sfida numero 30 rimette il bilancio in parità (15-15) ma per lo statunitense non ci saranno ulteriori repliche nelle ultime sei sfide dirette. 

Dal canto suo, il n°1 è in gran spolvero e, fino al Roland Garros, perderà solo la finale di Tokyo con Edberg. Nel frattempo Ivan incamera Scottsdale, Key Biscayne (dove un ubriaco alla guida di un auto mette fuori uso Thomas Muster, che avrebbe dovuto affrontarlo in finale), Forest Hills e Amburgo e si presenta a Parigi da grande favorito. Nello stesso teatro in cui aveva rotto l’incantesimo vincendo la sua prima finale slam, Lendl scrive un altro capitolo della storia del tennis ma questa volta si trova dall’altra parte della rete. Ad eliminarlo dal torneo, negli ottavi di finale, c’è un ragazzino che diventerà il più giovane in assoluto a conquistare uno slam: Michael Chang. Lo statunitense di Hoboken recupera due set al re del mondo e per farlo ricorre ad ogni mezzo lecito, compreso servire da sotto: 4-6 4-6 6-3 6-3 6-3 è lo score di un incontro che non vale nemmeno la pena ricordare, tanto è famoso.

Lendl, contrariato, non si dà pace per le bizzarrie del “cinesino” che arriva anche a posizionarsi in risposta con i piedi sulla linea del servizio per falsare le prospettive all’ex-cecoslovacco e costringerlo all’errore. Chang vincerà il torneo mentre Ivan si concentrerà subito sull’erba, dalla quale riceverà la soddisfazione della vittoria al Queen’s e l’ennesima delusione a Wimbledon, battuto in semifinale da Becker.

 

Eclissatosi McEnroe, i nuovi antagonisti del numero 1 sono diventati lo stesso Becker e lo svedese Edberg, una doppia rivalità permeata di equilibrio (come dimostra il doppio bilancio negli head-to-head a fine carriera: 11-10 con Boris, 13-14 con Stefan) e che nella stagione in oggetto vede lo statunitense d’adozione in una certa difficoltà. Infatti, dopo Wimbledon, è ancora Becker a infliggergli la delusione più cocente battendolo in quattro set nella finale degli US Open. Di nuovo, è il contrasto di stili ad alzare la qualità dello spettacolo in queste sfide; pur non disdegnando di trovare il punto da fondo, Becker cerca con maggiore frequenza la rete e la chiave del match diventano i due tie-break che lo aprono e lo chiudono, entrambi conquistati dal tedesco che si impone 7-6 1-6 6-3 7-6.

Lendl, che non batte il n°2 del ranking da quasi quattro anni, inizia l’ultima parte della stagione tornando sulla terra ma a Barcellona viene fermato in semifinale da Andres Gomez. Il mancino ecuadoriano attendeva questa giornata da oltre otto anni e ben quattordici incontri, ovvero tutti quelli intercorsi dalla sua unica vittoria su Lendl, conseguita a Washington nel 1981. Poi, come detto, solo qualche set fino al rocambolesco 1-6 7-6 9-7 che decreta anche l’unico successo di Andres contro un n°1 in carriera (a fronte di ben nove sconfitte). Vincitore di due edizioni degli Internazionali d’Italia (1982 e 1984) e più in generale di sedici titoli ATP, Gomez è appena n°30 del mondo quando ottiene questo risultato ma è già stato a lungo top 10 nel corso di una carriera che pare avviata verso un dignitoso tramonto. Invece, come vedremo più avanti, il bello arriverà inatteso quanto meritato nella tarda primavera del 1990.

Ma restiamo su Lendl, che rimedia subito al mezzo passo falso catalano infilando tre tornei consecutivi su altrettante superfici (la terra di Bordeaux, il duro di Sydney e il sintetico di Stoccolma) e si presenta al Masters, l’ultimo che si disputa nella gloriosa sede del Madison Square Garden di New York, con i favori del pronostico. Anche perché, nel torneo dei maestri, Lendl è alla decima partecipazione consecutiva e nelle nove precedenti ha sempre raggiunto la finale, vincendone cinque. Ivan supera in scioltezza il round robin lasciando appena 14 giochi ai tre statunitensi affrontati (Chang, Krickstein e McEnroe) senza perdere mai il servizio e, prima della semifinale con Edberg, la commentatrice ed ex-tennista Mary Carillo ammette che una vittoria dello svedese sarebbe una sorpresa. Lendl arriva a questo match con un bilancio in carriera sul tappeto sintetico di 209 vinte e 32 perse ma Edberg lo tiene in costante apprensione con la battuta e gioca meglio i punti importanti che decretano il 7-6 7-5 in favore dello scandinavo, che il giorno dopo batterà Becker conquistando il suo primo (e unico) Masters.

Ivan Lendl e Stefan Edberg

Nonostante la sconfitta, Lendl chiude al primo posto la stagione (è la quarta per lui, dopo il triennio 1985-1987) e nel 1990 è ancora l’uomo da battere. Con il preciso obiettivo di colmare la sua unica grande lacuna – ovvero Wimbledon – il n°1 del mondo predilige i campi rapidi e salta di netto l’intera stagione primaverile sulla terra battuta. Nella sua marcia di avvicinamento al grande evento, Lendl parte conquistando gli Australian Open (dove uno sfortunato Edberg è costretto al ritiro a metà di una finale fin lì equilibrata) dopo aver perso nei quarti a Sydney da Noah. Appena una settimana di sosta e il tour-de-force del numero 1 prevede tre tornei indoor consecutivi di qua e di là dall’Atlantico; vince a Milano e Toronto e perde in finale (doppio 6-2) a Stoccarda con Becker. 

Il passaggio sul cemento riserva a Lendl due battute d’arresto inattese. Nell’ATP Championships Series (è questa la nuova denominazione dei nove tornei che stanno un gradino sotto gli slam) di Key Biscayne, Ivan perde negli ottavi con Emilio Sanchez mentre a Tokyo a fermarlo – stavolta in semifinale – è Aaron Krickstein. Prodotto della scuola di Bollettieri, lo statunitense di Ann Arbor – Michigan – ad inizio carriera ha battuto alcuni record di precocità; a 16 anni, due mesi e 13 giorni diventa il più giovane vincitore di un titolo ATP (a Tel Aviv, nel 1983) e due giorni dopo è anche il più precoce top 100 della storia, così come lo sarà per la top 10, conquistata subito dopo i 17 anni nell’agosto 1984. Quando batte Lendl, Aaron è il settimo tennista del ranking ma ha già dovuto fare i conti con diversi infortuni che ne hanno limitato il rendimento. Nonostante ciò, quando c’è da lottare Krickstein è un osso duro (chiuderà la carriera con un record di 29-8 al quinto set) e in Giappone si qualifica per la finale battendo per l’unica volta in carriera un n°1 mondiale con lo score di 6-3 5-7 6-4.

Ma Lendl, l’abbiamo detto, ragiona solo in prospettiva di Wimbledon e si prende due mesi di pausa per prepararsi al meglio sull’erba. La sosta sembra avergli fatto bene tanto che, chiamato a difendere il titolo conquistato l’anno precedente, al Queen’s Ivan è intrattabile e torna a battere Boris Becker dopo quasi due anni; succede in finale e lo score (6-3 6-2) incoraggia il leader del ranking, anche perché in precedenza sull’erba aveva sempre perso (0-3) con il tedesco. Ancora una volta, però, le certezze del Queen’s diventano dubbi a Wimbledon, dove Lendl approda in semifinale balbettando contro avversari non di primissimo livello (Miniussi, Antonitsch, Shelton e Brad Pearce) per poi offrirsi in sacrificio a uno splendido Stefan Edberg, che lo batte 6-1 7-6 6-3 senza attenuanti.

Finisce qui, di fatto, il lungo regno di Ivan Lendl, iniziato il 28 febbraio 1983. Amareggiato dall’esito della sua undicesima campagna di Wimbledon, Lendl tornerà in campo solo a New Haven nella stessa settimana in cui il computer dell’ATP l’ha declassato al secondo posto: è il 13 agosto e l’ultima soddisfazione gli arriva dal totale delle settimane trascorse in vetta, esattamente 270, ovvero due in più di chi deteneva il record precedente, Jimmy Connors. In tutto questo tempo, Lendl ha giocato 410 incontri (366-44) in 86 tornei, di cui 35 vinti. Pur avendo avuto alle spalle per tanto tempo Boris Becker, non sarà il tedesco a raccogliere la sua eredità bensì… Questo lo scopriremo nella prossima puntata.        

TABELLA SCONFITTE N.1 ATP – DECIMA PARTE

ANNONUMERO 1AVVERSARIOSCORETORNEOSUP.
1989LENDL, IVANMcENROE, JOHN76 67 26 57DALLAS WCTS
1989LENDL, IVANEDBERG, STEFAN36 62 46TOKYOH
1989LENDL, IVANCHANG, MICHAEL64 64 36 36 36ROLAND GARROSC
1989LENDL, IVANBECKER, BORIS57 76 62 46 36WIMBLEDONG
1989LENDL, IVANBECKER, BORIS67 61 36 67US OPENH
1989LENDL, IVANGOMEZ, ANDRES61 67 79BARCELLONAC
1989LENDL, IVANEDBERG, STEFAN67 57MASTERS S
1990LENDL, IVANNOAH, YANNICK16 46SYDNEYH
1990LENDL, IVANBECKER, BORIS26 26STOCCARDA INDOORS
1990LENDL, IVANSANCHEZ, EMILIO36 76 46MIAMIH
1990LENDL, IVANKRICKSTEIN, AARON36 75 46TOKYOH
1990LENDL, IVANEDBERG, STEFAN16 67 36WIMBLEDONG


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Ritratti: storie di città e di tennis

Affreschi di Roma, Bologna, Napoli, Milano. E Genova. Le città del tennis, per aver dato i natali a Panatta e Schiavone. Ma anche a Fantozzi

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Matteo Berrettini - ATP Queen's 2021 (via Twitter, @QueensTennis)

Anche le città credono d’essere opera della mente o del caso, ma né l’una né l’altro bastano a tener su le loro mura. D’una città non godi le sette o settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda” (Italo Calvino)

Roma risponde da secoli a una domanda: dove portano tutte le strade? Roma, l’Impero, città dove un Colosseo nasce tondo e finisce quadrato. Pietro vi pose una pietra per farne sede della Chiesa e Roma fu capitale di due cose diverse da dover riunire. Ministeri, turisti a far foto con centurioni in sneakers. Roma Città Aperta a La Dolce Vita, capitale del Cinema. Francesco è il Papa, ma Roma di Francesco ha solo un Capitano. Adriano fu buon imperatore ma ottimo tennista. Tra le prime vere pop star dello sport italiano, Panatta sconfessò il detto latino “nemo propheta acceptus est in patria sua” vincendo gli Internazionali di Italia a Roma . La rese nuovamente “caput mundi” conquistando anche la Davis e Parigi, nuovo “De Bello Gallico” con racchetta.

Roma tanti cantori, tante maschere, dialetto toscano riveduto, corretto e abusato, sempre zompa quel grillaccio del Marchese. Tonino Zugarelli a vincere Roma ci ha provato. Un biondino amante della Vita(s) notturna, Gerulaitis, di giorno gli rubò il sogno lasciandolo campione dimezzato. Romano non romanista è Matteo Berrettini, per via di un nonno fiorentino che lo ha reso viola e non giallorosso. Bello quasi come Adriano che di più non si può e deve, nella storia ancora da scrivere, è il secondo miglior tennista italiano dell’Era Open, già detentore di diversi record ed unico italiano finalista a Wimbledon. Alice guarda i gatti che si perdono nel sole che cala dietro il cupolone.

 

Bononia fu tale dopo esser stata etrusca e gallica. Culture e movimenti giovanili, politica, arte, crocevia di viandanti approdo di studenti, tra l’appennino e l’Europa è l’Emilia Paranoica, Bologna la Berlino che non ce l’ha fatta. Fumogeni, polizia che rincorre, dall’altro lato della città, rincorrono e colpiscono palle da tennis Paolo e Omar. Paolo Canè è bizzoso, gran talento, fisico gracilino, potenza mancante testa bollente, sarebbe divenuto tennista continuo nei singoli exploit. Stessa sorte per motivi diversi sarebbe toccata ad Omar, tennis da top 10, gambotte pesanti e un infortunio al giorno. Tra la via Emilia e le stelle, Bologna sempre a metà di qualcosa.

Omar Camporese – Bologna

18 ottobre 1970. Paolo Grassi, fondatore con Giorgio Strehler del Teatro Piccolo di Milano, produce e fa debuttare “Il Signor G“ di Giorgio Gaber. Il bar del Giambellino diviene famoso e con loro gli artisti che di quella Milano son figli. 

Vincenzina davanti alla fabbrica,
Vincenzina il foulard non si mette più.
Una faccia davanti al cancello che si apre già.
Vincenzina hai guardato la fabbrica,
Come se non c’è altro che fabbrica

(Enzo Jannacci)

In Milan la vita l’è bela. Negli anni dove al posto dell’erba nasce la città, Lea Pericoli, la “Divina”, tennista e modella, icona di eleganza, determinazione e bellezza, vince 27 titoli italiani ritirandosi a 40 anni da detentrice di tutte e tre le specialità. Inter e Milan fanno incetta di titoli e coppe internazionali, Milano è il faro dell’Italia che si ricostruisce, il simbolo della modernità da inseguire e conquistare. Milano capitale della moda, del design e di tante altre cose. Milano una capitale senza esserlo. Si dice che a Milano, a saper fare, si possa tutto.

Silvia Farina giocava a tennis e lo giocava bene. Ineguagliabile stilista, accarezzò col suo rovescio ad una mano una palla che raccolse dall’altro angolo della strada una ragazza di nome Francesca, il cui cognome è nell’albo dei vincitori del Roland Garros. Francesca Schiavone è stata la prima italiana ad aver vinto un titolo del Grande Slam e ultima in assoluto ad averlo fatto giocando il rovescio ad una mano. Milano città della Borsa. Nella sua Laura Golarsa aveva le racchette e volava a Wimbledon perché là si trasformava: un quarto di finale e tanto bel tennis. Per i suoi quarti in uno Slam, l’omonima Garrone scelse Parigi. Gran rovescio anche lei perché a Milano non sempre tutto può andar dritto. 

Francesca Schiavone – Milano

La città ha sempre un punto cardinale bagnato dal mare. La città di mare non nega mai il suo orizzonte a chi lo cerca. Sovente si fa cartolina. Napoli, il mare, feticcio da conquistare, rivendere, rivendicare, “Chi tene ‘o mare?” Culturalmente autoreferenziale, protagonista delle proprie sceneggiature, Napoli si esporta. Clima da ozio pigro e creativo, Napoli ha sfornato più artisti, intellettuali e politici che sportivi, essenzialmente nuotatori, canottieri, pallanuotisti e calciatori. Rita Grande scelse il tennis. Gioco brillante ed un ottavo raggiunto in ogni prova dello Slam, un Wimbledon da Juniores, perso in finale. Nargiso il Wimbledon dei piccoli lo vinse. Di Maradona aveva il nome e a Becker la convinzione di esser pari. Tra colpi di testa e di lingua fu ottimo doppista specie in Davis. Nel doppio misto dei commentatori TV, la coppia Nargiso/Grande da titolo Slam. Di qualche anno li precedette Massimo Cierro, meno appeal mediatico e tanta sostanza, ora è Giustino.

Tennis Club Napoli, vestito a festa per Italia-Gran Bretagna di Coppa Davis (2014)

Italia terra di Comuni, Signorie, Ducati grandi e piccoli, a due ruote, Repubbliche Marinare ed anche altro. Piccoli luoghi che diventano capitali, palazzi del potere ovunque. Faenza, cittadina di ceramica, meeting di etichette discografiche indipendenti, di tennisti che diventano manager. Gaudenzi, austriaco di spirito, nove finali ATP, tre titoli vinti, numero 18 al mondo non è più solo. Federico Gaio lavora per rendere Faenza il luogo col miglior rapporto popolazione/top 100, considerando il numero 13 di Raffaella Reggi, traino del tennis femminile italiano degli anni ’80. Uno Slam nel doppio misto con Casal a New York, un bronzo alle Olimpiadi di Los Angeles con torneo di tennis ancora con valore di esibizione, cinque titoli in singolare, quattro in doppio. Nel 1985 ha vinto in entrambe le specialità l’edizione degli Internazionali d’Italia svoltasi a Taranto. 

“Se ti inoltrerai lungo le calate
Dei vecchi moli
In quell’aria spessa carica di sale
Gonfia di odori
Lì ci troverai i ladri gli assassini
E il tipo strano
Quello che ha venduto per tremila lire
Sua madre a un nano”

(Fabrizio De Andrè)

Genova si guarda solo dal mare, città di eroi, cantautori e navigatori, città di amici al bar che non cambiarono il mondo, ma ne scoprirono uno nuovo che l’avrebbe cambiato, città di pantaloni famosi che si chiamano come lei. Genova, la via per la Francia, approdo al mare per Torino che non ne ha.

 

“Filini: Allora, ragioniere, che fa? Batti?
Fantozzi: Ma… mi dà del tu?
Filini: No, no! Dicevo: batti lei?
Fantozzi: Ah, congiuntivo!
Filini: Sì!“

Nel febbraio 2001, Genova (che già gli aveva dato i natali) riconosce la cittadinanza onoraria a Paolo Villaggio. Non vi sono racchette, non vi sono bambini che con esse colpiscono la paura di diventar grandi, non di un solo tipo di storie si fa una città.

“There’s a city in my mind
Come along and take that ride
And it’s all right, baby it’s all right”

(Talking Heads)

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La lingua di Becker e quel diavolo di Agassi

Vi raccontiamo una storia bizzarra, che forse sapevate o forse no. Come faceva Andre Agassi a sapere sempre dove avrebbe servito Boris Becker

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Gli amici più intimi dello scrivente sanno che a qualsiasi ora del giorno e della notte sono autorizzati a segnalargli notizie relative al mondo del tennis che possano fornire spunti per scrivere articoli ad usum Ubitennis. Una settimana fa, era un giovedì sera – all’incirca tra il quinto e il sesto gol segnato dal Manchester United alla Roma – da uno di questi amici è giunto il seguente messaggio WhatsApp:

Andrea: “Hai visto quel filmato fantastico di Agassi che racconta come riusciva a leggere il servizio di Becker?”   
No
Andrea “Lo trovo sublime. Te lo invio. Devi farci un pezzo!” 

– Circa 5 minuti dopo –

 

Diavolo di un Agassi! Pezzo in arrivo. Grazie Andrea

Il video fu realizzato da Andrè Agassi nel 2017 per “The Players’ Tribune Unscriptd“.

The Players’ Tribune Unscriptd è una piattaforma multimediale creata nel 2014 da Derek Jeter – ex professionista della Major League statunitense di baseball – che pubblica storie relative ad atleti professionisti di ogni sport. I contenuti di questa piattaforma sono costituiti da video, storie scritte, podcast e interviste.

Nelle parole del suo fondatore la missione della piattaforma è di permettere agli atleti di mettersi in contatto diretto con i loro fan. Almeno per quanto ci riguarda l’obiettivo è raggiunto

Di seguito il video e poi la traduzione delle parole di Agassi.

“Il tennis consiste soprattutto nella capacità di risolvere problemi e non puoi risolverli a meno che tu non abbia l’empatia e l’abilità di percepire tutto ciò che ti circonda. Più capisci in cosa consiste il problema e più sei in grado di risolverlo nella vita e nel lavoro. Boris Becker – per esempio – mi batté le prime tre volte in cui ci incontrammo a causa di un servizio che non si era mai visto prima nel nostro sport. Guardai le cassette relative a quelle partite per tre volte e alla fine mi resi conto che aveva un tic con la lingua. Non sto scherzando. Iniziava il suo movimento oscillatorio – sempre la stessa routine – e mentre era sul punto di lanciare la palla tirava fuori la lingua e lo faceva collocandola esattamente nel mezzo delle labbra oppure leggermente più a sinistra. Quando batteva da destra e metteva la lingua tra le labbra, tirava o al centro o al corpo; se la metteva a lato serviva ad uscire.

La parte più difficile per me non era rispondere al suo servizio, bensì non fargli capire che lo sapevo. Dovevo resistere alla tentazione di leggere il suo servizio per la maggior parte della partita e scegliere il momento più adatto in cui usare questa informazione per eseguire un colpo che mi avrebbe permesso di fare il break.

Quella era la cosa più difficile; non avevo problemi a fargli il break, bensì a tenergli nascosto il fatto che potevo farlo a mio piacimento perché non volevo che tenesse la lingua in bocca ma che continuasse a tirarla fuori!

Raccontai questa cosa a Boris soltanto dopo il suo ritiro perché ci tenevo alla mia incolumità. Glielo dissi durante un Oktoberfest in Germania mentre bevevamo una pinta di birra insieme. Non potei fare a meno di dirgli: ‘a proposito, sai che facevi questa cosa e buttavi via il servizio?‘. Cadde quasi dalla sedia e mi rispose: (dopo i nostri match, ndt) “Tornavo a casa e dicevo a mia moglie: è come se mi leggesse nella mente. Figurati se pensavo che mi stavi semplicemente leggendo la lingua”.


Lingua o non lingua, dopo le prime tre sconfitte iniziali, Agassi batté Becker 10 volte in 11 occasioni. L’unica eccezione fu rappresentata dalla semifinale di Wimbledon del 1995; quel giorno Boris servì con lingua biforcuta.

Resta però aperta una domanda alla quale Agassi non dà risposta: quando Boris serviva da sinistra dove metteva la lingua? Se qualcuno lo sa, è pregato di farcelo sapere.

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Storie di tennis: un diritto di troppo

Da Giorgio de Stefani a Teodor Davidov, undicenne bulgaro che gioca due dritti (come l’ex numero 1 italiano) e serve con due mani diverse. Il futuro del tennis o solo un curioso vezzo?

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Friedrich Wilhelm Nietzsche è il padre di una delle più audaci teorie filosofiche di tutti i tempi nota con il nome di “eterno ritorno”. Secondo il filosofo tedesco, il tempo non si muove su una linea retta indirizzata verso un’ineludibile fine, bensì in un incessante moto circolare e la storia – che ne è figlia – è quindi destinata a ripetersi all’infinito.

Immaginiamo quindi il suo gaudio nel vedere la sua teoria indirettamente confermata da un giovanissimo tennista statunitense che ripropone sul campo le gesta di un tennista italiano che visse il suo apogeo tennistico negli anni ’30 del secolo scorso. Cosa accomuna questi due tennisti così lontani nel tempo e nello spazio? L’esecuzione del rovescio o – per meglio dire – la non esecuzione di quel colpo.

Il tennista italiano di cui stiamo parlando è Giorgio de Stefani, che fu numero uno del tennis italiano dopo il ritiro del barone Uberto De Morpurgo – avvenuto nel 1933 – sino al 1936. De Stefani disputò 66 partite di Coppa Davis vincendone 44 e battendo giocatori del calibro di Hopman e Perry; giunse in finale al Roland Garros nel 1932 dove fu sconfitto in quattro set da uno dei moschettieri di Francia, Henri Cochet. In un’epoca in cui non esisteva la classifica fatta dal computer bensì dai giornalisti sportivi, de Stefani nel ’34 fu giudicato nono giocatore al mondo dal più eminente tra questi, Arthur Wallis Myers. Nicola Pietrangeli lo affrontò in doppio e commentò cosi il suo stile di gioco: “se gli facevi un pallonetto, non sapevi mai da che parte sarebbe arrivato lo smash”, poichè de Stefani – un mancino naturale – colpiva la palla esclusivamente con il diritto passandosi rapidamente la racchetta da una mano all’altra.

 

Per saperne di più sul nostro connazionale vi rimandiamo a un libro recensito da Ubitennis alcuni anni fa, dal titolo “Giorgio de Stefani: il gentleman con la racchetta” di Francesca Paoletti e per guardarlo in azione su YouTube, dove si possono vedere alcune immagini relative a un suo incontro di Coppa Davis.

Il suo giovanissimo emulo è l’undicenne di origine bulgara Teodor Davidov. A due anni Davidov si trasferì con la famiglia dalla natia Sofia a Denver, dove iniziò a giocare a tennis a 3 anni. Davidov non si limita però a colpire la pallina con il diritto da entrambi i lati del corpo: forte di uno spiccato ambidestrismo serve da sinistra con la sinistra e da destra con la destra.

Vi ricorda qualche professionista in grado di fare altrettanto? Forse un ottimo doppista che in coppia con il fratello vinse il Roland Garros nel 1993? Esatto, proprio lui: Luke Jensen.

Davidov si è messo in luce in un torneo nazionale nordamericano under 12 disputato poche settimane fa e in un baleno, grazie a Internet, le sue immagini hanno fatto il giro del mondo attirandogli molte attenzioni e qualche commento forse un po’ prematuro; tra gli ultimi quello dell’australiano Paul Mc Namee, uno dei più forti doppisti di sempre e manager sportivo di alto livello, che ha definito la tecnica di Davidov “il futuro del tennis”. 

Non sappiamo se McNamee si rivelerà buon profeta. Sappiamo però che i pochissimi atleti che in epoche recenti hanno percorso quella strada non sono andati lontano. Prendiamo ad esempio il sudcoreano Cheong-Eui Kim che a 21 anni decise di adottare la strategia “a la Davidov” per sorprendere i suoi avversari, spaccando quindi in due il suo gioco: servizio mancino da sinistra e viceversa da destra e niente rovescio. Risultato: a 31 anni langue intorno alla posizione numero 900 dopo avere brevemente assaggiato la top 300 nel 2015.

Un altro giocatore con caratteristiche simili è stato l’italiano Claudio Grassi, ritiratosi pochi anni fa. Carrarese, classe 1985, arrivò ad occupare nel 2011 la posizione numero 300 della classifica mondiale. Mancino naturale era in grado di cambiare la mano dominante nel corso dello stesso scambio e di colpire con il diritto sia dal lato destro che sinistro del corpo, pur essendo in possesso di un discreto rovescio bimane. In un’intervista del 2011 affermò che per lui il cambio di mano era dettato più da ragioni istintive che tattiche e che a suo parere questa strategia ha due grossi limiti: la diseguale potenza delle due braccia e il tempo necessarie a passare la racchetta da una mano che – per quanto possa essere contenuto – può risultare fatale.    

Se nel tennis professionistico moderno in campo maschile l’eliminazione del rovescio dal bagaglio tennistico di un giocatore non ha offerto alcun risultato di rilievo, in campo femminile ne ha dato uno in più. La russa Evgenija Kulikovskaya con i suoi due diritti arrivò infatti ad occupare la posizione numero 91 in singolare nel 2003 e la numero 46 in doppio nel medesimo anno.

Risalendo la corrente del tempo (ma se ha ragione Nietsche rischiamo di farci venire un gran mal di testa) troviamo una giocatrice ben più forte della russa e che come lei colpiva la pallina solo con il diritto: Beverly Baker Fleitz. Fleitz, statunitense, in singolare raggiunse la finale di Wimbledon nel 1955 e nello stesso anno vinse quella di doppio a Parigi. Le classifiche dell’epoca la vedono al terzo posto nel 1954 -1955-1958.

In anni meno remoti, due giocatrici dotate soltanto di diritto si incontrarono al primo turno di Wimbledon edizione 1972: Lita Liem e Marijche Schaar; vinse la prima. Si tratta dell’unica partita disputata con questa peculiarità a livello professionistico.

Altri tempi e altre velocità; de Stefani e Fleitz  raggiunsero risultati importanti in un’epoca in cui la pallina viaggiava ad una velocità nettamente inferiore rispetto all’attuale e consentiva loro di cambiare di mano la racchetta senza compromettere l’esito dello scambio. Il tempo – ancora lui – ci dirà se Davidov saprà emularli; noi gli auguriamo buona fortuna, perché crediamo che il tennis abbia bisogno di nuovi campioni e ancor più di nuovi personaggi.

Questa storia di tennis è dedicata ad Antonella Rosa, tennista ligure che negli anni ’70 giunse sino al numero 132 del mondo, al numero 4 della classifica italiana e al titolo assoluto nel 1976, giocando con due diritti e nessun rovescio. A impostarla in questo modo fu Ido Alberton – storico maestro del Park Tennis Club di Genova – a seguito di un brutto infortunio patito da Rosa alla mano destra.

Antonella ci ha lasciati la scorsa estate a soli 63 anni.  

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