Uno contro tutti: Mats Wilander

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Uno contro tutti: Mats Wilander

Ventisei uomini diversi hanno occupato il trono di numero uno del mondo. Ripercorriamo le loro storie: oggi parliamo del settimo numero 1 della storia, lo svedese Wilander

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Mats Wilander - Roland Garros 1988

Anche se l’ufficialità arriverà solo il 12 settembre, il 1988 è senza dubbio l’anno di Mats Wilander, ovvero del settimo n.1 della storia da quando esiste il ranking ATP. Per quasi tutta la stagione, Ivan Lendl riuscirà a conservare il trono in virtù di una serie di buoni piazzamenti e poche sconfitte gravi ma lo svedese, sia pur inciampando di tanto in tanto, riempirà la sua annata di grandi risultati fino a piazzare la bandierina sulla vetta. Tuttavia, per inquadrare al meglio la figura di Wilander occorre fare un passo indietro di quasi sei anni, quando Mats stupisce il mondo diventando in un solo colpo il più giovane campione Slam della storia nonché l’unico ad aver vinto il singolare dopo essere stato campione juniores l’anno precedente. Tutto questo avviene nel 1982 al Roland Garros, la terra che per sei degli otto anni precedenti era stata dominata dal ben più celebre connazionale Bjorn Borg.

Anche se in apparenza ne replica lo stile, il credo tattico e la morfologia, in realtà Wilander è piuttosto diverso dal suo predecessore sia nel portare i colpi che nella visione di gioco, anche e soprattutto perché deve sopperire alla carenza di potenza con la sagacia e l’intelligenza. Il suo primo trionfo è un cocktail di sorpresa (degli avversari, che non lo conoscono abbastanza e ne sottovalutano le potenzialità) e resistenza (batte Lendl negli ottavi in cinque set e in finale con Vilas è una maratona di 4 ore e 43 minuti nonostante i quattro set di cui uno chiuso 6-0) ma Mats saprà cambiare pelle per portare a casa due Australian Open sull’erba (1983 e 1984) e un altro Roland Garros nel 1985, tanto da diventare il primo (e unico) tennista capace di vincere quattro major non ancora ventunenne.

Insomma, nel 1988 Wilander è un osso duro per tutti ma lontano dalla terra non sembra in grado di poter fare grandi cose, anche perché è a secco di titoli importanti ormai da quasi tre anni. Invece, nella prima assoluta degli Australian Open a Flinders Park, sul Rebound Ace della nuovissima Rod Laver Arena con il tetto mobile, Mats vince sia semifinale che finale al quinto set (rispettivamente contro Edberg e il beniamino di casa Pat Cash, che a sua volta aveva battuto Lendl in cinque set) e fa suo il primo Slam stagionale. In febbraio Lendl si ferma al secondo turno a Filadelfia contro l’attaccante australiano John Fitzgerald – un doppista eccellente che ha già vinto tre Slam e nel 1991 sfiorerà, insieme a Jarryd, il Grande Slam nella specialità – ma in marzo Wilander scivola a Orlando (battuto da Berger) prima di imporsi a Key Biscayne, che a quei tempi era praticamente uno Slam con sette turni al meglio dei cinque set, battendo Connors in finale.

Il n.1 Lendl incassa punti pesanti alzando i trofei di Monte Carlo e Roma (dove invece lo scandinavo perde clamorosamente con Pistolesi, nel Principato, e con Agenor al Foro) ma al Roland Garros non riesce a difendere il titolo conquistato nei due anni precedenti ed è un altro svedese, Jonas Svensson, a batterlo nettamente in tre set a livello di quarti di finale. Dal canto suo, Wilander a Parigi ritrova una condizione eccellente, sopravvive alle bombe di Zivojinovic al terzo turno (7-5 al quinto) e in semifinale manda Agassi per un’ora sul lettino del massaggiatore dopo aver subito le geometrie di Flipper e averne atteso il crollo fisico, evidenziato dal 6-0 della quinta frazione. In finale lo svedese mette dentro settanta prime su settantaquattro e disinnesca la volontà di attaccare di “Riton” Leconte, che i francesi vorrebbero vedere emulare Yannick Noah, campione cinque anni prima.

 

A Wimbledon, mentre Wilander (in odore di Grande Slam) ha la sfortuna di trovare sulla sua strada uno degli avversari che meno digerisce e viene eliminato nei quarti da “Gattone” Mecir, Lendl vede sfumare ancora una volta il suo sogno dovendosi fermare in semifinale contro Becker ma già negli ottavi il n,1 del mondo aveva dovuto annullare un match-point a Mark Woodforde prima di batterlo 10-8 al quinto di una partita intensissima, l’ottava consecutiva vinta sui prati della Regina al parziale decisivo.

Archiviata l’erba, l’estate americana diventa decisiva per la lotta al potere e le strade dei due contendenti si dividono. Lendl gioca a Stratton Mountain e Toronto mentre Wilander opta per Boston e Cincinnati ma i risultati sono praticamente gli stessi. Prima di trionfare in Canada, il n.1 perde a Stratton Mountain al secondo turno dal n.150 del mondo; Roger Smith, di Bahamas, non ha mai vinto più di un incontro in carriera nel tour maggiore e nel Vermont domina la sfida portandosi 4-0 nel primo set e 5-0 nel secondo e chiudendo 6-2 6-3 più per paura di vincere che per meriti di Lendl, il quale la prende con filosofia: “Non è la partita più importante della stagione, mi sto preparando per gli US Open e ci sta di perdere, anche perché Smith oggi non mi ha mai fatto entrare nel match con quei servizi tremendi”. Wilander non è da meno e, prima di aggiudicarsi l’importante tappa in Ohio, cade a Boston per mano del n.126 mondiale, Horacio De La Pena, che si impone 7-6 6-1.

Mats Wilander

Le tappe di avvicinamento sono terminate e a Flushing Meadows Lendl e Wilander sono ai lati opposti del tabellone e si guardano da lontano ma domenica 11 settembre c’è solo una rete a dividerli. L’approdo alla finale è stato simile per entrambi: Lendl ha dovuto ricorrere al quinto set già al debutto contro l’israeliano Amos Mansdorf e ha perso altri due set con Hlasek negli ottavi e il primo della semifinale con Agassi; Wilander invece è stato trascinato al quinto da Curren al secondo turno e ha ceduto a Emilio Sanchez il primo parziale nei quarti. Fino a tutto il 1984, le sfide dirette tra i due sono state equilibrate (5-5), poi Ivan ha preso il largo e nelle ultime nove occasioni ha perso solo la finale del Roland Garros 1985. L’anno scorso Lendl e Wilander sono stati in campo qui per 4 ore e 47 minuti, firmando la più lunga finale del torneo nonostante abbiano giocato solo quattro set e uno di questi sia terminato 6-0, ma il primato viene superato (sia pur solo di qualche minuto) e stavolta l’esito è diverso.
UN CAPOLAVORO TATTICO: WILANDER SEMPRE A RETE
In una giornata afosa come solo a New York in tarda estate sembra possibile, i primi due giocatori del mondo si danno battaglia per quasi cinque ore e fino all’ultimo l’esito resta in bilico. Ma Wilander aveva deciso di mettere in atto una tattica che non gli era per nulla abituale, tutta d’attacco. Non si era mai visto Wilander fare tanti serve&volley come quel giorno. A Flushing Meadows non riconosce più lo svedese chi aveva visto e ricordava quella sua vittoria nella finale del Roland Garros contro Vilas, con la gente che aveva preso addirittura a fischiare per via di scambi noioissimi e interminabili, un tennis di pazienza che non si poteva quasi credere che potesse esserne capace un ragazzino di 17 anni. Wilander giocherà addirittura 61 serve&volley, 2 perfino sulla seconda di servizio allo scopo di togliere ritmo a Lendl e destabilizzarlo. Di quelle 61 discese a seguito del servizio, e non è che Mats avesse un servizio irresistibile – ma si affida ad un’altissima percentuale di prime palle, l’86% (si legge nelle pagelle di Matchball di Ubaldo Scanagatta: la rubrica si chiamava, “Fritti in pagella”) servendo profondo seppur a tre quarti di velocità – nè volèe alla McEnroe o alla Cash, 38 sono i punti vinti e solo 23 quelli persi nonostante una tattica per lui certamente innaturale e super rischiosa.

Ma Mats attacca a spron battuto anche nel corso degli scambi: alla fine, Rino Tommasi e Ubaldo Scanagatta che commentano il match (dov’era Gianni Clerici?) – e con Ubaldo che nota come Tony Roche sul finire del quinto set viene inquadrato a bordo campo con gli occhi chiusi, pare proprio che dorma… il caldo o gli attacchi di Mats al suo pupillo devono averne sfibrato la resistenza e sorpreso pure lui – conteranno ben 131 attacchi dello svedese sui 328 punti dell’intero match. E 77 di quelli sono vincenti. 54 i perdenti, perchè Lendl non aveva mica un passante da ridere! Però è tanta roba. Secondo i cronisti dell’epoca Wilander era tipo che avrebbe attaccato al massimo 25 volte in un match: stavolta lo aveva fatto a set. Roba da non credere. Per attaccare si era affidato molto anche al rovescio slice a una sola mano.

Nel quinto set Wilander va avanti due volte di un break e serve per il titolo sul 5-4 ma qui deve fronteggiare due palle-break non consecutive. Nella prima Lendl mette a lato la risposta, nella seconda chiude uno smash ma per tutto l’ultimo gioco lo svedese cerca con insistenza la rete, supportato anche da un servizio con quasi il 90% di prime in campo. A sua volta Lendl, con le spalle al muro, annulla un match-point con un passante di rovescio giocato in scarso equilibrio che finisce sulla linea ma nel secondo non gli riesce la replica e affossa in rete l’ultimo colpo di una partita migliore di quella dell’anno precedente, di rara intensità emotiva: 6-4 4-6 6-3 5-7 6-4 in 4 h e 55 minuti (8 minuti più della finale dell’anno precedente che però aveva richiesto 4 set) e Wilander attenderà il giorno dopo festeggiando insieme alla moglie Sonja e suonando con Keith Richards.

Il 12 settembre lo svedese diventa n.1 ma il suo regno avrà vita breve, quasi come se il conseguimento dell’obiettivo gli avesse tolto ogni motivazione.

Con tre quarti di Grand Slam in tasca, Wilander rinuncia alle Olimpiadi di Seoul (ufficialmente per scelta, anche se pare che fosse stato dichiarato persona poco gradita dal Comitato Olimpico Internazionale a causa della moglie, sudafricana, il cui padre era uno dei maggiori latifondisti del paese e il tennista scandinavo non si era mai espresso apertamente contro l’apartheid, ancora vigente nella nazione africana in quel tempo) e accetta la proposta di giocare sulla terra di Palermo. La sua presenza nel capoluogo siciliano scatena l’entusiasmo degli appassionati e quando, nel palleggio di riscaldamento prima della finale, dopo aver preso tre nastri si rivolge al giudice di sedia per farne controllare l’altezza e questo, misurandola, si rende conto che è effettivamente alta, il pubblico sugli spalti esplode in un boato.

È, questo di Palermo in cui batte in finale il connazionale Kent Carlsson, il suo ultimo acuto a cui farà seguire una serie di sconfitte che mettono in mostra il suo allontanamento soprattutto mentale dal gioco. Mats perde al secondo turno di Stoccolma con Dan Goldie, due dei tre incontri al Masters e soprattutto lascia al tedesco Carl-Uwe Steeb il primo singolare della finale di Coppa Davis sulla terra di Goteborg facendosi rimontare un vantaggio di due set. La Svezia lascerà l’insalatiera alla Germania già il sabato e Wilander metterà insieme un totale di 20 settimane solo perché ci sarà la sosta di fine anno. In campo a Melbourne per difendere il titolo, il n.1 inizia malissimo il 1989 perdendo al secondo turno con l’indiano Ramesh Krishnan ma quella che va in campo è solo l’ombra di Mats Wilander che, quasi come Borg, di fatto abbandona il tennis di vertice in giovanissima età. La sua breve esperienza da n.1 ha numeri poco significativi in rapporto alla sua grandezza (11 finali Slam, di cui 7 vinte) e recita 13 incontri disputati (8 vinti) e appena 4 tornei.

Il 30 gennaio 1989 Ivan Lendl torna a sedere sul trono e vi rimarrà per altre 80 settimane, portando il suo totale a 270, due in più di Connors che deteneva il record. Ma ci siamo già dilungati fin troppo e di questa ultima parte del regno dell’ex-cecoslovacco parleremo più diffusamente nella prossima puntata.

TABELLA SCONFITTE N.1 ATP – NONA PARTE

ANNONUMERO 1AVVERSARIOSCORETORNEOSUP.
1988LENDL, IVANCASH, PAT46 62 26 64 26AUSTRALIAN OPENH
1988LENDL, IVANFITZGERALD, JOHN67 46FILADELFIAS
1988LENDL, IVANSVENSSON, JONAS67 57 26ROLAND GARROSC
1988LENDL, IVANBECKER, BORIS46 36 76 46WIMBLEDONG
1988LENDL, IVANSMITH, ROGER26 36STRATTON MOUNTAINH
1988LENDL, IVANWILANDER, MATS46 64 36 75 46US OPENH
1988WILANDER, MATSGOLDIE, DAN16 46STOCCOLMAH
1988WILANDER, MATSEDBERG, STEFAN26 26MASTERS S
1988WILANDER, MATSBECKER, BORIS67 76 16MASTERS S
1988WILANDER, MATSSTEEB, CARL-UWE108 61 26 46 68DAVIS CUPC
1989WILANDER, MATSKRISHNAN, RAMESH36 26 67AUSTRALIAN OPENH

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Ritratti: storie di città e di tennis

Affreschi di Roma, Bologna, Napoli, Milano. E Genova. Le città del tennis, per aver dato i natali a Panatta e Schiavone. Ma anche a Fantozzi

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Matteo Berrettini - ATP Queen's 2021 (via Twitter, @QueensTennis)

Anche le città credono d’essere opera della mente o del caso, ma né l’una né l’altro bastano a tener su le loro mura. D’una città non godi le sette o settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda” (Italo Calvino)

Roma risponde da secoli a una domanda: dove portano tutte le strade? Roma, l’Impero, città dove un Colosseo nasce tondo e finisce quadrato. Pietro vi pose una pietra per farne sede della Chiesa e Roma fu capitale di due cose diverse da dover riunire. Ministeri, turisti a far foto con centurioni in sneakers. Roma Città Aperta a La Dolce Vita, capitale del Cinema. Francesco è il Papa, ma Roma di Francesco ha solo un Capitano. Adriano fu buon imperatore ma ottimo tennista. Tra le prime vere pop star dello sport italiano, Panatta sconfessò il detto latino “nemo propheta acceptus est in patria sua” vincendo gli Internazionali di Italia a Roma . La rese nuovamente “caput mundi” conquistando anche la Davis e Parigi, nuovo “De Bello Gallico” con racchetta.

Roma tanti cantori, tante maschere, dialetto toscano riveduto, corretto e abusato, sempre zompa quel grillaccio del Marchese. Tonino Zugarelli a vincere Roma ci ha provato. Un biondino amante della Vita(s) notturna, Gerulaitis, di giorno gli rubò il sogno lasciandolo campione dimezzato. Romano non romanista è Matteo Berrettini, per via di un nonno fiorentino che lo ha reso viola e non giallorosso. Bello quasi come Adriano che di più non si può e deve, nella storia ancora da scrivere, è il secondo miglior tennista italiano dell’Era Open, già detentore di diversi record ed unico italiano finalista a Wimbledon. Alice guarda i gatti che si perdono nel sole che cala dietro il cupolone.

 

Bononia fu tale dopo esser stata etrusca e gallica. Culture e movimenti giovanili, politica, arte, crocevia di viandanti approdo di studenti, tra l’appennino e l’Europa è l’Emilia Paranoica, Bologna la Berlino che non ce l’ha fatta. Fumogeni, polizia che rincorre, dall’altro lato della città, rincorrono e colpiscono palle da tennis Paolo e Omar. Paolo Canè è bizzoso, gran talento, fisico gracilino, potenza mancante testa bollente, sarebbe divenuto tennista continuo nei singoli exploit. Stessa sorte per motivi diversi sarebbe toccata ad Omar, tennis da top 10, gambotte pesanti e un infortunio al giorno. Tra la via Emilia e le stelle, Bologna sempre a metà di qualcosa.

Omar Camporese – Bologna

18 ottobre 1970. Paolo Grassi, fondatore con Giorgio Strehler del Teatro Piccolo di Milano, produce e fa debuttare “Il Signor G“ di Giorgio Gaber. Il bar del Giambellino diviene famoso e con loro gli artisti che di quella Milano son figli. 

Vincenzina davanti alla fabbrica,
Vincenzina il foulard non si mette più.
Una faccia davanti al cancello che si apre già.
Vincenzina hai guardato la fabbrica,
Come se non c’è altro che fabbrica

(Enzo Jannacci)

In Milan la vita l’è bela. Negli anni dove al posto dell’erba nasce la città, Lea Pericoli, la “Divina”, tennista e modella, icona di eleganza, determinazione e bellezza, vince 27 titoli italiani ritirandosi a 40 anni da detentrice di tutte e tre le specialità. Inter e Milan fanno incetta di titoli e coppe internazionali, Milano è il faro dell’Italia che si ricostruisce, il simbolo della modernità da inseguire e conquistare. Milano capitale della moda, del design e di tante altre cose. Milano una capitale senza esserlo. Si dice che a Milano, a saper fare, si possa tutto.

Silvia Farina giocava a tennis e lo giocava bene. Ineguagliabile stilista, accarezzò col suo rovescio ad una mano una palla che raccolse dall’altro angolo della strada una ragazza di nome Francesca, il cui cognome è nell’albo dei vincitori del Roland Garros. Francesca Schiavone è stata la prima italiana ad aver vinto un titolo del Grande Slam e ultima in assoluto ad averlo fatto giocando il rovescio ad una mano. Milano città della Borsa. Nella sua Laura Golarsa aveva le racchette e volava a Wimbledon perché là si trasformava: un quarto di finale e tanto bel tennis. Per i suoi quarti in uno Slam, l’omonima Garrone scelse Parigi. Gran rovescio anche lei perché a Milano non sempre tutto può andar dritto. 

Francesca Schiavone – Milano

La città ha sempre un punto cardinale bagnato dal mare. La città di mare non nega mai il suo orizzonte a chi lo cerca. Sovente si fa cartolina. Napoli, il mare, feticcio da conquistare, rivendere, rivendicare, “Chi tene ‘o mare?” Culturalmente autoreferenziale, protagonista delle proprie sceneggiature, Napoli si esporta. Clima da ozio pigro e creativo, Napoli ha sfornato più artisti, intellettuali e politici che sportivi, essenzialmente nuotatori, canottieri, pallanuotisti e calciatori. Rita Grande scelse il tennis. Gioco brillante ed un ottavo raggiunto in ogni prova dello Slam, un Wimbledon da Juniores, perso in finale. Nargiso il Wimbledon dei piccoli lo vinse. Di Maradona aveva il nome e a Becker la convinzione di esser pari. Tra colpi di testa e di lingua fu ottimo doppista specie in Davis. Nel doppio misto dei commentatori TV, la coppia Nargiso/Grande da titolo Slam. Di qualche anno li precedette Massimo Cierro, meno appeal mediatico e tanta sostanza, ora è Giustino.

Tennis Club Napoli, vestito a festa per Italia-Gran Bretagna di Coppa Davis (2014)

Italia terra di Comuni, Signorie, Ducati grandi e piccoli, a due ruote, Repubbliche Marinare ed anche altro. Piccoli luoghi che diventano capitali, palazzi del potere ovunque. Faenza, cittadina di ceramica, meeting di etichette discografiche indipendenti, di tennisti che diventano manager. Gaudenzi, austriaco di spirito, nove finali ATP, tre titoli vinti, numero 18 al mondo non è più solo. Federico Gaio lavora per rendere Faenza il luogo col miglior rapporto popolazione/top 100, considerando il numero 13 di Raffaella Reggi, traino del tennis femminile italiano degli anni ’80. Uno Slam nel doppio misto con Casal a New York, un bronzo alle Olimpiadi di Los Angeles con torneo di tennis ancora con valore di esibizione, cinque titoli in singolare, quattro in doppio. Nel 1985 ha vinto in entrambe le specialità l’edizione degli Internazionali d’Italia svoltasi a Taranto. 

“Se ti inoltrerai lungo le calate
Dei vecchi moli
In quell’aria spessa carica di sale
Gonfia di odori
Lì ci troverai i ladri gli assassini
E il tipo strano
Quello che ha venduto per tremila lire
Sua madre a un nano”

(Fabrizio De Andrè)

Genova si guarda solo dal mare, città di eroi, cantautori e navigatori, città di amici al bar che non cambiarono il mondo, ma ne scoprirono uno nuovo che l’avrebbe cambiato, città di pantaloni famosi che si chiamano come lei. Genova, la via per la Francia, approdo al mare per Torino che non ne ha.

 

“Filini: Allora, ragioniere, che fa? Batti?
Fantozzi: Ma… mi dà del tu?
Filini: No, no! Dicevo: batti lei?
Fantozzi: Ah, congiuntivo!
Filini: Sì!“

Nel febbraio 2001, Genova (che già gli aveva dato i natali) riconosce la cittadinanza onoraria a Paolo Villaggio. Non vi sono racchette, non vi sono bambini che con esse colpiscono la paura di diventar grandi, non di un solo tipo di storie si fa una città.

“There’s a city in my mind
Come along and take that ride
And it’s all right, baby it’s all right”

(Talking Heads)

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La lingua di Becker e quel diavolo di Agassi

Vi raccontiamo una storia bizzarra, che forse sapevate o forse no. Come faceva Andre Agassi a sapere sempre dove avrebbe servito Boris Becker

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Gli amici più intimi dello scrivente sanno che a qualsiasi ora del giorno e della notte sono autorizzati a segnalargli notizie relative al mondo del tennis che possano fornire spunti per scrivere articoli ad usum Ubitennis. Una settimana fa, era un giovedì sera – all’incirca tra il quinto e il sesto gol segnato dal Manchester United alla Roma – da uno di questi amici è giunto il seguente messaggio WhatsApp:

Andrea: “Hai visto quel filmato fantastico di Agassi che racconta come riusciva a leggere il servizio di Becker?”   
No
Andrea “Lo trovo sublime. Te lo invio. Devi farci un pezzo!” 

– Circa 5 minuti dopo –

 

Diavolo di un Agassi! Pezzo in arrivo. Grazie Andrea

Il video fu realizzato da Andrè Agassi nel 2017 per “The Players’ Tribune Unscriptd“.

The Players’ Tribune Unscriptd è una piattaforma multimediale creata nel 2014 da Derek Jeter – ex professionista della Major League statunitense di baseball – che pubblica storie relative ad atleti professionisti di ogni sport. I contenuti di questa piattaforma sono costituiti da video, storie scritte, podcast e interviste.

Nelle parole del suo fondatore la missione della piattaforma è di permettere agli atleti di mettersi in contatto diretto con i loro fan. Almeno per quanto ci riguarda l’obiettivo è raggiunto

Di seguito il video e poi la traduzione delle parole di Agassi.

“Il tennis consiste soprattutto nella capacità di risolvere problemi e non puoi risolverli a meno che tu non abbia l’empatia e l’abilità di percepire tutto ciò che ti circonda. Più capisci in cosa consiste il problema e più sei in grado di risolverlo nella vita e nel lavoro. Boris Becker – per esempio – mi batté le prime tre volte in cui ci incontrammo a causa di un servizio che non si era mai visto prima nel nostro sport. Guardai le cassette relative a quelle partite per tre volte e alla fine mi resi conto che aveva un tic con la lingua. Non sto scherzando. Iniziava il suo movimento oscillatorio – sempre la stessa routine – e mentre era sul punto di lanciare la palla tirava fuori la lingua e lo faceva collocandola esattamente nel mezzo delle labbra oppure leggermente più a sinistra. Quando batteva da destra e metteva la lingua tra le labbra, tirava o al centro o al corpo; se la metteva a lato serviva ad uscire.

La parte più difficile per me non era rispondere al suo servizio, bensì non fargli capire che lo sapevo. Dovevo resistere alla tentazione di leggere il suo servizio per la maggior parte della partita e scegliere il momento più adatto in cui usare questa informazione per eseguire un colpo che mi avrebbe permesso di fare il break.

Quella era la cosa più difficile; non avevo problemi a fargli il break, bensì a tenergli nascosto il fatto che potevo farlo a mio piacimento perché non volevo che tenesse la lingua in bocca ma che continuasse a tirarla fuori!

Raccontai questa cosa a Boris soltanto dopo il suo ritiro perché ci tenevo alla mia incolumità. Glielo dissi durante un Oktoberfest in Germania mentre bevevamo una pinta di birra insieme. Non potei fare a meno di dirgli: ‘a proposito, sai che facevi questa cosa e buttavi via il servizio?‘. Cadde quasi dalla sedia e mi rispose: (dopo i nostri match, ndt) “Tornavo a casa e dicevo a mia moglie: è come se mi leggesse nella mente. Figurati se pensavo che mi stavi semplicemente leggendo la lingua”.


Lingua o non lingua, dopo le prime tre sconfitte iniziali, Agassi batté Becker 10 volte in 11 occasioni. L’unica eccezione fu rappresentata dalla semifinale di Wimbledon del 1995; quel giorno Boris servì con lingua biforcuta.

Resta però aperta una domanda alla quale Agassi non dà risposta: quando Boris serviva da sinistra dove metteva la lingua? Se qualcuno lo sa, è pregato di farcelo sapere.

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Storie di tennis: un diritto di troppo

Da Giorgio de Stefani a Teodor Davidov, undicenne bulgaro che gioca due dritti (come l’ex numero 1 italiano) e serve con due mani diverse. Il futuro del tennis o solo un curioso vezzo?

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Friedrich Wilhelm Nietzsche è il padre di una delle più audaci teorie filosofiche di tutti i tempi nota con il nome di “eterno ritorno”. Secondo il filosofo tedesco, il tempo non si muove su una linea retta indirizzata verso un’ineludibile fine, bensì in un incessante moto circolare e la storia – che ne è figlia – è quindi destinata a ripetersi all’infinito.

Immaginiamo quindi il suo gaudio nel vedere la sua teoria indirettamente confermata da un giovanissimo tennista statunitense che ripropone sul campo le gesta di un tennista italiano che visse il suo apogeo tennistico negli anni ’30 del secolo scorso. Cosa accomuna questi due tennisti così lontani nel tempo e nello spazio? L’esecuzione del rovescio o – per meglio dire – la non esecuzione di quel colpo.

Il tennista italiano di cui stiamo parlando è Giorgio de Stefani, che fu numero uno del tennis italiano dopo il ritiro del barone Uberto De Morpurgo – avvenuto nel 1933 – sino al 1936. De Stefani disputò 66 partite di Coppa Davis vincendone 44 e battendo giocatori del calibro di Hopman e Perry; giunse in finale al Roland Garros nel 1932 dove fu sconfitto in quattro set da uno dei moschettieri di Francia, Henri Cochet. In un’epoca in cui non esisteva la classifica fatta dal computer bensì dai giornalisti sportivi, de Stefani nel ’34 fu giudicato nono giocatore al mondo dal più eminente tra questi, Arthur Wallis Myers. Nicola Pietrangeli lo affrontò in doppio e commentò cosi il suo stile di gioco: “se gli facevi un pallonetto, non sapevi mai da che parte sarebbe arrivato lo smash”, poichè de Stefani – un mancino naturale – colpiva la palla esclusivamente con il diritto passandosi rapidamente la racchetta da una mano all’altra.

 

Per saperne di più sul nostro connazionale vi rimandiamo a un libro recensito da Ubitennis alcuni anni fa, dal titolo “Giorgio de Stefani: il gentleman con la racchetta” di Francesca Paoletti e per guardarlo in azione su YouTube, dove si possono vedere alcune immagini relative a un suo incontro di Coppa Davis.

Il suo giovanissimo emulo è l’undicenne di origine bulgara Teodor Davidov. A due anni Davidov si trasferì con la famiglia dalla natia Sofia a Denver, dove iniziò a giocare a tennis a 3 anni. Davidov non si limita però a colpire la pallina con il diritto da entrambi i lati del corpo: forte di uno spiccato ambidestrismo serve da sinistra con la sinistra e da destra con la destra.

Vi ricorda qualche professionista in grado di fare altrettanto? Forse un ottimo doppista che in coppia con il fratello vinse il Roland Garros nel 1993? Esatto, proprio lui: Luke Jensen.

Davidov si è messo in luce in un torneo nazionale nordamericano under 12 disputato poche settimane fa e in un baleno, grazie a Internet, le sue immagini hanno fatto il giro del mondo attirandogli molte attenzioni e qualche commento forse un po’ prematuro; tra gli ultimi quello dell’australiano Paul Mc Namee, uno dei più forti doppisti di sempre e manager sportivo di alto livello, che ha definito la tecnica di Davidov “il futuro del tennis”. 

Non sappiamo se McNamee si rivelerà buon profeta. Sappiamo però che i pochissimi atleti che in epoche recenti hanno percorso quella strada non sono andati lontano. Prendiamo ad esempio il sudcoreano Cheong-Eui Kim che a 21 anni decise di adottare la strategia “a la Davidov” per sorprendere i suoi avversari, spaccando quindi in due il suo gioco: servizio mancino da sinistra e viceversa da destra e niente rovescio. Risultato: a 31 anni langue intorno alla posizione numero 900 dopo avere brevemente assaggiato la top 300 nel 2015.

Un altro giocatore con caratteristiche simili è stato l’italiano Claudio Grassi, ritiratosi pochi anni fa. Carrarese, classe 1985, arrivò ad occupare nel 2011 la posizione numero 300 della classifica mondiale. Mancino naturale era in grado di cambiare la mano dominante nel corso dello stesso scambio e di colpire con il diritto sia dal lato destro che sinistro del corpo, pur essendo in possesso di un discreto rovescio bimane. In un’intervista del 2011 affermò che per lui il cambio di mano era dettato più da ragioni istintive che tattiche e che a suo parere questa strategia ha due grossi limiti: la diseguale potenza delle due braccia e il tempo necessarie a passare la racchetta da una mano che – per quanto possa essere contenuto – può risultare fatale.    

Se nel tennis professionistico moderno in campo maschile l’eliminazione del rovescio dal bagaglio tennistico di un giocatore non ha offerto alcun risultato di rilievo, in campo femminile ne ha dato uno in più. La russa Evgenija Kulikovskaya con i suoi due diritti arrivò infatti ad occupare la posizione numero 91 in singolare nel 2003 e la numero 46 in doppio nel medesimo anno.

Risalendo la corrente del tempo (ma se ha ragione Nietsche rischiamo di farci venire un gran mal di testa) troviamo una giocatrice ben più forte della russa e che come lei colpiva la pallina solo con il diritto: Beverly Baker Fleitz. Fleitz, statunitense, in singolare raggiunse la finale di Wimbledon nel 1955 e nello stesso anno vinse quella di doppio a Parigi. Le classifiche dell’epoca la vedono al terzo posto nel 1954 -1955-1958.

In anni meno remoti, due giocatrici dotate soltanto di diritto si incontrarono al primo turno di Wimbledon edizione 1972: Lita Liem e Marijche Schaar; vinse la prima. Si tratta dell’unica partita disputata con questa peculiarità a livello professionistico.

Altri tempi e altre velocità; de Stefani e Fleitz  raggiunsero risultati importanti in un’epoca in cui la pallina viaggiava ad una velocità nettamente inferiore rispetto all’attuale e consentiva loro di cambiare di mano la racchetta senza compromettere l’esito dello scambio. Il tempo – ancora lui – ci dirà se Davidov saprà emularli; noi gli auguriamo buona fortuna, perché crediamo che il tennis abbia bisogno di nuovi campioni e ancor più di nuovi personaggi.

Questa storia di tennis è dedicata ad Antonella Rosa, tennista ligure che negli anni ’70 giunse sino al numero 132 del mondo, al numero 4 della classifica italiana e al titolo assoluto nel 1976, giocando con due diritti e nessun rovescio. A impostarla in questo modo fu Ido Alberton – storico maestro del Park Tennis Club di Genova – a seguito di un brutto infortunio patito da Rosa alla mano destra.

Antonella ci ha lasciati la scorsa estate a soli 63 anni.  

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