Uno contro tutti: Mats Wilander

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Uno contro tutti: Mats Wilander

Ventisei uomini diversi hanno occupato il trono di numero uno del mondo. Ripercorriamo le loro storie: oggi parliamo del settimo numero 1 della storia, lo svedese Wilander

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Mats Wilander - Roland Garros 1988

Anche se l’ufficialità arriverà solo il 12 settembre, il 1988 è senza dubbio l’anno di Mats Wilander, ovvero del settimo n.1 della storia da quando esiste il ranking ATP. Per quasi tutta la stagione, Ivan Lendl riuscirà a conservare il trono in virtù di una serie di buoni piazzamenti e poche sconfitte gravi ma lo svedese, sia pur inciampando di tanto in tanto, riempirà la sua annata di grandi risultati fino a piazzare la bandierina sulla vetta. Tuttavia, per inquadrare al meglio la figura di Wilander occorre fare un passo indietro di quasi sei anni, quando Mats stupisce il mondo diventando in un solo colpo il più giovane campione Slam della storia nonché l’unico ad aver vinto il singolare dopo essere stato campione juniores l’anno precedente. Tutto questo avviene nel 1982 al Roland Garros, la terra che per sei degli otto anni precedenti era stata dominata dal ben più celebre connazionale Bjorn Borg.

Anche se in apparenza ne replica lo stile, il credo tattico e la morfologia, in realtà Wilander è piuttosto diverso dal suo predecessore sia nel portare i colpi che nella visione di gioco, anche e soprattutto perché deve sopperire alla carenza di potenza con la sagacia e l’intelligenza. Il suo primo trionfo è un cocktail di sorpresa (degli avversari, che non lo conoscono abbastanza e ne sottovalutano le potenzialità) e resistenza (batte Lendl negli ottavi in cinque set e in finale con Vilas è una maratona di 4 ore e 43 minuti nonostante i quattro set di cui uno chiuso 6-0) ma Mats saprà cambiare pelle per portare a casa due Australian Open sull’erba (1983 e 1984) e un altro Roland Garros nel 1985, tanto da diventare il primo (e unico) tennista capace di vincere quattro major non ancora ventunenne.

Insomma, nel 1988 Wilander è un osso duro per tutti ma lontano dalla terra non sembra in grado di poter fare grandi cose, anche perché è a secco di titoli importanti ormai da quasi tre anni. Invece, nella prima assoluta degli Australian Open a Flinders Park, sul Rebound Ace della nuovissima Rod Laver Arena con il tetto mobile, Mats vince sia semifinale che finale al quinto set (rispettivamente contro Edberg e il beniamino di casa Pat Cash, che a sua volta aveva battuto Lendl in cinque set) e fa suo il primo Slam stagionale. In febbraio Lendl si ferma al secondo turno a Filadelfia contro l’attaccante australiano John Fitzgerald – un doppista eccellente che ha già vinto tre Slam e nel 1991 sfiorerà, insieme a Jarryd, il Grande Slam nella specialità – ma in marzo Wilander scivola a Orlando (battuto da Berger) prima di imporsi a Key Biscayne, che a quei tempi era praticamente uno Slam con sette turni al meglio dei cinque set, battendo Connors in finale.

Il n.1 Lendl incassa punti pesanti alzando i trofei di Monte Carlo e Roma (dove invece lo scandinavo perde clamorosamente con Pistolesi, nel Principato, e con Agenor al Foro) ma al Roland Garros non riesce a difendere il titolo conquistato nei due anni precedenti ed è un altro svedese, Jonas Svensson, a batterlo nettamente in tre set a livello di quarti di finale. Dal canto suo, Wilander a Parigi ritrova una condizione eccellente, sopravvive alle bombe di Zivojinovic al terzo turno (7-5 al quinto) e in semifinale manda Agassi per un’ora sul lettino del massaggiatore dopo aver subito le geometrie di Flipper e averne atteso il crollo fisico, evidenziato dal 6-0 della quinta frazione. In finale lo svedese mette dentro settanta prime su settantaquattro e disinnesca la volontà di attaccare di “Riton” Leconte, che i francesi vorrebbero vedere emulare Yannick Noah, campione cinque anni prima.

 

A Wimbledon, mentre Wilander (in odore di Grande Slam) ha la sfortuna di trovare sulla sua strada uno degli avversari che meno digerisce e viene eliminato nei quarti da “Gattone” Mecir, Lendl vede sfumare ancora una volta il suo sogno dovendosi fermare in semifinale contro Becker ma già negli ottavi il n,1 del mondo aveva dovuto annullare un match-point a Mark Woodforde prima di batterlo 10-8 al quinto di una partita intensissima, l’ottava consecutiva vinta sui prati della Regina al parziale decisivo.

Archiviata l’erba, l’estate americana diventa decisiva per la lotta al potere e le strade dei due contendenti si dividono. Lendl gioca a Stratton Mountain e Toronto mentre Wilander opta per Boston e Cincinnati ma i risultati sono praticamente gli stessi. Prima di trionfare in Canada, il n.1 perde a Stratton Mountain al secondo turno dal n.150 del mondo; Roger Smith, di Bahamas, non ha mai vinto più di un incontro in carriera nel tour maggiore e nel Vermont domina la sfida portandosi 4-0 nel primo set e 5-0 nel secondo e chiudendo 6-2 6-3 più per paura di vincere che per meriti di Lendl, il quale la prende con filosofia: “Non è la partita più importante della stagione, mi sto preparando per gli US Open e ci sta di perdere, anche perché Smith oggi non mi ha mai fatto entrare nel match con quei servizi tremendi”. Wilander non è da meno e, prima di aggiudicarsi l’importante tappa in Ohio, cade a Boston per mano del n.126 mondiale, Horacio De La Pena, che si impone 7-6 6-1.

Mats Wilander

Le tappe di avvicinamento sono terminate e a Flushing Meadows Lendl e Wilander sono ai lati opposti del tabellone e si guardano da lontano ma domenica 11 settembre c’è solo una rete a dividerli. L’approdo alla finale è stato simile per entrambi: Lendl ha dovuto ricorrere al quinto set già al debutto contro l’israeliano Amos Mansdorf e ha perso altri due set con Hlasek negli ottavi e il primo della semifinale con Agassi; Wilander invece è stato trascinato al quinto da Curren al secondo turno e ha ceduto a Emilio Sanchez il primo parziale nei quarti. Fino a tutto il 1984, le sfide dirette tra i due sono state equilibrate (5-5), poi Ivan ha preso il largo e nelle ultime nove occasioni ha perso solo la finale del Roland Garros 1985. L’anno scorso Lendl e Wilander sono stati in campo qui per 4 ore e 47 minuti, firmando la più lunga finale del torneo nonostante abbiano giocato solo quattro set e uno di questi sia terminato 6-0, ma il primato viene superato (sia pur solo di qualche minuto) e stavolta l’esito è diverso.
UN CAPOLAVORO TATTICO: WILANDER SEMPRE A RETE
In una giornata afosa come solo a New York in tarda estate sembra possibile, i primi due giocatori del mondo si danno battaglia per quasi cinque ore e fino all’ultimo l’esito resta in bilico. Ma Wilander aveva deciso di mettere in atto una tattica che non gli era per nulla abituale, tutta d’attacco. Non si era mai visto Wilander fare tanti serve&volley come quel giorno. A Flushing Meadows non riconosce più lo svedese chi aveva visto e ricordava quella sua vittoria nella finale del Roland Garros contro Vilas, con la gente che aveva preso addirittura a fischiare per via di scambi noioissimi e interminabili, un tennis di pazienza che non si poteva quasi credere che potesse esserne capace un ragazzino di 17 anni. Wilander giocherà addirittura 61 serve&volley, 2 perfino sulla seconda di servizio allo scopo di togliere ritmo a Lendl e destabilizzarlo. Di quelle 61 discese a seguito del servizio, e non è che Mats avesse un servizio irresistibile – ma si affida ad un’altissima percentuale di prime palle, l’86% (si legge nelle pagelle di Matchball di Ubaldo Scanagatta: la rubrica si chiamava, “Fritti in pagella”) servendo profondo seppur a tre quarti di velocità – nè volèe alla McEnroe o alla Cash, 38 sono i punti vinti e solo 23 quelli persi nonostante una tattica per lui certamente innaturale e super rischiosa.

Ma Mats attacca a spron battuto anche nel corso degli scambi: alla fine, Rino Tommasi e Ubaldo Scanagatta che commentano il match (dov’era Gianni Clerici?) – e con Ubaldo che nota come Tony Roche sul finire del quinto set viene inquadrato a bordo campo con gli occhi chiusi, pare proprio che dorma… il caldo o gli attacchi di Mats al suo pupillo devono averne sfibrato la resistenza e sorpreso pure lui – conteranno ben 131 attacchi dello svedese sui 328 punti dell’intero match. E 77 di quelli sono vincenti. 54 i perdenti, perchè Lendl non aveva mica un passante da ridere! Però è tanta roba. Secondo i cronisti dell’epoca Wilander era tipo che avrebbe attaccato al massimo 25 volte in un match: stavolta lo aveva fatto a set. Roba da non credere. Per attaccare si era affidato molto anche al rovescio slice a una sola mano.

Nel quinto set Wilander va avanti due volte di un break e serve per il titolo sul 5-4 ma qui deve fronteggiare due palle-break non consecutive. Nella prima Lendl mette a lato la risposta, nella seconda chiude uno smash ma per tutto l’ultimo gioco lo svedese cerca con insistenza la rete, supportato anche da un servizio con quasi il 90% di prime in campo. A sua volta Lendl, con le spalle al muro, annulla un match-point con un passante di rovescio giocato in scarso equilibrio che finisce sulla linea ma nel secondo non gli riesce la replica e affossa in rete l’ultimo colpo di una partita migliore di quella dell’anno precedente, di rara intensità emotiva: 6-4 4-6 6-3 5-7 6-4 in 4 h e 55 minuti (8 minuti più della finale dell’anno precedente che però aveva richiesto 4 set) e Wilander attenderà il giorno dopo festeggiando insieme alla moglie Sonja e suonando con Keith Richards.

Il 12 settembre lo svedese diventa n.1 ma il suo regno avrà vita breve, quasi come se il conseguimento dell’obiettivo gli avesse tolto ogni motivazione.

Con tre quarti di Grand Slam in tasca, Wilander rinuncia alle Olimpiadi di Seoul (ufficialmente per scelta, anche se pare che fosse stato dichiarato persona poco gradita dal Comitato Olimpico Internazionale a causa della moglie, sudafricana, il cui padre era uno dei maggiori latifondisti del paese e il tennista scandinavo non si era mai espresso apertamente contro l’apartheid, ancora vigente nella nazione africana in quel tempo) e accetta la proposta di giocare sulla terra di Palermo. La sua presenza nel capoluogo siciliano scatena l’entusiasmo degli appassionati e quando, nel palleggio di riscaldamento prima della finale, dopo aver preso tre nastri si rivolge al giudice di sedia per farne controllare l’altezza e questo, misurandola, si rende conto che è effettivamente alta, il pubblico sugli spalti esplode in un boato.

È, questo di Palermo in cui batte in finale il connazionale Kent Carlsson, il suo ultimo acuto a cui farà seguire una serie di sconfitte che mettono in mostra il suo allontanamento soprattutto mentale dal gioco. Mats perde al secondo turno di Stoccolma con Dan Goldie, due dei tre incontri al Masters e soprattutto lascia al tedesco Carl-Uwe Steeb il primo singolare della finale di Coppa Davis sulla terra di Goteborg facendosi rimontare un vantaggio di due set. La Svezia lascerà l’insalatiera alla Germania già il sabato e Wilander metterà insieme un totale di 20 settimane solo perché ci sarà la sosta di fine anno. In campo a Melbourne per difendere il titolo, il n.1 inizia malissimo il 1989 perdendo al secondo turno con l’indiano Ramesh Krishnan ma quella che va in campo è solo l’ombra di Mats Wilander che, quasi come Borg, di fatto abbandona il tennis di vertice in giovanissima età. La sua breve esperienza da n.1 ha numeri poco significativi in rapporto alla sua grandezza (11 finali Slam, di cui 7 vinte) e recita 13 incontri disputati (8 vinti) e appena 4 tornei.

Il 30 gennaio 1989 Ivan Lendl torna a sedere sul trono e vi rimarrà per altre 80 settimane, portando il suo totale a 270, due in più di Connors che deteneva il record. Ma ci siamo già dilungati fin troppo e di questa ultima parte del regno dell’ex-cecoslovacco parleremo più diffusamente nella prossima puntata.

TABELLA SCONFITTE N.1 ATP – NONA PARTE

ANNONUMERO 1AVVERSARIOSCORETORNEOSUP.
1988LENDL, IVANCASH, PAT46 62 26 64 26AUSTRALIAN OPENH
1988LENDL, IVANFITZGERALD, JOHN67 46FILADELFIAS
1988LENDL, IVANSVENSSON, JONAS67 57 26ROLAND GARROSC
1988LENDL, IVANBECKER, BORIS46 36 76 46WIMBLEDONG
1988LENDL, IVANSMITH, ROGER26 36STRATTON MOUNTAINH
1988LENDL, IVANWILANDER, MATS46 64 36 75 46US OPENH
1988WILANDER, MATSGOLDIE, DAN16 46STOCCOLMAH
1988WILANDER, MATSEDBERG, STEFAN26 26MASTERS S
1988WILANDER, MATSBECKER, BORIS67 76 16MASTERS S
1988WILANDER, MATSSTEEB, CARL-UWE108 61 26 46 68DAVIS CUPC
1989WILANDER, MATSKRISHNAN, RAMESH36 26 67AUSTRALIAN OPENH

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Smith, Clijsters e Goolagong: breve storia di tre madri che nell’Era Open vinsero uno Slam

In campo cinematografico le tre madri furono le protagoniste di un trilogia horror di Dario Argento: tre malvagie streghe che infliggevano indicibili tormenti ai malcapitati che le incontravano sulla loro strada

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Kim Clijsters con la figlia dopo la vittoria allo US Open 2009

In campo cinematografico le Tre Madri furono le protagoniste di un trilogia horror di Dario Argento: tre malvagie streghe che infliggevano indicibili tormenti ai malcapitati che le incontravano sulla loro strada. In campo tennistico la medesima definizione è stata recentemente riscoperta per definire tre tenniste, madri di altrettanti figli, che hanno inflitto cocenti dolori sportivi alle loro avversarie e sono giunte ai quarti di finale degli US Open, ovvero Serena Williams, Victoria Azarenka e Tsvetana Pironkova. La loro simultanea presenza in un quarto di finale di un Major costituisce un record.

Né Azarenka né Williams sino ad ora sono però riuscite a vincere un Major dopo la maternità, ma la bielorussa potrà provarci in finale contro Naomi Osaka. Pironkova per la verità non ci è riuscita neppure prima, e Serena le ha tolto la chance di vincerlo a New York; dopo è toccato ad Azarenka spegnere i sogni di gloria di Serena, per la quale l’ulteriore successo Slam, oltre che il primo da mamma, costituirebbe l’agognato 24° titolo.

LE MAMME CAMPIONESSE SLAM

Agli albori del tennis femminile l’inglese Dorothea Douglass Chambers invece vi riuscì: Dorothea vinse infatti quattro dei suoi sette titoli a Wimbledon dopo la maternità avvenuta nel 1909. Nell’Era Open altre tre campionesse hanno emulato la giocatrice britannica: Kim Clijsters, Yvonne Goolagong, Margaret Court Smith. Scopriamo qualche cosa di più su di loro partendo dalla più giovane: Kim Clijsters.

 

Potrà sembrare strano a chi da pochi anni segue il tennis femminile, ma la giunonica giocatrice sconfitta al primo turno dello US Open in corso da Alexandrova, è stata una delle più forti giocatrici della sua generazione. Belga, nata nel 1983, Kim è stata numero 1 del mondo in singolare per venti settimane e per quattro in doppio. Complessivamente ha conquistato 52 tornei di cui sei major: quattro in singolare (tre US Open e un Australian Open) e due in doppio, per coincidenza quelli che mancano al suo palmares in singolare. Ha altresì vinto le WTA Finals in tre occasioni.

Kim fu una campionessa precoce: a 15 anni fece il suo debutto tra i professionisti. Non deve quindi sorprendere il fatto che a soli 24 anni e con un major in bacheca, dopo avere subito svariati infortuni a polso e caviglia, Cliijsters decise di ritirarsi. Nel 2007 sposò un cestista professionista – Brian Lynch – e nel 2008 diede alla luce il primo dei suoi tre figli. Nel mese di agosto 2009 tornò nel circuito professionistico e lo fece in maniera trionfale: vittoria allo US Open di quell’anno dove era entrata grazie a una wild card; al momento della premiazione gli organizzatori fecero entrare in campo la primogenita Jada Elly; celebre la semifinale vinta contro Serena Williams che – in occasione del match point – impartì una discutibile lezione di dietetica ad una giudice di linea.

Nel 2010 rivinse gli US Open e mise una sontuosa ciliegina sulla stagione con la vittoria al Masters di fine anno. Il 2011 iniziò per lei con la vittoria agli Australian Open e il ritorno per una settimana al primo posto nel ranking nel mese di febbraio. Il 12 dicembre 2012 ad Anversa di fronte a migliaia di tifosi celebrò quello che sembrava il ritiro definito; tra lo stupore generale a settembre del 2019 annunciò il rientro che poi avvenne a Dubai a inizio del 2020.

Lasciamo il Belgio per trasferirci in Australia perché è giunto il momento di presentare una campionessa la pronuncia del cui nome suona come una melodia: Evonne Goolagong. Di lei Billie Jean King disse: “In confronto a me era come una pantera… in campo il suo stile di gioco mi incantava al punto che dovevo ricordarmi di colpire la palla“.

La storia della sua infanzia sembra scritta da Charles Perrault. Ivon (permetteteci di scrivere il nome come si pronuncia) nasce nel 1951 in uno sperduto paese della contea di Cooper prevalentemente popolata da persone emigrate dall’Italia: Barellan (qualcuno ricorda la mitica Bun Bun Ga dove Alberto Sordi porta Claudia Mori nel film “Bello, Onesto, emigrato Australia…”?). 

È la terzogenita di una famiglia di etnia aborigena composta da otto figli, che può permettersi soltanto lo stretto necessario per tirare avanti. Un concittadino la incoraggiò a unirsi ad altri bambini sui campi da tennis pubblici e nel giro di poco tempo le sue eccezionali attitudini per questo sport attirarono l’attenzione di Vic Edwards, proprietario di una scuola di tennis a Sidney, che persuase i genitori di Goolagong a concedergli la tutela legale della bambina; sarà al suo fianco in veste di coach per tutta la sua eccezionale carriera.

Evonne Goolagong (foto via Twitter, @Wimbledon)

Ivon tra il 1971 e il 1980 vinse sette titoli dello Slam in singolare e disputò 18 finali; le sfuggì solo lo US Open nel quale giunse in finale quattro volte. Due di questi successi giunsero dopo la nascita della primogenita avvenuta nel maggio del 1977: AO ’77 e Wimbledon ‘80. Nel corso degli anni ’70 giocò 17 finali Slam, record assoluto sia a livello maschile sia femminile per quel decennio. Fu grande anche nel doppio dove conquistò sei major, uno dei quali – quello del 1977 in Australia – giunto dopo la maternità. Il ranking WTA fu istituito nel novembre del 1975 e Goolagong ne occupò la prima posizione per due settimane nel corso del 1976. Si ritirò nel 1983 e fu inserita nella Hall of Tennis femminile nel 1988.

Dopo oltre vent’anni trascorsi negli Stati Uniti con la propria famiglia, a inizio degli anni ’90 fece ritorno in Australia e nel 2012 creò una fondazione che porta il suo nome con l’obiettivo di dare ai bambini aborigeni la stessa possibilità che fu data a Lei: giocare a tennis.

Lasciamo la scuola di tennis di Vic Edwards a Sidney per trasferirci 500 chilometri più a sud, ad Albury, dove incontriamo l’unica giocatrice che in singolare ha vinto un numero di major superiore a quello di Serena Williams: Margaret Court Smith. Discutibile, discutibilissima per le sue opinioni, Margaret sotto il profilo tennistico mette tutti d’accordo: fu grandissima. Grazie soprattutto ad una superiorità atletica schiacciante nei confronti delle sue avversarie (Gianni Clerici la ritiene la più grande atleta della storia del tennis), Margaret vinse il primo dei suoi 24 titoli Slam in singolare a 18 anni nel 1960 e l’ultimo nel 1973; nel doppio ne vinse 19 in un lasso di tempo più ampio compreso tra il 1961 e il 1975.

A queste vittorie aggiungetene altre 21 ottenute nel doppio misto. Se 23 vittorie complessivamente ottenute in Australia vi sembrano troppe, toglietele pure dal computo: ne restano ancora 41. Tantine. Nel 1963 vinse il primo dei suoi tre titoli a Wimbledon nel singolare e divenne così la prima giocatrice australiana a riuscirci. Nel 1966 si concesse una pausa; nel 1967 sposò Barry Court e nel 1968 riprese l’attività professionistica. Nel 1970 fu la prima donna dell’Era Open a conquistare l’Everest del tennis: il Grande Slam.

Diede alla luce il primo dei suoi quattro figli nel 1972; l’anno successivo fu sconfitta in semifinale a Londra da Chris Evert ma trionfò a Melbourne, Parigi e New York. Non fu mai ufficialmente la giocatrice numero 1 del mondo dall’introduzione del ranking, ma lo fu ufficiosamente per molti anni dai primi anni ’60 sino al 1973. Appese per sempre la racchetta al chiodo nel ’77 e dovette attendere solo due anni per entrare nella Hall of fame.

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Uno contro tutti: 2006-07, il dominio di Federer con il ‘tarlo’ Nadal

Lo svizzero conclude altre due stagioni in vetta al ranking, ma le nubi che si addensano all’orizzonte hanno le sembianze di Rafael Nadal. Compaiono anche Murray e Djokovic

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Federer prima della sfida con Nadal - Masters 2007

Chiuso il 2005 con la sconfitta (appena la quarta, contro ben 81 vittorie) nella finale della Masters Cup per mano di quel David Nalbandian che conosce il modo di creargli grattacapi, Roger Federer inizia la nuova stagione da leader indiscusso del ranking ed è a caccia di altri record. Il primo, manco a dirlo, è quello di completare il personale Grande Slam e per farlo – avendo già vinto Australian Open, Wimbledon e US Open – dovrà cercare di alzare la “coppa dei moschettieri” al Roland Garros. In attesa di giugno, però, lo svizzero parte alla grande confermandosi campione a Doha (torneo nel quale mette insieme dieci vittorie consecutive, tutte in due set per un totale di 20-0) e, soprattutto, tornando sul trono a Melbourne dove in finale il sorprendente cipriota Marcos Baghdatis lo tiene in ansia per i primi due set ma il secondo lo perde al foto-finish nonostante un break di vantaggio e alla lunga si scoraggia, crollando nel terzo e quarto (5-7 7-5 6-0 6-2 lo score).

Di nuovo negli Emirati, stavolta a Dubai, il numero 1 conquista la nona finale consecutiva nel circuito ma deve vedersela contro l’ultimo tennista che l’ha battuto prima di una finale: Rafael Nadal. Siamo al quarto capitolo di un romanzo che – già si sa – sarà lungo e appassionante ma a cui lo spagnolo, attuale erede al trono dall’alto della sua seconda posizione nel ranking, sembra volere già togliere molta incertezza. Sul rapido cemento asiatico, come già aveva fatto a Miami nel 2004 (e anche l’anno dopo, prima di crollare), Nadal dimostra tutta la tossicità che il suo tennis produce in quello del re e, pur raccogliendo sette punti in meno dell’avversario, vince la partita 2-6 6-4 6-4.

Per ritrovare i due uno contro l’altro bisogna attendere la terra perché nel Sunshine Double, mentre Federer ripete la doppietta dell’anno precedente (è il primo a vincere Indian Wells e Miami per due edizioni consecutive), Nadal viene battuto da Blake (in California) e dal connazionale Moya (in Florida). Sul rosso, Federer paga pegno sia a Montecarlo che a Roma (sempre in finale) anche se al Foro Italico potrebbe invertire la tendenza avendo due match point da sfruttare in una sfida che si protrae per oltre cinque ore e nella quale ancora una volta non gli basta incamerare più punti del rivale (179-174) per spuntarla. Ma l’appuntamento con la A maiuscola è al Roland Garros, laddove Nadal si è laureato campione nel 2005 alla sua prima apparizione e Federer cerca un riscatto che però dura appena un set, il primo (dominato 6-1) subito restituito dal maiorchino che poi fa suoi anche gli altri, seppur più combattuti (6-4 7-6).

 

La quarta sconfitta stagionale, peraltro sempre con lo stesso avversario, non scuote più di tanto il numero 1 che, partendo dall’erba di Halle, trova la maniera di vincere 48 delle 49 partite disputate fino al termine della stagione e di equilibrare – almeno in parte – il bilancio con Nadal battendolo sia nella finale di Wimbledon che nella semifinale della Masters Cup a Shanghai. Ad impedirgli l’en-plein è un giovane scozzese classe ’87, Andy Murray, che lo batte al secondo turno di Cincinnati nel corso di un’estate che lo ha già visto finalista a Washington e semifinalista a Toronto. In Ohio Murray si fermerà nei quarti e nel finale di stagione pagherà l’iperattività (ben 26 tornei disputati) ma il ragazzo promette bene e di lui si sentirà parlare ancora in futuro.

Il futuro di Federer, invece, sembra promettere orizzonti sconfinati e i numeri del 2006 sono, incredibilmente, ancora migliori di quelli del 2005: 12 tornei vinti (con quattro finali su quattro negli Slam, come non accadeva dal 1969 quando ci riuscì Laver) e un bilancio di 92-5 che, sommato all’81-4 dell’anno prima, fa 173-9, cioè il 96,6% di vittorie. Non fosse per Nadal, che è come un tarlo nella testa dello svizzero, Federer potrebbe davvero dormire sonni tranquilli e pure l’inizio del 2007, con il terzo titolo a Melbourne (ottenuto senza cedere nemmeno un set) e la vittoria a Dubai (in finale su Youzhny), lo proietta sempre più in alto.

Ma l’imprevisto, anzi il doppio imprevisto, è dietro l’angolo e prende le sembianze di un argentino di quasi trent’anni che, pur essendo già stato Top-10 (n°8 il 6 giugno 2005, suo best-ranking) e avendo vinto 7 titoli ATP in carriera, tra cui il Masters Series di Toronto nel 2002, passerà alla storia soprattutto per la sua doppia vittoria sul bi-campione di Indian Wells e Miami, imbattuto da ben 41 incontri. In California, Guillermo Canas si impone in due set (7-5 6-2) al secondo turno mentre a Crandon Park gioca meglio i punti decisivi e si impone 7-6 2-6 7-6, pur facendo (ma che ve lo diciamo a fare?) tre punti in meno del suo avversario.

Agli scivoloni inattesi sul duro americano, Federer fa seguire una primavera di ombre e luci. A Montecarlo conquista la finale ma non dà mai la sensazione di poter impensierire Nadal, che lo batte con un doppio 6-4, mentre a Roma al terzo turno incappa in un Volandri pressoché perfetto che lo elimina nel giorno più bello della sua carriera, in un centrale non gremito ma via via sempre più incredulo e partecipe. Anche se il numero 1 cerca di minimizzarne il significato, la netta sconfitta con l’italiano (6-2 6-4) lo accompagna ad Amburgo e gli riempie la testa di dubbi. In Germania però, come d’incanto, Federer ritrova se stesso e si inietta fiducia in corpo aggiudicandosi il torneo. In finale, dopo essere stato dominato nel primo set (6-2) e aver annullato due palle-break all’inizio del secondo, Roger rompe gli indugi e travolge Rafael Nadal (6-2 6-0) che non perdeva un incontro sul rosso dall’8 aprile 2005, quando a Valencia era stato fermato dal russo Igor Andreev.

Roger Federer e Rafa Nadal – Amburgo 2007

Aver finalmente battuto Nadal sulla terra rappresenta un buon viatico per le speranze del numero 1 di ripetersi anche al Roland Garros ma ancora una volta le tossine dello spagnolo – in una finale in cui Federer capitalizza appena una delle 17 palle break a disposizione – sono determinanti e lo svizzero deve rimandare il sogno a periodi più felici. Le fatiche parigine inducono Federer a saltare Halle ma l’erba gli è così congeniale che non serve preparazione per difendere il titolo a Wimbledon. Ai Championships, il numero 1 cerca di emulare Bjorn Borg, ovvero vincere il torneo per la quinta volta consecutiva. Tra lui e la leggenda c’è però di nuovo Nadal, che a sua volta vorrebbe emulare Borg, laddove lo svedese è stato l’ultimo tennista (1980) a mettere a segno la doppietta Parigi-Wimbledon. Rispetto all’anno precedente, l’iberico è progredito anche sul verde ma non gli basta per compiere l’impresa e alla fine Federer può tirare un sospiro di sollievo.

I tre grandi appuntamenti dell’estate americana restituiscono al circuito il miglior Roger, anche se il suo avversario più credibile scalpita per un posto tra i grandi; si tratta del ventenne serbo Novak Djokovic, che lo batte nella finale della Rogers Cup a Montreal e lo impegna ben oltre lo score (7-6 7-6 6-4) nell’atto conclusivo degli US Open. In mezzo, Federer si era imposto anche a Cincinnati soffrendo in semifinale contro il redivivo Hewitt prima di disporre senza patemi di James Blake. Con il successo a Flushing Meadows, salgono a dieci le finali Slam consecutive del numero uno del mondo (8-2 il bilancio) che sì, ha perso qualche match a cui non eravamo più abituati ma negli appuntamenti che contano è sempre stato protagonista, così come lo è nel finale di stagione.

Sono quattro i tornei a cui Federer partecipa prima delle vacanze di fine anno e nei due Masters Series di Madrid e Bercy incappa nella miglior versione di un suo vecchio rivale, David Nalbandian. In Spagna, l’argentino compie l’impresa (mai più riuscita a nessun altro) di battere i cosiddetti big-three – Federer, Nadal e Djokovic, che nell’occasione sono anche le prime tre teste di serie – nello stesso torneo e a Bercy si ripete con lo svizzero e lo spagnolo. Buon per tutti che la “Nalba” si è svegliato tardi nella stagione e manca di poco la qualificazione alla Masters Cup, torneo nel quale cede il ruolo di prima riserva a Tommy Robredo. Così, non prima di aver vinto anche a Basilea, Federer è il favorito a Shanghai ma il suo debutto contro il cileno Fernando Gonzalez è negativo.

Tanto per cambiare, pur facendo cinque punti in più (103-98), il campione in carica perde l’incontro 3-6 7-6 7-5 e si complica la vita; Federer era imbattuto sia nella manifestazione, per quanto riguarda gli incontri di round-robin (15-0), e sia nei confronti di Gonzalez (10-0) ma è consapevole di aver comunque giocato una buona partita e infatti, da lì in poi, torna inavvicinabile e si sbarazza di Davydenko, Roddick, Nadal (6-4 6-1) e Ferrer non lasciando per strada nemmeno un set e una manciata di giochi.

Finisce dunque in gloria la terza stagione consecutiva sul trono mondiale per Roger Federer, i cui numeri restano di tutto rispetto nonostante le nove sconfitte – le stesse fatte registrare complessivamente nelle due stagioni precedenti. Il tramonto del 2007 è rosso sfavillante e copre le nubi minacciose che iniziano ad addensarsi all’orizzonte. Già dall’alba del nuovo anno si capirà che il vento sta cambiando, portando guai e tempesta. Ma di questo parleremo più a fondo nel prossimo capitolo.   

TABELLA SCONFITTE N.1 ATP – VENTESIMA PARTE

ANNONUMERO 1AVVERSARIOSCORETORNEOSUP.
2006FEDERER, ROGERNADAL, RAFAEL62 46 46DUBAIH
2006FEDERER, ROGERNADAL, RAFAEL26 76 36 67MONTECARLOC
2006FEDERER, ROGERNADAL, RAFAEL76 67 46 62 67ROMAC
2006FEDERER, ROGERNADAL, RAFAEL61 16 46 67ROLAND GARROSC
2006FEDERER, ROGERMURRAY, ANDY57 46CINCINNATIH
2007FEDERER, ROGERCANAS, GUILLERMO57 26INDIAN WELLSH
2007FEDERER, ROGERCANAS, GUILLERMO67 62 67MIAMIH
2007FEDERER, ROGERNADAL, RAFAEL46 46MONTECARLOC
2007FEDERER, ROGERVOLANDRI, FILIPPO26 46ROMAC
2007FEDERER, ROGERNADAL, RAFAEL36 64 36 46ROLAND GARROSC
2007FEDERER, ROGERDJOKOVIC, NOVAK67 62 67CANADA OPENH
2007FEDERER, ROGERNALBANDIAN, DAVID61 36 63MADRIDH
2007FEDERER, ROGERNALBANDIAN, DAVID46 67PARIGI BERCYH
2007FEDERER, ROGERGONZALEZ, FERNANDO63 67 57MASTERS H

  1. Nastase e Newcombe
  2. Connors
  3. Borg e ancora Connors
  4. Bjorn Borg
  5. Da Borg a McEnroe
  6. Ivan Lendl
  7. McEnroe e il duello per la vetta con Lendl
  8. Le 157 settimane in vetta di Ivan Lendl
  9. Mats Wilander
  10. Lendl al tramonto e l’ultima semifinale a Wimbledon
  11. La prima volta in vetta di Edberg, Becker e Courier
  12. Sale sul trono Jim Courier
  13. Il biennio 1993-1994, da Jim Courier a Pete Sampras
  14. Agassi e Muster interrompono il dominio di Sampras
  15. La seconda parte del regno di Sampras, Rios re senza corona
  16. Moya, Rafter, Kafelnikov e Agassi nell’ultima fase del regno di Sampras
  17. Le 9 settimane di Marat Safin, le 43 di Guga Kuerten
  18. L’esplosione precoce di Lleyton Hewitt, gli ultimi fuochi di Agassi
  19. E alla fine arriva Federer

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Racconti

Uno contro tutti: e alla fine arriva Federer

Dopo le 8 settimane di Ferrero e le 13 di Roddick, il 2 febbraio 2004 Roger Federer diventa il 23esimo padrone del ranking ATP. Rimarrà in vetta per 237 settimane consecutive

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Roger Federer diventa per la prima volta numero 1 il 2 febbraio 2004

Come anticipato in chiusura della scorsa puntata, l’8 settembre 2003 si chiude definitivamente il lungo e frammentato regno di Andre Agassi. A spodestarlo per l’ultima volta è lo spagnolo Juan Carlos Ferrero, che ha sconfitto proprio lo statunitense nella semifinale degli US Open per poi essere a sua volta battuto in finale da Andy Roddick. Pur deluso dalla netta sconfitta, “Mosquito” diventa il 21esimo leader del ranking ATP ma l’incombere della stagione indoor e la vicinanza in classifica dello stesso Roddick suonano come pericolosi campanelli d’allarme per la conservazione del trono. Invece, nonostante abbia ottenuto la maggior parte dei suoi successi sulla terra rossa (Roma, due volte Monte Carlo e il Roland Garros), Ferrero dimostra di eccellere anche sul duro e conquista la finale a Bangkok (sconfitto da Taylor Dent) e la vittoria nel Masters Series di Madrid, dove regola in finale il cileno Nicolas Massu.

Gli ottimi risultati vengono però vanificati a Parigi Bercy, laddove il ceco Jiri Novak ottiene la sua unica vittoria in carriera contro un numero 1 (a fronte di sette sconfitte) chiudendo dopo sole otto settimane l’esperienza di Ferrero sul tetto del mondo. L’iberico fa registrare un bilancio di 11 incontri vinti e 3 persi (oltre a Dent e Novak, il primo a batterlo era stato l’argentino Calleri in Davis) e consegna il bastone del comando a Roddick, a cui basta la semifinale parigina (persa in due tie-break con Henman) per rilevarne il posto e giocare la Masters Cup di fine stagione da leader ATP.

Ventunenne del Nebraska, Andy Roddick è il favorito del Masters che si disputa al West Side Tennis Club di Houston ma si complica la vita nel girone perdendo da Rainer Schuttler in tre set e così in semifinale deve vedersela con il campione di Wimbledon, Roger Federer. Lo svizzero, n°3 del mondo, ha dovuto annullare due match-point ad Agassi nella fase a round robin e si è classificato primo nel suo gruppo anche in virtù delle nette vittorie su Nalbandian (la prima in carriera) e Ferrero, al quale di fatto ha tolto ogni possibilità di riprendersi la corona e chiudere la stagione da re. Pur avendo un bilancio negativo (1-4), Roddick ha battuto Federer nell’ultimo confronto diretto agli Open del Canada e pensa di potersi ripetere ma il tie-break del primo set diventa lo spartiacque di un match che ripropone lo splendido stato di forma dell’elvetico: 7-6 6-2 e Federer chiuderà la settimana texana battendo di nuovo (ma stavolta molto più facilmente) Agassi e proponendosi come alternativa credibile a Roddick, sesto statunitense a chiudere l’anno in cima al ranking dopo Connors, McEnroe, Courier, Sampras e Agassi.

Il 2004 dell’americano inizia in Qatar e inizia male. A Doha, Roddick perde al secondo turno con lo svedese Jonas Bjorkman e arriva a Melbourne con più dubbi che certezze. Nel primo Slam stagionale, lui e Federer sono ai poli opposti del tabellone ma è il redivivo Marat Safin a impedire che si affrontino in finale, come logica vorrebbe. Dopo quasi tre stagioni da Top-10, nel 2003 il russo ha giocato poco e male ed è precipitato fino alla posizione n°86 in classifica ma il suo talento – pur non affiancato dalla dovuta continuità – è fuori discussione e agli Australian Open lotta come un leone fin dal primo turno, vince tre partite al quinto set (Todd Martin, Roddick nei quarti e Agassi in semifinale) e conquista la finale dove Roger Federer gioca sapendo già che l’indomani diventerà il 23esimo padrone del vapore.

Safin, provato dalle battaglie dei giorni precedenti, resiste per tutto il primo set ma finisce per perderlo al tie-break e con quello anche ogni – peraltro minima – speranza di prendersi il titolo. Il 2 febbraio 2004, dunque, diventa una pietra angolare nella storia di questo sport perché è il primo di 1293 giorni consecutivi trascorsi sul trono da Roger Federer, come nessuno ha fatto in passato e fino ai giorni nostri. In un momento in cui i bimani sembrano poter monopolizzare il circuito, almeno nelle alte sfere, Federer rinnova la tradizione dei sovrani con il rovescio a una mano, l’ultimo dei quali è stato il brasiliano Gustavo Kuerten.

 

Per quanto si sia capito, fin da quel pomeriggio londinese del 2001 in cui ha sconfitto in cinque set Pete Sampras sul centrale di Wimbledon, che Federer ha le stimmate del fuoriclasse, nessuno può ragionevolmente prevedere ciò che invece succede dal momento del suo insediamento nella stanza del potere del tennis maschile. Nel suo primo anno di regno, lo svizzero perde un pugno di incontri ma non mancano i dolori. Il primo a causargli un dispiacere è Tim Henman, che lo elimina nei quarti a Rotterdam; dopo aver vinto a Dubai e Indian Wells, Federer assaggia per la prima volta le sgradevoli rotazioni di un giovane spagnolo mancino che lo batte senza appello al secondo turno di Miami: è Rafael Nadal e, con lui, Roger edificherà una delle rivalità più esaltanti nella storia del gioco.

Sia pur asceso al trono, il re mostra ancora qualche lato di debolezza e, sulla terra rossa, cade vittima di due specialisti già campioni del Roland Garros: Albert Costa (a Roma) e Gustavo Kuerten, proprio a Parigi. Il triplice 6-4 subìto dal brasiliano fa già calare qualche ombra sulle potenzialità dell’elvetico, il cui gioco sembra decisamente più adatto alle superfici rapide. Il progetto-Federer però è ancora in costruzione, soprattutto sul piano della consapevolezza, e riceve lusinghiere risposte dall’erba di Halle e Wimbledon (dove si conferma campione), dal vittorioso blitz a Gstaad (a cui Federer non rinuncia, nonostante le fatiche londinesi, per onorare una promessa fatta qualche anno prima, quando proprio gli organizzatori del torneo gli diedero la wild-card che lo fece debuttare nel circuito maggiore) e infine dal successo nel Masters Series di Toronto.

L’intensa attività, che mal si addice a chi deve gestire il potere, lo rende tuttavia vulnerabile sia a Cincinnati che all’appuntamento olimpico di Atene. In Ohio a batterlo subito è Dominik Hrbaty, che completa così il suo poker di scalpi eccellenti (dopo Kafelnikov, Agassi e Safin) e chiuderà la carriera con un bilancio positivo (4-3) nei confronti con i numeri 1. In Grecia invece, torneo a cui Federer tiene particolarmente, il secondo turno gli propone un diciottenne ceco di belle speranze che, nella sorpresa generale, lo batte 4-6 7-5 7-5: si tratta di Tomas Berdych e siamo solo alla prima di 26 sfide dirette tra i due.

Appena una settimana dopo la delusione olimpica, Federer si presenta agli US Open in veste di favorito e inizia il suo lustro newyorchese senza sconfitte soffrendo solo nei quarti contro Agassi (e il vento) e infliggendo, unico nella storia del torneo e secondo in assoluto in uno slam, al finalista (Lleyton Hewitt) ben due 6-0 nell’atto conclusivo. Sulla scia della vittoria statunitense, Roger domina anche a Bangkok e si riconferma campione alla Masters Cup di Houston, manifestazione in cui batte di nuovo Hewitt sia nel gruppo di round robin che in finale. L’elvetico chiude il 2004 in cima al ranking e con un record di 74-6, che sembra già ragguardevole, ma nella stagione che segue farà ancora meglio, iniziando a far credere di poter essere veramente lui il migliore di sempre.

Eppure, anche se perderà solo 4 delle 85 partite disputate, tre di queste saranno particolarmente significative. La prima è la semifinale degli Australian Open, dove difende il titolo e dove non capitalizza un match-point contro Marat Safin per poi perdere 9-7 al quinto. La seconda è ancora una semifinale, quella del Roland Garros che lo vede soccombere in quattro set al tennista che monopolizzerà la terra parigina per i tre lustri a venire, ovvero Rafael Nadal. Infine, la finale della Masters Cup a Shanghai in cui, non al meglio della condizione, si fa rimontare un vantaggio di due set dall’argentino David Nalbandian che vince così il trofeo più prestigioso di una carriera che, pur al netto di una finale Slam (persa a Wimbledon contro Hewitt) e di un best-ranking da numero 3 del mondo, non ne ha eguagliato il talento.

Il quarto ko Federer l’ha patito nei quarti a Monte Carlo lasciando sul campo altri tre match-point e facendosi battere da un talentuoso francese di nemmeno 19 anni reduce dalla vittoria nel challenger di Napoli ma che non ha mai battuto un top-10 in carriera e – dopo la vittoria in oggetto – affronterà altre 16 volte un numero 1 e perderà sempre: Richard Gasquet.

Come detto, però, il 2005 di Federer è anche e soprattutto una cavalcata impressionante con undici titoli complessivi tra cui il tris a Wimbledon, il bis a New York, la doppietta negli emirati (Doha-Dubai) e quella ancora più prestigiosa da una costa all’altra degli Stati Uniti (Indian Wells-Miami) oltre ad altri due Masters Series (Amburgo e Cincinnati). Insomma una stagione esaltante e praticamente irripetibile. Come dite? Non irripetibile? In effetti il 2006 sarà ancora migliore, ma questo lo vedremo nella prossima puntata.             

TABELLA SCONFITTE N.1 ATP – DICIANNOVESIMA PARTE

2003FERRERO, JUAN CARLOSCALLERI, AGUSTIN46 57 16DAVIS CUPC
2003FERRERO, JUAN CARLOSDENT, TAYLOR36 67BANGKOKH
2003FERRERO, JUAN CARLOSNOVAK, JIRI57 57PARIGI BERCYS
ANNONUMERO 1AVVERSARIOSCORETORNEOSUP.
2003RODDICK, ANDYSCHUETTLER, RAINER64 67 67MASTERS H
2003RODDICK, ANDYFEDERER, ROGER67 26MASTERS H
2004RODDICK, ANDYBJORKMAN, JONAS36 46DOHAH
2004RODDICK, ANDYSAFIN, MARAT62 36 57 76 46AUSTRALIAN OPENH
2004FEDERER, ROGERHENMAN, TIM36 67ROTTERDAMH
2004FEDERER, ROGERNADAL, RAFAEL36 36MIAMIH
2004FEDERER, ROGERCOSTA, ALBERT63 36 26ROMAC
2004FEDERER, ROGERKUERTEN, GUSTAVO46 46 46ROLAND GARROSC
2004FEDERER, ROGERHRBATY, DOMINIK61 67 46CINCINNATIH
2004FEDERER, ROGERBERDYCH, TOMAS64 57 57OLIMPIADI ATENEH
2005FEDERER, ROGERSAFIN, MARAT75 46 75 67 79AUSTRALIAN OPENH
2005FEDERER, ROGERGASQUET, RICHARD76 26 67MONTE CARLOC
2005FEDERER, ROGERNADAL, RAFAEL36 64 46 36ROLAND GARROSC
2005FEDERER, ROGERNALBANDIAN, DAVID76 76 26 16 67MASTERS H

  1. Nastase e Newcombe
  2. Connors
  3. Borg e ancora Connors
  4. Bjorn Borg
  5. Da Borg a McEnroe
  6. Ivan Lendl
  7. McEnroe e il duello per la vetta con Lendl
  8. Le 157 settimane in vetta di Ivan Lendl
  9. Mats Wilander
  10. Lendl al tramonto e l’ultima semifinale a Wimbledon
  11. La prima volta in vetta di Edberg, Becker e Courier
  12. Sale sul trono Jim Courier
  13. Il biennio 1993-1994, da Jim Courier a Pete Sampras
  14. Agassi e Muster interrompono il dominio di Sampras
  15. La seconda parte del regno di Sampras, Rios re senza corona
  16. Moya, Rafter, Kafelnikov e Agassi nell’ultima fase del regno di Sampras
  17. Le 9 settimane di Marat Safin, le 43 di Guga Kuerten
  18. L’esplosione precoce di Lleyton Hewitt, gli ultimi fuochi di Agassi

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