Federer: “Non voglio più giocare per fare un favore a qualcuno”

Dopo la vittoria su Sock in semifinale: "Voglio solo pensare a stare bene. Conosco benissimo Stan, 90 titoli sarebbero un traguardo straordinario"

Federer: “Non voglio più giocare per fare un favore a qualcuno”

Con il successo su Jack Sock, Roger Federer ha raggiunto la sua settima finale a Indian Wells (quattro vittorie): la giocherà contro il connazionale e amico Stan Wawrinka, con cui ha un favorevolissimo record di 19-3. Questa l’intervista successiva alla semifinale.

È sembrato tu abbia giocato un primo set fantastico, mentre nel secondo il servizio è venuto un po’ a mancare.
Sì, direi che è una spiegazione esaustiva. Nel primo set leggevo benissimo le traiettorie, lui non ha giocato al meglio e io sono riuscito ad approfittarne, mettendogli subito pressione. Il secondo è stato come mi aspettavo sarebbe stato l’intero match, a dire il vero: lui ha iniziato a servire meglio, io forse ho abbassato un po’ il mio livello mentre lui alzava il suo. Aspettavo un’occasione che non è mai arrivata, fino al tie-break. Ho dovuto servire molto più spesso la seconda, e sono contento abbia reso molto. In definitiva, è una bella sensazione essere riuscito a chiudere in due set ed essere tornato in finale qui.

 

Guardando al match con Stan, cosa lo rende così adatto al tuo gioco, specialmente sul duro?
Non credo sia così adatto. Magari posso avere un buon bilancio contro di lui, ma molti di questi match si sono giocati quando io ero al top della mia forma, numero uno del mondo e lui magari solo nei primi trenta, e basava il suo gioco prettamente sulla terra rossa. Ho vinto moltissimi dei nostri primi confronti per questo. Negli ultimi tempi abbiamo giocato molti match tiratissimi, mi ha dominato per uno o due set anche su superfici rapide, Wimbledon o indoor. Anche qui. Credo abbia pulito molto il suo gioco sul cemento, è il campione in carica degli US Open e al primo torneo negli Stati Uniti che gioca dopo quel trionfo torna in finale. Questo dimostra che non era un caso. Ha lavorato molto sul suo gioco di contrattacco, riesce a trasformare una situazione da difensiva ad offensiva. Ha migliorato moltissimo il suo servizio, e generalmente quanto più si va in fondo ad un torneo tanto più aumenta la fiducia. A quel punto è dura fermarlo. Io ho un modo di giocare e un’attitudine offensiva, è nel mio DNA. Lui forse preferisce prendere più tempo per scambiare, e mettergli pressione e fretta potrebbe aiutare. Vedremo di fare il possibile domani.

Sai già quale sarà il tuo calendario sul rosso? Considerando anche il ranking: hai avuto un inizio di stagione straordinario, forse la tua posizione in classifica sarà presto quella che vorresti.
Ancora non so, non lo deciderò fino alla fine di Miami. E dopo aver deciso, non lo cambierò, a prescindere dall’esito di questo o torneo o di quello di Miami. La classifica è assolutamente secondaria per me. Dopo Miami deciderò in base a quello che mi permetterà di rimanere integro e alimentare la mia motivazione per i tornei che giocherò. Di certo non voglio giocare troppo non voglio stancarmi di viaggiare e giocare, non voglio partecipare a un torneo solo per fare un favore a qualcuno, senza aspirazioni. Non è per questo che continuo a giocare. Voglio giocare in modo che chi mi guarda abbia davanti a sé un tennista che abbia voglia di essere in campo; l’ho promesso a me stesso, questa sarà la mia mentalità, se gioco è perché sono motivato e voglio giocare. Quindi vedrò dopo Miami.

A proposito di ranking. Murray salterà Miami, Djokovic è tornato a Montecarlo per accertamenti. Non pensi mai alla possibilità di poter tornare al numero uno a fine anno?
Considerando che non giocherò ancora per molto, immagino avrò bisogno di vincere almeno un altro Grande Slam. Dato che uno l’ho già vinto quest’anno, non è impossibile che ci riesca. Sto facendo bene anche in tornei che non sono Major, ma sono gli Slam che danno più punti. E probabilmente uno non sarebbe abbastanza, perché i miei rivali torneranno al loro livello, torneranno a vincere tornei. non cambierò la mia programmazione solo perché Andy non giocherà Miami e Novak è in dubbio. In un mondo immaginario, certo, sarebbe magnifico tornare al numero uno. Ma qualsiasi cosa sia il numero non mi interessa, per questo il ranking è assolutamente secondario. Penso a stare bene, godermi i tornei che gioco e cercare di vincerli.

Ovviamente conosci Stan da tantissimo tempo. Potresti raccontare qualcosa sulla prima volta in cui vi siete affrontati?
Sì, ricordo ci allenammo a Biel, al Centro Nazionale. Non avevo mai sentito parlare di lui, e mi dissero che era un ottimo Junior che sarebbe stato contento di allenarsi con me. Ottimo, certo che può. Giocava da molto lontano, rovescio potentissimo ovviamente. Fui sorpreso di come riusciva a tenere lo scambio con me, se non sbaglio io ero già numero uno all’epoca. Poi non ci incontrammo più per un po’, lui era in Spagna, stava crescendo lì anche da un punto di vista personale. Poi si unì alla squadra di Davis nel 2003, a Melbourne per le semifinali. Rimanemmo là due settimane, fu un bel periodo perché eravamo otto invece di quattro, aggregammo molti giovani e Stan era uno di quelli. Ebbi la possibilità di conoscerlo grazie alla Davis. Andiamo molto d’accordo, sono rimasto davvero impressionato da come abbia migliorato il suo gioco, perché pesavo sarebbe sempre rimasto un tennista da terra rossa. Ma con tutti tornei importanti che si giocano sul duro, in realtà credo non vedremo più veri e propri specialisti della terra battuta in futuro. Stan è riuscito a vincere anche sul cemento attraverso durissimo lavoro e impegno per potersi battere con i migliori. E ha dimostrato di essere uno dei migliori. Sono il suo primo fan, e lo supporto sempre quando si tratta di sue vittorie o del suo successo: ormai sono anni che lavoriamo con lo stesso preparatore atletico. Insomma, l’ho visto crescere e gli ho dato molti consigli, finché non ce n’è più stato bisogno perché adesso è assolutamente consapevole di quello che fa e del suo potenziale, il che è un gran risultato.

Hai iniziato questo torneo con uno dei tabelloni più duri che si siano mai visti: ora sei in finale senza aver mai perso un set, addirittura non hai mai perso il servizio. Come ti senti? Sei andato oltre le tue stesse aspettative?
Certo! Mi sento benissimo, ho quasi dimenticato quanto fosse duro il sorteggio. Sono stato molto fortunato nei quarti, Nick stava giocando benissimo e non sarebbe stata facile. A volte si è fortunati quando ci si mette in gioco, io l’ho fatto e ora sono qui. A volte si guarda al tabellone come ad una montagna, e dopo pochi giorni si è in finale. È incredibile quanto velocemente possano cambiare le cose se si è in fiducia, si gioca bene e ci si diverte, ci si gode il tempo in campo. Io mi sento bene e spero di poter giocare un altro buon match domani.

Domani giocherai un’altra finale, e hai vinto in carriera 89 titoli. C’è una sorta di obiettivo dei 100 tornei vinti, o addirittura il record di 109 di Connors, nella tua lista?
Direi di no, non è un obiettivo quello di raggiungere i 100 tornei vinti. Sarebbe bello, ma credo sia troppo presto, sono appena rientrato ne circuito, L’obiettivo, dopo la riabilitazione e la ripresa, era quello di giocare fino a Miami per vedere come mi sentivo. Tre o quattro mesi di gioco per capire le mie condizioni. Stiamo parlando di 100 tornei vinti, io pensavo a giocare 10 eventi a inizio anno. Sono a 89, domani posso arrivare a 90 e sarebbe un grandissimo traguardo per me e il mio team.

A cura di Carlo Carnevale

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