Il 2017 di Marin Cilic: ai piani alti si sta bene

Nella stagione degli stravolgimenti, Marin ha confermato la classifica del 2016. Letargico nei primi mesi, a un passo dall'exploit nell'amara finale di Wimbledon. Ora senza allenatore, ha dimostrato che la vittoria allo US Open 2014 non è stata casuale

Il 2017 di Marin Cilic: ai piani alti si sta bene

HIC MANEBIMUS OPTIME (VOI AGITATEVI PURE)

Il viavai che negli ultimi mesi ha fatto girare le porte scorrevoli della classifica ATP non ha minimamente intaccato l’equilibrio di Marin Cilic. Basterebbe la conferma della posizione di fine 2016  – unico fra i top 10 a riuscirci – a fare della stagione del croato una buona annata. Ma la finale persa a Wimbledon contro il Federer dei record ha ridefinito, in modo ambivalente, il suo 2017. Permettendogli, comunque, di affrancarsi dalla scomoda etichetta (tutto è relativo, s’intende) di One-Slam Wonder. Non la peggiore delle sorti, vincere Flushing Meadows per aver pescato le due settimane da Dio con tempismo diabolico. Ma il refrain, evidentemente, cominciava a risultargli stucchevole. E il gigante di Medjugorje ha pensato bene di ribadire che c’è spazio anche per lui, sui quei palcoscenici.

 

“CHI BEN COMINCIA” NON È IL MIO MOTTO

Due sprazzi da par suo: a Rotterdam, dove incappa nel cecchino dei 250, Tsonga, e ad Acapulco, dove viene tramortito da un Nadal deluxe. Il primo trimestre di Cilic è tutto qui. Letargico a dir poco. La primavera, che fa quasi rima con terra, ne risveglia la vis agonistica. Sarà la visuale stupenda che si gode dai campi del Country Club di Montecarlo, sarà per onorare la residenza monegasca. Fatto sta che serve Ramos-Vinonas, poi finalista a sorpresa, per fermarlo nei quarti. Il gigante s’è svegliato. E fa suo l’Istanbul Open, nella finale dei lunghi che non disdegnano il mattone tritato. Lo sconfitto è Milos Raonic, uno di quelli per i quali il 2017 andrà giù in picchiata.

I tune-up in vista di Parigi non sono esaltanti. Una media tra il passo falso di Madrid, dove viene sorpreso a freddo dal caldo Alexander Zverev (prestissimo si scoprirà quanto il tedesco sia tosto in questa fase) e la discreta performance al Foro Italico, torneo nel quale viene sconfitto da Isner nei quarti. Prodromo del miglior risultato della carriera al Roland Garros, i suoi primi quarti a Porte D’Auteuil. Certo, i sette giochi racimolati contro Stan Wawrinka parlano di una non-partita. Ma, dalle sconfitte contro Taylor Fritz e Dustin Brown, parliamo della fase del disgelo agonistico, di acqua sotto i ponti ne è passata.

QUEI MATCH THRILLER CHE CI… DELICIANO

La magia dell’anomalia erbivora era un tempo il ribaltamento di valori tecnici, gerarchie e schemi di gioco. Un trip di un mese nell’era dei gesti bianchi. Nel 2017 non è più così, perlomeno non in questi termini. Ma i match persi per un doppio fallo commesso nel primo game di servizio capitano ancora. Eccome. E Cilic, per non farsi mancare nulla, è vittima a S-Hertogenbosch della regola Karlovic, nella più classica delle partite lotteria.

Circoletti rossi a parte, al Queen’s Club, uno dei pochissimi teatri che possano permettersi un ostentato sussiego, si recita lo stesso copione. Con toni appena più drammatici. La bomboniera di West Kensington si accende per una finale elettrizzante. Cilic, percorso netto sul proprio servizio, cede a Feliciano Lopez, lo spagnolo iconoclasta. Cui l’erba doveva, evidentemente, il giusto tributo. Per quanto sconfitto, è chiaro che le incertezze di inizio stagione sono finite in archivio. Il croato sarà una vera e propria mina vagante ai Championships.

IF YOU CAN MEET WITH TRIUMPH AND DISASTER…

Hai studiato una vita. Poi hai ingoiato qualche boccone amaro. Finalmente arriva la telefonata. Un colloquio con l’azienda leader del settore. E tu sei nella shortlist. Ma non arriverai mai a quell’incontro. Una ruota bucata ti fermerà prima ancora che tu possa presentarti. Chi se la sente di criticare Cilic per una delle crisi di pianto più umane che si siano viste su un campo da tennis? La sua ruota bucata è una maledetta vescica. Comprensibilissimo il crollo emotivo, figlio non della sconfitta, tutto sommato prevista, contro Federer. Ma della consapevolezza di non potersi giocare la partita dei sogni, quello strano match preceduto da riti obsoleti, che solo Wimbledon può permettersi di perpetuare senza scadere nel ridicolo. Impotente. Per cosa poi? Una vescica. Forse c’era dell’altro. Un blocco psicologico. Nato da una qualche speranziella di farcela, contro il vecchio Roger. Magari a forza di servizi bomba. D’altronde, i match sull’erba girano su due punti. Non lo sapremo mai, ma poco importa. Di quel giorno resta il ricordo del trionfo del campionissimo. E la disperazione del comprimario, che paga anche un tributo alla sfortuna, non diciamo al fato, presunto tifoso del collezionista di record. Restando ai fatti, l’ennesima dimostrazione di quanto lo sport sappia essere cruda allegoria della vita. Tremendamente bello, proprio per il cieco rispetto della legge del più forte.

FINALMENTE, LA CONTINUITÀ. MA MANCA L’ACUTO

Se si esclude lo US Open, dove non va oltre il terzo turno, il finale di stagione è più che positivo. Su superfici che esaltano il suo servizio, il croato inanella tre semifinali consecutive, fra swing asiatico e Basilea. Purtroppo per lui, manca il risultato eclatante. Il pivot è stanco. Cosa che appare chiarissima alle ATP Finals, le terze della sua giovane carriera di top player. Tre sconfitte su tre. È tempo di andare in vacanza.

PER UN BJORKMAN CHE VA, NUOVE SFIDE CHE ARRIVANO

A sancire che il minimo comun denominatore della stagione è la stabilità sono i numeri. Eppure, se li interpretiamo bene, vediamo che si è trattato di un anno a due velocità. Prima parte a sonnecchiare, seconda a macinare risultati fino a raggiungere la posizione numero 4, mai toccata in precedenza. Detto della scossa nervosa londinese, c’è un altro passaggio che rompe una dinamica consolidata: dopo 16 mesi, Cilic si separa dal coach Bjorkman.

Chiusura di un ciclo, stanchezza, mutate esigenze personali. A prescindere dalle motivazioni, lo svedese ha accompagnato Cilic nel consolidamento del suo status di atleta di punta, iniziato nel settembre 2014 all’indomani del grande exploit di Flushing Meadows. E questo è stato un grande merito. Ora il croato sa che può ambire ad altri titoli pesanti. E la chiave sarà la convinzione di poter battere i mostri sacri. Contro i quali il più delle volte ha dato l’impressione di partire già sconfitto. “Dovrò mantenere il livello con cui ho giocato fra giugno e luglio, se vorrò avere possibilità contro i migliori”, è l’analisi dello stesso giocatore. Leggasi: per vincere ancora uno Slam. E chissà che il 2018 non veda un altro commensale al banchetto dei soliti noti. Nessuno lo scambierebbe per un imbucato.

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