Se nel 2009 tutti i più forti erano approdati ai quarti del Canadian Open – Federer, Nadal, Murray, Djokovic, Roddick, Del Potro, Tsonga e Davydenko, quest’anno agli ottavi è giunto solo il poi vincitore Ben Shelton, n. 10 ATP, a rappresentare l’élite del tennis. Se all’epoca gli otto migliori c’erano tutti e oggi la conta dei big zero, il colpevole – nemmeno presunto – non può che essere il formato da dodici giorni che ha sostituito quello da sette, l’aspetto più evidente cambiato da allora. Come se i giocatori non fossero una variabile degna di attenzione.
Questa fornula con 96 partecipanti non piace ai top player, gli stessi che scrivono le letterine di minaccia a Babbo Natale (gli Slam) per ottenere una percentuale dei ricavi e altri benefici, sostenendo che lo fanno per i colleghi più indietro in classifica. Tuttavia, i Masters 1000 “allungati” e conseguentemente più ricchi non solo permettono di sostenere alcuni eventi minori (ATP 250 e Challenger), montepremi più alti e il bonus pool di fine anno, bensì anche il fondo pensione dei giocatori (particolarmente utile per chi in carriera non ha guadagnato milioni a palate) e soprattutto accolgono quaranta tennisti in più rispetto ai Masters da una settimana. Quaranta di quei giocatori per cui i top 10 dicono di battersi, eppure la maggior parte di loro non vuole che siano ammessi a partecipare.
Manchi l’impegno ma non paghi pegno
La narrazione di un calendario sempre più esigente, compresso, così fitto che ci vuole il machete si scontra con un Sinner che ha disputato 16 tornei (ATP Finals comprese) nelle ultime 52 settimane e Alcaraz altrettanti nel 2025. Secondo il regolamento del Tour, il commitment dei top 30 consiste nella partecipazione a tutti i Masters 1000 obbligatori ai quali è ammesso, alle ATP Finals se qualificato e a quattro ATP 500, di cui uno dopo lo US Open. Non essendoci tuttavia conseguenze per non rispettare l’impegno se non una riduzione del “bonus presenze” (se non sei presente, d’altronde) e zero punti in più classifica (se non giochi…), il temine mandatory rimane a a fare il bulletto sulla carta o, meglio ancora nel rispetto dell’ecosostenibilità, sul pdf del Rulebook.
A tal proposito, Auger-Aliassime ha rivelato che l’ATP starebbe studiando sanzioni efficaci legate alla violazione del commitment. Alla resa dei conti, la storia è che i top player evitano di partecipare ad alcuni Masters 1000 perché troppo lunghi. È stato davvero così per l’edizione appena conclusa di Montreal, come suggerisce un’occhiata al tabellone, con gli ottavi di finale senza un solo tennista dei primi nove del mondo?
Qualcuno ha visto un top player?
Zverev
Buona parte di chi ha mancato l’appello del primo sabato di gare lo ha fatto alla vecchia maniera: perdendo prima. Zverev è uscito all’esordio con il n. 69 ATP Griekspoor, che il tedesco aveva battuto nove volte su undici, a volte in match tiratissimi che sommati alle due vittorie olandesi permettono a Tallon di affrontare le sfide con la sensazione di poter mettere a segno il colpaccio se ne tiene dentro abbastanza da comandare gli scambi. Ciò a prescindere dal suo periodo estremamente negativo seguito alla lesione agli ischiocrurali che gli ha impedito di disputare la finale di Dubai quando era 25° del ranking.
Lato Sascha, da top 5 ha un bilancio di 129 vittorie e 24 sconfitte contro tennisti fuori dai primi 50, a fronte del 61-1 di Jannik (vabbè, fenomeno), l’85-5 di Alcaraz e il 160-15 di Andy Murray (stats via TennisAbstract). Abbiamo inserito lo scozzese perché nel citato 2009 era numero 3 del mondo esattamente come il tedesco durante questo torneo. Zverev è perfino arrivato a inventarsi delle cifre per insibuare che l’allungamento a due settimane abbia causato una diminuzione dei soldi destinati al vincitore, quando invece la politica dei considerevoli aumenti per chi perde ai primi turni rispetto a chi arriva in fondo ha avuto origine con la pandemia (il Masters 1000 di Indian Wells, stessa durata da oltre vent’anni, è lì a dimostrarlo).
Medvedev e Fritz
Subito eliminato anche il sesto ATP Medvedev, 6-3 7-6 da Botic van de Zandschulp, n. 70, altro rappresentante dei Paesi Bassi con una sola posizione di differenza rispetto a Tallon (avrà beneficiato dell’effetto imitazione?) e capace di contrastare efficacemente Daniil anche quando lo scambio si allungava. Da tempo, però, Daniil è piuttosto lontano dalla sua migliore versione: contro avversari classificati 50+, dall’estate nordamericana del 2019 a Roma 2023 aveva un bilancio di 85-11, sceso a 57-21 da quel successo agli Internazionali a oggi.
Fritz (n. 8) ha avuto problemi al ginocchio per la prima metà della stagione, stavolta è stato il piede a limitarlo con un Tirante che poi si è confermato contro il campione 2024 Popyrin (che nella foto dell’illuminante articolo sui guadagni netti a questo link vediamo sorridente, “che m’importa delle ‘tasse’ se ho appena vinto il mio primo Mille?”).
Una giornata tutt’altra che splendida dei favoriti, inserita nel quadro di un tennis attuale che rispetto a due o tre lustri fa vanta maggiore profondità, un più alto livello dei giocatori di seconda (e terza, quarta…) fascia che, come del resto quelli che stanno loro davanti, non si trovano di fronte Federer, Nadal, Djokovic (beh, lui sì, ma trentanovenne, non quello del 2015), Murray, i picchi di Wawrinka, eccetera. Senza dimenticare che stiamo parlando di tre nati nella seconda metà anni ’90, ormai accomunata alla covata precedente, la Lost Generation.
De Minaur, Cobolli e Auger-Aliassime
De Minaur aveva già vinto, quasi vinto, due break di vantaggio e un match point nel secondo set contro Norrie, invece ha perso al terzo: cose che capitano (anche se di solito in quella situazione capita che vinci) e non solo nel circuito WTA, soprattutto se il servizio ti torna indietro l’84% delle volte. Cobolli, pure malaticcio, contro Hanfmann è incappato in un altro scivolone, non una novità che a volte si giochi molto al di sotto del livello atteso anche da sé stessi e forse Flavio – quarto nella Race – non ha ancora le contromisure per uscirne ugualmente indenne.
Auger-Aliassime non si sarebbe mai tirato indietro nel torneo di casa, con l’ulteriore incentivo delle ragionevoli chance di mettere finalmente le mani su un trofeo di questa categoria, se fosse stato in grado di competere. Tra parentesi, oltre a Felix si sono rotti anche altri due tennisti canadesi, Shapovalov e Diallo. In definitiva, ogni singola sconfitta (e il forfait) ci stava, a prescindere dai dieci giorni richiesti alle teste di serie per arrivare in finale.
Quelli che non si sono fatti vedere
L’ex Djokovic
Veniamo allora alle rinunce – pesantissime – che hanno costretto il torneo a partire senza i due più forti in assoluto dell’ultimo paio d’anni (abbondanti) e quello che ha vinto 24 Slam. Cominciamo da quest’ultimo, al secolo Novak Djokovic che, sì, senza dubbio si è cancellato da un’entry list in cui è peraltro inserito automaticamente così come altri 74 colleghi. Nole gode tuttavia di una norma ATP, ora abrogata, che lo esenta dal commitment per aver raggiunto i tre requisiti dei 600 incontri disputati, 12 anni di anzianità e 30 anni di età. Se in mano hai un carta che ti permette di giocare (quasi) se e quando ti pare, è davvero corretto parlare di rinuncia a un determinato evento? Non è piuttosto, semplicemente, che, “ok, ragazzi, faccio un’eccezione e vengo a questo torneo”?
A ben vedere, Djokovic si è da tempo ritirato dal Tour, altro che da Montreal – neanche alle ATP Finals 2025 si è preso la briga di andare. Ogni tanto fa capolino per testare la propria condizione in un match vero e cercare di vincere il 25°. Nondimeno è numero 5 del mondo, posizione che suggerisce un motivo plausibile dell’assenza agli ottavi dei più forti in gara.
Alcaraz o tertium non datur (perché non c’è il secondo)
Carlos, ahilùi ma anche ahinoi che ci ritroviamo con un duopolio dimezzato e relative conseguenze, è fuori dal Tour da metà aprile per il noto infortunio al polso e salterà anche Cincinnati. Ciononostante siamo in costante ricerca di un terzo che vada a incomodare una coppia che al momento non è tale. In attesa di apprendere la data del rientro (da wild card a Washington e poi US Open a “ci vediamo in Australia”, tirando a indovinare vale tutto, anzi, proprio tutto no), è un fatto che non ha saltato il Canada a causa del formato “da due settimane”, ormai definito così per comodità e forse anche per favorire la narrazione del calendario compresso. Al che replichiamo chiamando Jane Fonda nei panni di Corie Bratter per ricordare che sei giorni non fanno una settimana.
Sinner: il lavoro fa male
Resta Jannik, colui che aveva il migliore dei motivi per esserci, vale a dire mantenere vivo il sogno di un risultato senza precedenti (e senza seguenti), la vittoria di tutti i Mille in una stagione. “La decisione giusta per dare priorità alla mia salute” recitava la parte importante del comunicato. Sarà un modo per dire che preferisce stare in vacanza piuttosto che tornare al lavoro, che ha giocato troppo e vuole evitare di stressare fisico e mente o esiste un problema specifico? Sono seguite le indiscrezioni sui controlli al ginocchio destro, niente di che e infatti circolava un rassicurante video in cui l’azzurro si allenava “ad alta intensità” per venti secondi. Notizie del ginocchio che non destava preoccupazioni si sono alternate a quelle che mettevano in dubbio la presenza di Sinner a Cincinnati, ma sempre senza preoccupazioni, fino alla comunicazione del forfait.
Impossibile affermare con un buon grado di sicurezza se la rinuncia a Montreal sia stata dettata da quel ginocchio già bisognoso di qualche attenzione oppure dalla necessità (o dalla volontà) di prendersi ulteriore tempo prima di rientrare nel circuito e il fastidio sia comparso successivamente. Nel primo caso, nulla sarebbe cambiato se il Masters canadese fosse stato ancora di una settimana. Nel secondo, viceversa, se tanti puntano il dito verso questi eventi da dodici giorni come una delle principali cause degli infortuni, si può replicare con pari autorevolezza e accuratezza scientifica che è viceversa non giocarli a comportare quelle conseguenze.
Ciò a dispetto della celebre battuta sullo sport di Winston Churchill (mai pronunciata, in realtà), una versione elegante di “mio nonno fumava due pacchetti di sigarette al giorno ed è morto a 90 anni”. Che lo sport professionistico rispetto a quello amatoriale comporti anche svantaggi è piuttosto evidente, ma non perché è sport: perché è un lavoro.
Un Sinner assente non fa una fuga di massa
Se il tema infortuni merita una trattazione a parte, torniamo al tema principale. Secondo quanto fin qui esposto, da un lato non si può negare che la collocazione in calendario del “Mille” canadese sia poco invidiabile, compreso il ritorno al cemento dopo quattro mesi fra terra ed erba che può favorire gli upset, senza contare che ogni tanto si mettono in mezzo i Giochi Olimpici. Dall’altro, non pare corretto prendere a esempio questa edizione del torneo per sostenere che i top player sono scappati. A conti fatti, l’allungato evento di Montreal ha registrato fra i top 10 la sola rinuncia di Sinner (sulle cui motivazioni il giudizio è peraltro sospeso). Agli organizzatori sarebbe potuta andare peggio. Anche se, aggiungendo gli infortuni e le immediate sconfitte dei tennisti di casa, fatichiamo a immaginare come.
