TENNISPOTTING ottobre: ciao, sono Andy Murray e devo andare al Masters

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TENNISPOTTING ottobre: ciao, sono Andy Murray e devo andare al Masters

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"Andy io capisco che devi andare a tutti i costi al Master però..."

TENNIS TENNISPOTTING –  Ottobre è un altro di quei mesi tennistici del limbo, a cavallo fra lo Slam e l’ultima, suprema fatica dell’anno: le finali ATP di novembre. Il mese scorre via tranquillo. A meno che non ti chiami Andy Murray o David Ferrer e sei alla disperata ricerca di punti necessari per qualificarti alle ATP Finals, vista le annate balorde condotte fin lì

A cura di Claudio Giuliani e Daniele Vallotto

E difatti il mercato delle wildcard impazza come il calciomercato ad agosto. Berdych la chiede a Stoccolma. Murray rifiuta Valencia e va a Vienna (citiamo a caso). Accadono cose così per tutta la durata di ottobre con Murray che più di tutti cerca punti in ogni dove per giocare a casa sua il Master. E alla fine ci riesce, beffando Ferrer. A ottobre si giocano due Master 1000: quello di Shanghai, quest’anno davvero molto divertente, e quello di Parigi, al solito deludente, di cui parleremo nella prossima puntata. Negli altri tornei, a Mosca vince Marin Cilic su Bautista-Agut mentre a Stoccolma Tomas Berdych prevale su Grigor Dimitrov. I due contendenti all’ottavo posto del Master, Ferrer e Murray, si affrontano invece nella finale di Vienna, dove vince l’inglese in tre set, assestando un duro colpo al rivale.

 

TENNISTA DEL MESE
Daniele Vallotto: I numeri di Djokovic in Cina sono straordinari. A Pechino non ha mai perso, a Shanghai non perde da quattro anni e quando arriva come un treno per l’ennesima semifinale contro Roger Federer sembra difficile che lo svizzero possa prendersi la rivincita (parziale) dopo la sconfitta a Wimbledon. Invece Federer gioca forse la sua migliore partita dell’anno e Djokovic, che sul cemento sembrava di un’altra categoria, viene rimandato senza troppi complimenti. Le ultime settimane dell’anno diventano appassionanti anche perché Federer ha qualche possibilità di prendersi il numero uno della classifica mondiale a fine anno. Per la quarta volta. A trentatré anni. Una storia illogica che a tutti sarebbe piaciuto raccontare. Ma non è andata così ed è stato giusto perché Djokovic aveva vinto lo spareggio più importante a Wimbledon. A Shanghai, comunque, Federer riempie un’altra casella e ormai tra i trofei mancanti nella bacheca dello svizzero restano due o tre quisquilie da conquistare. E allora è lo svizzero il tennista del mese, perché vince il torneo più importante e rende un po’ meno tranquillo il sonno di Djokovic a fine anno.

Claudio Giuliani: Dico Andy Murray. L’inglese è tenace nella sua rincorsa al Master, che evidentemente sente come casa sua tale è il dispendio di energie che mette in campo per conquistare il posto utile. Lo aiuterà Rafael Nadal, che si ritirerà dalla competizione all’ultimo, giusto per non deludere gli organizzatori del torneo. E alla fine, col senno del poi, Murray poteva anche fare leggermente meno. Ma intanto lui ha giocato dappertutto. Avesse avuto tempo avrebbe fatto anche il Futures di Frascati. E comunque ha battuto il rivale diretto per il posto in palio per Londra, David Ferrer, due volte su tre nelle partite giocate ad ottobre. Ha ampiamente meritato quindi e, quantomeno per la tenacia, si è rivisto un bel Murray. Una speranza per il ritorno al passato nel prossimo futuro?

PARTITA DEL MESE
Claudio Giuliani: Murray contro Robredo. Cito il giovane Giulio Fedele, che ha passato una domenica pomeriggio ad ingrassare in poltrona guardando l’interminabile match di Murray e Robredo: “I due si sono dati battaglia dall’inizio alla fine. Un durata media dei game che rasentava i 6 minuti e 30, un numero di colpi che ad ogni scambio superava la doppia cifra. Mai un colpo definitivo, come se i due non puntassero a fare il punto nel breve periodo, ma ragionassero alla lunga distanza, come a sfinire l’avversario prima di terminare le forze. Un match che pareva combattuto su terra rossa e non su cemento”. E alla fine? Ha vinto Murray, annullando ancora cinque matchpoint a Robredo, come a Shenzhen un mese prima. Quando si usa la parola battaglia per un match di tennis spesso si esagera. Non questa volta. I due hanno stabilito quasi il record di durata di un match giocato al meglio dei tre set, sul cemento. Sprazzi di tennis da terra battuta sul duro con l’interesse del match tutto convogliato su chi dei due si sarebbe arreso prima. Un incontro che nella boxe si sarebbe concluso ai punti ma che dalla boxe ha sicuramente mutuato la fase di studio, la costruzione del punto in maniera lenta e paziente per trovare il momento giusto per assestare l’uppercut. E non una volta ogni tanto, ma quasi in tutti gli scambi. E quindi moltiplicate per tre set, aggiungete cinque match point annullati, sudore, frustrazione e passione ed ecco che avrete il match del mese e uno dei migliori dell’anno (fatta eccezione per i bacchettoni del tennis-Panda da salvare).

Daniele Vallotto: È una domenica pigra d’ottobre. Io e Giulio facciamo a testa e croce per spartirci le finali. C’è Basilea, la più attesa, perché c’è Roger Federer che vuole fare una cosa folle e irrealizzabile, tornare numero uno a fine anno, e poi c’è Murray che molto più umilmente vuole almeno giocarsi il Masters. Non abbiamo preferenze, anche se segretamente speriamo di prenderci Federer perché dovrebbe fare più velocemente. Tiriamo a sorte: a me Federer, a Giulio tocca Murray. Sorrido beffardo senza poter immaginare quello che ne sarebbe venuto fuori. Federer sorseggia in meno di un’ora David Goffin. A Valencia si gioca forse una delle più belle partite dell’anno, certamente una delle più massacranti. E per “soli” 200 punti. Ma a Murray servono più punti possibili ed ecco spiegata la lotta fino all’ultimo punto. E il bello è che di là non c’è qualcuno che si gioca il Masters, ma Tommy Robredo. Il simpatico spagnolo è uno di quelli che vengono definiti – un po’ ricorsivamente, a dire il vero – “cagnaccio”. Non una bellissima espressione ma che esprime bene l’attitudine di Tommy. E quindi è giusto celebrare questa partita. Anche perché due anni fa – magari qualcuno non lo ricorda – mentre Murray vinceva il suo primo Slam Robredo navigava in acque molto torbide. Giusto celebrarlo, alla sua età c’è chi ha già detto addio da un pezzo.

COLPO DEL MESE
Claudio Giuliani: Murray è in gran forma. Lo si vede da questo punto. Ma c’è uno solo nel mese di ottobre che corre più di lui: Tommy Robredo. Ogni punto dello spagnolo è sempre una sofferenza, una conquista nei confronti di Murray che fa meglio quello che sa fare Robredo: palleggiare, spostare, arrotare. Tessere una tela con pazienza, rendendo – se volete – interessanti lunghi palleggi a velocità controllate, dove però i due sono impegnati a pensare all’evoluzione dello scambio, con poche soluzioni a disposizione che non siano lo sfinimento dell’altro o l’eccessivo allontanamento dalla linea di fondo. Ed è qui che Robredo piazza il colpo del mese. La scritta “Valencia” si disegna tre metri dietro la linea di fondo campo. Robredo sarà a quasi cinque metri dalla linea. Avete mai provato nel circolo tennis vicino casa a palleggiare cinque metri dietro la linea di fondo campo? Incontrereste la resistenza della recinzione con molta probabilità, ma realizzerete quanto sia difficile giocare lì dietro. Ecco, da lì un Robredo bistrattato da Murray a destra e a sinistra, recuperando l’ennesima palla lontana piazza un passante in corsa di rovescio, ad una mano (e quindi molto più difficile dare forza), e lo indirizza esattamente lì dove state pensando.

Daniele Vallotto: Impossibile fare meglio di Robredo. Bisognerebbe fare un colpo incredibile e magari replicarlo subito dopo.
Ora che ci penso, Grigor Dimitrov lo ha fatto, a Stoccolma. Due colpi molto simili, uno più istintivo, l’altro copiato sull’onda dell’entusiasmo (anche se ho il vago sospetto che Jack Sock abbia preferito farsi da parte e concedere una standing ovation al rivale). Questo colpo à la Kyrgios sta sempre più prendendo piede e non è più una novità però è un colpo altamente spettacolare perché davvero imprevedibile. Dimitrov ha l’incoscienza di proporlo due volte di seguito. Sock non può far altro che inchinarsi, un po’ come fece Roddick contro Federer a Basilea qualche anno fa.
Il problema, però, è sempre il solito: il tennis di Dimitrov pare nutrirsi esclusivamente della soddisfazione di giocare questi colpi impossibili per buona parte del circuito. Ma le vittorie, quelle pesanti, dove le mettiamo?

DELUSIONE DEL MESE
Daniele Vallotto: Djokovic ha staccato un po’ la spina dopo la girandola di emozioni dell’estate, Nadal non è pervenuto, Murray dà tutto quello che ha e non gli si può dire nulla. Wawrinka non brilla ma oramai non è più una delusione: il suo 2014 è un anno parecchio discontinuo e ci auguriamo che sia un assestamento in vista di una maggiore maturità nel futuro. Cilic e Nishikori lasciano a desiderare a Shanghai ma tutto sommato conquistano punti sicurezza a Tokyo e Mosca. Per cui pesco in casa e prendo Fabio Fognini, che riesce nell’impresa di perdere contro il numero 553 ATP con una disinvoltura davvero rara. L’aspetto buffo dell’anno di Fognini è che tutto sommato il ligure si difende, gioca bene qualche paio di tornei e resta tra i primi venti dell’anno. Un risultato non banale. Ma purtroppo, considerato il talento e, soprattutto, le aspettative, a fare rumore nel suo 2014 sono gli insulti agli avversari, al pubblico, a sé stesso. In un hashtag: i #Fognamoments.

Claudio Giuliani: David Ferrer. La sua è stata un’annata un po’ balorda. Aveva iniziato l’anno da numero tre del mondo, e lo finisce fuori dal Master. Dove andrà comunque da riserva, giocatore vero lui mentre c’è chi preferisce fare shopping con la fidanzata, ovvero Grigor Dimitrov – come se fosse abituato a palcoscenici del genere. Lo spagnolo durante l’anno ha perso posizioni in classifica cedendo il passo ai giovani, mentre lui si accontentava di vittorie in piazze minori, ispirando i primi articoli-coccodrillo sulla sua carriera. Fino all’anno scorso ci si chiedeva ancora se lo spagnolo fosse in grado di vincere una prova del Grande Slam, quest’anno si è scritto di come il suo gioco muscolare avesse cominciato a presentare i primi conti. Lui ha finito l’anno come sapeva fare, lottando e correndo su ogni palla. E poi ha rilanciato: ha cambiato allenatore e ha preannunciato di avere grandi progetti per il 2015. D’altronde è Ferrer, poteva mica mollare uno così solo per aver mancato la qualificazione al Master nell’anno della rivoluzione tennistica?

SORPRESA DEL MESE
Claudio Giuliani: Borna Coric. Sorpresa? Be’, batte Rafael Nadal a Basilea, e anche se quello in campo non era ovviamente il miglior Nadal (in attesa di operarsi d’appendicite e in campo giusto per giustificare il contratto di partecipazione) comunque lui vince e si prende la scena per qualche giorno. L’abbiamo seguito per l’intero anno ed eravamo quindi in attesa dell’acuto. Che è arrivato a Basilea, complice Nadal certamente, ma lui ha fatto il suo cogliendo uno scalpo eccellente per certificare mediaticamente la sua ascesa. Ora che lo conosciamo in tanti e meglio, vediamo cosa vuole fare da grande il ragazzo.

Daniele Vallotto: Tutto giusto ma l’outfit di Coric a Basilea è il peggior modo per presentarsi al grande pubblico. Bocciatissimo.

Borna Coric a Basilea

PREMIO OCCHI DEL CUORE
Claudio Giuliani:
Leonardo Mayer, sei nei nostri cuori. Ma non perché in quel momento in campo avevi il supporto di tutti quelli che non sopportano Roger Federer, ma perché sei arrivato veramente a un nastro dalla gloria. Piangere per una partita di secondo turno di un Master 1000? A quei livelli? Sì, si può ed è giustificabile se avete seguito l’evoluzione del match. Su un matchpoint sei stato veramente sfortunato: il tuo passante lungolinea, con Federer che stava coprendo la direzione opposta, ha impattato sul nastro. Tu hai poi contenuto la frustrazione prendendo quella pallina e depositandola al di là del nastro. Sapevi che si era chiusa la tua “Sliding Doors”. E quindi poi è finita come tutti avevamo capito dopo che Roger ti aveva annullato il secondo matchpoint. Per carità: bravo Roger Federer. Ché poi ha vinto il torneo, magari alleviando il tuo dolore, Leonardo. Però veramente abbiamo provato molta empatia per la tua sorte. E infatti ti ho dato del Tu. Ti abbraccio.

Daniele Vallotto: La storia di ottobre di Leonardo Mayer è davvero terribile. Il sorriso imbarazzato di Federer a rete mi ha ricordato un po’ la frase che lo svizzero rivolse a Roddick a Wimbledon 2009: “So come ci si sente“. È vero, anche Federer ha subìto sconfitte dolorose. Ma dal momento che sei uno dei tennisti più vincenti della storia, diciamo che quelle sconfitte fanno parte del gioco. Per Leonardo Mayer, una vittoria al secondo turno di Shanghai contro Federer ha un valore molto simile ad una finale di Wimbledon. Gli auguro di potersi prendere la rivincita, come ho sempre sperato che Andy potesse finalmente alzare la coppa sul Centre Court di Wimbledon.

PENSIONATO DEL MESE
Daniele Vallotto:
Ad ottobre lascia silenziosamente Nikolay Davydenko. È un’uscita silenziosa, perfettamente in linea con un personaggio che non ha mai fatto molto rumore fuori dal campo e che sul rettangolo di gioco preferiva far parlare (sommessamente) il suo complicatissimo ed euclideo tennis. Silenzioso anche per via di quei passettini impercettibili che rendevano possibile quel gioco fatto di anticipi e geometrie che ti mandavano in corto circuito il cervello, qualunque fosse la tua tipologia di gioco. Del Potro, al Masters 2009, con un’espressione piuttosto fortunata in futuro definì il tennis di Kolya da “Play Station”. Peccato che dopo quel glorioso torneo, vinto grazie anche a una bellissima vittoria contro la maledizione delle maledizioni, Roger Federer, l’unico in grado di rendere inoffensivo il russo, non si sia più visto quel tennis difficile anche solo da capire. Il russo è andato via via sbiadendosi, ha perso l’ultimo treno a Melbourne 2010 e ha chiuso con il gran rimpianto di non aver potuto vincere uno Slam. Lui che sul rosso riusciva a battere Nadal sul rosso e che quando giocava una finale difficilmente sbagliava (21 titoli su 28 finali). Peccato che sia nato qualche anno in anticipo.

GROSSO GUAIO A CHINATOWN
Claudio Giuliani: Fognini è sempre uno di quei giocatori che rendono molto in ambito scommesse. A patto però che si scommetta sul suo avversario. Delle volte, anzi spesso, visto che chiude il suo miglior anno tennistico della sua carriera dentro i primi 20 ATP, fa il suo e quindi quei due o tre euro che si puntano contro di lui sono soldi buttati. Altre volte però regala belle soddisfazioni. Può perdere da Krajinovic, fuori dai top 150, e allora si fanno bei soldi. Però quando abbiamo visto che a Shanghai doveva giocare contro Wang, numero 553 ATP, non ce la siamo sentita di destinare su Wang i due euro solitamente adibiti al caffè e cornetto nel bar sotto casa. Era troppo grossa. E infatti l’ha fatta: ha perso contro questo tipo, che ovviamente è uscito dal torneo nel turno seguente. E forse il vaffa che Fognini ha rivolto al pubblico mentre usciva dal campo era rivolto a noi scommettitori-gufi: ci ha fregato alla grande.

TORPIGNA DEL MESE
Claudio Giuliani: Tor Pignattara è un quartiere romano popolare adiacente via Casilina, a un chilometro e mezzo dalla stazione Termini, che i più preconizzano come il “nuovo Pigneto”, ovvero destinazione della nuova gentrificazione romana. Da anni, ma ancora oggi, il termine “torpigna” è usato in maniera dispregiativa, come la signora Covelli usava dire per giudicare gli amici popolari del figlio in Vacanze di Natale. Eccola qui:

Ecco: Alexander Dolgopolov è il tennista più “Torpigna” dell’ATP. Ha la macchina da coatto, ascolta musica da coatto e veste da coatto. A tennis gioca da dio, ma ad Halloween si maschera così:

 

METALLURGICO DEL MESE
Claudio Giuliani: Gilles Simon è semplicemente strepitoso a Shanghai, dove cede solamente a Roger Federer. Meglio di lui fa solo lo straordinario Tommy Robredo, che non guarda mai la sua carta d’identità prima di scendere in campo. A Valencia perde ancora contro Andy Murray, che l’aveva battuto in finale a Shenzhen, dove aveva salvato ben cinque matchpoint in favore dello spagnolo. Ah: anche a Valencia Murray lo batte annullando cinque match point. Ma giocare tre ore e mezza a quel livello, contro un Murray determinatissimo a vincere, non dev’essere semplice. Robredo è il sindacalista dei tennisti operai, più di tutti in questo mese.

TWEET DEL MESE
Fategli scrivere una serie TV comica, vi prego.

L’indice della rubrica:
TENNISPOTTING gennaio: Wawrinka e la fine dell’età adulta del tennis
TENNISPOTTING febbraio: il ritorno dello Jedi Federer
TENNISPOTTING marzo: il gioco si fa duro? Allora vince Djokovic
TENNISPOTTING aprile: Nadal, da capitàno a marinaio del Mar Rosso
TENNISPOTTING maggio, Dimitrov e Raonic: le speranze ardite e poi tradite
TENNISPOTTING giugno: Nadal, Parigi e l’inevitabile
TENNISPOTTING luglio: Djokovic, Federer e l’avvento del Terrore;
TENNISPOTTING agosto: Djokovic è in ferie, Federer è di turno
TENNISPOTTING settembre: Kei, Marin e il giuramento della Pallacorda

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Australian Open, tabù Slam per Zverev: Shapovalov passa in tre set, ora Nadal

Sorpresa a Melbourne: il tedesco vittima dei suoi demoni, il canadese conferma di essere pronto per puntare in alto

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Denis Shapovalov - Australian Open 2022 (Instagram - @australianopen)
Denis Shapovalov - Australian Open 2022 (Instagram - @australianopen)

[14] D. Shapovalov b. [3] A. Zverev 6-3 7-6 6-3

Clamorosa sorpresa all’Australian Open, che saluta uno dei principali favoriti. Alexander Zverev cade fragorosamente agli ottavi di finale per mano di un Denis Shapovalov che appare ormai maturo per puntare a qualcosa di importante. Sulla Margaret Court Arena passa il canadese in tre set (6-3 7-6 6-3) al termine di una partita che ha visto il tedesco rimanere vittima dei suoi demoni: qualcosa non va negli Slam per Sascha, che era accreditato come uno dei pretendenti al trono di Melbourne dopo quanto accaduto a Novak Djokovic. Dall’altra parte, Shapovalov si è fatto forza dei dubbi dell’avversario, gestendo bene i suoi momenti complicati e rimanendo lucido anche quando, nel terzo set, Zverev è apparso faticare più del dovuto dal punto di vista fisico.

IL MATCH – E dire che Sascha aveva avuto due palle break subito, nel primo game dell’incontro. Denis però le ha salvate e ha finito per togliere il servizio all’avversario nel quarto game (3-1). Il canadese è stato bravo a portare fino in fondo il break, senza concedere l’opportunità del contro-break: la saetta col servizio mancino slice ha messo spesso in difficoltà Zverev, che è finito ben presto in preda alla frustrazione. Il secondo set è proseguito sulla scia del primo, con il canadese che ha strappato al primo gioco il servizio a Zverev (molto deludente il rendimento del tedesco col suo punto migliore: a fine partita avrà solo il 69% di punti vinti con la prima e addirittura solo il 29% di punti vinti con la seconda). Dopo il break subito, il tedesco ha mostrato chiari segni di cedimento nervoso sfasciando malamente la racchetta. Poi però Denis ha accusato un calo, subendo prima il contro-break (2-2) e poi il break all’ottavo gioco (5-3). Ma Zverev è incappato in un game negativo quando è andato a servire per il secondo set permettendo a Shapo di agganciarlo sul 5-5. Il tiebreak è stato vissuto come sulle montagne russe. Il canadese si è portato sul 5-1, Zverev ha accorciato le distanze sul 5-4, Shapovalov ha commesso un doppio fallo sul primo set point sul 6-4, ma ha concretizzato il secondo il punto successivo grazie a una clamorosa stecca di diritto del tedesco e si è portato in vantaggio due set a zero. A quel punto l’inerzia del match era tutta dalla sua parte. Uno Zverev in rottura prolungata ha ceduto il servizio alla prima palla break del terzo set (2-0) e solo nel sesto gioco è riuscito ad arrivare a parità sul servizio di Shapovalov, che però è riuscito a tenere il servizio e poi a chiudere al secondo match point.

 

LE PAROLE – Shapovalov, dopo aver vinto la ATP Cup a inizio anno, arriva per la prima volta ai quarti a Melbourne e conferma che questo potrebbe essere l’anno della sua definitiva consacrazione come tennista di livello massimo: è il terzo canadese ad arrivare ai quarti di finale dell’Australian Open dopo Belkin (1968) e Raonic (2019). Potrebbe essere raggiunto da Auger-Aliassime, che domani sfiderà Cilic. “Adoro giocare in Australia, strafelice di aver vinto e giocato bene in una atmosfera fantastica come questa – ha detto Shapovalov nell’intervista post partita -. Non mi aspettavo di poter vincere in tre set. Ho giocato bene in tutte le zone del campo, colpito bene su entrambi i lati e sono stato intelligente. Ho gestito bene momenti complicati e sono riuscito a venirne fuori”. Ora per Shapovalov il quarto di finale contro Nadal: “Sarà un onore. Abbiamo giocato non troppo tempo fa ad Abu Dhabi, sarà ovviamente un’altra partita, sarà una grande battaglia, ma credo proprio che ci divertiremo”. Qui, invece, le dichiarazioni dei due giocatori in conferenza stampa.


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TABELLONE FEMMINILE


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Editoriali del Direttore

L’Italia del tennis sogna in grande con Berrettini e Sinner. L’obiettivo è uguagliare l’exploit di 49 anni fa. E di 62 anni fa no?

Nel ’73 Panatta e Bertolucci giocarono i quarti a Parigi. Solo 5 nazioni hanno due tennisti in ottavi. Se Berrettini superasse Carreno Busta e Sinner de Minaur, l’Italia potrebbe restare la sola nazione con due rappresentanti nei quarti

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Matteo Berrettini e Jannik Sinner (foto Twitter @federtennis)

Quando uno Slam arriva agli ottavi di finale si può già buttar giù un primo bilancio per nazioni.

E se fino al 2015, quando Flavia Pennetta annunciò il suo ritiro con ancora il trofeo dell’US Open in mano, il tabellone femminile era stato per anni quello che mi dava maggior soddisfazione commentare, ormai da un pezzo a questa parte è decisamente quello maschile.

Siamo fra le 5 nazioni che hanno ancora in gara fra i 16 superstiti, due rappresentanti: Berrettini e Sinner. E ci permettiamo perfino qualche rimpianto, perché Sonego avrebbe potuto essere il terzo, se non avesse perso in 4 set dal battibile Kecmanovic. Le altre quattro nazioni con due alfieri sono la solita Spagna, Nadal e Carreno Busta, il prevedibile Canada sulla scia del successo in ATP Cup con Shapovalov e Aliassime, la Francia dell’immarcescibile Monfils (35 anni e un quarto) e di un altro semi-Vet Mannarino (quasi 34) e gli Stati Uniti di Fritz (testa di serie 20 vittorioso su Bautista Agut al quinto) e del “panda del serve&volley” Cressy.

 

Le restanti 6 nazioni hanno ciascuna un giocatore ancora in gara: Russia (Medvedev), Croazia (Cilic), Germania (Zverev), Grecia (Tsitsipas), Australia (de Minaur), Serbia (Djokovic…no, pardon, è la forza dell’abitudine, Kecmanovic).

Poiché il Mago Ubaldo ha contratto uno strano virus e mi ha pregato di rinviare le sue profezie a dopo Australian Open, provo indegnamente a sostituirlo, non senza aver messo a confronto quelli che avrebbero dovuto essere gli ottavi teorici stando al seeding, ad inizio torneo, e gli ottavi  che invece si sono venuti a formare.

Tranne che per Zverev-Shapovalov di tutti gli altri ottavi teorici non se n’è salvato uno! Tecnicamente in effetti, almeno sulla  quell’ottavo dovrebbe poter offrire il miglior spettacolo

Dovevano essere 

OTTAVI TEORICI

[1] N. Djokovic (o [5] A. Rublev) v [16] C. Garin (dopo l’order of play Sonego-Garin)
[12] C. Norrie v [7] M. Berrettini
[3] A. Zverev v [14] D. Shapovalov
[10] H. Hurkacz b [6] R. Nadal

[8] C. Ruud v [11] J. Sinner
[15] R. Bautista Agut v [4] S. Tsitsipas
[5] A. Rublev (o [17] G. Monfils) v [9] F. Auger-Aliassime
[13] D. Schwartzman v [2] D. Medvedev).

OTTAVI REALI

Kecmanovic-Monfils 17

19 Carreno Busta- 7 Berrettini

3 Zverev- 14 Shapovalov

Mannarino 6 Nadal

32 De Minaur- 11 Sinner

20 Fritz- 4 Tsitsipas

27 Cilic- 9 Aliassime

Cressy- 2 Medvedev

QUARTI TEORICI

Monfils-Berrettini

Zverev-Nadal

Sinner-Tsitsipas

Aliassime-Medvedev

A questo punto mi auguro sinceramente che i quarti teorici rispettino maggiormente le previsioni di quanto è accaduto per gli ottavi teorici. Anche perché in questo caso l’Italia sarebbe l’unica nazione ad avere due giocatori ancora in lizza.

I quarti li hanno raggiunti in Australia Giorgio De Stefani nel 1935, Nicola Pietrangeli nel 1957 e per ultimo Cristiano Caratti nel 1991. Trentuno anni fa…e chi scrive c’era e se li ricorda bene. Ricorda infatti che Caratti di Acqui Terme , allievo di Riccardo Piatti insieme a Furlan, Mordegan e Brandi, battè da sfavorito un olandese diciannovenne assai promettente, tal Richard Krajicek (che era cresciuto 23 centimetri in un anno e si muoveva ancora piuttosto male..ma cinque anni più tardi avrebbe vinto Wiombledon) per poi perdere da Patrick McEnroe il quale da neo-semifinalista se ne uscì con la quote (una battuta) che fu decretata la migliore dell’anno: “Ragazzi – disse il ventiduenne McEnroe junior rivolgendosi a noi giornalisti– ma perché sembrate così sorpresi? I semifinalisti sono sempre i soliti…Lendl, Becker, Edberg e …McEnroe!”.

Se i quarti teorici che ho ipotizzato fossero proprio quelli appena scritti sopra,  vorrebbe dire che avremmo, per la prima volta dopo il 1973 al Roland Garros (Bertolucci e Panatta), due azzurri nei quarti di finale contemporaneamente. Quarantanove anni dopo.

Quarantanove anni fa Bertolucci e Panatta erano capitati nello stesso quarto di tabellone, tanto è vero che se Bertolucci avesse battuto Nikki Pilic avrebbe poi incontrato Panatta e uno dei due sarebbe approdato alla finale. Invece Paolo perse in 4 set dal tennista jugoslavo (era di Split-Spalato, come Ivanisevic) che poi battè anche Panatta in semifinale e in tre set. Fu Ilie Nastase a dominare poi Pilic in finale: 6-3,6-3,6-0. Sia Panatta sia Bertolucci si sarebbero difesi meglio.

Questa volta in teoria sia Berrettini, battendo prima Carreno Busta e poi più probabilmente Monfils che non Kecmanovic, sia Sinner, superando prima De Minaur  e poi più probabilmente Tsitsipas che Fritz, potrebbero arrivare entrambi in semifinale da parti opposte del tabellone!

Sto scrivendo quel che scrivo non tanto all’insegna del sognare non costa nulla – perché sia chiaro che già battere per Matteo Carreno Busta e per Jannik  De Minaur davanti al suo pubblico sarebbero due grossi e per nulla scontati exploit – ma per raccontare un po’ di storia del tennis italiano. E aver modo di scrivere anche che se sono 49 anni che non abbiamo più visto due tennisti italiani insieme nei quarti d’uno Slam, sono 62 che non ne abbiamo due in semifinale ed è accaduto una sola volta, nel 1960 al Roland Garros. Accadde grazie a Nicola Pietrangeli che battè in semifinale il francese Robert Haillet 6-4,7-5,7-5, e a Orlando Sirola che nell’altra semifinale invece perse dal cileno Luis Ayala 6-4,6-0,6-2.

Dopo di che Pietrangeli, che aveva colto il primo trionfo mai conquistato da un italiano in uno Slam l’anno prima lì a Parigi battendo il sudafricano Jan Vermaak, si riconfermò campione vendicando l’amico e compagno di doppio superano Ayala in cinque set  3-6,6-3,6-4,4-6,6-3.

Carreno Busta non ha più talento di Carlos Alcaraz, ma, trentenne, è molto più esperto. Berrettini sa che non avrà vita facile. Nell’articolo di Stefano Tarantino trovate tutto quello che vorreste sapere sul match fra il tennista romano e quello spagnolo di Gijon che chiuderà la settima serata dell’Open d’Australia, a metà mattina nostra di questa domenica subito dopo la conclusione dell’attesa partita fra la n.1 del mondo e idolo locale Ashley Barty e l’americana Amanda Anisimova che ha messo k.o. la campione uscente del torneo Naomi Osaka.

Per Matteo già raggiungere i quarti anche in questo torneo, come già in tutti gli altri tre Slam, sarebbe già una grandissima soddisfazione – il primo italiano a riuscirci –  anche se legittimamente le ambizioni sue e del suo coach Vincenzo Santopadre mirano più in alto. I due sono persuasi che vincere uno Slam sia un obiettivo alla portata di Matteo, a prescindere dalla presenza di Novak Djokovic che lo scorso anno lo aveva battuto in tre Slam, Parigi, Wimbledon, New York.

Io non so se ce la farà. Ma perché ci riesca è fondamentale che ci creda lui. Ricordo bene le perplessità generali ad ascoltare Francesca Schiavone quando sui 24-25-26 ma anche 28 anni dichiarava di poter vincere un giorno uno Slam. Alla fine ha avuto ragione lei. Perché aveva il talento per riuscirci. Ma prima ancora perché ci credeva.

Intanto se dovesse battere Carreno Busta, a seguito della sconfitta di Rublev con Cilic, Matteo salirebbe a n.6 del mondo, scavalcando il best ranking di Corrado Barazzutti n.7, sempre che io non abbia sbagliato i calcoli.

Un altro che crede di riuscirci prima o poi a vincere uno Slam è certo anche Jannik Sinner. Nella breve intervista che mi ha concesso Marin Cilic ha detto che Jannik ha più margini di progresso rispetto a Berrettini. E’ normale che sia così, visto che fra i due azzurri ci sono 5 anni di divario anagrafico.

Intanto Jannik giocherà il suo quarto ottavo di finale, a 20 anni e 4 mesi, il più giovane dai tempi di Juan Martin del Potro, ma il primo in Australia. Mentre Berrettini non ha mai incontrato Carreno Busta Jannik ha affrontato due volte De Minaur che davanti al suo pubblico è certamente un osso duro, anche se lo scorso anno qui perse da Fognini e se questa sarà la prima volta anche per lui che gioca un match di ottavi all’Australian Open. Il miglior risultato di de Minaur in uno Slam risale all’US Open 2020, quando raggiunse i quarti e lì perse da Thiem che poi avrebbe vinto il torneo.

Sinner dovrà giocare certamente meglio che non contro Taro Daniel, perché de Minaur è più completo e non a caso è stato anche un top-20. Ma l’averlo battuto due volte in finale del torneo Next Gen di Milano e soprattutto in un torneo come quello di Sofia con le vere regole del circuito, gli dà un piccolo vantaggio psicologico – se poi fosse superstizioso…quei due tornei li ha vinti entrambi – che bilancia in parte l’avere il pubblico contro. Per inciso un pubblico capace di essere anche fortemente scorretto quando giocano i ragazzi di casa. Soprattutto nella sera australiana quando le birre possono aver avuto qualche effetto. Il pubblico non si è certamente comportato bene né in occasione del match Kyrgios-Medvedev né del match vinto dai “cinque K”  Kyrgios e Kokkinakis su Pavic-Mektic, la coppia croata n.1 del mondo. Sembra che alla fine di quel match reso incandescente dal pubblico incoraggiato, se non proprio aizzato, dai due australiani poco c’è mancato che negli spogliatoi non si sia venuti alle mani, protagonisti – pare – anche alcune persone del team croato.

Sinner è avvertito. Gli avevo chiesto se la cosa minimamente lo preoccupasse e lui mi ha risposto con l’abituale calma: “Mi è già capitato in due occasioni di giocare contro due tennisti che giocavano in casa e credo di sapere che cosa mi aspetta e come controllarmi”.

A volte Sinner ti dà proprio la sensazione di essere un ventenne comn la testa di un ventisettenne. Chissà, forse può avergli fatto un inconsapevole favore Daniil Medvedev quando ha tenuto con grande personalità a sottolineare che fargli buuuh, o siuuh o qualunque verso, fra la prima e la seconda di servizio, non era certo un modo corretto di sostenere il proprio tennista. Ha anche aggiunto: “Non è semplice controllare tutto il pubblico, è un compito non facile per l’arbitro”.

Ci vorrà un arbitro con personalità. Ma comunque credo che Sinner non si farà troppo intimidire e neppure distrarre. Questo anche se proprio il servizio non è il colpo più sicuro del tennista altoatesino. Con Taro Daniel in un set e mezzo ha ceduto la battuta 4 volte e i tifosi giapponesi, che erano abbastanza numerosi, non erano certo indisciplinati e maleducati come molti australiani presenti nella Rod Laver Arena. Ma la concentrazione di Sinner contro de Minaur sarà ben diversa. Ne sono certo che non avrà gli stessi alti e bassi, gli stessi cali di tensione.Facciamo tifo per un italiano alla volta. Prima Berrettini. E poi Sinner.

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Australian Open

Matteo Berrettini non smette di smentire i suoi detrattori. Non si vince di solo servizio. Ha coraggio da leone

Ed è il tennista italiano più continuo dell’era Open negli Slam. Nessuno è mai stato negli ottavi cinque volte di fila. Gli altri suoi record. Ha vinto con merito con Alcaraz. E’ stato più solido. Un match epico che ne ricorda altri non suoi

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Se nei giorni scorsi aveste frequentato qualche circolo di tennis, e tanti appassionati, credo che possiate confermare che non è che in giro ci fosse grandissima fiducia nelle chance di Matteo Berrettini alla vigilia del suo match con Carlos Alcaraz.

C’era – e c’è – invece grandissima considerazione sulle straordinarie qualità del ragazzo di El Palmar, la piccola cittadina vicino Murcia dove è nato 18 anni fa, il ragazzotto già ipermuscolato che molti ritengono essere l’erede di Rafa Nadal, sebbene il suo tennis sia diverso e sebbene per ora Rafa – che ho visto dominare Khachanov per 3 set su 4, dimostrando di avere ancora le sue carte da giocare e non solo negli ATP 250  – non abbia alcuna intenzione di mollare la presa e abdicare prima del tempo. Più o meno come la regina Elisabetta nei confronti del principe Carlo…che è già vecchiarello.

Ad Alcaraz aveva dedicato un grande articolo un giorno fa Christopher Clarey del New York Times.

 

Carlos Alcaraz Is About to Cause a Big Commotion

Avevano giocato d’anticipo pensando che avrebbe vinto. Come tanti si sono sbagliati. E a me naturalmente non dispiace. Penso che a Berrettini nemmeno.

Data l’ora in cui è cominciato il quinto set del duello poi diventato epico perché conclusosi al tiebreak a 10 punti, intorno alle 8 del mattino, non avevo troppe persone con cui confrontarmi.

Ma anche in quei momenti quei pochi con cui mi sono scambiato pareri via WhatsApp non sembravano davvero ottimista sul conto di Matteo.

Aveva avuto le sue chances per chiudere in tre set, le aveva mancate anche per un pizzico di sfortuna, palle che uscivano di centimetri, net che parevano essere nati in Spagna, una apparente stanchezza, una certa lentezza, tanti rovesci slice in rete perché Matteo sembrava arrivarci in ritardo, anche qualche dritto piuttosto semplice giocato corto, e poi quella percentuale sui punti avviati con la seconda di servizio, intorno al 40%, che preoccupava ogni volta che lo scambio si allungava.

Il ragazzotto invece  – sì non riesco a chiamarlo ragazzino, Carlos sembra già uomo fatto, quella canottiera non è elegante ma mette in mostra muscoli da far invidia al Nadal prima maniera – appariva pimpante, fresco come se il match dovesse ancora cominciare.

Poi c’è stata quella caduta di Matteo. Che paura. Con tutti i guai che ha sempre avuto, alle caviglia, ai polpacci, agli addominali, al collo, lì per lì, mentre scorrevano i replay, mi sono dato una botta su una coscia e ho detto: “No dai, ancora una volta, ma non è possibile!”.

Per fortuna invece, e già al terzo replay mi sono tranquillizzato, la distorsione di quel piede quasi ingessato era stata minima.

E subito mi sono detto, mentre Matteo attendeva la visita del medico e poi i 3 minuti di MTO: “Vuoi vedere che questa pausa destabilizza un po’ il ragazzotto e magari invece Matteo, che avevo visto a tratti un po’ in affanno, si calma, si tranquillizza dopo il trauma dei due set persi e magari la sensazione che Alcaraz si avvii a essere inarrestabile e riprende il filo un po’ smarrito della partita?”.

Io non voglio attribuire eccessiva importanza a quella caduta, a quello stop che è servito a lui per riordinare le idee e allo spagnolo per irrigidirsi un po’. Però secondo me un pochino può aver pesato.

Negli scambi prolungati Alcaraz continuava ad avere il sopravvento. A un certo punto riusciva a trovare il rovescio di Matteo e allora prendeva il pallino in mano e costringeva  Matteo a far da tergicristallo.

E allora, ai miei amici, scrivevo: “Deve sperare di arrivare al tiebreak e giocarsela lì. Forse per Matteo sarebbe meglio un tiebreak a 7 punti, invece che quell’ australiano a 10”, perché l’inerzia del match sembrava essersi spostata nell’ultima ora e mezzo dalla parte del murciano e più punti si fossero giocati – pensavo – forse peggio sarebbe stato.

Mi ricordo di aver notato che i due si sono trovati 3 a 3 quando l’orologio a fondocampo segnava le 3 ore e 33 minuti di gioco – una sfilza di 3 – e poi ho fatto il tifo per il tiebreak tranne che nel momento in cui Matteo ha avuto il matchpoint sul 6-5 e servizio Alcaraz, ma lì ha sbagliato un dritto ed ecco il tiebreak.

Che è cominciato con Matteo che ha sbagliato un rovescio in rete ed è stato subito minibreak. Meno male che Alcaraz ha subito restituito il punto. Non sto a ripercorrere tutto quel che è successo. Ma quando Matteo ha raggiunto il 7-5, mi è scappata una sommessa imprecazione: “Lo sapevo che se il tiebreak era a 7 punti Matteo avrebbe vinto”. C’era invece ancora da soffrire. Poco per fortuna questa volta. Due punti tenuti alla grande con il servizio “che non tradisce nel tiebreak!”, ho esclamato, e sul 9-5 il doppio fallo del ragazzotto che lì si è ricordato di avere solo 18 anni.

Sport crudele il tennis. Sembrava dovesse vincere lui, alla fine e invece Matteo si è tolto la grandissima soddisfazione di raggiungere gli ottavi di uno Slam per l’ottava volta, più di qualunque altro tennista italiano, e per la quinta volta consecutiva. Anche quest’ultima è un’impresa senza precedenti.

Forse si dovrebbe smettere di sottolineare che il suo rovescio non è all’altezza dei big. Già, perché quale dei big ha il suo dritto? E quanti hanno il suo servizio? E quanti hanno la sua testa? La sua solidità nervosa nei momenti che contano? Siamo sicuri che il rovescio (che è comunque migliorato sia in risposta sia in slice…) debba essere molto più importante di una gran testa? Il proliferare dei coach mentali ne fa dubitare.

Quindi, basta di andare a cercare il pelo nell’uovo, di spaccare il capello in quattro. Chi non ha un colpo un più debole degli altri? I risultati parlano per Matteo, le altre sono chiacchiere. E non è che per Matteo questo torneo sia finito perché ha battuto il favorito di molti (dei più?) Alcaraz? Chapeau caro Matteo, grandissimo.

Grandissimo perché ha dimostrato una solidità nervosa pazzesca. E anche gran coraggioNon ha mai tremato. E non è la prima volta… perché mi sono subito ricordato che Matteo aveva vinto un set al tiebreak nella finale di Wimbledon contro Djokovic (il primo) e, andando a ritroso, anche il terzo set al Roland Garros. Sono andato a ricercare tutti i duelli con il n.1 del mondo: 4 sconfitte (e si sa che Matteo non ha ancora mai battuto uno dei primi 5 del mondo al di fuori di Thiem in un match a risultato ininfluente nel round robin del Masters 2019…l’unica vittoria italiana nelle finali ATP allora) con il campione serbo, ma con nessun altro tiebreak tranne quei due vinti dal nostro.

Allora – noi appassionati di tennis siamo davvero un po’ malati – mi è venuto lo sghiribizzo di andare a controllare i duelli diretti con il n.2 del mondo, dopo aver avuto la soddisfazione di quella scoperta relativa al n.1. E che ti trovo? Che anche con Medvedev, che ha battuto Matteo 3 volte su tre, ci sono stati due tiebreak e li ha vinti entrambi il tennista romano. Allora mi è tornato anche in mente il trionfale tiebreak del quinto set con Monfils negli ottavi dell’US Open 2019, perché quella fu una battaglia memorabile. E prima di quella c’era stata anche quella vinta in tre set con Rublev, con un tiebreak nel terzo che se se fosse stato vinto dal russo …sì, mi sa che si sarebbe messa male.

Dopo di che, e l’ho fatto presente in conferenza stampa con Matteo, in 4 ore e 10 minuti c’era stato un sostanziale equilibrio di game e di punti –guardando le statistiche del match che la tempestiva redazione di Ubitennis aveva messo all’inizio dell’eccellente pezzo di cronaca di Vanni Gibertini avrei scoperto dopo che per l’appunto i punti vinti da ciascuno dei contendenti erano gli stessi 159! – ma nei due tiebreak Matteo aveva vinto 17 punti e Carlos 8. Insomma il nostro, dando dimostrazione di solidità decisamente superiore, aveva fatto più del doppio dei punti del suo avversario.

Fenomenale, direi. Fatti i complimenti che meritano a Matteo e al suo coach mentale Stefano Massari, oltre che a quello tecnico Vincenzo Santopadre, non so se augurarmi che Matteo si ritrovi a giocare altri tiebreak contro quel cagnaccio di Carreno Busta. Perchè dopo aver visto l’infallibile Vlahovic (11 rigori consecutivi segnati), sbagliare quello con il Genoa, meglio non illudersi che vada tutto sempre bene così. Siccome un tiebreak importante Matteo lo ha già perso, con Nadal nella semifinale a New York del 2019, un altro caso…Vlahovic non dovrebbe ripetersi.

Ho accennato agli straordinari numero di Matteo: 8 ottavi di Slam (come Panatta e Fognini nell’Era Open, prima meglio solo Pietrangeli 16 e Merlo 9) 5 consecutivi. Non ha ancora vinto i 2 Slam di Nicola o quello di Adriano, ma con la prima finale mai raggiunta da un italiano a Wimbledon, soprattutto nei confronti di Panatta può già dirsi di essere stato più continuo.

Mi sono poi chiesto quali siano state, al di là dei 3 Slam vinti fra Pietrangeli e Panatta al Roland Garros (non dimentico che se Adriano avesse perso il tiebreak della finale con Solomon probbailmente avrebbe perso al quinto; era stravolto), quali siano state le partite più belle, sofferte fino al tiebreak finale quinto set ed importanti vinte dai nostri giocatori nei tornei del Grande Slam. Tornando indietro e senza fare ricerche troppo approfondite direi Cecchinato-Djokovic al Roland Garros 2018, Fognini-Nadal all’US Open 2015 con la spettacolare rimonta da sotto 2 set a zero, Seppi- Federer all’Australian Open del 2015 (ma l’unico successo di Andreas in 15 partite fu coronato al quarto set, al tiebreak), Sanguinetti-Srichapan con tre tiebreak negli ultimi tre set (6-3,4-6,6-7,7-6,7-6). Quante altre me ne sono perse?

In mattinata è d’obbligo la sveglia per seguire, non prima delle 7, Jannik Sinner contro il giapponese Taro Daniel che deve  avere un fatto personale con gli italiani. Dopo aver battuto Musetti a Adelaide nelle “quali” di Melbourne ha sconfitto Arnaboldi, Moroni e Caruso.

Credo che Sinner vendicherà tutti quanti e raggiungerà per la prima volta gli ottavi in Australia. Poi però dovrà battere anche il vincente di de Minaur-Andujar per centrare i quarti, così come Berrettini dovrà superare Carreno Busta. Se ci riusciressero avremo per la prima volta dal ’73 – furono Bertolucci e Panatta a Parigi quando persero entrambi da Nikki Pilic, Paolo nei quarti, Adriano in semifinale…il torneo lo vinse Ilie Nastase – due italiani nei quarti di uno Slam. E immagino come stiano fumando di rabbia le orecchie di Lorenzo Sonego che avrebbe potuto arrivarci anche lui se non avesse ceduto al non irresistibile Kecmanovic che vedremo alla prese con l’irriducibile Monfils per il traguardo dei quarti.

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