I grandi articoli del passato: il saluto di Marco, il Pirata in fuga. Ci ha scritto una lettera da lassù

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I grandi articoli del passato: il saluto di Marco, il Pirata in fuga. Ci ha scritto una lettera da lassù

Per festeggiare l’anno che finisce abbiamo chiesto ad alcuni collaboratori vecchi e nuovi una strenna natalizia: l’articolo a cui sono più affezionati. Oggi è la volta di Antonio Garofalo, che ci ripropone il suo ricordo di Marco Pantani, scritto nel 2014 a dieci anni dalla morte del Pirata

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Qui l’articolo originale

Ciao ragazzi,
mi han detto che sono dieci anni che sono qui… ma cosa sono gli anni? Ho passato una vita a correre dietro al tempo, ai minuti, ai secondi, cosa volete che me ne importi ora?
Che poi se ci penso…quelle maledette cronometro! Ma chi è quel patacca che le ha inventate? Non ho mai visto un tifoso esultare per una crono!

Invece impazzivate per me quando staccavo tutti in salita, era così esaltante saltarli ad uno ad uno e vederli scivolarmi affianco impotenti! Perché si, ora ve lo posso dire: era troppo divertente sfilarmi in coda al gruppo all’inizio della salita e poi recuperarli uno in fila all’altro, come quella volta lì a Oropa quando mi saltò la catena ad otto chilometri dall’arrivo e dovetti superarne quarantanove! Che goduria!

 

E poi quelli lì si mettevano il casco a punta, sdraiati sul manubrio con le ruote lenticolari che sembravano dei robot e nelle prove in solitaria mi davano tre minuti. Anche quello sbruffone, il Cowboy… Ho visto che fine ha fatto! Per carità qualche stupidata l’ho fatta anche io, ma lui resta insuperabile! Faceva pure il fenomeno con me! Oh, quella volta sul Mont Ventoux mica mi ha fatto vincere lui! Non ce l’ha fatta a battermi in volata… sono sempre Pantadattilo, sono aerodinamico!

Non vi siete mai chiesti perché ero così forte in discesa oltre che in salita? Non avevo paura di niente. Che Pirata sarei se no? È quello che mi ha fregato!
Perché ora non me ne frega più nulla del tempo… ma me le ricordo tutte le gare, le salite, gli sguardi, le gocce di sudore. La gente con bandana e orecchino che urlava il mio nome!

Mi ricordo delle ferite, delle risalite, della pioggia e del freddo che faceva sul Galibier ma non sentivo nulla… dovevo correre, correre verso la maglia gialla. Pantanì! Pantanì gridavano sugli Champs-Elysèès! Mi ricordo tutti i ventuno tornanti dell’Alpe d’Huez e gli infiniti chilometri verticali del Mortirolo, mi ricordo tutti gli scatti che ho dovuto fare per staccare quel maledetto russo a Montecampione quando buttai via pure il brillantino che avevo al naso per alleggerirmi e per poter conquistare la maglia rosa.

Mi ricordo di quella maledetta auto che mi fracassò tutto nella Milano-Torino e anche del gatto sul Valico di Chiunzi (povera bestia per carità ma io ci ho perso un Giro!).
E si, mi ricordo anche di Madonna di Campiglio, ero pronto a festeggiare il mio trionfo e invece mi hanno buttato giù. È finita lì, lo dissi subito: mi sono rialzato tante volte, ma stavolta no.

E mi ricordo anche di come ho dovuto lottare per far capire a tutti che quello che ero, quello che avevo vissuto, quello che avevo sudato, vinto, pianto e gridato lo avevo fatto davvero e non per un bluff, un imbroglio o un’alchimia. Ma quella battaglia l’ho persa, lì mi sono arreso. O meglio, non è stata una resa, è stata una scelta. Come dissi una volta ad uno di voi, andavo forte in salita per abbreviare l’agonia. La vita per me dopo quel giorno è diventata così, e allora…

Ma state tranquilli ragazzi, non mi manca niente. Si, Tonina e Ferdinando (detto Paolo, eh! Non lo fate incazzare il mio babbo!) ma ho ritrovato nonno Sotero, non sapete quante risate ci facciamo insieme!

Be’ però… si, una cosa si, mi manca: lei, la bici. Mi mancano le nostre chiacchierate (Oh, non mi contraddiceva mai!), mi manca addormentarmi accanto a lei dopo averla lucidata. Però mi han detto che per questa specie di compleanno me ne regalano una!
Così posso provare a prendere quei due tipi che si inseguono da una vita: stan lì a litigare su chi ha passato all’altro la borraccia da cent’anni e intanto si scattano in faccia a vicenda! Dai che vado a riprenderli! Poi getto via la bandana e voglio vederli…

Vi abbraccio
Marco

Alcune frasi “storiche” del Pirata (Marco Gatti)

Marco Pantani: Cesena 13 gennaio 1970 – Rimini 14 febbraio 2004. Siamo soliti parlare di altri fatti di sport, ma non riusciamo a scordare il nostro Marco Pantani, il nostro ”Pirata”, quel campione che ha esaltato tutti gli italiani che amano lo sport. Quel ragazzo che ha sicuramente pagato, unico oltremisura, nel ciclismo che così tanto ha amato, tutte le carenze di un sistema che non andava bene e che dopo 10 anni dalla sua morte continua a dare segnali di malessere e conferme di non aver risolto i suoi problemi. Quel ragazzo che ogni volta che scattava sembrava volare verso il cielo e alla fine è volato nel suo cielo in circostanze maledette ed ancora misteriose. Ricordiamo l’uomo, l’atleta, lo sportivo, il dolore di una vita spezzata che lo ha portato ad una morte tragica e disperata!

Ecco alcuni momenti della sua carriera:

1994: La tappa di Merano, lo scatto sul terribile Mortirolo in faccia a Berzin e Indurain, la tappa a Val Thorens….

1995: Lo scatto e la vittoria in solitaria sulla mitica Alpe d’Huez, la straordinaria fuga di 42 chilomentri con l’arrivo a Guzet Neig.

1997: L’arrivo alla Mercatone Uno, la nascita del soprannome “Il Pirata”, la straordinaria ascesa all’Alpe d’Huez con il tempo storico di 37 minuti e 35 secondi, record tutt’ora imbattuto!

1998: La prima maglia Rosa in carriera all’arrivo in Val Gardena, l’arrivo a Plan di Montecampione con l’indimenticabile scatto finale su Tonkov, lo scatto più noto sul celebre Galibier a più di 50 chilometri dall’arrivo e i conseguenti 9 minuti di distacco su Jan Ullrich. Vittoria del Giro d’Italia e del Tour De France.

1999: La sua tappa più famosa al Giro, quella di Oropa: salta la catena a 8 chilometri dall’arrivo, recupera, supera e stacca l’intero gruppo, con una rabbia e una potenza indescrivibili.
Poi Madonna di Campiglio…

Diceva di sè:

“La fatica in montagna per me è poesia.”

“Marco, perché vai così forte in salita?”, “Per abbreviare la mia agonia.”

“Quando scatto cerco di distruggere psicologicamente i miei avversari che non sanno mai fin dove posso arrivare.”

“Quando uno stacca tutti da ruota è uno spettacolo, è questo l’aspetto più bello del ciclismo.”

“Chi è Pantani? Uno che ha sofferto tanto. E che in bici si è divertito e, soprattutto, ha divertito.”

“Il ciclismo mi mancherà certo, ma anche io, ne sono convinto, mancherò al ciclismo”

“Tutti saltano sul mio carro? No problem, chi c’era resta, chi non c’era sta giù.”

“Mi spiace ma non tornerò mai più quello di prima. Ridiventerò competitivo, ma non sarò più quello di prima, perché ho subito una grandissima ingiustizia.”

“Per vincere Pantani non ha bisogno del doping ma ha bisogno delle salite.”

“Se puoi vincere, devi farlo!”

“Le emozioni più forti le ho provate lungo le strade, quando sentivo la gente che gridava così tanto Pantani che mi veniva il mal di testa”

“La gente aspetta sempre l’attaccante che scatta e se ne va? Allora aspetta proprio me, è quello che sono, è quello che so fare.”

“A 2 Km dalla vetta mi sono detto vai Marco o salti tu o salta lui…E’ saltato lui.”

“Quando stacchi tutti e arrivi da solo, la vittoria ha il sapore del trionfo.”

“Quando c’è la salita sono il più forte e tutti lo sanno.”

Dissero di lui:

“Io sto vincendo questo tour, ma se ci fosse Pantani lo vincerebbe lui.” (Lance Amstrong)

“Non c’è niente da fare… quando la strada si rizza sotto i pedali Pantani è il più forte.” (Adriano De Zan)

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Dal libro di Ubaldo per i 50 anni del Credito Sportivo “Mezzo Secolo di Campioni”, leggi qui un profilo di Marco Pantani

MARCO PANTANI Il Pirata

CESENA, 13 gennaio 1970 – RIMINI, 14 febbraio 2004

Marco si è perso e non ha saputo tornare. Nella sua vita da”Pirata”, come direbbe Bennato, è andato all’arrembaggio con destrezza e ha naufragato in mezzo ai guai. Se n’è andato il giorno degli innamorati del 2004, e di innamorati ne ha lasciati tanti. I milioni che si fermavano davanti alla tv, le migliaia che lo aspettavano per ore solo per vederlo sbucare, solo al comando, dall’ultimo tornante sulle Alpi o sui Pirenei.

Cos’è che ancora ci fa vivere le favole

Pantani nasce vicino al mare, a Cesena, ma sogna la montagna. È timido, ma nasconde uno sconfinato desiderio di affermazione. Da ragazzo gioca a calcio e vive la solitudine dell’ala destra. Con le spalle strette e la maglia numero 7, Marco non ce la fa a librarsi in volo a colpi d’ala su un campo di pallone. Non ha il talento di Bruno Conti o di Gigi Meroni, non gli piace stare in panchina e sceglie un altro tipo di solitudine, la vita in bicicletta. È solo anche il giorno della sua prima vittoria, il 22 aprile 1984. Ha staccato tutti prima dell’arrivo a Case Missiroli, vicino Cesena.

“A quindici anni” scrivono Pier Bergonzi, Davide Cassani e Ivan Zazzaroni nel libro “Pantani. Un eroe tragico”, “Marco ha ancora tutti i capelli, ma ha già lo sguardo laser e l’inquietudine dietro gli occhi. E ha momenti blues profondi come il mare”.

Il suo sogno è il Giro d’Italia. Tra i dilettanti ottiene il terzo posto nel 1990, dietro Wladimir Belli e Ivan Gotti, l’anno successivo è secondo alle spalle di Francesco Casagrande. Nel 1992 la progressione è completata. Fa il vuoto sulle Alpi, vince e passa professionista con la Carrera, la squadra di Claudio Chiappucci, fortemente voluto dal talent scout Beppe Martinelli. Nel ‘93 deve ritirarsi a quattro tappe dalla fine: la sua storia di amore e odio con la Corsa Rosa è appena cominciato.

La prima svolta della carriera arriva l’anno successivo, sempre al Giro. “Se non vado come dico io” dice a Davide Cassani, attuale commentatore Rai che ha ricordato questo episodio nella puntata di Sfide dedicata a Pantani, “me ne torno a vendere piadine con mia madre”. Non sarà necessario.

Nella Lienz-Merano (14a tappa) attacca in salita, rimonta Pascal Richard in una discesa forsennata con quella sua strana posizione tutta spostata all’indietro, vince per distacco e dà 40” a Bugno e ai migliori del mondo. È il 4 giugno 1994, il suo primo successo da professionista. Il giorno dopo c’è la massacrante Moreno-Aprica, la tappa più dura della corsa. Pantani divora il Mortirolo in 43’53” staccando la maglia rosa, Berzin, e Indurain. Viene ripreso in discesa, ma sulle rampe del Santa Cristina, nessuno gli resta a ruota. Al traguardo dell’Aprica è di nuovo solo al comando. Chiuderà secondo in classifica generale e sarà terzo al Tour de France.

Nel 1995, mentre si sta allenando per il Giro di Romandia, ha un’incidente con una Fiat Punto ferma a un incrocio a Santarcangelo di Romagna; addio Giro d’Italia. Si ripresenta convinto al Tour e vince la tappa più bella, con l’arrivo in cima all’Alpe d’Huez, dopo una fuga con Ivan Gotti e un brivido nel finale. Non gli segnalano per tempo la svolta a sinistra verso il rettilineo d’arrivo e per poco non finisce nel parcheggio. Il giorno dopo la corsa è funestata dalla morte di Fabio Casartelli.

Il destino torna a giocare contro il “Pirata”. Durante la Milano-Torino del 1995, un altro incidente, stavolta con una jeep: frattura di tibia e perone e addio alla stagione 1996. Nel 1997 cambia squadra, passa alla Mercatone Uno di Luciano Pezzi, un’istituzione del ciclismo italiano, già gregario di Coppi e direttore sportivo di Gimondi. Ma al Giro, la sfortuna colpisce di nuovo. Un gatto attraversa la strada durante la Mondragone-Cava dei Tirreni. Pantani cade e deve ritirarsi. Al Tour la rabbia è tanta, e la sfoga tutta sull’Alpe d’Huez. Arriva di nuovo solo al comando, e nel gesto di esultanza c’è un messaggio forte e chiaro: “sono tornato!”.

“Vado forte in salita solo per abbreviare la mia agonia”

L’Anno del “Pirata”

Pantani è già diventato il “Pirata”, per quel suo look così caratteristico, per quella bandana che si toglie quando parte in salita come fosse un guanto di sfida. Arriva all’ultima settimana del Giro con 3’49” da recuperare sulla maglia rosa, lo svizzero Alex Zülle. La prima, vera tappa di montagna è la diciassettesima, Asiago-Selva di Val Gardena. Pantani attacca sulla Marmolada, che non aveva mai affrontato prima in carriera, e manda in crisi Zülle. Stavolta non è solo al comando. Con lui è partito Guerini, cui lascia la vittoria di tappa. Il “Pirata” è in maglia rosa per la prima volta in carriera. Il giorno dopo Tonkov lo batte in volata a Pampeago. Il Giro si deciderà alla 19a tappa, con l’arrivo a Pian di Montecampione. Pantani è capace di mantenere la stessa frequenza, negli scatti in salita, sia quando sale sui pedali sia quando si siede. Per gli avversari è un incubo. Ma Tonkov riesce a stargli dietro anche sull’ultima salita. Pantani moltiplica gli scatti, non si volta indietro per non dare l’impressione al russo di essere stanco, ma controlla l’ombra sull’asfalto. E l’ombra di Tonkov è sempre lì. Finché, sul finire della salita, l’ombra sparisce. Tonkov è in crisi. Pantani ha vinto tappa e Giro.

Prima del Tour muore Luciano Pezzi, che era come un padre per Pantani. Per quel sogno chiamato maglia gialla, Marco convince tutti i compagni di squadra a presentarsi con i capelli rasati a zero. Ma è quintultimo dopo il prologo di Dublino. Accumula altri 4’21” di ritardo da Ullrich, il grande favorito, dopo la settima tappa a cronometro. Sembra fuori dai giochi. Ma nell’ultima settimane arrivano le montagne, le grandi salite. E come scrive Gianni Mura di Repubblica, “il bello di Pantani è che lo aspetti e lui arriva. Come un treno, come un vento, come una ruspa, come una musica”. Vince a Plateau de Beille con 1’40” di vantaggio su Ullrich. “Perché vai così forte in salita?” gli chiede Mura al traguardo. “Solo per abbreviare la mia agonia”.

Pantani ha ancora 3 minuti da recuperare ma il 15 luglio c’è la tappa più dura, con arrivo a Les Deux Alpes. Il primo ad attaccare è Leblanc. È una giornata infernale e invernale, un 27 luglio di vento, di freddo, di pioggia. Sul Galibier, la vetta più alta del Tour, Pantani attacca e stacca il gruppo di Ullrich. Poi un brivido: appena scollinati i 2645 metri, il “Pirata” si ferma ai bordi della strada. Ma i timori svaniscono presto. Ha accostato perché non riusciva ad indossare la mantellina che il direttore Orlando Maini gli aveva passato per proteggersi dal freddo durante la discesa. Mancano 50 chilometri al traguardo. Su quella discesa Ullrich va in crisi di fame. Pantani va come un treno, recupera tutti i fuggitivi della prima ora, vince per distacco e dà quasi 9 minuti a Ullrich. Conquista la maglia gialla e la conserva fino ai Campi Elisi. A premiarlo c’è Felice Gimondi, l’ultimo italiano ad aver vinto il Tour, nel 1965. È lui che gli solleva il braccio in segno di vittoria. Un fotogramma simbolo, un passaggio di consegne. Pantani è il primo italiano capace di completare l’accoppiata con il Giro dopo Fausto Coppi (1952). In Francia si innamorano tutti di Pantani, che viene paragonato a Charly Gaul, “l’angelo della montagna”.

Il fotografo della rivista francese Vélo vuole ritrarlo in giacca e cravatta per la copertina del numero che celebra la sua impresa. Pantani non ci sta, e compare in camicia di velluto, pizzetto e orecchino. Marco, scrivono Bergonzi, Cassani e Zazzaroni, “respira l’aria nobile della storia. Sente di aver compiuto il suo viaggio”.

L’Ultima Tappa

“Marco Pantani” ha scritto Gianni Mura, “ha cominciato a morire quella mattina del ’99, a Madonna di Campiglio”. È il 5 giugno. In quell’edizione del Giro ha vinto su tutte le salite, ha firmato una rimonta epica dopo una caduta a Oropa, ma viene fermato dalla commissione dell’UCI. Ematocrito alto, dicono le analisi (52%, 2 punti più del consentito). Il sospetto è che Pantani abbia fatto ricorso all’EPO. Viene perciò espulso dal Giro. “Lui, il re delle salite, si è specializzato nelle discese. Agli inferi, ai paradisi artificiali, a tutto quello che lo nascondeva all’opinione pubblica, ai giornalisti, ai giudici.” prosegue Mura. Sono gli anni delle notti bianche, della cocaina, di un ultimo giro di giostra, un ultimo acuto sullo Zoncolan al Giro del 2003. Poi ci sono solo il ricovero nella clinica di Teolo, i viaggi a Cuba e il triste finale in un anonimo residence di Rimini. Un’agonia nient’affatto abbreviata e ancora poco chiara. Il campione che voleva vincere da solo è stato lasciato ancora più solo nell’ora dell’addio.

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ATP

ATP Umago: Ramos-Vinolas ferma Travaglia, ma a brillare è la stella di Alcaraz

Niente da fare per l’ultimo azzurro in gara al Croatia Open, mai in partita contro Ramos-Vinolas. In serata, nel match più spettacolare della giornata, il 18enne spagnolo supera Krajinovic

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Saluta Umago anche l’ultimo tennista italiano, Stefano Travaglia, sconfitto nettamente (6-2 6-1) dal n. 1 del seeding, lo spagnolo Albert Ramos-Vinolas. Sul Grandstand, il secondo campo per importanza dell’impianto “Stella Maris” che ospita il torneo, “Steto” non è mai riuscito a fare match pari contro il 33enne tennista di Barcellona, che ha sempre tenuto in mano il pallino del gioco da fondo campo, grazie soprattutto al dritto mancino che ha costretto il 29enne tennista di Ascoli Piceno costantemente sulla difensiva, senza riuscire a trovare la profondità dei colpi necessaria per cambiare l’inerzia degli scambi, pagando in particolare la scarsa incisività con la seconda di servizio (con la quale ha ottenuto solo il 12% dei punti).

Travaglia lascia Umago per trasferirsi a Kitzbuhel, portando con sé comunque delle buone indicazioni, dato che ha interrotto la striscia negativa che non lo vedeva vincere due partite di fila in un main draw dall’ATP 250 di  Melbourne, a febbraio. Può perciò ripartire con fiducia da questo risultato, anche nel lavoro con il suo nuovo allenatore Uros Vico. Anche per Ramos-Vinolas la semifinale di Umago è una bella boccata di ossigeno, considerato che era reduce da una striscia di sette sconfitte consecutive e non vinceva dal match di primo turno del Masters 1000 di Madrid (dopo che la settimana prima aveva vinto il 250 di Estoril).

A meta pomeriggio, ad inaugurare la giornata dei quarti di finale del Croatia Open era stata la sfida tra Richard Gasquet e Damir Dzumhur. La splendida prestazione fornita nel turno precedente da Dzumhur contro Marco Cecchinato aveva fatto pensare alla vigilia che il match potesse rivelarsi molto più equilibrato di quanto si potesse ipotizzare vista la differenza di classifica (n. 59 il francese, n. 127 il bosniaco). L’equilibrio invece c’è stato solo per l’ultima mezz’ora, dato che nei primi 70 minuti sul Centrale di Umago si era vista la versione appannata di Dzumhur che siamo purtroppo abituati a vedere da due anni a questa parte, quella che lo ha fatto uscire dalla top 100 dal febbraio 2020. Merito anche del 35enne francese, che ha saputo imbrigliare sin dall’inizio i tentativi del tennista di Sarajevo di replicare la tattica aggressiva messa in atto con profitto contro l’azzurro. Rallentando ed alzando le traiettorie dei suoi colpi il talentuoso tennista di Beziers ha costretto Dzumhur a prendere sempre dei rischi eccessivi, con conseguenti errori – specie con il rovescio – nel tentativo di prendere l’iniziativa dello scambio.

 

Dopo il 6-3 del primo set, deciso dal break di Gasquet nel secondo gioco, il secondo parziale sembrava scivolare via sulla stessa falsariga, con il francese che strappava di nuovo il servizio nel terzo gioco e poi aveva due chances consecutive per il doppio break e per andare a servire per il match sul 5-2. Il tennista bosniaco sfogava sulla racchetta tutta la sua frustrazione per la scialba prestazione fino a quel momento e lo sfogo si rivelava incredibilmente utile, dato che da quel momento la partita cambiava. Dzumhur infilava infatti un parziale di 10 a 1, impattava sul 4 pari e sembrava poter girare l’inerzia del match, grazie soprattutto ad una ritrovata efficacia della palla corta, decisiva contro Cecchinato, ed al fatto che Gasquet cominciava ad accusare fisicamente il caldo e l’umidità di Umago.

I due alternavano buone cose a brutti errori, con ancora un break per parte e alla fine si arrivava al tie-break. Dove Gasquet riusciva a tirare fuori le ultime energie rimaste e si affidava al braccio ed alla varietà dei colpi, chiudendo al terzo match point, 9-7. “Non sono riuscito a sfruttare le occasioni per andare sul 5-2 e poi è stata dura, anche perché lui ha iniziato a colpire bene. Ma ha lottato, ed ho giocato un bel tie-break” il commento nel post match del tennista transalpino, che giocherà la prima semifinale ATP della stagione (ma la 65° in carriera) e la prima sulla terra battuta da Bastad 2018 (perse poi in finale con Fognini).

La prima sorpresa della giornata arrivava in contemporanea con la sconfitta di Travaglia, dalla sfida sul Goran Ivanisevic Stadium tra due giocatori con il rovescio a una mano, il vincitore dell’edizione 2019 e tds n. 2 Dusan Lajovic ed il tedesco Daniel Altmaier, proveniente della qualificazioni e autore dell’eliminazione di Mager nel turno precedente. Altmaier si è imposto meritamente con il punteggio di 6-2 6-4, ed è sembrato a tratti il bel giocatore spintosi sino agli ottavi del Roland Garros dello scorso anno (eliminando nel percorso anche Matto Berrettini), prima di perdere 8 match di fila a livello ATP, serie interrotta proprio ad Umago con la vittoria su Moutet nel primo turno. Del resto al 22enne di Kempen non sono mai mancati i colpi ma la continuità, frenato sin da giovanissimo dai tanti infortuni.

A onor del vero una mano gliela ha data anche il tennista serbo, mai veramente in partita, che è parso anche avere qualche problema fisico (si è toccato più volte la parte bassa durante il secondo parziale), dopo le quasi due ore di battaglia del giorno prima contro Zapata Miralles. Tanto che anche il break ottenuto nel settimo gioco del secondo set, che lo ha portato a condurre 4-3, è sembrato più figlio di un momentano calo di attenzione di Altmaier, che si è subito ripreso e con un parziale di 12 punti a 5 ha chiuso rapidamente la contesa, conquistando così la prima semifinale in carriera nel circuito maggiore.

Daniel Altmaier – Roland Garros 2020 (via Twitter, @rolandgarros)

Il match più atteso della giornata era sicuramente l’ultimo, quello tra il recente finalista dell’ATP 500 di Amburgo, Filip Krajinovic, e la grande promessa del tennis spagnolo e unico under 19 tra i top 100, Carlos Alcaraz Garfia, reduce dalla impressionante vittoria del turno precedente, nel quale aveva lasciato solo 4 game allo slovacco Andrey Martin. Il 17enne spagnolo iniziava come aveva finito la sera precedente, tirando botte impressionanti da fondo e cercando di sovrastare l’avversario sfoderando una condizione fisica stupefacente. Dall’altra parte della rete stavolta c’era però un giocatore in forma ed in fiducia, l’unico top 35 in tabellone stando all’ultima classifica, e soprattutto esperto ad alto livello.

Krajinovic subiva la partenza al fulmicotone di Alcaraz, che si portava sul 4-1, ma riusciva a ricucire lo strappo sfruttando, oltre alla qualità del suo tennis attuale, le ingenuità che ancora ogni tanto fanno fisiologicamente capolino nel gioco del giovanissimo tennista di Murcia (come l’insistere sul colpo migliore del serbo, il rovescio, con il quale da fondo sa fare molto male), che subiva il break a zero al momento di servire per il set. Alcaraz però non si disuniva e si procurava un paio di set point nel game successivo, che il serbo era bravo ad annullare con talento e mestiere. A testimonianza che Alcaraz sta studiando da campione con il suo coach Juan Carlos Ferrero, resettava anche questa delusione e a furia di vincenti portava a casa il tie-break per 7-3.

Krajinovic però non si disuniva e aspettava che Alcaraz rifiatasse. Cosa che avveniva, con il break subito dal n. 73 del mondo – ma dopo stasera entrerà per la prima volta tra i primi settanta al mondo – nel secondo gioco, da 40-0. Il serbo saliva in cattedra e iniziava a comandare il gioco, con Alcaraz che accusava il colpo e scendeva di intensità. Il secondo break con il quale conquistava il set per 62, sembrava certificare che il tennista di Somobor fosse riuscito a domare la furia del giovane spagnolo. Invece dopo il lungo toilet break alla fine del set – verrebbe da dire che anche qui si comporta già da campione – Alcaraz tornava quello ingiocabile della prima metà del primo set, tra vincenti da fondo e recuperi incredibili, e in un attimo era sul 3-0, con doppio break. Krajinovic non demordeva, cercava con orgoglio di ridurre il distacco mettendo in campo tutto quello che aveva, ma Alcaraz era assolutamente “on fire” e non concedeva più nulla.

Il 18enne allievo di “Mosquito” chiudeva 6-1 in 2h21′ di gioco, conquistando la sua seconda semifinale in carriera e diventando il secondo semifinalista più giovane del torneo, dopo un certo Rafa Nadal nel 2004 (“Impressionato? No, non sono impressionato. Sono la conferma che con il mio team stiamo lavorando bene, stiamo seguendo la strada giusta per me” la risposta di Alcaraz al giornalista spagnolo che al termine del match gli ha chiesto se fosse impressionato da questi record di precocità).

Risultati:
[4] R. Gasquet b. D. Dzumhur 6-3 7-6(7)
[1] Ramos-Vinolas S. Travaglia 6-2 6-1
[Q] D. Altmaier b. [2] D. Lajovic 6-2 6-4
[7] C. Alcaraz – [3] F. Krajinovic 7-6(3) 2-6 6-1

IL TABELLONE COMPLETO

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Perché il pubblico deve stare in silenzio durante le partite di tennis?

Con gli appassionati che stanno tornando molto lentamente negli stadi, questo articolo di Atlas Obscura cerca di spiegare una delle convenzioni più consolidate del gioco

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Dettaglio pubblico, finale Roland Garros 2020 (via Twitter, @rolandgarros)

Gli stadi del tennis stanno cominciando a riempirsi nuovamente, dopo la pausa forzata per la pandemia, ma a Tokyo si giocherà (non solo a tennis) senza pubblico sugli spalti. Questo articolo pubblicato da Atlas Obscura circa un anno fa, prima dell’inizio dello US Open 2020 a porte chiuse (quest’anno invece ci sarà il pubblico) approfitta di questo particolare momento storico per chiedersi da dove nasca l’imposizione al silenzio del pubblico delle partite di tennis. Qui il link all’articolo originale


Ladies and gentlemen, quiet please. Players are ready. Thank you”. Questo è un ritornello comune durante le partite di tennis, specialmente quelle rumorose, che poi non sono particolarmente chiassose per gli standard di quasi tutti gli altri sport maggiori. È una frase pronunciata dal giudice di sedia, la più alta carica in loco. Stranamente, se ci si pensa un attimo, il pubblico non è mai offeso da questo rimbrotto. A volte lo applaudono. “Sì”, sembra dire il pubblico del tennis. “Dicci di stare zitti.”

[…]

 

In questo periodo stiamo capendo come l’assenza di energia del pubblico influenzi gli atleti professionisti nelle loro prestazioni. Il tema di come si sentirà quell’assenza nel tennis è ancora più interessante, perché anche quando c’è un pubblico pagante a una partita di tennis, questo non dovrebbe fare rumore, al di là dell’occasionale sospiro d’ammirazione.

Il tennis è uno sport profondamente strano, una guerra di logoramento psicologica, fisiologica, gladiatoria. Ma come ha fatto il silenzio del pubblico ad essere così strettamente associato a questo sport, al punto che gli spettatori letteralmente applaudono quando viene detto loro di fare silenzio?

Il silenzio tra gli spettatori del tennis, per quanto ben consolidato, non è una regola ufficiale. Le linee guida di Wimbledon, il più serio e solenne dei tornei di tennis, affermano: “L’uso di qualsiasi comportamento antisociale, aggressivo, fastidioso o pericoloso, un linguaggio volgare, offensivo, razzista o incline a gesti osceni, la rimozione di magliette o qualsiasi indumento volti ad offendere l’avversario, e arrampicarsi su qualsiasi edificio, muro o altra struttura o attrezzatura sono vietati e possono comportare l’espulsione dai terreni del club“. Questo è quanto. Non una parola sul silenzio durante il gioco. Che il silenzio non sia ufficialmente richiesto è di per sé una tradizione.

Il libro “Spalding’s Lawn Tennis Annual” del 1923, che include le regole del gioco e riassume le stagioni precedenti, fa eco a questo principio. Ci sono lunghi elenchi di regole, afferma, che non sono scritte – anche se sono implicite – riguardanti l’etichetta e il decoro. Queste includono “astenersi dal parlare ad alta voce mentre è in corso una partita“, “non applaudire né incitare mentre è in corso uno scambio“, e altro ancora.

Le origini e l’evoluzione del tennis, come quelle di quasi tutti gli sport organizzati, sono discordanti e poco chiare. Ci sono molti sport della stessa famiglia generale del tennis in cui una palla viene colpita avanti e indietro tra gli avversari. Spesso citato dagli storici come il nonno del tennis è un gioco francese chiamato “jeu de paume”, o “gioco della mano“, che, come suggerisce il nome, si giocava senza racchetta.

Giunti al sedicesimo secolo, erano state aggiunte racchetta e rete, e il gioco riscosse successo tra i reali e l’aristocrazia d’Europa, specialmente in Inghilterra, dove Enrico VIII era un fervente giocatore ed appassionato. In quel periodo iniziò ad essere conosciuto con alcuni nomi diversi, fra cui “tennis“, il cui etimo è di origine incerta (alcuni suggeriscono che derivi dal francese “tenez”, che significa “Ecco, prendi questo“, fondamentalmente una variazione di “Fore!“, usato nel golf, ma non vi sono documenti scritti che attestino che qualcuno abbia mai gridato “Tenez!” prima di un servizio). Talora quello che si giocava veniva chiamato “royal tennis” o “court tennis”. Questa forma è in realtà ancora giocata in numero estremamente limitato, e viene chiamata pomposamente “real tennis” [in italiano si chiama pallacorda, ndr].

La pallacorda o court tennis, come viene chiamato negli Stati Uniti, è uno sport folle. Si deve immaginare un campo da squash – più piccolo di un campo da tennis, chiuso su tutti e quattro i lati, con un soffitto. Ci sono lunghi tendoni su tre lati del campo, situati a metà del muro, e questi lati del campo sono chiamati “penthouses“. Non solo si può colpire la palla usandoli come sponda, ma si deve servire dalla parte superiore di essi con un bizzarro pallonetto in top. Ci sono poi parecchie aperture nel muro nelle quali è possibile infilare la pallina, come a pinball, chiamate “galleries”. E c’è una protuberanza anomala solo su un lato del campo, chiamata “tambour“, dalla quale possono anche essere giocati i colpi. La racchetta è piccola, pesante, di legno, e asimmetrica come il campo stesso; la testa è inclinata da un lato, come se si fosse sciolta e fosse colata da una parte durante la costruzione.

Ma questo sport assolutamente eccentrico può essere la chiave per capire perché il pubblico del tennis moderno debba stare in silenzio. Poiché la pallacorda deve essere giocata in una stanza chiusa, è praticamente impossibile che questa possa contenere un pubblico numeroso. Gli spettatori si siedono su un lato e su una balconata, fine della storia. “I limiti fisici dello spazio facevano sì che non più di cento persone potessero assistere alla gara“, afferma Rob Lake, storico e sociologo del tennis. Lake è andato a una recente partita dei mondiali court tennis e l’arena al completo contava forse 60-70 persone al massimo. Le origini del tennis non comprendono stadi enormi e nemmeno gradinate, ma piuttosto pochi re, regine e principi sparpagliati per una stanza amorfa.

Campo Court Tennis

La pallacorda era comicamente aristocratica. I campi erano difficili e costosi da costruire, l’attrezzatura è sempre stata fatta a mano e quindi non a buon mercato e, soprattutto, le persone che la amavano volevano che rimanesse un gioco di svago e ricchezza. Le partite di pallacorda erano eventi sociali, posti dove farsi vedere, forse per trovare un coniuge per una nipote o un nipote ribelle, o per chiudere un affare. Il pubblico – il pubblico esultante e chiassoso, che amava bere – ne era escluso.

A partire dal diciannovesimo secolo, il tennis cominciò ad aprirsi, a poco a poco, senza mai abbandonare le proprie radici. Nel 1874, il maggiore Walton Clopton Wingfield stabilì le regole per un nuovo gioco chiamato “lawn tennis”, che si ispirava al court tennis e a vari altri sport con racchetta. Giocato su un prato a forma di clessidra, il tennis di Wingfield si diffuse rapidamente nella natìa Inghilterra. Solo pochi mesi dopo arrivò negli Stati Uniti. Il primo torneo di Wimbledon si svolse nel 1877, seguito dal primo US Open nel 1881. Fu una creazione di enorme successo, probabilmente favorita dal fatto che Wingfield vendeva kit da tennis in una scatola, contenente tutto il necessario, per meno di 200 dollari di oggi. Non tutti lo sanno, ma questo tennis, quello che conosciamo e amiamo oggi, con piccole variazioni, ha mantenuto il nome di “lawn tennis” fino a non molto tempo fa – l’USTA ha eliminato la parola “lawn” dal suo nome solo nel 1975.

L’aumento di popolarità del tennis fu netto, ma lo sport mantenne le sue radici di campo elitario per diversi motivi. Uno di questi è il concetto di dilettantismo, che non significa esattamente ciò che si potrebbe immaginare. Il tennis era uno sport dichiaratamente dilettantistico, e i tornei più grandi non furono giocati dai professionisti fino al 1968. Il dilettantismo in questo caso non significa che i giocatori non fossero bravi, ma piuttosto che quelli che giocavano a tennis non avevano realmente bisogno di farlo. Era un divertissement e le persone ricche ci giocavano con lo stesso atteggiamento con cui scrivevano poesie o suonavano il piano. Sarebbe stato considerato volgare o da plebei guadagnarsi da vivere con esso.

Il dilettantismo a quel tempo significava non solo che non venivi pagato, ma che giocavi in ​​un certo modo“, dice Nancy Spencer, una sociologa di tennis all’ Università di Bowling Green State che ha anche giocato da pro. Era un gioco da gentiluomini perché semplicemente non veniva preso sul serio come gli sport professionistici. C’erano sentiti dibattiti sull’uso di determinati colpi, come la volée o il pallonetto perché questi, anche se non contro le regole, erano considerati antisportivi. Il pallonetto, ad esempio, faceva fare una figura poco dignitosa all’avversario, che doveva voltarsi e inerpicarsi in una corsa all’indietro per poi cercare di rimandare la pallina in qualche modo. Ovviamente in alcuni casi è utile se il tuo obiettivo è vincere, ma allora l’obiettivo non era vincere, almeno non a costo di usare modi considerati cattivi e indecorosi.

Il gioco del tennis non era stato concepito per essere preso sul serio, il che si rifletteva nel modo in cui veniva giocato e guardato“, dice Lake. Giocare a tennis, e anche giocarlo bene, era un segno di ricchezza e buona educazione ma non di sudore, pratica e fatica. Il sudore, la pratica e la fatica, infatti, erano visti come profondamente poco à la page. Il libro del 1923 recita: “Ricorda che il tennis è uno sport amatoriale, giocato per sé stesso e non a scopo di lucro. La maggior parte dei tornei perde denaro. Le partite danno piacere agli spettatori e ai giocatori e il tuo atteggiamento nei confronti di queste gare dovrebbe sempre essere regolato da questa considerazione“. Che lusso! Nessuno ha bisogno di farlo, nessuno verrà danneggiato materialmente se perde o aiutato se vince. Il torneo perde soldi, perché cosa sono i soldi, in ogni caso?

Agli albori del lawn tennis, il pubblico era decisamente patrizio. Lo US Open si svolgeva al Newport Casino di Newport nel Rhode Island, un posto molto chic; Wimbledon si trovava nell’omonimo ed elegante sobborgo londinese. Il New York Times e altre pubblicazioni si occuparono dello US Open per i suoi primi decenni, ma erano più interessate alle feste, agli ospiti e alle celebrità che al gioco. In Inghilterra, Wimbledon faceva parte dei circoli estivi delle upper classes, insieme alla Oxford-Cambridge Boat Race, alla corsa dei cavalli dell’Epsom Derby e al British Open di golf. Il tennis non era fatto per gli appassionati di sport, ma piuttosto per gli aristocratici e per coloro che aspiravano a diventare come loro.

Fino allo scoppio della prima guerra mondiale, gli Stati Uniti guardavano alla Gran Bretagna come a un modello di comportamento“, afferma Lake. “L’impero britannico era al suo apice e la classe media americana aspirava a diventare come i britannici non solo nello sport, ma anche a livello di portamento“. Inizialmente, la Gran Bretagna era il riferimento assoluto per come il tennis doveva essere: riservato, sofisticato, ricco senza essere pacchiano.

Il pubblico era già di per sé poco incline a essere rumoroso, proprio per via delle sfumature gentili, eleganti, raffinate del tennis. Ma c’è un’altra sfaccettatura nella faccenda del dilettantismo: i giocatori erano spesso della stessa classe sociale – e razza – del loro pubblico. Questo non è sempre il caso negli sport professionistici, dove i giocatori sono stati a lungo trattati come beni da acquistare, vendere e scambiare. In quel libro del 1923, una delle regole recita: “Appena prima di una partita, anche se lo conosci, non cercare di conversare con un giocatore o di auguragli buona fortuna. Lascialo in pace; la sua mente è già abbastanza occupata in quel momento“. I giocatori e gli spettatori erano socialmente equivalenti.

I giocatori professionisti di baseball o basket si esibiscono per i loro soldi, e praticano il loro sport come lavoro. Certo, oggi gli stipendi sono astronomici, ma non lo sono sempre stati, e lo sport professionistico è stato a lungo considerato un lavoro fisico, fondamentalmente operaio, che richiedeva poca istruzione o pochi privilegi per eccellere. Le edizioni dello US Open disputate a Newport, d’altra parte, qualche volta avevano come premio per il vincitore una botte di vino raro.

First US Tennis Championships in Newport Casino, Rhode Island, 1881

Sembra probabile che, con l’assenza di necessità o incentivi per la vittoria, nessuno si preoccupasse davvero del tennis come sport. Il risultato? Silenzio mentre un giocatore sta servendo. È un uomo di Harvard! Uno con i soldi! Proprio come noi! Sii gentile e aiutalo con un po’ di silenzio mentre cerca di servire.

Il tennis iniziò a diffondersi ulteriormente, ma prendendo una strada diversa rispetto ad altri sport. Il basket, creato, codificato e reso popolare più o meno nello stesso periodo, è stato adottato dalla YMCA e dal suo ethos da “cristiani muscolosi”. “La YMCA stava cercando di creare uomini cristiani forti e robusti, e il tennis non si adattava alla loro idea di come quel tipo di persona dovesse essere“, dice Lake. L’YMCA voleva che quante più persone possibile giocassero a basket. “Si ritiene spesso che quegli sport [baseball, basket, calcio, football americano e altri, nota nell’originale] siano cresciuti man mano che abbiamo cessato di essere agricoltori e man mano che si è diffusa la credenza che la pratica degli sport rafforzasse la virilità, lo spirito di collaborazione e il lavoro di squadra“, afferma Joel Drucker, giornalista scelto come storico dell’International Tennis Hall of Fame, che si trova proprio a Newport. Il tennis non ha niente di tutto ciò. È uno sport uno contro uno o due contro due, senza contatto fisico. È sempre stato considerato stravagante tra gli altri grandi sport.

Il tennis richiede aree piuttosto ampie, che all’epoca dovevano essere curate al minimo dettaglio, ed è terribilmente inefficiente in termini di spazi per lo sport. Possono giocare al massimo quattro persone contemporaneamente, ma di solito sono solo due, e lo spazio serve a poco al di là del gioco. Il basket può essere giocato su qualsiasi superficie dura, ha bisogno di un solo canestro per una partitella, e può essere facilmente giocato da dieci persone in un’area che è circa la metà di quella di un campo da tennis. Il baseball può essere giocato in un pratone o in strada. Il calcio è di casa quasi ovunque, su qualsiasi superficie, allorché ci sia abbastanza spazio per correre e calciare o lanciare il pallone.

Fra gli sport creati o codificati alla fine del dicannovesimo secolo, dice Drucker, “il tennis non è pastorale come il baseball o urbano come il basket“. Il tennis era essenzialmente suburbano.

Col tempo, poi, il tennis divenne uno sport da country club. Per molto tempo, questo non ha significato che il tennis fosse popolare solo ed esclusivamente nei circoli della noblesse, ma piuttosto che i giocatori dovevano accumulare punti giocando letteralmente solo in quei posti per qualificarsi ai tornei. Quei circoli esclusivi, tra cui il Marylebone Cricket Club di Londra e il West Side Tennis Club di New York, avevano un’influenza incredibile su com’era lo sport, su chi giocava e su come giocava.

Tecnicamente, le autorità tennistiche che organizzavano i tornei non consentivano discriminazioni. Erano i circoli a farlo, escludendo di fatto gli atleti neri ed ebrei dai livelli più alti. Fu necessario l’intervento del ​​sindaco di New York City e di Eleanor Roosevelt per costringere il West Side Tennis Club a porre fine alle sue politiche discriminatorie negli anni Cinquanta. Queste politiche avevano permesso al tennis di rimanere quello che era sempre stato: un’attività, non uno sport, per i bianchi delle zone residenziali (le donne, vale la pena notare, sono entrate a far parte in modo significativo e condiviso dal mondo del tennis prima che in qualsiasi altro sport. Le più grandi star del tennis del mondo, da Suzanne Lenglen negli anni Venti a Serena Williams oggi, sono state spesso donne).

Nel complesso, i poteri che controllavano il tennis volevano mantenerlo com’era. “Il tennis non ha mai avuto, dal punto di vista della leadership, persone particolarmente entusiaste che diventasse uno sport di massa“, afferma Lake. Fu solo nel primo decennio dopo che i professionisti furono ammessi ai tornei, nel 1968, che il tennis si aprì alle masse. L’introduzione di campi in cemento, che erano poco costosi da costruire e mantenere, insieme alla nuova popolarità della sua versione professionistica, fece sì che i parchi e le scuole di tutto il paese iniziassero a costruire campi da tennis pubblici – circa 250.000 negli Stati Uniti, ad oggi. Ma l’inefficienza dello spazio significava ancora che era più adatto per i sobborghi, e molti dei suoi taciti standard e tradizioni si sono perpetuati, anche se oramai sono quasi reliquie.

Basti pensare a Wimbledon, oggi costruito e commercializzato come un evento estivo elegante ed estremamente inglese, con champagne, fragole, cappelli a bombetta, erba verde, e un dress code per i partecipanti che consente qualsiasi colore, purché sia ​​bianco. “Non è la realtà di come è la Gran Bretagna“, dice Lake, il cui accento tradisce il fatto che abbia trascorso parecchi anni in Inghilterra. “È un po’ come la Gran Bretagna vuole essere pensata e considerata, storicamente. È una specie di ricostruzione artificiale“. Quando le persone vanno a Wimbledon, partecipano a questa recita del “tennis in un giardino inglese”, uno slogan che Wimbledon ha effettivamente usato per molto tempo. È, come è sempre stato, un luogo in cui farsi vedere ed esibirsi secondo i canoni della tradizione nobiliare inglese.

A pagine 2: il ruolo delle folla e alcune possibili spiegazioni

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ATP

Vit Kopriva stupisce ancora: è in semifinale all’ATP di Gstaad

Il tennista ceco conferma la bella vittoria con Shapovalov lasciando un solo game a Ymer. Gaston annulla 4 match point a Garin

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La vittoria su Denis Shapovalov negli ottavi di finale non è stata un caso. Il 24enne Vit Kopriva è l’uomo della settimana all’ATP 250 di Gstaad. Il tennista ceco ha vinto i match di qualificazione per il torneo svizzero e ha potuto fare il suo debutto in un evento ATP. Nel suo primo quarto di finale in carriera nel circuito maggiore, sfidava il classe 1998 Mikael Ymer. Il giovane svedese aveva tutti i favori del pronostico, ma è entrato in campo con un atteggiamento molto remissivo. Kopriva invece, forte della striscia di vittorie inanellata negli ultimi giorni, ha dominato la partita, soprattutto con il dritto. Ymer non ha avuto la pazienza necessaria per tenere il palleggio e non è mai entrato nel match.

Kopriva ha chiuso 6-1 6-0 in appena 51 minuti. È il secondo giocatore che nel 2021 riesce a raggiungere le semifinali al suo primo torneo ATP (Juan Manuel Cerundolo ci arrivò a Cordoba). L’ultimo a farcela fu Attila Balazs a Bucarest 2012.

La semifinale della parte bassa del tabellone vedrà incrociare le racchette Hugo Gaston e Laslo Djere. Il giocatore francese, già messosi in mostra lo scorso autunno al Roland Garros, ha infiammato il match contro lo specialista Christian Garin, sconfitto nei quarti di finale anche una settimana fa a Bastad. Il cileno, quarta testa di serie, ha sprecato un break di vantaggio nel terzo set (conduceva 4-2) e ha anche servito per il match sul 5-4. Nel tie-break Gaston è riuscito ad annullare 4 match point, chiudendo 13-11 il gioco decisivo. Anche per lui sarà la prima semifinale nel circuito maggiore.

 

Djere è invece arrivato nel penultimo atto di un torneo ATP per la terza volta nel solo 2021 (sempre sul rosso). Anche lui ha vinto al terzo set, contro il francese Rinderknech. Djere non ha mai perso il servizio in tutto il match, ma dopo aver chiuso 6-4 il primo ha ceduto il tie-break della seconda frazione al numero 100 ATP. Ha dimostrato una certa sicurezza a inizio terzo parziale, nonostante i suoi turni siano stati sotto attacco per due volte di fila. Un nastro fortunoso che gli ha accomodato la palla sul match point gli ha dato la vittoria finale.

In chiusura di programma Casper Ruud ha superato in 3 set Benoit Paire, apparso comunque in netta ripresa come attengiamento in campo. Il norvegese continua la sua eccellente estate sul rosso dopo la vittoria nell’Open di Svezia a Bastad la scorsa settimana. Affonterà Kopriva in semifinale

Risultati:

[Q] V. Kopriva b. M. Ymer 6-1 6-0
[3] C. Ruud b. [6] B. Paire 6-2 5-7 6-3
H. Gaston b. [4] C. Garin 6-4 1-6 7-6(11)
[7] L. Djere b. A. Rinderknech 6-4 6-7(5) 6-4

Il tabellone completo

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