Tennis Training School: da Foligno a Melbourne con Vanni e Fabbiano

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Tennis Training School: da Foligno a Melbourne con Vanni e Fabbiano

Una giornata ospiti della Training Tennis School di Foligno. Dal Direttore della scuola – il maestro Fabrizio Alessi – e dai professionisti di casa – Thomas Fabbiano e Luca Vanni – ci siamo fatti raccontare come è nato questo ambizioso progetto e perché la federazione quest’anno ha scelto proprio loro come i migliori d’Italia

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“[…] i migliori in questo campo siamo noi”. Così cantava Edoardo Bennato in una delle sue composizioni più celebri ed è quello che, se solo non fossero baciati dall’umiltà di chi nella vita si è sudato ogni singolo traguardo, potrebbe dire di sé lo staff della Tennis Training School di Foligno, a cui la federazione ha attribuito proprio di recente l’ambito riconoscimento di miglior scuola tennis italiana per l’anno 2016. Lungo la strada del Sagrantino, in questo incantevole spicchio d’Umbria che dalla piana di Foligno – “lu centru de lu munnu” secondo la tradizione – si inerpica tra filari di viti, cantine e uliveti fino a Montefalco, più che nei collodiani gatto e la volpe ci si può dunque imbattere nel triumvirato, tutto sostanza, allegria e competenza, composto da Fabrizio Alessi, Fabio Gorietti e Federico Torresi. Maestri, nell’accezione più ampia del termine, che non più tardi di una decina di anni or sono hanno dato il là all’ambizioso progetto di portare il tennis già presente in Villa Candida su livelli di assoluta eccellenza. E non poteva esserci location più azzeccata per puntare così in alto se non, appunto, quella assicurata dal celebre edificio settecenteso griffato dal Piermarini – architetto, tra l’altro, anche del Teatro alla Scala di Milano e della Villa Reale a Monza – che lo sport, grazie alla passione della Tennis Training School, ha restituito al suo antico splendore. Che dire, missione compiuta e un valido motivo – per noi di Ubitennis – per celebrare questa bella realtà tutta italiana.

Se tutto intorno il verde ordinato dei prati strizza l’occhiolino al blu cobalto di un cielo per l’occasione eccezionalmente terso, varcata la soglia d’ingresso ci si spalanca un mondo nel quale, ben prima del tennis, è proprio l’uomo con tutte le sue esigenze ad essere il coccolato epicentro. Un mondo in cui l’organizzazione rigorosa dei tempi e degli spazi propria delle attività d’avanguardia come questa, anziché reprimerlo, riesce ad esaltare il concetto basilare di famiglia che qui, entro le mura di Villa Candida che trasudano storia, funge da indissolubile filo conduttore e riecheggia nei pensieri di tutti coloro che abbiamo avuto il piacere di incontrare. Professionalità sì, ma a misura d’uomo. La sensazione positiva che un avventore benché occasionale riesce a percepire rimbalzando tra playground e club house è quella di tornare nella propria città natia al termine di un lungo viaggio, per poi scoprire come tutto, in barba all’incedere inesorabile del tempo, sia rimasto proprio come lo si era lasciato il giorno dell’arrivederci. Quindi, persone indaffarate di tutte le età casualmente si incontrano, si abbracciano e si salutano con un sorriso spontaneo, ed è solo allora che, animate da questo spirito, scendono in campo. Per lavoro o per diletto, per una sessione di allenamento o per un’ora di svago, professionisti affermati o semplici aficionados della racchetta. Tutti, senza alcuna distinzione.

Il compito di far gli onori di casa è toccato a Fabrizio Alessi, Direttore della scuola, socio fondatore nonché tecnico nazionale di lunga data. Approfittando di una disponibilità non comune lo abbiamo intervistato a lungo e quella che segue è la sintesi del nostro incontro.

 

Direttore buongiorno, innanzitutto grazie per l’ospitalità. Ci vuoi raccontare un po’ di questa Tennis Training School?
La Tennis Training School è innanzitutto una scuola tennis che poi è anche circolo. Rispetto a come in genere sono strutturati gli altri club, la nostra può essere definita essenzialmente una scuola – di tennis ma non solo – con una appendice sociale, i soci che giocano. La predominanza è, appunto, la scuola e la nostra missione è insegnare e allenare e ogni nostra risorsa a disposizione è quindi finalizzata a quello. La nostra location è quella di Villa Candida che è stata inaugurata nel 1982 e ha sempre avuto un percorso proprio caratterizzato da una scuola tennis classica; noi come Tennis Training School, invece, abbiamo preso il via da zero, o quasi, solo nel 2007. Io, Fabio Gorietti e Alessio Torresi abbiamo ereditato la situazione precedente con soli otto bambini e da lì ci siamo chiesti se fosse possibile fare qualcosa di innovativo qui in Umbria. La storia di Villa Candida è quella di una ventina di appassionati di tennis che all’epoca rilevarono una villa abbandonata con del terreno intorno e vi crearono un club. Con un lavoro porta a porta hanno cercato i soci che poi sono diventati anche azionisti. Per 10-15 anni il club è quindi andato avanti col volontariato degli stessi azionisti poi la proprietà ne ha dato in gestione le strutture a delle associazioni. Ora c’è la Tennis Training School che, ripeto, sostanzialmente svolge una funzione di insegnamento.

Prima scuola d’Italia 2016 nella classifica stilata dalla federazione. Cosa significa?
Un grande orgoglio. Siamo stati giudicati migliori d’Italia perché ci sono, tra i criteri di assegnazione, dei parametri oggettivi legati sia all’attività individuale dei ragazzi che delle squadre. Ogni ragazzo che si allena qui da noi porta un certo punteggio, poi c’è l’attività dei professionisti a portare anch’essa un punteggio. E così via. Comunque non è stata una sorpresa. L’anno scorso siamo già arrivati secondi dietro al Parioli e per una scuola giovane come la nostra – a Foligno, in Umbria che è una regione di soli ottocentomila abitanti come un solo quartiere di Roma – era già un risultato eccezionale. Essere primi, però, ha significato trovare il nostro nome sulle locandine dei giornali in edicola e finalmente anche la città Foligno si è accorta di noi, di cosa facciamo, della nostra portata. Sembra paradossale ma, se gli addetti ai lavori di tutta Italia già da tempo ci conoscevano e riconoscevano la bontà del nostro operato, era proprio nella nostra città che difettavamo di popolarità ma ora con questo riconoscimento abbiamo colmato questa lacuna. Il Comune, proprio di recente, nella persona del Sindaco ed alla presenza del presidente regionale del CONI e di tutti i nostri ragazzi, ci ha premiato consegnandoci il gonfalone con riprodotto il simbolo di Foligno. Hanno speso parole molto belle che ci hanno fatto enormemente piacere.

Sempre a proposito di visibilità, una mia curiosità. Perché la scelta di rinunciare a priori alla possibilità di creare qui a Foligno una squadra per disputare i campionati nazionali? Non sarebbe un traino prezioso per la vostra immagine?
L’obiettivo dichiarato, come ti dicevo, è quello di allenare perché noi siamo una scuola. La strada è quella dell’alleniamo ma non tesseriamo. Certamente una squadra che disputi la seria A, o la serie B, sarebbe per noi un plus di visibilità ma il mio pensiero a riguardo è che per un socio, un ragazzo che gioca qui da noi o un bambino che inizia un percorso, sia più formativo vedere un Luca Vanni, per esempio, che si alleni qui tutti i giorni. Ammirarne il comportamento, la serietà e la professionalità giorno dopo giorno piuttosto che vederlo scendere in campo sporadicamente giusto qualche week-end all’anno e solo in occasione dei campionati. Siamo come una struttura  matrioska: i ragazzi più grandi osservano e carpiscono i segreti dai professionisti e a loro volta sono presi ad esempio da i più piccoli che si affacciano al tennis. Così si forma un effetto traino benefico per la scuola.

Com’è il vostro rapporto con la Federazione?
Da tre anni siamo anche centro federale (precisamente un Centro Tecnico Permanente, ndr) perché la federazione per l’allenamento dei migliori Under 17, nell’ottica di decentrare l’attività di Tirrenia allargando la base del movimento, ha scelto quattro posti in Italia che sono Bari, Palazzolo sull’Oglio, Vicenza e, appunto, Foligno. Nel nostro caso lo ha fatto probabilmente per la centralità geografica e, soprattutto, perché alle spalle c’è un movimento consolidato di tecnici e giocatori, anche professionisti. Il nostro centro pertanto vive di continue sinergie con il nucleo della federazione. I rapporti sono quindi sempre ottimi intanto perché come ti dicevo poc’anzi ci hanno scelto come sede e di questo non possiamo che essere orgogliosi. Ti faccio un altro esempio. Alessio Torresi, un nostro socio fondatore, da quest’anno è stato assunto proprio dalla federazione e qui ha la sede del Centro Periferico di Allenamento che segue l’attività regionale dei ragazzi di età compresa tra 11 e 15 anni. Torresi, quindi, durante i week end organizza i raduni qui da noi per conto della federazione e così tiene sotto controllo la crescita una cerchia di ragazzini di massimo interesse.

Mi rendo conto sia difficile pensare a come migliorarsi quando si sono raggiunti i vostri livelli di eccellenza. Tuttavia se dovessi fissare un obiettivo per il 2017 cosa sceglieresti?
Il nostro obiettivo è intanto quello di mantenerci su questi livelli e poi di ampliare, in accordo con la proprietà, ulteriormente la struttura. C’è già un progetto in atto e che stiamo ultimando con un amico architetto che prevede la formazione di altri quattro campi in cemento e di creare una foresteria interna alla struttura. Ci auguriamo con ciò di far lavorare meglio sia i ragazzi che i maestri e, perché no, di dare qualche spazio in più ai nostri soci che attualmente non hanno a disposizione tantissime ore di gioco. Mi parli di sponsor? Quali sponsor? Anzi se ne hai ne tu qualcuno da suggerirmi lo annoto volentieri (ride). Sono periodi tutt’altro che floridi anche se limitatamente al tennis non è un brutto momento in quanto a popolarità. Rispetto alla mole di lavoro che svolgiamo abbiamo pochissimi aiuti, qualcosa solo grazie alla generosità di qualche amico. Come scuola abbiamo in atto piccole collaborazioni ma ci auguriamo che per il futuro qualche azienda possa farsi avanti.

Ho avuto il piacere di conoscerli di persona e di vederli allenare. Cosa mi dici dei tuoi professionisti, fiore all’occhiello della Tennis Training School?
Stupendi, con tutti. Nemmeno sembra che siano stati e siano giocatori tra i primi e più bravi al mondo. Sono persone squisite e di grande disponibilità con i ragazzi più giovani. Guarda, ho dietro di te che scorre in televisione l’immagine del calcio, penso che un giocatore di Serie B, tra virgolette, se la tiri molto di più di un tennista che può essere il numero cento al mondo (ride). Gli addetti ai lavori lo sanno bene ma forse il tifoso non conosce appieno la differenza tra i sacrifici che compie un tennista rispetto a quelli, per esempio, di un calciatore ed è forse questa fatica quotidiana che li rende così disponibili, così umili. Non vivo ogni giorno la realtà del calciatore ma mi è capitato in più circostanze di poterlo constatare di persona. Tornando alla scuola, la nostra è una grande famiglia della quale fanno parte dai figli maggiori – i nostri Pro – fino ad arrivare ai nipotini che si approcciano con il tennis. Sono tutti preziosi allo stesso modo e non bisogna mai trascurare nessuno. La storia di Luca (Vanni, ndr) lo dimostra, a 16 anni era solo un quarta categoria eppure col tempo ha ottenuto i risultati che sappiamo.

A proposito di ragazzini, quanto è difficile per le famiglie sostenere le spese connesse all’attività del figlio? E più in generale, c’è nel mondo del tennis un problema irrisolto legato a costi e ricavi?
Il tennis, non è una novità, è uno sport costoso. Non è solo l’allenamento a pesare sul bilancio, ci sono i tornei, le trasferte. Anche i più piccoli adesso sono in giro per l’Europa. L’attività è impegnativa, in base a quanto la famiglia può investire si può creare un percorso ad hoc per il ragazzo. Ultimamente c’è da dire  che la federazione – che non può ovviamente aiutare tutti – i ragazzini di un certo livello prova a supportarli nelle spese. Ma i costi sono alti. Più che a livello nazionale, a livello internazionale si dovrebbe anche trovare un sistema di premiare di più, e meglio, i giocatori che gravitano fuori dai primi 200-300 al mondo. E qui veniamo alla questione montepremi che lontano dai grandi palcoscenici andrebbe a mio parere risolta. Io sono per la meritocrazia, ci mancherebbe, ma sarebbe forse opportuno mettere un limite ai guadagni dei più forti, la questione morale è proprio questa. Uno guadagna uno, due, dieci milioni di euro e poi basta, dai, quanto vuoi guadagnare? Se si mettesse questo tetto, contemporaneamente si potrebbe destinare di più per la seconda fascia di tennisti. Non è possibile che un atleta che vinca un Challenger, che è comunque torneo di alto livello, si porti a casa seimila euro lordi. Non va bene. Secondo me questi giocatori che non sono tra i primissimi dovrebbero essere maggiormente incentivati a continuare nella loro attività e con ciò ne beneficerebbe tutto il movimento. Anche se non so se realmente ci sia questo interesse ad ampliare la base perché, come nel calcio gli ascolti li fa la Champions League e non la Lega Pro, l’interesse ruota tutto intorno alle principali competizioni.

Capitolo finale: ringraziamenti di rito. Carta bianca…
Per cominciare ringrazio tutti i maestri, a partire da Fabio (Gorietti, ndr) in giù. Il lavoro del maestro è prezioso, una passione senza la quale non potrebbe essere svolto 365 giorni all’anno, feste incluse come hai potuto constatare in questi giorni. Poi ringrazio i professionisti che danno l’esempio e che spiegano con i fatti cosa significhi essere un giocatore e, ovviamente, ringrazio la proprietà che ci supporta e ci ha promesso ulteriori aiuti. Ecco, mi viene in mente una cosa che non si fa quasi mai. Spesso non si ringraziano a sufficienza i genitori che sono fondamentali. Mi spiego. In uno sport individuale come il tennis se non ci fossero i genitori sarebbe dura perché, per esempio, ogni ragazzino gioca circa 60 partite l’anno e non sempre può essere seguito direttamente dai maestri e quindi subentrano mamma e papà. Un grazie sentito va dunque ai genitori, disposti a modificare il proprio stile di vita pur di assecondare la grande passione del figlio.

Dopo aver assistito alla sessione mattutina di allenamento, abbiamo più o meno casualmente intercettato – sempre a proposito di disponibilità – Thomas Fabbiano e Luca Vanni.

Thomas, ti rubo solo un minuto. Dimmi quel che ti va sulla Tennis Training School…
Sono arrivato qui ormai quattro anni fa e dal primo momento ho subito trovato l’ambiente giusto, il migliore d’Italia in questo momento, per potermi allenare. La parola più adatta per la nostra scuola è a mio avviso qualità. Il giusto numero di campi e di maestri, tutti preparati e che vanno nella stessa direzione. A Foligno si vive bene. Mi manca la Puglia soprattutto per il clima perché il freddo non è tra le cose che preferisco, ma qui posso sopperire alle mancanze che ci sono dalle mie parti. Il punto forte della nostra scuola è la capacità di migliorarsi di continuo grazie ai piccoli investimenti che ogni anno si fanno. Mi chiedi se chiudo qui la carriera? Può succedere (ride). Per ora ci sono le condizioni migliori per continuare a lavorare.

Chiudiamo con te, Lucone. Stessa cosa, una battuta sulla scuola la vuoi fare?
Non voglio dire la solita ovvietà preconfezionata ad uso giornalistico ma davvero la prima cosa che mi viene da dirti pensando alla nostra scuola e quel che rappresenta è il concetto di famiglia. Qui siamo tutti dei seri professionisti – penso (ride) – chi più bravo e chi meno bravo, ma quello che conta è che ci consideriamo e siamo considerati tutti allo stesso modo, dal primo all’ultimo. É la verità, la cosa che mi viene dal cuore se parlo della mia esperienza nella Training Tennis School è proprio questa.

Per finire, un doveroso ringraziamento va a Roberto Fabbiano che si è adoperato nell’organizzazione della giornata.

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Il tennis del futuro: e se Kyrgios o Paire si ‘stampassero’ la racchetta in 3D da soli?

Tra personalizzazione e universalizzazione: breve excursus nell’evoluzione dei materiali per racchette: i tempi della Wilson T2000 di Jimmy Connors sono ormai lontani…

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Nick Kyrgios - Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

Conclusa la nostra prima serie di articoli sui dati nel tennis (ma non temete: ne sentirete ancora parlare su Ubitennis!), il sabato rimane in qualche modo la nostra finestra sul futuro. E proprio di ‘tennis del futuro‘ parliamo quest’oggi. In particolar modo di racchette del futuro.

Il video illustra l’evoluzione delle racchette dal 1870 al 2020, sintetizzando uno studio pubblicato nell’ottobre del 2019, e dà evidenza visuale di una ricerca correlata alla precedente – la quale ha dimostrato che un giocatore odierno potrebbe servire la palla circa il 17,5% più velocemente usando una racchetta moderna rispetto a quelle usate dai primi giocatori negli anni ’70 dell’Ottocento (l’articolo originale è disponibile al seguente link). In particolare, sono interessanti i due ultimi grafici, visibili alla fine, che illustrano rispettivamente la distribuzione per decade:

  • Delle percentuali di racchette costruite con materiali diversi, con il numero in cima ai rettangoli che rappresenta il numero di costruttori
Distribuzione per decade di numero di costruttori e percentuale di racchette per materiali di costruzione
  • Della ripartizione delle lunghezze medie del manico, della gola e della testa della racchetta, con il centro della massa abbastanza stabile nel tempo

Dai grafici si evince come il passaggio dal dilettantismo o shamateurism all’Era Open avvenuto nel 1968, ma poi affermatosi definitivamente tra gli anni ‘70 e ‘80, sia risultato un momento chiave al fine di favorire l’innovazione in termini di materiali, segnando il passaggio dal legno ai materiali compositi come grafite, alluminio, acciaio, metallo a combinazioni tra gli stessi. La maggiore libertà di progettazione offerta dai materiali compositi è stata dimostrata con l’introduzione di racchette “widebody“, come la Profile di Wilson, alla fine degli anni ‘80. Le racchette “widebody” hanno sezioni trasversali più grandi attorno al centro del telaio rispetto al manico e alla punta, di modo da dare maggiore rigidità nella regione di massima flessione.

 

La maggiore rigidità delle racchette costruite con materiali compositi significa che perdono meno energia a causa delle vibrazioni all’impatto, così il giocatore può colpire la palla più velocemente. Esiste tuttavia un aumento del rischio di lesioni dovute a uno stress del braccio causato dall’uso intensivo di una racchetta ad alta rigidità con una testa grande.

Molto probabilmente esiste una racchetta ottimale per ogni giocatore, piuttosto che una soluzione adatta a tutti, e le preferenze dei giocatori hanno un ruolo importante. È probabile che le tecniche di personalizzazione e il monitoraggio dei giocatori tramite sensori e sistemi di videocamere giochino un ruolo importante nel futuro della progettazione delle racchette da tennis. I produttori di racchette potrebbero poi esplorare materiali più sostenibili, come i compositi di fibre naturali e riciclate, e tecniche di produzione più automatizzate come la produzione additiva. Il tema è stato oggetto di una mostra all’Australian Open del 2020 ed è stato vincolato all’evoluzione del design della racchetta.

COSA CAMBIA CON LE STAMPANTI 3D?

Ci si chiede ora se l’avvento delle stampanti 3D possa costituire un ulteriore incentivo all’evoluzione dell’attrezzo tennistico all’insegna della personalizzazione, dato che tutto sommato il “know-how” necessario per la costruzione di una racchetta risulta abbastanza stabilizzato nel tempo. 

Nel 2013 aveva suscitato un certo clamore la presentazione di un prototipo di racchetta, fatta da CRP, società leader nello sviluppo di materiali per la manifattura avanzata, che aveva messo a disposizione le proprie conoscenze a due studenti dell’Accademia di belle arti di Rimini, Mario Coppola e Salvatore Gallo, così come aveva riportato il Corriere. Il prototipo, stampato in 3D, era stato concepito scorporando la racchetta nelle sue tre parti fondamentali: il manico, la gola e la testa, studiando per ognuna delle varianti strutturali che non alterassero l’omogeneità dell’intera scocca e l’equilibrio tra i diversi componenti. Grazie alle stampanti professionali presenti nel reparto di fabbricazione additiva fu possibile creare la racchetta come parte monolitica. In particolar modo, l’oggetto era stato realizzato con il miglior materiale disponibile, Windform XT 2.0, per conferire la massima affidabilità e performance.


Racchetta realizzata da CRT in Windform 2.0 (nov 2014): sembra quasi l’arma di un personaggio di Tolkien!

Molto più interessante è invece quanto proposto da due aziende britanniche che sono Oglemodels, e Skywide, le quali hanno prodotto un manico completamente personalizzabile e con peso bilanciato che consente agli appassionati giocatori di tennis di godere dei vantaggi di una racchetta completamente su misura per portare il loro gioco al livello successivo. La richiesta fatta alle due aziende proveniva direttamente dallo specialista di personalizzazioni di racchette da tennis, Unstrung Customs, che desiderava un metodo nuovo e innovativo, lontano dallo stampaggio tradizionale, per adattare le dimensioni dell’impugnatura della racchetta. L’obiettivo era accelerare il processo di fornitura e fornire una presa di precisione per il giocatore. La sinterizzazione laser selettiva (SLS) era il più praticabile dei processi di stampa 3D per raggiungere obiettivi in ​​termini di robustezza e peso, pur mantenendo l’accuratezza del design. Inoltre, se un giocatore richiede più di un manico, SLS risulta essere un processo conveniente per la produzione di piccoli lotti di diverse varianti contemporaneamente o multipli delle stesse.


Foto concesse gentilmente da Oglemodels e Unstrung Customs

In conclusione, si ritiene possibile utilizzare stampanti 3D al fine di creare racchette con programmi CAD, ma bisogna capire se e quanto un know-how pubblico possa abbattere i prezzi di mercato, consentendo l’auspicata personalizzazione dell’attrezzo. Ad oggi sembra invece che queste nuove tecniche di produzione industriale favoriscano la creazione di attrezzi ad personam, ma con un aumento ragionevole dei costi sostenuti dall’utente finale – specialmente se padroneggiate da aziende dedite a servizi di “regolazione fine” specializzate su certe parti della racchetta come il manico o la testa.

Potenzialmente, la diffusione massiva delle stampanti 3D e lo sfruttamento di know-how pubblici (fondamentalmente specifiche tecniche plasmate in files CAD) potrebbe abbattere i costi di design, riducendo i costi di fabbricazione all’acquisto dei soli materiali, sempre che questi strumenti siano utilizzabili presso laboratori pubblici o semi-pubblici. Agendo in questo modo, l’obiettivo non sarebbe più tanto la personalizzazione dell’attrezzo tennistico ma la sua universalizzazione. Infatti, un simile approccio, alternativo ma non concorrente a quello di benefattori (come fondazioni o enti istituzionali) che incentivano la pratica del tennis in continenti molto poveri, risulterebbe più capillare e meno dipendente da interventi filantropici – che tendenzialmente si concentrano nelle zone più popolose. Perché se è abbastanza facile per un bambino a qualsiasi latitudine tirare un calcio a una palla, lo è meno impugnare una racchetta da tennis. E con la possibilità di ‘stamparsi’ la racchetta da soli, potrebbe essere un po’ più facile.

Articolo a cura di Andrea Canella

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ATP

L’ATP annuncia nuove modifiche al calendario: si gioca a Singapore e Marbella

Ufficializzati due nuovi tornei, a Singapore (22-28 febbraio) e Marbella (5-11 aprile). Il torneo di Budapest si sposta a Belgrado, mentre Houston viene cancellato

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Come già nella passata stagione, anche nel 2021 il calendario del tennis sarà suscettibile di varie modifiche e aggiunte in corso d’opera in modo da far fronte all’emergenza coronavirus, garantendo al tempo stesso un adeguato numero di eventi. L’ATP ha dunque annunciato l’inserimento di due nuovi tornei, cui è stata concessa una licenza della validità di un anno. Il primo si disputerà sul cemento indoor di Singapore nella settimana successiva all’Australian Open (22-28 febbraio), mentre il secondo avrà luogo a Marbella, in Spagna, dal 5 all’11 aprile e la superficie prescelta sarà la terra rossa.

Per dare ai tennisti maggiori possibilità di giocare e guadagnare, l’ATP ha inoltre aumentato le dimensioni dei tabelloni di alcuni tornei. il caso del torneo di Dubai il cui tabellone principale passerà da 32 a 48 giocatori, mentre quello delle qualificazioni verrà allargato da 16 a 24. Anche i tornei di Acapulco, Cordoba e Santiago del Chile disporranno di tabelloni allargati da 16 a 32 giocatori per le qualificazioni.

Altre misure di aggiornamento del calendario prevedono lo spostamento del torneo di Budapest a Belgrado (19-25 aprile) e la cancellazione dello storico U.S. Men’s Clay Court Championship di Houston (unico torneo nordamericano su terra) inizialmente programmato per la settimana del 5 aprile. Alla data attuale, tutti gli altri eventi presenti nel calendario ufficiale non subiscono variazioni.

 

L’ATP ha inoltre annunciato di essere disponibile a concedere altre licenze temporanee (valide per il solo 2021) in modo da riempire eventuali vuoti nel calendario.

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Australian Open

Craig Tiley: “È normale che i migliori al mondo ottengano un trattamento migliore”

Fanno scalpore le ultime dichiarazioni del direttore dell’Australian Open. Secondo il suo punto di vista i vantaggi logistici in favore dei top player in quarantena ad Adelaide (anziché a Melbourne) sarebbero giustificati

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Novak Djokovic e Rafa Nadal - Rally for relief, Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

Le settimane di avvicinamento all’Australian Open 2020 sono senza dubbio le più caotiche nella storia del torneo. Dai problemi legati alla pandemia (72 giocatori non possono allenarsi perché ritenuti tra i “contatti stretti” delle persone con cui hanno volato, poi risultate positive) si passa alle polemiche verso la “quarantena differenziata” di Adelaide. Infatti anziché arrivare a Melbourne, tre giocatori e tre giocatrici, con rispettivi team e compagni di allenamento designati, staranno ad Adelaide. Il motivo principale? A quanto pare era necessario alleggerire il grande gruppo di oltre 1200 persone arrivato a Melbourne, per cui una cinquantina di queste è stata collocata ad Adelaide. Ma agli occhi dei colleghi di Djokovic, Nadal, Thiem, Osaka, Serena Williams e Halep sembra proprio una corsia preferenziale in favore dei “migliori della classe”.

Ancora nessun giocatore è uscito allo scoperto denunciando evidenti disparità di trattamento e favoritismi. Tuttavia negli ultimi giorni sono apparsi molteplici post di Yulia Putintseva su Twitter mentre riprende i topi che le fanno compagnia nella sua camera d’albergo ai quali si aggiungono le lamentele sul cibo postate da molti su Instagram. Nei giorni scorsi Novak Djokovic, informato dai suoi colleghi sulla situazione di Melbourne, ha messo assieme un insieme di suggerimenti/richieste per migliorare le condizioni di coloro che non potranno nemmeno uscire dalla camera d’albergo. Solo quelle riguardanti buoni pasto e attrezzatura per gli allenamenti in camera. Le restanti sono state, come prevedibile, respinte. Wawrinka ha lanciato comunque una frecciatina. Rispondendo su Twitter alla lettera contenente le proposte ha commentato: “Da Adelaide? Ahahaha”. Come dire: “Facile parlare da quella suite…”

Certo, nessuno è stato sbattuto in un motel da quattro soldi senza riscaldamento ed elettricità (e ci mancherebbe), ma i “quarantenati” a Melbourne avranno certamente pensato alle differenze rispetto alle suite extra-lusso riservate ai colleghi che alloggiano ad Adelaide. Tra essi, ricordiamo, ci sono anche Jannik Sinner (che si allena assieme a Rafa Nadal) e il suo coach, Riccardo Piatti, entrambi entusiasti dell’organizzazione australiana, ça va sans dire.

A far discutere sono però le parole della massima autorità tennistica d’Oceania, ovvero Craig Tiley, direttore dello Slam, ma anche CEO di Tennis Australia. “I top player ad Adelaide vivono in migliori condizioni, hanno anche un balcone” ha dichiarato, aggiungendo anche che diversi membri del team di ogni giocatore possono recarsi ai campi per gli allenamenti quotidiani. A Melbourne invece, solo un componente del team può seguire il giocatore ai campi. Secondo Tiley queste differenze sono nell’ordine naturale delle cose: Penso che tutto questo venga percepito come trattamento preferenziale. Ma sono i migliori giocatori al mondo. È stato un vantaggio per noi avere uno spazio addizionale per la quarantena ed è una grande opportunità che Adelaide merita”. Ricordiamo infatti che ci sarà una grande esibizione il 29 e il 30 gennaio con i sei top player presenti in città.

“La mia regola in generale è che se sei al top nel tuo sport, come lo è un campione Slam, avrai un trattamento migliore: è naturale ha concluso. Ha comunque negato che le condizioni dei giocatori di stanza a Melbourne siano tanto diverse rispetto a quelle di Adelaide: “Non è dissimile. Ad Adelaide c’è una palestra e i giocatori hanno gli attrezzi per allenarsi in camera. È stato riportato che ci sono palestre anche all’interno dell’hotel, ma non è vero. Non farà certamente piacere leggere queste dichiarazioni a chi, stando a Melbourne, oltre a non avere i vantaggi logistici di Adelaide magari deve anche stare chiuso in camera per quei casi di positività tra i passeggeri dei voli charter. Dichiarazioni che vanno a sbattere però con quelle di Victoria Azarenka, che ha accettato di buon grado la quarantena e ha richiamato tutti i suoi colleghi e i media all’unità, alla sensibilità e alla cooperazione. Perché “nessuno ha le istruzioni su come agire senza sbavature”, ha dichiarato.

Dal punto di vista di Tiley, è chiaro che il trasferimento di quei sei giocatori in un’altra sede sia avvenuto in parte per non congestionare la macchina organizzativa di Melbourne, ma anche per non creare nemmeno il minimo disagio ai pezzi forti del torneo. Con l’assenza di Roger Federer, avere i top player nelle migliori condizioni possibili per arrivare in fondo, nonostante i rigidi protocolli anti-Covid, diventa fondamentale. Ha agito nell’interesse della manifestazione. Ma ora la sua figura verrà vista sotto una luce sbagliata, avendo giustificato un palese trattamento preferenziale. È quanto di più sbagliato se si sa quanto sia complicato per i giocatori (tutti i giocatori), con la pandemia di mezzo, prepararsi psicologicamente, oltre che fisicamente, a un appuntamento tanto importante.

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