Miami, Konta: "Sono cresciuta con pazienza e determinazione"

Interviste

Miami, Konta: “Sono cresciuta con pazienza e determinazione”

WTA Miami, finale: [10] J. Konta b. [12] K. Wozniacki 6-4 6-3. L’intervista del dopo partita a Johanna Konta

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Congratulazioni. Come ci si sente ad essere la regina del Miami Open?
Credo si tratti di immergercisi dentro. Ora come ora sono impegnata a fare tante cose e quindi un po’ riesco a superare le emozioni. Mi ci crogiolerò quando rientrerò in albergo, mi divertirò con il mio team e mangerò del buon cibo

Sei considerata una delle giovani giocatrici più riflessive e intelligenti del circuito eppure ti ci è voluto del tempo prima di sfondare, il che è un po’ contraddittorio. Hai anche dichiarato a Brad Gilbert che ognuno ha il suo viaggio. Puoi dirci qualcosa del tuo viaggio?
Non sono certa che sia una contraddizione. Il mio viaggio è stato semplicemente diverso da quello di chiunque altro, così come ogni persona è diversa da un’altra. Per me è stata una questione di pazienza, tempo e determinazione per poter rimanere coerente con il mio processo di crescita, il mio programma di lavoro.

Ma forse eri troppo cerebrale? Avevi troppe qualità e dovevi rendertene conto? Era più una questione di maturità e di trovare il tuo gioco?
Credo fosse probabilmente una combinazione di tutte queste cose e di maturità. Dovevo fare determinate esperienze di vita dentro e fuori dal campo per fare di me stessa la giocatrice che sono e la persona che sono lontana dai campi di gioco. Molte cose vanno di pari passo quando si parla di sport. Non è solo un lavoro. È la tua vita. Il tuo modo di vivere. Devi crescere in tante diverse cose affinché tutto ciò poi si trasmetta anche in campo.

 

Parlaci delle tue origini. Genitori ungheresi, cresciuta in Australia e poi diventata cittadina britannica da ragazzina. Scelte fatte per il tennis? Oppure per via della famiglia?
Scelte dettate dalla vita. Nulla di pianificato. È successo naturalmente. Sono nata in Australia e nel 2005 ci siamo trasferiti in Gran Bretagna. Io per la verità iniziai ad allenarmi in Spagna ed i miei genitori andarono in Inghilterra. Il piano iniziale era che loro mi raggiungessero in Spagna, ma poi le cose cambiarono e fui io ad andare nel Regno Unito e a stabilirmi lì con loro. Fu un fatto naturale che diventassi cittadina britannica. Ci sono voluti circa sei o sette anni. Dove sono i giornalisti inglesi? Voi dovreste sapere quanto ci è voluto, ci siete stati lungo il mio viaggio. Dite che sono cinque anni? Ok. Voi c’eravate dall’inizio, quindi… Quella è la mia casa. Sì. Io sono britannica.

Due domande. La prima è quanto sia stato importante iniziare la partita in quel modo. Sei nella finale più importante che hai mai disputato e subito ti prendi un break di vantaggio. La seconda è che durante la cerimonia dalle inquadrature della telecamera sei sembrata profondamente immersa nei tuoi pensieri, come fossi in contemplazione. Ma forse no. Cosa passava per la tua mente in quell’attimo?
Per quanto concerne la prima domanda, per giocare contro una tennista come Caroline che è una grandissima atleta e può restare in campo per tutto il tempo che ci vuole, era necessario che io da subito imponessi il mio stile di gioco, affinché fosse chiaro nella mia mente il piano strategico e mi garantissi la possibilità di eseguirlo come volevo. Per quanto riguarda la seconda domanda, in realtà non pensavo a niente. Ero seduta e fissavo lo spazio. Subito dopo sono successe così tante cose che sembrava di essere in un vortice. Davvero, non mi passava niente per la testa (ride).

Nel mondo reale 25 anni sono pochi. Nel tennis però, si inizia così presto, soprattutto in campo femminile. Cosa ti ha sostenuto quando avevi 18-19-20-21-22 anni e non riuscivi a raggiungere grandi traguardi? Cosa ti ha fatto continuare per poi arrivare a questo punto?
Nella generazione precedente la mia e sino a qualche anno fa, le tenniste erano molto più giovani di sicuro. Penso che la crescita del tennis sotto il profilo fisico abbia rallentato il processo. Non direi che sono la più vecchia del circuito, anche se mi state facendo sentire così (ride). In fondo, non ero una cattiva giocatrice prima. Per molte persone raggiungere le prime 150, 200, 250 posizioni del mondo è un risultato incredibile e qualcosa di cui possono vantarsi, dicendo che erano tra le prime 150 al mondo in qualche cosa. Non molti possono dire la stessa cosa nel lavoro che fanno. Per questo ero già orgogliosa di ciò che avevo fatto prima. Anche da junior non ero male. Ero il numero 11 nel mondo. Non è un’anomalia. Ho continuato a fare ciò che amo, lavorare sodo. Ho avuto la fortuna di riuscire ad avere attorno a me gente molto in gamba nel corso degli anni. Più imparavo da loro, dalla loro saggezza e competenza, più ero in grado di reinvestire tutto ciò nelle partite che disputavo in maniera consistente. Questo è in parte il motivo per cui sono qui oggi.

Nella tua mente ci saranno i titoli del Grande Slam ora?
Credo di avere sempre avuto la convinzione di diventare campionessa di uno slam e la migliore al mondo. Ritengo che sia una convinzione comune a tutte le giocatrici. Senza di essa non potresti sentire le vittorie così dolci e le sconfitte così motivanti. Poi, per me si tratta di continuare a lavorare e non rendere le cose complicate. Voglio solo lavorare e tirar fuori il meglio da me stessa. Dovunque ciò mi porterà, sarà dove arriverò, ma confido che quando appenderò la racchetta al chiodo potrò dire di aver massimizzato le mie capacità e tutto ciò che ho dentro. Tutto, sì.

Hai fatto spesso ricorso al coaching, non solo nella partita odierna, ma in tutto il torneo. Di norma cosa ti dice? Inoltre a tuo avviso quali elementi di miglioramento ha apportato al tuo gioco?
Onestamente, nel corso di questa settimana l’ho consultato molto meno. Credo che nel momento in cui il coach scende in campo, porti con sé un punto di vista interessante e in più ti riassume le cose così come le vede dall’esterno. Come sappiamo, in campo si è molto coinvolti emotivamente in ciò che si fa e a volte si fa fatica a vedere con chiarezza le situazioni come invece dall’esterno. Per me è anche importante che mi faccia ridere e sorridere e riesca a tenere tutto nella giusta prospettiva assicurandosi che io mi stia divertendo.

Quale è stato per te il momento chiave della partita? Ritieni che questo successo costituisca un grande momento per il tennis in Gran Bretagna?
Non ritengo francamente che  ci sia stato alcun momento chiave nell’incontro, sino alla sua conclusione. Ho cercato di non perdere l’attimo, rimanere nel match tutto il tempo necessario e divertirmi. Anche dopo che il match si è concluso mi aspettavo di dover fare altri punti! Spero infine che la trasmissione dell’incontro sia stata ottima a casa. “Ragazzi, avete fatto un buon lavoro?” (risate). Me lo auguro. Perché se lo è stata, sarà per noi una gran bella cosa. Promuoverà il tennis e, spero, spingerà più gente a giocare.

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Tsitsipas, retromarcia su Rublev: “Sono stato ingiusto, Andrey ha una grande varietà di armi”

Tre settimane dopo le dichiarazioni sulla povertà di mezzi di Rublev, Stefanos Tsitsipas si dice dispiaciuto e spiega il perché di quelle parole

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Stefanos Tsitsipas - Astana 2022 (Instagram @atptour)
Stefanos Tsitsipas - Astana 2022 (Instagram @atptour)

Stefanos Tsitsipas aveva lasciato le ATP Finals alla sua maniera, vale a dire con una di quelle dichiarazioni normalmente da evitare in nome della sportività e che certo non contribuiscono ad attirare le simpatie dei più. Parlando di Andrey Rublev, l’avversario che lo aveva appena sconfitto mettendo anticipatamente fine alla sua corsa verso secondo titolo di Maestro, Tsitsipas aveva detto: È un peccato, mi sento il giocatore migliore. Non credo di dover dirlo, mi sembra abbastanza ovvio. Ma, sì, lui ha prevalso con i pochi mezzi a sua disposizione”.

Una frase poco carina, nonostante sembri innegabile che il greco abbia la capacità di perdere un match in più modi rispetto a Rublev. A mente fredda, Stefanos pare dispiaciuto di quelle affermazioni e così, in un’intervista al quotidiano di Riad Arab News in vista della sua partecipazione alla Diriyah Tennis Cup, corregge il tiro e fornisce una spiegazione per quella sua uscita non troppo felice.

“Quanto ho detto in quella conferenza stampa su Rublev è stato molto ingiusto nei suoi confronti e poco corretto. La vedevo da un punto di vista differente: volevo farlo arrabbiare in vista del suo match successivo [la semifinale contro Casper Ruud] in modo da farlo giocare anche meglio. Inutile spiegarne i motivi perché era piuttosto ovvia la mia situazione”.

 

Tsitsipas era numero 3 del mondo, ma l’eventuale vittoria di Ruud su Rublev avrebbe significato il sorpasso norvegese e la conseguente estromissione dal podio. Che appunto c’è stato, anche perché Andrey ha praticamente smesso di giocare dal 4 pari del primo set, arrabbiato, furibondo, come lo voleva Tsitsipas ma non “come” lo avrebbe voluto.

“Desideravo davvero che Andrey vincesse quel match e la mia tattica è stata di gettare un po’ di benzina sul fuoco per renderlo più affamato e concentrato” continua la sua razionale spiegazione Stef che, non va dimenticato, era arrivato a Torino con la possibilità, alzando il trofeo da imbattuto, di diventare numero 1 del mondo. È anche comprensibile che vengano in mente piani che ad altri possono apparire contorti una volta buttato il tie-break contro Djokovic e perso la sfida decisiva per la semifinale contro il rosso moscovita dopo aver giocato con le ali ai piedi il primo set mettendosi a litigare con Zeus, cioè Apostolos, e pure con la mamma. Della prestazione di Andrey contro Ruud si è naturalmente accorto anche lo stesso Tsitsipas. “Penso che sia stato sbagliato farlo perché [Rublev] ha dato la sensazione di non essere in grado di giocare. Ho visto il match, non penso che abbia giocato bene come mi sarei aspettato. La sua vittoria era l’unico modo per me di finire l’anno in top 3. Ci ho scherzato un po’ cercando di usare al meglio le mie possibilità, ma la cosa migliore sarebbe stata vincere il mio incontro”.

In ogni caso, quella tra Stefanos e Andrey ha già tutti i crismi si un’ottima rivalità che si sta assestando su tre confronti a stagione, con il ventiquattrenne di Atene avanti 6-5 secondo l’ATP. Un bilancio che potrebbe anche essere letto in pareggio o addirittura invertito, togliendo dal piatto il torneo con i set ai quattro e senza vantaggi e aggiungendo un duello Challenger.

“Andrey è un giocatore eccellente” dice ancora Tsitsipas. “Ha una grande varietà di armi che usa estremamente bene in campo. Colpisce la palla davvero forte, una specie di Marat Safin della nuova generazione. É uno dei più disciplinati, è divertente, un’anima bella e gli piace prendersi in giro. Alla fine, “sì, mi dispiace aver detto quelle parole, mi faceva male essere stato eliminato e ho cercato di liberarmi dell’energia negativa, ma non è stato il modo giusto di farlo”.

I due saranno tra i protagonisti dell’esibizione saudita dall’8 al 10 dicembre che vedrà all’opera anche Matteo Berrettini, quindi ci sarà l’occasione di un incontro almeno fuori dal campo. “Mi piacerebbe scusarmi con lui. Quello che avevo detto non è ciò che penso”.

In definitiva, anche Tsitsipas sa dire le cose giuste e riconoscere i propri errori. Questo, va da sé, non significa che in futuro non saprà fornire altro materiale off-court su cui scrivere mentre tenterà di limitare offese gratuite ai colleghi senza perdere l’indispensabile dose di arroganza. Come del resto Rublev che, dopo la bella vittoria su Medvedev alle ATP Finals, ha rivelato di essere al lavoro sul proprio comportamento, salvo poi, contro Ruud, percuotere con più efficacia sé stesso della palla. Insomma, un ulteriore obiettivo per entrambi che aggiunge un nuovo livello alla loro rivalità.

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ATP

Lorenzo Sonego: “Non mi piace chi vince sempre, io preferisco lottare e soffrire”

“Io e il Toro amiamo le sfide impossibili, come in Coppa Davis. “. In una lunga intervista al quotidiano La Repubblica di Torino, Lorenzo Sonego racconta le sue abitudini e gli obiettivi per l’anno prossimo

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Lorenzo Sonego - Coppa Davis 2022 (foto Roberto dell'Olivo)
Lorenzo Sonego - Coppa Davis 2022 (foto Roberto dell'Olivo)

Che Lorenzo Sonego sia un ragazzo umile e alla mano l’hanno capito tutti gli appassionati di tennis. Un’ulteriore conferma la si ha leggendo l’intervista rilasciata a Fabrizio Turco, collega che scrive per La Repubblica di Torino. In questa off-season, Lorenzo è nella sua Torino e si allena allo Sporting “perché qui mi sento a casa”.

Per lui che vive a poche centinaia di metri dal circolo, la sveglia è alle 7:30 ogni mattina e poi 4 ore di allenamento in campo e preparazione atletica al mattino e altrettante al pomeriggio, sempre sotto la guida attenta del suo inseparabile coach Gipo Arbino (intervistato in esclusiva pochi giorni fa) che l’ha scoperto e condotto nel mondo dello sport di racchetta quando ancora alternava il tennis al calcio nel Toro.

Classe 1995, Lorenzo non è ancora arrivato al suo meglio “Ho iniziato tardi e non sono mai stato un predestinato”. La passione per il tennis ha affiancato per tanti anni l’amore per il calcio, mai sopito che ancora agita il cuore del giovane torinese Io e il Toro amiamo le sfide impossibili, proprio come in Coppa Davis. Non mi piace chi vince sempre, io preferisco lottare e soffrire, anche sul campo da tennis”.

 

Già, la Coppa Davis. In due giornate straordinarie, Lorenzo è stato l’eroe della spedizione azzurra. Prima la vittoria contro Frances Tiafoe, n. 19 del ranking, poi contro il mancino Denis Shapovalov, n. 18 “Però la partita della vita resta il 6-2 6-1 contro Djokovic, un paio d’anni da a Vienna. L’obiettivo per il 2023 è ritoccare il best ranking, mentre ora resta al n. 45. “Un pensierino alle Finals lo faccio e nel frattempo alzo l’asticella: l’obiettivo per il 2023 è migliorare la mia miglior posizione raggiunta in carriera, la n.21. La Coppa Davis purtroppo non assegna punti in classifica, ma vuoi mettere la soddisfazione?”. E chissà che quel sogno Finals di fine anno non possa concretizzarsi anche in doppio con il suo amico Andrea VavasSori. QUI INTERVISTATI IN ESCLUSIVA

Tra i suoi colleghi, il più simpatico è Berrettini, e non solo perché mi ha presentato Alice” cui Lorenzo riserva parole al miele sebbene non si parli ancora di matrimonio; Nadal “fuori dal campo è molto disponibile pur restando uno che daÀpoca confidenza” mentre Djokovic “è molto aperto”.

Gli Internazionali a Roma e Wimbledon sono per Lorenzo i tornei più belli ed emozionanti per l’atmosfera sugli spalti del primo e l’eleganza e la storia che si respira nel secondo ma i grandi spazi infiniti dei tornei americani come Miami e Indian Weels esercitano sempre un grande fascino. La stagione 2023 di Lorenzo Sonego inizierà il 2 gennaio al torneo di Adelaide e subito dopo il primo Slam dell’anno, gli Australian Open.

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ATP

Nakashima: “Devo migliorare sui cinque set, Sinner ne aveva più di me allo US Open” [ESCLUSIVA]

Intervistato da Steve Flink, il vincitore delle Next Gen Finals Brandon Nakashima parla del percorso nel torneo milanese, “Più corti sono i set più c’è divertimento”, gli insegnamenti di Pat Cash, “Andare a rete il più possibile”, e dei suoi big match in stagione

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Brandon Nakashima - Milan 2022 (Twitter @nextgenfinals)
Brandon Nakashima - Milan 2022 (Twitter @nextgenfinals)

Nel 2022 ha vinto nella natia San Diego il suo primo e finora unico titolo ATP, ma ha alzato anche il trofeo Next Gen a Milano. Classe 2001, anche in questa stagione Brandon Nakashima ha continuato il percorso di miglioramento in quel termometro che è il ranking di fine anno. Se nell’agosto del 2021 aveva fatto l’ingresso in top 100, quest’anno ha sfondato il muro successivo e lo ritroviamo così al numero 47, dopo un picco al 43° posto.

Intervistato da Steve Flink per Ubitennis.net, Brandon ha cominciato la conversazione rispondendo alle domande sull’esperienza milanese, soprattutto per quanto riguarda la gestione del formato particolare e delle regole differenti. “Con i set brevi, subisci un break e in pratica vai al set successivo. Toglie dall’equazione l’elemento del cercare di rientrare quando sei in svantaggio perché è estremamente difficile farlo. Personalmente preferisco il solito sistema di punteggio, ma è una buona idea provarlo per le Next Gen Finals. Più corti sono i set, più divertimento c’è per i fan”.

Naturalmente, ha approfittato del vantaggio di aver già giocato con queste regole l’anno prima, quando aveva raggiunto le semifinali, sconfitto da Korda. “Mi ero un po’ abituato al formato, ma ero comunque nervoso prima dell’esordio di quest’anno. Sapevo di avere l’opportunità di fare bene e avevo delle aspettative alte”.

 

E, in effetti, proprio il suo primo match è stato quello più impegnativo, con Matteo Arnaldi unico a costringerlo al quinto set sulle ali dell’entusiasmo del pubblico amico. “Un incontro che mi ha aiutato per quelli successivi in termini di mentalità e approccio ai punti decisivi”.

Lo ha certo aiutato nella vertiginosa semifinale contro Jack Draper, del quale dice: “Ha un buon gioco a tutto campo per diventare un top player. Sono certo che questa non sarà stata l’ultima volta che ci gioco. Ci spingeremo l’un l’altro a migliorare nei prossimi anni”.

La parte più difficile della finale è stata giocare di nuovo contro Lehecka, giù battuto nel girone. “Sapevo che il primo match non significava granché a quel punto. Lui cercava la rivincita e sarebbe partito forte, quindi dovevo superare la tempesta. Un paio di punti nei tie-break hanno fatto la differenza. Alla fine, questo torneo sarà un trampolino”.

Abbiamo detto del primo titolo, che era uno degli obiettivi stagionali per Nakashima. “Sapevo di aver il gioco per riuscirci, mancava solo l’occasione giusta. Vincere nella mia città natale con famiglia e amici a tifare è stato speciale, non lo dimenticherò mai”.

Brandon aveva già avuto modo di dire che il suo idolo era Roger Federer, nonostante il suo gioco assomigli più a quello di Djokovic. Tenere i piedi sempre vicini alla linea di fondo sembra quasi un dogma per lui, tanto che nessuno avrebbe nulla da ridire, anzi, se in determinate situazioni si prendesse un po’ più di tempo e spazio. 188 cm di altezza, inappuntabile dal punto di vista atletico e muscolare, è sedicesimo nella classifica dei migliori battitori dell’anno compilata dall’ATP. Non è bastato per superare colui che in quella classifica è secondo, Nick Kyrgios, trascinato comunque al quinto agli ottavi in Church Road per il miglior risultato Slam del californiano. “Ho avuto l’opportunità di giocare contro alcuni dei più forti e ho tirato fuori il mio tennis migliore. Mi ha dato tanta fiducia. È stato fantastico giocare sul Centrale di Wimbledon oppure sull’Armstrong allo US Open nonostante abbia perso. La vittoria su Dimitrov a New York è stata uno dei migliori momenti della mia stagione”.

Brandon si sofferma poi sull’esperienza con Pat Cash, terminata alla fine del 2020. “Andare a rete il più possibile è una delle tante cose che ho imparato da lui. Poi ho provato diversi coach e ora ho Eduardo [Infantino] e Franco [Davin]. Collaborano e comunicano molto ed entrambi aggiungono valore al mio tennis”.

B-Nak, questo il suo soprannome, è uno dei nove statunitensi in top 50. “Il tennis Usa è messo bene, quindi per me è grandioso essere a questo punto, ma voglio continuare a migliorare. Gli obiettivi per il prossimo anno sono l’ingresso tra i primi 25 o 30 e andare avanti in tutti gli Slam. Ho 21 anni, quindi sto ancora costruendo la mia forma e diventando più forte e veloce. Una delle chiavi sarà migliorare la resistenza nei tre su cinque. Sento che allo US Open Sinner ne aveva assolutamente più di me negli scambi tirati. Ci sto lavorando, so che differenza può fare”.

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