Il tennis in Sudafrica: una rivoluzione a metà

Focus

Il tennis in Sudafrica: una rivoluzione a metà

Un viaggo alla scoperta del ruolo del tennis nel Paese africano più nobile per il nostro sport. Un ruolo che spesso è andato oltre quello di semplice sport, ma il percorso non è ancora concluso

Pubblicato

il

 
 

Credo di avere una qualche credibilità se parlo di Sudafrica. Sono cresciuto in un contesto simile, avendo vissuto la segregazione negli Stati del Sud […] Il mio primo viaggio in Sudafrica mi ha convinto del fatto che avrei potuto giocare un ruolo significativo nell’accrescere il livello di consapevolezza all’interno della comunità bianca sia del Sudafrica sia degli Stati Uniti” (Artur Ashe)

Ancora fra gli anni novanta e i duemila il continente africano, o perlomeno parte di questo, è rappresentato da una schiera non marginale di tennisti di caratura internazionale. Gli esponenti di punta di quel “movimento” erano entrambi sudafricani: Wayne Ferreira e Amanda Coetzer. Il primo, due volte semifinalista agli Australian Open (1992 e 2002), ha raggiunto il suo best ranking nel 1995 (n. 6). Ferreira era un tennista tanto versatile quanto solido. Se ne decantava il dritto, ma anche il rovescio bimane era un colpo a tratti devastante. Sul versante femminile Amanda Coetzer ha vissuto il suo periodo d’oro nella fase 1996-1998. Grazie a un’autentica rivoluzione nei colpi fondamentali (passaggio all’open stance piena e correzione del servizio) Coetzer in due anni è stata capace di disputare tre semifinali Slam. Nelle classifiche di quegli anni si sono guadagnati una discreta posizione anche altri tennisti sudafricani: Marcos Ondruska, n. 27 nel 1993, e Grant Stafford.

Il Sudafrica non era però solo il solo Paese del continente con una reale presenza sulla scena tennistica mondiale. In quella fase di grande varietà e pluralismo tennistico che sono stati gli anni novanta, hanno trovato il loro posto anche i marocchini Hicham Arazi e Younes El Aynaoui, entrambi per quattro volte ai QF di un Major, e Karil Alami; sempre presente nelle classifiche di quegli anni anche la bandiera dello Zimbabwe, rappresentato da una famiglia: la Black, che a dispetto del cognome faceva parte della ristrettissima popolazione bianca del Paese. I fratelli Byron e Wayne hanno raccolto una sfilza di titoli in doppio, fra cui tre Slam (ma non in coppia, perché il compagno di Wayne era un altro connazionale, Kevin Ullyett); ancor più esaltante la carriera della sorella Cara, doppista sopraffina, sessanta titoli conquistati, fra cui cinque Slam, nella specialità. Dopo il ritiro dei Black nessun tennista zimbabwese sarebbe più riuscito a emergere, complice il tracollo economico del Paese e del sistema tennistico nazionale. In sostanza, se le nazioni più povere dell’Africa sono sempre state, inesorabilmente, escluse dall’accesso al tennis mondiale, negli anni ’90 il continente era comunque rappresentato da tennisti stabilmente presenti nella top 100 prima che il tennis si riposizionasse saldamente sull’asse europeo.

 

Lo sviluppo del tennis in Sudafrica ha caratteristiche molto particolari perché è storicamente connesso al regime politico: prima alla colonizzazione britannica, poi all’orrore dell’apartheid attuato organicamente a partire dal 1948. Il punto centrale è che questo sport è stato a lungo prerogativa della minoranza bianca e tutt’oggi, come vedremo, resta uno sport elitario. I primi club nascono nei principali centri urbani verso la fine dell’ottocento e sono frequentati esclusivamente dalla minoranza bianca, in alcuni casi sono direttamente il frutto dell’esportazione del tennis da parte degli occupanti britannici. Solo negli anni trenta il tennis inizia a coinvolgere la popolazione nera ma anche in questo caso si tratta di una “black elite” urbanizzata, perché mai il tennis riesce a penetrare a livello popolare se non nell’ambito del sistema scolastico supportato dai missionari. Un sistema dal quale però non si poteva emergere perché già all’epoca i neri erano esclusi dalle competizioni sportive nazionali. L’apartheid insomma già esisteva sia pure non nelle forme istituzionalizzate che avrebbe assunto a partire dal 1948. Né al tennis fu attribuita quella funzione che i regimi coloniali assegnarono ad altri sport, ovvero di “civilizzazione” e “normalizzazione” delle popolazioni locali.

Per dimostrare l’assunto del tennis come sport bianco è sufficiente scorrere i nomi degli esponenti di spicco della storia tennistica del Paese. Ferreira, Coetzer e gli altri in epoca più recente, ma risalendo indietro nel tempo troviamo Sandra Reynolds, finalista a Wimbledon nel 1960; Eric Sturgess, sconfitto tre volte in finali Slam a cavallo fra gli anni quaranta e cinquanta; Cliff Drysdale, n. 4 mondo nel 1965, l’anno della finale persa allo US Open; Kevin Curren, poi divenuto cittadino statunitense, che fra l’84 e l’85 perse la finale dell’AO da Wilander e quella di Wimbledon da Becker; infine Johan Kriek, naturalizzato statunitense, il più titolato: due vittorie agli Australian Open (1981 e1982) e brillanti risultati anche negli altri tornei dello Slam.

A partire dagli anni sessanta, proprio a causa delle politiche segregazioniste, la comunità sportiva internazionale mette il Sudafrica all’angolo. Il Paese viene espulso dalla Federazione calcistica internazionale ed escluso dalle competizioni olimpiche. A livello tennistico la squadra sudafricana viene espulsa dalla Coppa Davis del 1970 dopo che l’anno prima il Governo aveva negato il visto ad Artur Ashe che avrebbe dovuto partecipare al South African Open, il principale torneo del Paese. Ashe sfruta l’occasione per denunciare a livello mondiale la violenza dell’apartheid. La sua reazione ha conseguenze non di poco conto. La nazionale sudafricana, tuttavia, viene riammessa alla Davis del 1974 e riesce finanche a vincere quell’edizione, ma solo perché gli avversari della nazionale indiana disertano le finali di Johannesburg in segno di protesta per le politiche segregazioniste.

Con la fine dell’apartheid, all’inizio degli anni novanta, la situazione tennistica del Paese avrebbe dovuto subire una svolta. Così però non è stato, perlomeno in larga parte. Il primo effetto è stato naturalmente la cancellazione delle sanzioni in ambito sportivo, che ha consentito agli atleti sudafricani di competere alla Coppa Davis, alla Fed Cup e ai giochi olimpici. Amanda Coetzer ha raccontato del clima di pregiudizio e circospezione che aleggiava intorno agli atleti Afrikaner, e allo stesso tempo l’importanza che per la sua carriera ha rivestito l’incontro con Nelson Mandela alle Olimpiadi del 1992, che sancirono il ritorno del Sudafrica nella comunità sportiva internazionale. Da quel momento la carriera di Amanda subisce un’impennata, e anche a livello maschile arrivano risultati di rilievo.

Per accertare l’esistenza di una struttura tennistica viva a livello nazionale occorre sempre allargare lo sguardo oltre i piani più alti del ranking. E da questo punto di vista va notato che a metà degli anni ‘90 i sudafricani nelle prime 1000 posizioni del ranking erano oltre trenta. C’era dunque una scuola, e c’erano degli investimenti che consentivano ai talenti di emergere. Ma è stata una rivoluzione a metà. Perché gli sforzi economici volti a diffondere la cultura tennistica anche nel resto della popolazione non hanno prodotto risultati. Certo, il tennis sudafricano ha provato a scalare addirittura le vette del tennis mondiale, ma è rimasto uno sport elitario. E rigorosamente bianco. Se a questo si aggiunge la scarsa esposizione del Paese per quanto riguarda l’ospitalità di tornei internazionali – nel 2012 è stato soppresso anche il South African Tennis Open, che era un ATP 250 – si può ulteriormente comprendere come sia stato in questi anni molto difficile, se non impossibile, per chi non appartenesse all’elite economica emergere a livello tennistico. In Sudafrica ancora oggi esistono due distinte popolazioni del tennis, a suggerire la persistenza delle discriminazioni razziali e di classe, fra loro intrecciate.

Il sistema tennistico è strutturato intorno a due poli principali, entrambi con sede a Pretoria, più una serie di strutture private in cui giocano quasi esclusivamente i bianchi. Il primo polo è quello della Federazione sudafricana, dove si allenano i migliori talenti del Paese, anche in questo caso in maggioranza bianchi. La struttura è adeguatamente attrezzata, i coach sono di buon livello e sono presenti tutti gli specialisti oggi necessari per supportare la crescita di un tennista. Recentemente la Federazione ha annunciato di aver trovato un nuovo sponsor, finanziamenti per tre nuovi centri di sviluppo e un nuovo campionato nazionale per club con un sostanzioso prize money.

Il secondo polo è quello che fa capo all’ITF e che conta un numero ristretto di giocatori, in maggioranza neri, che giocano e si allenano a buoni livelli e provengono da differenti paesi della regione sudafricana. Non va dimenticato che l’ITF sostiene finanziariamente i tennisti dei Paesi in via di sviluppo attraverso una serie di iniziative e programmi. A beneficiare dei fondi previsti dal Grand Slam Development Fund quest’anno è stato anche il Next Gen Lloyd Harris, classe ’97, al momento la sola concreta speranza del tennis sudafricano “post Kevin Anderson”. Se, infatti, negli anni novanta vasta era la schiera di tennisti sudafricani presenti nei meandri del ranking, attualmente se ne contano soltanto tre: Anderson (35), Harris (254) e Nicolaas Scholtz (253). Oltre la millesima posizione si trova un gruppetto di giovanissimi, fra i 16 e i 18 anni, che hanno conquistato il loro primo punto ATP.

Nel Paese Kevin Anderson è considerato il prosecutore del ruolo, soprattutto in termini emulativi per i più giovani, ricoperto da Wayne Ferreira negli anni novanta. Le carriere dei due però non sono paragonabili. È vero che anche Anderson si è spinto fino alla top 10 (n. 10 nel 2015, l’anno della finale al Queen’s e dei QF allo US Open) ma in carriera ha raccolto tre titoli (tutti ATP 250) contro i 15 conquistati da Ferreira, fra i quali compaiono due Master (ex ATP Super 9). Altro protagonista del tennis sudafricano di questi anni è stato certamente Raven Klaasen, che ha consacrato una carriera al doppio regalandosi anche una finale agli AO nel 2014. Per quanto riguarda il talento Next Gen, Wayne Ferreira ha speso per lui parole incoraggianti ma al tempo stesso prudenti, da una parte elogiando i colpi fondamentali già molto puliti e perfettamente eseguiti, dall’altra osservando che nella scelta delle soluzioni tattiche si nota ancora che Harris “gioca come un ragazzino”. Ondruska, capitano della nazionale sudafricana di Davis, si è sbilanciato pronosticandone un futuro da top 20. Lloyd Harris ha conquistato finora 10 titoli Futures, di cui 6 nel 2016, e quest’anno ha sfiorato il primo successo Challenger sul cemento di Kyoto, cedendo in finale a Blaz Kavic al tie-break del terzo set. In Sudafrica si parla infine di un’altra promessa, Bertus Kruger, qualificatosi quest’anno per il tabellone principale del Roland Garros juniores. Il ragazzo è classe ’99 ed è n. 1501 del ranking.

Se a loro si augura certamente di tenere viva l’ottima tradizione tennistica nazionale, al Sudafrica si augura di completare la rivoluzione post-1990: il tennis come sport di tutti, per tutti, mandando definitivamente in soffitta le odiose barriere della storia.

Continua a leggere
Commenti

Flash

Wimbledon: Rufus il falco, guardiano attento dei sacri prati dell’All England Club

LONDRA – Se i prati dell’All England Club sono così perfetti è anche grazie a loro: Rufus il falco e il suo addestratore Wayne

Pubblicato

il

Da Londra, la nostra inviata

L’occhio di falco, quello vero, a Wimbledon c’è eccome ed è quello di Rufus. Il rapace è bravissimo nel tenere lontani i piccioni dai campi dell’All England Club e a preservarne così la bellezza.

Una vera e propria tradizione e istituzione quella del rapace ai Championships, necessario per tenere i piccioni lontani dai campi, mantenendoli così integri e puliti.

 

Ovviamente il buon Rufus proviene da una “scuola” che lo prepara adeguatamente. Alla base delle delle sue “performance” c’è Wayne Davis, 59 anni, originario del Northamptonshire che fa l’addestratore di falchi ormai da ventidue anni.

Ora Wayne è diventato un professionista di successo nel suo campo ma, all’inizio della sua carriera, la sua scelta aveva lasciato perplesso il suo entourage, tant’è che gli era stato detto di “trovarsi un vero lavoro“.

Fortunatamente Davis non ha ascoltato chi lo voleva più “convenzionale” ed ora, grazie al falco Hamish, prima, e a Rufus, adesso, è uno dei più celebri addestratori britannici di rapaci, nonché uno dei fautori, assieme a Rufus, certo, della perfezione dei campi dei Championships.

Continua a leggere

Editoriali del Direttore

Wimbledon: senza Federer, Berrettini, Medvedev e Zverev, prevedo una finale Djokovic-Nadal

Sarà la delusione per il forfait di Matteo Berrettini, ma in questi Championships in tono minore, se non “esplode” Alcaraz, trionferà la vecchia guardia

Pubblicato

il

Incontro in sala stampa il collega svizzero Simon Graf, autore di diversi libri su Roger Federer, e all’unisono commentiamo: “Roger arrivava in semifinale nel secondo quarto della metà alta di questo tabellone anche con un ginocchio solo!”.

Gli otto approdati al terzo turno di quel settore sono, scendendo verso il basso, Humbert e Goffin, Tiafoe e Bublik, Norrie e Johnson, Paul e Vesely. La testa di serie più alta fra le sole tre superstiti (Norrie 9, Tiafoe 23 e Paul 30) è, per la gioia degli inglesi (sebbene disperati per le sconfitte di Murray e Raducanu), la n.9 Cameron Norrie che è riuscito a domare soltanto al quinto set lo spagnolo Munar che in 10 partite sull’erba non ne aveva mai vinta una.

Hanno perso Ruud n.3 e Baez n.31 questo mercoledì, Hurkacz n.7 e Dimitrov n.18 lunedì, fatto sta che in semifinale arriverà, probabilmente contro Djokovic che contro Kokkinakis ha giocato molto meglio che contro Kwon, una sorta di outsider, salvo che Norrie debba essere considerato un grande tennista. E francamente io non riesco a considerarlo tale.

 

Gli inglesi faranno il tifo per lui che è nato in Sud Africa (Johannesburg) e cresciuto in Nuova Zelanda a questo punto, perché non gli è rimasto molto altro.

Io comincio a chiedermi se la Raducanu non sia un UFO, un oggetto volante (sui campi da tennis e neppur tanto) non identificato. Ha preso 6-3 6-3 dalla Garcia e dal settembre scorso di quello straordinario US Open – straordinario per lei come per la Fernandez – non ci stati altri momenti di gloria, né per lei né per l’altra ragazza. Un doppio mistero davvero inesplicabile. Sono giovani, dicono tutti, abbiate pazienza.

E noi che ce l’abbiamo con i ripetuti infortuni di Berettini e Sinner, la pazienza abbiamo imparato a coltivarla. Mi sa proprio che dovranno coltivarla anche tutti coloro che pensavano imminente il cambio della guardia solo perché né Djokovic né Nadal sarebbero stati testa di serie n.1 e n.2 in questo torneo se Medvedev e Zverev fossero stati qui.

Io, anche se è dannatamente presto per sbilanciarsi perchè non si è neppure concluso il secondo turno, non riesco francamente a immaginare per questo Wimbledon in tono minore una finale diversa da un Djokovic-Nadal alle prese con la sessantesima sfida, con Nole che cerca di avvicinare i 22 Slam di Rafa e Rafa che vorrebbe raggiungere i 23 (di Serena Williams…ma lui non è superstizioso) e a New York lo Slam.

Se Rafa dice che lui al record degli Slam non ci pensa e non ci tiene, non credeteci. Ci tiene eccome, ma bleffa. Sarebbe anormale che non ci tenesse. Tutti gli sportivi, tutti i campioni, tengono ai record. I record fanno la storia. Rafa ha vinto 14 Roland Garros e sa bene che cosa significa. Facesse il Grande Slam, sfuggito per una partita all’US Open a Djokovic, e si portasse a 24 Slam, figuratevi un po’ che Rafa non ci tenga.


Iscriviti a WARNING ⚠️

La nostra newsletter, divertente, arriva ogni venerdì ed è scritta con tanta competenza ed ironia. Privacy Policy.

 


Ma nella metà sotto gli avversari più temibili, Cilic e Aliassime, non ci sono più. Tsitsipas deve ancora provare di essere forte sull’erba. Un po’ come nella metà sopra Alcaraz. Infatti sia l’uno sia l’altro hanno sofferto al primo turno. Nel secondo Alcaraz ha giocato meglio, ma Greekspor non poteva impensierirlo.

Da chi può perdere Djokovic? Io non riesco a individuare un nome e un cognome. Forse, battuti Kecmanovic nel prossimo derby e uno fra Basilashvili e Van Rijthoven in quello dopo, dal quartetto Sinner-Isner (non è un’anagramma) Otte-Alcaraz, soltanto un Isner che gli servisse 70 aces potrebbe fargli paura. Impossibile? Beh, Isner ne ha serviti 54 al primo turno con Couacaud e 36 con Murray, dal quale aveva perso 8 volte su 8.  Ma stavolta, sebbene un tifoso avesse gridato “Com’on Andy he is older than you!”, perché in effetti il lungo John è due anni più anziano, ma non ha un’anca di metallo. Chissà se rivedremo Andy qua fra un anno. Ma è una domanda che potremmo porci anche per Rafa…

Ma, come accennato sopra, se Djokovic arriva in semifinale l’avversario più forte che può trovare è Norrie. Per questo lo vedo già in finale. Con Nadal. Il quale però forse con Fritz o Cressy (che mi piace molto come gioca su questi campi) potrebbe soffrire più che con Tsitsipas.

Intanto, mentre Elisabetta Cocciaretto non è andata oltre un doppio 6-4 con la Begu, e le nostre donne ce le siamo giocate tutte, Jannik Sinner ha colto la sua seconda vittoria erbosa. In 4 set su Mikael Ymer. Poteva vincere in 3. Avanti due set ha avuto una pausa nel terzo, che pure conduceva con un break di vantaggio, si è fatto riprendere sul 3 pari, ha mancato tante pallebreak… A fine match, dopo il quarto vinto 6-2, si sono contate 19 pallebreak, di cui appena 6 trasformate. Ma il dato forse più interessante è stato vederlo andare a rete 52 volte per fare 38 punti, giocando anche qualche pregevole volee. Certo 4 ace non sono molti, soprattutto se si pensa che Alcaraz ne ha fatti 39 in due partite fra Struff e Griekspoor.  

Io avevo posto ai lettori un quesito nell’editoriale di ieri: per Sinner meglio affrontare Isner o Murray? Ma non avevo espresso il mio parere. Lo faccio oggi. Sapendo che Jannik aveva perso un match su 2 con entrambi (ma anche che quello vinto in Coppa Davis a Torino con Isner è forse quello che conta di meno). Beh, io credo che sull’erba avrebbe sofferto di più i palleggi con Murray che lo aveva messo in difficoltà anche su superfici meno care allo scozzese dell’erba. Mentre sui servizi di Isner, che certamente di ace ne farà tanti, Jannik saprà rispondere quel tanto che basta per fargli qualche break. La risposta è forse il miglior colpo di Jannik…

Oggi intanto seguiremo, nel primissimo pomeriggio, Lorenzo Sonego contro il piccolo francese Hugo Gaston che sull’erba si vedrà parzialmente spuntata l’arma più letale, la sua smorzata (qui le quote del giorno). Lorenzo dovrà attaccarlo a tutto spiano per spuntargliela ancora di più. Lorenzo e Jannik, Jannik e Lorenzo, ci sono rimasti solo loro due. Non è granchè e non sembrano granchè neppure le loro prospettive. Se Sonego vincesse avrebbe poi Nadal. Se vincesse Sinner gli toccherebbe Alcaraz.

Sono saltate fin qui 23 teste di serie, 14 donne e 9 uomini. Le più alte la n.2 Kontaveit e la n.3 Ruud. Eppure non sono grandi sorprese.

primo turno
Uomini – sei
7 Hurkacz (Davidovich Fokina)
6 Aliassime (Cressy)
16 Carreno Busta (Lajovic)
18 Dimitrov (Johnson)
24 Rune (Giron)
28 Evans (Kubler)

Donne – dieci
7 Collins (Bouzkova)
9 Muguruza (Minnen)
14 Bencic (Wang)
18 Teichmann (Tomljanovic)
21 Giorgi (Frech)
22 Trevisan (Cocciaretto)
23 Haddad Maia (Juvan)
27 Putintseva (Cornet)
30 Rogers (Martic)

31 Kanepi (Parry)

secondo turno
Uomini (tre, nove in tutto)
3 Ruud (Humbert)
15 Opelka (van Rijthoven)
31 Baez (Goffin)
Donne  quattro, quattordici in tutto
2 Kontaveit (Niemeier)
10 Raducanu (Garcia)
26 Cirstea (Maria)
29 Kalinina (Tsurenko)

Continua a leggere

Flash

Wimbledon, il day after di Tan: dà forfait in doppio e la compagna non la prende bene

Dopo la vittoria su Serena Williams, Harmony Tan ha rinunciato all’impegno con Korpatsch. La tedesca: “Si deve scusare”

Pubblicato

il

Difficilmente quanto successo in questa giornata di oggi avrà ridotto la sua gioia, ma non è stato un risveglio facile per Harmony Tan. La francese di origi cinesi e vietnamiti avrà probabilmente pensato come prima cosa che non era stato un sogno: ha davvero battuto Serena Williams sul centrale di Wimbledon. Poi avrà iniziato a percepire qualche scricchiolio proveniente dal suo corpo, qualche muscolo più affaticato del solito: il match di ieri sera, durato 3 ore e 10 minuti,  è stato infatti il più lungo della sua carriera (il suo precedente record era di 2 e 47). Dopo essersi consultata con il suo team, all’ora di pranzo Harmony ha preso il suo smartphone e ricercato nella rubrica il nome Tamara Korpatsch. È – anzi, avrebbe dovuto essere – la sua compagna di doppio per questo Wimbledon. Le ha mandato un messaggio per informarla che non era nelle condizioni per giocare il loro incontro di primo turno contro Olaru/Kichenok.

Tamara non l’ha presa bene, tutt’altro. Ha dovuto rinunciare al suo primo Slam in doppio e a circa 7 mila euro – che male non fanno. Soprattutto alla tedesca, che lunedì ha perso in singolare al terzo set contro Watson, non sono piaciuti il modo e la motivazione scelti da Tan per avvisarla. Nella comunicazione ufficiale della direzione arbitrale del torneo si parla di “infortunio alla coscia”. Korpatsch ha riferito sulla sua pagina Instagram che nel messaggio ricevuto da Tan, quest’ultima le ha detto che non sarebbe stata in grado di correre dopo il match di ieri. La tedesca non ha nascosto la sua rabbia e non si è trattenuta: “Se sei a pezzi il giorno dopo aver giocato una partita di tre ore, non puoi competere a livello professionistico– ha detto, aggiungendo che in un’occasione a lei è capitato di restare in campo per 6 ore e mezza in una giornata e di giocare un incontro di singolare in quella successiva.

Inoltre, secondo Tamara non è stato giusto che la francese l’abbia informata così tardi: non in mattinata, ma solo intorno alle 14 locali, a un paio d’ore dall’inizio del loro incontro. La tedesca ha rincarato la dose così: “Mi ha chiesto lei di giocare in doppio insieme prima del torneo, non io”. E ha poi glissato con un “mi deve delle scuse”.

 

Domani Tan giocherà per la terza volta in carriera un match di secondo turno in uno Slam. E con Sorribes Tormo potrebbe anche non servire un’impresa per proseguire la corsa. Contro Serena, la francese ha infatti dimostrato di avere un gioco – per certi versi vintage – che si adatta bene all’erba. A questo punto c’è però l’incognita proveniente dalle sue condizioni fisiche. La scelta di rinunciare al doppio per riposare le sarà sufficiente per giocarsela contro la spagnola o il problema alla coscia è serio? Di sicuro, il risentimento di Korpatsch non verrebbe meno se si ritrovasse a vedere la sua ormai ex compagna in ottima salute nella partita di domani.

Continua a leggere
Advertisement
Advertisement

⚠️ Warning, la newsletter di Ubitennis

Iscriviti a WARNING ⚠️

La nostra newsletter, divertente, arriva ogni venerdì ed è scritta con tanta competenza ed ironia. Privacy Policy.

 

Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement