Coric fa festa: «Al torneo chiedo il regalo di compleanno» (Cocchi). Quinzi? Un puzzle (Semeraro). Chung si prende la rivincita su Quinzi (Facchinetti). Due ore di battaglia. Rublev elimina Shapovalov (Crivelli). Città del tennis e organizzazione. Milano supera l’esame Next Gen (Annovazzi)

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Coric fa festa: «Al torneo chiedo il regalo di compleanno» (Cocchi). Quinzi? Un puzzle (Semeraro). Chung si prende la rivincita su Quinzi (Facchinetti). Due ore di battaglia. Rublev elimina Shapovalov (Crivelli). Città del tennis e organizzazione. Milano supera l’esame Next Gen (Annovazzi)

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Le lacrime di Sara al Tas: l’antidoping italiano chiede due anni (Bonarrigo/Piccardi, Corriere della Sera)

 

Nove ore di udienza d’arbitrato a Losanna, dense di schermaglie (dialettiche e legali) e lacrime. Da una parte Sara Errani, che dopo i due mesi di squalifica per positività al letrozolo (già scontati) chiede al Tas la restituzione di punti e premi: il tribunale della Federazione internazionale (Itf) il 19 luglio ha creduto all’assunzione involontaria (contaminazione da cibo). Dall’altra parte Nado Italia, l’antidoping nostrana che — forte del precedente dei due anni di stop del canottiere Niccolò Mornati (positività all’anastrozolo, sostanza che la Wada considera gemella del letrozolo al punto da inserirla nella stessa categoria di prodotti vietati) — davanti al Tas schiera l’artiglieria pesante: il direttore del Tribunale antidoping Signorini, il viceprocuratore Vigna e Francesco Botrè, direttore del laboratorio di Roma. È lui a incalzare la tossicologa forense Donata Favretto, perito della tennista che nell’emozione di ieri ha ceduto alle lacrime due volte: raccontando daccapo tutta la vicenda (che al centro ha una pillola del farmaco antitumoraie Femara) e ascoltando la richiesta di Nado. Due anni di squalifica (o in subordine una «sentenza di giustizia», compresa tra minimo e massimo). Via Skype è intervenuta la direttrice del laboratorio di Montreal, Christiane Ayotte, che trovò la positività nel campione raccolto a sorpresa, fuori competizione, il 16 febbraio scorso. Di persona, mamma, papà e fratello di Sara. Trattandosi, secondo Nado, di troppe coincidenze in una volta sola (in base alla ricostruzione della giocatrice la pillola di Femara perduta dalla madre sul tavolo della cucina era arrivata nell’impasto dei tortellini in brodo, bolliti e serviti in tavola) a Fulvia Errani è stato chiesto di ricostruire l’organizzazione della cucina di casa, per capacitarsi di come sia stata possibile una contaminazione ritenuta abbastanza rocambolesca. Insieme all’esame privato del capello (negativo), davanti al Tas è stata presentata la memoria dell’Itf che definisce «bad mistake», un erroraccio, non aver riconosciuto che sulla confezione di Femara (Nado ha presentato prova fotografica) fosse presente il «bollino doping», che avverte del rischio di positività in assenza di esenzioni terapeutiche. L’Itf, comunque, per coerenza con il proprio tribunale ha chiesto la conferma dei due mesi di stop già smaltiti. Un israeliano, un tedesco e un padovano decideranno il destino di Sara Errani. Sentenza (inappellabile) attesa entro Natale.

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Coric fa festa: «Al torneo chiedo il regalo di compleanno» (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

Borna Coric ha ritrovato la strada. Dopo un primo titolo conquistato a Marrakech ad aprile, ha traballato tra infortuni e cali di tensione, ma a Milano sembra aver finalmente ripreso il bandolo della matassa e ieri ha conquistato la qualificazione come primo del suo girone. Ieri ha battuto Khachanov in 5 set.

Coric, questo torneo fa per lei.

Sembra di sì. E’ un evento che mi ha sorpreso in positivo. Nessuno di noi sapeva cosa aspettarsi, come sarebbe stato giocare con queste nuove regole, ma alla fine è andato tutto bene. Qui l’accoglienza è stata stupenda. La gente è appassionata, c’è tanto pubblico che fa il tifo e crea una fantastica atmosfera. Peccato che per me sia la prima e l’ultima presenza visto che il prossimo anno sarò “troppo vecchio” per giocare ancora qui.

In compenso sta vivendo questa settimana al meglio, è arrivato in semifinale esprimendo un buon gioco.

Sono contento, devo concentrarmi e cercare di andare avanti al meglio per godermi questi match fino all’ultimo.

Come si è trovato con queste nuove regole?

All’inizio mi preoccupavano un po’ perché non ero abituato, avevo paura di sbagliare qualcosa, invece devo dire che mi piacciono. Sul tour porterei sicuramente la no-let rule che per me è la migliore, soprattutto per il mio tipo di gioco. Poi lo shot clock, che da un lato non è semplice perché quasi tutti noi ce la prendiamo un po’ più comoda del dovuto, ma allo stesso tempo rende il gioco più dinamico.

La sua stagione è stata di alti e bassi, con il primo successo sul tour e qualche intoppo.

E’ così. Non è stata l’annata migliore che mi potessi aspettare, anche se a Marrakech ho vinto il titolo. Sono stato anche un po’ sfortunato perché mi sono infortunato nel mezzo della stagione e ho perso molto tempo. Il tennis però è anche questo, bisogna fare il conto con tanti imprevisti.

Dopo un periodo con Ivica Ancic, ora la vostra collaborazione si è interrotta. Ha già un nuovo coach?

Si tratta di Christian Schneider, abbiamo iniziato da un paio di mesi a lavorare insieme. Mi trovo bene, ora dobbiamo pianificare il 2018. L’obiettivo per il prossimo anno è stare bene, migliorare, giocare al livello che ho tenuto nelle ultime settimane. Cercare di entrare tra i primi 20-25 al mondo. Ma la prima cosa è restare fisicamente integro così da potermi giocare tutte le carte.

Come mai ha scelto proprio il tennis?

Quando Goran Ivanisevic ha vinto Wimbledon avevo 5 anni, il suo successo è stata la spinta per molti bambini croati di quegli anni. Lui è un punto di riferimento, ed è sempre molto gentile nei miei confronti. In alcune occasioni mi ha dato una mano, qualche consiglio, e mi ha fatto molto piacere. Ma non ho idoli, preferisco seguire la mia strada.

Il 14 novembre compirà 21 anni, da Milano ha la possibilità di portarsi a casa un bel regalone.

Beh, vincere sarebbe il giusto souvenir da riportarmi a casa. Però per il compleanno a me piace fare festa, quindi comunque vada non mi farò mancare un party con gli amici.

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Quinzi? Un puzzle (Stefano Semeraro, Corriere dello Sport)

Come ti ricostruisco un tennista. Nella fattispecie Gianluigi Quinzi, che è entrato nelle Atp Next Gen Finals di Milano dalla porticina delle qualificazioni e ne uscito già prima delle semifinali. Ma fra gli applausi, e dopo tre match lottati con avversari che orbitano fra il numero 36 e il 55 del mondo. L’ultimo ieri, in cinque set, contro Hyeon Chung, il coreano che quattro anni fa aveva superato nella finale juniores di Wimbledon. «Sì, ma lunedì Gianluigi sempre numero 306 resta», dice il suo coach Fabio Gorietti, con lo sguardo dei professore buono e intelligente che tutti gli studenti del mondo vorrebbero avere. «E dovrà ripartire dai tornei minori, senza fretta. Evitando di farsi male da solo, cioè di condannarsi per una sconfitta o di porsi obiettivi troppo lontani». Quinzi è stabile alla Training Tennis School di Foligno da maggio; si era allenato con Gorietti per brevi periodi anche in passato e da lì ha deciso di ripartire dopo essere transitato, attraverso mille cambi tecnici, dallo status di “futuro top-player” a quello di irreparabile flop. «Mi ha detto che aveva bisogno di ritrovarsi. E che da noi pensava di farcela» spiega Gorietti, 50 anni, laureato all’Isef, romano trapiantato a Foligno che ha allenato Paolo Lorenzi e oggi segue anche Thomas Fabbiano e Stefano Travaglia. «Foligno è una città tranquilla, dove si vive bene. Io credo molto nella forza del team, nella trasmissione delle informazioni. A Gianluigi questo piace molto. Quando due dei nostri sono in campo si fanno da coach a vicenda: uno più uno può fare tre». Altro fondamentale del metodo Gorietti: «Uso un sistema percettivo sensoriale: se dici una cosa a un’atleta, se la può dimenticare. Se gliela fai sentire nel corpo, gli resta». Con Quinzi il lavoro è ripartito dalla postura. «Gianluigi ha un problema, evidente ma forse trascurato, alle caviglie, che si riflette a livello di anca e di spalle. Tutti lo accusavano di avere gesti macchinosi, ma così bloccato non poteva fare altro. Così abbiamo iniziato da lì, ore e ore allenamento, migliaia di ripetizioni. Ogni giorno Gianluigi fa 40 minuti di esercizi per le scapole. Per iniziare a correggere il diritto sono servite 10.000 palle, e in tempi anche brevi Per fortuna regge bene la fatica, e si è adattato in fretta». La catena si è sciolta, partendo dal servizio. «Se servi solo in “kick” a 140 all’ora, devi remare due metri dietro la riga di fondo. Se servi meglio, come sta facendo ora, ti ritornano palle più facili da attaccare e puoi andare più spesso a rete. Questo deve essere il suo obiettivo. L’esperienza alle Finals è stata preziosa, gli ha fatto capire che per stare a livello dei migliori deve giocare più aggressivo. E farlo in partita, non solo in allenamento. Traguardi? «Credo in Gianluigi, ma non so dare dei tempi. E’ un processo. Nel tennis il talento conta il 10%, 90% è lavoro, ma se non hai quel 10% non vai da nessuna parte. Io sto cercando di estrarre tutto il talento che c’è in lui». Facendogli da coach, seguendone la preparazione, curando i rapporti con l’esterno e fornendo anche stimoli diversi. «La sua famiglia ha sempre voluto che Gianluigi seguisse la scuola normale, e per me se un tennista studia, è meglio. A Natale regalo a tutti i ragazzi dell’academy un libro, lui ancora non lo sa. Niente di impegnativo, eh? romanzi, massimo 120 pagine. Sennò me li tirano dietro. Però vedo che li leggono…». L’importante è sbloccarsi, no?

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Chung si prende la rivincita su Quinzi. Una tigre che però incassa il terzo ko (Andrea Facchinetti, Il Giorno)

Si chiude con un’altra sconfitta l’avventura di Gianluigi Quinzi nella fase eliminatoria delle Next Gen Atp Finals. Il marchigiano ha incassato la terza battuta d’arresto in altrettanti incontri contro il sudcoreano Hyeon Chung per 1/4, 4/1, 4/2, 3/4(6), 4/3(3), ma ancora una volta ha mostrato confortanti segnali di crescita già intravisti nei match dei giorni precedenti perduti contro il russo Andrey Rublev (in cinque set) e Denis Shapovalov (in quattro). Del resto Gianluigi, dopo avere vinto il torneo di qualificazione che metteva in palio una wild card, era alla sesta partita in sette giorni e dopo due mesi di stop per curare una serie di acciacchi fisici era lecito aspettarsi un calo, tuttavia ha gettato in campo una grinta e una voglia di non mollare finora sconosciute. Evidentemente la cura cominciata all’inizio del mese di aprile alla Tennis Training School di Foligno sotto la guida di Fabio Gorietti comincia a dare qualche risultato. Perché il talento nel braccio mancino non manca, come conferma una carriera giovanile di tutto rispetto, culminata con il successo nel torneo juniores sull’erba di Wimbledon del 2013 (proprio contro Chung che oggi però è numero 54 del mondo), purtroppo non seguita da altrettanti risultati dopo il salto nel mondo del professionismo. «Ho capito che mi manca soltanto la continuità per rimanere a questi livelli», racconta oggi Quinzi, appena n. 306. Nell’altro incontro del girone A il russo Andrey Rublev ha conquistato il secondo posto nella semifinale odierna dietro all’imbattuto Chung, battendo nel lo scontro diretto il canadese Denis Shapovalov per 4/1, 3/4(8), 4/3(2), 0/4, 4/3(3).

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Due ore di battaglia. Rublev elimina Shapovalov (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Ricordatevi di Federer, che raccolse il primo trofeo in carriera a Milano e da lì ha costruito la sua divinità. Ricordatevi di questo torneo in Fiera, che sarà un po’ naif e post-moderno con le regole giovani e rivoluzionarie, ma intanto ha messo in scena la prima sfida fra i Terminator del futuro prossimo, Rublev e Shapovalov, comuni radici russe, stili all’opposto e la promessa, che sicuramente manterranno in fretta, di allungare mani e talento sulla classifica degli anni a venire. Accade talvolta, per la formula complicata, che una partita dei gironi si allontani dal groviglio di numeri e possibilità per riportare il tennis alla sua essenza di sfida senza domani. E il match tra Andrey e Denis è in pratica un quarto di finale: chi vince va in semifinale e chi perde torna a casa. Il pathos, surriscaldato da un bel pubblico serale a maggioranza di passione canadese, anziché sgonfiare le ruote ai due sbarbati li spinge ad andare oltre i limiti oggettivi, regalando la partita più bella del torneo fino a questo momento. Vince Rublev, perché è più solido, cioè più giocatore e perché dimentica d’un colpo il nervosismo delle prime due uscite, certamente amplificato dal ruolo di favorito per ranking. E poi, lo ha detto, le regole nuove non gli piacciono, perché premiano «chi non lavora e ha fortuna». Sono due ore (e un minuto) di battaglia aspra tra le bordate da fondo del russo vero, e le finezze del nativo di Tel Aviv e cresciuto nell’Ontario, capace quest’anno di battere Del Potro e Nadal e di entrare nei primi 50 Atp a 18 anni e 5 mesi, il più giovane dal 1993 dietro Rafa e Hewitt. Shapovalov, con lo champagne nei colpi, ottiene sei punti in più dell’avversario (98-92), ma l’altro concede poco nel 2° e 3° tie-break, decisivi per girare la sfida. Rublev ha come idolo Safin, per il suo allenatore Vicente ricorda Davydenko ma il dritto e la velocità di braccio sono fratelli minori di Kafelnikov. Progetti di fenomeni che nel girone A si inchinano all’ineffabile Chung, che non sbaglia una scelta e finisce 3-0 battendo pure Quinzi (revival della finale di Wimbledon jr. 2013). Ma Gianluigi lotta ancora per 5 set: «Ci sono anch’io». Ti aspettiamo.

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Città del tennis e organizzazione. Milano supera l’esame Next Gen (Carlo Annovazzi, La Repubblica – Milano)

E’ quella scritta a bordo campo, in primissimo piano, che fa la differenza. La città viaggia nel mondo del tennis, in questi cinque giorni di Next Gen non c’è appassionato che non abbia capito subito dove eravamo. Una ribalta importantissima che prosegue il percorso cominciato due anni fa con Expo. L’innovazione è il timbro di Milano e il legame con questa manifestazione tennistica che guarda al futuro è perfetto, fatto proprio per continuare nel tempo. «E noi guardiamo avanti, infatti, già al prossimo anno» afferma Angelo Binaghi, presidente della Federtennis. «Abbiamo deciso noi, come Federazione, di puntare su Milano, avevamo altre ipotesi sempre al nord, Torino, Verona. E siamo soddisfatti. Milano ha superato l’esame nel migliore dei modi». Il battesimo del fuoco è quindi alle spalle. La città del tennis ha convinto, lo spettacolo anche. Roberta Guaineri, assessora allo Sport, ci sperava, chiaramente, ma le cose vanno vissute per poter poi essere tranquilli e adesso è proprio soddisfatta. «Era un’occasione importantissima per dimostrare che questa città ha le capacità per reggere al meglio eventi mondiali e ce l’abbiamo fatta. Per tutti la possibilità di promuoversi agli occhi del mondo era lì, da cogliere. E la risposta è stata positiva». Next Gen ha ancora due giorni di vita in questa prima edizione ma non c’è bisogno di aspettare gli ultimi istanti per tracciare un bilancio. Contano le sensazioni, le emozioni. «E queste ci sono state e tutte buone – continua Guaineri -. Io ho rivissuto i tempi di Expo, sono sempre venuta in metrò in Fiera e ho visto le facce della gente, dei bambini. Un entusiasmo coinvolgente». Tanto pubblico alla sera, tanti bambini di pomeriggio, bambini che si sono divertiti a guardare gli incontri, più veloci del solito, e a giocare negli spazi grandi intorno ai campi. Ecco, gli spazi. Dal prossimo anno dovrebbe esserci il Palalido e la Next Gen potrebbe spostarsi lì. «Valuteremo i pro e i contro delle due sedi – spiega Binaghi -. Anche se stiamo parlando di ipotesi visto che il Palalido non è ancora finito e io prima di fare qualunque considerazione voglio vederlo. Certo, il fascino di un impianto storico in città è altissimo. Però il colpo d’occhio in Fiera è meraviglioso, qui tutto ha funzionato, ci sono stati gli spazi per poter sviluppare bene insieme la parte agonistica e quella commerciale, certo i costi sono maggiori. Decideremo e poi sottoporremo il tutto all’Atp». Archiviato lo scivolone della cerimonia del sorteggio («Noi non c’entravamo nulla, l’Atp deve capire di fare le cose in cui è la numero uno e lasciare agli altri il resto…»), dentro il campo la cosa che più è piaciuta a Binaghi è l’atteggiamento dei giocatori. «E stato torneo vero, hanno tutti lottato sempre fino all’ultimo punto. Avete visto la partita tra Quinzi e Chung? Non contava per la classifica ma è finita al tie-break del quinto». Non può essere però il paese dei balocchi, qualcosa che non ha funzionato fino in fondo ci sarà pur stata. «Alla fine della manifestazione incasseremo 900mila euro dai biglietti. Per il Foro Italico abbiamo già portato a casa due milioni e mezzo eppure mancano ancora sette mesi al torneo. I numeri sono diversi, lì entrano trentamila persone al giorno e qui meno di cinquemila. Però dobbiamo lavorare meglio su questo aspetto. Sì, oggi e domani è sold out ma io vorrei arrivare al tutto esaurito anche nei primi giorni. Era una manifestazione nuova, c’è un dazio da pagare al rodaggio. La crescita di pubblico è l’obiettivo che dobbiamo porci tutti per la prossima edizione».

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Battuta vincente (Gianni Perrelli, La Repubblica – Il Venerdì)

«Da oltre due ore ci ingozzavamo di cibo e ci sbellicavamo dalle risate. Ma 40 anni fa in quel tavolo del ristorante Santa Lucia, tempio milanese del dopoteatro, c’era anche tensione da rivalità. Di fronte a me sedeva Carlo Dapporto. Forse ero stato io a provocarlo raccontando la prima barzelletta della serata e lui aveva raccolto la sfida. Di battuta in battuta, davanti a una platea che aveva calamitato tutti gli avventori, eravamo impegnati in un duello western all’ultima storiella. Alle tre di notte gettai la spugna. Avevo esaurito il mio repertorio e gli riconobbi la vittoria. Ma Dapporto mi concesse cavallerescamente l’onore delle armi. La freddura più divertente l’avevo raccontata io: “Torneo di tiro con l’arco nell’antica Inghilterra. Il primo arciere centra da cinquanta metri la mela deposta sul capo di un figurante. Inchino e presentazione del concorrente a Sua Maestà: I am William Tell. Stessa performance per il secondo arciere seguita dal medesimo cerimoniale: I am Robin Hood. E’ il turno del terzo, che nello sgomento del pubblico colpisce il figurante in piena fronte. Attimi di gelo. Ma il concorrente conserva la freddezza e si rivolge anche lui al sovrano: I am sorry”». Nicola Pietrangeli a 84 anni è un’icona vivente del tennis mondiale. Ma è anche un fuoriclasse della barzelletta, con un bagaglio di oltre mille facezie. La sera del 17 novembre a Modena, al club del tennis Meridiana, aprirà al pubblico la sua cassaforte di spiritosaggini nello show Battuta e risposta, coadiuvato dal cabarettista Gianfranco D’Angelo (che da giovane sognava di diventare un campione di tennis) e dal comico Demo Mura. Un modo per conferire dignità a un genere di comicità istantanea le cui origini, secondo il ricercatore Mario Andreassi, risalirebbero alla civiltà sumera. Avversata per eccesso d’insolenza perfino da Aristotele e Platone, la barzelletta venne rivalutata nell’antica Roma da Plauto. Uno dei bersagli principali era la donna. Oscurato nel Medio Evo, il genere è rifiorito nello scorso secolo bersagliando soprattutto i dittatori. «In realtà» sorride Pietrangeli «è solo un innocente motto di spirito che ha un valore sociale perché spesso rilassa e a volte risolve una serata».

Ma lei come ha scoperto questa vocazione?

Cominciai a raccontare barzellette in serie quando ero capitano della Nazionale in Coppa Davis. Volevo far arrabbiare Adriano Panatta che faceva il serioso. Gli strappavo una risatina a denti stretti solo con le storielle più divertenti. Lui ha la tendenza a mostrarsi antipatico. Ma si scioglie se è pungolato a dovere da chi, come me, conosce bene la sua psicologia. Lo scorso febbraio, ospiti da Fabio Fazio, deliziammo i telespettatori con un fitto ping pong di battute. “È nata una coppia di comici” scrisse il giorno dopo Roberto D’Agostino che non è mai tenero con nessuno.

Se non fosse diventato una leggenda del tennis, le sarebbe piaciuto fare il comico?

Probabilmente sì, perché la battuta mi viene facile sia sul campo che nella conversazione. Il tennis mi ha trasmesso disinvoltura anche nella vita. Ma forse avrei scelto di fare la spalla. Fra i cornici la vena umoristica in cui più m’identifico è quella di Antonio Albanese.

Ma come nascono le barzellette? E a lei chi le fornisce?

Da quanto ne so nascono prevalentemente nelle carceri. Per ammazzare la noia della detenzione. E riflettono quasi tutte un fondo di verità. Le annuso nei bar, per strada, nei posti più impensati. E poi le seleziono. Inutile tenere a mente quelle stupide. Ce ne sono alcune, invece, che valgono per dieci.

Fra le personalità che ha incrociato chi è appassionato di barzellette?

In passato il principe Ranieri di Monaco. Eravamo amici. Ricevevo spesso telefonate di madame Siri, la sua storica segretaria, che con molto tatto mi chiedeva: “Monsieur Pietrangeli, posso passarle il principe?”. Lui attaccava a parlarmi di golf e tennis, grandi passioni, ma sbottava quasi subito: “Senti un po’ l’ultima”. Guai a dirgli che la sapevo. Una volta che ero a pranzo da lui ed ero sul punto di interrompere una sua storiella per dirgli che già la conoscevo, Livio Ruffo della Scaletta, il gentiluomo di corte, mi diede sotto il tavolo un calcio negli stinchi. In tempi più recenti mi sono confrontato con Silvio Berlusconi, barzellettiere di grande talento, ma alla fine abbiamo pareggiato. Ero stato invitato a palazzo Chigi da Rocco Crimi, allora sottosegretario con delega allo sport, per parlare di tennis con il Cavaliere. Ma si passò presto alle barzellette. La sua prima storiella la sapevo e lui lo capì dall’espressione un po’ annoiata della mia faccia. “Me ne racconti allora una lei”, mi provocò. Stoppandomi poi quasi subito: gliel’avevano già raccontata. Fini in pareggio, 3 a 3: nessuno dei due riuscì a far ridere l’altro con una barzelletta nuova. Non c’era tempo per approfondire. Pero il premier aveva preso gusto alla sfida e incaricò Crimi di organizzare una serata tutta dedicata alle “ultimissime”. Poi non se ne fece niente.

Ha mai partecipato a un torneo di barzellette?

Una volta, in televisione, a “La sai l’ultima?”. In finale mi scontrai con Remo Girone, che in quel momento con La Piovra godeva di grande popolarità. Ricevetti caute pressioni per cedergli il campo. E io mi feci due calcoli. Il primo premio era un viaggio alle Maldive, dove ero stato dieci volte. Il secondo un soggiorno in Kenya, paese che non conoscevo. Trovai conveniente perdere. Ma la barzelletta migliore era la mia. “Serata di gala sul Titanic. Il mago cerca di mettere in scena i suoi numeri ma viene boicottato ogni volta dalla voce petulante di un pappagallo presente in sala. ‘Il coniglio? E’ nella manica della giacca. La colomba? E’ nelle calze. Le carte? Sono truccate’. La nave va a picco e il mago e il pappagallo si ritrovano aggrappati entrambi a un tronco del relitto. Si guardano con ostilità per molte ore e infine il pappagallo sbotta: ‘Va bene, hai vinto tu: dove hai nascosto la nave?’”».

Chi ha riso di più alle sue barzellette?

Marcello Mastroianni non riusciva a contenersi ogni volta che gli raccontavo la barzelletta sul torneo di abilità nella caccia. “Un francese con un solo colpo di fucile fa fuori due anatre. Un inglese uccide un paio di volatili con una freccia. Infine arriva un giapponese che sguaina uno spadone con cui, dopo aver emesso alcuni suoni gutturali, fende l’aria scagliandosi contro una zanzara che però continua a volare. Al termine dell’esibizione il capo della giuria lo convoca sul palco e gli dice: Guardi che la zanzara vola ancora. Si, ma non scopa più”. Marcello rimaneva riverso sul divano a sbellicarsi per alcuni minuti.

Conosce altri sportivi appassionati di barzellette?

Francesco Totti è simpatico ma le sue battute non me le ricordo. Il barzellettista migliore è Giordano Maioli, mio compagno di doppio. Il suo repertorio è però un po’ greve. A me non piace l’eccesso di volgarità. Anche nel narrare storielle penso ci voglia equilibrio.

Qual è il rischio maggiore per un barzellettiere?

Quello di stufare. O di andare fuori misura. Quando si comincia a raccontarle occorre valutare il pubblico che si ha di fronte. Bisogna cercare di non urtare le suscettibilità. Ma è pur vero che la comicità non ha confini. Si può scherzare anche sui tabù. Basta farlo con garbo. I primi a ridere di se stessi sono per esempio gli ebrei. Che si raccontano storielle fra loro prendendo spunto perfino da una tragedia universale come l’olocausto».

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Cecchinato n.1 italiano. Sorpassato Fognini, ora sogna la top 10 (Cocchi). Ceck, sorpasso da fermo (Semeraro). Lega e 5 Stelle, sfida a colpi di racchetta (Coccia)

La rassegna stampa di giovedì 21 febbraio 2019

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Cecchinato n.1 italiano. Sorpassato Fognini, ora sogna la top 10 (Federica Cocchi, Gazzetta dello Sport)

Poca joia a Rio De Janeiro per i tennisti italiani. Sonego, Fognini e Cecchinato sono usciti tutti all’esordio del torneo brasiliano su terra battuta. Fognini ha segnato la terza sconfitta consecutiva all’esordio in altrettanti tornei giocati sull’amata terra, perdendo la notte scorsa con un nettissimo 6-2 6-3 dal canadese Felix Auger-Aliassime, che giocava con una wild card e che grazie a questa vittoria si è garantito per la prima volta in carriera l’ingresso nei primi 100 a soli 18 anni, 6 mesi e 11 giorni. La sconfitta significa invece per Fabio la «retrocessione» a numero due del tennis italiano come gli era successo l’ultima volta nell’agosto 2016 quando Lorenzi gli rubò lo scettro. Da lunedì infatti Marco Cecchinato, nonostante il k.o. sarà numero 16 al mondo, migliorando ancora la sua classifica, mentre Fognini sarà numero 17. È stato fatale per il marito di Flavia Pennetta non riuscire a salvare i 180 punti della semifinale raggiunta lo scorso anno in Brasile. È un testa a testa avvincente quello tra i due italiani ed è la prima volta dal 1976 che due tennisti del nostro Paese sono classificati tra i primi 17 del ranking. Allora si trattava di Corrado Barazzutti, che stazionava in diciassettesima posizione, e Adriano Panatta era numero 8 […] Per cullare il sogno top ten sarà fondamentale, da parte di Cecchinato, cercare di fare del suo meglio sul cemento ostile di Indian Wells e Miami ma soprattutto raccogliere più punti possibili sulla sua amata terra prima che gli scada la «cambiale» Roland Garros. Lo scorso anno prima dell’exploit parigino aveva raccolto solo il 2° turno a Montecarlo, Monaco di Baviera e Roma, risultati ampiamente migliorabili per il Ceck visto a Buenos Aires. A gennaio del 2018 Marco Cecchinato era numero 109 del mondo, mai al centro del panorama tennistico italiano fino alla straordinaria corsa al Roland Garros dove, arrivato da numero 72 del ranking, era riuscito nell’impresa di eliminare Novak Djokovic ai quarti di finale, dandogli una tale scossa da riuscire a rianimare il serbo poi autore della doppietta Wimbledon-Us Open e della riconquista del numero 1. Il sogno parigino si era spento in semifinale per mano di Dominic Thiem, ma Cecchinato ha confermato di non essere una meteora. Salito al numero 27 dopo il Roland Garros, Ceck ha continuato a progredire fino a restare stabilmente nella top 20 e a raggiungere il best ranking per due settimane consecutive […]

 

Ceck, sorpasso da fermo (Stefano Semeraro, Corriere dello Sport)

Nel tennis globalizzato di oggi le classifiche nazionali valgono il giusto, e il computer ha le sue ragioni che il cuore degli appassionati stenta a capire. Ma tant’è: Matto Cecchinato è diventato il 29° numero uno d’Italia – e 16 del mondo da lunedì prossimo – e lo ha fatto perdendo una partita. Per l’esattezza il primo turo dell’Atp 250 di Rio contro Aljaz Bedene, lo sloveno n.83 del mondo, che in Brasile lo ha sconfitto 7-5 7-6. A Rio però è uscito subito anche Fabio Fognini (6-2 6-3 contro Auger-Aliassime), che li difendeva 180 punti mentre il Ceck non aveva scadenze, e nel gioco degli scarti ci ha rimesso il primato azzurro. Per un punto: 2090 contro 2091 nel ranking del prossimo lunedì. Algoritmi a parte, Cecchinato il titolo (onorario) se lo è meritato con il successo di Buenos Aires, il terzo titolo vinto in tre finali giocate dallo scorso aprile, arrivato dopo tre passi falsi ad Auckland, Melbourne e Cordoba, che avevano sollevato qualche dubbio sulle sue chance di confermarsi dopo lo straordinario 2018. Un anno fa di questi tempi Marco era numero 103 del mondo. In dodici mesi ha scalato 87 posizioni, migliorandosi quasi in tutto sotto la guida di coach Simone Vagnozzi, affiancato da Uros Vico, e del preparatore Umberto Ferrara […] Nelle statistiche che pubblica I’Atp non è vicino alla sua classifica attuale né nel rendimento al servizio (n. 38, Matteo Berrettini è 14°), né in quello alla risposta (n.51, Seppi è 21°), mentre è n.20 nel ranking che misura la tenuta sotto pressione, con un 68,4% di vittorie nei set decisivi. «La sua grande qualità? Sa come vincere le partite», ci diceva proprio Ferrara lo scorso dicembre alla Virtus Bologna. Certo, a maggio dovrà fare i conti con i 720 punti in scadenza della semifinale dello scorso anno al Roland Garros, ma da qui ad aprile (70 punti a Montecarlo, 256 a Budapest) può badare solo ad accumulare. A partire dai Masters 1000 di Indian Wells e di Miami, dove i punti in palio sono tanti […] Intanto ha messo nel caveau anche il ruolo di “brand ambassador” per la Kia, e guarda in alto. Il numero 10, oggi occupato da Marin Cilic, resta a più di mille punti di distanza, una enormità. Cecchinato ha dimostrato di non temere le arrampicate impossibili e di saper reggere la pressione. Un conto, certo, è vincere quando nessuno te lo chiede, un altro farlo quando tutti te lo chiedono. E questo negli ultimi anni è sempre stato il problema di Fognini. «Quando si avvicina quella linea (il confine dei Top 10; ndr), Fabio si fa prendere un po’ dal nervosismo», ammette papà Fulvio. I tre primi turni rimediati in Sudamerica sulla terra contro avversari più che alla sua portata (Bedene, n.83, Munar; n.66, e il 19enne Auger-Aliassime, n.104) non erano in preventivo, lunedì evaporeranno i 250 punti conquistati con il successo di un anno fa a San Paolo, torneo al quale Fabio non si è iscritto. La caviglia dolorante ha qualche peso nella faccenda, ma non ci sono operazioni in vista («Fabio sa che deve conviverci») […]

Lega e 5 Stelle, sfida a colpi di racchetta (Pasquale Coccia, Manifesto)

La partita politica tra Salvini e Di Maio si gioca anche sui campi da tennis di Torino. Il capoluogo piemontese per rimettersi in gioco, dopo l’esclusione dalle olimpiadi invernali del 2026 che il Coni ha circoscritto alla coppia Milano-Cortina, ha avanzato la candidatura per ospitare le edizioni degli Atp Finals di tennis dal 2021 al 2025, il torneo riservato agli otto migliori tennisti al mondo, per importanza secondo solo ai 4 Slam. L’associazione tennisti professionisti (Atp), chiede alle città che si candidano una garanzia economica di 80 milioni coperta dai governi di appartenenza. Oltre a Torino sono in lizza Londra, Manchester e Tokio. A novembre del 2018, il sottosegretario con delega allo Sport, il leghista Giancarlo Giorgetti, ha garantito alla sindaca di Torino, la 5S Chiara Appendino, la copertura finanziaria per l’evento, ma qualche giorno fa, quando scadeva il termine per la presentazione della fideiussione all’Atp, Giorgetti ha fatto marcia indietro e sostenuto che i fondi mancano, bisognerebbe trovarli sul territorio tra enti locali e privati, la stessa soluzione indicata da Di Maio, quando aveva negato il finanziamento olimpico per il 2026. Dietro l’angolo in tanti hanno letto la risposta della Lega ai 5 Stelle come una ripicca per il mancato sostegno economico alla Lombardia e al Veneto a guida leghista per le olimpiadi invernali. Un tentativo, quello della Lega di mettere in difficoltà i 5S e ottenere un ammorbidimento sui Giochi, sempre che il Cio a giugno li assegni all’Italia. La Federtennis italiana, tramite il presidente Angelo Binaghi, dopo la marcia indietro di Giorgetti ha chiesto una deroga all’Atp, che l’ha concessa sino a fine febbraio, estendendola a Londra, Tokio e Manchester, che però hanno le carte in regola. A parte la figuraccia internazionale, Torino e Roma brancolano nel buio, la Confindustria piemontese e la giunta Appendino parlano di privati che in dieci giorni dovrebbero tirar fuori circa 20 milioni, a patto che Comune e Regione ne sborsino complessivamente una quindicina e che il governo metta mano al portafoglio […] La Lega parla di un progetto di legge che garantisca la copertura finanziaria, mai tempi parlamentari sono lunghi, i pentastellati vorrebbero dunque un decreto del presidente del consiglio che garantisse buona parte della copertura. All’Atp sembrano orientati a confermare Londra […]

ATP di tennis, Sos della sindaca: “Imprese, aiutateci a trovare i soldi” (Diego Longhin, Repubblica Torino)

L’appuntamento è fissato per lunedì a Torino Incontra. E le imprese, a cui si chiederà di credere in Torino e soprattutto di metterci dei soldi, si troveranno davanti non solo il presidente della Camera di Commercio, Vincenzo Ilotte, ma la sindaca Chiara Appendino. Sarà la prima cittadina a perorare la causa delle Atp Finals, il quinto torneo più importante al mondo di tennis, e a chiedere alle aziende, dalle grandi alle piccole, di sponsorizzare e sostenere l’evento. Solo così l’Atp avrà possibilità di essere ospitato all’ombra della Mole. Ad oggi manca la copertura economica per presentare la candidatura e prosegue il balletto del governo gialloverde sulla necessità «che anche il territorio ci metta parte delle risorse». Balletto portato avanti dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio, il leghista Giancarlo Giorgetti. L’Atp ha dato una proroga: quindici giorni per trovare una soluzione e completare tutti i requisiti necessari, compresi i 78 milioni per cinque anni, dal 2021 al 2025. La sindaca Appendino ha chiesto aiuto alle imprese e si è rivolta al presidente della Camera di Commercio, Ilotte […] «Con Appendino ci siamo trovati. C’è bisogno di dare una mano? E noi la diamo. Non c’è stato bisogno di chiedere», dice Ilotte. L’appello alle imprese per partecipare è condiviso con tutte le associazioni di categoria, dall’Unione industriale all’Ascom, passando per le sigle della piccola industria e dell’artigianato. Si tratta di trovare un po’ di milioni, visto che dal governo filtra l’ipotesi che l’impegno del governo non possa superare il 30-40 per cento, dai 25 ai 30 milioni di euro sui 78 necessari per il quinquennio. «Non riesco a capire dove siano scritte queste percentuali. Chi dice che debba essere il 30 per cento, e non il 50 oppure l’80», sottolinea flotte. E aggiunge: «Mi sembra che il territorio sia unito. Tutto unito. Forse la Lega vuole sentire il rumore della piazza di Torino? Faremo vedere alla Lega che la città è coesa, così come abbiamo fatto sentire ai 5 Stelle che la Tav è un’opera necessaria» […] Il sospetto che sotto ci sia un gioco tra i due alleati per permettere alla Lega di ottenere il via libera dal Movimento 5 Stelle sulle coperture per la candidatura alle Olimpiadi del 2026 di Milano è forte. Sospetto che convince anche il presidente della Camera flotte. «Spero che non sia solo una questione di scambi».

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Rassegna stampa

Osaka, dura la vita senza allenatore (Crivelli). “Fondi al Masters con l’Olimpiade”. No del Governo (Piccioni). Elina, come picchia la regina di Roma! (Semeraro). Djokovic: “Stavo per smettere la nascita di mio figlio mi ha dato equilibrio” (Audisio)

La rassegna stampa di mercoledì 20 febbraio 2019

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Osaka, dura la vita senza allenatore. Disastro a Dubai (Riccardo Crivelli, Gazzetta dello Sport)

Lo zen è la via che riporta alla realtà. Qui e adesso. E quella di Naomi Osaka, dopo la traumatica separazione tecnica da Sascha Bajin, il coach serbo che da numero 72 al mondo in 14 mesi l’ha portata in vetta al ranking con due tornei dello Slam vinti (Us Open e Australia), è entrata d’improvviso in un turbinio di negatività probabilmente prevedibile e comunque molto umano. La forza di Naomi, in questo anno fantastico, è stata la capacità di farsi scivolare addosso il mondo esterno e di conservare un’enorme ferocia mentale nei momenti più caldi delle sfide clou. Ma gli eventi degli ultimi dieci giorni hanno finito per travolgerla. Dopo il trionfo a Melbourne, la giapponese è tornata in campo nel Premier 5 (i tornei equivalenti ai Masters 1000 maschili) di Dubai. O meglio, sul cemento degli Emirati ha portato il suo fantasma, travolto in appena 66 minuti con un doppio 6-3 dall’ex top ten Kiki Mladenovic, adesso numero 67 e nel 2019 ancora priva, fino a ieri, di vittorie (quattro eliminazioni al primo turno) […] E quando si è trattato di commentare l’uscita, è stata tranchante: «Mi è capitato un disastro». Alla vigilia del torneo, la numero uno del mondo (posizione che in ogni caso manterrà) aveva spiegato finalmente le ragioni della clamorosa rottura con Bajin: «Non è una questione di soldi, semplicemente non ero più felice e non posso anteporre i successi sportivi alla mia felicità personale. Si è rotto qualcosa nel nostro rapporto, non potevo avere qualcuno in tribuna di cui non mi fidavo più, ma ringrazio Sascha per avermi fatto diventare la giocatrice che sono». Solo che quel vuoto, gli sguardi che non si incrociano più, al primo appuntamento dopo l’addio si è rivelato un macigno insuperabile: «Non lo nego, in questi giorni non mi sono preparata bene e prima del match sono entrata negli spogliatoi con un grande carico di emozioni difficili da gestire: il risultato è la conseguenza di tutto questo, so che adesso la gente mi concede un’attenzione che prima non avevo» […]

 

“Fondi al Masters con l’Olimpiade”. No del Governo (Valerio Piccioni, Gazzetta dello Sport)

Milano-Cortina va. Tutti insieme appassionatamente: sindaci, presidenti di regione, Coni, governo. La corsa italiana ai Giochi Invernali del 2026 continua senza frenate e anche il vertice olimpico di ieri a Palazzo Chigi lo ha dimostrato. Anche se certi paletti restano in piedi. Il costo zero, sicurezza a parte, per il Governo, è un bastione che non viene messo in discussione. E il tentativo di scalfire questo schema, anche indirettamente, viene rispedito al mittente. Com’è accaduto ieri. Con la dichiarazione di Luca Zaia, governatore del Veneto, che ha proposto un «pacchetto di sostegno finanziario» per legare il progetto olimpico alla candidatura di Torino per le Atp Finals di tennis nel quinquennio 2021-2025, ambizione che s’è incagliata per ora sui 62 milioni di fideiussioni da trovare per gareggiare con Londra la sede uscente, Manchester, Singapore e Tokyo. Zaia aveva argomentato così l’idea: «Una volta definito il pacchetto complessivo, basato su due eventi planetari come le finali Atp e le Olimpiadi, i finanziamenti si possono reperire con modalità da definirsi concordemente. Mettendo in campo un pacchetto di così alto prestigio manderemo allo sport mondiale un messaggio unico e forte di compattezza e determinazione». A stretto giro, in piazza Colonna, il governatore lombardo Attilio Fontana ha detto sì: «Una proposta che evidenza il fatto che i grandi eventi sportivi sono grandi risorse per il Paese e quindi bisogna collaborare tra tutti». Una visione che Simone Valente, il sottosegretario ai rapporti con il Parlamento che è il plenipotenziario del Movimento 5 Stelle sullo sport, ha immediatamente contestato: «Ogni evento va considerato singolarmente e si devono valutare costi e benefici senza mercanteggiare. È totalmente inopportuno, la politica non deve fare questo». Porta chiusa. Così l’idea del «pacchetto» non ha varcato la soglia di Palazzo Chigi. Il progetto tennis è ormai vicino alla resa dei conti visto che l’Atp ci ha concesso una proroga fino a fine febbraio, i costi delle Olimpiadi restano a carico delle Regioni. E nella riunione si è parlato di «come dare completa attuazione alla lettera di garanzia del presidente del consiglio inviata al Cio il 10 gennaio», la sintesi dell’ufficio del sottosegretario Giancarlo Giorgetti […]

Elina, come picchia la regina di Roma! (Stefano Semeraro, Corriere dello Sport)

Elina Svitolina è una ragazza pratica: punta ai record. Prima ucraina a entrare fra le Top 10 del ranking mondiale, vincendo le ultime Wta Finals è diventata anche la prima Maestra del suo Paese. In classifica è già stata numero 3, l’obiettivo ora sono numero 1 e un risultato importante negli Slam, dove finora è arrivata al massimo nei quarti, due volte in Australia e due volte a Parigi. Il killer istinct non le manca: ha già sconfitto sei volte una numero 1 del mondo, e su 15 finali giocate in carriera ne ha vinte 13, comprese le ultime due di fila al Foro Italico. Da quest’anno poi può contare sull’aiuto di uno sparring partner di qualità: Gael Monfils, il campione francese con cui fa coppia fissa. In Australia hanno aperto un account “di coppia” e iniziato una gara a fine benefico: ogni ace che riescono a piazzare, ci ha spiegato Alina a Doha, si trasforma in una donazione di 100 dollari all’ospedale pediatrico di Odessa. Onestamente: che chance ha di battere Gael come numero, di ace? «E’ dura, ma l’importante non è quello, cerchiamo semplicemente di fame più che possiamo. Ci interessa restituire un po’ di quello che abbiamo avuto, fare per i bambini. E’ la prima iniziativa di beneficenza che organizziamo, cene saranno altre. Abbiamo tanti progetti insieme». Difficile immaginare due personalità più diverse delle vostre… «E’ vero, siamo molto diversi: per mentalità, stile di gioco e cultura. Anche il modo in cui guardiamo al tennis è differente, e proprio questo rende la cosa più interessante. Riusciamo a prendere il meglio l’uno dall’altro. Io sono molto precisa in tutto quello che faccio, Gael più rilassato, e da quando sto con lui riesco a rilassarrmi anch’io. Mi rendo conto che alla fine sto solo giocando a tennis e che la vita è bellissima». Vi alienate anche insieme: come riesce a concentrarsi palleggiando con un intrattenitore nato come lui? Gael dice spesso che se non si divertisse smetterebbe subito di giocare. «La verità è che ci alleniamo molto seriamente: perché io lo metto alle corde. Gael si diverte a fare dei colpi strani, a inventare cose, ma quando esagera lo richiamo all’ordine: “okay, adesso facciamo 15 diritti incrociati!”. Sono quel tipo di persona, la mia educazione è stata molto rigorosa» […] Lei in campo è tostissima, specie in finale e specie contro le più forti: una dota naturale? «Negli ultimi due anni ho lavorato molto su questo aspetto, prima con un mental-coach e ora da sola. Nel tennis vince chi si adatta prima e meglio. Ogni settimana le condizioni sono diverse, cambiano palle, campi, temperature. Non era neppure previsto che io giocassi a Doha, è stata una decisione dell’ultimo minuto. Devi sempre essere concentrata su quello che fai nei momenti che contano, ed è quando ti trovi in finale con un giocatrice forte che serve il salto di qualità. Adesso riesco sempre a dare il 100 per cento». Negli Slam non è mai andata oltre i quarti: è l’obiettivo di quest’amo? «Ho 24 anni, quindi ne giocherò ancora tanti. Cerco di fare il meglio e restare positiva. Nel tennis è normale perdere quasi tutte le settimane, non ha senso abbattersi per una sconfitta» […]

Le grandi storie del tennis: Lilì, la prima femminista (Daniele Azzolini, Tuttosport)

La più bella aveva un nome da profeta: Elia. Ma si faceva chiamare Lilì, e il nomignolo le stava un incanto. Riassumeva in quattro lettere squillanti il suo carattere, e rendeva più sbrigative le presentazioni, ché a pronunciare per esteso Elia Maria Gonzalez-Alvarez y Lopez-Chiceri c’era di che farsi venire il mal di testa. Tagliar corto, andare al punto, faceva parte della sua natura. Su di essa Lilì costruì il suo tennis, il suo modo di essere donna, infine la sua vita. Dritta alla meta, sempre. Qualunque essa fosse. La rete di un campo in erba, qualche convenzione da abbattere, una polemica da sostenere, tanto più se dalla parte di un femminismo che negli anni Venti, sconosciuto persino alle avanguardie più progressiste della borghesia finanziaria, appariva misterioso, sconsiderato e dunque deprecabile. Lei, Lilì, fu la prima femminista dello sport, e sì, anche la più deprecabile, non fosse stato per quelle chiome brune che si diceva cambiassero colore, incupendosi, quando le furie la agitavano, e quelle gambe lunghissime, capaci di turbare i sonni di un pubblico maschile composto unicamente da spasimanti, pronti per un suo sorriso – lo scrisse, in quegli anni, Maria Campo Alange, una delle rarissime donne ammesse alla professione giornalistica – ad accettare qualsiasi compromesso culturale e politico con la militanza femminile. Un pubblico di “suffragetti” schierati dalla parte dell’unica suffragetta che avrebbero istintivamente eletto al parlamento. “La Senorita”, in Inghilterra la chiamavano così. Quando sbarcava a Dover e il riflesso delle bianche scogliere le si adagiava sui capelli, si scatenava il frenetico e un po’ surreale corteggiamento dei fans. “Disposti a tutto”, scrive ancora su ABC la Campo Alange, che poi divenne sua amica e insegnante di giornalismo, «si accalcavano per ottenere un suo autografo, attendevano ore per vederla lasciare un teatro, o un ristorante» […] «I giornali del Regno Unito erano conquistati dai suoi modi sicuri, talvolta duri e quasi maschili», continua la sua biografa. Lilì dominava la scena. Giovane, spregiudicata, affascinante, in cambio di quelle maniere sin troppo tranchant, dispiegava sorrisi in grado di trascinare in un paradiso di seduzione anche gli animi di scorza più dura. E il seguito potete immaginarlo… La mantide tennista avrebbe poi saputo come trasformarli in tremolanti gelatine. Era nata a Roma il 9 maggio del 1905, in una delle camere dell’Hotel Flora, via Veneto […] Lilì sarebbe potuta nascere ovunque, ma Roma si sposava bene al suo fascino mediterraneo, e lei ci teneva. La sua formazione, come i suoi modi di fare, la rapidità con cui prendeva decisioni, o attizzava la polemica, non furono però quelli di una città già allora ingombrante e un po’ indolente. Ricordavano più della sua vita fra un treno e l’altro, con il continuo cambiare dei punti di vista, lo sferragliare agitato delle emozioni, l’approdo a certezze che non erano mai definitive, ma di passaggio. Divenne sportiva praticante in Svizzera, dove la madre, cagionevole di salute, decise di fermarsi, alfine scendendo dal treno. Lilì vinse a Saint Moritz il primo trofeo, ma nel pattinaggio su ghiaccio. Aveva undici anni. A tredici cominciò a giocare a tennis, ed era già un’ottima golfista. Diciassettenne vinse un oro internazionale ancora nel pattinaggio ed entrò nella squadra spagnola di sci. A diciannove anni conquistò il Gran Premio della Catalogna, guidatrice spericolata per le strade sterrate di allora. Dai venti in su si dedicò quasi solo al tennis. Quasi… Giusto un po’ di biliardo, nel quale eccelleva, e di equitazione, e di scherma, in modo da aggiungere altri ori alla sua stanza dei trofei. Partecipò da tennista ai Giochi Olimpici del 1924 a Parigi (giunse nei quarti), nell’anno in cui vinse i tornei di Cannes, Aix les Bains, Touquet e Monte-Carlo. Gli eventi su la Cote d’Azur furono suoi a più riprese, Monte-Carlo addirittura cinque volte. A Parigi fu finalista nel 1927 e vinse il doppio nel 1929. Ma gli anni migliori furono quelli del suo assalto a Wimbledon, delle tre finali consecutive, dal 1926 al 1928, quando venne fermata solo da tenniste con quattro quarti di nobiltà sportiva: la McKane Godfree, poi Helen Wills, infine Daphne Akhurst. Lei capovolse quei risultati presentandosi in campo con un abitino firmato da Elsa Schiaparelli, una tutina bianca “da truppa” lo definirono. Fu un trionfo, ed ebbe le “prime” di tutti i quotidiani. Nel 1930, a Milano, si iscrisse alla prima edizione degli Internazionali d’Italia, li vinse in finale contro Lucia Valerio, al fianco della quale si prese poi anche il doppio. Lucia, la nostra prima vedette tennistica, fu forse la sua migliore amica e in un suo lontano ricordo descrisse Lilì con queste frasi: «Era azzardata in tutto ciò che faceva, e prima di tutto nel tennis, nel quale cercava sempre la soluzione più difficile. Il suo premio erano gli applausi. Il problema è che faceva diventare azzardate anche noi, che per carattere ce ne saremmo ben guardate». Oggi le parole sono altre, per descrivere una donna degli anni Venti come Lilì Alvarez… Protofemminista, come lo furono tutte le suffragette politicamente impegnate. Protagonista di uno star system direttamente proporzionale ai mezzi di comunicazione di cento anni fa, dunque essenzialmente basato sul passaparola, sulle emozioni veicolate dai racconti. Eppure suona strano che la Storia di uno sport come il tennis, che tutto ha descritto, circostanziato, enumerato, arrivando persino a contare quante ore di pioggia vi siano state in ogni giorno di contesa, da che Wimbledon è Wimbledon, abbia tracciato un rigo su una donna come Lilì Alvarez. Sottaciuta, quasi dimenticata, un nome fra i tanti. Curioso, perché fu lei ad aprire la strada a una professionalità sportiva militante, lei a scrivere per prima di un dilettantismo antidemocratico, un “falso y aniquilosado mito” utile solo a mantenere lo sport nelle mani delle classi che se lo potevano permettere, lei a descrivere la via sportiva come la più breve, e ricca, e piena, per raggiungere il proprio “io interiore”. Scrisse nel suo libro più bello, Plenitud, del 1946: «Un atleta è caratterizzato dalla sua agilità, rapidità, flessibilità, forza, abilità e dall’equilibrio. Attraverso queste qualità, egli sperimenta una perfezione espansiva e spaziale sinonimo di bellezza interiore». Difficile sottrarsi alla convinzione che le grandi rivoluzionarie del nostro sport, la Billie Jean King che strappò il tennis femminile alla giurisdizione di Jack Kramer per dare vita alla Wta che oggi fa da guida al Tour, e la stessa Martina Navratilova che sostenne la diversità e il femminismo attraverso l’esaltazione di una forma fisica che non disdegnasse paragoni maschili, fossero se non le sue dirette discendenti, quanto meno le sue allieve. Non fu lei la prima a diventare professionista. Quando il promoter Charles C. Pyle si presentò nel suo albergo con un assegno in bianco, Lilì Alvarez declinò l’offerta e lasciò che al suo posto partisse per le Americhe, da sola, Suzanne Lenglen. Spiegò che la sua rinuncia era dovuta alla sensazione d’inutilità che le veniva dal progetto. «Tante partite, l’una uguale all’altra, sempre con la stessa avversaria. Non mi sembrava un granché. E per che cosa poi? Soldi?». Suzanne ne ricevette 75 mila, tutti assieme. Cifra che i pochi professionisti di allora, settore maschile, considerarono un affronto alla loro virilità tennistica. Trentotto incontri l’uno via l’altro con Mary K. Brown, senza subire una sola sconfitta. Con il suo gioco da autentica étoile del tennis, Lenglen si prese i match-clou di tutte le serate tennistiche in giro per gli States, organizzate nelle piazze, nei saloni delle grandi industrie e in altri posti impensabili. Fu lei la prima a permettersi un’espressione poi divenuta centrale nelle rivendicazioni delle sue nipotine più moderne: la parità dei montepremi. In realtà erano i tennisti del suo seguito a battere cassa, e lei a guardarli dall’alto. Ma fu un caso isolato il suo, anzi, unico. E Suzanne, non per niente, era chiamata la Divina. Lilì, che quella tournée avrebbe dovuto condividerla con Suzanne, preferiva altro. Lo scrisse in un articolo su La Vanguardia… «Mai ricevuto un dollaro da sportiva, non ne avrei avuto bisogno. La fama acquisita con la racchetta mi permetteva di vivere da super milionaria». Altre donne di sport, negli stessi anni, ebbero in comune con Lilì una così alta considerazione del ruolo della donna. Ma la voce della Alvarez, anche grazie ai suoi articoli, fu la più ascoltata. Il tennis era già allora, e continua a essere, lo sport più borghese fra tutti […] Nel 1926 la classifica del tennis femminile vide Lilì al terzo posto, seconda invece nei due anni successivi. Già nei giorni di Wimbledon, il quotidiano argentino La Nacion si era fatto avanti per chiederle dei reportage. Era l’inizio di una nuova professione, dunque di un nuovo amore. Nel 1931 la chiamò il Daily Mail, per una serie di articoli sulla Guerra Civile spagnola e sul nuovo ruolo delle donne. Nel 1940 fu assunta da La Vanguardia e tornò a scrivere di sport anche su Arriba e sulla rivista Blanco y Negro che la inviò in Australia per la Coppa Davis. Nel 1934 sposò un nobile di Francia, il conte di Valdene, ma il matrimonio si spense dopo l’aborto spontaneo che Lilì subì a gravidanza già avanzata. L’accusa fu quella di non aver rinunciato alla sua vita scapestrata. Lilì rispose con gli avvocati. Ma a quella vita non rinunciò mai. Giocò a tennis fino a tarda età, fece equitazione, non rinunciò alla guida né al nuoto. Scomparve nel 1998 a Madrid, Aveva 93 anni […]

Djokovic: “Stavo per smettere la nascita di mio figlio mi ha dato equilibrio” (Emanuela Audisio, Repubblica)

Sempre magro, occhi spiritati, ma più sereni, in smoking con il panciotto, Novak Djokovic si confessa con il premio Laureus in mano […] «Devo tutto a Jelena, mia moglie. È lei che mi ha tenuto insieme quando stavo perdendo i pezzi. C’è stato un momento in cui non riuscivo più a trovare un motivo per giocare a tennis, non mi divertivo più, e dubitavo valesse la pena di sopportare fatica e dolore. Volevo smettere, dire basta, ero impaziente sia a casa che in campo. Mi cercavo, e non mi trovavo, ero nervoso, il mio gioco non era granché, e quando stai nel pozzo, più ti affanni e più cadi giù. Maledivo tutti, me stesso, ogni cosa, era sempre colpa del mondo, la sconfitta con Cecchinato l’anno scorso nei quarti al Roland Garros ha fatto il resto. Jelena è stata la mia cura, mi ha incoraggiato a non tormentarmi, mi ha detto che dovevo solo aspettare, e che la famiglia non l’avrei mai persa, lei era lì e ci sarebbe sempre stata. Bisognava solo avere pazienza, non distruggere quello che avevamo costruito». A 31 anni ancora non l’aveva capito? «No. Non sapevo ancora che nella vita non puoi controllare tutto. Ero più un tipo da palla dentro o fuori. Vedevo le mete, quelle avevano valore, non il viaggio che fai per raggiungerle, non quello che ti capita mentre stai combattendo la tua sfida. Certo che voglio vincere più Slam, ma un conto è avere l’ossessione di raggiungere un orizzonte, e un altro è cercare di stare mentalmente bene, di avere equilibrio. In parole semplici: è quello che faccio con serenità oggi che mi farà giocare bene domani». E cosa fa oggi? «Il papà. Tutti possono essere padri, ma fare il genitore è una responsabilità diversa. Il mondo si allarga, diventa molto più di un rettangolo, ma non ci arrivi subito. Non vado più a letto tardi, anzi non arrivo neanche più alla mezzanotte. E in campo sto attento ai miei atteggiamenti, penso: e se mio figlio Stefan che ha quattro anni mi vedesse così sconvolto? Prima, credevo di avere tutti i diritti, ora rifletto sui miei doveri. L’altro giorno giocavo a palla in strada con mio figlio e qualcuno mi ha chiesto di fare una fotografia: Stefan, dubbioso, mi ha chiesto, perché quel tipo ti conosce? Be’, sai, gli ho risposto, sono spesso in tv per via del tennis. Io non l’ho detto a mio figlio che sono un campione, né desidero che lui mi riconosca come tale». Però Stefan lo avrà capito. «Ha capito che parto spesso. E infatti mi chiede: perché vai lontano da me? Prima questo pensiero mi era insopportabile. In campo mi mancava la famiglia, a casa soffrivo di non stare in campo. Quando giochi male i dubbi e il disagio si moltiplicano, tutto ti appare insopportabile, ora che sono in pace penso che ogni stagione porta sfide nuove. Dipende da te accettarle, cogliere l’occasione di migliorarti, oppure farti sconfiggere ancor prima di partire. Si chiama nevrosi ed è una talpa che lavora dentro» […] Padre nostro Djokovic, farà altri miracoli? «Credo nella trascendenza. Quando ti spingi oltre i tuoi limiti, e nello sport capita, è come se il tuo spirito uscisse fuori di te e tu fossi guidato da un pilota automatico. Mi è capitato contro Nadal nella finale dell’Australian Open 2012 che è durata quasi sei ore, a quel punto per non sentire il dolore fisico ti estranei. È come un’esperienza extracorporea, sei lì, ma non ci sei, c’è una forza più grande di te che ti porta avanti. Io ho la fede, che mi ricorda quanto sono benedetto. Ho preso atto della mia vulnerabilità, ma anche della mia forza. E non vedo altri posti dove posso evolvere se non in un campo da tennis. Quello che imparo dalla vita, io me lo gioco lì».

Becker: “Essere padri e avere stabilità attorno: questo manca ai giovani” (e.a., Repubblica)

Boris Becker, 51 anni, ambassador della Fondazione Laureus, un’idea sulla Next Gen ce l’ha. E anche sul fatto che nel tennis del Grande Slam tra vecchi e giovani siano questi ultimi a soccombere. Allora Boris, deluso dai teenager del tennis? «No. Non si diventa numeri uno in poco tempo, nemmeno se si è una stella nascente. Bisogna prima salire, poi consolidarsi. Ma un tipo come il tedesco Sasha Zverev, 21 anni, non è mica una delusione visto che per la terza stagione consecutiva è nei top 5». Ma il trio Djokovic-Federer-NadaI non lascia scampo. «Vuole il loro segreto a parte che sanno giocare bene, anzi meglio degli altri? I primi due sono padri, il terzo viaggia con la sua famiglia. Cosa significa? Attorno hanno calma, stabilità, tranquillità. Non fanno tardi la sera, non vanno a cena fuori, mangiano bene, non si considerano in trasferta, ovunque siano quello è il loro mondo perché hanno la casa dietro, e risparmiano energie nervose». […] «I millennial non parlano, chattano, la loro attenzione è per i social, non per l’esperienza che stanno affrontando in uno Slam. I vecchi hanno già vissuto quella situazione e hanno chi si può prendere cura di loro. Mentre Roger può passare dal campo al gioco rilassante con le sue bimbe, i giovani si consumano nel confronto e si distraggono. Scaricano le loro pile, invece di ricaricarle. Nel loro clan non hanno gente attenta ai particolari, esperta, che li sa orientare. Il tennis di oggi è molto performante, richiede molte energie, se hai talento ma sei acerbo non puoi non soccombere. Vedremo se con Lendl a fianco di Zverev qualcosa cambierà». Ma lei ha vinto Wimbledon a 17 anni. «Appunto, nel 1985. Non stavo sui social. Non ero sempre in contatto con un mondo virtuale, la mia giornata non era allertata da messaggini. Dovevo rispondere sul campo, non sul web. E in più c’era Wilander che aveva 21 anni, Noah 25, McEnroe 26. Se al greco Tsitsipas, 21 anni, capita di eliminare Federer e di giocare il suo primo quarto di Slam contro Nadal, poi viene bastonato dallo spagnolo. I tre tenori cantano più forte, ne puoi zittire uno, ma gli altri lo vendicheranno». Lei è per modernizzare il tennis? «Sì perché il mondo progredisce e bisogna accogliere tutte le novità che portano qualità. Si parla di introdurre il tie-break nel quinto set degli Slam. Bene. Niente ripetizione del servizio se la pallina tocca il nastro? Ci sto. Così come sono favorevole alla regola dei 25 secondi tra un punto e l’altro. Mi oppongo invece all’accorciamento dei set, perché così cambia tutto» […]

Lo scambio proposto dalla Lega. Fondi statali per i Giochi 2026 e via libera a Torino per le ATP (Andrea Rossi, Stampa Torino)

Dice il governatore veneto Luca Zaia – uno così influente da aver gettato Cortina nella corsa alle Olimpiadi 2026 come cenerentola facendola diventare un pilastro della candidatura italiana – che bisognerebbe definire un «pacchetto» unico, «basato su due eventi planetari come l’Atp e le Olimpiadi invernali» e successivamente concordare le modalità per trovare i finanziamenti. Ora i termini dello scontro sono chiari, nitidi. E confermano che sulle Atp Finals, il torneo tra gli otto migliori tennisti al mondo che Torino si è candidata a ospitare tra il 2021 e il 2025, è in atto un duello tra Lega e Movimento 5 Stelle, in cui è in gioco il finanziamento pubblico ai grandi eventi sportivi. E dove la domanda è semplice: perché lo Stato dovrebbe finanziare le Atp Finals se non intende contribuire a un evento ben più importante come le Olimpiadi? Ieri mattina a Roma si è riunito il tavolo tecnico sui Giochi 2026 e le posizioni sono emerse come mai prima d’ora. Si è anche capito come mai le garanzie pubbliche per le Atp – i 78 milioni che il governo, tramite il sottosegretario leghista Giancarlo Giorgetti aveva garantito – adesso siano in discussione. Il motivo è semplice: poiché il Movimento 5 Stelle ha imposto che i Giochi 2026, se Milano e Cortina riusciranno a spuntarla, si dovranno organizzare senza un euro dello Stato, ma totalmente a carico di Veneto e Lombardia, la Lega – che amministra le due Regioni – si è messa di traverso sul fatto che lo Stato garantisca per le Atp. Un atteggiamento che ha una sua coerenza, se non fosse che Torino rischia di rimetterci una seconda volta: il no dei Cinque Stelle l’ha privata della candidatura olimpica; ora le resistenze della Lega stanno facendo naufragare l’obiettivo tennistico. La proposta di Zaia, una mossa molto astuta, si incunea nelle contraddizioni del Movimento. Il governatore veneto approfitta dell’impasse sulle Atp per «fare un ragionamento generale sui grandi eventi sportivi». Per essere più espliciti: il governo finanzi entrambe le manifestazioni e non se ne parla più […] Per ora i grillini rifiutano sdegnati: «È totalmente inopportuno», commenta il sottosegretario Simone Valente. «Ogni evento va considerato singolarmente, valutando costi e benefici senza mercanteggiare». Traduzione non autorizzata: le Olimpiadi sono uno spreco e lo Stato non deve pagarle, le Atp Finals sono invece virtuose e vanno finanziate per intero. Su queste basi Torino rischia davvero di fare poca strada […]F

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Rassegna stampa

Djokovic: “Ho dubitato di me, salvato da Jelena” (Ramazzotti). Giorgetti: “I soldi per le ATP non ci sono. Il territorio deve fare la sua parte” (Ricci). Costi-benefici anche sul tennis. La Lega: paghino pure i privati (Ricca)

La rassegna stampa di martedì 19 febbraio 2019

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Djokovic: “Ho dubitato di me, salvato da Jelena” (Andrea Ramazzotti, Corriere dello Sport)

Elegantissimo come in campo e pronto per nuove sfide. Con il suo smoking nero e accompagnato dalla bellissima moglie Jelena, che sul red carpet si è scattata un selfie insieme a Boris Becker e al marito (al quale ha stampato il suo rossetto sulle labbra con un bacio), ieri Novak Djokovic ha catalizzato su di sé gli sguardi di tanti campioni del mondo dello sport presenti al Laureus World Sports Awards e si è preso per la quarta volta il premio come miglior sportivo dell’anno. Una soddisfazione speciale per lui che alla fine del 2017 ha dovuto fare i conti con un problema a un gomito che lo ha tenuto fuori sei mesi. «Lo scorso anno per me è stato eccezionale – ha ammesso – perché dopo l’intervento chirurgico, ho vinto Wimbledon e gli US Open. E all’inizio del 2019 ho trionfato di nuovo agli Australian Open… Questi successi li ricorderò per sempre come frutto dei sacrifici che ho fatto per tornare al massimo». Il suo percorso non è stato facile e lo ha raccontato davanti a una platea che lo ha ascoltato in silenzio. Adesso, dopo la netta vittoria in tre set contro Nadal a Melbourne a fine gennaio, è ancora più numero 1 del mondo ed è intenzionato a rimanere in questa posizione. Perché Nole, nonostante il passare degli anni (a maggio saranno 32), si sente più forte di prima e paradossalmente l’ultimo grave infortunio lo ha reso ancora più convinto delle sue possibilità. «Negli ultimi tre anni, dopo la vittoria al Roland Garros del 2016, ho imparato tante lezioni. Volevo quell’obiettivo, vincere tutti e quattro gli Slam, e quando l’ho raggiunto mi sono sentito sollevato, ma non realizzato. Poi c’è stato questo periodo che non è stato facile, ma nella vita succede così a volte: il risultato che ottieni è niente senza il viaggio che fai per raggiungerlo. Adesso ho vinto altri tre tornei dello Slam, ma non tutto è stato facile e quando ero infortunato tante volte mi sono chiesto se sarei tonato. Ero impaziente di uscire da quel tunnel e tante cose sono state complicate». «Ho avuto la fortuna di avere accanto mia moglie – ha proseguito Nole – che mi ha dato la forza per fronteggiare le avversità e con il suo supporto mi ha permesso di sconfiggere i dubbi e dilemmi che uno sportivo può avere quando ha problemi fisici o quando sta cercando se stesso. C’è stato un momento in cui non riuscivo più a trovare un motivo per giocare a tennis: non mi divertivo più e dubitavo che valesse la pena di sopportare il dolore e la fatica privando per giunta la famiglia del mio tempo. Il sacrificio che sopportavo era diventato superiore al divertimento che provavo. Ho seriamente dubitato di andare avanti con il tennis perché la mia vita non aveva più equilibrio e avevo bisogno di capire quello che volevo davvero. È stato allora che lei mi ha fatto sentire la sua vicinanza e ne sono uscito. Adesso eccomi qua, ma il merito di quello che ho vinto dopo l’infortunio è più suo che mio. Quando affronti avversità o sfide, devi guardare dentro di te dove ci sono le risposte. Non lo avevo mai capito, ma per fortuna l’ho fatto recentemente. È lì che ho trovato la forza per uscirne e andare avanti lavorando su me stesso» […]


Giorgetti: “I soldi per le ATP non ci sono. Il territorio deve fare la sua parte” (Giulia Ricci, Corriere Torino)

«Il governo non fare da solo, quei soldi non ci sono, il territorio deve fare la sua parte». Il sottosegretario con delega allo Sport Giancarlo Giorgetti pensa che se Torino e le sue imprese desiderano così tanto le Atp Finals di tennis dovrebbero trovarsi le risorse «da soli». Perché il capoluogo piemontese possa candidarsi, infatti, serve una garanzia finanziaria: 78 milioni di euro, 18 per il primo anno e 15 per i quattro successivi dell’evento, dal 2021 al 2025. La promessa di una fidejussione da parte del governo sarebbe dovuta arrivare entro venerdì sera a mezzanotte, ma l’associazione anglosassone ha concesso a tutti i Paesi candidati altri dieci giorni di tempo. Il sogno «riparatore» dopo lo schiaffo olimpico è diventato, però, una questione politica e di battibecchi tra gli alleati: da una parte il Movimento 5 Stelle, che sta lottando nella persona del sottosegretario Simone Valente per dare una seconda chance a Torino; dall’altra la Lega, che sembra non riuscire a mandare giù il mancato sostegno economico alla candidatura a cinque cerchi di Milano-Cortina. Così, giovedì sera, la discussione tra Valente e Giorgetti prima, durante e dopo il Consiglio dei ministri si è conclusa con un nulla di fatto, nonostante la garanzia fosse stata promessa dall’esecutivo «nel mese di novembre», come sottolineato più volte dalla sindaca Chiara Appendino. Venerdì è poi andata in scena la lunga giornata di pressing della prima cittadina, che sul grande torneo dei maestri di tennis ci sta mettendo anima e corpo, un po’, probabilmente, per farsi perdonare dal territorio di aver perso il bis delle Olimpiadi invernali. Quel giorno il premier Giuseppe Conte le ha dato una risposta secca: «Troppo tardi, avresti dovuto pensarci prima». Ora il tempo per rimediare, però, c’è. Il presidente di Federtennis Angelo Binaghi ha mandato una lettera ad Atp chiedendo una proroga e l’ha ottenuta. La proposta di una legge parlamentare per stanziare quei 78 milioni fatta dal capogruppo della Lega alla Camera, Riccardo Molinari, non sarà però sufficiente come garanzia: serve una mossa del governo. E Giorgetti ribadisce che quei soldi, a Roma, non ci sono: «Vorremmo dare un supporto per le finali Atp di tennis di Torino. Ora come ora mancano 80 milioni di euro. Si può fare solo se si creano sinergie con il territorio. Non può essere fatto solo con il supporto pubblico». Il sottosegretario leghista rilancia così la palla a tutti quegli imprenditori piemontesi che in questi giorni hanno attaccato il governo giallo-verde per il mancato appoggio alla candidatura […]


Grom: “È una grande opportunità, perché non dovremmo investire anche noi privati?” (Giorgia Mecca, Corriere Torino)

La partita non è ancora finita. Per continuare a giocarla, però, Torino ha bisogno di supporto economico da parte degli imprenditori locali. Lo ha detto ieri a Milano il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giancarlo Giorgetti […] Federico Grom, cofondatore insieme a Guido Martinetti di Grom, l’azienda che produce e vende gelati artigianali in tutto il mondo, l’anno scorso ha deciso di diventare sponsor del Roland Garros di Parigi, uno dei quattro tornei del Grande Slam di tennis. Grom è presente all’interno degli Open di Francia con un negozio e molta visibilità nei pannelli pubblicitari (come l’altra torinese Lavazza, che è anche fornitore ufficiale di caffè in tutti e quattro i tornei dello Slam). «Un investimento importante e ragionato di cui non ci siamo pentiti, e anzi, ne siamo orgogliosi», dice Federico Grom. Sarete sponsor a Parigi anche nel me? «Sì, per il momento il nostro accordo prevede la nostra presenza al Roland Garros per tre anni, fino al 2021». Per portare il tennis a Torino mancano le garanzie economiche, Giorgetti sostiene che non bastino i finanziamenti pubblici, anche i privati devono contribuire economicamente. «Ancora una volta si rischia di fare le nozze con i fichi secchi. Non si può proporre la propria candidatura senza la certezza di avere i soldi per portarla avanti e poi come extrema ratio ricorrere ai privati. Questo si chiama fare marketing sulle spalle degli imprenditori». Dopo Parigi, lei investirebbe anche nel tennis torinese? «La prima risposta che mi viene in mente è “perché no?”. La mia proposta è quella di sederci tutti intorno a un tavolo e fare un piano, ma farlo seriamente, analizzando a priori i costi e i benefici di un investimento su uno dei più grandi eventi sportivi al mondo. C’è bisogno di serietà da parte degli imprenditori e di volontà anche economica da parte della politica. Potenzialmente è un bel progetto e una grandissima opportunità per la nostra città». Ma… ? «Esiste un rischio imprenditoriale, e questo è normale in ogni operazione di questo tipo. Abbiamo capito che c’è la necessità di mettere dei soldi sulle Atp Finals, però bisognerebbe anche capire che da parte di noi privati c’è un’altra necessità, ovverò quella di avere un guadagno economico. Altrimenti non saremmo imprenditori, ma benefattori» […]


Costi-benefici anche sul tennis. La Lega: paghino pure i privati (Jacopo Ricca, Repubblica Torino)

Le prime crepe sul fronte del governo si sono aperte ieri. Non è ancora la soluzione definitiva auspicata dalla sindaca Chiara Appendino per portare le Atp Finals a Torino, ma le parole del sottosegretario alla presidenza del Consiglio, con delega allo Sport, Giancarlo Giorgetti sono il primo segno di un cambio d’indirizzo anche sul fronte leghista. «Vorremmo come governo dare un supporto per le finali Atp di tennis di Torino» ha detto ieri. Non un impegno definitivo sui 78 milioni di euro di garanzie richieste dall’Atp e che, grazie a una proroga, dovranno arrivare entro fine mese, ma una strada che, seppur in salita, ora è tracciata: «Ora come ora mancano 80 milioni di euro — spiega Giorgetti — Si può fare solo tramite sinergie con il territorio, non solo col supporto pubblico». L’idea, che però può concretizzarsi solo con un intervento del presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, è che si arrivi a un impegno del governo, ma con garanzie anche da Regione, Città di Torino e soprattutto imprenditori interessati. Per arrivarci sarà necessario però mettere d’accordo 5 Stelle e Lega. «La partita non è chiusa — diceva domenica Appendino — Ci siamo spesi in ogni modo possibile per trovare una soluzione che permettesse una proroga». Ora si deve fare il passo ulteriore e per questo gli organizzatori, Appendino in testa, sono al lavoro per elaborare uno studio che spieghi come le Atp Finals a Torino siano un evento economicamente sostenibile e come l’impegno di 78 milioni di euro sarebbe largamente coperto, una volta ottenuta l’assegnazione del torneo, con i ritorni economici che, già elevati nelle edizioni londinesi, sarebbero in proporzione superiori in una città come Torino. Il presidente della Federtennis, Angelo Binaghi, dopo aver scritto ad Atp e aver ottenuto la proroga sta lavorando sotto traccia per spostare l’ago della bilancia nel governo e far capire come il torneo, il più importante dopo i 4 Slam, darebbe un impulso enorme anche al movimento sportivo […] Il via libera, se mai arriverà, potrebbe però non bastare. Una delle teorie è che Atp, dopo i tentennamenti, voglia tornare a investire su Londra, ma abbia preferito mantenere ancora in corsa tutte le città, soprattutto le europee, per avere una posizione di forza nella trattativa per restare alla 02 Arena.


Mancano 17 milioni. ATP Finals, il governo ora vuole fondi privati (Andrea Rossi, Stampa Torino)

Servono almeno 15 milioni. Forse 17. Vanno cercati tra sponsor e aziende e servono in meno di due settimane, sempre che gli altri attori di questa surreale partita – governo ed enti locali – rispettino gli accordi. Cosa finora disattesa almeno da Roma. Il dossier sulle Atp Finals di tennis, il torneo tra gli otto migliori giocatori al mondo, è nelle mani del presidente del Consiglio Giuseppe Conte, ma le nubi su Torino incombono. Lo strumento individuato per sbloccare la candidatura è un decreto della presidenza del Consiglio, l’unica soluzione in grado di rispettare i quindici giorni accordati da Atp per fornire le garanzie finanziarie. Servono 78 milioni per ospitare l’evento tra il 2021 e il 2025 ma soprattutto bisogna superare gli spigoli ormai quotidiani tra i due azionisti di governo: il Movimento 5 Stelle, che vuole aiutare Torino, e la Lega, che di certo non è ostile alle Atp Finals ma sembra voler mettere in difficoltà l’alleato. La prova l’ha fornita ieri il sottosegretario Giancarlo Giorgetti, che ha la delega allo Sport e finora ha gestito il dossier assicurando lo scorso novembre che il governo avrebbe stanziato tutti i fondi necessari. Da qualche giorno la sua posizione sembra cambiata. In un primo momento ha spiegato che serviva un passaggio parlamentare per trovare le coperture finanziarie. Ieri ha introdotto un nuovo argomento, annunciando di fatto che le coperture pubbliche non ci sono: «Come governo vorremmo dare un supporto. Ora come ora mancano 80 milioni. Si può fare solo se si creano sinergie con il territorio, non solo con il supporto pubblico». Esattamente quel che dicevano i Cinque Stelle sulle Olimpiadi invernali. Servono quindi fondi privati. E subito, perché entro la fine della prossima settimana l’Italia deve fornire le garanzie economiche. In realtà Giorgetti esplicita ciò che da settimane va dicendo: il governo (sponda leghista, ma in questo caso il dossier è di sua stretta competenza) è disposto a farsi carico dei tre quinti della spesa, poco più di 45 milioni in cinque anni. Ne mancano oltre 30 e, stando ai vecchi accordi, Comune e Regione si sono detti disposti a investirne, sempre nei cinque anni, 12-15. Il resto – tra 15 e 17 milioni – toccherebbe ai privati. E non è poco, soprattutto se sono soldi da trovare in meno di quindici giorni e al momento non è stata convocata nemmeno una riunione sul tema […]

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