Coric fa festa: «Al torneo chiedo il regalo di compleanno» (Cocchi). Quinzi? Un puzzle (Semeraro). Chung si prende la rivincita su Quinzi (Facchinetti). Due ore di battaglia. Rublev elimina Shapovalov (Crivelli). Città del tennis e organizzazione. Milano supera l’esame Next Gen (Annovazzi)

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Coric fa festa: «Al torneo chiedo il regalo di compleanno» (Cocchi). Quinzi? Un puzzle (Semeraro). Chung si prende la rivincita su Quinzi (Facchinetti). Due ore di battaglia. Rublev elimina Shapovalov (Crivelli). Città del tennis e organizzazione. Milano supera l’esame Next Gen (Annovazzi)

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Le lacrime di Sara al Tas: l’antidoping italiano chiede due anni (Bonarrigo/Piccardi, Corriere della Sera)

Nove ore di udienza d’arbitrato a Losanna, dense di schermaglie (dialettiche e legali) e lacrime. Da una parte Sara Errani, che dopo i due mesi di squalifica per positività al letrozolo (già scontati) chiede al Tas la restituzione di punti e premi: il tribunale della Federazione internazionale (Itf) il 19 luglio ha creduto all’assunzione involontaria (contaminazione da cibo). Dall’altra parte Nado Italia, l’antidoping nostrana che — forte del precedente dei due anni di stop del canottiere Niccolò Mornati (positività all’anastrozolo, sostanza che la Wada considera gemella del letrozolo al punto da inserirla nella stessa categoria di prodotti vietati) — davanti al Tas schiera l’artiglieria pesante: il direttore del Tribunale antidoping Signorini, il viceprocuratore Vigna e Francesco Botrè, direttore del laboratorio di Roma. È lui a incalzare la tossicologa forense Donata Favretto, perito della tennista che nell’emozione di ieri ha ceduto alle lacrime due volte: raccontando daccapo tutta la vicenda (che al centro ha una pillola del farmaco antitumoraie Femara) e ascoltando la richiesta di Nado. Due anni di squalifica (o in subordine una «sentenza di giustizia», compresa tra minimo e massimo). Via Skype è intervenuta la direttrice del laboratorio di Montreal, Christiane Ayotte, che trovò la positività nel campione raccolto a sorpresa, fuori competizione, il 16 febbraio scorso. Di persona, mamma, papà e fratello di Sara. Trattandosi, secondo Nado, di troppe coincidenze in una volta sola (in base alla ricostruzione della giocatrice la pillola di Femara perduta dalla madre sul tavolo della cucina era arrivata nell’impasto dei tortellini in brodo, bolliti e serviti in tavola) a Fulvia Errani è stato chiesto di ricostruire l’organizzazione della cucina di casa, per capacitarsi di come sia stata possibile una contaminazione ritenuta abbastanza rocambolesca. Insieme all’esame privato del capello (negativo), davanti al Tas è stata presentata la memoria dell’Itf che definisce «bad mistake», un erroraccio, non aver riconosciuto che sulla confezione di Femara (Nado ha presentato prova fotografica) fosse presente il «bollino doping», che avverte del rischio di positività in assenza di esenzioni terapeutiche. L’Itf, comunque, per coerenza con il proprio tribunale ha chiesto la conferma dei due mesi di stop già smaltiti. Un israeliano, un tedesco e un padovano decideranno il destino di Sara Errani. Sentenza (inappellabile) attesa entro Natale.

 

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Coric fa festa: «Al torneo chiedo il regalo di compleanno» (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

Borna Coric ha ritrovato la strada. Dopo un primo titolo conquistato a Marrakech ad aprile, ha traballato tra infortuni e cali di tensione, ma a Milano sembra aver finalmente ripreso il bandolo della matassa e ieri ha conquistato la qualificazione come primo del suo girone. Ieri ha battuto Khachanov in 5 set.

Coric, questo torneo fa per lei.

Sembra di sì. E’ un evento che mi ha sorpreso in positivo. Nessuno di noi sapeva cosa aspettarsi, come sarebbe stato giocare con queste nuove regole, ma alla fine è andato tutto bene. Qui l’accoglienza è stata stupenda. La gente è appassionata, c’è tanto pubblico che fa il tifo e crea una fantastica atmosfera. Peccato che per me sia la prima e l’ultima presenza visto che il prossimo anno sarò “troppo vecchio” per giocare ancora qui.

In compenso sta vivendo questa settimana al meglio, è arrivato in semifinale esprimendo un buon gioco.

Sono contento, devo concentrarmi e cercare di andare avanti al meglio per godermi questi match fino all’ultimo.

Come si è trovato con queste nuove regole?

All’inizio mi preoccupavano un po’ perché non ero abituato, avevo paura di sbagliare qualcosa, invece devo dire che mi piacciono. Sul tour porterei sicuramente la no-let rule che per me è la migliore, soprattutto per il mio tipo di gioco. Poi lo shot clock, che da un lato non è semplice perché quasi tutti noi ce la prendiamo un po’ più comoda del dovuto, ma allo stesso tempo rende il gioco più dinamico.

La sua stagione è stata di alti e bassi, con il primo successo sul tour e qualche intoppo.

E’ così. Non è stata l’annata migliore che mi potessi aspettare, anche se a Marrakech ho vinto il titolo. Sono stato anche un po’ sfortunato perché mi sono infortunato nel mezzo della stagione e ho perso molto tempo. Il tennis però è anche questo, bisogna fare il conto con tanti imprevisti.

Dopo un periodo con Ivica Ancic, ora la vostra collaborazione si è interrotta. Ha già un nuovo coach?

Si tratta di Christian Schneider, abbiamo iniziato da un paio di mesi a lavorare insieme. Mi trovo bene, ora dobbiamo pianificare il 2018. L’obiettivo per il prossimo anno è stare bene, migliorare, giocare al livello che ho tenuto nelle ultime settimane. Cercare di entrare tra i primi 20-25 al mondo. Ma la prima cosa è restare fisicamente integro così da potermi giocare tutte le carte.

Come mai ha scelto proprio il tennis?

Quando Goran Ivanisevic ha vinto Wimbledon avevo 5 anni, il suo successo è stata la spinta per molti bambini croati di quegli anni. Lui è un punto di riferimento, ed è sempre molto gentile nei miei confronti. In alcune occasioni mi ha dato una mano, qualche consiglio, e mi ha fatto molto piacere. Ma non ho idoli, preferisco seguire la mia strada.

Il 14 novembre compirà 21 anni, da Milano ha la possibilità di portarsi a casa un bel regalone.

Beh, vincere sarebbe il giusto souvenir da riportarmi a casa. Però per il compleanno a me piace fare festa, quindi comunque vada non mi farò mancare un party con gli amici.

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Quinzi? Un puzzle (Stefano Semeraro, Corriere dello Sport)

Come ti ricostruisco un tennista. Nella fattispecie Gianluigi Quinzi, che è entrato nelle Atp Next Gen Finals di Milano dalla porticina delle qualificazioni e ne uscito già prima delle semifinali. Ma fra gli applausi, e dopo tre match lottati con avversari che orbitano fra il numero 36 e il 55 del mondo. L’ultimo ieri, in cinque set, contro Hyeon Chung, il coreano che quattro anni fa aveva superato nella finale juniores di Wimbledon. «Sì, ma lunedì Gianluigi sempre numero 306 resta», dice il suo coach Fabio Gorietti, con lo sguardo dei professore buono e intelligente che tutti gli studenti del mondo vorrebbero avere. «E dovrà ripartire dai tornei minori, senza fretta. Evitando di farsi male da solo, cioè di condannarsi per una sconfitta o di porsi obiettivi troppo lontani». Quinzi è stabile alla Training Tennis School di Foligno da maggio; si era allenato con Gorietti per brevi periodi anche in passato e da lì ha deciso di ripartire dopo essere transitato, attraverso mille cambi tecnici, dallo status di “futuro top-player” a quello di irreparabile flop. «Mi ha detto che aveva bisogno di ritrovarsi. E che da noi pensava di farcela» spiega Gorietti, 50 anni, laureato all’Isef, romano trapiantato a Foligno che ha allenato Paolo Lorenzi e oggi segue anche Thomas Fabbiano e Stefano Travaglia. «Foligno è una città tranquilla, dove si vive bene. Io credo molto nella forza del team, nella trasmissione delle informazioni. A Gianluigi questo piace molto. Quando due dei nostri sono in campo si fanno da coach a vicenda: uno più uno può fare tre». Altro fondamentale del metodo Gorietti: «Uso un sistema percettivo sensoriale: se dici una cosa a un’atleta, se la può dimenticare. Se gliela fai sentire nel corpo, gli resta». Con Quinzi il lavoro è ripartito dalla postura. «Gianluigi ha un problema, evidente ma forse trascurato, alle caviglie, che si riflette a livello di anca e di spalle. Tutti lo accusavano di avere gesti macchinosi, ma così bloccato non poteva fare altro. Così abbiamo iniziato da lì, ore e ore allenamento, migliaia di ripetizioni. Ogni giorno Gianluigi fa 40 minuti di esercizi per le scapole. Per iniziare a correggere il diritto sono servite 10.000 palle, e in tempi anche brevi Per fortuna regge bene la fatica, e si è adattato in fretta». La catena si è sciolta, partendo dal servizio. «Se servi solo in “kick” a 140 all’ora, devi remare due metri dietro la riga di fondo. Se servi meglio, come sta facendo ora, ti ritornano palle più facili da attaccare e puoi andare più spesso a rete. Questo deve essere il suo obiettivo. L’esperienza alle Finals è stata preziosa, gli ha fatto capire che per stare a livello dei migliori deve giocare più aggressivo. E farlo in partita, non solo in allenamento. Traguardi? «Credo in Gianluigi, ma non so dare dei tempi. E’ un processo. Nel tennis il talento conta il 10%, 90% è lavoro, ma se non hai quel 10% non vai da nessuna parte. Io sto cercando di estrarre tutto il talento che c’è in lui». Facendogli da coach, seguendone la preparazione, curando i rapporti con l’esterno e fornendo anche stimoli diversi. «La sua famiglia ha sempre voluto che Gianluigi seguisse la scuola normale, e per me se un tennista studia, è meglio. A Natale regalo a tutti i ragazzi dell’academy un libro, lui ancora non lo sa. Niente di impegnativo, eh? romanzi, massimo 120 pagine. Sennò me li tirano dietro. Però vedo che li leggono…». L’importante è sbloccarsi, no?

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Chung si prende la rivincita su Quinzi. Una tigre che però incassa il terzo ko (Andrea Facchinetti, Il Giorno)

Si chiude con un’altra sconfitta l’avventura di Gianluigi Quinzi nella fase eliminatoria delle Next Gen Atp Finals. Il marchigiano ha incassato la terza battuta d’arresto in altrettanti incontri contro il sudcoreano Hyeon Chung per 1/4, 4/1, 4/2, 3/4(6), 4/3(3), ma ancora una volta ha mostrato confortanti segnali di crescita già intravisti nei match dei giorni precedenti perduti contro il russo Andrey Rublev (in cinque set) e Denis Shapovalov (in quattro). Del resto Gianluigi, dopo avere vinto il torneo di qualificazione che metteva in palio una wild card, era alla sesta partita in sette giorni e dopo due mesi di stop per curare una serie di acciacchi fisici era lecito aspettarsi un calo, tuttavia ha gettato in campo una grinta e una voglia di non mollare finora sconosciute. Evidentemente la cura cominciata all’inizio del mese di aprile alla Tennis Training School di Foligno sotto la guida di Fabio Gorietti comincia a dare qualche risultato. Perché il talento nel braccio mancino non manca, come conferma una carriera giovanile di tutto rispetto, culminata con il successo nel torneo juniores sull’erba di Wimbledon del 2013 (proprio contro Chung che oggi però è numero 54 del mondo), purtroppo non seguita da altrettanti risultati dopo il salto nel mondo del professionismo. «Ho capito che mi manca soltanto la continuità per rimanere a questi livelli», racconta oggi Quinzi, appena n. 306. Nell’altro incontro del girone A il russo Andrey Rublev ha conquistato il secondo posto nella semifinale odierna dietro all’imbattuto Chung, battendo nel lo scontro diretto il canadese Denis Shapovalov per 4/1, 3/4(8), 4/3(2), 0/4, 4/3(3).

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Due ore di battaglia. Rublev elimina Shapovalov (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Ricordatevi di Federer, che raccolse il primo trofeo in carriera a Milano e da lì ha costruito la sua divinità. Ricordatevi di questo torneo in Fiera, che sarà un po’ naif e post-moderno con le regole giovani e rivoluzionarie, ma intanto ha messo in scena la prima sfida fra i Terminator del futuro prossimo, Rublev e Shapovalov, comuni radici russe, stili all’opposto e la promessa, che sicuramente manterranno in fretta, di allungare mani e talento sulla classifica degli anni a venire. Accade talvolta, per la formula complicata, che una partita dei gironi si allontani dal groviglio di numeri e possibilità per riportare il tennis alla sua essenza di sfida senza domani. E il match tra Andrey e Denis è in pratica un quarto di finale: chi vince va in semifinale e chi perde torna a casa. Il pathos, surriscaldato da un bel pubblico serale a maggioranza di passione canadese, anziché sgonfiare le ruote ai due sbarbati li spinge ad andare oltre i limiti oggettivi, regalando la partita più bella del torneo fino a questo momento. Vince Rublev, perché è più solido, cioè più giocatore e perché dimentica d’un colpo il nervosismo delle prime due uscite, certamente amplificato dal ruolo di favorito per ranking. E poi, lo ha detto, le regole nuove non gli piacciono, perché premiano «chi non lavora e ha fortuna». Sono due ore (e un minuto) di battaglia aspra tra le bordate da fondo del russo vero, e le finezze del nativo di Tel Aviv e cresciuto nell’Ontario, capace quest’anno di battere Del Potro e Nadal e di entrare nei primi 50 Atp a 18 anni e 5 mesi, il più giovane dal 1993 dietro Rafa e Hewitt. Shapovalov, con lo champagne nei colpi, ottiene sei punti in più dell’avversario (98-92), ma l’altro concede poco nel 2° e 3° tie-break, decisivi per girare la sfida. Rublev ha come idolo Safin, per il suo allenatore Vicente ricorda Davydenko ma il dritto e la velocità di braccio sono fratelli minori di Kafelnikov. Progetti di fenomeni che nel girone A si inchinano all’ineffabile Chung, che non sbaglia una scelta e finisce 3-0 battendo pure Quinzi (revival della finale di Wimbledon jr. 2013). Ma Gianluigi lotta ancora per 5 set: «Ci sono anch’io». Ti aspettiamo.

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Città del tennis e organizzazione. Milano supera l’esame Next Gen (Carlo Annovazzi, La Repubblica – Milano)

E’ quella scritta a bordo campo, in primissimo piano, che fa la differenza. La città viaggia nel mondo del tennis, in questi cinque giorni di Next Gen non c’è appassionato che non abbia capito subito dove eravamo. Una ribalta importantissima che prosegue il percorso cominciato due anni fa con Expo. L’innovazione è il timbro di Milano e il legame con questa manifestazione tennistica che guarda al futuro è perfetto, fatto proprio per continuare nel tempo. «E noi guardiamo avanti, infatti, già al prossimo anno» afferma Angelo Binaghi, presidente della Federtennis. «Abbiamo deciso noi, come Federazione, di puntare su Milano, avevamo altre ipotesi sempre al nord, Torino, Verona. E siamo soddisfatti. Milano ha superato l’esame nel migliore dei modi». Il battesimo del fuoco è quindi alle spalle. La città del tennis ha convinto, lo spettacolo anche. Roberta Guaineri, assessora allo Sport, ci sperava, chiaramente, ma le cose vanno vissute per poter poi essere tranquilli e adesso è proprio soddisfatta. «Era un’occasione importantissima per dimostrare che questa città ha le capacità per reggere al meglio eventi mondiali e ce l’abbiamo fatta. Per tutti la possibilità di promuoversi agli occhi del mondo era lì, da cogliere. E la risposta è stata positiva». Next Gen ha ancora due giorni di vita in questa prima edizione ma non c’è bisogno di aspettare gli ultimi istanti per tracciare un bilancio. Contano le sensazioni, le emozioni. «E queste ci sono state e tutte buone – continua Guaineri -. Io ho rivissuto i tempi di Expo, sono sempre venuta in metrò in Fiera e ho visto le facce della gente, dei bambini. Un entusiasmo coinvolgente». Tanto pubblico alla sera, tanti bambini di pomeriggio, bambini che si sono divertiti a guardare gli incontri, più veloci del solito, e a giocare negli spazi grandi intorno ai campi. Ecco, gli spazi. Dal prossimo anno dovrebbe esserci il Palalido e la Next Gen potrebbe spostarsi lì. «Valuteremo i pro e i contro delle due sedi – spiega Binaghi -. Anche se stiamo parlando di ipotesi visto che il Palalido non è ancora finito e io prima di fare qualunque considerazione voglio vederlo. Certo, il fascino di un impianto storico in città è altissimo. Però il colpo d’occhio in Fiera è meraviglioso, qui tutto ha funzionato, ci sono stati gli spazi per poter sviluppare bene insieme la parte agonistica e quella commerciale, certo i costi sono maggiori. Decideremo e poi sottoporremo il tutto all’Atp». Archiviato lo scivolone della cerimonia del sorteggio («Noi non c’entravamo nulla, l’Atp deve capire di fare le cose in cui è la numero uno e lasciare agli altri il resto…»), dentro il campo la cosa che più è piaciuta a Binaghi è l’atteggiamento dei giocatori. «E stato torneo vero, hanno tutti lottato sempre fino all’ultimo punto. Avete visto la partita tra Quinzi e Chung? Non contava per la classifica ma è finita al tie-break del quinto». Non può essere però il paese dei balocchi, qualcosa che non ha funzionato fino in fondo ci sarà pur stata. «Alla fine della manifestazione incasseremo 900mila euro dai biglietti. Per il Foro Italico abbiamo già portato a casa due milioni e mezzo eppure mancano ancora sette mesi al torneo. I numeri sono diversi, lì entrano trentamila persone al giorno e qui meno di cinquemila. Però dobbiamo lavorare meglio su questo aspetto. Sì, oggi e domani è sold out ma io vorrei arrivare al tutto esaurito anche nei primi giorni. Era una manifestazione nuova, c’è un dazio da pagare al rodaggio. La crescita di pubblico è l’obiettivo che dobbiamo porci tutti per la prossima edizione».

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Battuta vincente (Gianni Perrelli, La Repubblica – Il Venerdì)

«Da oltre due ore ci ingozzavamo di cibo e ci sbellicavamo dalle risate. Ma 40 anni fa in quel tavolo del ristorante Santa Lucia, tempio milanese del dopoteatro, c’era anche tensione da rivalità. Di fronte a me sedeva Carlo Dapporto. Forse ero stato io a provocarlo raccontando la prima barzelletta della serata e lui aveva raccolto la sfida. Di battuta in battuta, davanti a una platea che aveva calamitato tutti gli avventori, eravamo impegnati in un duello western all’ultima storiella. Alle tre di notte gettai la spugna. Avevo esaurito il mio repertorio e gli riconobbi la vittoria. Ma Dapporto mi concesse cavallerescamente l’onore delle armi. La freddura più divertente l’avevo raccontata io: “Torneo di tiro con l’arco nell’antica Inghilterra. Il primo arciere centra da cinquanta metri la mela deposta sul capo di un figurante. Inchino e presentazione del concorrente a Sua Maestà: I am William Tell. Stessa performance per il secondo arciere seguita dal medesimo cerimoniale: I am Robin Hood. E’ il turno del terzo, che nello sgomento del pubblico colpisce il figurante in piena fronte. Attimi di gelo. Ma il concorrente conserva la freddezza e si rivolge anche lui al sovrano: I am sorry”». Nicola Pietrangeli a 84 anni è un’icona vivente del tennis mondiale. Ma è anche un fuoriclasse della barzelletta, con un bagaglio di oltre mille facezie. La sera del 17 novembre a Modena, al club del tennis Meridiana, aprirà al pubblico la sua cassaforte di spiritosaggini nello show Battuta e risposta, coadiuvato dal cabarettista Gianfranco D’Angelo (che da giovane sognava di diventare un campione di tennis) e dal comico Demo Mura. Un modo per conferire dignità a un genere di comicità istantanea le cui origini, secondo il ricercatore Mario Andreassi, risalirebbero alla civiltà sumera. Avversata per eccesso d’insolenza perfino da Aristotele e Platone, la barzelletta venne rivalutata nell’antica Roma da Plauto. Uno dei bersagli principali era la donna. Oscurato nel Medio Evo, il genere è rifiorito nello scorso secolo bersagliando soprattutto i dittatori. «In realtà» sorride Pietrangeli «è solo un innocente motto di spirito che ha un valore sociale perché spesso rilassa e a volte risolve una serata».

Ma lei come ha scoperto questa vocazione?

Cominciai a raccontare barzellette in serie quando ero capitano della Nazionale in Coppa Davis. Volevo far arrabbiare Adriano Panatta che faceva il serioso. Gli strappavo una risatina a denti stretti solo con le storielle più divertenti. Lui ha la tendenza a mostrarsi antipatico. Ma si scioglie se è pungolato a dovere da chi, come me, conosce bene la sua psicologia. Lo scorso febbraio, ospiti da Fabio Fazio, deliziammo i telespettatori con un fitto ping pong di battute. “È nata una coppia di comici” scrisse il giorno dopo Roberto D’Agostino che non è mai tenero con nessuno.

Se non fosse diventato una leggenda del tennis, le sarebbe piaciuto fare il comico?

Probabilmente sì, perché la battuta mi viene facile sia sul campo che nella conversazione. Il tennis mi ha trasmesso disinvoltura anche nella vita. Ma forse avrei scelto di fare la spalla. Fra i cornici la vena umoristica in cui più m’identifico è quella di Antonio Albanese.

Ma come nascono le barzellette? E a lei chi le fornisce?

Da quanto ne so nascono prevalentemente nelle carceri. Per ammazzare la noia della detenzione. E riflettono quasi tutte un fondo di verità. Le annuso nei bar, per strada, nei posti più impensati. E poi le seleziono. Inutile tenere a mente quelle stupide. Ce ne sono alcune, invece, che valgono per dieci.

Fra le personalità che ha incrociato chi è appassionato di barzellette?

In passato il principe Ranieri di Monaco. Eravamo amici. Ricevevo spesso telefonate di madame Siri, la sua storica segretaria, che con molto tatto mi chiedeva: “Monsieur Pietrangeli, posso passarle il principe?”. Lui attaccava a parlarmi di golf e tennis, grandi passioni, ma sbottava quasi subito: “Senti un po’ l’ultima”. Guai a dirgli che la sapevo. Una volta che ero a pranzo da lui ed ero sul punto di interrompere una sua storiella per dirgli che già la conoscevo, Livio Ruffo della Scaletta, il gentiluomo di corte, mi diede sotto il tavolo un calcio negli stinchi. In tempi più recenti mi sono confrontato con Silvio Berlusconi, barzellettiere di grande talento, ma alla fine abbiamo pareggiato. Ero stato invitato a palazzo Chigi da Rocco Crimi, allora sottosegretario con delega allo sport, per parlare di tennis con il Cavaliere. Ma si passò presto alle barzellette. La sua prima storiella la sapevo e lui lo capì dall’espressione un po’ annoiata della mia faccia. “Me ne racconti allora una lei”, mi provocò. Stoppandomi poi quasi subito: gliel’avevano già raccontata. Fini in pareggio, 3 a 3: nessuno dei due riuscì a far ridere l’altro con una barzelletta nuova. Non c’era tempo per approfondire. Pero il premier aveva preso gusto alla sfida e incaricò Crimi di organizzare una serata tutta dedicata alle “ultimissime”. Poi non se ne fece niente.

Ha mai partecipato a un torneo di barzellette?

Una volta, in televisione, a “La sai l’ultima?”. In finale mi scontrai con Remo Girone, che in quel momento con La Piovra godeva di grande popolarità. Ricevetti caute pressioni per cedergli il campo. E io mi feci due calcoli. Il primo premio era un viaggio alle Maldive, dove ero stato dieci volte. Il secondo un soggiorno in Kenya, paese che non conoscevo. Trovai conveniente perdere. Ma la barzelletta migliore era la mia. “Serata di gala sul Titanic. Il mago cerca di mettere in scena i suoi numeri ma viene boicottato ogni volta dalla voce petulante di un pappagallo presente in sala. ‘Il coniglio? E’ nella manica della giacca. La colomba? E’ nelle calze. Le carte? Sono truccate’. La nave va a picco e il mago e il pappagallo si ritrovano aggrappati entrambi a un tronco del relitto. Si guardano con ostilità per molte ore e infine il pappagallo sbotta: ‘Va bene, hai vinto tu: dove hai nascosto la nave?’”».

Chi ha riso di più alle sue barzellette?

Marcello Mastroianni non riusciva a contenersi ogni volta che gli raccontavo la barzelletta sul torneo di abilità nella caccia. “Un francese con un solo colpo di fucile fa fuori due anatre. Un inglese uccide un paio di volatili con una freccia. Infine arriva un giapponese che sguaina uno spadone con cui, dopo aver emesso alcuni suoni gutturali, fende l’aria scagliandosi contro una zanzara che però continua a volare. Al termine dell’esibizione il capo della giuria lo convoca sul palco e gli dice: Guardi che la zanzara vola ancora. Si, ma non scopa più”. Marcello rimaneva riverso sul divano a sbellicarsi per alcuni minuti.

Conosce altri sportivi appassionati di barzellette?

Francesco Totti è simpatico ma le sue battute non me le ricordo. Il barzellettista migliore è Giordano Maioli, mio compagno di doppio. Il suo repertorio è però un po’ greve. A me non piace l’eccesso di volgarità. Anche nel narrare storielle penso ci voglia equilibrio.

Qual è il rischio maggiore per un barzellettiere?

Quello di stufare. O di andare fuori misura. Quando si comincia a raccontarle occorre valutare il pubblico che si ha di fronte. Bisogna cercare di non urtare le suscettibilità. Ma è pur vero che la comicità non ha confini. Si può scherzare anche sui tabù. Basta farlo con garbo. I primi a ridere di se stessi sono per esempio gli ebrei. Che si raccontano storielle fra loro prendendo spunto perfino da una tragedia universale come l’olocausto».

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Djokovic re di Parigi. Ora è a due passi dalla storia (Crivelli, Azzolini, Mastroluca, Semeraro, Grilli)

La rassegna stampa di lunedì 14 giugno 2021

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Missione Grande Slam (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Questa non è Rodi. Qui non basta saltare lontano e arrivare a un passo dal sogno, dall’impresa che ti cambia la vita e ti porta dritto nei libri di storia. Questo e il Roland Garros, questo è uno Slam, e il colosso non crolla nemmeno sotto gli scossoni più pesanti; anzi, ritrova la saldezza sul suo piedistallo dorato proprio quando gli strali del giovane Apollo greco sembravano avergli sottratto equilibrio e fermezza. Djokovic è il re di Parigi, a Tsitsipas non riesce la rivoluzione dopo averla accarezzata per due set, dopo aver bussato alla porta di una nuova era riuscendo perfino a schiuderla, prima di vedersela sbattuta in faccia da un fenomeno che, ormai è chiaro, scorge all’orizzonte il trono di più forte di sempre e l’obiettivo più alto. il Grande Slam. Lo dicono i numeri e i primati che corredano un trionfo sofferto, maturato in 4 ore e 11 minuti e dove alla fine l’eroe serbo risulterà più energico e presente a se stesso della giovane divinità ateniese. Nole coglie il secondo successo al Bois de Boulogne dopo quello del 2016, diventando il terzo giocatore di sempre, con Emerson e Laver, ad aver conquistato tutti gli Slam per almeno due volte e soprattutto sale a 19 Majors, a una sola lunghezza dai dioscuri Nadal e Federer e con il vantaggio dell’età e di una competitività più marcata su tutte le superfici, a cominciare dall’erba di Wimbledon tra due settimane, dove potrebbe completare l’aggancio. E riscrivere il romanzo del tennis. Come già contro il favoloso Musetti delle prime due ore della sfida negli ottavi, il Djoker si ritrova a remare affannato dopo aver avuto l’opprtunità di chiudere il primo set sul 6-5 e servizio, sprecata con un game orribile. Nel tie break, poi, risale dal 2-5 al 6-5, ma l’altro sul set point lo fulmina con una prodezza di dritto che chiama gli osanna dalle tribune, schierate massicciamente per il greco. All’improvviso Novak appare svuotato, come se la battaglia epica con Nadal lo avesse prosciugato di ogni stilla di energia. Ma gli Slam sono davvero un altro sport, è la forza mentale a muovere le gambe, soprattutto quando la via verso il traguardo si accorcia. Essere conservativo a Stefanos non basta più, adesso servirebbe un po’ di coraggio in spinta, perché Nole ha ritrovato la battuta, le letture di quella dell’avversario e con il palleggio più lungo sta obbligando Tsitsi a pensare troppo. E infatti l’Apollo di Atene si scioglie. Perciò, nonostante gli applausi per Tsitsipas ritmino la partita fino all’ultimo punto, Parigi si inchina di nuovo al Djoker, molto misurato nell’esultanza. Dieci anni fa, di questi tempi, mentre Nadal festeggiava il sesto trionfo al Roland Garros e il nono Slam complessivo e Federer si era già annesso 16 Majors, Djokovic era a quota due. Adesso, dopo aver completato la doppietta Australian Open-Parigi, non solo si è inserito in corsia di sorpasso, ma può addirittura sognare il Grande Slam che chiuderebbe definitivamente la corsa al ruolo di più grande di tutti i tempi. Coach Vajda non gira intorno all’argomento: «Il Grande Slam è un obiettivo, certo. Temevamo la stagione sulla terra, perché negli ultimi anni ci aveva dato poche soddisfazioni, ma adesso che e in salute, calmo e rilassato, non deve porsi limiti. Io e Goran Ivanisevic (l’altro coach. ndr) abbiamo deciso che se Novak realizza il Grande Slam, ci mettiamo in pensione». E potrebbe non essere uno scherzo.

DicianNole Slam! (Daniele Azzolini, Tuttosport)

 

Il messaggio di Novak Djokovic sale lassù. Indica l’alto dei cieli con la racchetta, e distribuisce al pubblico il sacro anelito da cui si sente ispirato. I complimenti gli tornano di rimbalzo da Thomas Pesquet, l’astronauta francese impegnato dallo scorso aprile a bordo della stazione spaziale nel quadro della missione Expedition 65. Lo inquadrano mentre mostra una pallina del torneo. Si vede che passava di li, mentre Nole espletava la liturgia della sua ennesima vittoria, la diciannovesima della serie nello Slam, l’ottantaquattresima di una carriera che da tempo lo ha iscritto al circolo dei più forti. La finale si chiude con un atto di devozione. C’è la moglie Jelena in sommessa preghiera ormai da metà del 2° set. E mamma Dijana che alliscia l’immaginetta della Santa Madre, che ha rivelato essere particolarmente utile nelle disfide con Federer. Di certo funziona anche con Stefanos Tsitsipas. È il secondo major della stagione, e vale metà Grand Slam. Nole si cinge di un alloro davvero unico nel tennis. È il secondo in Era Open che vince almeno due volte tutti i titoli dello Slam. L’altro si chiama Rod Laver, e di Grand Slam ne ha colti due, nel 1962 il primo, nel 1969 il secondo. Non c’è viatico migliore per un atleta fermamente intenzionato a scalare la vetta del suo sport, che il pubblico non gli ha mai voluto consegnare, preferendogli Federer e Nadal. «Vedremo alla fine, i numeri delle nostre carriere», aveva avvisato il serbo. Gli manca un titolo per raggiungere la ditta Fedal, ferma a 20 vittorie per ognuno dei soci. Gliene mancano due, consecutivi, per firmare il Grande Slam. […] Lo sgambetto al Re era nei piani di Tsitsipas, a dir poco furibondo con se stesso. I due non si sono amati granché, nel corso delle 4 ore e 11 minuti della finale. Aldilà delle dichiarazioni di convenienza che si fanno nel corso della premiazione, a Nole non è piaciuto che il greco abbia sempre lasciato che fosse l’arbitro a decidere sulle palle contese, senza mai concedere il punto su quelle che sapeva avessero toccato la riga bianca. E a Stefanos non è garbato il rimprovero di Nole. Ma non su questi aspetti di secondaria importanza si è deciso il match. Tsitsi l’ha condotto con grande impeto fino al 2-0, rimontando nel primo (break al dodicesimo gioco) e dominando quasi a mani basse il secondo, ma gli è costato caro quel filo di rilassamento che ha fatto seguito alla condizione di superiorità fin lì messa in mostra. La replica di Djokovic poteva attendersela, ma non è stato in grado di valutarne la portata, né le conseguenze. Durissimo e forse decisivo il quarto game del terzo set, con il greco d’improvviso appeso a un filo dopo aver condotto 40-15: 11′ e 23″; 18 punti di autentico corpo a corpo, con Nole che ha ribaltato la situazione e ha firmato il break alla terza palla utile. «Non so bene cosa sia successo. D’improvviso non mi sono più sentito a mio agio. Mi muovevo bene, ma i colpi non erano più gli stessi, quasi le gambe o le braccia, si fossero rattrappite. È la prima volta che mi capita, ho cercato di ritrovare la tranquillità dei primi 2 set, non ne sono stato capace. Sono davvero dispiaciuto. È come se avessi subito un blocco, che mi ha trascinato via dal gioco e strappato dalle mani una partita che sentivo mia».

Djokovic il signore degli Slam (Alessandro Mastroluca, Corriere dello Sport)

Sul regno di Novak Djokovic non tramonta ancora il sole. Il numero 1 del mondo, e prossimo numero 1 anche della Race che considera i soli risultati del 2021, allunga la lista dei primati da leggenda. Al Roland Garros, ha conquistato il diciannovesimo Slam, solo uno in meno di Roger Federer e Rafa Nadal. È il terzo nella storia del gioco, primo nell’era Open con almeno due titoli all’attivo in ciascuno dei quattro major. Al suo avversario in finale, il greco Stefanos Tsitsipas che in stagione ha ottenuto più vittorie di tutti, non è bastato iniziare con un vantaggio di due set. Djokovic è scivolato, è caduto rischiando anche di farsi male sfiorando il paletto della rete nella prima parte del match, ma si è rialzato. E l’immagine della partita, di una finale conclusa 6-7(6) 2-6 6-3 6-2 6-4 dopo oltre quattro ore di gioco. «Non è facile. Ho fatto del mio meglio. Penso di aver giocato una buona prima finale. Complimenti a Novak, ha dimostrato ancora una volta che campione sia. Spero un giorno di ottenere la meta di quello che ha ottenuto» ha detto Tsitsipas durante la cerimonia di premiazione. A consegnare il trofeo c’erano anche gli ex numero 1 del mondo Jim Courier e Bjorn Borg. «E’ un privilegio essere qui con campioni che hanno scritto pagine importanti di storia di questo sport – ha detto Djokovic – Stefanos sarà ancora più forte dopo questa partita: so cosa si prova a perdere una finale Slam, sono le occasioni in cui impari di più. In Grecia, il futuro del tennis è in buone mani». […] «Dopo i primi due set, ho iniziato a giocare molto corto e davvero non so perché», ha dichiarato il 22enne, certo non consolato dalla prospettiva di salire al numero 4 del ranking dalla prossima settimana. «Ho perso un po’ il mio gioco e vorrei davvero capire come sia successo. Stava andando tutto bene, sento di aver perso una buona opportunità per fare qualcosa di meglio». Oggi il greco può dirsi un top player, ma per diventare campione serve ancora tempo.

Djokovic, il Migliore ribalta Tsitsipas (Stefano Semeraro, La Stampa)

Il tennis è ancora cosa loro, anzi al momento meglio dire sua, di Novak Djokovic. Il concetto di resilienza fatto persona, una creatura a metà fra un computer e il mago Houdini. Come aveva fatto in ottavi contro Musetti, ieri ha rimontato due set anche a Stefanos Tsitsipas in finale, la prima Slam del greco e la prima in cinque set a Parigi dal 2004, l’ultimo anno “B.N” (before Nadal). Nessuno nell’era Open aveva mai conquistato uno Slam rimontando due volte due set, e questo è solo uno dei prodigi di Mister Djokovic, che vincendo 6-7 2-6 6-3 6-2 6-4 il suo secondo Roland Garros (l’altro nel 2016), è diventato il terzo tennista di sempre a prendersi almeno due volte tutti quattro gli Slam dopo Laver ed Emerson (anni ’60). Questo è il suo 19esimo Slam, contro i 20 di Nadal e Federer. Ormai ha preso la scia dei due favolosi compari e a Wimbledon può raggiungerli, agli Us Open addirittura superarli, chiudendo così il Grande Slam, l’impresona compiuta nella storia solo da Don Budge (1938) e Rod Laver (1962 e’69) e che Rafa e Roger hanno sempre fallito. «E’ un obiettivo possibile», dice coach Vajda. Nella semifinale da leggenda contro Nadal aveva messo la testa davanti al rivale di sempre, ieri ha fatto capire all’erede designato che non è ancora cosa. […] «Questa volta ho imparato che vincere due set non significa nulla», ha detto Stefanos, nuovo numero 4 del mondo. Novak, ricevuta la coppa da Borg e Courier, non si è nascosto: «Non sono giovane come Stefanos, che di Slam ne vincerà tanti in futuro. Ma credo di avere ancora parecchio da dare». Soprattutto da prendere.

Djokovic non abdica mai: è da Grande Slam (Paolo Grilli, La Nazione)

Quella di leggenda del tennis ce l’ha in tasca da tempo. Ora Novak Djokovic si merita pure la patente di indistruttibilità. Un’altra volta la nuova generazione della racchetta viene respinta in un angolo, con un saccone colmo di rimpianti sulle spalle: è il serbo a vincere il Roland Garros, il suo 19esimo Slam, dando una prova mostruosa di forza e resilienza. Sì, questo termine oggi così abusato si attaglia perfettamente a ‘Nole’, capace anche nella finale contro Tsitsipas di rimontare da una situazione ormai compromessa distillando tutta la sua classe. Era successo contro Musetti, quando si era trovato sotto due set a zero, e anche nella semifinale contro Nadal ‘Djoker’ era sotto di un set: uno svantaggio letale per tutti, contro il re di Parigi pronto ad afferrare il suo 14esimo successo nella Ville Lumiere, ma non per lui. E ne è uscito un match memorabile. E’ finita ieri 6-7, 2-6, 6-3, 6-2, 6-4 la maratona di più di quattro ore che ha premiato il serbo, assai meno tifato dagli spalti del rivale greco. Molti speravano in una rivoluzione francese ad opera dell’aitante ellenico, uno dei talenti più accreditati a ereditare il trono del tennis, ma ci sarà ancora da aspettare. Perché Djokovic, così come Nadal, può contare ancora su un impasto impagabile di freschezza atletica e capacità chirurgica di dominare le fasi della partita più importanti. Tsitsipas ha letteralmente incantato nei primi due set, con un servizio di rara efficacia e una consistenza rara in ogni colpo. Poi però si è fatta strada l’esperienza di Novak, e a un certo punto è parso chiaro a tutti che solo Djokovic avrebbe potuto mettere in bacheca il trofeo, il suo secondo a Parigi. Ha già vinto in Australia nel 2021: il sogno Grande Slam è concreto. Rafa e Roger sono solo a un passo, a quota 20 Major.

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Krejcikova regina di Parigi (Crivelli, Mastroluca). Djokovic-Tsitsipas, incontro con la storia (Mastroluca, Azzolini, Bertolucci)

La rassegna stampa di domenica 13 giugno 2021

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Krejcikova super. La ragazza che amava cucire diventa regina (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Ricevere la Coppa Suzanne Lenglen dalle mani di una leggenda dopo una carriera nell’ombra esplosa solo da otto mesi è un’emozione che non si può raccontare. Se poi quelle mani sono di Martina Navratilova, la più grande tennista di sempre del tuo paese (e non solo), questa giornata magica ti resterà nel cuore per l’eternità. Prima di Barbora Krejcikova, solo due giocatrici nate in Cecoslovacchia erano riuscite a vincere il Roland Garros: Hana Mandlikova nel 1981 e appunto Martina nel 1982 e nel 1984, anche se da cittadina americana. La venticinquenne di Brno, al culmine di un percorso a metà tra il sogno e la favola (a fine settembre non era ancora mai entrata nelle 100), diventa la sesta giocatrice di fila a conquistare il primo Slam in carriera proprio a Parigi, battendo la russa Pavlyuchenkova in una delle finali più inaspettate della storia. Si pensava che la moscovita, comunque più avvezza a partite calde, potesse gestire meglio la pressione, e invece è stata la Krejcikova, che è appena al quinto Slam in singolare in carriera (in doppio però ne ha vinti due nel 2018), a fare la differenza nei momenti più delicati, cioè l’avvio della partita e la metà del terzo set, quando ormai la tensione si respirava ad ogni scambio: «Merito dello psicologo, l’ho sentito anche prima del match e mi ha detto di non avere paura. Credo che la vittoria sia stata prima di tutto mentale e poi tecnica». Nei colpi, la nuova regina ricorda molto la Novotna e non può che essere così, visto che fu lei ad accettare di allenarla quando Barbora pensava di smettere con il tennis e fu convinta dalla mamma a contattarla: infatti alla sfortunata campionessa morta di cancro nel 2017 ha dedicato tutte le vittorie. Che potrebbero non essere finite: oggi gioca la finale del doppio. Non male, per una ragazza che da domani sarà 15 del mondo ma ha sempre fatto dell’understatement lo stile di vita: «Mi piace stare in famiglia, fare la zia, dedicarmi al giardinaggio e soprattutto rilassarmi con il cucito, mi calma molto».

Krejcikova, uno Slam tira l’altro (Alessandro Mastroluca, Corriere dello Sport)

 

Ha ricevuto il trofeo da Martina Navratilova. Ha ringraziato Jana Novotna, elegante e fragile campionessa di Wimbledon morta a causa di un cancro nel 2017 che in passato l’ha allenata. Barbora Krejcikova ha completato il suo torneo da favola. E’ lei, l’ex numero 1 del mondo in doppio, la campionessa del Roland Garros. Dopo il 6-1 2-6 6-4 sulla russa Anastasia Pavlyuchenkova, la più titolata delle quattro semifinaliste, è diventata la diciottesima giocatrice in attività con almeno un trofeo dello Slam in singolare in bacheca. Oggi sarà impegnata anche nella finale di doppio e potrebbe completare una doppietta che a Parigi manca dal 2000 (firmata da Mary Pierce), era fuori dalle prime 100 nel ranking WTA prima del Roland Garros dello scorso autunno. Dalla prossima settimana, però, salirà al numero 15. «Non riesco a crederci – ha detto la ceca dopo il trionfo – ho passato un periodo molto difficile quando è morta Jana. Volevo tanto vivere un’esperienza così perché le sue ultime parole sono state, di fatto: “Divertiti e cerca di vincere uno Slam”. Sento che dall’alto, in qualche modo, mi sta guardando. Voglio ringraziarla, è stato un onore poterla incontrare. Spero che adesso possa essere felice per me». La ceca, unica giocatrice capace di mettere in difficoltà Iga Swiatek agli Internazionali BNL d’Italia, ha dominato il primo set in 31 minuti. Ma poi la tensione ha preso il sopravvento e nel secondo set la Pavlyuchenkova ha preso il comando del gioco. Ha attaccato prima, con colpi più potenti e più stretti. Non è riuscita però a difendere il vantaggio competitivo. Mai stata troppo fredda nei momenti decisivi, ha regalato il break del 2-1 nel terzo. L’ha recuperato ma ha perso di nuovo il servizio nel settimo game. Al terzo match point, Krejcikova ha potuto liberare la gioia per un trionfo storico.

Djokovic-Tsitsipas, la storia vi aspetta (Alessandro Mastroluca, Corriere dello Sport)

A Parigi si fa la storia. Da un lato Novak Djokovic, che ha vinto la sfida delle sfide contro il 13 volte campione del Roland Garros Rafa Nadal e resta in corsa per diventare il primo a vincere ogni Slam almeno due volte. Dall’altra il più pronto dei giovani sfidanti, Stefanos Tsitsipas, che l’ha messo non poco in difficoltà agli Internazionali BNL d’italia. «Cercherò di lasciare tutto in campo» ha detto Tsisipas, che ha ottenuto in carriera due vittorie in sette precedenti confronti con il numero 1 del mondo. Patrick Mouratoglou, che lo segue dal 2015 anche se il suo coach rimane il padre Apostolos, si è mostrato ottimista. Il 22enne, numero 5 del ranking, ha già battuto i migliori del mondo, come ha spiegato il coach di Serena Williams. «Crede in se stesso, sa che può farcela. Non dubiterà delle sue capacità di vincere ed è estremamente importante. Avrà due sfide da vincere: la prima è la pressione della prima finale Slam, la seconda si chiama Novak Djokovic». Il serbo arriva con un supplemento di fiducia e convinzione dopo la vittoria in quella che ha definito la sua miglior partita di sempre nel torneo. Costretto al quinto set nello scontro diretto in semifinale al Roland Garros l’anno scorso, Djokovic è ben consapevole delle qualità di Tsitsipas. «Ha raggiunto un grande traguardo, ma sono sicuro che non vorrà fermarsi qui – ha ammesso il numero 1 del mondo -. È in gran forma, penso che sarà un altro match lungo e combattuto come l’anno scorso». I colpi di inizio gioco saranno uno dei fattori decisivi per la vittoria in finale. Nel torneo Djokovic è stato molto più efficace in risposta contro la prima di servizfo degli avversari, Tsitsipas ha fatto meglio di lui contro la seconda. In tutto il torneo, e in maniera significativa in semifinale contro Zverev, il numero 5 del ranking ATP ha cercato di venire avanti e chiudere i punti a rete. Il numero 1 del mondo ha sfiancato Nadal negli scambi più lunghi, e ha impostato la semifinale cercando di costruire un vantaggio competitivo sulla diagonale sinistra; da quel lato sbatterà contro il rovescio di Tsitsipas, capace con quel colpo di passare dalla difesa al contrattacco e di accelerare anche in lungolinea. Il greco sogna di festeggiare come Guga Kuerten che disegnò un grande cuore sulla terra rossa dopo il primo trionfo al Roland Garros.

Il futuro è adesso (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Ventidue anni è l’età giusta Uno meno di Federer. Uno più di Djokovic. Nadal non conta. Lui è l’ultimo della classe di quelli che hanno fatto troppo presto. Ha vinto a 19 anni, mentre Chang e Becker vi sono riusciti a 17. Ma non è l’inizio che conta, negli Slam. E’ il seguito della storia a offrire la confezione finale, là dove si conservano le cifre di una carriera, le vittorie, le magie, e tutto ciò che di epico c’è nei vincitori. Ma da qualche parte occorre cominciare. Stefanos Tsitsipas ha battuto Novak Djokovic solo sul cemento, due volte, mentre sul rosso non vi è mai riuscito (3 sconfitte, sulle 5 finora subite). Ma non avrebbe mai cambiato l’opportunità che gli offre il Roland Garros. La sua “comfort zone” è nella testa, nel fisico e nella tecnica, non sulla superficie dove poggia i suoi “46” a pianta larga. «Sono nato e cresciuto sul rosso, Parigi era la meta agognata, ci ho sempre creduto. Non ho intenzione di buttar via l’occasione». Tsitsi dice che il tennis è mente al 50 per cento, fisico al 30, tecnica al 20. La realtà è più complessa, cuore e passione meritano maggiore considerazione, e non è attraverso le percentuali che si spiega di quante multiformi sinapsi si componga questa benedetta mente. Volgono tutte in una stessa direzione? Oppure sono libere di agire in più direzioni, offrendo ai giocatori non solo quelle doti di resistenza mentale alle sollecitazioni che giungono, ma anche l’impulso a scegliere un modo proprio per elevarsi dalla massa dei tutti eguali? Tsitsipas va contro Djokovic forte di un carattere diverso. Conosce la difesa, ma la pratica con il furore che lo guida all’arrembaggio. Il suo tennis ricorda gli assalti ai brigantini, vive di orzate strette per mettere al traverso le murate e anticipare i colpi di cannone degli avversari. Nole è maestro in un tennis di concezione quasi opposta, dove la precisione è al centro della costruzione. Scenderà in campo, Stefanos, forte di un best ranking da numero 4. La sua vittoria darebbe uno scossone definitivo al terzo posto obbligando Nadal (che è nei primi tre dal 29 maggio 2017) a far gli spazio. Per la prima volta vi sarebbero sul podio due giovani, lui e Medvedev. Il Roland Garros ama le forti emozioni. Ma ne ha avute poche negli ultimi tre lustri.

C’è Djokovic. A Tsitsipas serve un tennis di arte e di lotta (Paolo Bertolucci, La Gazzetta dello Sport)
Al Roland Garros oggi andrà in scena l’ennesimo tentativo da parte di un Next Gen di sovvertire la gerarchia che da 15 anni II più formidabile trio di giocatori della storia ha cementato negli albi d’oro del tennis. Stefanos Tsitsipas cercherà di indicare il percorso contro Il numero 1 del mondo Novak Djokovic, reduce da una straordinaria vittoria su Nadal. Le finali degli Slam sono difficili da pronosticare, ma sono pur sempre il territorio dl caccia preferito per un fighter come il serbo. Per conquistare il secondo titolo a Parigi e ridurre la forbice con Nadal e Federer in quanto a prove Slam vinte (lui è a 18, loro a 20), traguardo a cui tiene in modo ossessivo, Nole dovrà basare il suo tennis su colpi aggressivi e sulla capacità di tenere in mano il gioco. Se poi con la risposta al servizio neutralizzerà almeno in parte il servizio avversario, avrà fatto un passo fondamentale per la conquista della Coppa del Moschettieri. Il giovane greco impara presto, è bello anche negli errori, ma soprattutto splendente nei vincenti. II suo è un tennis sfacciato che piace al pubblico. A un artista come lui, votato alla creatività, non si dovrebbe chiedere un grande sforzo mentale per reggere la pressione. II primo set sarà un indicatore delle sue possibilità. Stefanos dovrà accettare di passare anche attraverso una maratona, terreno più congeniale al mostruoso avversario. Serviranno cuore, coraggio e la capacità di reggere lo scontro a lungo, di fronte a una macchina da guerra che si esalta più la sfida si inasprisce, fino a incanalarsi in qualcosa di molto simile a un duello corpo a corpo.

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Rassegna stampa

Golpe a Parigi (Crivelli). Djokovic da Numero 1 a casa Nadal. Ora c’è Tsitsipas (Mastroluca). Rivoluzione francese (Azzolini). Djokovic vince e interrompe il regno dell’eterno Nadal (Imarisio). Tsitsipas a un passo dall’Olimpo del tennis. Nadal è umano, in finale va Djokovic (Rossi). Una battaglia infinita. Djokovic batte Nadal e il coprifuoco a Parigi (Semeraro). Maturità, niente tornei, il jet di Nole. Lo strano Wimbledon di Musetti (Mastroluca)

La rassegna stampa del 12 giugno 2021

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Golpe a Parigi (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

La Bastiglia è caduta, sul pennone della semifinale parigina più nobile sventola gagliardo il vessillo di un formidabile, straordinario, titanico Djokovic, che come nel 2015 interrompe il cammino del re, Rafa Nadal, infliggendogli la terza sconfitta di sempre al Roland Garros (l’altro a riuscirci fu Söderling) e impedendogli così di continuare la caccia al 14′ trionfo al Bois de Boulogne e soprattutto al 21′ Slam che lo avrebbe allontanato da Federer nella più leggendaria corsa a un primato nella storia dello sport recente. Sono state 4 ore e 11 minuti di battaglia epica, talmente coinvolgente e a suo modo storica che gli organizzatori, andando contro un protocollo rigidissimo, hanno permesso che il pubblico rimanesse in tribuna nonostante il coprifuoco. Potenza di due uomini che sono già nel mito, anche se Nole e non Rafa avra l’occasione di ingigantirlo nella sfida generazionale della finale contro Tsitspas, con l’opportunità di arrivare a 19 Slam, a uno solo distanza dagli altri due monumenti, e di diventare il secondo giocatore dell’Era Open, dopo Laver, a vincere almeno due volte tutti i Major. Per capire la portata del successo di ieri sera (quasi notte) del numero uno del mondo, basterà ricordane le sue parole alla fine: «La mia partita di gran lunga più bella ed emozionante che abbia giocato a Parigi». E dire che il primo set, il dritto che fa male da ogni posizione e l’accuratezza alla risposta, sembra riproporre il massacro della finale di ottobre. Ma punto dopo punto, con il servizio che funziona meglio e la ricerca ossessiva del rovescio del maiorchino, il Djoker risale imperiosamente, aggressivo e concentrato, addirittura più mobile su una superficie che ha sempre esaltato la fisicità del rivale. Neppure II 2-0 con cui Nadal inizia il quarto set ferma la marcia del serbo a capo di un match costellato di mille prodezze, giocato a un livello che nessuno, ancora adesso, può raggiungere, a meno che Tsitsipas non voglia a ribellarsi all’idea dopo II trionfo su Zverev. […] La sua semifinale è una partita strana, umorale, che l’Apollo ateniese domina nei primi due set, scegliendo gli scambi prolungati fino all’accelerazione decisiva o all’errore del rivale, ma mixandoli sapientemente con la palla corta o gli attacchi controtempo. Sascha, al contrario, non possiede la medesima varietà di soluzioni, pero dal terzo set, con il servizio sempre sopra i 200 all’ora, inizia a fare i buchi sulla terra dello Chatrier e da fondo rompe gli indugi con più aggressività, in particolare con il fantastico rovescio, sfruttando anche i troppi forzati di dritto del greco. In lacrime E cosi, incredibilmente dopo le premesse iniziali, alla fine del quarto set e con sulle spalle quasi tre ore di battaglia troppo combattuta sul filo dei nervi per essere anche spettacolare, Zverev si ritrova padrone della partita e nel primo game del parziale decisivo sale 0-40, in pratica la porta del paradiso. Tsitsi, d’orgoglio, annulla le tre palle break e l’occasione sciupata scioglie clamorosamente il tedesco, mentre Stefanos ritrova il feeling con la palla e le geometrie a tutto campo, regalando alla Grecia la prima finale di sempre in uno Slam, con pianto finale annesso: «Tutto quello a cui riesco a pensare sono le mie radici, vengo da un piccolo paese fuori Atene. II mio sogno era giocare qui e non avrei mai pensato di raggiungerlo. Sono molto felice che la Grecia faccia parte della comunità del tennis, ora». E mentre Zverev non fa nulla per nascondere la delusione («Non sono più quel tipo di giocatore che può essere contento per esserci andato vicino con una bella prestazione, ho perso e mi girano»), Tsitsipas rafforza lo status di erede più accreditato dei Big Three. È l’uomo con più vittorie in stagione, in generale (39) e sulla terra (21), ha vinto il primo Masters 1000 in carriera a Montecarlo, ha fatto finale a Barcellona con Nadal (persa con match point annesso) e ha confermato la perfetta adattabilità sul rosso dei suoi fondamentali da fondo molto arrotati e pesanti: «Questa finale è qualcosa che ho sempre sognato e che mi fa battere il cuore». Il filosofo dell’amore

Djokovic da Numero 1 a casa Nadal. Ora c’è Tsitsipas (Alessandro Mastroluca, Il Corriere dello Sport)

 

Sarà Novak Djokovic contro Stefanos Tsitsipas la finale del Roland Garros. Il numero 1 del mondo ha completato l’impresa, ha battuto Rafa Nadal per la seconda volta nella sua storia alla Porte d’AuteuiL II tredici volte vincitore del torneo è caduto 3-6 6-3 7-6(4) 6-2. «E’ il match più bello e con l’ambiente più straordinario che abbia mai giocato qui» ha detto il serbo. Storico anche il successo di Tsitsipas, primo greco in una finale Slam, che ha sconfitto 6-3 6-3 4-6 4-6 6-3 Alexander Zverev nella semifinale più giovane in questo torneo da Nadal-Djokovic del 2008. […] Questo Djokovic, dopo una vittoria così, non si può non considerare il favorito contro il più pronto degli sfidanti alle porte dell’Olimpo. DJOKOVIC SHOW. “Nole” aveva vinto gli ultimi 27 turni di battuta prima della semifinale. Ma perde i primi due contro un Nadal che inizia con la chiara intenzione di marcare il territorio. Il primo parziale non ha storia. Lo spagnolo ha vinto 24 delle prime 28 partite in cui ha iniziato con un set di vantaggio contro il serbo. Ma ogni regola ha la sua eccezione. Questa semifinale, la partita più bella dell’anno, le fa cambiare le regole. Perfino agli organizzatori del Roland Garros che per questa partita decidono di sospendere il coprifuoco.[…] L’ex numero 1 del mondo Andy Murray sintetizza su Twitter il pensiero di molti: «Meglio di così, sulla terra battuta non si può giocare». Quando ‘ Nole” vince il secondo set si capisce che qualcosa nel match è cambiato. Gli scambi li controlla il serbo, Nadal deve inventarsi qualcosa di straordinario per rimanere in contatto. Il terzo parziale segue la stessa dinamica. Il numero 1 del mondo prende un break di vantaggio, e avrebbero potuto essere due, ma nel momento decisivo prende almeno due decisioni rivedibili: serve and volley e palla corta, che gli costano il controbreak del 3-3. Il tiebreak è un concentrato di emozioni, risolto nella sostanza da una volée sul 4-3. Djokovic porta a casa un set a lungo dominato ma che allo stesso tempo ha rischiato di perdere. Rafa, che non ha mai rimontato uno svantaggio di due set a uno contro il serbo, ha finito per crollare. TSITSIPAS IMPRESA. E’ mancato alla distanza, come Zverev che deve ancora rimandare il primo successo contro un Top 10 in uno Slam. Tsitsipas, pur con qualche pausa di troppo che non si potrà permettere in finale, si gode una vittoria storica che lo commuove fino alle lacrime. «Posso pensare solo alle mie origini adesso, vengo da una piccola cittadina fuori Atene, avevo sempre sognato di giocare qui ma non avrei creduto allora che l’avrei realizzato» ha detto a caldo sul Philippe Chatrier. LA PARTITA. Ha tremato, il greco, non più in controllo del match all’inizio del quinto set. Recuperato lo svantaggio di due set, il Zverev è salito 0-40 nel primo gioco. Ma Tsitsipas ha raddrizzato game e partita. «Sono uno che lotta, non ero pronto ad arrendermi – ha detto – Ero ancora in partita, quel primo game è stata una ventata d’aria fresca. Dopo mi sono sentito rivitalizzato» Più giovane finalista Slam dai tempi di Andy Murray all’Australian Open del 2010, si prepara all’appuntamento con la storia. Sperando di non lasciare ai suoi occhi solo un sogno che non faccia svegliare. 

Rivoluzione francese (Daniele Azzolini, Tuttosport)

[…] La prima semifinale di ieri al Roland Garros sta alla finale degli US Open 2020 come i Bryan Brothers quando si sono presentati insieme alle fidanzate, praticamente uguali. La regola impone di vincere i primi due set per incassare l’incontro, ma solo al quinto. Darth Zverev al monologo non rinuncia, gli vale gli applausi di quella parte del pubblico che s’incanta davanti ai begli occhi di ghiaccio, un bel po’ di recriminazioni che lo facciano sentire meno colpevole, e una sicura nomination all’Oscar per il ruolo di Tennista non Protagonista. Gli servono due set. Solo due, da contratto… Tsitslpas glieli ha concessi. Forse convinto che i due set vinti fossero sufficienti a rendere esplicita l’antifona. […] Sulla spinta di un doppio fallo, il greco si è trovato 0-40 nel game d’apertura del set decisivo, e ha reagito rilanciando l’assalto, con grande coraggio. Ha sistemato la questione con cinque punti consecutivi e ha preso in mano il gioco. ll break nel quarto gioco gli ha restituito tutte le certezze, ha avuto i primi quattro match point sul 5-2, ha chiuso nel turno successivo. Si è commosso, il pirata. Non vi stranite, un vero uomo non piange, ma un pirata – perdinci – va come una fontana, tante ne ha da farsi perdonare… […]. «Ho giocato sul campo che sogno sin da bambino, e sono arrivato all’atto finale di un torneo nel quale mi sono sempre rispecchiato. Non ci sono parole per dirvi della mia felicità. Ho portato la Grecia nel più alto dei consessi tennistici. Ci siamo anche noi… Spero di vedere tanti bambini appassionarsi a questo sport, anche se di campi ne abbiamo davvero pochi». Lui li ha trovati in Francia, alla corte di Mouratoglou, che sta al tennis come Onassis stava alle acque del mare. Era un grande armatore, ma viaggiava solo in “first class; sul suo yacht privato. Gli chiedono, chi dei due? Rafao Nole? Stavolta Stefanos risponde da vero pirata: «Sono pronto a lanciarmi all’arrembaggio. ll fisico sarà al centro della partita, sia con l’uno sia con l’altro. Li ammiro, ma non li temo. Ho 22 anni, e penso di avere delle cose da dire in finale». L’ULTIMO OSTACOLO E che vuoi dire a uno come Djokovic? Già, l’ultimo verdetto giunge a notte, in orari da coprifuoco, ed è il più imprevedibile per la storia del Roland Garros. Esce il campione di sempre, è la terza sconfitta in un mare di vittorie (105), ed è meritata. Non era il solito Nadal, frenato a tratti dal rovescio, spesso da un servizio incerto (8 doppi falli), dubbioso anche nel gioco delle sportellate. Le sue non facevano male quanto quelle del serbo. Match palpitante, ma condito di errori gratuiti, 55 addirittura quelli di Rafa, a fronte di 48 vincenti. Meglio Nole, più in partita, mentre Rafa che era scattato benissimo (5-0 nel primo set) è scivolato via via. La seconda sconfitta parigina, contro l’eterno avversario che sale a 30 (contro 28) nei testa a testa. Finale inedita, ci mancherebbe… Djokovic è avanti a Thitsipas5-2, ma il secondo trofeo del Roland Garros non se lo porterà da casa

Djokovic vince e interrompe il regno dell’eterno Nadal (Marco Imarisio, Il Corriere della Sera)

[…], Novak Djokovic sconfigge Rafa Nadal, nella semifinale del Roland Garros, compiendo così una delle imprese più difficili di qualunque sport: battere il campione spagnolo a Parigi. Sul campo dove si pensava fosse ormai un invincibile. Nella prima semifinale maschile del Roland Garros, invece, la cosa più bella è stata il pianto di Stefanos Tsitsipas dopo la vittoria. Alla fine, ce l’ha fatta. Anche lui, a quasi 23 anni, era preda della sindrome di Peter Pan della quale hanno sofferto quasi tutti gli esponenti delle next generation che sono invecchiate all’ombra della Santa Trinità. Temeva di non farcela; lui, figlio d’arte, ennesimo predestinato al successo fin dall’adolescenza, quando faceva furore nel tornei juniores. Pazienza se il successo che gli consegna il diritto di partecipare all’ultimo atto del Roland Garros, lo Slam al quale si sente più affine per stile di gioco, è arrivato al termine di cinque set non indimenticabili. E dopo un’amnesia prolungata che rischiava di pagare a caro prezzo. Il suo avversario era Alexander Zverev, un altro con la sua stessa storia, solo con un anno di più e un passato recente già pieno di occasioni perdute, come la finale dell’Open Usa 2020, disputata in contumacia di Rafa Nadal e Novak Djokovic, e persa contro Dominic Thiem dopo aver servito per il match. Era una partita da fuori i secondi, l’ha vinta ll più meritevole, faticando troppo. Tsitsipas ha dominato i primi due set contro un avversario falloso e senza strategia, che si affidava solo alle botte di servizio. La fine sembrava scritta. Ma all’improvviso, più che alla risurrezione di Zverev si è assistito all’evaporazione del greco, che con evidenza ha sentito sulle spalle il peso del pronostico favorevole, che lo vede finalista designato della parte di tabellone senza Djokovic e Nadal. II risultato sono stati due set all’incontrario, giocati con la fretta di concludere gli scambi che nella prima ora aveva dominato. Come in tutte le vicende dove contano più i nervi della tecnica, tutto si è deciso su un episodio. Tre palle break consecutive non sfruttate da Zverev all’inizio del quinto set, quando l’avversario sembrava quasi rassegnato alla sconfitta. All’improvviso l’incantesimo è finito. Tsitsipas ha ritrovato gambe e convinzione. E così il greco diventa íl primo giocatore di sempre della sua nazione a raggiungere una finale Slam, nonché il più giovane dal 2010, quando Andy Murray raggiunse l’ultimo atto a Melbourne. Era undici anni fa. Da allora, il tennis non ha smesso di diventare una disciplina sempre più fisica, in un modo quasi estremo. A 22 anni, Tsitsipas rappresenta quasi un’eccezione. E per arrivare fin qui, ha dovuto salire un gradino per volta. Ha perso match sanguinosi negli Slam, ha vissuto prove che lo hanno forgiato, come la semifinale dello scorso anno a Parigi, quando rimontò due set a Djokovic prima di cedere alla stanchezza.

Tsitsipas ad un passo dall’Olimpo del tennis (Paolo Rossi, La Repubblica)

Che dio potrebbe diventare in Grecia, Stefanos Tsitsipas, vincesse il Roland Garros? Glielo darebbero un posticino nel Partenone? Beh, per intanto ha già fatto segnare la prima data storica, essere il primo ellenico in una finale del Grande Slam di tennis. […]. Il ventiduenne greco comunque ha già sedotto i parigini con le sue lacrime, vere e sincere: «Riflettevo sul passato. Il Roland Garros è un torneo storico, un evento che seguivo da quando ero piccolo. Per il mio allenatore era il torneo preferito. Sono cresciuto con lui. È un torneo che abbiamo sempre seguito, che abbiamo sempre guardato. Ero soprattutto emozionato per lui». Stefanos Tsitsipas ha vinto la sfida dei giovani, in vista della Finale delle Generazioni contro. Ha superato l’altro biondo del circuito, il tedesco Alexander Zverev. Hanno battagliato per cinque set, in una partita indecifrabile: nelle prime due frazioni il greco è parso padrone del match, e il tedesco fuori giri. Ma quest’ultimo accende il motore sempre quando non ha più nulla da perdere, e forse anche il greco gli ha dato una mano inconsciamente, pensando di poter gestire e attendere. La soluzione più sbagliata in questo tennis moderno, e così Zverev ha iniziato una rimonta che l’ultima volta s’era vista nel 1958. Ma questo ragazzo greco ha più cuore di tutti gli altri giovani, e quindi lo ha respinto. Tsitsipas: «È stata una partita difficile, piena di emozioni, piena di tante fasi diverse. Alla fine è stato un sollievo riuscire a chiudere in modo così bello, estenuante. Gestire tutte queste cose, metterle insieme, ho dovuto fare compromessi. Sono orgoglioso di me stesso. Mi piace poter giocare in questo stadio. Sono grato per ogni singola partita che riesco a giocare. Sono immensamente fortunato ad avere l’opportunità di giocare contro i migliori e mettermi alla prova, qualcosa che ho sempre sognato e che avrei voluto che accadesse un giorno. E ora sono qui, posso farlo davvero»

Nadal è umano. In finale va Djokovic (Paolo Rossi, La Repubblica)

[…] La semifinale del Roland Garros 2021 tra Rafa Nadal e Novak Djokovic ferma addirittura il coprifuoco di una nazione. C’era l’obbligo di tornare nelle case entro le 23, a Parigi. Ma la gente in estasi per l’andamento del match tra i due Big, cantava “Non ce ne andremo!”. Quelli del Roland Garros hanno capito il rischio, in termini di sicurezza, e hanno chiesto la deroga all’Eliseo, ottenuta all’ultimo minuto, di far restare la gente fino alla fine della partita. Aveva la voce commossa nel dare l’annuncio, Gilles Moretton, il presidente della Federtennis francese. Ma l’epica s’è raddoppiata per l’esito dell’incontro: ha perso Rafael Nadal. L’invincibile di Parigi. Quello che aveva perso solo due volte, ora tre. Ogni sei anni: la prima, con Soderling nel 2009. La seconda, contro Djokovic nel 2015. E adesso, nel 2021, ancora contro il serbo. Che ha vinto dopo quattro ore e undici minuti. In quattro set, dopo aver iniziato il match sotto 0-5. Il padrone di Parigi che esce nella sua notte più buia. Era il 58° loro incontro. E la prima volta che si incrociarono fu proprio a Parigi, la città nel destino di Rafa Nadal. Era il 2006, Djokovic si ritirò dopo due set. In 15 anni si sono sfidati tutte queste volte che una volta il serbo disse: «Rafa? Lo vedo più spesso di mia madre». L’uno ha migliorato l’altro, li ha costretti a studiarsi. Adattarsi. Modificarsi. C’è stato anche quell’altro, il terzo: Roger Federer. Insieme a lui, tutti e tre insieme — dal 2005 alla finale di domani — le finali Slam disputate sono/saranno 64. In 61 c’è stato almeno uno di loro. E ne hanno vinte 54 su 63. Probabilmente è la statistica più grande dello sport, un dominio incredibile. Cedric Pioline, l’intervistatore a bordo campo, si è fatto interprete dei sentimenti di tutti, e ha ringraziato il n. 1 del mondo per lo spettacolo offerto. «È stato il match più bello che io abbia giocato a Parigi. Nel più bell’ambiente. Io ringrazio voi», ha risposto il serbo. Ora lo attende l’ultimo sforzo, quello contro Stefanos Tsitsipas: la finale di domani per vincere la Coppa dei Moschettieri. Il greco ha battuto l’altro Next Gen Alexander Zverev. La finale 2021 sarà ricordata come la Battaglia delle Generazioni

Una battaglia infinita. Djokovic batte Nadal e il coprifuoco a Parigi (Stefano Semeraro, La Stampa)

[….] Nadal e Djokovic si stanno scarnificando per offrire l’ennesima partita da leggenda, la 58esima della premiata ditta, giocate folli che solo loro a 35 a 34 anni (e il convalescente Federer, ca va sans dire) sanno offrire. Passanti sulle righe, palle da infarto, salvataggi impossibili. Un campionario che mai si è visto e mai si rivedrà, una gioia per gli occhi, un attentato al cuore, il festival del capolavoro. Ma siamo al tie-break del terzo set, i due Mostri si sono spartiti i primi due e alle 23 scatta il coprifuoco, bisognerà sgomberare. «Qui scoppia la rivoluzione», azzarda un collega de L’Equipe, perché se non si può interrompere un’emozione, figuriamoci sospendere la storia. E infatti non succede: appena Djoko si intasca il terzo set, alle 22 e 40, lo speaker annuncia che la partita continuerà con il pubblico, alla faccia delle ordinanze e delle limitazioni. «Merci Macron! », grida il pubblico. Il miracolo è avvenuto, i due fenomeni hanno sconfitto anche il coprifuoco: è la presa della Bastiglia dello sport (ma benvenute polemiche) . All’inizio del quarto set Rafa, ruggisce di grinta, di garra, di classe sovrumana, strappa un break ma stremato lo restituisce subito, e convoca il fisioterapista. È il preludio del finale: Djokovic che sul 5-0 del primo set sembrava fanè risorge, piazza un altro break chiude 3-6 6-3 7-6 6-2 dopo 4 ore e 11 davanti a un Nadal che ha finito la benzina ma non l’orgoglio. Per il padrone della terra sfuma il sogno della 14esima vittoria e del 2lesimo Slam, che gli avrebbe consentito di staccare Federer. Il cuore dice che la vera finale era questa, ma il sopravvissuto dovrà fare i conti con la stanchezza – fisica, mentale, persino morale – di un match come questo. Djokovic ha l’occasione di vincere il suo secondo Roland Garros dopo quello del 2016 e diventare il terzo della storia a prendersi tutti e quattro gli Slam almeno due volte dopo Laver ed Emerson. Se la giocherà domani contro Stefanos Tsitsipas, che nel pomeriggio, in altri 5 set da brivido (6-3 6-3 4-6 4-6 6-3), ha eliminato Sascha Zverev. «Tzitzì» a 22 anni è il numero 5 del mondo, ma ancora il signor Nessuno, perché uno Slam non lo ha ancora vinto, e nella leggenda del tennis ci si entra solo così. «Dovrò pensare che si tratta di un altra partita su terra battuta, che per caso si gioca qui». Come Ulisse insegna, a volte per trasformarsi da Nessuno in eroe bisogna saper ingannare i mostri. Quelli di fuori e quelli di dentro.

Maturità, niente tornei, il jet di Nole. Lo strano Wimbledon di Musetti (Alessandro Mastroluca, Il Corriere dello Sport)

In campo, Lorenzo Musetti ha dimostrato di essere abbastanza maturo da giocarsela alla pari per oltre due ore con il numero 1 del mondo, Novak Djokovic. Ma a scuola, l’esame di maturità deve ancora superarlo. E conciliarlo con la preparazione per Wimbledon, il suo torneo dei sogni, non è facile. È bastato un piccolo intoppo, un imprevisto, per far saltare l’intero calendario della stagione sull’erba. Musetti ha dovuto fare di necessità virtù, trasformando un campo da calcio nel teatro dei suoi allenamenti per i prati dell’All England Club. Dove arriverà grazie proprio all’aiuto di Novak Djokovic, che gli ha offerto un passaggio sul suo jet privato. MATURITA’. […] Il problema è nato quando la scuola ha annunciato lo spostamento del suo esame al 21 giugno, perché il presidente della commissione era impegnato contemporaneamente anche in un altro istituto. La telefonata è arrivata a casa Musetti proprio mentre Lorenzo era impegnato al Roland Garros contro Djokovic. Il suo allenatore Simone Tartarini ha parlato di «una beffa, visto che avevamo concordato la data con la scuola in funzione di Wimbledon’. NIENTE TORNEI. Vista l’iniziale data concordata, infatti, Musetti non si era iscritto ai due ATP 500 di Halle e del Queen’s che sono in programma dal 14 al 20 giugno. Con lo spostamento al 21, però, non potrà giocare nemmeno i successivi, gli ultimi prima dei Championships, a Mallorca o Eastbourne dal 20 al 26 giugno. La comunicazione della scuola, inoltre, è arrivata troppo tardi per potersi iscrivere in extremis a Halle o al Queen’s o per chiedere una wild card, visto che gli organizzatori le hanno già assegnate. I PRECEDENTI. In queste settimane, la questione della conciliazione fra l’attività sportiva professionistica e la scuola era già finita al centro dell’attenzione per il caso di Giulio Maggiore, centrocampista dello Spezia. Un caso simile a quello di Musetti, che peraltro è cresciuto dal punto di vista tennistico proprio a La Spezia Nel 2017 Maggiore avrebbe dovuto disputare il Mondiale Under 20 con ‘Italia. Ma ha dovuto guardare in tv i compagni chiudere con un terzo posto da applausi proprio perché non era stato possibile incastrare le date dell’esame di maturità per consentirgli di partire. Nelle stesse settimane del 2017, il portiere del Milan Gianluigi Donnarumma decise invece di rinunciare all’esame per essere in campo all’Europeo Under 21 nonostante la sua richiesta iniziale di spostare la data avesse avuto conseguenze per una sessantina di studenti. NOLE IN AIUTO. Fino al giorno dell’esame, Musetti si allenerà sul campo da calcio del circolo Junior Tennis San Benedetto a Riccò del Golfo di Spezia, rasato per essere il più possibile affine alle condizioni che il carrarino troverà ai Championships, dove arriverà il 23 giugno. Arrivarci con un aereo di linea, visti i tempi stretti, avrebbe comportato un rischio. L’eventuale presenza di un positivo al COVI D-19 sul volo, infatti, avrebbe automaticamente escluso tutti i tennisti presenti sull’aereo dal torneo di Wimbledon. Musetti però ha avuto un aereo d’eccezione. Volerà insieme al coach Tartarini sul jet di Djokovic, che partirà direttamente da Mallorca.

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