Coric fa festa: «Al torneo chiedo il regalo di compleanno» (Cocchi). Quinzi? Un puzzle (Semeraro). Chung si prende la rivincita su Quinzi (Facchinetti). Due ore di battaglia. Rublev elimina Shapovalov (Crivelli). Città del tennis e organizzazione. Milano supera l’esame Next Gen (Annovazzi)

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Coric fa festa: «Al torneo chiedo il regalo di compleanno» (Cocchi). Quinzi? Un puzzle (Semeraro). Chung si prende la rivincita su Quinzi (Facchinetti). Due ore di battaglia. Rublev elimina Shapovalov (Crivelli). Città del tennis e organizzazione. Milano supera l’esame Next Gen (Annovazzi)

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Le lacrime di Sara al Tas: l’antidoping italiano chiede due anni (Bonarrigo/Piccardi, Corriere della Sera)

Nove ore di udienza d’arbitrato a Losanna, dense di schermaglie (dialettiche e legali) e lacrime. Da una parte Sara Errani, che dopo i due mesi di squalifica per positività al letrozolo (già scontati) chiede al Tas la restituzione di punti e premi: il tribunale della Federazione internazionale (Itf) il 19 luglio ha creduto all’assunzione involontaria (contaminazione da cibo). Dall’altra parte Nado Italia, l’antidoping nostrana che — forte del precedente dei due anni di stop del canottiere Niccolò Mornati (positività all’anastrozolo, sostanza che la Wada considera gemella del letrozolo al punto da inserirla nella stessa categoria di prodotti vietati) — davanti al Tas schiera l’artiglieria pesante: il direttore del Tribunale antidoping Signorini, il viceprocuratore Vigna e Francesco Botrè, direttore del laboratorio di Roma. È lui a incalzare la tossicologa forense Donata Favretto, perito della tennista che nell’emozione di ieri ha ceduto alle lacrime due volte: raccontando daccapo tutta la vicenda (che al centro ha una pillola del farmaco antitumoraie Femara) e ascoltando la richiesta di Nado. Due anni di squalifica (o in subordine una «sentenza di giustizia», compresa tra minimo e massimo). Via Skype è intervenuta la direttrice del laboratorio di Montreal, Christiane Ayotte, che trovò la positività nel campione raccolto a sorpresa, fuori competizione, il 16 febbraio scorso. Di persona, mamma, papà e fratello di Sara. Trattandosi, secondo Nado, di troppe coincidenze in una volta sola (in base alla ricostruzione della giocatrice la pillola di Femara perduta dalla madre sul tavolo della cucina era arrivata nell’impasto dei tortellini in brodo, bolliti e serviti in tavola) a Fulvia Errani è stato chiesto di ricostruire l’organizzazione della cucina di casa, per capacitarsi di come sia stata possibile una contaminazione ritenuta abbastanza rocambolesca. Insieme all’esame privato del capello (negativo), davanti al Tas è stata presentata la memoria dell’Itf che definisce «bad mistake», un erroraccio, non aver riconosciuto che sulla confezione di Femara (Nado ha presentato prova fotografica) fosse presente il «bollino doping», che avverte del rischio di positività in assenza di esenzioni terapeutiche. L’Itf, comunque, per coerenza con il proprio tribunale ha chiesto la conferma dei due mesi di stop già smaltiti. Un israeliano, un tedesco e un padovano decideranno il destino di Sara Errani. Sentenza (inappellabile) attesa entro Natale.

 

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Coric fa festa: «Al torneo chiedo il regalo di compleanno» (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

Borna Coric ha ritrovato la strada. Dopo un primo titolo conquistato a Marrakech ad aprile, ha traballato tra infortuni e cali di tensione, ma a Milano sembra aver finalmente ripreso il bandolo della matassa e ieri ha conquistato la qualificazione come primo del suo girone. Ieri ha battuto Khachanov in 5 set.

Coric, questo torneo fa per lei.

Sembra di sì. E’ un evento che mi ha sorpreso in positivo. Nessuno di noi sapeva cosa aspettarsi, come sarebbe stato giocare con queste nuove regole, ma alla fine è andato tutto bene. Qui l’accoglienza è stata stupenda. La gente è appassionata, c’è tanto pubblico che fa il tifo e crea una fantastica atmosfera. Peccato che per me sia la prima e l’ultima presenza visto che il prossimo anno sarò “troppo vecchio” per giocare ancora qui.

In compenso sta vivendo questa settimana al meglio, è arrivato in semifinale esprimendo un buon gioco.

Sono contento, devo concentrarmi e cercare di andare avanti al meglio per godermi questi match fino all’ultimo.

Come si è trovato con queste nuove regole?

All’inizio mi preoccupavano un po’ perché non ero abituato, avevo paura di sbagliare qualcosa, invece devo dire che mi piacciono. Sul tour porterei sicuramente la no-let rule che per me è la migliore, soprattutto per il mio tipo di gioco. Poi lo shot clock, che da un lato non è semplice perché quasi tutti noi ce la prendiamo un po’ più comoda del dovuto, ma allo stesso tempo rende il gioco più dinamico.

La sua stagione è stata di alti e bassi, con il primo successo sul tour e qualche intoppo.

E’ così. Non è stata l’annata migliore che mi potessi aspettare, anche se a Marrakech ho vinto il titolo. Sono stato anche un po’ sfortunato perché mi sono infortunato nel mezzo della stagione e ho perso molto tempo. Il tennis però è anche questo, bisogna fare il conto con tanti imprevisti.

Dopo un periodo con Ivica Ancic, ora la vostra collaborazione si è interrotta. Ha già un nuovo coach?

Si tratta di Christian Schneider, abbiamo iniziato da un paio di mesi a lavorare insieme. Mi trovo bene, ora dobbiamo pianificare il 2018. L’obiettivo per il prossimo anno è stare bene, migliorare, giocare al livello che ho tenuto nelle ultime settimane. Cercare di entrare tra i primi 20-25 al mondo. Ma la prima cosa è restare fisicamente integro così da potermi giocare tutte le carte.

Come mai ha scelto proprio il tennis?

Quando Goran Ivanisevic ha vinto Wimbledon avevo 5 anni, il suo successo è stata la spinta per molti bambini croati di quegli anni. Lui è un punto di riferimento, ed è sempre molto gentile nei miei confronti. In alcune occasioni mi ha dato una mano, qualche consiglio, e mi ha fatto molto piacere. Ma non ho idoli, preferisco seguire la mia strada.

Il 14 novembre compirà 21 anni, da Milano ha la possibilità di portarsi a casa un bel regalone.

Beh, vincere sarebbe il giusto souvenir da riportarmi a casa. Però per il compleanno a me piace fare festa, quindi comunque vada non mi farò mancare un party con gli amici.

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Quinzi? Un puzzle (Stefano Semeraro, Corriere dello Sport)

Come ti ricostruisco un tennista. Nella fattispecie Gianluigi Quinzi, che è entrato nelle Atp Next Gen Finals di Milano dalla porticina delle qualificazioni e ne uscito già prima delle semifinali. Ma fra gli applausi, e dopo tre match lottati con avversari che orbitano fra il numero 36 e il 55 del mondo. L’ultimo ieri, in cinque set, contro Hyeon Chung, il coreano che quattro anni fa aveva superato nella finale juniores di Wimbledon. «Sì, ma lunedì Gianluigi sempre numero 306 resta», dice il suo coach Fabio Gorietti, con lo sguardo dei professore buono e intelligente che tutti gli studenti del mondo vorrebbero avere. «E dovrà ripartire dai tornei minori, senza fretta. Evitando di farsi male da solo, cioè di condannarsi per una sconfitta o di porsi obiettivi troppo lontani». Quinzi è stabile alla Training Tennis School di Foligno da maggio; si era allenato con Gorietti per brevi periodi anche in passato e da lì ha deciso di ripartire dopo essere transitato, attraverso mille cambi tecnici, dallo status di “futuro top-player” a quello di irreparabile flop. «Mi ha detto che aveva bisogno di ritrovarsi. E che da noi pensava di farcela» spiega Gorietti, 50 anni, laureato all’Isef, romano trapiantato a Foligno che ha allenato Paolo Lorenzi e oggi segue anche Thomas Fabbiano e Stefano Travaglia. «Foligno è una città tranquilla, dove si vive bene. Io credo molto nella forza del team, nella trasmissione delle informazioni. A Gianluigi questo piace molto. Quando due dei nostri sono in campo si fanno da coach a vicenda: uno più uno può fare tre». Altro fondamentale del metodo Gorietti: «Uso un sistema percettivo sensoriale: se dici una cosa a un’atleta, se la può dimenticare. Se gliela fai sentire nel corpo, gli resta». Con Quinzi il lavoro è ripartito dalla postura. «Gianluigi ha un problema, evidente ma forse trascurato, alle caviglie, che si riflette a livello di anca e di spalle. Tutti lo accusavano di avere gesti macchinosi, ma così bloccato non poteva fare altro. Così abbiamo iniziato da lì, ore e ore allenamento, migliaia di ripetizioni. Ogni giorno Gianluigi fa 40 minuti di esercizi per le scapole. Per iniziare a correggere il diritto sono servite 10.000 palle, e in tempi anche brevi Per fortuna regge bene la fatica, e si è adattato in fretta». La catena si è sciolta, partendo dal servizio. «Se servi solo in “kick” a 140 all’ora, devi remare due metri dietro la riga di fondo. Se servi meglio, come sta facendo ora, ti ritornano palle più facili da attaccare e puoi andare più spesso a rete. Questo deve essere il suo obiettivo. L’esperienza alle Finals è stata preziosa, gli ha fatto capire che per stare a livello dei migliori deve giocare più aggressivo. E farlo in partita, non solo in allenamento. Traguardi? «Credo in Gianluigi, ma non so dare dei tempi. E’ un processo. Nel tennis il talento conta il 10%, 90% è lavoro, ma se non hai quel 10% non vai da nessuna parte. Io sto cercando di estrarre tutto il talento che c’è in lui». Facendogli da coach, seguendone la preparazione, curando i rapporti con l’esterno e fornendo anche stimoli diversi. «La sua famiglia ha sempre voluto che Gianluigi seguisse la scuola normale, e per me se un tennista studia, è meglio. A Natale regalo a tutti i ragazzi dell’academy un libro, lui ancora non lo sa. Niente di impegnativo, eh? romanzi, massimo 120 pagine. Sennò me li tirano dietro. Però vedo che li leggono…». L’importante è sbloccarsi, no?

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Chung si prende la rivincita su Quinzi. Una tigre che però incassa il terzo ko (Andrea Facchinetti, Il Giorno)

Si chiude con un’altra sconfitta l’avventura di Gianluigi Quinzi nella fase eliminatoria delle Next Gen Atp Finals. Il marchigiano ha incassato la terza battuta d’arresto in altrettanti incontri contro il sudcoreano Hyeon Chung per 1/4, 4/1, 4/2, 3/4(6), 4/3(3), ma ancora una volta ha mostrato confortanti segnali di crescita già intravisti nei match dei giorni precedenti perduti contro il russo Andrey Rublev (in cinque set) e Denis Shapovalov (in quattro). Del resto Gianluigi, dopo avere vinto il torneo di qualificazione che metteva in palio una wild card, era alla sesta partita in sette giorni e dopo due mesi di stop per curare una serie di acciacchi fisici era lecito aspettarsi un calo, tuttavia ha gettato in campo una grinta e una voglia di non mollare finora sconosciute. Evidentemente la cura cominciata all’inizio del mese di aprile alla Tennis Training School di Foligno sotto la guida di Fabio Gorietti comincia a dare qualche risultato. Perché il talento nel braccio mancino non manca, come conferma una carriera giovanile di tutto rispetto, culminata con il successo nel torneo juniores sull’erba di Wimbledon del 2013 (proprio contro Chung che oggi però è numero 54 del mondo), purtroppo non seguita da altrettanti risultati dopo il salto nel mondo del professionismo. «Ho capito che mi manca soltanto la continuità per rimanere a questi livelli», racconta oggi Quinzi, appena n. 306. Nell’altro incontro del girone A il russo Andrey Rublev ha conquistato il secondo posto nella semifinale odierna dietro all’imbattuto Chung, battendo nel lo scontro diretto il canadese Denis Shapovalov per 4/1, 3/4(8), 4/3(2), 0/4, 4/3(3).

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Due ore di battaglia. Rublev elimina Shapovalov (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Ricordatevi di Federer, che raccolse il primo trofeo in carriera a Milano e da lì ha costruito la sua divinità. Ricordatevi di questo torneo in Fiera, che sarà un po’ naif e post-moderno con le regole giovani e rivoluzionarie, ma intanto ha messo in scena la prima sfida fra i Terminator del futuro prossimo, Rublev e Shapovalov, comuni radici russe, stili all’opposto e la promessa, che sicuramente manterranno in fretta, di allungare mani e talento sulla classifica degli anni a venire. Accade talvolta, per la formula complicata, che una partita dei gironi si allontani dal groviglio di numeri e possibilità per riportare il tennis alla sua essenza di sfida senza domani. E il match tra Andrey e Denis è in pratica un quarto di finale: chi vince va in semifinale e chi perde torna a casa. Il pathos, surriscaldato da un bel pubblico serale a maggioranza di passione canadese, anziché sgonfiare le ruote ai due sbarbati li spinge ad andare oltre i limiti oggettivi, regalando la partita più bella del torneo fino a questo momento. Vince Rublev, perché è più solido, cioè più giocatore e perché dimentica d’un colpo il nervosismo delle prime due uscite, certamente amplificato dal ruolo di favorito per ranking. E poi, lo ha detto, le regole nuove non gli piacciono, perché premiano «chi non lavora e ha fortuna». Sono due ore (e un minuto) di battaglia aspra tra le bordate da fondo del russo vero, e le finezze del nativo di Tel Aviv e cresciuto nell’Ontario, capace quest’anno di battere Del Potro e Nadal e di entrare nei primi 50 Atp a 18 anni e 5 mesi, il più giovane dal 1993 dietro Rafa e Hewitt. Shapovalov, con lo champagne nei colpi, ottiene sei punti in più dell’avversario (98-92), ma l’altro concede poco nel 2° e 3° tie-break, decisivi per girare la sfida. Rublev ha come idolo Safin, per il suo allenatore Vicente ricorda Davydenko ma il dritto e la velocità di braccio sono fratelli minori di Kafelnikov. Progetti di fenomeni che nel girone A si inchinano all’ineffabile Chung, che non sbaglia una scelta e finisce 3-0 battendo pure Quinzi (revival della finale di Wimbledon jr. 2013). Ma Gianluigi lotta ancora per 5 set: «Ci sono anch’io». Ti aspettiamo.

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Città del tennis e organizzazione. Milano supera l’esame Next Gen (Carlo Annovazzi, La Repubblica – Milano)

E’ quella scritta a bordo campo, in primissimo piano, che fa la differenza. La città viaggia nel mondo del tennis, in questi cinque giorni di Next Gen non c’è appassionato che non abbia capito subito dove eravamo. Una ribalta importantissima che prosegue il percorso cominciato due anni fa con Expo. L’innovazione è il timbro di Milano e il legame con questa manifestazione tennistica che guarda al futuro è perfetto, fatto proprio per continuare nel tempo. «E noi guardiamo avanti, infatti, già al prossimo anno» afferma Angelo Binaghi, presidente della Federtennis. «Abbiamo deciso noi, come Federazione, di puntare su Milano, avevamo altre ipotesi sempre al nord, Torino, Verona. E siamo soddisfatti. Milano ha superato l’esame nel migliore dei modi». Il battesimo del fuoco è quindi alle spalle. La città del tennis ha convinto, lo spettacolo anche. Roberta Guaineri, assessora allo Sport, ci sperava, chiaramente, ma le cose vanno vissute per poter poi essere tranquilli e adesso è proprio soddisfatta. «Era un’occasione importantissima per dimostrare che questa città ha le capacità per reggere al meglio eventi mondiali e ce l’abbiamo fatta. Per tutti la possibilità di promuoversi agli occhi del mondo era lì, da cogliere. E la risposta è stata positiva». Next Gen ha ancora due giorni di vita in questa prima edizione ma non c’è bisogno di aspettare gli ultimi istanti per tracciare un bilancio. Contano le sensazioni, le emozioni. «E queste ci sono state e tutte buone – continua Guaineri -. Io ho rivissuto i tempi di Expo, sono sempre venuta in metrò in Fiera e ho visto le facce della gente, dei bambini. Un entusiasmo coinvolgente». Tanto pubblico alla sera, tanti bambini di pomeriggio, bambini che si sono divertiti a guardare gli incontri, più veloci del solito, e a giocare negli spazi grandi intorno ai campi. Ecco, gli spazi. Dal prossimo anno dovrebbe esserci il Palalido e la Next Gen potrebbe spostarsi lì. «Valuteremo i pro e i contro delle due sedi – spiega Binaghi -. Anche se stiamo parlando di ipotesi visto che il Palalido non è ancora finito e io prima di fare qualunque considerazione voglio vederlo. Certo, il fascino di un impianto storico in città è altissimo. Però il colpo d’occhio in Fiera è meraviglioso, qui tutto ha funzionato, ci sono stati gli spazi per poter sviluppare bene insieme la parte agonistica e quella commerciale, certo i costi sono maggiori. Decideremo e poi sottoporremo il tutto all’Atp». Archiviato lo scivolone della cerimonia del sorteggio («Noi non c’entravamo nulla, l’Atp deve capire di fare le cose in cui è la numero uno e lasciare agli altri il resto…»), dentro il campo la cosa che più è piaciuta a Binaghi è l’atteggiamento dei giocatori. «E stato torneo vero, hanno tutti lottato sempre fino all’ultimo punto. Avete visto la partita tra Quinzi e Chung? Non contava per la classifica ma è finita al tie-break del quinto». Non può essere però il paese dei balocchi, qualcosa che non ha funzionato fino in fondo ci sarà pur stata. «Alla fine della manifestazione incasseremo 900mila euro dai biglietti. Per il Foro Italico abbiamo già portato a casa due milioni e mezzo eppure mancano ancora sette mesi al torneo. I numeri sono diversi, lì entrano trentamila persone al giorno e qui meno di cinquemila. Però dobbiamo lavorare meglio su questo aspetto. Sì, oggi e domani è sold out ma io vorrei arrivare al tutto esaurito anche nei primi giorni. Era una manifestazione nuova, c’è un dazio da pagare al rodaggio. La crescita di pubblico è l’obiettivo che dobbiamo porci tutti per la prossima edizione».

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Battuta vincente (Gianni Perrelli, La Repubblica – Il Venerdì)

«Da oltre due ore ci ingozzavamo di cibo e ci sbellicavamo dalle risate. Ma 40 anni fa in quel tavolo del ristorante Santa Lucia, tempio milanese del dopoteatro, c’era anche tensione da rivalità. Di fronte a me sedeva Carlo Dapporto. Forse ero stato io a provocarlo raccontando la prima barzelletta della serata e lui aveva raccolto la sfida. Di battuta in battuta, davanti a una platea che aveva calamitato tutti gli avventori, eravamo impegnati in un duello western all’ultima storiella. Alle tre di notte gettai la spugna. Avevo esaurito il mio repertorio e gli riconobbi la vittoria. Ma Dapporto mi concesse cavallerescamente l’onore delle armi. La freddura più divertente l’avevo raccontata io: “Torneo di tiro con l’arco nell’antica Inghilterra. Il primo arciere centra da cinquanta metri la mela deposta sul capo di un figurante. Inchino e presentazione del concorrente a Sua Maestà: I am William Tell. Stessa performance per il secondo arciere seguita dal medesimo cerimoniale: I am Robin Hood. E’ il turno del terzo, che nello sgomento del pubblico colpisce il figurante in piena fronte. Attimi di gelo. Ma il concorrente conserva la freddezza e si rivolge anche lui al sovrano: I am sorry”». Nicola Pietrangeli a 84 anni è un’icona vivente del tennis mondiale. Ma è anche un fuoriclasse della barzelletta, con un bagaglio di oltre mille facezie. La sera del 17 novembre a Modena, al club del tennis Meridiana, aprirà al pubblico la sua cassaforte di spiritosaggini nello show Battuta e risposta, coadiuvato dal cabarettista Gianfranco D’Angelo (che da giovane sognava di diventare un campione di tennis) e dal comico Demo Mura. Un modo per conferire dignità a un genere di comicità istantanea le cui origini, secondo il ricercatore Mario Andreassi, risalirebbero alla civiltà sumera. Avversata per eccesso d’insolenza perfino da Aristotele e Platone, la barzelletta venne rivalutata nell’antica Roma da Plauto. Uno dei bersagli principali era la donna. Oscurato nel Medio Evo, il genere è rifiorito nello scorso secolo bersagliando soprattutto i dittatori. «In realtà» sorride Pietrangeli «è solo un innocente motto di spirito che ha un valore sociale perché spesso rilassa e a volte risolve una serata».

Ma lei come ha scoperto questa vocazione?

Cominciai a raccontare barzellette in serie quando ero capitano della Nazionale in Coppa Davis. Volevo far arrabbiare Adriano Panatta che faceva il serioso. Gli strappavo una risatina a denti stretti solo con le storielle più divertenti. Lui ha la tendenza a mostrarsi antipatico. Ma si scioglie se è pungolato a dovere da chi, come me, conosce bene la sua psicologia. Lo scorso febbraio, ospiti da Fabio Fazio, deliziammo i telespettatori con un fitto ping pong di battute. “È nata una coppia di comici” scrisse il giorno dopo Roberto D’Agostino che non è mai tenero con nessuno.

Se non fosse diventato una leggenda del tennis, le sarebbe piaciuto fare il comico?

Probabilmente sì, perché la battuta mi viene facile sia sul campo che nella conversazione. Il tennis mi ha trasmesso disinvoltura anche nella vita. Ma forse avrei scelto di fare la spalla. Fra i cornici la vena umoristica in cui più m’identifico è quella di Antonio Albanese.

Ma come nascono le barzellette? E a lei chi le fornisce?

Da quanto ne so nascono prevalentemente nelle carceri. Per ammazzare la noia della detenzione. E riflettono quasi tutte un fondo di verità. Le annuso nei bar, per strada, nei posti più impensati. E poi le seleziono. Inutile tenere a mente quelle stupide. Ce ne sono alcune, invece, che valgono per dieci.

Fra le personalità che ha incrociato chi è appassionato di barzellette?

In passato il principe Ranieri di Monaco. Eravamo amici. Ricevevo spesso telefonate di madame Siri, la sua storica segretaria, che con molto tatto mi chiedeva: “Monsieur Pietrangeli, posso passarle il principe?”. Lui attaccava a parlarmi di golf e tennis, grandi passioni, ma sbottava quasi subito: “Senti un po’ l’ultima”. Guai a dirgli che la sapevo. Una volta che ero a pranzo da lui ed ero sul punto di interrompere una sua storiella per dirgli che già la conoscevo, Livio Ruffo della Scaletta, il gentiluomo di corte, mi diede sotto il tavolo un calcio negli stinchi. In tempi più recenti mi sono confrontato con Silvio Berlusconi, barzellettiere di grande talento, ma alla fine abbiamo pareggiato. Ero stato invitato a palazzo Chigi da Rocco Crimi, allora sottosegretario con delega allo sport, per parlare di tennis con il Cavaliere. Ma si passò presto alle barzellette. La sua prima storiella la sapevo e lui lo capì dall’espressione un po’ annoiata della mia faccia. “Me ne racconti allora una lei”, mi provocò. Stoppandomi poi quasi subito: gliel’avevano già raccontata. Fini in pareggio, 3 a 3: nessuno dei due riuscì a far ridere l’altro con una barzelletta nuova. Non c’era tempo per approfondire. Pero il premier aveva preso gusto alla sfida e incaricò Crimi di organizzare una serata tutta dedicata alle “ultimissime”. Poi non se ne fece niente.

Ha mai partecipato a un torneo di barzellette?

Una volta, in televisione, a “La sai l’ultima?”. In finale mi scontrai con Remo Girone, che in quel momento con La Piovra godeva di grande popolarità. Ricevetti caute pressioni per cedergli il campo. E io mi feci due calcoli. Il primo premio era un viaggio alle Maldive, dove ero stato dieci volte. Il secondo un soggiorno in Kenya, paese che non conoscevo. Trovai conveniente perdere. Ma la barzelletta migliore era la mia. “Serata di gala sul Titanic. Il mago cerca di mettere in scena i suoi numeri ma viene boicottato ogni volta dalla voce petulante di un pappagallo presente in sala. ‘Il coniglio? E’ nella manica della giacca. La colomba? E’ nelle calze. Le carte? Sono truccate’. La nave va a picco e il mago e il pappagallo si ritrovano aggrappati entrambi a un tronco del relitto. Si guardano con ostilità per molte ore e infine il pappagallo sbotta: ‘Va bene, hai vinto tu: dove hai nascosto la nave?’”».

Chi ha riso di più alle sue barzellette?

Marcello Mastroianni non riusciva a contenersi ogni volta che gli raccontavo la barzelletta sul torneo di abilità nella caccia. “Un francese con un solo colpo di fucile fa fuori due anatre. Un inglese uccide un paio di volatili con una freccia. Infine arriva un giapponese che sguaina uno spadone con cui, dopo aver emesso alcuni suoni gutturali, fende l’aria scagliandosi contro una zanzara che però continua a volare. Al termine dell’esibizione il capo della giuria lo convoca sul palco e gli dice: Guardi che la zanzara vola ancora. Si, ma non scopa più”. Marcello rimaneva riverso sul divano a sbellicarsi per alcuni minuti.

Conosce altri sportivi appassionati di barzellette?

Francesco Totti è simpatico ma le sue battute non me le ricordo. Il barzellettista migliore è Giordano Maioli, mio compagno di doppio. Il suo repertorio è però un po’ greve. A me non piace l’eccesso di volgarità. Anche nel narrare storielle penso ci voglia equilibrio.

Qual è il rischio maggiore per un barzellettiere?

Quello di stufare. O di andare fuori misura. Quando si comincia a raccontarle occorre valutare il pubblico che si ha di fronte. Bisogna cercare di non urtare le suscettibilità. Ma è pur vero che la comicità non ha confini. Si può scherzare anche sui tabù. Basta farlo con garbo. I primi a ridere di se stessi sono per esempio gli ebrei. Che si raccontano storielle fra loro prendendo spunto perfino da una tragedia universale come l’olocausto».

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Wimbledon viaggia verso la resa (Semeraro). I duelli di John McEnroe con Borg e con il mondo (Azzolini).

La rassegna stampa di domenica 29 marzo 2020

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Wimbledon viaggia verso la resa (Stefano Semeraro, Corriere dello Sport)

La prossima settimana, molto probabilmente, Wimbledon deciderà di annullare i suoi Championships. Una scelta dolorosa, visto che dal 1877 in avanti il Torneo si è fermato solo in occasione delle due Guerre Mondiali. L’11 ottobre 1940 una squadriglia di bombardieri tedeschi sganciò anche cinque bombe sull’impianto, sfondando il tetto. Nessuno immaginava che il prossimo pericolo sarebbe stata una bomba batteriologica. Una riunione di emergenza del Committee più famoso del mondo è stata annunciata qualche giorno fa, le alternative alla cancellazione scarseggiano. A rischio, dopo la stagione sulla terra, in realtà è tutta quella sull’erba, con l’aggravante che mentre il rosso può sperare di recuperare in autunno (il Roland Garros ha già deciso di partire il 20 settembre), il verde ha una finestra molto stretta. «Al momento – hanno spiegato dall’All England Club – in base ai consigli che ci vengono dalle autorità sanitarie, la finestra molto limitata in cui potremmo organizzare The Championship a causa della natura della superficie suggerisce che un rinvio non sarebbe privo di difficoltà». Tradotto dal “wimbledonese”, una dichiarazione di resa quasi certa. «Non so di quanto potrebbero rinviarlo – ha spiegato Andy Murray, che quest’anno sognava di dare un addio in grande stile sul Centre Court – Ci sono le esigenze di altri tornei da considerare e molte altre cose, come le ore di luce disponibili, che calano ogni giorno». […]

I duelli di John McEnroe con Borg e con il mondo (Daniele Azzolini, Tuttosport)

 

Comprava Picasso e Renoir. Aveva solo ventun anni. E non era ancora John McEnroe. Entità suprema, già allora, negli anni Ottanta. Ed erano solo gli inizi. Una divinità magrolina e in costante trambusto con se stessa, ma con pretese artistiche rivolte a tutto il mondo. E investimenti mirati. Pierre-Auguste Renoir era il preferito. Soldi spesi bene, i primi vinti agli Us Open. E una visione dell’arte che coincideva con la sua. Applicabile al tennis. L’obiettivo tennistico di John era raffigurare qualcosa d’indescrivibile. Un’esperienza tennistica non ripetibile. Chiusa dentro di lui ed estinta con il suo ritiro. Molti anni dopo, nel 1992. Sempre che non fosse spuntato, da qualche parte, un suo uguale. Ma non è mai successo. […] «Oggi non si lascia niente al caso, tutto è computerizzato, studiato, dall’allenamento tecnico a quello fisico, dall’alimentazione agli schemi, alla programmazione dei punti e del rendimento», ebbe a dire anni dopo. «Ma non c’è più fantasia, non c’è personalità. E il tennis ne soffre. Anche quando arrivai io sembrava che tutti avessero il collo della camicia inamidato. Reagii tirando fuori la mia personalità. Chissà se fra un po’ arriverà qualcun altro, magari con idee diverse, ma in grado di fare altrettanto». Un campione senza eredi. Tanto più che qualcuno è arrivato, alla fine, a riempire il nostro sport della personalità che serviva, per quanto diversa da quella di McEnroe. Federer, poi Nadal. E John è stato uno dei cantori in diretta delle loro gesta, riconoscendone i meriti e i talenti infiniti. Lui che quella parola, talento, se l’era giocata come un dardo per trapassare la logica impenetrabile di Ivan Lendl, il nemico insopportabile della seconda metà del suo mandato agonistico. «Ho più talento io nel mignolo della mia mano, di quanto ne abbia Lendl in tutto il suo corpo». Sul campo vinceva Ivan, 21 a 15. In quel 1980 reso indimenticabile da un tie break di 34 punti uno più bello dell’altro, che avvicinò di molto McEnroe al concetto stesso di imbattibilità, rappresentato in quegli anni da Borg e dalle sue cinque vittorie filate ai Championships, in molti collocano l’avvio dell’Era McEnroe. […] L’immagine della perfezione era ancora lontana da quel tipetto esile e incazzoso che nel breve volgere di pochi secondi strappava applausi e faceva raggrinzire la pelle degli spettatori per le frasi che gli uscivano dalla bocca. Borg, se non altro, ne dava un’interpretazione più solida. Quella di una perfezione bionda e distaccata dagli umani affanni. Una perfezione svedese. Il 1980 quasi perfetto di Borg finì per trasmettere a McEnroe una sensazione d’incompiutezza che poco lo fece esultare per l’avvenuta conquista del numero uno. L’altro aveva ancora una marcia in più. Così sembrava… Era stato sconfitto per la prima volta in esibizione a Dusseldorf, Coppa delle Nazioni, ma per il primo k.o. nel circuito fu necessario attendere agosto, la Rogers Cup a Toronto. E per ritiro. Eppure, quella corsa a due, spalla a spalla, finì per consumare lo svedese, per primo. Aveva tanto più da perdere, Bjorn, ma fece fatica soprattutto a rendersi conto che un rivale lo avesse ormai appaiato. Fu come se in quel tie break nel quarto set a Wimbledon, che tutti pensavano cancellato dalla vittoria al quinto, Borg avesse inalato un virus potente, che prese a consumarlo da dentro. Prima lentamente, poi a morsi. Battuto sull’erba per l’ultima volta, McEnroe superò il ghiacciolo svedese al quinto nella finale degli Us Open, la seconda che vinceva. Infine lo cancello da quella del Masters. Borg mantenne per poche briciole la vetta della classifica a fine anno. Ma la perse a Wimbledon dell’anno dopo, insieme con il torneo. Era il 1981. E lì davvero tutti compresero che il tennis era passato nelle mani di Mac. […] In quel palcoscenico che era il campo da tennis, Mac e Bjorn finirono per assumere il molo di autentici innovatori. Uno cambio il gioco. L’altro lo rese teatro. Borg imprimeva ai colpi rotazioni allora fuori da qualsiasi schema. Lo faceva colpendo la palla nella parte superiore, da maestro del top spin. La sfera subiva un’accelerazione in avanti e un innalzamento della traiettoria, al contempo anticipava la ricaduta. Si disse, a ragione, che Borg aveva allargato il campo da tennis. McEnroe tocchettava, smistava, accelerava d’improvviso e piombava a rete per volleare con naturale eccentricità, tenendo la racchetta fra le dita come un cucchiaino da the. Le due finali a Wimbledon del 1980-81 furono al centro di una disputa finita nel mito. Borg vinse il primo confronto (e il suo quinto Championship) ma non riuscì a impedire a McEnroe di realizzare, anche nella sconfitta, l’impresa della giornata, vincendo al 34° punto il tie break del quarto set, forse il più avvincente mai giocato. Borg si vide cancellare, uno a uno, 5 match point. Ma vinse al quinto (1-6 7-5 6-3 6-7 8-6), perché, disse, «ero ancora convinto di essere il più forte». […] Ivan Lendl fu il secondo grande avversario di McEnroe. Da fantascienza le tre sole sconfitte subite da McEnroe nella stagione che gli consegno la sconfitta più devastante fra tutte. Tre sconfitte in 85 match. Una con Vijay Amritraj a Cincinnati. Un’altra con Henrik Sundstroem nella finale di Coppa Davis in Svezia. Ma la prima di tutte, contro di lui, Ivan Lendl. Anno 1984, finale del Roland Garros. «L’esperienza più dolorosa della mia vita nell’anno in cui sfiorai la perfezione». Di rado un match di tennis produsse effetti così sconquassanti nella vita di due giocatori: accadde una sorta di mutazione che lasciò stremato e incerto il tennista che fin lì aveva dominato, e l’altro invece rinvigorito, quasi avesse succhiato la linfa vitale dell’avversario. Nessuno accetterebbe di accusare Lendl di vampirismo, seppure il suo tennis abbia finito per prosciugare decine di avversari, ma da quell’incontro i due non furono più gli stessi. Mac vinse ancora, tantissimo. Tredici trofei. E tornò a battere Lendl nella finale degli Us Open e in quella del Masters. Ma subì l’affronto della sconfitta a Parigi come una malattia debilitante. E dalla fine del 1984 non seppe più conquistare uno Slam. Lendl invece, da grandissimo perdente (il pollo) divenne irresistibile, fino a instaurare una vera e propria dittatura In largo vantaggio (due set), McEnroe trovo il modo di distrarsi in una guerricciola da quattro soldi con un tecnico della tv. Dette in escandescenze, strappo gli auricolari al poveretto, inveì e dimentico Lendl. Quando tornò a occuparsene i magnifici congegni del suo gioco si erano inceppati, mentre l’avversario, per quei misteriosi meccanismi che fanno la storia segreta di tanti avvenimenti sportivi, era rinsavito e aveva trovato nel lob un formidabile alleato. Il match si rovescio (3-6 2-6 6-4 7-5 7-5) e Mac ancora oggi non se ne dà pace. «È stata la peggiore sconfitta della mia vita, una sconfitta devastante: a volte ancora mi tiene sveglio la notte. Persino adesso è dura per me parlare di quel Roland Garros. Mi fa star male ripensare a quella partita, a cosa ho gettato via e a come sarebbe stata diversa la mia vita se avessi vinto. E so che sarà un dolore che mi porterò dietro per sempre». «Avessi vinto», disse anni dopo a Panatta durante una cena, «lo avrei perfino incoraggiato. Una bella pacca sulla spalla e via. Gli avrei detto: non te la prendere Ivan, in fondo sei sempre il numero due». La replica gli giunse in anni ancor più vicini ai nostri, tagliente come solo la lingua di Ivan sapeva essere. La raccontò lo stesso McEnroe, masticando amaro. «Aveva organizzato un evento dalle sue parti, nel Connecticut, e m’invito a fare da voce fuori campo, in pratica da intrattenitore. Gli dissi volentieri di sì, fra l’altro la paga era buonissima. Quando arrivai, ci salutammo e per rompere il ghiaccio gli dissi: “Dì la verità, Ivan, non sai proprio fare a meno di me’: Mi guardo serio. “Non direi,’ mi rispose, “ma sono sempre stato convinto che prima o poi avresti lavorato per me».

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“Dopo tanta gavetta la vittoria su Thiem. Non è stato un caso, ora ho l’età giusta” (Pagliari)

La rassegna stampa del 28 marzo 2020

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“Dopo tanta gavetta la vittoria su Thiem. Non è stato un caso, ora ho l’età giusta” (Claudio Paglieri, Il Secolo XIX)

“Faccio addominali. Tanti addominali. Non è che di solito non li faccio, ma in queste giornate infinite ne faccio molti di più». Gianluca Mager, 25 anni, è a Sanremo, segregato in casa come tutti. Le racchette, in un angolo, fremono dalla voglia di tornare a esplodere servizi a 220 all’ora, come in quella magica settimana di febbraio al torneo Atp 500 di Rio de Janeiro: una corsa inaspettata fino alla finale, battendo anche il numero 4 del mondo Dominic Thiem. Mager, che scalogna. […] «Sì, ho un avuto un buonissimo inizio anno, sono entrato nei top 100, ho esordito in Davis. Ma non mi lamento di certo. Intanto perché fuori di qui ci sono drammi veri. E poi perché sta peggio chi magari aveva giocato poco, e ora vorrebbe recuperare». Il tennis ha meccanismi di classifiche complessi, ogni settimana scadono i punti dell’anno prima. Adesso come si può fare, secondo lei? «Ah, è difficile. Credo ci siano due soluzioni: spalmare la classifica su due anni, o congelarla per tante settimane quante sono quelle di stop. Ma serve un bravo matematico». Come passa le giornate? «Sono a casa a Sanremo, con la mia fidanzata Valentine (Confalonieri, ndr). Per fortuna ho un piccolo giardinetto e un terrazzino, posso fare esercizi di atletica, stretching, mobilità, tanti addominali. Guardo molte serie tv: ho appena visto Zerozerozero e aspetto che ricominci la Casa di carta». Lei ha reso merito per i suoi miglioramenti proprio alla sua fidanzata, anche lei tennista e allenatrice. In cosa è importante? «Valentine mi dà una mano in tutto, è un grande punto di riferimento non solo per il tennis. Mi dà tranquillità, equilibrio nella vita in generale». Andy Murray, che ha lavorato con Amélie Mauresmo, dice che nel tennis maschile ci vorrebbero più allenatrici. «Sono assolutamente d’accordo con lui. Ci sono tante donne bravissime, anche più dei maschi». […] Lei va d’accordo con il suo vicino di casa Fognini? «Certo. Ha qualche anno più di me, l’ho sempre seguito e ammirato perché è un grandissimo giocatore, e ha tanto talento». C’è stato invece un po’ di fastidio perché Sinner non si è dato disponibile. Con lui va d’accordo? «Sinceramente l’ho incrociato solo due o tre volte, e non ci ho mai giocato. So che aveva già messo in programma i tornei in America. Ognuno fa le sue scelte. E poi non mi lamento di certo, visto che hanno convocato me». In Italia abbiamo visto tanti tennisti centrare un exploit e poi sparire. Ma anche tanti giocatori maturare tardi e poi restare a buoni livelli. Lei fa parte del primo gruppo o del secondo? «Beh, spero del secondo». Cosa glielo fa pensare? «Il fatto che il mio è stato sì un risultato che neppure io mi aspettavo, con quella vittoria folle su Thiem. Ma non è un risultato spuntato dal nulla. Già l’anno scorso ero cresciuto: ho giocato 70 partite e ho vinto tutte quelle che dovevo vincere, tranne forse tre o quattro. E ho vinto tre Challenger'”. Una crescita costante, dopo annidi gavetta. *** «Anche quelli sono serviti. Le battaglie con il Park Genova in Serie A, a giocarsi lo scudetto. I Futures, i Challenger. E’ stato un lungo percorso. Se hai un passato forte di tante partite giocate, è più difficile fare un passo indietro. Anche se so benissimo che in questo sport c’è sempre il rischio di perdere tre o quattro primi turni di fila e andare in crisi». A Rio ha vinto anche un bel premio, 164 mila euro. Ne aveva bisogno? «Eccome. Nel tennis c’è un divario esagerato tra i tornei: un primo turno Atp ti dà magari 5.000 euro, un Challenger 300. Io me la cavo da solo da un paio d’anni, questo è il primo premio importante». Prima come faceva a far quadrare il bilancio? «Eh, risparmiavo. E giocavo le gare a squadre: Serie A, Bundesliga. Anche la Federazione mi ha aiutato». Sappiamo che il servizio è il suo punto di forza. In cosa deve migliorare? «Un po’ in tutti i colpi. E poi nella risposta e nella velocità di piedi». Superficie preferita? «La terra. Ci sono cresciuto. Ma anche il veloce non mi dispiace. E l’anno scorso ho giocato sull’erba nelle qualificazioni di Wimbledon: bella, anche se bisogna abituarsi». Il tennis maschile italiano è rifiorito all’improvviso. Come mai? «Credo che tutto sia partito dalla semifinale di Cecchinato al Roland Garros. Tutti gli altri si sono detti “allora si può fare”. Berrettini è arrivato al numero 8 del mondo, Fognini ha vinto Montecarlo, Sinner le NextGen…». E anche Mager è esploso. Ma Cecchinato non vince più. E una meteora? «Non scherziamo, Cech è un grande giocatore. Il suo non è un exploit. Voglio dire, ci può anche stare per ipotesi che uno arrivi in semifinale al Roland Garros, ma Cech ha vinto tre tornei Atp e quello non può essere un caso. Ha dato 6-1 6-2 a Schwartzman a Buenos Aires. Tornerà ai livelli che merita». Se dovesse pronosticare il prossimo italiano destinato a crescere? «Senz’altro Lorenzo Musetti, mio compagno al Park. E’ un giocatore completo, sa fare tutto. Ha grande talento, è molto maturo per la sua età ed è seguito da un ottimo allenatore (Simone Tartarini, ndr). Ma aspetto anche il rientro di Matteo Donati, che è stato fermo per un infortunio al gomito ma è molto forte, anche di testa». La testa, già. Quella che molti consideravano il punto debole di Mager. E che ora sembra ben focalizzata sull’obiettivo di restare nella top 100, e dimostrare il suo valore negli Slam.

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Rassegna stampa

Fabbiano leone in gabbia: “È dura, ma torneremo” (Longo). Santopadre: “Fate come Matteo, squat e addominali. Il tennis tornerà” (Rossi)

La rassegna stampa di venerdì 27 marzo 2020

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Fabbiano leone in gabbia: «E’ dura, ma torneremo» (Roberto Longo, La Gazzetta del Mezzogiorno)

Il mondo del tennis si è fermato e non ritornerà in campo prima del 7 giugno. Il tarantino Thomas Fabbiano è il capofila del tennis maschile pugliese, ex numero 72 al mondo, in queste settimane ha fatto in tempo a giocare gli Australian Open ma poi ha dovuto cancellare una serie di appuntamenti agonistici. Dov’era quando è arrivato lo stop? «Ero a Indian Wells, dove ero partito insieme al mio preparatore fisico per preparare la tournée americana che prevedeva anche la partecipazione al challenger di Phoenix e al master 1000 di Miami. Appena saputo della cancellazione del primo torneo, ho deciso subito di tornare in Italia anche se ancora non erano ufficiali le cancellazioni degli altri due tornei. Non sapevo cosa sarebbe accaduto nei giorni seguenti, era una situazione nuova per tutti e sinceramente rimanere in America non mi sembrava una buona idea. Il clima che si respirava lì era normalissimo, la cancellazione del torneo sembrava lontana e non avevamo avuto nessun presentimento di un possibile stop. Nei giorni successivi il circolo è rimasto aperto, il torneo permetteva a tutti di continuare ad allenarsi, era tutto surreale e la cosa che ho notato è che sembrava che in America sottovalutassero il problema rispetto alle misure che venivano adottate in Italia. Forse proprio questo mi ha spinto a tornare subito, non sapevamo altro riguardo il rischio di contagio e non volevo rischiare». Che sensazioni ha avuto nel volo di ritorno in Italia? «Sensazioni difficili da descrivere. Durante quel volo un po’ tutti nel mio staff abbiamo provato preoccupazione per quando saremmo atterrati in Italia ma ricordo che, stranamente, nessuno ci ha sottoposto ad ulteriori controlli rispetto alle norme. Da quando sono tornato in Italia sono in casa a Sanremo. Pur essendo nella lista dei giocatori che possono continuare ad allenarsi regolarmente, ho deciso di non rischiare nulla ed aspettare di vedere l’evolversi della situazione. Sicuramente non si riprenderá prima del 7 giugno e quindi c’è tanto tempo per riprendere la forma. Sto facendo qualche lavoro fisico in casa ma per il momento nulla di più». Come vive un professionista della racchetta un momento come questo? «In questo momento non credo che un tennista la possa vivere diversamente rispetto ad un altro lavoratore. Bisogna solo aspettare ed ascoltare scienziati e professionisti del settore e rispettare le regole imposte dal governo. Sappiamo che è una situazione difficile per tutti ma il grosso del sacrificio lo fanno i medici e gli infermieri che sono in prima linea in tutto questo, perciò sento di ringraziare queste persone per tutto il lavoro che stanno facendo. Ora la cosa importante è rimanere uniti perchè tutti insieme possiamo sconfiggere questo nemico».

Santopadre: «Fate come Matteo, squat e addominali. Il tennis tornerà» (Paolo Rossi, La Repubblica – Roma)

 

Lui, Vincenzo Santopadre, è quello di solito più composto nel box in tribuna quando gioca Matteo Berrettini. Lui è il coach del tennista n. 8 del mondo e vive a Roma questi giorni difficili. Vincenzo, come impiega il suo tempo? «Faccio la spola tra casa e figli. E la spesa».

E Berrettini?

Lui è a Miami. Usiamo le videochiamate. E’ una situazione anomala, inaspettata.

Immaginando che dia suggerimenti a Matteo, ne potrebbe regalare qualcuno anche alle persone più sedentarie costrette a stare in casa?

Ma certo, anche se non siamo tutti dei Berrettini: quindi, cercando di tener presente il livello di ognuno/a, per non parlare di eventuali patologie pregresse, direi che l’alzarsi e sedersi è l’esercizio basico, come degli squat. Poi, magari usando bottiglie d’acqua, altri esercizi di rafforzamento. E poi quelli classici che servono a stabilizzare la colonna, oltre ai tradizionali addominali. L’importante è evitare una vita completamente sedentaria, altrimenti ci abituiamo, e invece bisogna abituarsi al meglio, non al peggio. Per questo l’alzarsi e sedersi, fatto anche lentamente, lo indico come abc della “palestra di casa”. E per la mente, consiglio di leggere.

Lei è più tipo d’aereo che da casa Come si sente psicologicamente?

Cerco di trovare qualcosa di utile e di positivo in tutto questo. Mettiamola così: abbiamo del tempo che nessuno si sarebbe potuto consentire. Io lo uso per pormi domande. Rallentare i tempi. Stare con i figli. E opoi dobbiamo farci trovare pronti per il ritorno, uscirne arricchiti. Paradossalmente è come se si stesse ripristinando la scala dei valori.

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