Berrettini e Sonego, due gemelli più amici che rivali in cerca di gloria

Editoriali del Direttore

Berrettini e Sonego, due gemelli più amici che rivali in cerca di gloria

NEW YORK – Separati da cinque mesi all’anagrafe, sono cresciuti insieme. Già dieci anni fa a Pievepelago… Un’amicizia insolita che la dice lunga sulle qualità morali di questi due ragazzi. Ma Fabbiano non è da meno [AUDIO ESCLUSIVI]

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Lorenzo Sonego e Matteo Berrettini - Roland Garros 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

da New York, il direttore

Che bel martedì azzurro dopo il lunedì all’US Open che era stato nero per tutti i nostri fuorché per Paolo Lorenzi. È mancato il poker perché Marco Cecchinato ha perso tre tiebreak in un match che lo aveva visto indietro due set a zero, poi recuperare, passare in vantaggio 3-1 al quinto set, farsi raggiungere e palesare nella fase decisiva – il terzo tiebreak – tutte le insicurezze che da un pezzo lo hanno attanagliato.

È mancato il poker ma il tennis italiano ha calato un bran bel tris. Tris d’assi? Quasi. Vero che Berrettini e Sonego, rispettivamente n.25 e n.49 ATP, erano favoriti contro i due classe ’86 (33 anni compiuti entrambi) Gasquet (n.36) e Granollers (n.91). È vero anche che Thiem non era certo al meglio della condizione dopo il virus intestinale che lo aveva colpito la settimana scorsa (“Quello che ha giocato non ero io” ha detto Dominic senza tante mezze misure più politically correct). Però dopo che Sinner pur perdendo aveva lasciato in tutti noi una grande, grandissima impressione giocando alla pari con Stan Wawrinka, è il modo in cui i tre hanno vinto – quasi autoritario – ad avermi fatto esclamare: “Beh, finalmente il tennis italiano ha un presente capace di illuminare anche il futuro”.

 

Dopo averli visti giocare nel modo in cui li ho visti, il tabellone che li aspetta mi autorizza a sognare una seconda settimana per più d’uno dei nostri rappresentanti. Sì, perché francamente Berrettini mi sembra un tennista di miglior qualità rispetto all’australiano Thompson (n.55) al di là dei 30 posti in classifica che contano e non contano. Quanto a Sonego, ha un tennis molto più adatto al cemento che non Andujar (n.70) a prescindere dai 21 posti che lo vedono avanti nel ranking e sebbene un anno fa sul campo n.1 del Challenger Città di Firenze al circolo delle Cascine lo vidi soccombere in semifinale proprio davanti allo stesso spagnolo di Valencia.

Quanto infine al sorprendente Fabbiano, che a 30 anni si toglie la soddisfazione di battere i suoi primi due top-ten in due Slam consecutivi, Tsitsipas a Wimbledon e Thiem qui a New York, beh anche lui potrebbe benissimo vincere contro l’imprevedibile kazako (ex russo) Bublik che ha gran servizio e bel talento, ma sappiamo bene come possa fare punti straordinari come errori clamorosi. Fabbiano dice giustamente che il suo compito è solo quello di essere solido, di non dover mai regalare un punto… oltre a sperare che i bassi di Bublik siano più frequenti degli alti.

I giocatori notoriamente sostengono – spesso mentendo – di non guardare il tabellone, di pensare soltanto all’avversario successivo, uno alla volta. Probabilmente fanno pure bene. Ma io che faccio tutto un altro mestiere devo – e sottolineo il “devo” – guardare invece il tabellone e i possibili spiragli che si potrebbero aprire: ebbene, in un tabellone che ha perso nella seconda giornata ben sei teste di serie (la 4 Thiem, la 8, 9, 10, Tsitsipas, Khachanov, Bautista Agut, la 18 Auger-Aliassime e la 30 Edmund), che si aggiungono alle tre di lunedì (fra le quali ahinoi il nostro Fognini n.11), osservo che se Berrettini battesse Thompson troverebbe al terzo turno il vincente di Popyrin n.105 (Australia) e Kukushkin n.47 (Kazakistan).

Insomma il traguardo degli ottavi già raggiunto a Wimbledon sembrerebbe proprio alla sua portata. E se ci arrivasse – lo so che mi spingo troppo oltre – in ottavi non si imbatterebbe nel “mostro” Federer come all’All England Club, quando rimediò quel famigerato 6-1 6-2 6-2 che poteva costarmi la carriera (se Federer non mi avesse suggerito di rinviare la pensione ancora per un po’). Troverebbe invece chi uscisse dal settore lasciato vacante da Tsitsipas… quindi uno fra Rublev, Simon, Hoang, Kyrgios. Brutti pesci… ma nessuno che valga la solidità e il carisma di Federer.

Passo alla pratica Sonego e Fabbiano: vincessero entrambi con gli avversari sopra citati, si dovrebbero affrontare fra loro, garantendo una presenza italiana in ottavi, laddove l’azzurro superstite troverebbe uno di questi giocatori: Monfils, Copil, Laaksonen e Shapovalov. Insomma, ho visto tabelloni peggiori. E, negli anni, italiani con meno chances di farsi strada. Visto e considerato che Fabbiano ha già 30 anni, beh a ispirare rosee predizioni sono maggiormente Berrettini classe 1996 e Sonego classe 1995, due quasi… gemelli. Matteo è nato in aprile e Lorenzo a novembre. Di fatto li separano soltanto 5 mesi. Matteo è stato un tantino più precoce, Lorenzo ci ha messo appena un po’ di più a venir fuori, ma nessuno dei due è stato un… Sinner da junior e neppure un Musetti.

Vi invito ad ascoltare le audio interviste che abbiamo registrato con entrambi e con ciascuno dei due che racconta con particolari curiosi e inediti del magnifico, decennale rapporto di amicizia con l’altro, della felice reciproca condivisione dei risultati dell’amico, della compartecipazione anche tecnica. Umberto Rianna, validissimo tecnico FIT ed eccellente persona, coadiuva il coach di Berrettini Vincenzo Santopadre, e quello di Sonego, Gipo Arbino: i tre formano un team di persone di valore, sotto tutti i profili e questo è un aspetto non secondario ma fondamentale.

Berrettini: “Ieri ci siamo allenati insieme, stamattina ci siamo scaldati insieme e ho visto che sta giocando e servendo benissimo. Sono contento perché siamo molto amici”

Oltre a rappresentare un raro esempio di tennisti davvero molto più amici che rivali, non c’è dubbio che – come ho già avuto modo di scrivere anche in passato quando dedicai loro un profilo – Matteo e Lorenzo sono due bravissimi ragazzi, bene educati dai loro familiari, sul campo e fuori, sempre disponibili anche con noi scocciatori per professione e hanno curiosamente caratteristiche sia fisiche sia tecniche abbastanza simili, seppur diverse. Sono finalmente due tennisti alti e in possesso di un ottimo servizio, di un gran dritto, i due colpi più importanti, direi essenziali, nel tennis moderno.

Per anni abbiamo lamentato tennisti incapaci di mantenere i propri turni di battuta. Loro invece, ripeto, della battuta se ne fanno un punto di forza. E con il tennis che si gioca all’80 per cento ormai su superfici più veloci della terra battuta, cioè cemento, erba e campi indoor, è quasi l’unico modo per sopravvivere ad alti livelli. Lo stesso Fabbiano, che invece è tutt’altro tipo di giocatore, piccolino, più forte nella risposta che nel servizio, si esprime meglio sul veloce che sulla terra rossa natia.

Sonego: “Il servizio è la cosa che stiamo curando di più. È troppo importante servire bene oggi. Poi ho lavorato fisicamente, ho messo un po’ di massa sotto. Prima non avevo la forza per reggere. Adesso riesco a imporre il mio gioco”

Non vorrei bruciare tutto quanto raccolto negli audio esclusivi con troppe anticipazioni, anche perché è dal clima, dalle risate, da qualche battuta che i due si scambiano, dalle piccole provocazioni che noi giornalisti lanciamo (con Matteo per esempio sul suo recente flirt e i rischi che lui potrebbe correre con un ex fidanzato geloso che non ha una fama troppo raccomandabile) che si capisce perfettamente quale sia il loro rapporto, come si manifesti, dagli allenamenti congiunti alle cene ai ristoranti giapponesi come italiani. Dai primi intrecci quando erano ancora poco più che bambini a Pievepelago, alle trasferte ad Antalya per giocare soltanto quattro anni fa a caccia dei primi punti ATP. E Sonego giocava ancora il dritto con la presa continental. “Io remavo e basta, una vergogna, Matteo era già più bravino…”.

Sonego: “L’altra sera abbiamo parlato di quando eravamo ad Antalya e perdevamo al primo turno. Si è creata da lì una forte amicizia, cosa rara fra giocatori. Noi invece abbiamo creato un bellissimo rapporto”

Berrettini: “La prima volta che ci siamo incontrati mi sa che è stata a Pievepelago per la Coppa delle province. Mi ricordo che lui pesava tipo 15 chili, e io 16. Bei ricordi con lui, siamo stati sempre vicini…”

In quattro anni tante cose sono cambiate, “abbiamo fatto insieme un grande cammino dai futures, ai challenger, ai primi tornei ATP, fino allo Slam australiano del 2018…”. Si è parlato di tante cose, ma su una in particolare i pareri sono stati unanimi. Sul futuro di Sinner.

Matteo: “Io all’età sua stavo giocando qua le quali under 18! È impressionante. Ovviamente per il gioco, ma ancor più per il modo in cui sta in campo. Per come è entrato sull’Armstrong con Wawrinka a testa alta, giocando alla pari. Già a Roma contro Johnson ha subito vinto il primo match. È davvero molto avanti da quel punto di vista. Ha un atteggiamento… è sempre pronto a imparare, dalle sconfitte. Secondo me è quella la sua forza, per il futuro. Ci sono tanti ragazzi che giocano bene a tennis, ma poi la differenza la fa la testa. Ho visto sul matchpoint (che non è riuscito ad annullare) che gli giravano, e non è una cosa scontata. Quella è una qualità, la giusta rosicata, mai esagerata. Sentivo stamani Sartori che diceva: ‘Wawrinka ha dovuto giocare bene perché sennò sarebbe stata tosta’. Ha grande personalità tanto di cappello”.

E Lorenzo sempre su Sinner: “Sembra che Jannik non si accorga neanche di dove è, di che cosa fa. Proprio gli viene naturale, non sente la pressione. È veramente una macchina, un carattere perfetto per giocare a tennis. Per me sfonda di sicuro e anche presto, ha fatto grandi miglioramenti. Ogni giorno migliora a una velocità che è devastante”. Su chi potrà fare più strada fra tutti loro, Matteo, Lorenzo, Jannik, Musetti e Zeppieri, Sonego non ha dubbi: “Per me Sinner. Fra me e Matteo? Mi avvalgo della facoltà di non rispondere”.

La penso come tutti anch’io. Se Jannik avesse avuto un altro carattere mi sarei preoccupato per tutte queste attenzioni che già lo circondano e che potrebbero – ad un altro tipo di ragazzo – creare troppa pressione. Nel suo caso non mi pare corra rischi. E poi Riccardo Piatti, sua moglie Gaia, Andrea Volpini, fanno buona guardia. Stanno facendo di tutto per proteggerlo dalle intromissioni più indiscrete. Qui a New York è stato quasi impossibile intercettarlo. Perfino per i media federali. Fino all’obbligatoria conferenza stampa post match con Wawrinka è stato praticamente impossibile avvicinarlo per tutti.

Forse dovrebbero pensare a fare qualcosa del genere anche per Coco Gauff. Nei confronti della ragazzina che ha fatto scalpore per la sua età e il suo tennis a Wimbledon – dove al primo turno batté il suo idolo ad immagine e somiglianza Venus Willians – c’è un’attenzione spasmodica. Le hanno dato una wildcard in barba alle regole WTA, perché l’US Open è “figlio” USTA e non deve rendere conto alla WTA, l’hanno subito programmata – contro Potapova che ha vinto il primo set ma ha poi perso al terzo contro la terribile ragazzina sponsorizzata dal managent di Federer (e da Barilla) – sull’Armstrong Stadium, il secondo campo principale del torneo. Torneo che per inciso ieri martedì ha fatto registrare 67.187 spettatori. Quanti tornei vorrebbero raggiungere quell’affluenza in tutta una settimana di gare!

Beh, ieri in sala stampa da un altoparlante arriva un annuncio: “I giornalisti che volessero assistere al match Gauff-Potapova sono pregati di mettersi in coda per procurarsi un biglietto”. Già, per andare sull’Armstrong di solito non serve. Ma è deflagrata una CocoGauffMania. Pensate che mentre ieri la sua conferenza stampa, dopo non so quante passerelle tv, è durata oltre 9 minuti – potete ascoltarla sul sito dell’US Open e io le ho fatto presente anche quanto sto per scrivervi – al n.1 degli Stati Uniti, John Isner, nessun giornalista USA ha chiesto di venire in conferenza stampa! Non se lo sono proprio filato.

Vale la pena di riferire un commento di Rafa Nadal, facilmente vittorioso su Millman, il tennista australiano che un anno fa eliminò qui Federer, a proposito di Coco Gauff: “L’ho vista giocare un paio di volte a Wimbledon. È molto forte davvero per avere… 15 anni vero? È alta e ha già tanta potenza. Gioca con una grande intensità. Vediamo… ovviamente sembra che possa schiudersi davanti a lei un grande futuro, le auguro il meglio…– e dopo una pausa – è dura metterle addosso tutta questa pressione o parlare così tanto di lei. Anche se sta facendo cose incredibili resta molto giovane. Credo che necessiti interiorizzare le cose passo dopo passo. È facile perdere la prospettiva. Spero davvero che abbia attorno a lei le persone più giuste e allora diventerà sicuramente una star di questo sport”.

Dopo di che Rafa ha detto di aver scritto a Andy Murray che sta giocando un challenger nella sua Maiorca, che qualunque cosa ti possa servire, fammi sapere. Se vuoi andare in mare con la mia barca (appena comprata… un 80 piedi) basta che me lo chiedi”.

Chiudo questo editoriale fin troppo lungo, segnalando il bilancio del torneo maschile a fine primo turno in pareggio, quattro vittorie e quattro sconfitte – oggi gioca il solo Lorenzi dei nostri, contro il ventenne Kecmanovic, assai promettente – ricordando che nella seconda giornata dell’US Open sono uscite di scena anche quattro ragazze teste di serie: la più coronata Sloane Stephens, campionessa qui due anni fa, e battuta dall’esordiente Kalinskaya. Le altre “bocciate” sono Muguruza, Suarez Navarro, Strycova.

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Italia nei guai: contro gli USA 3-0 o è notte

Pro e contro di questa Coppa Davis che non poteva cambiare nome. I calcoli… anti-Russia. I tempi e la data all’origine di tanti problemi. 5 top ten, 11 top 18. Macché esibizione

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Matteo Berrettini e Fabio Fognini - Finali Coppa Davis 2019 (photo by Mateo Villalba / Kosmos Tennis)

da Madrid, il direttore

La duplice vittoria del Canada su Italia e Stati Uniti, quattro singolari vinti su quattro da Pospisil e Shapovalov rispettivamente su Fognini e Opelka e su Berrettini e Fritz, ci costringe a uno spareggio diabolico oggi con gli USA, sapendo che neppure una vittoria per 3-0 ci garantirebbe il passaggio ai quarti che invece il Canada è stato il primo ad assicurarsi. Il Canada aveva perso dal 1965, 15 volte su 15 incontri con gli USA, ma la sua vittoria non sorprende e non sorprenderà se si ripeterà anche nei prossimi anni. Gli USA si sognano giovani come Shapovalov e Auger-Aliassime. Ricordo a chi ancora non avesse metabolizzato il sistema della nuova Davis, che oltre alle sei che finiranno prime in ciascun gruppo passeranno ai quarti le due seconde che avranno vinto – in ordine – il maggior numero di match, a parità il maggior numero di set, e infine il miglior quoziente fra set e game.

I CALCOLI PERCHÉ L’ITALIA SIA… MIGLIOR SECONDA DELLA RUSSIA

Se volete rompervi un po’ il capo con i calcoli, leggete qui, sennò saltate questo paragrafo e andate direttamente alle mie prime considerazioni su questi primi due giorni di Coppa Davis nuovo formato. Sono considerazion che per ora i diversi giocatori cui ho chiesto i “pro” e i “contro” hanno preferito diplomaticamente rinviare più in là con varie scuse. Fra questi anche Nadal, il quale almeno ha accennato nella sua lingua, dopo essere stato evasivo in inglese, ai colleghi spagnoli almeno un “pro” nell’atmosfera e un “contro” negli orari da rivedere: “Non deve poter cominciare un doppio che può durare due ore a mezzanotte e mezzo, significa andare a letto alle quattro dopo tutte le operazioni post-match cui tutti i giocatori si sottopongono per ritrovarsi domani di nuovo in campo!”. Soltanto i francesi, giocatori e capitano, sono stati più espliciti e trasparenti e ne ho parlato in un articolo a parte.

Al momento la Russia, che ha vinto 3-0 con la Croazia (con 6 set vinti e 1 solo perso) e ha perso solo 2-1 con la Spagna (ma vincendo 2 set e perdendone 5) sembra assai ben piazzata come “seconda di gruppo”. Non avesse perso un set con la Croazia e avesse invece vinto un set nei match persi da Khachanov con Nadal e nel doppio perso con Lopez/Granollers, si sarebbe trovata in una assoluta botte di ferro. Ma anche così, come dicevo, mi pare messa benino. Con quasi tutte le altre nazioni è troppo presto e complicato fare calcoli. Fermiamoci per ora – nell’unica prospettiva possibile di un’Italia vittoriosa sugli Stati Uniti e quindi seconda – alla Russia che ha 4 duelli vinti e 2 persi, con 8 set vinti e 6 persi.

L’Italia in questo momento ha 1 solo duello vinto (il doppio) e 2 persi. Per raggiungere la Russia dei 4 duelli vinti come la Russia, l’Italia è obbligata a vincere 3-0 con gli Stati Uniti. Fin qui non ci piove. A quel punto subentra il conto dei set. L’Italia come set fin qui ha un bilancio di 3 set vinti e 5 persi. Chiaro che se vincesse i 3 match che è obbligata a vincere andrebbe a 9 set vinti, quindi uno più della Russia. Ma occorrerebbe che le rimanesse davanti anche nel conto dei set. Se perdesse nei tre match un solo set passerebbe davanti alla Russia: per noi 9 set vinti e 6 persi contro gli 8 vinti e i 6 persi della Russia. Attenzione però: se l’Italia perdesse invece 2 set pur vincendo tutti e tre gli incontri, la Russia avrà una percentuale del 57,14 di set vinti, mentre l’Italia avrebbe una percentuale di 56,25. Quindi l’Italia resterebbe dietro alla Russia. Stessi calcoli da ragionieri andrebbero fatti con tutte le altre nazioni seconde, quando sapremo quali saranno.

NESSUN PARAGONE CON LA VECCHIA, MA IL NOME NON POTEVA CAMBIARE

Voglio sgombrare subito il terreno da ogni equivoco con il dire che nessuno più di me si rende conto che questa Coppa Davis non può essere paragonata con la vecchia che aveva resistito 119 anni. Anche per via di tutti questi calcoli astrusi che la rendono discutibile almeno quanto è discutibile qualunque formula (anche quella del Masters ATP di fine anno) che non sia quella tradizionale dell’eliminazione diretta. Al tempo stesso ci si deve rendere conto che non era pensabile, perché sarebbe stato autolesionistico, immaginare che la Federazione Internazionale (ITF) rinunciasse a un brand – la Coppa Davis – che ha un avviamento di 119 anni, per ricominciare da zero con un nuovo nome. Avrebbe voluto dire autocastrarsi con gli sponsor, le tv, i media. L’avessero chiamata Rakuten Cup, dico un nome a caso, ve l’immaginate che appeal e che eco avrebbe potuto riscuotere?

A MADRID CI SONO 5 TOP 10 E 11 TOP 18

Di conseguenza, capisco i nostalgici della vecchia Davis ai quali appartengo, ma – come dicono a Napoli – “scurdammoce o’ passato” e guardiamo avanti nel modo più costruttivo possibile. Prendiamo atto del fatto che qui ci sono i primi due tennisti del mondo, 5 dei primi 10, 7 dei primi 12, 9 dei primi 15, 11 dei primi 18. I nomi? Nadal n.1, Djokovic n.2, Berrettini n.8, Bautista Agut n.9, Monfils n.10, Goffin n.11, Fognini n.12, Schwartzman n.14, Shapovalov n.15, De Minaur n.17, Khachanov n.18. Siamo sicuri che la Coppa Davis old style avrebbe attirato un egual numero di top-players se anziché concentrarli in una settimana avesse preteso che fossero a disposizione delle loro federazioni per quattro settimane? Io sono quasi sicuro del contrario. E la storia delle ultime edizioni della Davis, con quasi tutti i giocatori che l’hanno vinta che hanno poi smesso di giocarla, lo dimostra.

Quattro settimane che, attenzione, cascando in un Paese piuttosto che in un altro, non erano programmabili con congruo anticipo e potevano significare passare da una prima superficie in un continente ad una seconda del tutto diversa in un altro continente, per poi magari ritornare alla prima superficie attraversando il mondo. Aggiungete al fatto che per gli agenti, i gruppi di management, che in quelle settimane possono organizzare e lucrare su esibizioni super remunerate in giro per il mondo, le settimane di Davis – a volte per alcuni nemmeno retribuite, ma sempre comunque molto meno che non le esibizioni – vedevano le settimane di Davis come il fumo negli occhi. Lucro cessante.

Si potrebbe osservare che, fatte salve le prime quattro semifinaliste che saranno ammesse di diritto alla fase finale dell’anno prossimo, così come due wild card che dovranno essere annunciate questa domenica, i componenti delle altre 12 che dovranno scontarsi il 6 e 7 marzo con le 12 che hanno vinto i playoff zonali potranno dover giocare anche quel weekend lì. Il loro impegno, dunque, potrebbe concernere due settimane, quella di marzo e la terza di novembre. Però trattandosi di giocare solo due singolari e un doppio nel weekend citato di marzo – per 12 squadre contro altre 12, ma non 2 wild card e quattro semifinaliste esentate dal primo turno – non sarà obbligatorio che siano presenti tutti e cinque i titolari. Basteranno anche meno.

A pagina 2: le mie impressioni, orari e data i difetti, le interviste

 

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Editoriali del Direttore

Pessimo inizio per l’Italia, ma forse questa Coppa Davis ha un futuro

Tanti difetti ancora, organizzazione modesta, informatori disinformati, orari sbagliati, ma l’entusiasmo in tribuna c’è, lo spirito anche. Non è la stessa cosa, ma col tempo… e la vecchia stava morendo

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Fabio Fognini e Matteo Berrettini - Finali Coppa Davis 2019 (via Twitter, @DavisCupFinals)
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da Madrid, il direttore

Se gli Stati Uniti non battono il Canada mercoledì l’Italia è messa molto male. Il Canada con due vittorie chiuderebbe certamente in testa il gruppo qualificandosi per i quarti e agli azzurri battere gli Stati Uniti di Fritz, Tiafoe, Opelka, Sock e Querrey potrebbe non bastare. Ammesso che ciò avvenga. Il 2-0 a noi sfavorevole dopo i due singolari vinti contro classifica dai due canadesi ci ha messo nei guai. Peccato perché, dopo tante critiche a questo nuovo formato, ho potuto constatare code lunghissime da parte degli spettatori che hanno preso i biglietti (costo medio poco meno di 50 euro per intero incontro di tre partite, due singolari e un doppio) per seguire le tre sfide della prima giornata (Russia-Croazia, Belgio-Colombia, Canada-Italia).

Il primo match è stato giocato sul campo centrale capace di contenere 12.500 spettatori. Ne avrà avuto circa 6.000/7000, molti di più di quelli che mi attendevo. E anche sul campo intitolato a Arantxa Sanchez (capienza 3.500 spettatori), dove hanno giocato Italia e Canada, secondo me c’erano almeno 2.500 persone. Considerando che era il primo giorno di una nuova manifestazione non mi sembra un cattivo risultato.

L’organizzazione dovrà essere rodata, chi dovrebbe dare informazioni sa troppo poco per darle, non è stato bene istruito. C’è una grande confusione e i tre stadi con biglietti differenziati non aiutano. Però l’atmosfera è buona, al di là dello spazio che è abbastanza freddo e poco attraente. La gente arriva con bandiere grandi e piccole, trombe, tamburi e tanto entusiasmo. Il tifo sugli spalti, anche se io ho potuto seguire soprattutto quello di Italia-Canada, è quello tipico degli incontri di Coppa Davis anche se non è proprio quello cui si abbiamo abituati nei match in cui gioca la squadra di casa. C’era anche la Spagna del futbol in campo contro la Romania, proprio a Madrid, al Wanda Metropolitano (lo stadio nuovo dell’Atletico) quindi presumo che un po’ di spettatori fra quelli andati allo stadio e i seduti in sofà davanti alla tv il calcio possa averli sottratti al tennis. La mia primissima impressione è che alla fine questa Coppa prenderà piede, anche se non assomiglia alla Davis che ha vissuto 119 anni.

Intanto alcune federazioni, come quella canadese, hanno fatto operazioni di marketing turistico per cercare di assicurare un discreto sostegno alla squadra. Almeno un migliaio di canadesi erano qui. E hanno fatto un baccano d’inferno. Tanti, comunque, anche gli italiani. Da una parte si gridava “let’s go Shapo, let’s go Shapo”, dall’altra si sprecavano gli incitamenti “Matteooo, Matteoo”. La cosa più bella, rispetto alle partite di calcio dove le opposte tifoserie se non avessero spazi deserti che le separano si azzufferebbero da prima del match a dopo il match, è che qui erano tutti mischiati – salvo poche aree – e italiani e canadesi sventolavano le loro bandiere fianco a fianco. Una bella manifestazione di civiltà. Certo qualche urlo fuori posto si è sentito, e Shapovalov a un certo punto, a metà del terzo set, ha cominciato ingenuamente a prendersela con una fetta del pubblico da cui si sentiva disturbato. Con il bel risultato che il pubblico di fede azzurra ovviamente lo ha preso di punta, fischiando e buheggiando. Il ragazzino ha pensato bene di fare tre ace sul 3 pari portando ogni volta il dito all’orecchio, come per dire “e ora perché non fischiate?” Ovviamente è venuto giù un diluvio di fischi.

Per me è stato indubbiamente un brusco trapasso, quello dalle ATP Finals della 02 Arena alla nuova discussa Coppa Davis della Caja Magica lanciata con tutte le operazioni di lobby dal presidente ITF David Haggerty e finanziata dalla Kosmos di Piqué, dagli sponsor giapponesi di Rakuten e… anche dalla signora Piqué, alias Shakira (ma avrà pagato?), che approfitta di questa manifestazione per promuovere il suo tour musicale “El Dorado” con uno striscione sul campo. E sarà lei, la cantante colombiana di cui ricorderete il video osé con Rafa Nadal che tanto fece discutere, a chiudere la settimana della Davis qui con una sua performance.

Sono arrivato solo nel pomeriggio da Heathrow, perdendo così parte del match di Fognini-Pospisil. Non credo di aver perso molto. Per assistere all’esordio di Berrettini al Masters contro Djokovic avevo buttato il biglietto aereo comprato mesi prima quando nemmeno il Mago Ubaldo aveva previsto che Berrettini sarebbe arrivato nell’élite degli otto Maestri, e ancor meno che avrebbe giocato lui per primo alle 14 di domenica, perché proprio non me lo volevo perdere, 41 anni dopo aver visto Barazzutti al Madison Square Garden. Avevo così cambiato i miei piani rinunciando a vedere la finale della Next Gen dominata da Sinner su De Minaur e mi ero comprato nuovo biglietto aereo e una notte imprevista in hotel.

Ma poi, dopo il 6-2 6-1 imposto da Djokovic in 63 minuti scarsi, ero abbastanza pentito di aver cambiato tutti gli originali programmi. Così stavolta, quando anche l’Italia è stata sorteggiata per il suo match con il Canada proprio nella prima giornata della nuova Davis, sia pur imprecando con questi sorteggi che non danno respiro fra un torneo e l’altro, ho mantenuto il progetto di viaggio originario e, sì, mi sono perso le prime fasi del match di Fognini, ma in tempo sufficiente comunque per vedere che fra il servizio di Pospisil e quello di Fognini c’erano mediamente 30 km orari di gap.

Questo era prevedibile, ma non era scontato che il campo fosse così veloce. Tant’è che non a caso Shapovalov e Berrettini hanno giocato tre set senza mai riuscire a breakkarsi. Spiace che Matteo avanti di un minibreak, 4-3 e due servizi nel tiebreak del terzo set, abbia sbagliato una volée di dritto piuttosto facile rimettendo in corsa Shapovalov che pareva spacciato. Sempre una volée di dritto sbagliata, ma in rete, era costato il primo set a Matteo. Si parla sempre di rovescio e gioco di gambe da migliorare per Matteo, ma io invece due volte contro Federer e una contro Djokovic gli ho visto sbagliare proprio lo stesso tipo di colpo. Si mette di fianco, fa scendere un po’ troppo la palla, la mette quasi sempre in rete quando il punto è importante.

Di buono nel match di Berrettini, comunque ben giocato, c’è stato che la partecipazione della squadra all’angolo si è fatta più intensa, più calda. Durante il match di Fognini la claque era un po’ spenta, un po’ fiacca. Domani cercherò di capire più cose qui, visto che non gioca l’Italia. Gli orari mi sembrano folli. In questa prima giornata si è finito ben oltre la mezzanotte e si è cominciato a giocare alle 16. Oggi cominciano alle 11 i primi tre incontri, alle 18 quelli della sera. Finiremo alle due? I giornali chiudono la tipografia prima che cominci il doppio. Se ieri sera Berrettini avesse vinto, nessun lettore di giornale avrebbe mai saputo chi avesse vinto fra Canada e Italia. Vero che i giornali stanno già morendo, ma così si contribuisce ad accelerare il de profundis.

Un errore mi pare anche impedire ai giornalisti di avvicinare i giocatori o i dirigenti prima della conclusione del doppio. Certo non si deve disturbare chi sta per entrare in campo, ma gli altri? Vi immaginate che voglia avranno di parlare alle 2 di notte, capitano e giocatori, soprattutto se sconfitti?

 

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Editoriali del Direttore

Un gran bel Masters, un gran bel vincitore. Vedo Tsitsipas prossimo numero 1 del mondo

Fra i giovani è il più solido di testa. Più di Thiem e Zverev. Ha anche personalità, carisma. Piace e piacerà sempre di più. L’ottimo auspicio per Jannik Sinner

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Stefanos Tsitsipas - ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)
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da Londra, il direttore

Stefanos Tsitsipas, il più giovane “Maestro” dal 2001 con i suoi 21 anni ha vinto un bel Masters, un Masters di notevolissima qualità, il migliore degli ultimi anni. Senza davvero alcun confronto con l’edizione del 2018 vinta da Zverev su Djokovic (dal quale aveva perso nel round robin) e quella ancora peggiore del 2017 della finale Dimitrov-Goffin. Anche quella del 2016 non fu granché fino alla stretta finale: visse infatti sull’incertezza di chi sarebbe stato n.1 del mondo e fu bello che fosse proprio la finale a deciderlo. Per chi non lo ricordasse Murray, dopo aver salvato un matchpoint con Raonic in semifinale, batté Djokovic 6-3 6-4 coronando un secondo semestre fantastico. Di partite belle ce ne sono state diverse: in ordine sparso Thiem-Djokovic, Nadal Tsitsipas, Thiem-Federer, Federer-Djokovic, Nadal-Medvedev.

Bella, incerta, avvincente la finale fra i due tennisti dal tennis straordinariamente efficace, sempre aggressivo e intenso per ritmo e potenza, ma anche elegante per via del rovescio a una mano che pochi anni fa si credeva fosse prerogativa soltanto di Federer. La finale, conclusa 7-6 al set decisivo come quella di Nalbandian su Federer a Shanghai 2005 (ma lì furono cinque set) non poteva essere più equilibrata se dopo due ore e 32 minuti il punteggio era in perfetta parità: un set pari e 4 pari nel decisivo tiebreak dopo che Dominic Thiem era risalito da 1-3 nei game e da 1-4 nel tiebreak. Forse proprio quella corsa al continuo inseguimento gli è costata mentalmente, perché dal 4 pari si deve essere come rilassato un attimo e ha sbagliato tre dritti di fila, due dei quali abbastanza gratuiti.

 
Dominic Thiem, Chris Kermode e Stefanos Tsitsipas – ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)

Tre anni fa i due protagonisti di questa bella finale si erano incrociati per la prima volta. Thiem era già fra i qualificati alle finali, Tsitsipas era stato invitato a fare da sparring-partner. Cinque anni separano i due, ma sembra di poter dire che Stefanos ha già colmato il gap. Ne ha fatta di strada il ragazzone di Atene nato nello stesso giorno di Pete Sampras, il 12 agosto, ma 27 anni dopo (1971 Pete, 1998 Stefanos). Un anno fa il ragazzo dai capelli più lunghi di Borg vinceva le Next Gen a Milano (su De Minaur in finale), a gennaio già sorprendeva per la prima volta Roger Federer nel primo Slam dell’anno e centrava le semifinali dove però beccava una bastonata da Nadal.

Di Nadal Stefanos si sarebbe vendicato a casa sua, in Spagna, a Madrid, senza lasciarsi intimidire dal tifo del pubblico. Ma, giusto per non lasciarsi rimpianti, avrebbe colto due vittorie anche con il terzo dei Big Three, Novak Djokovic, in due Masters 1000, in Canada e a Shanghai. Insomma anche se oggi è solo – a 21 anni! – il n.6 delle classifiche mondiali, dietro ai soliti tre, a Thiem e Medvedev, ho la sensazione che il primo dei giovani che salirà sul trono del tennis possa essere proprio lui, Stefanos Tsitsipas. Che, oltretutto, mi pare anche un gran bel personaggio, oltre che uno straordinario tennista.

Quando? Forse più presto di quanto si immagini. Ha già ottenuto due vittorie su Federer (e come al solito in due stadi tutti pro Roger, “let’s go Roger, let’s go Roger!”), due su Djokovic, una sola per ora su Nadal ma – attenzione – qui a Londra ci ha perso solo 7-5 al terzo dopo aver vinto il primo. I lettori che non perdono occasione per sottolineare certe ovvietà, non hanno bisogno di leggere che è inevitabile che mentre lui migliorerà ancora, i top 3 invece no.

Rispetto a Medvedev mi sembra più completo e quanto a Thiem, pure lui in progresso se ci si ricorda le difficoltà che aveva a esprimersi sul “veloce indoor” – e non parliamo dell’erba – mi pare di poter dire che l’austriaco è un tantino meno solido di testa. Sono già diversi anni che è forte, soprattutto sulla terra rossa (due finali e due semifinali al Roland Garros), ma gli ho visto perdere delle partite più per la testa che certo per il braccio che è davvero eccellente. Penso a quella che perse all’US Open da del Potro, quando era un match già vinto. Ecco, secondo me Tsitsipas una partita così non la perde. O la perde fin dall’inizio, ma non la butta se sta per vincerla.

Non si può discutere su ipotesi non dimostrabili, ma io penso che se Tsitsipas avesse vinto il primo set – come avrebbe potuto: lui ha fallito la trasformazione di tre palle break, Dominic di due – non avrebbe giocato un paio di game disastrosi, soprattutto il primo, come è capitato a Thiem all’inizio del secondo set. Invece di dare il pugno del ko al greco, Thiem ha commesso l’ingenuità di distrarsi e di rimetterlo in corsa. 4-0 in pochi minuti e praticamente lo sforzo che aveva compiuto per vincere il primo set è stato vanificato.

Mi aspetto comunque che nel 2020 gli Slam non siano tutti appannaggio dei soliti Fab (tre o quattro, su Murray ancora non mi esprimo) anche se Nadal lo vedo ancora favorito al Roland Garros se sta bene e non vedo né Tsitsipas né Thiem troppo pericolosi a Wimbledon. Sono proprio l’Australian Open e l’US Open i tornei che potrebbero laureare un nuovo campione di Slam. Tre anni fa Tsitsipas aveva vinto il Bonfiglio e, con un pizzico di presunzione scusabile in un ragazzino, si era posto un obiettivo ben chiaro: In tre anni vorrei vincere uno Slam!. Beh, per adesso ha vinto le finali mondiali ATP. Ma in Australia fossi uno dei cinque che lo precedono nell’ATP ranking, vorrei incontrarlo il più tardi possibile. E forse meglio mai.

Mentre scrivo così, e parlo dei due splendidi finalisti di questo Masters mi sono chiesto: che cosa avrà mai pensato il mio adorato Thomas Fabbiano? Avrà guardato la finale? Ci avete fatto caso che in due tornei dello Slam, non due 250 qualsiasi, il giovanotto di Grottaglie che per l’appunto è uscito dai top 100 dopo esserci stato tutto l’anno – è n.117 sennò di italiani fra i top 100 ne avremmo avuti 9! – a Wimbledon ha battuto Stefanos Tsitsipas e all’US Open Dominic Thiem! Oggi sembra incredibile, ma così è il tennis. Mai darsi battuti prima di scendere in campo, tutto può succedere.

Stefanos Tsitsipas – ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)

Infatti, per restare in tema, anzi in Thiem, se l’austriaco avesse vinto questo Masters, cogliendo quattro vittorie su cinque, avremmo potuto buttar lì che… sì. Matteo Berrettini era stato l’unico a batterlo. La presenza di Matteo, a proposito, ha vivacizzato l’interesse per questo Masters che per 41 anni non ci aveva permesso di tifare per nessuno. È stata un’esperienza utile, sono sicuro che Matteo ne trarrà giovamento. Poi, per carità, c’è chi esordisce a 21 anni e vince il torneo e c’è che esordisce a 23 e mezzo e si accontenta più che legittimamente di trovarsi in una élite mondiale come non era assolutamente pensabile sei mesi fa e di aver colto una vittoria che, seppur ottenuta a spese di un giocatore già qualificato per le semifinali, resta pur sempre l’unica italiana nella storia “midi siècle” di questa rassegna di fine anno.

Mi ha fatto piacere rivedere finalmente presenti a questo torneo gli inviati del Corriere della Sera, de la Repubblica, de la Stampa, in aggiunta a quelli dei quotidiani sportivi e al team di Ubitennis ottimamente rappresentato dall’inglese Adam Addicott per Ubitennis.net – la home page inglese che vi suggerirei di consultare perché sviluppa contenuti indipendenti e secondo me è fatta benissimo – dagli inviati Ruggero Canevazzi e Roberto Ferri che si sono impegnati tantissimo per offrire la miglior copertura possibile insieme al fotografo Roberto Zanettin che ha svolto un grandissimo lavoro. Riguardo alle presenze dei media italiani… evviva. Spero proprio che il momento magico del tennis italiano duri e prosperi. Fin dalla Coppa Davis che mi accingo a “coprire” da oggi per Italia-Canada, insieme a Stefano Tarantino, il nostro “Patria-Man” – così ribattezzato perché quando si gioca Coppa Davis e Fed Cup, vecchie e nuove, lui è il boss che coordina tutto.

Anche se l’argomento è trattato altrove devo assolutamente due righe di gran plauso sull’exploit di Jannik Sinner dopo il terzo challenger conquistato a Ortisei. Non era un torneo difficile di per sé, ma avere la solidità di vincerlo dopo la “sbornia” di attenzioni, titoli, interviste susseguite al successo nel torneo milanese delle Next Gen ATP Finals, poteva disorientarlo. Non è accaduto. A riprova che questo ragazzo dai riccioli rossi ha proprio la testa sulle spalle. E che la struttura che Riccardo Piatti gli ha messo intorno funziona da par suo. Peraltro non ne dubitavo minimamente. Sapete già tutti che da neo n.78 Sinner – che resta l’unico diciottenne fra i primi 100 del mondo – si è spalancato con una gran spallata la porta dell’Australian Open. Ma anche quelle dei primi due Masters 1000, Indian Wells e Miami.

Sognarlo presente alle ATP Finals del 2020 mi pare caricarlo di responsabilità eccessive, lui avrà 19 anni non 21, ma magari nel 2021 a Torino – dove io mi aspetto che si giocheranno sia le Next Gen sia le finali ATP – una doppia presenza azzurra, con l’accoppiata Berrettini-Sinner non la escluderei a priori e, naturalmente, non mi dispiacerebbe per nulla. Il successo a Londra di Tsitsipas, un anno fa campione delle Next Gen milanesi e un paio di mesi dopo – ribadisco – capace di battere Federer a Melbourne, mi pare di buon auspicio per il futuro di Jannik. Però di incontrare Federer, Sinner in Australia non ne ha bisogno, non deve aver fretta. C’è tempo. Magari più in là. Tsitsipas aveva 20 anni a Milano e a Melbourne, non 18. E, credetemi, fa una gran differenza.

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