Lettere al direttore: dai doppi falli di Djokovic a ATP-WTA. I lamenti di Pietrangeli e gli Slam di Federer

Editoriali del Direttore

Lettere al direttore: dai doppi falli di Djokovic a ATP-WTA. I lamenti di Pietrangeli e gli Slam di Federer

Una fusione poco probabile per San Tommaso. Rafa Nadal più penalizzato fra i top player se non si giocasse nel 2020. Angelo Binaghi per una volta…

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Roger Federer e Novak Djokovic - ATP Parigi-Bercy 2018 (foto via Twitter, @RolexPMasters)

Vi avevo invitato a scrivermi delle lettere perché io potessi rispondervi, cercando di andare contro la mia natura per essere il più sintetico possibile. Anche questa settimana siete stati numerosi e di questo vi ringrazio. Di seguito le mie risposte alle sei domande che ho selezionato: continuate a scrivermi a scanagatta@ubitennis.com.


Buongiorno Direttore, chieda a Djokovic, da parte mia, se ritiene salutari i beveroni ipotonici che tracanna ad ogni cambio campo, se ha fatto vaccinare i suoi 2 figli o se somministra loro un antipiretico a seguito di uno stato febbrile. Come lei ben sa la parola farmaco significa non solo rimedio/cura ma anche veleno. Tutto sta nel conoscerne il confine… rispetto moltissimo l’atleta ma detesto fortemente la persona. SalutiDr. Luca Daniele Berta, Abbott Diabetes Care (città non indicata)

C’è stato il coronavirus che ha fermato tutto il tennis, ma non ha davvero fermato Novak Djokovic dalle sue esternazioni, dai suoi Instagram-video, da una bulimica esposizione su tutti i social media esistenti. Un’attività quasi forsennata, quanto certi suoi allenamenti. Ma ben più discussa e discutibile. Di sicuro Nole ha dimostrato di non temere i contraccolpi negativi conseguenti alle tesi che ha spavaldamente sostenuto, ma di certo ha ricevuto più commenti negativi che positivi e mi chiedo chi glielo abbia fatto fare. La mia sarà psicologia da supermercato ma mi è parso quasi che Nole, orfano del tennis giocato, abbia sentito l’insopprimibile esigenza di dover riempire quei vuoti agonistici a tutti i costi con una presenza da n.1, purtroppo anche in campi extratennistici dove la sua conoscenza non poteva che essere limitata ed era più facile commettere doppi falli piuttosto che ace.

Sì, ha messo a segno anche qualche vincente: non si può non applaudire le diverse iniziative filantropiche – la più recente è l’organizzazione dei weekend (Adria Cup) in aiuto alle regioni balcaniche, ma prima c’erano state anche le apprezzabili proposte in soccorso dei tennisti ATP peggio classificati e più in sofferenza -, e anche le chat con i vari top-players (Murray, Wawrinka, Fognini eccetera) hanno avuto il merito di tener viva l’attenzione sul tennis. Sono state spesso piacevoli da seguire.

Però gli errori gratuiti sono sembrati decisamente più numerosi dei vincenti. Anche chi non aveva mai dubitato dell’indubbia intelligenza di Novak si è chiesto – pur lasciando perdere le sue dichiarazioni No-Vax in parte edulcorate, ma comunque mal espresse in un momento delicatissimo, pandemico come l’attuale – se davvero sia stata una mossa saggia e intelligente quella di promuovere un venditore di integratori, Chervin Jafarieh, fondatore del brand ‘Cymbiotika’, arrivando a sostenere una sciocchezza sesquipedale come quella secondo cui “le molecole dell’acqua reagiscono alle nostre emozioni diventando positive o negative secondo lo stato d’animo”.

Proprio per il seguito che Novak ha, un po’ di prudenza nello sposare una qualsiasi tesi piuttosto che un’altra, a mio avviso sarebbe assolutamente auspicabile e necessaria. I lettori di Ubitennis sono a conoscenza della reciproca simpatia che intercorre fra DjokerNole e il sottoscritto – chi non ha ancora visto il video divenuto virale del “Not too bad” rilanciato decine di volte dalla stessa ATP? – ma ciò non mi basta a trasformare la cronaca dei suoi doppi falli in ace.

 
Novak Djokovic, conferenza – ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)

Gentile direttore, ma lei crede al connubio ATP-WTA? O sono solo buoni propositi, di Federer, Gaudenzi, e di tutte le “santone” del tennis femminile, Billie Jean King, Pam Shriver, nonché tutte le tenniste che ovviamente hanno solo da guadagnarci?Luigi Santi, Roma

In questo caso sono un po’ come… San Tommaso, finchè non vedo non ci credo. Ne ho ho già un po’ parlato rispondendo a un altro lettore in questa rubrica. In nessuna altra disciplina sportiva lo sport femminile è così vicino a quello maschile come nel tennis. Pur essendone lontano. Ma c’è comunque parità di montepremi e di esposizione tv in quattro Slam e in mega tornei, Indian Wells, Miami e Madrid. Se per anni i due circuiti non si sono fusi è perché uno, quello maschile, ha più appeal di quello femminile. Lo dice l’interesse del pubblico, degli sponsor, delle tv. Capisco Gaudenzi quando dice che il prodotto tennis è uno solo e sarebbe forse “venduto” meglio unitariamente ma resta il fatto che assemblare, quasi fondere, due società, ATP e WTA che hanno risultati economici così diversi – e non per caso – è difficilissimo.

ATP ha fior di sponsor, Emirates, Fedex, Peugeot, Infosys, la WTA dacché ha perso Sony Ericsson nel 2012, non ne ha più trovati alla stessa altezza. La WTA nel 2017 ha registrato utili pari 6 milioni di dollari e attività liquide per soli 5 milioni. Le cifre equivalenti per l’ATP mostrano 19 milioni e 160 milioni! Come si fa a mettere sullo stesso piano situazioni così diverse, con la WTA che si è trovata costretta a spostare gran parte dei tornei più importanti di fine stagione in Cina, perché è dalla Cina che le sono arrivate le proposte economiche più importanti ma anche… meno prestigiose? Come si fa a convincere i giocatori ATP di seconda, terza e quarta fascia, a rinunciare a una parte dei loro premi e guadagni per venire in soccorso delle ragazze delle stesse fasce?

Se ATP porta 90 e WTA 10 a far 100, se si distribuisce il totale in 50 e 50, i giocatori ATP ci rimettono 40 mentre le giocatrici guadagnano 40. Chi potrebbe fare un sacrificio rilevante sono i giocatori ATP di prima fascia, cioè i super-ricchi se sono tali da più anni. Ma secondo voi lo faranno per il bene supremo del tennis, se non si trova qualche meccanismo che consenta loro di trasformare un grande sacrificio in un piccolo sacrificio? Mezzo secolo di reciproci sospetti sparirà nell’era del virus e di un qualche miracolo gestionale? San Tommaso aspetta di vedere la realizzazione dei buoni propositi per crederci.


Caro Ubaldo mi permetto di darti del tu in quanto ti leggo da sempre e mi sento in confidenza. Ma come è possibile togliere lo stipendio ad una leggenda del nostro tennis, e in che modo poi!, quando abbiamo politici che vivono ancora di vitalizi non meritati? La cosa che più mi da fastidio è il modo in cui è stato accantonato il caro Pietrangeli senza un briciolo di rispetto! Caro presidente FIT penalty point! Grazie x avermi letto!Rino Bertuzzi città non rivelata (Nota di UBI: per favore scrivete la città)

Riguardo al modo usato ho letto la campana Pietrangeli e quella FIT: divergono profondamente. Chi dice la verità? Posso credere più alla prima perché conosco sia Nicola da una vita sia purtroppo Baccini e, anche se non ho condiviso diverse esternazioni dell’ex campione (ricorderete quella su Bolelli “ha sputato sulla bandiera” quando rifiutò di giocare in Davis contro la modesta Lettonia a Montecatini nel 2008? Raccolse soltanto il plauso di Binaghi e federales) Nicola non è mai stato un bugiardo. Semmai qualche volta polemico a sproposito. È vero che Pietrangeli ha dato al tennis italiano per tantissimi anni più di quanto alcuni parlamentari – fra quelli che pretendono il vitalizio – abbiano dato quale servizio al Paese, sebbene abbiano prestato solo pochi mesi o pochi anni di legislatura.

Ma anche Pietrangeli, che ha potuto vivere alla grande per quasi tutta la sua vita (non mi spetta ne ha senso approfondire se li abbia legittimamente goduti più da cicala che da formica e se quindi le difficoltà di sopravvivenza odierne siano anche eventuale conseguenza di ciò) non dovrebbe dimenticare che l’aver potuto godere di un compenso non disprezzabile (si dice, per lui come per Lea Pericoli, di qualcosa intorno ai 35.000 euro l’anno) per tutti questi anni fino ai suoi 86 non è stato zero. Oltretutto la Federtennis ha dato lavoro anche ad entrambi i suoi figli, bravi quanto si vuole ma non – che io sappia – assunti tramite concorsi. Quindi stavolta Angelo Binaghi non ha tutti i torti a ritenersi “tradito” da ingratitudine.

Che poi il modo potesse o dovesse essere diverso, come denuncia Nicola, è probabile. Lo stile non fa parte di questa FIT. Che, infine, il Baccini che ha replicato polemicamente alle lamentationes di Nicola per conto della FIT si riveli anche in questa sua replica più realista del re e personaggio quindi poco credibile, è un altro paio di maniche. In passato Baccini ha scritto e detto di tutto sul conto di persone come Gianni Clerici e Rino Tommasi al cui cospetto dovrebbe soltanto inchinarsi. Con il sottoscritto nel delirante e penoso episodio che lo scorso anno ha comportato il ritiro del mio accredito stampa durante gli Internazionali d’Italia, proprio Baccini è stato con Piero Valesio (direttore della comunicazione FIT che non si è vergognato di firmare la richiesta di ritiro) uno dei principali attori protagonisti, se non il primo.

Nella replica a Pietrangeli Baccini ha avuto la faccia tosta di sostenere che la FIT ha “già stanziato 3 milioni per i circoli” quando tutti sanno che in realtà la FIT non ha fatto fondamentalmente altro che – in massima parte – restituire ai circoli le iscrizioni ricevute in anticipo per tutti i campionati a squadre che non ci sono stati! Tanto è vero che i circoli italiani sono letteralmente furibondi con la FIT per l’assenza di un sostegno ricevuto a seguito dei danni provocati dal lock-down per il Coronavirus (al di là di qualche tubo di palle da tennis) e stanno raccogliendo firme di protesta e sollecitazioni. Anche i tesserati che non hanno potuto giocare i tornei meriterebbero rimborsi parziali… che non vedranno mai.

Angelo Binaghi, Nicola Pietrangeli, Steve Haggerty – Italia-Francia, Coppa Davis 2018 (foto Roberto Dell’Olivo)

Buongiorno Ubaldo, sono un appassionato di tennis, fedele lettore di Ubitennis. Non utilizzo però i social, niente FB, niente Twitter, niente Instagram. Le scrivo a proposito di AGF, di cui nemmeno ancora son riuscito a risalire al vero nome; le scrivo per esprimere tutta la mia stima verso questo giornalista, anzi, scrittore, i cui articoli sono sostanzialmente delle perle. AGF, a parer mio, è uno dei maggiori esperti di tennis sulla scena oggi; una competenza sbalorditiva, una chiarezza espositiva così disarmante da rendermelo, a tratti, “quasi odioso”; uno stile impeccabile (scarno, diretto, fluente); una memoria storica vastissima all’interno di una cornice di grande modestia ed umiltà; sempre pronto a ravvedersi qualora le sue affermazioni non vengano poi confermate dai fatti. Perché non ci è dato conoscere il suo nome? Senza nulla togliere agli altri (sono anche un super fan di Gibertini e dei suoi podcast), AGF è speciale, ha qualcosa di unico, svetta su tutti a livello nazionale. Sarebbe possibile avere il suo indirizzo email?Matteo (città non rivelata…)

Ho inoltrato la sua mail a AGF che la ringrazia calorosamente. Resta però un tipo assai riservato che preferisce mantenere la sua privacy.


A 33 anni appena compiuti Federer aveva 17 Slam, così come Nadal e anche lo stesso Djokovic che compirà 33 anni a maggio. Dopodichè Federer ha vinto 3 slam e Nadal 2. Pensa che Djokovic farà meglio oppure l’età si farà sentire pure sul fenomeno di Belgrado?Francesco Putignano (città non rivelata)

Intanto penso che se quest’anno non si giocasse più alcuno Slam Rafa Nadal, che era più favorito a Parigi di quanti fossero tutti i tre negli altri 2 Slam e avrebbe quindi probabilmente raggiunto quota 20 eguagliando Roger, sarebbe stato sfavorito più di tutti dal blocco dell’attività. Penso anche che Federer, che non avrei considerato favorito n.1 a differenza di Djokovic sia a Wimbledon sia a New York, abbia avuto invece il vantaggio di poter tenere a distanza i due rivali per un anno in più e quindi di essere stato favorito. Non tutti possono essere longevi come lui. Djokovic fermo a 17 Slam avrebbe potuto arrivare a 19… Ma sono tutte ipotesi. In conclusione, considerata la straordinaria solidità fisica di Djokovic, nonché la spaventosa determinazione che lo sostiene, penso che se non fino a 38 come Roger, almeno fino a 35/36 Novak possa essere ancora così competitivo da poter vincere nei prossimi otto Slam tre o quattro di essi. Salvo progressi oggi impronosticabili di qualche Next Gen.


Chi è stato il più grande talento sprecato del tennis, fra quelli da Lei visti all’opera? – Salvatore Perna (Napoli? Colpa mia: ho cancellato la città e non ricordo!)

Occorrerebbe prima di tutto intendersi su cosa significhi talento. La capacità di adattarsi a situazioni differenti? La capacità di effettuare colpi che ad altri non riescono? Ma accompagnata da una buona dose di continuità nel riuscire a farli, giusto? Ma la continuità nell’arco di un match, di un anno, di una vita? Poi anche sul termine spreco si potrebbe discutere. Spreco perché il talento non è stato accompagnato da una testa all’altezza del braccio? O da una determinazione costante? Una durata anagrafica? La mia risposta varierebbe a seconda di quale delle diverse ipotesi (e ne ho accennate solo alcune) si prenda in considerazione.

Un esempio: Bjorn Borg non viene unanimemente considerato uno straordinario talento, eppure ha inventato – insieme a Vilas – un tipo di tennis che non esisteva, basato sul top-spin, sulla palla che passava alta sopra la rete (riducendo i rischi dell’impatto sulla stessa) e ruotava fino a sopra la spalla di chi non sapesse anticiparla. Inoltre ha vinto Parigi e Wimbledon tre volte a distanza di una settimana quando le due superfici proprio non si assomigliavano. Più talento di così! Ma smettere a 26 anni non è stato uno spreco per uno che quando si misurava su più discipline atletiche batteva tutti gli altri campioni?

Henri Leconte viene considerato uno straordinario talento: ma se non ha mai vinto uno Slam, e ha fatto una sola finale, perdendola malamente con Wilander, si può dire che sia stato un talento sprecato? No. Non aveva la testa per stare concentrato per 7 partite e prodursi sempre su quei livelli. Un po’ come Fabio Fognini, sulla cui abilità di mano, tocco di palla e resto, nessuno può discutere. Fognini uno spreco? Anche no. Se si considera i limiti del servizio, dovuti in buona parte a un’altezza non… all’altezza dei grandi di oggi (tutti dal metro e 85 in su), Fabio ha fatto quasi miracoli ad arrivare dove è arrivato e a restarci a lungo.

Fabio Fognini – Wimbledon 2018 (foto Roberto Dell’Olivo)

Fabrice Santoro, il Mago: beh, chi più di lui è stato capace di tirare fuori conigli dal cilindro? Con il fisico che aveva ha fatto miracoli. Poteva fare di più? Forse no. Si è presentato a oltre una cinquantina di Slam consecutivi, di che cosa lo si può rimproverare? Adriano Panatta: talento tanto, continuità poca, voglia di sacrificarsi… a sprazzi. Purché non gli rovinassero le vacanze agostane in Sardegna anche se c’era una semifinale di Coppa Davis da vincere in Sud Africa. Spreco? Forse, ma magari se avesse dovuto sacrificarsi di più in palestra si sarebbe depresso, mortificato. Nessuno dei Fab-Four può ovviamente incarnare l’ipotesi spreco, ma neppure nessuno degli arrotini spagnoli può impersonare il talento puro.

Ernest Gulbis? Beh, ma è come Leconte. Simpatico, estroso, pazzerello. E Wawrinka che fino a 29 anni ha vinto pochissimo? Si vede che gli mancava qualcosa. John McEnroe? Certo, forse più di tanti, ma come si fa a dire che è stato uno spreco uno che ha vinto 7 Slam, che è stato n.1 del mondo, anche se dai 25 anni in poi non ha più vinto Slam? Tutti quelli che sono stati top-5, o anche top-10 in teoria non possono essere considerati talenti sprecati. Qualcuno poteva fare di più? Sì, quasi tutti potevano vincere molto di più, non solo Panatta, ma anche Agassi, Kafelnikov… per non parlare di Safin. Se devo scegliere uno al di fuori dei top-ten o top-20, dovrei prendere uno come potrebbe essere fra le donne Camila Giorgi, capace di battere 9 top-ten ma incapace di entrare fra le top 25 del mondo. Fra gli uomini un “modello” Giorgi non mi viene in mente, tranne Nick Kyrgios. Ma anche lui… che testa ha?


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Editoriali del Direttore

Meno male che non sono andato a Montecarlo

Italiani k.o. Nadal e Djokovic irriconoscibili e inguardabili. Un clima orribile da Costa assai poco Azzurra. Cambio della guardia o De Profundis… alla Federer? Gli alti e bassi di Edberg nell’anno dell’addio

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Meno male che non sono potuto andare a Montecarlo! Si dirà magari che faccio il verso alla volpe e l’uva “Non ci arrivo, ma tanto è troppo acerba”.

Però ho sentito dire da Fabio Fognini che faceva un freddo boia, c’era un vento dal mare che avrebbe messo in imbarazzo lo skipper di Luna Rossa Spithill, un’umidità da tagliare con il coltello. E, per una volta, mi sento di condividere tutte le parole di Fabio dalla A alla Z. Se ne è rimasto quasi sconvolto lui che è nato e vive da quelle parti, oltre ad aver vissuto lì la più grande soddisfazione della sua carriera, figurarsi come lo sarei stato anch’io che al Country Club ho preso su quelle tribune sopraelevate e scomode più mal di gola che nel resto dei miei giorni. Costa Azzurra? Costa Nera semmai.

Del resto bastava guardare la TV per capire da quei volti incappucciati e non solo infelicemente mascherati, dai passamontagna da rapinatori senza pistola, dai piumini stra-abbottonati, che quei pochi che erano assiepati a bordo campo lì sotto i tendoni verdi che restituivano a Rolex tutta quella visibilità strapagata non erano per nulla dei privilegiati. Non c’era quasi alcuna traccia visibile dei VIP solitamente paparazzati al Country Club. Ricordo che una volta furono ribattezzati very important pigs da Gianni Clerici, certo più indignato che geloso delle rumorose abboffate che facevano sulle terrazze prospicienti il “Ranieri II” come tanti “wannabe” assai fieri di poter gozzovigliare a due passi dalla tavola del principe Alberto, di Nicola Pietrangeli e Lea Pericoli, con l’elite dei più ricchi cortigiani italo-monegaschi.

 

Problemi climatici a parte, questo torneo era nato sotto una cattiva stella fin dal giorno del sorteggio. E l’avevo subito scritto. Da una parte si celebrava il record delle nove partecipazioni azzurre in un 1000, dall’altra una sfiga bestiale negli accoppiamenti, nei corridoi che non c’erano o che, se c’erano, erano toccati ai nostri meno in forma. Reincarnatomi mio malgrado nelle scomode vesti bruciacchiate di Cassandra, purtroppo ho visto accadere tutto quel che temevo. Dal k.o. dell’ancor peso leggero Musetti contro il bulldozer russo Karatsev – già basta quel cognome ad intimorire  _  alla morìa degli altri otto piccoli italiani, uno dopo l’altro come in quel celebre film dove invece erano indiani.

Un altro articolo, ahinoi lugubre come un De Profundis, ha tentato di consolare gli inconsolabili, sottolineando la caducità delle umane cose, la rapida transumanza dagli altari di una presunta epoca d’oro per il tennis italiano alle polveri di un crollo che ha coinvolto senza misericordia otto italiani su nove, ultimo superstite dei nostri mohicani, il vecchio irriducibile Fabio Fognini. Gli altri? Tutti cacciati via, quasi senza ritegno e senza set (quasi) dal Principato già entro il secondo turno. Che per il nostro miglior classificato, Matteo Berrettini, top-ten ferocemente accusato di usurpazione, era in realtà il primo. Da Musetti in poi, solo bastonate.

Meno male che non c’ero a pigliar freddo e delusioni, ancorchè attese e pronosticate. E meno male che non ho incontrato Medvedev, certo con un diavolo per quei pochi capelli. Ma si può aver più sfortuna – di sfiga ho già scritto – che l’essere eliminato dal COVID la prima volta che in un torneo sulla terra battuta si è – stando al seeding fatto da un computer che non capisce di tennis – più favoriti di Rafa Nadal, el campeon principe di 11 tornei monegaschi?

Se Daniil fosse andato in hotel come tutti gli altri…a) forse non avrebbe beccato il virus b) gli avrebbero fatto un tampone ogni 4 giorni e intanto sarebbe arrivato a giocare contro Fognini. Con quel Krajinovic che ha dato via libera al nostro “vet” pur sfiduciato dopo la toccata e fuga da Marbella (Munar…), forse anche il Medvedev che odia la terra rossa… perché gli si sporcano i calzini…) – ma se non ha la lavatrice giochi con i calzini rossi! – i quarti li avrebbe probabilmente raggiunti.

Vabbè, dai, non ha senso dire che è stato meglio non andare a Montecarlo solo perché gli italiani hanno perso prima che si facesse sul serio. In fondo in quasi mezzo secolo di trasferte al Country Club, e al Casinò, le volte che i “nostri” mi hanno dato un po’ di soddisfazione patriottica, le posso contare sulle dita di una mano.

A veder Nicola Pietrangeli trionfare le sue tre volte infatti ci andò mio padre, non meno appassionato di me. E poi mia madre al Casinò vinceva sempre. Io ero ancora troppo piccolo. Più grandicello mi ricordo a malapena Barazzutti prendere una discreta stesa da Borg nel ’77 (6-3 7-5 6-0) ma era pur sempre una finale eh, e lungo il percorso aveva battuto bei giocatori (Okker, Taroczy, Kodes). Corrado l’anno dopo andò ancora bene, fino alle brutta semifinale persa 6-3 6-1 con un non irresistibile Tomas Smid. Mi ricordo poi Panatta e Bertolucci vincere a sorpresa il torneo di doppio del 1980 (6-2 5-7 6-4) in finale su McEnroe-Gerulaitis. Quella dei due amiconi newyorkesi era per la verità una coppia anomala, forse più affiatata nella vicina discoteca del Jimmy’z che sul campo da tennis, ma i nomi erano altisonanti. Eppoi Supermac era Supermac. Il suo abituale partner Peter Fleming aveva pronunciato, proprio più per convinzione che per umiltà, una “quote” rimasta celebre: “La coppia più forte di sempre? JohnMcEnroe e un altro”.

L’anno dopo Adriano Panatta arrivò in semifinale. Lo aspettava Vilas che lui aveva battuto nella finale di Roma nel ’76. Solo che Adriano la sera prima andò a letto alle 4 del mattino e… indovinate il risultato. Sciagurato Adriano? No, sciagurati i suoi due amici, Paolo Villaggio e Ugo Tognazzi che per vederlo giocare partirono da Roma troppo tardi. Non riuscirono ad arrivare a Montecarlo (anziché all’ora prevista, le 21) prima di mezzanotte. Di fatto lo costrinsero ad aspettarli. Mangiarono lautamente, annaffiando il tutto senza risparmio con del vino d’annata da Rampoldi, davanti al Casinò, e fra frizzi e lazzi fecero le due.

Quando Adriano sta finalmente per mettersi sotto le coltri pronto a riposare come il Principe di Condè, ecco che arriva una chiamata di soccorso. Tognazzi, l’ideatore dello “Scolapasta d’oro” e gran bella forchetta aveva esagerato a cena e si era sentito male. Era steso a terra in un giardino davanti all’hotel. Villaggio, preoccupatissimo, riuscì a rintracciare Adriano. Che non potè restare indifferente. Si alzò, rivestì, andò in soccorso dell’amico, lo sollevò di peso, lo portò al suo hotel, fino in camera arrivando a spogliarlo. “Andai a letto alle 4 e il giorno dopo – ha raccontato la vera vittima di quella serata di non programmata baldoria – con quel cagnaccio di Guillermo non ci fu gara. Finì 6-2 6-2”.

Da quel 1981 al 1995, alla semifinale che Andrea Gaudenzi avrebbe dovuto vincere ma perse (6-3 7-6) con l’amico di cui era sparring-partner Thomas Muster, a Montecarlo ho vissuto sporadici exploit azzurri, tipo un Pistolesi che sorprende uno spento Wilander  – forse anche lo svedese era stato da Rampoldi a cena la sera prima – ma niente di davvero memorabile fino a Fognini che centra la prima semifinale nel 2013 e poi il trionfo del 2019 quando però… seguito il torneo fino ai quarti, avevo lasciato Montecarlo per il Rajasthan e un viaggio con la famiglia.

Insomma, vi avevo detto, tanti ricordi monegaschi in azzurro come la Costa quante le dita di una mano, dito più o meno. Commentavo in TV, questo sì, e questo oggi mi manca più delle imprese azzurre che non ci sono quasi mai state. Ma torno ab ovo e al mio meno male che non sono andato a Montecarlo quest’anno. Eh sì, perché passi che gli italiani non ci abbiano regalato un solo risultato a sorpresa, un exploit degno di tal nome, però chi se lo poteva aspettare che Djokovic – il virgolettato riferisce parole sue dopo il k.o. più inatteso con Dan Evans – avrebbe giocato “una delle più brutte partite che io abbia mai giocato in vita mia”? Già che c’era …non era meglio se la giocava altrettanto brutta contro Sinner?

E chi poteva aspettarsi che Rafa Nadal, 11 volte principe a Montecarlo, fosse capace di perdere sette volte il servizio in tre set contro Rublev perdendo primo e terzo 6-2 dopo essere stato sotto 3-1 e palle break anche nel secondo set poi miracolosamente recuperato? “Il mio servizio è stato un vero disastro… e con il rovescio non ricordo di aver fatto un punto!” ha detto invece Rafa Nadal senza che nessuno potesse smentirlo. Io sarò anche come lo smemorato di Collegno, ma non ricordo un solo torneo importante giocato da Djokovic e Nadal in cui entrambi abbiano giocato così male, vere controfigure di se stessi. Imbarazzanti. Sospetto che non sia un problema di memoria. Credo non sia mai successo.

Djokovic a Montecarlo (ph. by Corinne Dubreuil/ABACAPRESS.COM)

E allora, mentre mi domando se le cause possano essere conseguenti ai due mesi di inattività – un bell’handicap soprattutto per giocatori che dell’allenamento agonistico, del ritmo di gara, hanno fatto un percorso religioso – o invece le prime avvisaglie di un possibile declino dovuto all’età.

Dopo che tanti – ricordo bene un articolo sul Corriere della Sera di 7, 8 o 9 anni fa, ma il Corrierone non fu davvero il solo “media” a inciampare fragorosamente– avevano preso un colossale abbaglio intonando anzitempo, molto anzitempo, il de Profundis nei confronti di un Roger Federer da poco over 30, invito tutti e per primo me stesso alla prudenza anagrafica. Non sarebbe la prima volta che Rafa zoppica in alcuni tornei che precedono il Roland Garros – a Montecarlo nel 2014 e nel 2019, a Madrid nel 2918 e nel 2019, a Roma nel 2017 e nel 2020 – e poi a Parigi straccia tutti senza pietà. Non tutti i suoi 13 trionfi sono stati preceduti da percorsi immacolati.

Ciò anche se forse ieri sera è stata la prima volta che ho visto Rafa piegarsi in due dalla fatica, e con la faccia stravolta, dopo gli scambi più lunghi, duri e lottati con Rublev che lo ha bombardato di missili dalla prima palla all’ultima, di dritto come di rovescio. Io mi spiego il nervosismo insolito di Rafa con le stesse sagge parole con cui lo ha spiegato lui “Quando non ti entra mai il servizio e lo perdi 7 volte, quando con il rovescio non ti apri gli angoli ma lo giochi corto… è normale innervosirsi. Giochi male, ti accorgi che l’altro gioca molto meglio di te e merita di vincere, per forza uno si innervosisce, è umano”.

Beh, Rafa negli ultimi 15 anni sulla terra rossa tanto umano non lo è stato, è stato piuttosto un marziano, un extraterrestre. Direi che si tratta di un fatto, non di un’iperbole. Così come è un fatto, altresì, che Rafa viaggia spedito verso i 35 anni e Nole verso i 34. Attenzione, non fraintendete: penso che saranno ancora loro i primi due favoriti al Roland Garros, ma –  e l’ho scritto ormai fino alla noia ricordando l’anno del canto del cigno di Stefan Edberg nel ’96  – quando gli anni e l’età incalzano non sono le punte di rendimento a crollare improvvisamente, è semmai la continuità di prestazione a vacillare.

Edberg battè fortissimi giocatori in quell’anno in cui aveva annunciato il suo addio alla racchetta, ma perse anche da mediocrissimi avversari. Ora, intendiamoci, Rublev è il n.8 del mondo e ieri mi è parso anche straordinariamente ispirato – sebbene abbia fatto ‘il Rublev’ sul 3-1 del secondo set fino a perdere il set 6-4 – e non è quindi un mediocre avversario, però ricordate la partita persa da Rafa a Roma con Schwartzman? Anche in quel caso Rafa era stato parecchio tempo fermo, e ha poi innestato la marcia superiore a Parigi dove il solo che gli ha creato una minima apprensione è stato Sinner, e solo per il primo set, però io non credo di sbagliarmi se penso che pian piano sia Djokovic che Nadal, fenomeni e mostri di continuità per tre lustri, incapperanno sempre più in giornate no. Ricordate Djokovic contro Sonego a Vienna?

I bassi non diventeranno troppo presto frequenti quanto gli alti, ma anche perché calerà presto il timore reverenziale dei loro avversari – è accaduto perfino con Federer – quelle che oggi noi non possiamo che definire clamorose sorprese saranno sempre meno clamorose. È inevitabile che sia così.

Molti saranno contenti di assistere ad un cambio della guardia – più o meno prossimo; se è morto perfino il Duca Filippo di Edimburgo… – altri saranno invece più nostalgici dei Fab Four. Per quanto mi riguarda, io sono abbastanza cinico perché data l’età avanzata…(ma mi sono vaccinato, ancora per un po’ reggo!)  di cambi della guardia, da Connors, McEnroe e Borg, a Lendl e Wilander, a Becker e Edberg, a Sampras e Agassi… ne ho già vissuti diversi senza troppi patimenti. Però alla fine di questo lungo tormentone, prima delle semifinali Tsitsipas-Evans (e sì che Evans ha un tennis d’antan che mi diverte… certo se penso che in Sardegna ha perso da Musetti il cuor mi si stringe) e della probabilmente più monotona sfida tutta Ru-Ru, Ruud-Rublev, ritorno a far la volpe con l’uva. E mi dico meno male che non sono potuto andare a Montecarlo! Si sta così bene a Firenze.

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Editoriali del Direttore

Su Jannik Sinner e gli altri azzurri a Montecarlo la penso così

8 k.o. su 9, ma quali sorprese? Molte analisi e qualche diagnosi. Cecchinato sottovalutato dall’opinione pubblica. Berrettini e Sonego diversi trend. Per Sinner pretese assurde

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Jannik Sinner - ATP Montecarlo 2021 (ph. Agence Carte Blanche / Réalis)

Solo il vecchio guerriero Fabio Fognini è in ottavi a Montecarlo, ma non è una sorpresa anche se gli azzurri al via e in tabellone di questo Masters 1000 erano nove (record). La tentazione di inserire qui un link all’articolo di presentazione al torneo nel giorno del sorteggio è irresistibile. Però quanto è successo, con quattro azzurri sconfitti contro avversari molto meglio classificati merita forse un’analisi e magari pure una diagnosi. Più facile la prima che la seconda.

Si è detto tanto volte che le classifiche, soprattutto con quelle “congelate” di questi tempi, lasciano spesso il tempo che trovano. Ma non proprio sempre quando il divario, sia di classifica sia di esperienza, è tanto alto. Fra Djokovic e Sinner 21 posti, da n.1 a n.22. Fra Goffin e Cecchinato 77 posti da n.15 a n.92. Fra Zverev e Sonego 22 posti da n.6 a n.28. Fra Rublev e Caruso 81 posti da n.89 a n.8. Insomma, tanta roba. E guarda caso l’unico a vincere Fognini su Thompson, 45 posti da n.18 a n.63. Avevano perso secondo classifica anche Musetti 84 con Karatsev 29, Fabbiano 171 con Hurkacz 16, Travaglia 67 con Carreno Busta 12. Quindi, a ben guardare, il solo ad aver perso contro un avversario peggio classificato è stato Matteo Berrettini, n.10 “congelato” con Davidovich Fokina n.58 in chiara ascesa.

Ai lettori di Ubitennis è inutile ricordare l’infortunio australiano di Matteo, lo stop di oltre due mesi, la diversa fatica che normalmente fa un giocatore d’un metro e 96 a ritrovare la miglior condizione psicofisica. Appena ha cominciato a giocare ha subito il break e non è mai stata la risposta la prerogativa tecnica che ha fatto le fortune del tennista romano. Che gli sia riuscito fare un break è già tanto. Ma se lui perde tre volte il servizio in due set, la maggior parte delle volte la campana suona a morto. Il trend sembra in discesa, ma certo quando sei n.10 e hai tanti cagnacci che ti vogliono mordere i polpacci è più facile scendere che salire.

 

Della sconfitta patita da Caruso con Rublev non c’è molto da analizzare. La differenza tecnica è troppo netta al momento. E non vedo come possa attenuarsi in prospettiva, perché il russo è pure più giovane di cinque anni. Vero che noi italiani siamo abituati a venire fuori alla distanza, ma è semmai Rublev che dovrebbe avere margini di progressi. Gli manca, ad oggi, un po’ di varietà e fantasia in più. Gioca bene, ma sempre uguale. Troppo prevedibile per fare quel salto di qualità che corrisponde ad un’affermazione in uno Slam.

Cecchinato si è detto contento di aver giocato alla pari con Goffin, a dispetto del 64 60: “Nel secondo set non ho mollato come parrebbe suggerire il punteggio, perché avremmo potuto essere 3 pari, non 6-0!”. Resta il fatto che credevo che Goffin fosse un po’ in calo e invece corre invece ancora come una spia. Ha ripreso come se nulla fosse – grazie anche all’indiscutibile intuito – anche alcune micidiali smorzate, specialità della casa Cecchinato. Certo a ripensare a quel “miracoloso” Roland Garros 2018 in cui Cecchinato battè proprio Goffin, sembra trascorso un secolo e non a favore del più giovane siciliano emigrato alla corte di Max Sartori. Ha vinto qualche partita però, dopo le delusioni australiane, e allora pian piano ritroverà la fiducia che gli serve. Tutti ricordano – è scontato – l’exploit parigino.

Però sul conto di Cecchinato e delle sue qualità mi sono accorto che serpeggia ovunque una certa sfiducia. Invece sarebbe giusto anche ricordare che uno che vince Budapest e Umago 2018, Buenos Aires 2019, fa finale a Cagliari al Forte Village 2020 e si comporta più che dignitosamente a Roma e al Roland Garros (dopo aver centrato in passato anche semifinali a Doha e Monaco 2019) scarso non è. Magari quel suo best ranking n.16 non lo centrerà mai più per il fatto che il suo miglior tennis sembra troppo circoscritto alla terra battuta e la stagione sul “rosso” è diventata troppo corta rispetto a un tempo, però che sotto la guida di una persona seria come Sartori Marco possa riguadagnare una cinquantina di posti secondo me è possibilissimo. Non è che i 40 che gli stanno davanti siano tutti fenomeni.

Per quanto concerne Sonego la testa è buona, il fisico anche, il coach è quanto di più serio e preparato ci sia in giro, i progressi per salire qualche posizione ancora ci sono. Magari non troppe. Ma i trentenni e over 30 che gli stanno davanti – augurando lunga vita agonistica a tutti – non sono pochi: a cominciare dai 3 Fab Four Djokovic, Nadal e Federer, per proseguire con Bautista Agut, Monfils, Goffin, Dimitrov, Fognini, Raonic, Wawrinka. Solo questi sono in dieci. Per carità, gli arriveranno tre, quattro o cinque che oggi gli stanno dietro (Musetti? Alcaraz? Karatsev?), però fategli fare qualche progresso che sicuramente farà e Lorenzo fra i primi 20 ci può arrivare, così come a suo tempo ci sono arrivati giocatori come Furlan, Gaudenzi, Seppi, Gaudenzi i quali avevano soprattutto nella testa, nella serietà, nella determinazione più che nelle caratteristiche tecniche la loro forza. Quindi il suo trend mi pare in ascesa, magari lenta, diesel, ma progressiva.

Lorenzo Sonego – ATP Cagliari 2021 (via Twitter, @atptour)

Arrivo al tennista cui sono dedicate le maggiori attenzioni, le profezie più lusinghiere: Jannik Sinner. La sua partita con Djokovic ha deluso chi stravedeva per lui, ma non chi conosce Djokovic e chi ha avuto modo di vedere quelle che sono ancora le carenze tecniche di Jannik. Carenze che Riccardo Piatti e lui conoscono benissimo, per fortuna.

Potrei partire dal post-match Djokovic-Sinner che, però, non dice in realtà niente che già non si sapesse o intuisse. Parla Djokovic e dice (come ampiamente titolato e riportato): “Sinner rappresenta il futuro del tennis, ma è già anche il presente”. Sinner, incassa il complimento, ma dice quel che pensa (lui e tutti…): “La strada è ancora lunga”. Farei qui una chiosa. Delle “investiture” (più o meno di cortesia) degli altri giocatori mi fido pochissimo. Ne ho sentite tante su tanti “prospect” che poi non si sono mai affermati. Da gran presuntuoso quale sono direi che mi fido più di me stesso. Perché su quei nomi che ho citato sopra non ricordo di avere avuto dubbi. Chissà, magari mi sono dimenticato invece quelli sui quali credevo di più. Ad ogni modo penso che la strada di Jannik sia più lunga di quanto pensi chi si illude anche se le premesse per un bel futuro ci sono tutte. Ho visto tanti dei migliori giocatori del mondo a 17-18-19-20 anni, come mi è capitato con Nadal, Federer, Djokovic e prima di loro, con Borg, McEnroe, Lendl, Noah, Wilander, Becker, Edberg, Chang. Non meno forte nelle giornate buone, Panatta. Forse un po’ d’occhio in tutti questi anni me lo sono fatto.

Sono proprio i limiti, ancora notevoli, di Sinner a farmi credere in lui. Moltissimi dei giocatori che ho citato sopra servivano proprio maluccio all’inizio della carriera. Penso in particolare a Borg, Lendl, Wilander, Djokovic, Chang: tutti hanno fatto progressi enormi qualche anno dopo i loro primi exploit. A Jannik oggi manca la capacità di scendere a rete quando si è aperto il campo. Se trova uno che gli rilancia – e come glieli rilancia Djokovic! – quattro missili, al quinto tentativo sbaglia, inevitabilmente.

Borg sapeva a malapena volleare ai suoi debutti, e batteva maluccio. Si preoccupava di mettere più del 90% di prime, in molte occasioni, come quando giocò la finale di Parigi contro il paraguaiano Victor Pecci al quale voleva impedire gli attacchi sulla sua “seconda”. Lendl tirava forte, ma soprattutto di dritto. Il rovescio lo migliorò tantissimo tre o quattro anni dopo i primi successi. Mentre Wilander non tirava mai così forte. Semmai, soprattutto di rovescio, anticipava tantissimo. Non c’erano tanti giocatori capaci di giocare il lungolinea come lui. E anche i lob passanti. Però Wilander imparò ad andare a prendersi i punti a rete nell’88, nella finale dell’US Open in cui rovesciò contro Lendl l’esito della finale dell’anno precedente, sei anni dopo aver vinto il primo di tre Roland Garros. E dopo aver vinto un doppio a Wimbledon, lui che a rete all’inizio carriera non ci andava mai e fu perfino fischiato per i suoi asfissianti palleggi nella finale parigina con Vilas dell’82.

E Chang che si fece allungare la racchetta di qualche centimetro per migliorare l’efficacia del servizio, e cominciò a fare 7 o 8 ace a partita, sia pur sacrificando qualcosa nel controllo? E il rovescio di Sampras? Quando lo vidi perdere a Parigi da Chang, in una partita che credo di aver commentato insieme a Rino Tommasi, mi fece un’impressione per nulla positiva. Vero, peraltro, che Pete è stato un grandissimo giocatore dappertutto fuorché sulla terra rossa; uno che è stato n.1 di fine stagione per sei anni di fila, a Parigi ha raggiunto una sola semifinale. Come Cecchinato, mi verrebbe voglia di dire.

Ma perché il rovescio di Federer, di Nadal, a 20 anni era efficace come quello che i due hanno fatto vedere dopo i 30 anni? Peter Lundgren, uno dei primi coach di Federer, mi disse una mattina all’aeroporto di Melbourne: “Roger a rete è ancora un pesce fuor d’acqua, anzi ci si muove come se fosse circondato dai pescicani!”.

Ora smetto di attraversare i miei amarcord che non interessano nessuno, ma suscitano tanti ricordi in me, e dico che Jannik poteva giocare già ieri certamente meglio contro Nole ma si è scontrato contro una muraglia che credeva di conoscere per averla vista in TV, ed essercisi allenato un paio di volte (con anche il set di esibizione ad Adelaide), ma in realtà non conosceva. Un conto è vedere uno che risponde benissimo ed è considerato il miglior ribattitore della sua epoca, un altro – pur dopo essersi allenato con lui e con Nadal – è ritrovarsi la palla che ti torna addosso in pancia, oppure già negli angoli, quando non hai ancora finito di riprenderti dall’esecuzione del servizio.

Fare il punto negli scambi da fondocampo a Djokovic è roba vera, non si può pretendere che ci riesca anche un pur promettentissimo giovanotto che sta lavorando duro da vero professionista. In qualche modo, eppure, ho avuto l’impressione che Novak lo temesse, ne fosse preoccupato. Forse era preoccupato del suo esordio sulla terra dopo due mesi di stop, fatto sta che l’urlo che ha cacciato quando ha vinto il primo set la dicono lunga.

Novak Djokovic – ATP Montecarlo 2021 (via Twitter, @atptour)

Oggi come oggi Jannik gioca il suo tennis basandosi su due colpi, in particolare il rovescio. E qualche gran dritto, incrociati come lungolinea, se la palla non gli arriva troppo bassa. Ma il servizio è da migliorare, come percentuale di prime, come angoli, come potenza, come velocità, come lancio di palla. La volée è da migliorare, sia come posizione sia come tocco. La smorzata è da migliorare. Il lob è da migliorare. Lo smash, al volo come al rimbalzo, è da migliorare. La tenuta fisica è da migliorare (questo lo ha ammesso anche lui stesso, che negli scambi lunghi fa fatica). L’approccio alla partita è da migliorare. La strategia di gioco, che a volte può essere anche semplicemente pazienza, oppure scelta del momento per spingere o per tenere, la capacità di pensare a un attacco in controtempo, a un serve& volley al momento giusto, al fattore sorpreso, è da migliorare. Oggi si può spendere per lui ancora l’ossimoro caro a Rino Tommasi: “un regolarista falloso”. Ma va aggiunto un bel… per ora!

Con tutti questi limiti – di cui per fortuna Jannik e il suo team sono perfettamente consapevoli (il guaio sarebbe se non lo fossero) e quindi sono certo che non si offenderanno se li ho elencati impietosamente – Jannik è a ridosso dei top 10. Considerando validi soltanto i punti ATP da metà agosto – quando si è interrotta la pausa COVID – a oggi Jannik sarebbe lì lì.

Quelli accennati sono limiti soltanto per chi viene considerato capace di migliorarli tutti, con il tempo e la pazienza che invoca Riccardo Piatti, perché per uno che ha le sue caratteristiche – solidità, maturità, potenza, serietà, determinazione, convinzione nei propri mezzi, formidabile timing sulla palla con entrambi i fondamentali, naturalezza e fluidità straordinarie (che i pur bravi Thiem, Tsitsipas, Zverev a mio avviso non hanno altrettanto sviluppato su tutti e due i lati…) per un ragazzo di 19 anni – è giusto, anzi sacrosanto, porsi obiettivi ambiziosi di crescita, di progresso.

Ripeto: anche contro Djokovic – che si è potuto allenare sulla terra rossa e proprio su quei campi da più di una settimana – Jannik ha mostrato personalità. Ha giocato decisamente male un paio di game, quello finale del primo set su tutti, il settimo game del secondo set quando poteva recuperare sul 2-4 il break, e si sa che nel tennis un paio di game, a volte un paio di punti, bastano a farti perdere una partita. Ma negli scambi ha retto molto meglio di tanti altri giocatori di nome contro il n.1 del mondo. Se avesse avuto uno un tantino più debole, e per tale intendo un Bautista Agut n.11 già battuto due volte, un Carreno Busta n.12, un Goffin n.15 – per non scomodare paragoni con un top-ten – l’esito secondo me sarebbe stato diverso. La verità è che da lui si pretende troppo e troppo presto. Pretese oggi assurde.

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Editoriali del Direttore

Il tennis azzurro lassù è sempre più blu

Quattro italiani nella top 30 del ranking ATP: Berrettini, Fognini, Sinner e Sonego. Non accadeva dal 1977

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Lorenzo Sonego - ATP Cagliari 2021

Ero abituato a seguire anche uno solo, oppure due e magari tre tennisti italiani fra i primi 100 del mondo. Spesso nelle retrovie. Per quasi 40 anni. Adesso, dopo che ieri Lorenzo Sonego ha vinto a Cagliari il suo secondo torneo ATP ed è entrato a vele spiegate fra i primi 30 del mondo, ne abbiamo ben quattro fra i primi 30. Non parliamo più di momento magico, ma semmai di periodo magico. Un periodo che sembra destinato a prolungarsi felicemente nel 2021 e negli anni a venire. E non mi sembra vero.

Eccezion fatta per motivi anagrafici per il quasi trentaquattrenne Fognini (n.18) cui va dato merito per averci tenuto in piedi fra i top 20 negli ultimi tre lustri, infatti tre dei nostri attuali moschettieri sono giovani e in grande progresso. Ha 19 anni Jannik Sinner n.22 ATP, ne hanno 25 Matteo Berrettini n.10 e Lorenzo Sonego n.28. Mentre alle loro spalle incalza Lorenzo Musetti un altro diciannovenne di grandi speranze che, sebbene al momento sia appena n.84 per aver giocato pochi tornei, ieri Tsitsipas mi ha detto di considerare favorito nell’odierno match nel Masters 1000 di Montecarlo contro il russo Karatsev, n.29 ATP e semifinalista all’Open d’Australia.

Dieci azzurri tra i primi 100 del mondo (con Travaglia 67, Caruso 89, Cecchinato 92, Seppi 96 e Mager 97) ci mettono alla pari con Francia e Spagna nelle graduatorie mondiali top100, ma 4 nei primi 30 li ha solo la Russia di Medvedev 2, Rublev 8, Khachanov 23 e Karatsev 29, e la Spagna ne ha solo tre anche se di gran qualità, Nadal 3, Bautista Agut 11 e Carreno Busta 12.

 

L’ultima volta che potemmo vantare 4 azzurri contemporaneamente fra i primi 30 risale al 3 luglio 1977 grazie a Panatta 17, Barazzutti 20, Bertolucci 22 e Zugarelli 27. La generazione migliore di sempre resta al momento ancora quella, perché Panatta è stato 4, Barazzutti 7, Bertolucci 12 e Zugarelli 24, però io penso che questa potrà far meglio. Anche se forse non già dopo Montecarlo dove il sorteggio non è stato davvero dei migliori.

Il più atteso dei nostri dopo l’exploit della finale di Miami, Jannik Sinner, sa che se batte Ramos-Vinolas (già un osso duro; è stato finalista a Montecarlo nel 2017 ed era in semifinale a Marbella sabato) avrà al secondo turno Djokovic, due volte campione nel Principato. Anche Sonego poteva capitar meglio: l’ungherese Fucsovics è tosto, ci ha perso 3 volte su 4 e semmai poi c’è Zverev n.6 ATP. E Musetti, se passa Karatsev, ha Tsitsipas n.5. Sono quasi certo che dopo Madrid, Roma e per il resto dell’anno staremo ancora meglio.

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