Uno contro tutti: la prima volta in vetta di Edberg, Becker e Courier

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Uno contro tutti: la prima volta in vetta di Edberg, Becker e Courier

Ventisei uomini diversi hanno occupato il trono di numero uno del mondo. Oggi parliamo dei primi anni Novanta, dominati da Stefan Edberg, Boris Becker e Jim Courier

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No, non è Boris Becker a ricevere lo scettro di numero 1 del mondo da Ivan Lendl. In poco più di tre anni, il tedesco è stato per 74 settimane complessive sul secondo gradino del podio ma l’esito della finale di Wimbledon 1990, in cui non gli è bastato recuperare due set, ha determinato di fatto il successore al trono dell’ex-cecoslovacco. Il nuovo re è un vichingo atipico che da juniores è stato imperatore, avendo conquistato (unico nella storia) il Grand Slam juniores nel 1983. Anche se quel quinto set di una altalenante finale di Wimbledon terminata con lo score inusuale di 6-2 6-2 3-6 3-6 6-4 ha di fatto determinato il futuro, Edberg viene incoronato il 13 agosto, ovvero all’indomani della netta vittoria su Brad Gilbert che gli è valsa il titolo a Cincinnati. Abbandonato in gioventù il rovescio bimane e trasformato lo stesso in un colpo tanto elegante quanto propedeutico – nella sua versione in back – alla filosofia offensiva che ne ispira l’intero impianto di gioco, Edberg è arrivato in Ohio sulla spinta della vittoria ottenuta la settimana precedente a Los Angeles e bagna la sua investitura con un altro titolo in quel di Long Island.

Logicamente, allo US Open lo svedese è in cima alla lista dei favoriti ma il mancino russo Alexander Volkov, uno a cui pure il talento non fa certo difetto, lo estromette al debutto in tre soli set: 6-3 7-6 6-2. “Avevo lavorato bene nelle ultime settimane ma quando ho visto il sorteggio non ero certo contento” dichiarerà Volkov ai cronisti. “Però mi sono detto che tutto poteva succedere e oggi ho giocato davvero bene”. Incostante ma capace di momenti irresistibili, Volkov raggiungerà in carriera un best ranking di n°14 e morirà a soli 52 anni dopo essere stato per un periodo anche coach di Safin.

La stagione indoor propone nuovi scontri diretti tra i primi tre della graduatoria che si trovano di fronte nelle fasi finali di Sydney, Tokyo, Stoccolma e Bercy. Becker centra quattro finali e ne vince due (in Australia e Svezia, entrambe contro Edberg), perde in Giappone con Lendl e in Francia è costretto al ritiro sul 3-3 del primo set lasciando via libera al numero 1. Con queste premesse, è ovvio che alla Festhalle di Francoforte, teatro dei nuovi ATP World Tour Championships (la nuova denominazione del Masters), i favoriti siano gli stessi tre di cui sopra. Invece il nuovo maestro ha vent’anni, indossa completini piuttosto vistosi e nell’occasione mette in riga sia Becker (in semifinale) che Edberg (in finale) dopo aver perso dallo svedese nel girone: si chiama Andre Agassi e di lui sentiremo ancora parlare a lungo.

 

Con il torneo di chiusura controllato completamente dall’ATP, la Federazione Internazionale reagisce organizzando sempre in Germania (a Monaco di Baviera) una sorta di Masters alternativo, riservato ai sedici tennisti che hanno totalizzato il maggior numero di punti nei quattro major: la Grand Slam Cup. Oltre alla sede, anche la formula è diversa in quanto contempla la più classica eliminazione diretta fin dal primo turno, che poi sono gli ottavi. Edberg è testa di serie n°1 in questa edizione d’esordio e il suo, di debutto, non è proprio dei migliori perché perde subito in tre combattuti set con Chang. Il torneo lo vincerà lo statunitense Pete Sampras, un altro di cui torneremo a parlare più avanti, e la stagione va in archivio.

Ad appena 24 settimane dal suo insediamento, Stefan Edberg è costretto a lasciare il palazzo reale. Accade all’indomani degli Australian Open, laddove lo svedese non sfrutta due match point in semifinale e si arrende alla caparbietà di un Ivan Lendl che sembra rappresentare la legione straniera con quel curioso cappello che gli copre testa e collo. “Avevo la partita in mano e mi sentivo bene: è dura perdere così” ammette Edberg, che nel quarto set serve per l’incontro sul 5-4, subito dopo aver tolto la battuta a Lendl, ma nelle due opportunità di chiudere prima sbaglia una volee e dopo commette doppio fallo. Ivan lo riprende, domina il tie-break e chiude il quinto per 6-4 qualificandosi per la terza finale consecutiva a Melbourne. Qui trova Boris Becker, sopravvissuto al terzo turno a una maratona di oltre cinque ore con l’italiano Omar Camporese e in procinto di diventare il decimo n°1 mondiale. Infatti, battendo Lendl 1-6 6-4 6-4 6-4 il tedesco completa il sorpasso e il 28 gennaio viene incoronato.

Boris Becker

Difficile, a questo punto, spiegare il motivo per cui un talento del calibro di Boris Becker rimarrà in vetta per un totale di appena 12 settimane, suddivise in due periodi. Il primo di questi comprende due incontri in Coppa Davis (uno dei quali lo vede di nuovo opposto a Camporese e sarà un’altra vittoria al quinto, stavolta recuperando due set) e una mesta apparizione a Bruxelles, dove è costretto al ritiro in semifinale contro il russo Cherkasov sulla situazione di un set pari e 2-2 nel terzo a causa di uno stiramento alla coscia. Pur perdendo anch’esso in semifinale con il francese Forget, Edberg torna numero 1 il 18 febbraio e legittima subito la ritrovata leadership vincendo a Stoccarda. Le cose vanno peggio nel Sunshine Double ma lo scandinavo riesce a tenere una certa continuità di rendimento e le due semifinali raggiunte lo testimoniano: a Indian Wells lo ferma nuovamente Forget mentre a Miami la sconfitta con il giovane statunitense David Wheaton può sembrare sorprendente ma il ventunenne di Minneapolis sta vivendo la sua annata migliore e ben presto lascerà la posizione n°46 che occupa in Florida per avvicinarsi alla top 10.

Dopo il titolo a Tokyo, ottenuto regolando in finale Ivan Lendl, Edberg affronta con fiducia la stagione europea sulla terra battuta ma a Monte Carlo si ferma al debutto, battuto dal connazionale Magnus Larsson, tennista che quattro anni più tardi entrerà tra i primi 10 del ranking e mostrerà nell’arco dell’intera carriera una certa versatilità dividendo le sue quindici finali nel circuito tra le quattro superfici in uso (sintetico, duro, erba e terra). Dopo il Principato, il n°1 fa due tappe in Germania: ad Amburgo perde nei quarti con Stich mentre a Dusseldorf aiuta la sua nazionale a vincere la World Team Cup battendo Ivanisevic nella finale contro la Croazia. Per lui si tratta del bis nella seconda manifestazione a squadre per importanza dopo la Davis, avendola già vinta tre anni prima battendo in finale gli Stati Uniti. 

Anche se il suo tennis offensivo mal si adatta alla terra, Edberg ha già dimostrato di potersela cavare egregiamente sul rosso e al Roland Garros ha già sfiorato il titolo due anni prima. Tuttavia, dopo aver battuto tre avversari ostici quali l’austriaco Skoff e i russi Cherkasov e Chesnokov, nei quarti è costretto alla resa dall’uomo nuovo del tennis a stelle e strisce: Jim Courier. Il “rosso” vincerà il torneo e inizierà così a scalare la classifica mondiale mentre Stefan, sconfitto ma non demoralizzato, si trasferisce al Queen’s dove centra il successo senza cedere nemmeno un set. Inevitabile, con queste premesse, che il n°1 del mondo sia il grande favorito per difendere il titolo di Wimbledon ma qui accade qualcosa di mai successo a livello slam; avviene in semifinale, dove Edberg non perde mai il servizio ma perde tre tie-break su tre (proprio nei giorni in cui l’inventore del gioco decisivo, Jimmy Van Alen, lasciava questa terra) e si arrende a Michael Stich, che poi batterà anche Becker in finale.

Pur avendo perso, Boris torna sul trono grazie allo scarto dei punti e ci resterà per due mesi. Di nuovo, la vetta fa perdere la testa al tedesco che, nei tre tornei giocati da n°1, coglie la finale a Indianapolis (battuto da Sampras) dopo aver perso in semifinale a Cincinnati per mano di Forget ma il ko che lo rimette al secondo posto del ranking è quello patito al terzo turno degli US Open. Qui Paul Haarhuis, un 25enne olandese dal radioso futuro come doppista, lo estromette in tre rapide partite nell’edizione che vive delle imprese leggendarie del vecchio Connors (semifinalista a 39 anni proprio a spese di Haarhuis) e riconsegna la corona a Edberg, praticamente perfetto nella finale in cui annienta Jim Courier per 6-2 6-4 6-0. Il 9 settembre, quindi, Boris Becker chiude la sua esperienza da re del mondo con numeri inversamente proporzionali alla sua classe: 12 settimane, quattro tornei, una sola finale giocata (e persa) e un record vinte-perse di 14-4.

Se durante l’estate americana Edberg aveva collezionato sconfitte a ripetizione, il titolo allo US Open lo rivitalizza e – sull’asse indoor Sydney-Tokyo – infila altri due titoli legati tra loro dal pressoché identico score con cui supera, sempre in semifinale, il temibile croato Ivanisevic: 4-6 7-6 7-6 in Australia e 4-6 7-6 7-5 in Giappone. A un passo dal tris e con 21 vittorie consecutive alle spalle, lo svedese perde la finale a Stoccolma con Becker e chiude anzitempo la stagione a Parigi-Bercy, sconfitto al secondo turno da Michael Chang. Infortunato, lo scandinavo salta il Masters di Francoforte e preferisce riposarsi fino alla nuova stagione.

Il 1992 di Edberg inizia a Melbourne e la sua condizione sembra del tutto ritrovata. Tre agevoli turni di rodaggio contro tennisti classificati fuori dai 100 gli consentono di presentarsi alla seconda settimana abbastanza riposato e questo lo aiuta nella vittoria al quinto set ottenuta contro Ivan Lendl nei quarti; in semifinale il sorprendente Wayne Ferreira gli resiste solo il primo set ma in finale le bastonate di dritto di Jim Courier lo mettono alle corde e lo statunitense vendica la batosta rimediata a Flushing Meadows qualche mese prima. Adesso Courier lo insidia da vicino in classifica e infatti il 9 febbraio, dopo aver perso la finale di San Francisco contro il connazionale Chang, Jim diventa il decimo leader del ranking ATP (terzo statunitense).

Jim Courier (foto di Clive Brunskill /Allsport)

Nel frattempo, la settimana precedente, Stefan Edberg ha fatto registrare suo malgrado un primato: nel secondo incontro della prima giornata del match di Coppa Davis tra Canada e Svezia, Edberg perde 6-4 al quinto set con Daniel Nestor. Il mancino canadese diventa così il giocatore con classifica più bassa (238) ad aver mai battuto il numero 1 del mondo, record tuttora valido. Con la vittoria di Nestor, la cui carriera di singolarista verrà ben presto oscurata da una lunga e irripetibile militanza in doppio, il Canada chiude la prima giornata avanti 2-0 ma alla fine la Svezia riuscirà a espugnare il Pacific National Agrodome di Vancouver e Edberg rimedierà vincendo il doppio insieme a Jarryd e battendo Connell nel singolare di apertura della terza giornata. A quel punto, sul 2-2, Nestor si troverà avanti 2-1 con Gustafsson ma le vesciche ai piedi contribuiranno alla sua resa e di conseguenza a quella dei padroni di casa, osannati comunque dal pubblico di casa.

Nella prossima puntata parleremo di Jim Courier e dell’inizio degli anni statunitensi al vertice della classifica ATP.

ANNONUMERO 1AVVERSARIOSCORETORNEOSUP.
1990EDBERG, STEFANVOLKOV, ALEXANDER36 67 26US OPENH
1990EDBERG, STEFANBECKER, BORIS67 46 46SYDNEY INDOORH
1990EDBERG, STEFANLENDL, IVAN57 36TOKYO INDOORS
1990EDBERG, STEFANBECKER, BORIS46 06 36STOCCOLMAS
1990EDBERG, STEFANAGASSI, ANDRE75 67 57 26MASTERS S
1991EDBERG, STEFANLENDL, IVAN46 75 63 67 46AUSTRALIAN OPENH
1991BECKER, BORISCHERKASOV, ANDREI62 36 22 RIT.BRUXELLESS
1991EDBERG, STEFANFORGET, GUY46 46INDIAN WELLSH
1991EDBERG, STEFANWHEATON, DAVID36 46MIAMIH
1991EDBERG, STEFANLARSSON, MAGNUS75 36 67MONTE CARLOC
1991EDBERG, STEFANSTICH, MICHAEL26 67AMBURGOC
1991EDBERG, STEFANCHERKASOV, ANDREI46 16WORLD TEAM CUPC
1991EDBERG, STEFANCOURIER, JIM46 62 36 46ROLAND GARROSC
1991EDBERG, STEFANSTICH, MICHAEL64 67 67 67WIMBLEDONG
1991BECKER, BORISFORGET, GUY67 64 36CINCINNATIH
1991BECKER, BORISSAMPRAS, PETE67 63 36INDIANAPOLISH
1991BECKER, BORISHAARHUIS, PAUL36 46 26US OPENH
1991EDBERG, STEFANBECKER, BORIS63 46 61 26 26STOCCOLMAS
1991EDBERG, STEFANCHANG, MICHAEL62 16 46PARIGI BERCYS
1992EDBERG, STEFANCOURIER, JIM36 63 46 26AUSTRALIAN OPENH
1992EDBERG, STEFANNESTOR, DANIEL64 36 61 36 46DAVIS CUPS


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Il tennis va modernizzato? Ultimate Tennis Showdown e nuovi merletti (prima parte)

La risposta breve è ‘sì’: il successo dei nuovi format in altri sport lo dimostra. Ben vengano Berrettini, Thiem e Tsitsipas da Mouratoglou. La risposta lunga è complessa, e l’ha spiegata molto bene Matthew Willis su ‘The Racquet’

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Dominic Thiem - Ultimate Tennis Showdown (via Twitter, @UTShowdown)

Lo sappiamo, qualcuno di voi sta già storcendo il naso: ancora questo affare di Mouratoglou? Non ne abbiamo parlato abbastanza? Nì. Ci siamo convinti che la soluzione migliore per affrontare il tema del rinnovamento del tennis fosse comprenderlo in una trattazione più ampia, che contemplasse un confronto con gli altri sport e un’analisi dei dati più raffinata di quella citata dallo stesso Mouratoglou. Volevamo proporvi un articolo completo, letto il quale chiunque di voi avrebbe dovuto avere le idee veramente più chiare su questa faccenda.

Cominciando la nostra ricerca ci siamo imbattuti in questo pezzo scritto da Matthew Willis, fondatore del blog ‘The Racquet‘. Dopo averlo letto e riletto, ci siamo resi conto che era tanto completo ed esaustivo che difficilmente saremmo riusciti a fare un lavoro migliore senza ripetere molti dei concetti da lui brillantemente espressi. Per questo abbiamo contatto l’autore del longform, che ha gentilmente acconsentito alla traduzione e alla pubblicazione su Ubitennis. L’articolo è molto lungo, per questo lo abbiamo diviso in due parti: nella prima è spiegato perché il tennis in realtà non è in crisi e perché, al contempo, non deve aver paura di sperimentare nuovi format (banalmente: negli altri sport funziona!). La seconda, che tira le conclusioni e vi introduce al concesso di ‘accessibilità’ di uno sport, sarà pubblicata sabato.


Patrick Mouratoglou, l’occasionalmente controverso coach di Serena Williams, ha lanciato il suo Ultimate Tennis Showdown e ha sfruttato l’occasione per fare alcune affermazioni piuttosto forti sullo stato del tennis: “Dieci anni fa l’età media degli appassionati era di 51 anni. Oggi è di 61, e fra dieci anni sarà di 71… Il tennis non sa ringiovanire la fanbase… Il mondo si è evoluto negli ultimi 10-20 anni, mentre il tennis non è mai cambiato. Il gioco è nei guai, e io voglio che sopravviva”.

 

Sono abbastanza sicuro che Mouratoglou volesse solamente destare clamore con le sue frasi, anche eccettuando l’errore nella citazione e una mancata comprensione delle curve statistiche. Sostenere che l’età media degli appassionati di tennis sia di 61 anni è quasi certamente insensato (e affermare che fra 40 anni la media sarà di 101 lo è ancora di più). Quel numero è arbitrariamente estrapolato da uno studio già di per sé molto ristretto sul pubblico del tennis (in chiaro e in pay-per-view) nei soli Stati Uniti. La ricerca ignora non soltanto i consumi degli altri Paesi, ma non include nemmeno le cifre legate allo streaming e al digitale, le piattaforme con un pubblico più giovane.

Per di più, non tiene in considerazione la demografia di coloro che fisicamente vanno a vedere i tornei: l’età media di queste persone sta apparentemente calando in Nord America, ed è sempre stata molto più bassa in mercati dalla rapida crescita come quello cinese (per esempio, il 70% degli spettatori a Pechino 2018 era sotto i 40 anni). Personalmente, i tornei a cui sono stato in Europa sembrano avere una buona distribuzione anagrafica a loro volta, e gli esponenti della Generazione Z o i Millennials non sono mai mancati.

Di conseguenza, “61” è una cifra inutilizzabile se si vuole fare una stima accurata dell’effettiva età media degli appassionati di tennis. Gli americani che guardano la TV con metodi tradizionali non stanno ringiovanendo, sfortunatamente per loro, e quindi non è una grossa sorpresa che il dato riguardanteli sia rimasto stabile nell’ultimo decennio, e che sia addirittura aumentato.

L’enclave tennistica di Twitter, quell’eccentrico nugolo di fan ossessivi che è rappresentativo del gioco quanto Twitter lo è del mondo (cioè poco), non è stata particolarmente felice delle parole ‘escatologiche’ di Mouratoglou. Immagino che le sue parole sarebbero state un po’ più digeribili se non fossero suonate come un epitaffio per il tennis e per i suoi tifosi più coinvolti, il cui feretro è ormai in procinto di essere trasportato presso il più vicino cimitero per sport che non vogliono cambiare, mentre Patrick lo scienziato pazzo fa spallucce e si propone, novello Frankenstein, di adescare i supposti giovani salvatori con il suo abominio mezzo tennis e mezzo Mario Kart.  

La domanda però rimane: al di là di tutti gli allarmismi, Mouratoglou ha ragione o no? Il tennis è nei guai?

“Nì”

La risposta breve, quanto meno per i massimi livelli del gioco, è no:

  • A livello globale, la audience televisiva dei tornei ATP (anche senza includere gli Slam) è quasi raddoppiata fra il 2008 e il 2018, passando da 464 a 919 milioni, e continua a crescere. I guadagni, nello stesso periodo, sono più che raddoppiati, da 61.3 a 143.4 milioni di dollari, stando al sito ATP.
  • Nella fascia d’età 18-49, Tennis Channel è il canale televisivo che è cresciuto di più del 2019 negli USA, aumentando il pubblico del 67%. La fascia 25-54 è a sua volta cresciuta del 44%, con un aumento del 40% per nucleo abitativo. Il canale ha visto aumentare lo share in 51 settimane su 52, e ha accresciuto il numero degli spettatori unici del 13%.
  • Su Tennis TV, il servizio in streaming dell’ATP, la visione delle repliche è arrivato a costituire fra il 25 e il 50% del minutaggio consumato sul sito, indicando una crescita nell’utilizzo abitudinario della app che può essere monetizzata. Tennis TV è stata uno dei primi, profetici esempi di un servizio in streaming lanciato da un’associazione sportiva stessa, essendo nato nel 2009.
  • Il Roland Garros del 2019 ha visto una crescita del 31% di spettatori unici su Eurosport Player e sulla app ufficiale del torneo. L’Australian Open del 2020 ha visto un aumento del 35% nella stessa metrica, mentre lo US Open è cresciuto del 22%.

Questo tipo di espansione digitale è trascinato dai fan più giovani, non da quelli più anziani – e si può tranquillamente affermare che il mitico, fantomatico tifoso di 61 anni non ne sia responsabile.

Per quanto riguarda gli spettatori sul posto, il 2019 ha fatto segnare la più grande affluenza di sempre per una stagione ATP, assestandosi a 4.82 milioni di spettatori paganti, cifra che ha superato i record del biennio precedente. In particolare, lo US Open, l’Australian Open e il Roland Garros hanno toccato vette mai raggiunte in precedenza, marcando un trend generale di crescita per gli eventi più importanti, come si può vedere dalla grafica:

Fonte: Infosys Knowledge Institute

Se si volesse isolare la performance WTA da quella ATP, nel circuito femminile la situazione fotografata è piuttosto simile:

La vetta del gioco sembra, dunque, godere di ottima salute. Per i più curiosi, le cifre dei due tour possono essere consultate qui per l’ATP e qui per la WTA. È presumibile che senza questa pandemia ammazza-sport il 2020 sarebbe stato un ulteriore mattoncino nella crescita recente del tennis, sia a livello digitale che di botteghino. Insomma, il gioco è molto lontano da un’imminente apocalisse.

“Ma”

Questo non significa che non ci siano minacce per il futuro del tennis, esogene ed endogene. Credere che non sia così sarebbe segno di auto-compiacimento, e quindi pericoloso. Il tennis è ben lungi dallo scomparire, ma non si può avere la certezza che continui a prosperare nel nuovo decennio e oltre. Questo è il motivo per cui le frasi di Mouratoglou potrebbero risultare contro-produttive: quello che ha detto non è sbagliato, ma la natura iperbolica delle sue parole rischia di far passare in secondo piano il concetto stesso, vale a dire che uno sport vecchio di 160 anni ha in effetti bisogno di un rimodernamento, e rischia di far passare in secondo piano i modi con cui farlo.

(Nota importante: la crescita dei livelli più bassi del tennis è in forte contrasto con quello che succede ai vertici. Negli ultimi anni, ATP e ITF hanno avuto problemi a trovare soluzioni condivise per migliorare il gioco alla base, e il risultato è che vengono regolarmente pubblicate storie di giocatori più o meno giovani che faticano a farsi strada, disillusi dal circolo vizioso che è la struttura elitista dei circuiti. In particolare, la distribuzione non qua del prize money fa sì che le abbondanti risorse economiche dei tornei non raggiungano i livelli più bassi. L’annuncio di questa settimana sullo US Open, e in particolare l’assenza del torneo di qualificazione (da sempre la migliore opportunità di guadagno economico e di classifica per i giocatori con un ranking basso), non hanno certo contribuito a far cambiare questa percezione. Questo argomento meriterebbe un saggio a parte, ma per ora basti sapere che il tennis ha numerosi problemi per quanto riguarda le fondamenta competitive del gioco. Per sua fortuna, l’iceberg è momentaneamente sommerso (almeno sul breve termine), risultando invisibile per l’appassionato medio, abituato com’è all’opulenza degli eventi del circuito maggiore).   

Quindi la domanda è: come accidenti si “modernizza” uno sport?

Opzione 1: cambiare o “perfezionare” il format

L’UTS di Mouratoglou fa chiaramente parte di questa categoria, uno sfrontato tentativo di accorciare e rendere più immediato un match. Nell’UTS, i giocatori possono usare delle carte, come una sorta di universo parallelo in cui gli appassionati di Magic escono di casa, e hanno la possibilità di fare cose come togliere la prima di servizio all’avversario o far valere triplo i propri vincenti. Al massimo 15 secondi possono intercorrere fra un punto e l’altro, e gli incontri sono suddivisi in quattro movimentati quarti da 10 minuti l’uno. Il format è pensato anche per far risaltare più del solito le “personalità” dei giocatori, con interviste a metà partita, discorsi d’incoraggiamento da parte dei coach e un aperto invito a mostrare le emozioni sul campo, presumibilmente in modi che siano in linea con i soprannomi stile wrestling che sono stati affibbiati a ciascun partecipante prima del torneo, come Stefanos “The Greek God” Tsitsipas o il vagamente offensivo (a noi non sembra così offensivo, semmai poco rappresentativo, ndr) David “The Wall” Goffin.

Finora è stato un esperimento interessante, un taglio netto rispetto al format tradizionale. Siccome l’UTS è un torneo d’esibizione che si disputa durante l’interruzione dei tour causata dal COVID-19, sembra l’ambiente perfetto per questo tipo di sperimentazioni. Va dato credito a Mouratoglou per aver pensato “outside the box”, anche se la prima bozza della sua visione potrebbe risultare un po’ contorta. A essere onesti, guardare i match dell’UTS ricorda un pochino questa scena di Futurama.

Breve cronistoria delle modifiche ai format nello sport

Il desiderio di ritoccare i format non riguarda solo il tennis. Dibattiti equivalenti impazzano in molti sport tradizionali, anch’essi impegnati nel tentativo di stare al passo con l’evoluzione dei consumi e delle piattaforme. All’interno di questi dibattiti, la dicotomia è più o meno sempre la stessa: da una parte gli appetiti dei fan casuali di recente acquisizione, dall’altra quelli dei puristi di lunga data.

CRICKET – Twenty20 (un format più breve) ha attirato elogi e critiche in egual misura, ma è generalmente visto come un passo avanti per il gioco. I fattori positivi riguardano soprattutto la capacità di attirare nuovi fan, la maggior facilità di consumo e la maggiore adattabilità alle esigenze di sponsor e TV. Gli scettici invece prendono di mira la svalutazione dei test match tradizionali (come The Ashes, la tradizionale serie fra Inghilterra e Australia) e l’impatto negativo che match più brevi avrebbe sullo sviluppo dei battitori.

RUGBY – La palla ovale ha inaugurato ha introdotto un format accorciato già nel diciannovesimo secolo, il Sevens (il mio tipo preferito di rugby). Il successo di questa variante ha spinto molti a chiedersi se finirà per entrare in diretta competizione con il tradizionale assetto a 15. Anni fa, in alcuni Paesi i giovani cominciavano giocando a sette per migliorare la corsa e i passaggi, ma oggi l’opinione diffusa è che siano due sport diversi, soprattutto per la maggior stazza richiesta dalla versione tradizionale.

FORMULA 1 – Nel 1989, le corse vennero uniformate alla lunghezza massima di 305 chilometri, mentre negli anni ’50 si poteva arrivare a 600. Già nel 1974, inoltre, era stato introdotto un limite di due ore, un cambiamento che ebbe un impatto positivo sia sugli ascolti che sulla sicurezza dei piloti.

GOLF – Si è provato a introdurre espedienti come il “Powerplay Golf”, ma anche una serie di modifiche più sottili e divertenti come gli “alternate shot” per le gare a quattro. La Ryder Cup, un clamoroso successo commerciale, ha a sua volta un format differente rispetto a quello di un torneo tradizionale. Infine, alcune delle branche golfistiche in più rapida espansione sono attività “off-course” come il Topgolf o il Driveshack, essenzialmente versioni più immediate e accattivanti di un driving range [campo dove si pratica lo swing, ndr] che costituiscono degli eccellenti punti d’accesso per i neofiti.

SCACCHI –Negli ultimi anni sono diventate molto popolari le versioni “Blitz” e “Rapid”, osteggiate però da puristi come Magnus Carlsen, Vladimir Kramnik e Bobby Fischer, che le vedono come forme di puro intrattenimento nonché dannose per la concentrazione nei match sulla lunga distanza.

Infine, il tennis stesso ha già accorciato il format, limitando il tre su cinque agli Slam. Fino a qualche anno fa, le partite potevano arrivare al quinto anche nelle finali 1000 (fino al 2007) [tecnicamente, non c’è mai stata una finale 1000 al quinto, all’epoca erano ancora chiamati Masters Series, ndr], in quelle olimpiche (fino al 2016), e in Coppa Davis (fino al 2018). Anche il quinto set a oltranza è stato sostanzialmente abolito in favore del tie-break [con l’eccezione di Parigi, ndr], principalmente a causa dell’abilità di John Isner di rimanere aggrappato al proprio servizio come un gatto al suo padrone quando questo vuole fargli fare un bagnetto. Nuove variazioni come il Fast4, il Tiebreak10 o l’UTS sono mere estremizzazioni di questi tentativi.

La tematica più comune quando si parla di format sperimentali era, ed è ancora oggi, l’effetto prosciugante che hanno sullo sport tradizionale, oppure la l’eccessiva timidezza – le modifiche avvenute nel tennis non fanno eccezione, come il caso Mouratoglou dimostra ampiamente.

Vale sicuramente la pena dibattere su quanto i nuovi format completino gli sport tradizionali o su quanto li distruggano. Il cricket, il rugby e gli scacchi hanno beneficiato di considerevoli boom economici grazie all’affiancamento dei format più rapidi a quelli tradizionali. Le nuove versioni attirano appassionati più giovani e un maggior numero di spettatori casuali. Ergo, nell’immediato ci sarà inevitabilmente una sorta di simbiosi fra il nuovo e il vecchio, e potenzialmente una cannibalizzazione a lungo termine. Questi dati potrebbero spingere il tennis a lavorare internamente su un nuovo format, per paura di essere fagocitato in futuro da un nuovo format (o un nuovo sport) nato al di fuori del proprio controllo istituzionale, come successo al Real Tennis, di cui si parlerà a breve.  

In ogni caso, il tennis differisce da quasi tutti gli altri sport maggiori in un aspetto fondamentale: nessuno dei suoi format ha un limite di tempo o di gioco. A causa del sistema di punteggio, non ci potrà mai essere certezza su quando una partita si concluderà, visto che in teoria potrebbe durare per sempre. Il Twenty20 del cricket ha un limite di “over”, il rugby ha un limite di tempo in tutte le sue versioni, la Formula 1 ha un limite di tempo e distanza, le versioni rapide degli scacchi sono, appunto, rapide, e via dicendo. Per molti puristi, il mistero legato alla durata di un match è una delle cose più belle del gioco, un generatore di eventi cauali che tessono dettagli complessi e imprevedibili nella storia di un incontro. Per altri, soprattutto coloro che si interessano all’ottimizzazione degli spazi televisivi e alla soglia d’attenzione degli spettatori, il “mistero” di cui sopra è visto come qualcosa di gratuitamente démodé per cui nessuno ha più tempo. Non è un caso che quasi tutti gli esperimenti più recenti includano il No-Ad e un focus maggiore sui tie-break, e/o dei serrati confini temporali.      

Il problema, almeno per gli iconoclasti, è che il format tradizionale va ancora alla grande ai livelli più alti del gioco. Nonostante l’immancabile tropo “i MiLleNniALs HanNo UNa SoGLIa dELl’AtTenZiOnE dI mERdA” [coprolalia nell’originale ma sentimento condivisibile, ndr], gli spettatori aumentano su tutte le piattaforme, come visto, e quindi non ci sono molti dati concreti a suggerire un disamore dei giovani per il tennis, una volta esposti al gioco (tema che verrà approfondito di seguito). Una delle poche ricerche in materia (nessuno di questi studi è granché, cosa che potrebbe essere parte di un problema più grande per il gioco) suggerisce che i giovani fan preferiscono lo score tradizionale con una maggioranza bulgara:

La morale della favola, quindi, è che il format del futuro sarà da qualche parte a metà fra la rivoluzione di Mouratoglou e l’intransigenza dei puristi. Sul fronte del coach francese, la corsa degli sport per l’attenzione dei fan (e il loro conseguente e furioso tentativo di rintuzzare i format) è un po’ come quella dei supermercati ad abbassare i prezzi, una corsa da cui nessuno emerge realmente vincitore. L’acquirente (tifoso) si trova in mano un prodotto di merda [vedi sopra, ndr] e insoddisfacente, e i supermercati (associazioni sportive) non guadagnano, finendo esclusivamente a lottare con competitor che sono la loro immagine sbiadita. Si può discutere finché si vuole della competizione fra sport e Netflix o fra sport e gaming, ma se il tennis si piegasse a una rivoluzione tanto radicale del format finirebbe forse per trovarsi a combattere guerre ancora più aspre con queste forme di intrattenimento generico – sarebbe il caso di prendere in considerazione l’idea che alcuni sport possano provare a differenziarsi e offrire esperienze più profonde.   

D’altra parte, però, sebbene il format del tennis non necessiti aggiustamenti al livello più alto, non c’è motivo per cui non bisognerebbe sperimentare come hanno fatto altri sport, di modo da renderlo più accessibile di quanto già sia. L’innovazione andrebbe provata nelle sfere più basse (dove i guadagni e la crescita non sono così cospicui), o in concomitanza con i tour. La Laver Cup è un buon esempio di cosa può essere fatto buttando un po’ della tradizione dalla finestra (La Laver Cup è una competizione a squadre e enfatizza l’interazione con la panchina e gli aspetti più ludici) ma al contempo mantenendo gli aspetti fondamentali dello sport (ad esempio il punteggio, ancorché in una versione parzialmente corretta). Un altro esempio è il World Team Tennis, che incorpora alcune modifiche del punteggio nelle sue sfide miste a squadre – è un campionato davvero divertente, seppur America-centrico al momento.  

Francamente, se una versione “rivale” del gioco dovesse crescere tanto in fretta da minacciare lo status del tennis tradizionale, quasi tutti vedrebbero questa competizione positivamente in retrospettiva (se si eccettuano i puristi, rumorosi e attualmente importanti). Dopo tutto, ci sono dei buoni motivi per la decadenza del Real Tennis a favore del Lawn Tennis. E non è difficile indovinare come la pensassero i puristi del primo in relazione al neonato rivale. In particolare, una frase dell’articolo linkato svetta per attualità: “Il Real Tennis si basa sul tocco, sulla tecnica e sulla capacità di fare aggiustamenti all’ultimo secondo, non sulla forza bruta [a differenza del Lawn Tennis]”.

La cosa divertente è che risulta sinistramente simile a ciò che alcuni, cocciuti fan del tennis su erba dicono a proposito della brutalità e della mancanza di raffinatezza dei match su cemento o terra se paragonato al gioco dei prati, puro e fondato sul talento. A volte mi chiedo se gli organizzatori di Wimbledon, che ci ricordano continuamente di quanto disperatamente e irrazionalmente siano aggrappati alla tradizione, sarebbero ancora così altezzosi se venisse ricordato loro che una volta era il loro torneo ad essere l’iconoclasta foriero di ‘volgare brutalità’.

La storia ci viene in aiuto, perché ci ricorda che all’inesorabile incedere del tempo non potrebbe fregare di meno delle nostre preziose e puriste tradizioni, specialmente in un arco di tempo sufficientemente lungo.

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Circoli in vista

Serie A, così non va. Difetti e proposte

Modesti ritorni d’immagine (ma forti costi) per il club, sponsor, FIT. Trascurate qualità e promozione. Eppure la giocano Sonego, Musetti, Andujar, Travaglia, Bautista Agut, diversi top 100 ATP

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Lorenzo Sonego e Lorenzo Musetti - Assoluti Todi 2020 (foto Federtennis)

La presentazione del campionato di Serie A1 (di Luca De Gasperi)


In tempi di COVID-19 si fa quel che si può. Il campionato di serie A comincia ancor più in sordina del solito per i motivi che conosciamo. Senza raccattapalle, giudici di linea, conferenza stampa post gara (per chi le organizzava), hostess degli sponsor (per chi le aveva). Non è tutto sommato un male che non ci siano più i match di andata a ritorno, formula che appartiene tradizionalmente più al calcio (e altre discipline) che non al tennis. Troppe volte in passato le squadre che avevano perso l’andata in casa affrontavano le successive gare di ritorno (specie in trasferta) schierando dei ragazzini del club al posto dei migliori. Talvolta anche per risparmiare i gettoni di presenza dei tennisti più qualificati e più cari, quando si aveva la convinzione di non poter comunque recuperare.

Il risultato era che ne venivano fuori duelli di insignificante qualità e di nessuna incertezza. Quasi imbarazzanti per quegli spettatori, e sponsor, che si fossero trovato casualmente al club incuriositi da un match di cosiddetta serie A. In termini di promozione un boomerang. Sono anni che lo si dice, ma la FIT non ha mai mostrato di credere e di voler investire granché in questo campionato, trascurato da tutta la stampa nazionale perché promosso da sempre poco e male. Forse in FIT sono i primi a non credere nella possibilità di farlo crescere e diventare interessante.

 

La FIT ha incessantemente cambiato regolamenti ogni due per tre e obbligato i club a schierare non più un solo allievo cresciuto nel club ma due (troppi!) per la preoccupazione (da un lato comprensibile) di un tennis-mercato che, poco fair, favorisse smaccatamente i circoli più ricchi come ai tempi dei ripetuti successi del Tennis Capri. Il risultato è che al di fuori dei circoli che la giocano, pochi si accorgono che esiste. E anche all’interno dei circoli, salvo che ci siano dirigenti particolarmente attivi e pronti a promuovere il loro club anche con i mezzi che offrono internet, i social, i siti, ben pochi sono i soci al corrente del suo svolgimento.

Soprattutto la sensazione è tale per cui, dopo aver riscosso le quote di iscrizione, la FIT non si sia mai preoccupata troppo della qualità del suo primo campionato, che pure è utile ai giocatori di prima fascia nazionale (e in particolare ai giovani cui la FIT dovrebbe in particolare dedicare la sua attenzione) per guadagnare esperienza e soldini necessari a potersi permettere un’attività agonistica internazionale. Molte squadre di A, che investono diverse decine di migliaia di euro (alcune anche intorno ai 100.000 e più), rischiano ogni anno di rimetterci soldi. A che pro? Per la soddisfazione di partecipare? Non sarebbe stato incentivante predisporre almeno un minimo montepremi per un evento professionistico e legato in gran parte a giocatori di respiro professionistico? Premi per almeno le prime due, quattro squadre? Quantomeno la non obbligatorietà di pagare le iscrizioni l’anno successivo per le partecipanti alle finali come “ricompensa” per il traguardo raggiunto?

Posso anche comprendere che in questi giorni la FIT, angosciata per il lucro cessante degli Internazionali d’Italia (sia che si disputino, o no, a porte semichiuse o meno, una perdita rispetto al budget previsto 8 mesi fa certo purtroppo sarà inevitabile) non avverta l’urgente necessità di “investire” qualcosina di più sul proprio campionato di serie A. Ciò pur avendo sbandierato da tempo di essere la federazione sportiva con il bilancio più florido fra tutte (calcio escluso).

Ma quantomeno potrebbe annunciare, per stimolare i propri circoli che tanta passione e impegno economico dimostrano anno dopo anno, che almeno nel 2021 – COVID-19 permettendo – qualcosa di diverso verrà fatto per gratificare chi se lo merita. 

Per tutto questo primo semestre, se qualcuno avesse voluto mostrare ad altri, a uno sponsor quali erano le squadre di Serie A, quali erano i team campioni in carica, non aveva modo di farlo. Una ricerca sul sito della FIT non dava esito. Finalmente la scorsa settimana la FIT ha fatto conoscere squadre partecipanti e calendario. Ma anziché diramare e pubblicizzare il calendario, la FIT ha raccomandato ai club di mantenerlo segreto, di non diffonderlo. Il perché è misterioso. Di solito tutte le altre federazioni si danno da fare per far sapere chi gioca contro chi e quando. Perché la FIT non vuole farlo sapere? Perché non si è ancora deciso dove, quando e come si svolgeranno le fasi finali? Con quante squadre? Sembra davvero tutto così improvvisato… quando mancano pochissimi giorni all’inizio del campionato.

La FIT dovrebbe finanziare o perlomeno aiutare i circoli che investono sulla serie A. Come? I sistemi potrebbero essere diversi. C’è chi suggerisce un gettone minimo (€ 1000/2000 euro?) per ogni incontro di girone vinto? Ciò spingerebbe i circoli ad essere competitivi in ogni partita del girone anche a classifica definita. Ma tutti concordano sulla opportunità di garantire premi almeno alle squadre semifinaliste con bonus finale alla vincitrice.

Tennis Club Prato: le vincitrici della Serie A1 2019 – Foto Marta Magni

C’è chi ha fatto grandi sforzi (e non solo finanziari) per raggiungere le fasi finali del campionato. A parte la soddisfazione personale per il circolo e i giocatori, quei club non hanno ricevuto alcun supporto. Anzi, hanno dovuto affrontare parecchie spese anche per il weekend della finale. 

Alcuni circoli, nonostante tutto, vivono molto intensamente il campionato e ciò si riflette poi anche sulle squadre minori creando aggregazione e spirito di club. Motivo per cui se ci fosse un aiuto tangibile, anche la federazione ne riceverebbe sicuramente un ritorno. E tutto il movimento tennistico. 

Un’altra idea potrebbe essere quella di studiare un modo perché, al di là della diretta Supertennis garantita a copertura delle finali, almeno i circoli che dimostrassero di investire di più (se non si riuscisse ad accontentare tutti) venissero aiutati o a dotarsi di una produzione televisiva locale ma professionale per poter passare a Supertennis una o più partite in diretta (o anche una sintesi registrata di una durata predeterminata; certo ci sarebbe la difficoltà di assemblare materiali diversi provenienti da più parti, ma tutto si può affrontare e risolvere dopo aver definito alcune linee guida), oppure inviando nelle domeniche agostane (in cui oltretutto di tennis internazionale vero non ci sarà per buona parte del mese) una troupe di Supertennis (tramite Crionet?). Si potrà magari sorteggiare quest’anno quattro o otto club leader da mostrare. E  l’anno prossimo saranno altri otto e via dicendo. Ma occorre che la FIT per prima si preoccupi di dare agli sponsor dei club un minimo di visibilità per garantire un minimo di ritorno.  Per quest’anno e, in prospettiva anche con il preannuncio di qualche iniziativa, per gli anni a venire. 

Non è giusto che tutto ricada sulle spalle dei circoli più appassionati. È un compito della FIT proteggere e promuovere il proprio campionato. Anche a livello di news, di racconto giornalisticamente preparato si può fare meglio. Non solo la lettura dei risultati, please

Poi per carità, anche il contenitore “Circolando” di Supertennis, può essere gestito in modo tale che i circoli di serie A e B che si impegnano di più abbiano un ritorno apprezzabile. Ma, possibilmente, non seguendo il criterio di favorire il circolo più amico a detrimento di quello meno amico. Perché non approntare una serie di criteri oggettivi di “premi Serie A”, X minuti di esposizione televisiva (più o meno minuti a seconda risultati conseguiti), premi Serie B… idem come sopra?

D’altra parte è vero che i circoli non sono fin qui mai riusciti, di concerto con la FIT (perché no?), a organizzare una giornata costruttiva anche telematica (via Zoom? Oggi è facilissimo, non costa nulla!) per confrontarsi e proporre alternative, idee, opzioni sinergiche. Da parte federale si preferisce evidentemente che le cose proseguano così, dato che mi risulta che la proposta sia stata ogni tanto avanzata da qualche circolo partecipante. Si preferisce, di fatto e la storia insegna, che non ci sia alcuna riunione. È più facile imporre – giusta o sbagliata che sia l’imposizione – quel che si vuole dall’alto senza discutere e confrontarsi. Dicevano i latini: “Divide et impera“.

Tutto ciò appare abbastanza incredibile, se non fosse che l’attenzione a questo campionato non è mai stata quella che avrebbe dovuto essere. Addirittura per le premiazioni delle squadre campioni d’Italia è successo più volte perfino che le disertasse il presidente federale. Mi chiedo davvero in quale altro massimo campionato nazionale di altri sport possa avvenire una tale evidente mancanza di rispetto. Si chiede molto ai circoli, per tenere questa manifestazione in vita. Ma si fa davvero piuttosto poco per sostenerla adeguatamente. Cosa si potrebbe fare invece, ad esempio? Comprare spazi, ad esempio, su giornali e siti all’indomani delle giornate di gara, oppure alla vigilia per cercare di veicolare maggior pubblico (quando il COVID-19 ci avrà lasciato in pace…). Ciò se le casse federali fossero in tal sofferenza da non potersi permettere di acquistare un piccolo spazio prima e dopo.

Oggi, oltretutto, con la crisi della carta stampata, gli spazi sul media cartacei costano pochissimo. È anche vero, d’altro canto, che vengono sempre meno letti (soprattutto dei giovani che hanno solo il cellulare in mano) e un trafiletto in una pagina di sport fra le 30-40 pagine di un giornale ha poco impatto. Ma sempre meglio di niente. 

Una minima organizzazione federale a livello comunicazionale dovrebbe consentire alla FIT di scegliere i media tennistici locali (e non) più validi. Si tratterebbe di un’azione intelligente, perché aiutare i media di vario tipo a dare più spazio al tennis significa aiutare tutto il comparto tennis, che vive anche di informazione, di stimoli. Una campagna informativa – giornali e/o social – aiuterebbe poi i circoli a rendere maggiormente visibili gli sponsor che supportano le squadre, nella maggior parte dei casi, finanziatori per la passione nel tennis e nello sport in generale, senza un reale ritorno.

Che il sottoscritto nel lanciare quest’ultimo banale appello-suggerimento non abbia alcun interesse privato sarà chiaro e lampante per tutti: la FIT non comprerà mai spazi su Ubitennis, sito libero di opinione e critica. La FIT non lo farebbe neppure se Ubitennis avesse 70 milioni di visitatori unici, cioè quanto tutti gli italiani. Ne abbiamo solo 5 milioni, una cifra cui nessun altro sito specializzato si avvicina neppur lontanamente. Ma a Ubitennis, se la FIT sovvenzionasse in qualche modo altre testate, farebbe solo piacere. A questo mondo non si deve essere miopi. Più si vede, si legge, si parla, si discute di tennis, ovunque lo si faccia, lo si promuove e meglio è per tutti. Anche per Ubitennis. E dovrebbe essere anche per la FIT. Ma per capirlo ci vuole una dirigenza illuminata, con una visione. Per anni, almeno in rapporto alla Serie A, non ci siamo accorti di averla. Ma siamo ottimisti. Il rilancio parte dalla consapevolezza, dalla volontà, dall’ottimismo della ragione.

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evidenza

I migliori colpi in WTA: capitolo finale

Quindicesima e ultima puntata della serie dedicata all’analisi dei colpi in WTA. Da Serena Williams a Bianca Andreescu, da Simona Halep ad Ashleigh Barty, ecco la classifica definitiva con il “meglio del meglio”

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Simona Halep - Australian Open 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

Le puntate precedenti:
1. I migliori colpi in WTA: il servizio
2. I migliori colpi in WTA: la risposta
3. I migliori colpi in WTA: il dritto
4. I migliori colpi in WTA: il rovescio a due mani
5. I migliori colpi in WTA: i rovesci a una mano
6. I migliori colpi in WTA: la smorzata
7. I migliori colpi in WTA: il pallonetto
8. I migliori colpi in WTA: volée e schiaffo di dritto
9. I migliori colpi in WTA: volée e schiaffo di rovescio
10. I migliori colpi in WTA: le demivolée
11. I migliori colpi in WTA: smash, ganci, veroniche
12. I migliori colpi in WTA: la mobilità
13. I migliori colpi in WTA: lettura e costruzione del gioco
14. I migliori colpi in WTA: le qualità agonistiche


Siamo arrivati all’ultimo articolo della serie dedicata ai migliori colpi in WTA: è il momento di provare a tirare le fila di tutti i temi trattati, e di chiudere con qualche riflessione.

Prima riflessione. Proprio come nella suddivisione degli articoli, capita piuttosto spesso di pensare alle giocatrici isolando singoli colpi, nel tentativo di identificarne punti forti e punti deboli: servizio, risposta, dritto, rovescio, etc etc. Sicuramente è un approccio logico, ma non è privo di controindicazioni.

 

Con questo criterio, ogni esecuzione vista in campo viene fatta rientrare in una categoria definita di gesti tecnici (servizio, dritto, rovescio, etc.) che può essere anche analizzata sul piano numerico attraverso statistiche. L’approccio può risultare molto seducente perché in questo modo qualsiasi partita di tennis viene distillata, sezionata, e trasformata in qualcosa di più semplice e omogeneo. E quindi classificabile. Sembra tutto molto coerente, eppure ci si rende conto che non sempre questi numeri riescono davvero a descrivere un match. E parlo di descrivere, perché pretendere di spiegare sarebbe ancora più ambizioso. Come mai?

In parte per il sistema di punteggio del tennis, che fa sì che i singoli punti non pesino allo stesso modo. Ma secondo me ci sono anche ragioni tecniche. Pensiamo per esempio alla differenza tra un dritto colpito su una parabola alta sopra la spalla, e uno invece eseguito con la palla sfuggente a pochi centimetri da terra. Sono sempre due dritti, e quindi finiscono nella stessa categoria: ma quanto hanno in comune?

Dovremmo allora dividerli in sotto-categorie differenti? Potrebbe essere, ma in questo modo è come se aprissimo un vaso di Pandora, perché diventerebbe molto difficile identificare le nuove categorie e anche il modo di gestirle e analizzarle sul piano statistico.

E cosa dire dei colpi funzionali allo sviluppo di una combinazione, vale a dire che hanno un senso soprattutto in funzione del colpo successivo? Per esempio una volta si ragionava in termini di serve&volley; oggi qualcosa di affine accade, con la combinazione “servizio+dritto”.

Insomma, i colpi sono elementi fondamentali di un match, ma non lo descrivono completamente. E così, più si prova a definire un quadro completo, più ci si accorge che è quasi impossibile trovare un punto di vista capace di abbracciarlo per intero.

E poi c’è un secondo aspetto, che porta a un’altra riflessione fondamentale. Durante una partita di tennis, tra un colpo e l’altro, entrano in gioco altri elementi non meno importanti: un intero mondo di movimenti, di gesti, di pensieri che possono fare la differenza. Ecco perché (come ho spiegato alcune settimane fa) ho deciso di ampliare la serie provando a considerare alcune caratteristiche fisiche e mentali. Aggiungendo quindi una classifica dedicata alla mobilità, una alle qualità tattiche, e una alle doti agonistiche. Con la consapevolezza che si tratta comunque di un tentativo parziale che non sarà mai del tutto soddisfacente.

In sostanza credo che queste classifiche non vadano considerate un punto di arrivo, ma piuttosto un punto di partenza per continuare a sviluppare ragionamenti sul tennis giocato, anche in un periodo senza nuovi match. E proprio per continuare a discutere, a conclusione di tutto, è arrivato il momento di riepilogare “il meglio del meglio”.

Negli articoli precedenti, prima della classifica vera e propria, segnalavo qualche giocatrice esclusa in extremis. Questa volta, invece, cito i colpi sui quali sono stato più in dubbio nel definire le gerarchie. Sul servizio è stato facile: Serena Williams ha chiuso la questione prima ancora di aprirla. Anche per la risposta e per il rovescio, tutto sommato non è stato poi così difficile decidere le primissime (parere personale, naturalmente).

La classifica del dritto, invece è stata molto ardua. E confesso che riaprendo l’articolo a distanza di qualche settimana mi sono sorpreso, perché mi ricordavo il podio virtuale con un ordine diverso; a dimostrazione di quanto vicine percepisco le prime giocatrici.

L’altro colpo sul quale ho avuto le maggiori difficoltà è stata la demivolée. Qui di seguito troverete tre nomi con un ordine, giusto per non andare contro l’impostazione generale; ma rimango convinto di non avere argomenti sufficienti per definire una gerarchia definitiva. Ecco perché nell’articolo specifico mi ero limitato all’ordine alfabetico.

Partiamo quindi con il meglio di ogni tema. Ricordo che cliccando sul titolo di ogni classifica si aprirà l’articolo corrispondente, che prova a spiegare le ragioni delle scelte.

Per chi non fosse interessato a ripercorrere le classifiche, invito a dare una occhiata a pagina 4, dove è illustrata l’anteprima relativa ai prossimi articoli dedicati a Wimbledon 2020 virtuale.

a pagina 2: Le migliori nei colpi da fondo campo

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