Santiago: quarant’anni dopo tanta ipocrisia. E oggi tanta nostalgia per l’unica Davis

Santiago: quarant’anni dopo tanta ipocrisia. E oggi tanta nostalgia per l’unica Davis

LA STORIA – I ricordi del direttore. Il momento storico e la battaglia politica. La vittoria arrivò prima dell’arrivo a Santiago. “Non si giocano volée contro il boia Pinochet”

40 anni dal trionfo in Davis. Bertolucci: “Finora se ne sono fregati, ora fanno festa”

40 anni dal trionfo in Davis. Panatta: “Triste vedere oggi la competizione trascurata”

Quando 40 anni fa l’Italia vinse la sua prima e unica Coppa Davis a Santiago del Cile, io – sebbene avessi cominciato a collaborare con La Nazione fin dall’ottobre 1972 – non ero ancora stato assunto dal giornale. In quei quattro anni avevo già scritto centinaia di articoli però, di tennis (il primo dei miei 143 Slam è stato Wimbledon 1974) e di cronaca. Alla vigilia della finale di Coppa Davis Domenico Bartoli, un grande giornalista ex corrispondente da Londra e Parigi per Corriere della Sera e Stampa divenuto direttore per 10 anni de il Resto del Carlino e per 7 de La Nazione (1970-1977), mi fece l’onore di chiamarmi nella sua stanza – inaccessibile ai più, figurarsi ad un giovanissimo collaboratore esterno! – per affidarmi quello che definì un delicato incarico. “Giovanotto, sull’opportunità di giocare questa finale di Coppa Davis a Santiago del Cile, in casa di Pinochet, il Paese è molto diviso. Lei, prescindendo da quelle che sono le sue idee, mi scriva un doppio articolo che deve risultare equilibrato nei motivi e nello spazio, illustrando le ragioni del sì e le ragioni del no. Li pubblicheremo fianco a fianco. Lei è giovane, le stiamo dando una prova di grande fiducia“. Fin lì avevo ricevuto incarichi di scrivere soltanto dal capocronista (Firenze) e dal capo della redazione sportiva, Raffaello Paloscia. Ero emozionatissimo. “Il titolo sarà Davis in Cile sì o no?”

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L’articolo di Ubaldo Scanagatta per “La Nazione”, 1976

Un breve promemoria storico-politico è necessario. Quell’anno, 1976, c’erano state le Olimpiadi di Montreal e i Paesi africani le avevano boicottate in segno di protesta nei confronti della politica razzista del Sud Africa dove vigeva l’apartheid. Due anni prima, nel ‘74, il Sud Africa aveva vinto la Davis, dopo aver battuto in semifinale un’Italia presentatasi a Johannesburg con alle spalle un agosto vacanziero in Sardegna dei nostri giocatori di punta, perché l’India si era rifiutata di affrontare i sudafricani Moore, Hewitt e McMillan. Insomma ipocrisie politiche di vario tipo facevano sì che una volta un Paese, una volta un altro, decidessero di boicottare un qualche evento sportivo. Chi sosteneva l’autonomia dello sport nazionale e internazione rispetto ai fatti politici era considerato un bieco reazionario. Anche se una volta si poteva ritenere che regimi autoritari e crudeli fossero…di destra, e un’altra volta di…sinistra. Tant’è che alle Olimpiadi di Mosca 1980 non parteciparono gli Stati Uniti e 65 Paesi Occidentali – l’Italia si… distinse per una soluzione di compromesso, niente bandiere e niente atleti delle forze militari – e per ritorsione a quelle di Los Angeles del 1984 non andarono la Russia e 14 Paesi del blocco comunista.

Pinochet era un dittatore sanguinario, nei sotterranei dello stadio di Santiago dove si sarebbe dovuta disputare la finale fra il 17 e il 19 dicembre, erano stati messe in prigione e torturate migliaia di persone. Le immagini che arrivavano da quel Paese e i racconti degli scampati erano impressionanti. In Italia (dopo che nel match Svezia-Cile, non erano mancate massicce manifestazioni di protesta), la sinistra era tutta per il no a Santiago, PCI e sindacati in testa in nome dell’antifascismo, della importanza che allo sport avevano sempre dato in passato tutti i regimi (da Hitler in poi) e a nulla sembravano valere le proteste della destra che sottolineavano come il Governo italiano non avesse però alcuna intenzione di interrompere i rapporti commerciali con il Cile. Esportavamo Fiat, importavamo rame. C’erano decine di migliaia di nostri connazionali che lavoravano in Cile. Paolo Galgani, socialista, faceva il pesce in barile. Se non ci fosse stato Nicola Pietrangeli a battersi in Rai e sulla stampa per “non perdere l’occasione di conquistare la prima Coppa Davis anziché fornire uno strumento di propaganda proprio al regime di Pinochet” non ci sarebbe stato neppure dibattito. Perfino il direttore della Gazzetta dello Sport Reno Grigliè (“Il peggiore che io abbia mai avuto, di sport non sapeva nulla” soleva ripetere Rino Tommasi) si schierò contro la trasferta.

A manifestare contro la trasferta c’era, insieme al movimento studentesco, anche l’attuale consigliere della FIT ed ex direttore della comunicazione federale Giancarlo Baccini– allora giornalista de Il Messaggero – che sfilava davanti agli uffici FIT gridando “no, no, no, nessuna volée contro il generale Pinochet”. Finchè anche un senatore comunista sardo molto ascoltato da Berlinguer e certo appassionato di tennis, Ignazio Pirastu, responsabile dello sport per il partito comunista, intervenne per dire che aveva ricevuto messaggi da comunisti cileni in esilio che suggerivano invece agli italiani di affrontare la trasferta cilena perché favoriti e candidati alla vittoria. Una vittoria cilena, sia pure per assenza degli avversari, avrebbe favorito il regime di Pinochet.  In Cile era stata esposta la Coppa Davis e i biglietti erano stati tutti venduti quando ancora l’Italia non aveva deciso se partire o meno. Panatta, Bertolucci e Zugarelli erano all’estero. Ma avevano dichiarato che non avrebbero più giocato per l’Italia se non fosse stata data loro l’opportunità per conquistare uno storico successo. E non potevano davvero immaginare che storico sarebbe rimasto davvero… perchè unico in 40 anni di storia.

Alla fine prevalse la ragione, l’ItalDavis andò in Cile. Con la solita tendenza al compromesso italico la RAI però decise di non trasmettere l’evento, che fu raccontato invece dalla radio e da Mario Giobbe.

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