Mini Slam o maxi noia?

Indian Wells e Miami, Masters 1000 atipici. Un tabellone più ampio, con Federer e Nadal ad attendere, significa spettacolo o mediocrità?

Mini Slam o maxi noia?

La scorsa domenica è andato in archivio il torneo di Indian Wells, che ha visto, nella sua 42esima edizione, il trionfo di Roger Federer e Elena Vesnina, di cui abbiamo già ampiamente dibattuto. Sotto la proprietà del magnate Larry Ellison (proprietario del colosso Oracle, tra le più importanti compagnie di gestione di database del mondo), il torneo californiano si sta distinguendo sempre più come mini-Slam, preferito da giocatori e media per organizzazione, strutture, comfort e servizi. Non ha battuto il record di affluenza, che rimane quello di due anni fa, ma si è confermato un, se non il, polo di attrazione per il tennis mondiale nel calendario ATP e WTA, Major esclusi (e anche su questo, con le condizioni in cui versa l’impianto del Roland Garros, ci sarebbe da discutere). L’affermazione di Federer ha senz’altro contribuito ad aumentare l’entusiasmo e il coinvolgimento specialmente nelle fasi finali: perché no anche Vesnina, sbucata un po’ dal nulla e forte quasi esclusivamente del suo pedigree in doppio, è stata parte integrante del successo della kermesse, nel rush conclusivo per il titolo (giunto per altro in un derby russo con Kuznetsova). Per l’appunto, le fasi finali.

Il torneo di Miami, in corso da giovedì scorso, è l’unico insieme a quello dei Pozzi Indiani ad utilizzare un tabellone a 96 giocatori: dieci giorni di competizione, un bye per le prime 32 teste di serie (la più bassa in Florida quest’anno il nostro Paolino Lorenzi, sconfitto da Mannarino all’esordio). Per quanto nell’ultimo decennio la forbice con l’appuntamento californiano si stia sempre più ampliando, grazie (o a causa) degli sforzi del suddetto Ellison, che reinveste nel torneo ogni dollaro guadagnato con esso. Questo significa che sì, l’appuntamento dura l’esatto compromesso temporale tra un Masters 1000 classico e uno Slam, e sì, allargando il parterre si aumenta il valore complessivo della competizione. Ma un’impostazione del genere comporta anche giornate iniziali di rilievo minimo, scontri tra qualificati di dubbio interesse, wildcard che arrivano al terzo turno grazie ad un sorteggio benevolo. Oppure ancora, lucky loser, ripescati al tabellone principale dopo una sconfitta in quello cadetto, che magari stringono la mano alla sorte e ne approfittano alla grande: da ultimo, Yoshihito Nishioka, che della seconda occasione ha colto ogni frutto possibile a Indian Wells. Il giovane giapponese si è preso la rivincita con Elias Ymer, che lo aveva estromesso dal torneo di qualificazione, per poi incamminarsi bel bello fino al quarto turno, battuto solo da Wawrinka, poi finalista, e dopo aver mandato a casa Karlovic e alla neuro BerdychInsomma, di per sé anche una bellissima storia, di quelle necessarie ad uno sport che in questo momento è monopolizzato sempre dagli stessi volti, e chissà per quanto ancora.

 

Ma un episodio isolato, che si distingue in un pantano iniziale che al tennis bene non fa. Le giornate di primo turno sono un autentico prolungamento del tabellone di qualificazione, una sorta di tombola a cui due volte l’anno chi ne ha la possibilità si iscrive e magari copre anche tutti i numeri: chi perde al primo turno a Indian Wells incassa 13mila dollari, a Miami 11mila. Poco meno del doppio se si raggiunge il secondo turno: se vesti i panni del Jan Lennard Struff di turno, da numero 63 del mondo al primo turno approfitti del ritiro di Bedene, al secondo match superi Simon che si è svegliato sul piede sbagliato, e al terzo (di nuovo, terzo turno di un Masters 1000) te la giochi con Delbonis, che nel frattempo ha sconfitto Monaco e Carreno Busta. Con tutto il rispetto, ma sono nomi che in un Challenger non sorprenderebbero più di tanto, forse con l’eccezione di Pablo, ormai 19 del mondo. Struff-Delbonis al terzo turno di un Mini Slam? In definitiva quindi, più giocatori in tabellone garantiscono più azione e presuppongono per loro guadagni inavvicinabili con un’impostazione classica: ma comportano anche, forse paradossalmente, un abbassamento della qualità iniziale del torneo,  condita solo (punti di vista poi, solo) dal sudore di chi deve guadagnarsi ogni punto e ogni centesimo, mentre i big sono ancora in ciabatte o nell’idromassaggio (di cui le facilities di Indian Wells fanno grande sfoggio). La soluzione, però, dovesse poi effettivamente servire, sembra essere lontanissima, in un ambiente dominato dai diritti televisivi e dagli interessi economici che vengono a galla nel poter mostrare e condurre un evento nel più ampio spettro di tempo possibile, in un calendario così fitto come quello del tennis. Sopratutto se il confronto è con i tornei più importanti di tutti: a costo di proporre un prodotto di mediocre fattura, ci si rincorre per accaparrarsi più date (e quindi visibilità) possibili.

Ci sarà un motivo se in questi primi giorni di Miami, a destare scalpore è stata un’iguana, no?

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