La scommessa di Ribeiro, ennesimo pesce piccolo finito nella rete

Un altro caso di scommesse, ma lontano dalle luci della ribalta. Quali sono le cause e le possibili soluzioni di questa piaga del tennis?

La scommessa di Ribeiro, ennesimo pesce piccolo finito nella rete

L’ennesimo caso di squalifica per scommesse fa capolino sulla scena del tennis mondiale, ma si tratta di una vicenda poco roboante e ben lontana dai piani alti dell’élite della racchetta. Tuttavia è una storia che permette di aprire una piccola finestra su questo oscuro sottobosco di cui tutti parlano, ma di cui altrettanto spesso ci si dimentica. Il protagonista è lo spagnolo Samuel Ribeiro Navarrete, 24 anni,  squalificato per otto mesi dalla Tennis Integrity Unit (TIU) per aver violato il Tennis Anti-Corruption Program (TACP). Dovrà inoltre pagare una multa di 1,000 dollari. Le indagini hanno dimostrato che il giocatore possedeva un account su un sito di scommesse online, tramite il quale ha puntato su 28 match tra gennaio e marzo del 2013. È giusto sottolineare che nessuno di questi match lo vedeva protagonista.

Il protocollo è però piuttosto chiaro e stabilisce che “nessuna persona coinvolta ( il concetto di “Covered Person” include tutti gli “addetti ai lavori”, giocatori, allenatori, giornalisti, staff) può, direttamente o indirettamente, scommettere o tentare di scommettere sul risultato finale o su ogni altro aspetto di qualunque competizione tennistica”.L’iberico, che ha un best ranking di numero 723 raggiunto nel luglio 2016, potrà vedere la propria squalifica dimezzata qualora non dovesse commettere altre infrazioni del TACP. Non è la prima volta che un giocatore viene squalificato per scommesse, ma senza aver commesso reato di match fixing, ovvero senza essere stato pagato per truccare un incontro. Era già accaduto, per esempio, lo scorso anno al rampollo della Federazione francese Constant Lestienne, il quale ricevette una squalifica di 7 mesi e una multa di 10,000 dollari per aver puntato sulla finale del Roland Garros tra Wawrinka e Djokovic. Quello del giovane francese fu un peccato di leggerezza, che gli costò però caro: accortosi che sul suo conto online (che non usava più dal 2013) erano rimasti 2,90 euro, decise di giocarli sulla già nominata finale, non pensando alle conseguenze di tale atto. Gli venne anche revocata la Wild Card che il Roland Garros gli aveva concesso.

 

In entrambi i casi fa un po’ storcere il naso l’entità delle sanzioni, in relazione al dolo, e soprattutto la strana sensazione che siano sempre i pesci piccoli a finire nella rete. Le condanne di Ribeiro e Lestienne rientrano in una sorta di zona grigia di colpevolezza, assodata certo, ma ben distante dalla macchia nera dei match fixers (categoria nella quale rientrerebbero gli ormai famigerati (Potito Starace e Daniele Bracciali). La corruzione legata alle scommesse è un fatto ormai assodato, ma che a essere puniti siano spesso e volentieri giocatori semisconosciuti e colpevoli di infrazioni minori, lascia un po’ straniti. La causa di ciò potrebbe essere esterna o interna. O l’ITF, in questo caso rappresentata e coadiuvata dalla TIU, non è in grado di scovare e sanzionare gli autori di combine oppure sono i giocatori coinvolti a non volere che tutta la questione venga a galla, perché andrebbe contro il loro interesse. Se infatti andassimo ad analizzare i prize money dei tornei minori, scopriremmo che la proposta di truccare una partita risulterebbe più che allettante per un giocatore di seconda fascia che deve finanziare il prosieguo della propria carriera. I costi nel tennis, come è noto, sono tanti (viaggi, alloggi, eventualmente allenatore e staff) e non è semplice chiudere il bilancio annuale in attivo per i tennisti che lottano nella bolgia dei Challenger e dei Futures. Questo è purtroppo uno dei motori più forti della macchina scommesse che si muove per il mondo del tennis come un nero fantasma, onnipresente eppure ineffabile.

Quali potrebbero essere le soluzioni a questo problema? Evidentemente la regola che vieta qualsiasi tipo di scommessa sugli eventi tennistici, pur assolutamente giusta e condivisibile, non è sufficiente. Essa ottiene il solo effetto di “catturare” e punire chiunque, in maniera più o meno sprovveduta, piazzi una scommessa su un match altrui, ma ha scarsa forza nei confronti di un giocatore che trucchi le partite, il quale sicuramente non si espone scommettendo in prima persona, ma delegando ad altri oppure semplicemente riscuotendo la cifra per la quale si è venduto. Un rimedio possibile, anche se di difficile attuazione, potrebbe essere quello di vietare qualsiasi tipo di scommesse riguardante il circuito Futures e Challenger, limitandole solo agli eventi maggiori i cui partecipanti sono in teoria più protetti da certi tipi di seduzione. In alternativa (o in aggiunta), si potrebbe tentare di rimpolpare i montepremi dei tornei minori, tramite un accordo con le federazioni che porti ad una redistribuzione e ad un reinvestimento dei fondi e dei maxi introiti degli Slam (su questo tema torneremo prossimamente con un approfondimento). Entrambe le soluzioni non sono però di semplice attuazione, a causa della miriade di interessi economici che gravitano attorno al mondo del betting e delle federazioni, ma potrebbero fornire un valido appoggio e incentivo per quei tennisti che, pur in lotta con la propria coscienza, vengono spinti all’illecito dal conto in banca. Di certo c’è che oggi come oggi il fenomeno delle scommesse è diffuso a tutti i livelli e trae linfa vitale dalla base stessa del sistema tennis, con tutte le sue disparità economiche in termini di premi e sponsor. Così ci ritroviamo con un sistema che allo stesso tempo premia i vincitori meritevoli e i perdenti di professione.

 

CATEGORIE
TAG
Condividi