Dumusois, parola all’arbitro

Carriere a bocca cucita, ma di tanto in tanto qualche eccezione si fa strada. Parla uno dei giudici più in auge del tour, per una volta seduto "ad altezza di intervista"

Dumusois, parola all’arbitro

A pensarci bene gli arbitri del tennis, tenuti come sono a concedere poca confidenza e a mantenere a debita distanza giocatori, giornalisti e in genere qualsiasi “compaesano della racchetta”, sono ammantati da una certa aura di mistero. Le interviste, rarissime, toccano sempre marginalmente il loro ambito lavorativo, e quando ne capita qualcuna, la si coglie senza stare a sindacare troppo sulla rilevanza di merito.

Damien Dumusois, tra i chair umpires in carica, è certamente uno tra i più in vista: a soli 38 anni vanta un curriculum vitae notevolmente fornito, che comprende il Gold badge, il livello più alto per il suo ruolo, e la seduta sul seggiolone di quattro finali Slam tra uomini (Roland Garros 2012, 2015, 2016 e nel più recente ultimo duello di Wimbledon) e una tra donne, un evento centrale nella storia del tennis italiano, ossia quella dell’Open di Francia 2010 vinta da Francesca Schiavone su Samantha Stosur. Una carriera sempre in ascesa e sotto le luci dei riflettori, dunque non stupisce il fatto che il buon Damien abbia acconsentito ad aprire la bocca davanti a un taccuino durante un occasionale momento di minor pressione lavorativa. Di solito abituato ad apparire davanti alle telecamere dei tornei più importanti, questa volta Dumusois è stato intercettato dal quotidiano Ouest France in quel di Quimper, dove il giudice settimana scorsa ha diretto i lavori del piccolo Challenger locale.

 

Una bella differenza tra il Finistère e la recentemente visitata Melbourne, non c’è che dire. Noi arbitri dobbiamo garantire l’ impegno per venticinque settimane l’anno, con l’obbligo di dedicarne una a un torneo Challenger: serve per fare formazione, per portare professionalità negli eventi più piccoli, dare consigli agli arbitri in ascesa. Lo scorso anno il torneo di Quimper si incastrava perfettamente con i miei impegni e mi ci sono trovato benissimo, quindi ho deciso di tornare”. E la faccenda non sembra pesargli, vista la percepibile passione che anima l’avventura della sua carriera. “Ho giocato al massimo a livello regionale, fino a quando un giorno nel mio club (il TC Monchanin, dipartimento di Saona e Loira, Francia centro-orientale, ndr) c’era bisogno di un arbitro e mi sono proposto. L’esperienza non mi è dispiaciuta e poco tempo dopo la Federazione ha istituito il trofeo nazionale del giovane arbitro, quando avevo quindici o sedici anni. Mi ha permesso di fare esperienza, imparare le regole e a poco a poco sono arrivato dove sono oggi”.

Una carriera giovane ma già ricca, come si ricordava in precedenza, quella di Dumusois, adornata da alcuni momenti difficili da dimenticare: “Balza subito alla mente la finale di Wimbledon, naturalmente. C’è grande tensione, ma devi provare a goderti l’atmosfera. In generale, tutte le finali sono importanti: ho avuto la fortuna di arbitrarne diverse al Roland Garros, ma devo dire che anche il primo Nadal-Djokovic che ho giudicato è stato assolutamente coinvolgente. Dovessi scegliere invece la miglior manifestazione in assoluto in cui lavorare dovrei dirti che si tratta delle Finals. Lì non ci vanno solo i migliori giocatori, ma anche i migliori arbitri. E anche in quel caso i livelli di soddisfazione possono essere molto diversi: un conto è essere convocati, un altro arbitrare le semifinali o la finale”.

Si fa un gran parlare di nuove tecnologie e di ricerca per apportare migliorie che riducano al minimo l’errore umano nella gestione delle partite. La rivoluzione più grande per il momento è ancora rappresentata dal fatidico “occhio di falco”, che secondo alcuni osservatori, soprattutto ai tempi dei primi vagiti della riforma, avrebbe ridotto il giudice di sedia a mero segnapunti. La vera pasta di un buon arbitro si può valutare dunque solo sull’argilla, quando il challenge lascia spazio alle capacità dell’occhio umano? “Non lo so, non direi, non credo sia più difficile arbitrare sulla terra, perché esistono specifiche tecniche di valutazione a soccorrerci. Occorre saper leggere i segni, scendere rapidamente dalla sedia, capire al volo se la palla è stata rimandata prima o dopo la chiamata errata del giudice di linea. La difficoltà sta nell’adattarsi, perché tra torneo e torneo cambiano superficie, atmosfera, luminosità”.

Un mestiere gratificante e complesso, laddove il compito più insidioso potrebbe annidarsi nel semplice approccio umano da scegliere avendo a che fare con personalità assolutamente peculiari. Come ci si rapporta a un Roger Federer, per dire? Qui Dumusois è più cauto, essendo l’imparzialità uno dei confini invalicabili della professione. “La mia funzione mi impedisce di parlare di questo o quel giocatore. Il numero uno del mondo e il numero mille meritano lo stesso tipo di trattamento”. Diplomatico, almeno fino a quando non si torna a parlare della vita che ha scelto, un percorso umano che ancora gli fa brillare gli occhi: Il mio sogno da bambino era viaggiare il più possibile, direi che sono stato accontentato. Bisogna solo prestare attenzione a non sottrarre troppo tempo alla famiglia, ma con alcuni accorgimenti ci si può organizzare. L’importante è evitare per quanto possibile di stare fuori casa per otto settimane consecutive“.

A volte qualche episodio destinato a rimanere nella memoria dei più capita anche all’uomo in divisa. Nella mente di molti, per esempio, campeggia ancora il clamoroso alterco tra Dumusois e Fognini, andato in scena a Cincinnati nel 2015. Ma succede tutte le settimane! Fa parte del gioco e le tv sono sempre in agguato. La cosa più importante è la gestione dell’errore e della comunicazione successiva. Imporsi come capo non è la soluzione. Non siamo robot e possiamo sbagliare. In quei casi bisogna metabolizzare e non farsene un cruccio per portare a termine l’incontro”.

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