Forse siamo davanti al giro di boa della carriera di Matteo Berrettini. A quel momento decisivo in cui un mesto declino e una tempestosa rinascita sono due facce della stessa medaglia.
Ce ne accorgiamo da tanti fattori. Dalle manifestazioni ormai non più pacate delle emozioni in campo fino ai dettagli più microscopici. Anche l’età – i fatidici 30 anni – pone l’azzurro sul crocevia tra il tramonto di una carriera strozzata sul più bello e una possibile ripartenza.
Come se fossimo spettatori di un film di cui intuiamo la trama, seguiamo i match di Berrettini sperando di avere il lieto fine.
Le partite di tennis, però, non hanno regia cinematografica. E spesso la poesia del grande schermo cede alla realtà.
All’esordio al Mutua Madrid Open, il tennista romano è incappato nell’ennesimo contrattempo di una stagione in cui ogni scelta pare rivelarsi sbagliata. Il circolo vizioso delle sconfitte e delle eliminazioni anzitempo non è rotto neppure da qualche bella vittoria raccolta a macchia di leopardo in giro per il mondo tennistico. Adesso la brutta sconfitta contro Dino Prizmic è ancora troppo fresca per rendere i giudizi scevri da ogni condizionamento emotivo. Verrà, però, il tempo in cui il giudice ultimo, ovvero il campo, presenterà la sua sentenza definitiva. Intanto, il ranking si fa impietoso per Berrettini, che, classifica live alla mano, è numero 101 del mondo – è fuori dai 100 per la prima volta da aprile 2024.
Il 2026 di Berrettini: il Golden Swing della ruggine
L’arretramento di posizioni netto e perentorio non è, però, repentino. Berrettini ha iniziato il 2026 alla piazza 56 della graduatoria ATP. Un posizionamento a metà tra la discesa agli inferi – leggasi non accesso diretto ai tabelloni principali dei maggiori tornei – e il luogo sicuro che coincide con una testa di serie nelle competizioni di prestigio.
Se le speranze sono tutte per un rapido ritorno verso la top 30, le premesse e i riscontri reali non sono delle migliori sin dalle prime settimane. L’azzurro è costretto a saltare tutta la parte iniziale della stagione, tra cui l’Australian Open, dove al primo turno si sarebbe dovuto confrontare con Alex de Minaur. Un sorteggio non benevolo, ma che restituisce l’importanza di riacciuffare un posto tra i migliori 30 giocatori del mondo.
Addio cemento con le sue tappe oceaniche.
Matteo festeggia, allora, il proprio capodanno tennistico a febbraio, inaugurando il 2026 sulla terra del Golden Swing. La scelta di non disputare i tornei in Medio Oriente – dove difendeva due quarti di finale tra Doha e Dubai – punta a un approccio graduale, per ritrovare sensazioni positive su una superficie come la terra, meno traumatica e con un campo partecipanti meno competitivo rispetto alle competizioni coeve.
A Buenos Aires i tre mesi senza gare ufficiali si fanno sentire e la ruggine inceppa i meccanismi a più riprese. La vittoria dura al primo turno con Federico Coria, altro giocatore al rientro dopo uno stop forzato, serve per rimettersi in moto, che è ciò che più conta. Tuttavia, Berrettini non vi dà seguito, cedendo in due set a Vit Kopriva, uno che ha imparato a sporcarsi le scarpe nel circuito Challenger.
Senza soluzione di continuità, Matteo vola a Rio de Janeiro, dove coglie il miglior risultato della stagione approdando ai quarti. Superati a fatica Tomas Barrios Vera e Dusan Lajovic, il romano si ferma al cospetto di Ignacio Buse, la speranza del tennis peruviano. La campagna sul rosso sudamericano termina con una cocente eliminazione all’esordio a Santiago de Chile contro Emilio Nava.
Insomma, le prime apparizioni sul circuito sono tutt’altro che entusiasmanti. Sarebbero potute essere il mattoncino su cui costruire, ma la classifica rimane pressoché invariata.
Nel 2024 Berrettini si era rilanciato proprio grazie alla partecipazione agli ATP 500 e 250 sul mattone tritato, con i successi a Marrakech, Gstaad e Kitzbuhel. Uscito dalla top 100, grazie alla fiducia che solamente le partite vinte e i conseguenti trofei possono apportare era riuscito a scalare il ranking, fino al rientro tra i primi 30 di un anno fa. Prima dell’ennesimo infortunio. Nelle sliding doors dello sport e del vita, nella sua Roma Matteo ha compromesso una stagione e la sua ripresa.
Berrettini ai margini della top 100
Se il Golden Swing era il trampolino di (ri)lancio verso gli appuntamenti più prestigiosi, il Sunshine Double è il primo vero spartiacque dell’anno per Berrettini. Perché nel 2025 l’azzurro ha centrato i quarti a Miami, apportando tanti punti al bottino complessivo e impressioni assai positive, con una sconfitta arrivata solo al fotofinish contro un Taylor Fritz ancora integro – e non a caso in quel momento tornò al numero 27 ATP.
A Indian Wells il sorteggio non gli sorride. Adrian Mannarino al primo turno lo impegna, obbligandolo a una dispendiosa rimonta. Il finale è da film thriller: l’azzurro chiude con il solito diritto martellante e poi si lascia andare al suolo vinto dai crampi. Si guadagna così una sfida già proibitiva sulla carta con Alexander Zverev, figuriamoci dopo una battaglia di quasi tre ore e poche partite nelle gambe e nella testa. Il tedesco vince senza strafare – non certo una novità per lui – e avanza.
Con poche vittorie all’attivo, Berrettini si presenta a Miami con la necessità di salvare il salvabile. Impostosi su Alexandre Muller, Matteo affronta al secondo turno Alexander Bublik nella sua versione aggiornata. Il kazako è ormai una certezza del circuito. Poche follie e tanta concretezza per un giocatore che ha cambiato status. Il romano dà prova di poter dire ancora la sua. Il 6-4 6-4 gli permette di conservare la top 100. Sulla sua strada, poi, incrocia l’arrembante Valentin Vacherot, che lo ferma in due set. Le ripercussioni in classifica sono un arretramento alla 91esima posizione e il rischio di sorteggi malevoli.
Archiviato il cemento statunitense, Berrettini torna dall’Oltreoceano per disputare l’ATP 250 di Marrakech, dove due anni prima aveva ripreso il ruolino di marcia da numero 142 del mondo. La possibilità di rivincita su Buse termina con la seconda sconfitta in pochi mesi. Matteo lotta e ingaggia una sfida punto a punto, prima di cedere al terzo set.
Infine, a Montecarlo pareggia gli ottavi di dodici mesi prima. Se nel 2025 le vittorie su un esperto della terra come Mariano Navone e, soprattutto, contro Zverev erano incoraggianti, il primo Masters 1000 rosso della stagione è per l’azzurro un concentrato di unicità e follia. Roberto Bautista Agut si ritira sul 4-0 e al secondo turno impone un doppio bagel a Daniil Medvedev. L’avanzata si infrange su Joao Fonseca, che esce nettamente vincitore dall’incontro.
E adesso? Il giro di boa della carriera di Berrettini
Quella contro Dino Prizmic a Madrid è l’ottava sconfitta in stagione, a fronte di altrettante vittorie, per Berrettini.
Tutti i passi falsi di Matteo, per quanto riconducibili a peculiarità e situazioni specifiche, hanno un filo conduttore. La fatica di rimanere con la testa nella partita.
Se per il Golden Swing la lontananza dalle gare ha la sua influenza, in altre occasioni i match si sono complicati senza che l’azzurro riuscisse a instillare qualche dubbio nella tattica dei rivali. Come se fosse in balia di se stesso e dei propri errori, ancor prima che delle soluzioni avversarie.
Contro Prizmic, l’italiano non ha nascosto tutta l’amarezza per una situazione che è parsa inghiottirlo. E nella pancia della balena non è mai riuscito a accendere la luce. “Cosa mi parli di tennis? Non riesco a competere, lo vedi o no?” ha inveito verso il proprio angolo a un certo punto. Non è più evidentemente una questione di traiettorie o variazioni. E nemmeno di qualche problema fisico latente. È qualcosa di più profondo.
“Per fortuna ultimamente il problema non è il mio corpo, che comunque mi ha tolto tanti momenti della mia carriera” ha detto in conferenza stampa. “Tutti gli stop e le ripartenze che ho dovuto fare per tornare in campo e andare a caccia non mi hanno mai fatto sentire in controllo di quello che stavo facendo, mi trovavo sempre a rincorrere. […] Poi qua e là mi sono sentito un po’ più debole, non godendomi il tempo in campo“.
Matteo confessa di non avere nessun obiettivo tennistico specifico per il 2026. Vuole solo sentirsi bene su un campo da tennis. “È un peccato, perché è il mio unico obiettivo per la stagione: non sto rincorrendo nessuna classifica o nessun torneo, vorrei soltanto godermi il mio tempo in campo… A volte è stata dura, a volte meno”.
“Il motivo principale per cui ancora gioco a tennis è che mi voglio godere questi momenti, le lotte, i ‘vamos’ in faccia, le racchette spaccate, i match point falliti e quelli concretizzati”.
Ecco. Tutto sembra fuorché Berrettini si senta a suo agio quando la partita necessita di quella, sportivamente parlando, malizia in più. Come se l’essenza ultima della competizione non facesse più parte del suo credo, non fosse più in grado di accedere la scintilla dentro di lui.
Se è vero che nulla si crea e nulla si distrugge, quei lampi che lo hanno scortato in finale a Wimbledon e per due volte alle ATP Finals non possono essere scomparsi. Forse si sono esauriti. Ma se qualcosa rimane è il momento di riappiccare il fuoco.
La possibilità di accesso diretto agli Slam e ai Masters 1000 si riducono drasticamente.
La prossima settimana Berrettini è iscritto al Challenger di Cagliari. Può rappresentare una buona occasione per capire quale direzione prendere e in quale verso è destinata ad avviarsi la sua stagione. Proprio in Sardegna Matteo vinse nel 2015 il primo trofeo, imponendosi nel torneo Fututes di Santa Margherita di Pula. Deve essere lui il primo a crederci. Perché la negatività e le brutte emozioni altrimenti prenderanno sempre il sopravvento, auto adempiendo la profezia.
