Guy Forget: "Indispensabile spostare Bercy"

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Guy Forget: “Indispensabile spostare Bercy”

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TENNIS – A tu per tu con il direttore del Master 1000 di Bercy Guy Forget. “La superficie è la stessa della O2 Arena” ha spiegato. “Prima spostiamo il torneo, meglio è”. Da Parigi, Laura Guidobaldi

Sorridente, disponibile, di una cordialità squisita (e non è per essere troppo gentili che lo scriviamo), elegante in giacca e cravatta. Così si è presentato al nostro incontro per l’intervista in sala stampa il direttore del BNP Paribas Masters di Bercy Guy Forget. Alla fine, dopo essersi assicurato che per me andasse bene, ci siamo accomodati nel “Bar de la Presse” poiché, in effetti, nella sala dei giornalisti c’era parecchia confusione. Mi chiede gentilmente se desidero qualcosa da bere, io declino, lui, invece, ordina un succo di frutta, ci sediamo e…c’est parti !

 

Una piacevolissima chiacchierata all’insegna della passione per il tennis, di Bercy, della Coppa Davis e dell’Italia. Chapeau e merci Monsieur Forget.

D. Quali sono, signor Forget, le innovazioni recate al torneo? È stato suo desiderio attribuirgli un segno distintivo ? E quali sono, invece, gli elementi rimasti immutati?

R. Innazitutto, quello che vorrei dire è che non ho voluto cambiare grandi cose. Infatti il torneo funziona estremamente bene e, in generale, non è necessario fare cambiamenti quando una cosa va così bene. In un primo tempo, abbiamo cercato di mantenere lo stesso livello d’eccellenza; per quanto mi riguarda, avendo un passato da giocatore, ritengo che ci fossero alcune cose che andavano migliorate, appunto per i giocatori. Penso in particolar modo ai campi. Con l’imminenza del Masters di Londra, è importante poter fornire loro esattamente la stessa superficie; abbiamo infatti applicato una base in legno che è diversa, più spessa rispetto agli anni passati, e abbiamo applicato esattamente la stessa resina affinché la velocità e il rimbalzo della palla fossero identici; abbiamo aggiunto un campo in più per gli allenamenti per far sì che i giocatori si possano preparare meglio prima dei match. Questo riguarda ovviamente la parte tecnica. Poi stiamo lavorando con l’Atp per rivedere il calendario del torneo, questione che lei certamente conosce. Infatti, vorremmo fare in modo che tutti i giocatori, non solo arrivassero preparati e riposati a Bercy, ma anche che non dovessero ipotecare le loro chance per il Masters. Il fatto che il Masters si svolga immediatamente dopo Bercy è per noi una questione davvero delicata e ci sto appunto lavorando. Infine con l’equipe organizzativa del torneo, abbiamo cercato di creare uno show un po’ diverso quest’anno come, per esempio, nella presentazione dei giocatori; inoltre, abbiamo applicato un microfonino sugli arbitri per poter sentire il “testa o croce” durante il sorteggio. Credo che il tennis sia uno spettacolo ed è importante per questo offrire al pubblico aspetti nuovi. Si tratta di piccole cose ma la base resta la stessa, tentando ovviamente di mantenere l’eccellenza del livello.

D.E infatti in questo momento c’è un gran discutere sul problema legato al calendario dei tornei e, in particolare, sulla collocazione del torneo di Bercy. L’opzione di programmarlo nel mese di febbraio è soltanto una voce che circola o lei pensa che possa essere davvero presa in considerazione?

R. No, no, penso che la soluzione sia assolutamente da considerare. È un progetto, non so se verrà realizzato, io spero di sì, il prima possibile sarà meglio per noi. E credo anche che oggi l’Atp debba riflettere sulle sue priorità, su quali siano i tornei che intende preservare e fare, quindi, un programma coerente per i giocatori. Ci sono tornei più grandi di altri ; il Masters di Londra funziona benissimo perché Londra è una grande capitale e una grande città, con molta animazione; Parigi può fare altrettanto bene, lo dimostra di nuovo quest’anno con il numero maggiore di biglietti in vendita rispetto all’anno scorso e che, nonostante la crisi, in Francia c’è un’ “infatuazione” per il tennis, a parte il Roland Garros che, come Wimbledon a Londra, è il torneo più importante.

D.A proposito, è deluso del forfait di Federer oppure forse un po’ se lo aspettava?

Quando si è il direttore di un torneo, la peggior cosa che ci possa capitare è il forfait dei giocatori. Per forza. Tuttavia, l’avevo detto all’Atp, a causa della prossimità del torneo di Londra, alla fine dell’anno quando i giocatori sono alquanto stanchi, c’è sempre il rischio che ce ne siano alcuni che danno forfait ed è quello che è successo con Roger Federer. Certo, ha 31 anni ed è più difficile recuperare a 31 anni che a 23. Tuttavia, ci ho creduto fino alla fine ma, purtroppo, quando ho visto il telefono del suo agente che mi stava chiamando, ho capito che non sarebbe potuto esserci. La cosa mi ha rattristato perché aveva vinto il titolo l’anno prima e poi Basilea è solo a un’ora di aereo da Parigi, ma è così, non possiamo fare molto, a parte preparare l’avvenire con l’Atp affinché queste cose accadano un po’ meno.

D. Dopo 13 anni alla guida dell’equipe francese di Coppa Davis….
R. 14, ho fatto 14 stagioni….

D. Dal 1999 fino a quest’anno….sì è vero, le stagioni sono 14, ha ragione…
Il 13 non va bene, porta sfortuna ! [si mette a ridere allegramente]

Sì, è vero, ha proprio ragione…. [ridiamo entrambi]

D. 14 anni dunque alla guida dell’Equipe de France in Coppa Davis e a Montecarlo, quest’anno, l’abbiamo visto molto emozionato durante il suo addio alla squadra. Che ne è oggi di questo stato d’animo? Il dispiacere è sempre forte o è soddisfatto di dedicarsi ad altro?

R. Non ho l’impressione di dedicarmi completamente ad altro. Sono sempre nell’ambiente che amo, con persone alle quali mi sento legato, che conosco da molto tempo, vedo i miei amici giocatori e allenatori. Rivedo dei media e dei giornalisti che conosco da trent’anni. Per me è una continuazione, un po’ come la vita di una pianta, è piccola poi cresce. La vita di un tennista è un po’ così: si è giovani, si è appassionati, poi si diventa campioni e poi il livello comincia a calare, poi ci si ritira, si diventa coach, ecc. È un ciclo, credo sia normale. Io continuo dunque questo ciclo, pur dedicandomi alla cosa che amo di più, il gioco, l’amore del gioco del tennis.

D. Per rimanere sullo stesso tema, immagino sia soddisfatto della scelta di Arnaud Clément come capitano di Coppa Davis e di quella di Amélie Mauresmo per la Federation Cup?

Sì, assolutamente. Penso che la Federazione, così come i giocatori e le giocatrici (perché anche loro esprimono la loro opinione) abbiano fatto due scelte molto intelligenti. Entrambi sono persone intelligenti, generose, altruiste e hanno sempre dato tutto per la squadra. E questa generosità nei confronti della nazionale non è la stessa in tutti i tennisti che sono, in generale, un po’ “egoisti”. Sono persone (Clément e Mauresmo) che difendono i valori della Coppa Davis.

D. Come rappresentante di un sito italiano, non posso fare a meno di chiederle un’opinione sul tennis italiano…
R. Certo !

D.Anche perché lei è davvero molto apprezzato dagli appassionati italiani di tennis…Che cosa pensa del tennis italiano in generale, di quello maschile innanzitutto e poi di quello femminile?

R. Mah, credo che non si possa dissociare il tennis maschile da quello femminile perché oggi ci sono paesi, e l’Italia è un buon esempio, in cui ci sono state generazioni di uomini e donne che hanno giocato benissimo. Poi c’è stata una lieve flessione, poi è toccato agli uomini poi alle donne…Noi in Francia abbiamo avuto una generazione di giocatrici incredibili con Mary Pierce, Amélie Mauresmo, Nathalie Tauziat, Sandrine Testud, Julie Halard, molte ragazze nelle top 10; mentre adesso, certo c’è la Bartoli, ma c’è stata una flessione.

Comunque, ce ne saranno altre. Credo sia necessario che in un paese ci siano ambasciatori dello sport che realizzino cose magnifiche. In Francia, per esempio nel nuoto, abbiamo avuto Laure Manaudou, la prima donna, a livello nazionale e internazionale, capace di realizzare risultati formidabili. Altre donne hanno nuotato bene con lei; e poi è toccato agli uomini raggiungere livelli eccelsi. Ecco, credo che ogni paese abbia bisogno di una “locomotiva”, che siano uomini o donne. Questo crea vocazioni, stimoli, desideri.

Per quanto riguarda il tennis italiano, credo che abbia vissuto giorni migliori anche se ci sono giocatori di talento. Forse sarebbe sufficiente che domani ci fosse un nuovo giovane, di 18 anni, che cominciasse a vincere, uno due tornei, magari arrivare nei top 10, così da stimolare gli altri. Certo, le ragazze vanno molto bene perché con la Schiavone, e adesso con la Errani, ci sono giocatrici di grande talento e stimoleranno forse delle ragazzine che osservano le loro imprese pensando: “Anch’io posso farcela, posso diventare una tennista…”.

Credo dunque si tratti di una questione ciclica, a volte bisogna essere pazienti, aspettare e, magari, a un certo punto, ce ne sono 2 o 3 che arrivano e si riparte per 20 anni. L’Italia ha prodotto sempre giocatori di talento, giocatori generosi, espansivi, ma credo che il nostro sport abbia bisogno di giocatori carismatici, vere personalità; i giocatori italiani hanno spesso personalità originali ma molto simpatiche. Oggi ci sono tennisti italiani carismatici e talentuosi anche se, quello che voi aspettate oggi, penso sia un giocatore che ritorni nei top 10.

Ma questo può accadere rapidamente. Avete dei bei tornei in Italia, soprattutto quello di Roma, ma anche tanti piccoli tornei. L’Italia è una nazione che ama molto il tennis, ama lo sport. Quando ero giovane l’Italia era forte nel calcio, certo, ma ci sono stati grandi campioni nell’atletica e, ultimamente, nel rugby mentre prima non si giocava a rugby in Italia. Credo che gli italiani amino la cultura della competizione e dello sport. Bisogna soltanto essere un po’ pazienti.
 

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Sabalenka: “La terra rossa non mi fa più paura. Farò il possibile per vincere uno Slam”

Le parole di Sabalenka dopo il trionfo a Madrid: “Ora ho imparato a gestire meglio i match sulla terra. Onore al mio team per questa vittoria. Uno Slam? È molto difficile ma è quello che voglio”

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Aryna Sabalenka - WTA Madrid 2021 (ph. Mateo Villalba)

Aryna Sabalenka trionfa a Madrid sconfiggendo la n. 1 del mondo Ashleigh Barty, la stessa avversaria contro la quale aveva subito una dolorosa rimonta in finale a Stoccarda la settimana scorsa. Questa volta, però, dopo un inizio travolgente e la solita reazione di Barty nella seconda frazione, Sabalenka è riuscita a far girare di nuovo la partita dalla sua parte, vincendola con il punteggio di 6-0 3-6 6-4. La bielorussa, che da lunedì sarà n. 4 del mondo, sembra aver compiuto ancora un passo verso la vetta, dimostrando alle sue colleghe di essere ormai una delle tenniste da battere. Anche sulla terra battuta. Di seguito le sue parole in conferenza stampa dopo il successo madrileno.

Sono felicissima per questa vittoria” ha ammesso Sabalenka, “È stato un match pazzesco. Quello che è successo nel secondo set mostra ancora una volta il perché lei (Barty, ndr) sia n. 1 del mondo. Cerca sempre di trovare una soluzione e lo ha fatto molto bene nel secondo set. Ha usato di più lo slice, si muoveva meglio, è stata più aggressiva. Ma il livello è stato alto per tutto l’incontro e sono felice di aver vinto questa partita“.

Nelle ultime settimane, Aryna sta rivelando grandi doti anche sul rosso. La superficie di Madrid, grazie all’altura, si è forse rivelata ancora più adatta al suo gioco rispetto ai campi che troverà agli Internazionali d’Italia o al Roland GarrosNon so cosa accadrà a Roma o a Parigi. Ma sono sicura che sarò al 100%. Lotterò su ogni punto, questo ve lo posso garantire. Per quanto riguarda la terra, posso dire che prima ci pensavo troppo. Pensavo che non fosse una superficie adatta a me, che fosse davvero complicato giocarci e che gli scambi fossero troppo lunghi. Ci pensavo davvero troppo. Quest’anno mi sono rilassata, ho pensato a fare il mio gioco. Mi sono focalizzata sul movimento, sulla necessità di rimanere sempre aggressiva perché gli scambi sono più prolungati. Ho cambiato il mio atteggiamento nei confronti della terra, una superficie che non mi fa più paura (sorride, ndr)”.

 

Perché avvengano questi ‘clic’, spesso è necessario un contributo esterno. Ci ha pensato Anton Dubrov, ex sparring promosso ad allenatore qualche mese fa. “Me lo ha detto anche il mio coach. Mi ha spiegato che non dovevo cambiare il mio gioco, anche se certamente sarebbe stato utile variare un po’ di più le rotazioni dei colpi ma, soprattutto, mi ha fatto capire che dovevo avere la pazienza di giocare un maggior numero di palle, rimanendo aggressiva“.

Per Aryna Sabalenka si tratta del quarto titolo dopo la ripresa del tour la scorsa estate (da ottobre 2020 ha vinto a Ostrava, Linz, Abu Dhabi e Madrid), il decimo in carriera: “Sono molto orgogliosa del mio team, in particolare questa settimana, perché dopo Stoccarda ero infortunata e non potevo letteralmente muovermi. Non lo so, non potevo fare niente. Avevo davvero l’intenzione di ritirarmi da questo torneo per arrivare pronta al Roland Garros. In soli quattro giorni mi hanno preparato veramente bene. Hanno lavorato così bene che sono stata in grado di giocare e di vincere il titolo. Di questo sono davvero orgogliosa“.

Come è ovvio, dopo un traguardo così prestigioso, l’occhio va verso l’unica categoria di tornei in cui Sabalenka sinora non è riuscita a brillare: gli Slam, dove Aryna non ha mai superato gli ottavi (US Open 2018 e Australian Open quest’anno). Quanto si sente vicina a vincere uno Slam?Non lo so, è difficile da dire. Penso che tutte possano vincere uno Slam, ma bisogna trovare il livello al momento giusto. È una domanda difficile, potrebbe succedere ma anche no. Per quanto riguarda i Major, è un po’ diverso. Se riuscissi a mantenere questo livello, potrei forse anche vincere uno Slam. Naturalmente è quello che voglio e farò tutto il possibile per mantenere questo livello nei Major e competere al meglio, come sono riuscita a fare qui“.

La stagione di Aryna Sabalenka ripartirà dalla sfida contro una tra Sorribes Tormo e Camila Giorgi agli Internazionali d’Italia.

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Sinner: “Gli Internazionali già mi appartengono. Studio per diventare numero 1”

Intervista esclusiva di Jannik per la Gazzetta dello Sport: ora Roma, poi forse le Finals e tra qualche anno il primo posto in classifica, con il sostegno di una persona speciale

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Jannik Sinner - ATP Montecarlo 2021 (ph. Agence Carte Blanche / Réalis)

Per il terzo anno consecutivo Jannik Sinner sarà ai nastri di partenza degli Internazionali BNL d’Italia, al via già questa domenica con i primi incontri di main draw. Si fermò al secondo turno nel 2019, al terzo nel 2020 e ora i tempi sembrano già maturi per un ulteriore passo in avanti nel parco del Foro Italico. E potrebbe ammetterlo Jannik in persona, che al primo turno affronterà Ugo Humbert per guadagnarsi un secondo turno di fuoco contro Rafael Nadal, che si disputerebbe (purtroppo) senza pubblico poiché le porte del Foro apriranno solo dagli ottavi di finale.

Nella lunga intervista rilasciata a Riccardo Crivelli per lo speciale tennis della Gazzetta dello Sport prima del sorteggio, però, la scaramanzia non trova spazio. L’altoatesino è consapevole dei suoi mezzi e concentrato sull’unico obiettivo che uno sportivo a 19 anni deve avere: migliorare.

Non è un gran risultato isolato che consacra un giovane tennista, perché le battute d’arresto arrivano e vanno accettate, come tappe del percorso di crescita. Lo dimostra la sconfitta subìta dallo stesso Jannik a Madrid contro Alexei Popyrin. Ma la mentalità del ragazzo di San Candido è quella giusta, non lo scopriamo certo oggi: “Non penso alle aspettative su di me e continuo a lavorare sodo. Ho sempre detto che un giocatore la pressione se la mette da solo, se vuole ottenere risultati importanti. Ogni partita che vinco o perdo mi serve per imparare qualcosa. Non si può chiedere a un ragazzo di 19 anni di avere l’esperienza dei migliori. Soprattutto non si può giudicarlo da un solo match, che sia una vittoria o una sconfitta. Mi è successo questo a Miami”.

 

Dopo la delusione madrilena, c’è subito un altro torneo. E che torneo. Il torneo di casa per tutti gli azzurri: “Ho giocato gli Internazionali solo due volte, ma sento che già mi appartengono, come succede a tutti i giocatori italiani. Respiri un’atmosfera e una partecipazione assolutamente diverse da ogni altro posto. È vero che per noi italiani la pressione è più alta e forse ci perdonano meno, ma quando sei in difficoltà il pubblico è un grande aiuto”. Secondo coach Sartori, che l’ha consigliato a Riccardo Piatti, le caratteristiche di Jannik si adattano molto bene al rosso e il ragazzo, finalista sul cemento a Miami in marzo, lo sa bene: “Serve dimostrare di essere competitivi con continuità, non basta un solo torneo. Tra l’altro io non sono cresciuto sulla terra, perché in Alto Adige per via del freddo ti obbliga a giocare quasi tutto l’anno sui campi veloci indoor. Serve adattarsi”.

Jannik Sinner – ATP Barcellona 2021 (via Twitter, @atptour)

La vita nel Tour, in giro per il mondo, piace a Sinner, anche se ammette che per un ragazzo stare così tanto tempo lontano da casa “è un peso enorme. Sento spesso la mia famiglia al telefono in videochiamata e ho un rapporto molto stretto con mio fratello. Quando ho voglia di fare qualcosa di elaborato in cucina chiamo mio padre che è cuoco e mi aiuta passo passo, altrimenti una pasta sono sempre in grado di tirarla fuori”. Ma da un po’ di tempo c’è un’altra persona che fa compagnia al nostro Jannik, la fidanzata Maria Braccini, classe 2000 oramai entrata nel largo universo delle influencer. “Siamo due ragazzi giovani che adesso stanno condividendo una bella esperienza insieme”. Nonostante l’ufficialità del rapporto, i due non hanno ancora pubblicato scatti assieme, sottolinea Crivelli, ma Jannik ribatte: “Non vedo perché dovremmo farlo sapere a tutti”.

È bello tornare a casa la sera, magari dopo una giornata complicata o faticosa per gli allenamenti, e trovare qualcuno che si prende cura di te” continua Sinner. “Maria è molto tenera e affettuosa, ma anche molto indipendente e questa è la qualità che mi colpisce di più. Si è sintonizzata sulle mi esigenze, sa che la mia priorità è allo sport, soprattutto ora perché sono agli inizi e devo imparare ancora tutto per diventare un campione. Io sto investendo le mie energie per costruire qualcosa di importante e lei sta al mio fianco. E credo sia la persona migliore per fare questo percorso con me”.

Un percorso che speriamo possa portarlo più in alto possibile: “L’ho detto: studio per diventare numero unoammette Sinner. “Ora ho solo l’obiettivo di fare esperienza, giocare tante partite e maturare per approdare a un livello alto e restarci costantemente. Questo percorso richiede 4 o 5 anni, ogni passo non meditato rischia di riportarti indietro”. Al momento Jannik è nono nella classifica Race (appena superato da Berrettini) che premierà con un biglietto per il Masters di fine anno i migliori otto giocatori dell’annata 2021. Quest’anno la posta in palio assume un valore ancora più grande per gli italiani, perché si giocherà a Torino. La qualificazione resta un obiettivo concreto per Sinner: Se in estate sarò ancora in corsa per le Finals, sarà giusto provare a cogliere l’occasione. Ma non dovrà essere un’ossessione”.

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Berrettini: “Non immaginavo di fare finale a Madrid. Ljubicic mi ha detto che credeva in me”

“Sono ancora più felice per le difficoltà che ho avuto dopo l’infortunio”, racconta Matteo in conferenza. “Zverev ha battuto Rafa e Dominic, ma in fondo anche io sono arrivato in finale”

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Matteo Berrettini - ATP Madrid 2021 (ph. Alberto Nevado)

Con l’ottava vittoria consecutiva – alle quattro di questa settimana si sommano quelle ottenute per sollevare il trofeo di Belgrado – Matteo Berrettini raggiunge la finale del Masters 1000 di Madrid. Una progressione aritmetica che rende a tutti gli effetti la finale contro Sascha Zverev una prova del nove, in senso stretto e in senso più metaforico. Purtroppo sono tornei in cui non ci si può fermare troppo a godersi una vittoria, ancorché netta e brillante come questa in semifinale contro Casper Ruud, perché il riposo concesso non supera le ventiquattr’ore.

Anche a questo servono le conferenze stampa, a verbalizzare quello che si ha dentro dopo aver raggiungo un traguardo che i tennisti italiani avevano raramente avvicinato nei primi trent’anni dell’esistenza dei Masters 1000 (nati come ATP Championships Series nel 1990), e che invece Fognini, Sinner e Berrettini hanno tagliato tutti e tre in un biennio. Gli ultimi due addirittura nel giro di quaranta giorni.

È sicuramente una gran bella sensazioneracconta Matteo in un inglese che ormai non ha molto da invidiare a quello dei top player, categoria in cui non è affatto peregrino includerlo. “In un certo senso è differente rispetto alle altre finali, ma quando si tratta di andare in campo ti ritrovi a pensare semplicemente… che è una finale. Il telefono è pieno di messaggi: la mia famiglia, la mia ragazza, poi con calma risponderò a tutti. Però non sto qui a festeggiare perché domani c’è un altro match“. Sì, però un pensiero meno razionale deve averlo avuto subito dopo il match point. “Ho pensato a me stesso e alla fatica che ho fatto per arrivare qua. Sono ancora più felice per le difficoltà che ho avuto dopo l’infortunio. Non mi voglio fermare, non è finita, ma sento tanta volontà di tornare e di essere più forte di prima. Devo continuare così”.

 

Gli chiediamo se al momento dell’infortunio – ricordiamo che Berrettini ha subito uno strappo ai muscoli addominali durante l’Australian Open – avrebbe mai scommesso di trovarsi qui, oggi, finalista a Madrid e nuovo numero otto della Race (fresco di sorpasso ai danni di Sinner). “In Australia non ricordo a che punto fossi nella Race, ma ricordo che ero contento di essere partito bene. Pensavo di rientrare più facilmente di così, invece è stata tosta. No, non immaginavo di fare finale a Madrid: anche se ho sempre saputo che le condizioni qui sono buone per me, una volta vista la gravità dell’infortunio non pensavo di mettere tutte queste partite in fila e giocare a questo livello“. Giova ricordare che questa è appena la sua prima partecipazione al main draw del torneo di Madrid.

Matteo Berrettini – ATP Madrid 2021 (ph. Mateo Villalba)

Matteo approfondisce poi le sensazioni del periodo immediatamente precedente e successivo all’infortunio. “Ho lavorato duro in pre-season, ma non mi sentivo così bene in campo. Sapevo però che il lavoro avrebbe pagato, in qualche modo, e infatti quando ho iniziato ad allenarmi in Australia, durante la quarantena, io e Vincenzo ci siamo detti ‘Ok, ora sto giocando bene’. Per questo motivo ho preso così male la notizia dell’infortunio: mi sono detto ‘E adesso, di nuovo? Devo ricominciare tutto da capo?’. Decisivo è stato l’apporto di chi gli sta attorno. “A volte è questione di mantenere alta la fiducia. C’è stato un momento in cui Ivan Ljubicic, il mio manager, mi ha detto che credeva davvero in me. Queste sono cose che aiutano, soprattutto quando arrivano da qualcuno che come lui ha avuto una carriera incredibile. In ogni momento ho sentito il supporto del mio team“.

Berrettini ha sicuramente dimostrato una forza d’animo non convenzionale, ma alla fine le partite si vincono (soprattutto) con la racchetta. Ed è rilevante analizzare come sia riuscito a rendere privo di armi un giocatore solido e in crescita come Ruud, affrontato tre volte negli ultimi otto mesi. “Credo di aver giocato una partita molto simile a quello dello US Open, ho sempre avuto la sensazione di stargli sopra. La mia risposta oggi è stata di alto livello e lui invece ha fatto fatica. Ci affrontavamo per la quarta volta, lo conosco bene e lui conosce me, ma io stesso non mi aspettavo una prestazione del genere. Quando entri in campo sai di poter rispondere in un certo modo, ma alla fine non sai quanto bene. Credo che la chiave sia stata aver messo sempre pressione sul suo servizio, anche sulla prima, perché so che a lui piace avere tempo per girare attorno al dritto“. Che poi è la stessa cosa che piace a Berrettini, oggi molto più abile a ritagliarsi spazi e tempi per esplodere il dritto anomalo.

Contro Zverev sarà una partita diversa. Più difficile sicuramente, e la capacità di far partire con costanza lo scambio in risposta sarà ancora più importante. “Cosa ricordo delle nostre sfide (sono tre, il bilancio dice 2-1 Zverev, ndr)? Ricordo che è molto difficile rispondergli! Le partite giocate a Roma (due, nel 2018 e nel 2019, una vittoria per parte, ndr) sono state diverse, per via delle condizioni, mentre a Shanghai il campo era molto veloce e credo che il tetto fosse chiuso. Lui semplicemente servì meglio di me e mi fece un break per set. Domani sarà una partita simile. Lui ha battuto Rafa e Dominic, è vero, ma anche io sono arrivato in finale. Alla fine, si affrontano i due giocatori che hanno dimostrato di essere più forti“.

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