Ivan Lendl e Andy Murray: il binomio perfetto?

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Ivan Lendl e Andy Murray: il binomio perfetto?

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TENNIS – Ripercorriamo i due anni (e qualche mese) della collaborazione tra Ivan Lendl e Andy Murray. L’avvento del ceco è stato decisivo per il salto di qualità dello scozzese o è stato soltanto un caso? Daniele Vallotto

31 dicembre 2011. Si sta per chiudere un anno particolare per il tennis. Per la prima volta dopo sei anni i nomi dei primi due della classifica non sono Roger Federer e Rafael Nadal. Federer chiude infatti al terzo posto del ranking – pur vincendo Basilea, Bercy e Masters a fine anno – e Nadal scende al secondo dopo un 2010 da dominatore. Il nome nuovo, che tanto nuovo non è, è quello di Novak Djokovic. Per spiegare quell’anno bastano i numeri: tre Slam, cinque Master 1000, quarantadue vittorie consecutive da inizio anno al Roland Garros. Una prima parte di stagione perfetta, con l’unico incidente di percorso provocato dal miglior Federer mai visto su terra battuta. E Murray? Che ne è del gemello di Djokovic, nato appena una settimana dopo?

Il 2011 di Murray è un anno che differisce poco dai precedenti. Gioca un’altra finale Slam, la seconda a Melbourne e la terza in carriera, e la perde proprio contro il nuovo cannibale del tennis racimolando nove game. Su terra, paradossalmente e in proporzione, lo scozzese raggiunge risultati migliori: una splendida semifinale persa al fotofinish ancora con Novak Djokovic e un identico risultato, ma senza set vinti, al Roland Garros, dove perde contro Rafael Nadal senza troppi rimpianti. Ma è ancora Wimbledon, il Center Court, a segnare in negativo l’anno: Murray arriva ancora in semifinale e trova ancora Nadal. Gioca un primo set coraggioso, supportato da un pubblico poco british, e brekka lo spagnolo sul 6-5. Una zampata inaspettata. Ma che ben presto si rivela il solito fuoco di paglia quando Nadal rimette a posto le cose. Altra delusione, altra sconfitta e un resto di stagione dove Muzza brilla ben poco. Batte sì un Djokovic malconcio a Cincinnati ma agli US Open ma perde ancora in semifinale contro Nadal e al Masters gioca un solo match, perdendolo, prima di ritirarsi e lasciar spazio a Tisparevic. Il bilancio del 2011 è negativo, fatto solo di piazzamenti. E certamente l’esplosione dell’altro incompiuto deve aver innescato una reazione nella testa di Murray.

 

E così, l’ultimo giorno di quell’anno, Murray decide che quello dev’essere il giorno della “svolta buona”. Lo scozzese annuncia a sorpresa che il suo nuovo allenatore è Ivan Lendl. Un assoluto novellino per quanto riguarda l’esperienza da coach ma è uno che sulle sconfitte dolorose ha più di qualcosa da insegnare. Il fascino di una collaborazione così prestigiosa ammanta i commenti di quei giorni. Lendl non ha mai allenato nessuno, vero. Ma allo stesso tempo non può sfuggire che Murray, per sconfiggere l’incubo Slam, si affida alle cure di colui che meglio di chiunque altro ha sconfitto un tabù simile.
Quattro finali Slam, quattro sconfitte. Ivan Lendl poteva diventare uno dei più grandi perdenti della storia del tennis. Invece, un giorno di fine primavera, ha sovvertito il destino, rimontato un avversario nel suo anno migliore e posto fine a una maledizione. Viene notato un altro punto in comune tra le carriere dei due: una presenza ingombrante, quella della madre. Olga Lendlova, che costringeva il figlio a mangiare le verdure con un cronometro sul tavolo, e Judy Murray, quasi sempre presente nell’angolo di Andy e colei alla quale lo sguardo smarrito dello scozzese si rivolge sempre nei momenti di difficoltà nei match più delicati. Non sono due figure del tutto paragonabili, ma l’accostamento è istantaneo.

L’inizio del binomio è incoraggiante. Murray arriva in semifinale e perde contro Novak Djokovic. Ma è una sconfitta più che onorevole. Anzi, lo scozzese per poco non estromette Nole dal torneo andando a servire per il match nel quinto set. Dopo la partita c’è chi dice che Lendl non riuscirà mai a lavar via quell’anima da choker che sembra intrappolare Murray nei propri incubi. Ma è evidente che qualcosa è cambiato nel gioco dello scozzese. Il dritto, tanto per iniziare, è più solido. Murray pare aver recepito la lezione di RoboNole 2011. Quel che colpisce di più, ed è certamente il risultato più evidente della gestione Lendl, è la capacità di restare nel match. Murray ha perso una partita che poteva vincere contro Djokovic, ancora una volta. Eppure non si è fatto travolgere dal destino, ha lottato coi denti fino alla fine per poi cedere contro un avversario che in quel momento era più forte di lui. “In passato” commenta Wilander “abbiamo visto Andy lamentarsi della fascetta per il sudore o di un’informazione sbagliata dal suo angolo. Ma contro Novak, per la prima volta, ha mostrato che è un giocatore alla pari coi primi tre. A livello di tennis, non c’è differenza”.
E il segnale che quella non è una sconfitta come le altre arriva dai tornei successivi allo Slam australiano. Subisce tre sconfitte che sembrano le solite sconfitte. Ma le cose non stanno esattamente così. Arriva in finale a Dubai dove perde da un Federer eccezionale, perde al primo turno di Indian Wells contro Garcia-Lopez ma raggiunge la finale a Miami dove perde ancora Djokovic. Nel tie-break finale Murray commette un doppio fallo. Lendl non ci vede nulla di negativo, anzi: “è stato un buon doppio fallo, non è stata una di quelle seconde che finiscono a metà rete”. Un ottimismo forse ingenuo che fa intravedere la volontà di far cambiare marcia nella mentalità di Andy. I risultati stentano ad arrivare ma il cambiamento si sente. Murray sta diventando un giocatore sempre più coriaceo, che non si fa intimorire dagli avversari e riesce a fare quello che non gli riusciva fino a poco tempo prima: cancellare il punto precedente e giocare il successivo con la mente sgombra.

A Londra arriva il primo vero banco di prova per la strana coppia: Wimbledon. Quel torneo che Ivan non è mai riuscito a prendersi e che Murray tenta invano di regalare al suo Paese. Murray ha un’occasione d’oro. Nadal è uscito al secondo turno e non dovrà giocarci per l’ennesima volta in semifinale. Tsonga, che pure su erba non è un avversario semplice, prova lo scherzetto fatto a Federer l’anno prima ma la rimonta non riesce. Murray, per la prima volta in carriera, raggiunge la finale a Wimbledon. Di là c’è un avversario con le motivazioni a mille. No, non è un Novak Djokovic spremuto dalle mille battaglie, ma un trentunenne che di nome fa Roger Federer e che se vincesse il titolo tornerebbe numero uno del mondo.
Capire chi tra Murray e Federer avesse più motivazioni, quell’8 luglio del 2012, è impossibile. L’età premierebbe Murray ma la fame di Federer non è mai sembrata così insaziabile come quel giorno. La finale è bellissima. Murray gioca alla perfezione il primo set, rispondendo colpo su colpo all’esperienza di Federer. Il primo set è britannico e la nuova solidità portata da Lendl porta ad un secondo set equilibratissimo. È Federer a dare la svolta al match: sul 6-5 30-30 trova due colpi irreali e gira la partita. Murray, al contrario di Djokovic due giorni prima, non si fa tramortire. Ma Federer non può più perdere una volta girato il match e nonostante un Murray pugnace diventa Re di Wimbledon per la settima volta. Durante la premiazione Murray scoppia in lacrime e riesce appena a dire: “Getting closer“. Una disperata speranza o una lucida profezia?

È difficile dire come avrebbe reagito il Murray pre-Lend dopo quella finale perché la quarta batosta è forse la più dura da digerire. Murray non ha giocato in maniera rinunciataria. Però ha perso di nuovo. Per la quarta volta in una finale di Slam, proprio come il suo allenatore. C’è di buono che il tennis offre sempre la possibilità di riscatto. L’occasione arriva poco più tardi, un mese dopo, sempre sul Centre Court. Murray affronta di nuovo Federer nella finale di Wimbledon-bis. Questa volta non c’è in palio il trofeo che aspetta da anni, ma una medaglia d’oro. Federer è reduce da una semifinale che lo ha fiaccato mentre Andy ha faticato solo agli ottavi con Baghdatis. L’occasione è troppo invitante e Federer non può nulla: raccoglie appena sette game e si deve accontentare di un argento mentre Murray bacia il metallo più prezioso.

Secondo Lendl, raggiungere l’immortalità nel tennis è un programma in sei passi. Prima in allenamento, poi in una partita, poi in una grande partita, poi in uno Slam, poi in una finale di Slam, poi sul 5-5 del quinto set nella finale degli US Open. Il quinto – e se vogliamo anche il sesto – passo vengono raggiunti da Murray in una sola notte, quella dell’11 settembre 2012. L’oro di Londra non è sufficiente a far svoltare la sua carriera. Gli serve il titolo dello Slam mai acciuffato e gli serve una vittoria epica. A New York il neo-numero 1 del mondo, Federer, è stato sconfitto nei quarti mentre Nadal è stato messo fuori gioco da un ginocchio che si è rimesso a scricchiolare. Logico che siano ancora i nati dell’87 a giocarsi il titolo. La finale si gioca ancora di lunedì. Non piove ma c’è un vento fortissimo che per poco non faceva lo sgambetto a Djokovic in semifinale. Andy gioca due set amministrando bene il vento e vince entrambi i parziali: il primo con un tie-break mozzafiato, il secondo piazzando il break decisivo nel finale di set. È incredibile che un giocatore così fragile riesca a gestire con tanta maturità un momento tanto difficile. Dall’altra parte Djokovic pare rassegnato alla sconfitta, la terza in finale agli US Open. Novak, però, non è un tipo che si fa battere facilmente in tre set. Il serbo reagisce con quell’immenso orgoglio che l’ha sempre contraddistinto e recupera il gap. Due set pari dopo quasi quattro ore di gioco.

Chi avrebbe più scommesso su Murray? Il destino sembrava aver voluto mandare un segnale inequivocabile: il tuo mentore, alla quinta opportunità, ha rimontato da 0-2 mentre tu sei condannato a perdere nella maniera più crudele, due set avanti. Ed è qui che succede quello che non ti aspetti. Murray brekka praticamente subito e conduce fino alla fine un set perfetto. Non è il 5-5 del quinto, non è esattamente il teorema Lendl sull’immortalità, ma è una situazione altrettanto delicata. Alla fine New York è il palcoscenico che incorona Murray, ancor più di Londra 2012 e forse ancor più di Wimbledon 2013.
A Church Road, l’anno successivo, Murray si presenta dopo aver saltato il Roland Garros proprio come fece il suo allenatore nel 1990. Ma la storia è differente: è ancora Djokovic a mettersi da parte e lo fa in una maniera sorprendente, arrendevole, perdendo in tre set. Murray, che nei quarti ha dovuto rimontare Verdasco da 0-2, vince il secondo titolo Slam e riporta nel Regno Unito un titolo che mancava da 76 anni. Lo fa perché il suo status di campione non è più messo in dubbio (soprattutto da se stesso) e perché Lendl lo ha aiutato a limare le incertezze che lo bloccavano nei momenti più importanti della carriera.

Si potrà discutere a lungo sull’impatto di Ivan Lendl nella carriera di Murray. C’è chi sostiene che il tempo di Murray fosse arrivato a prescindere dal nuovo coach e che il gioco dello scozzese non ha subìto modifiche rilevanti rispetto al biennio 2010-2011. A parlare restano i numeri: con Lendl, Murray ha vinto due Slam, un oro olimpico ed un Master 1000. È divertente notare che Murray ha vinto in questo biennio di collaborazione lo stesso numero di tornei vinto nei due anni precedenti: sette. Ma la differenza la fa il peso specifico di tali tornei. Tre Master 1000 in meno ma due Slam in più è un’operazione che Murray forse non avrebbe mai sperato di fare dopo la bruciante sconfitta di Melbourne nel 2011.
Tecnicamente hanno ragione i detrattori del binomio: Ivan Lendl non ha portato miglioramenti tangibili al gioco di Murray che differisce poco da quello che ha contraddistinto lo scozzese da quando ha preferito affidarsi ad un gioco meno rischioso e più difensivo. Il quoziente Lendl ha però fatto sentire tutto il suo peso sulla mentalità. La chiave sta nei dettagli: è nel giocare un doppio fallo nel tie-break di una finale ed analizzarlo in maniera positiva, è perdere la finale più importante della tua vita e prenderti la rivincita appena un mese dopo, è resettare la mente dopo che il tuo avversario ti ha rimontato due set, è un singolo, asettico applauso dopo che il tuo giocatore ha brekkato per la seconda volta nel quinto set di una finale dello Slam. Trovata la strada, ora che Ivan Lendl non è più il suo allenatore, ad Andy resta il compito difficilissimo di non smarrirla.

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WTA Cincinnati: Serena Williams perde nettamente contro Raducanu e saluta per sempre il torneo

Emma Raducanu domina Serena Williams che lascia il torneo senza salutare il pubblico e saltando la conferenza stampa.

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Serena Williams - Cincinnati 2022 (foto Twitter @cincytennis)

[10] E. Raducanu b. [WC] S. Williams 6-4 6-0 (da Cincinnati il nostro inviato)

Serena Williams non ha voluto alcuna celebrazione una volta uscita dal campo dopo la sua netta sconfitta nel primo turno del “ Western & Southern Open” . Ha salutato con una stretta di mano laconica la giovane britannica, ma d’altronde anche quando era nel fiore della giovinezza Serena non era un esempio di particolare sportività nell’accettare le sconfitte. Ha abbandonato il campo salutando velocemente quel pubblico che l’ha vista trionfare in Ohio “back to back” nel 2014 e nel 2015.

La partita si sarebbe dovuta giocare lunedì sera ma gli organizzatori all’ultimo secondo hanno deciso di spostarla alla sera seguente scatenando la rabbia di coloro che avevano organizzato il viaggio nel sud dell’Ohio solo per salutare Serena Williams. Forse questa “fuga” dopo la sconfitta da parte di Serena è un po’ egoistica verso coloro che erano venuti soprattutto per assaporare l’atmosfera dell’addio e si sono trovati a uscire dal ‘Lindner Family Tennis Center” non solo senza una partita ma  nemmeno senza l’effimero fascino di un degno “farewell”. 

 

Per quanto riguarda il match c’e’ davvero poco da dire. Serena Williams e’ apparsa come non mai dipendente dalla prima di servizio, ha tirato sette aces ma con la seconda ha vinto solo il 17% di punti. È apparsa spesso lenta in uscita dal servizio e, rispetto anche a qualche stagione fa, la sua palla ha perso in velocità. Raducanu, nata nello stesso anno in cui Serena diventava numero uno del ranking per la prima volta in carriera, non si è fatta spaventare dal palcoscenico giocando un match ordinato.

Durante l’intervista sul campo Raducanu ha speso le solite parole di circostanza “capisco che facevate il tifo per lei perché anche una parte di me voleva che lei vincesse”. Un’altra ragazza cresciuta nel mito di Serena o nonostante i soli diciannove anni ha già imparato le regole del gioco.

Emma Raducanu – Cincinnati 2022 (foto Twitter @cincytennis)

L’ho vista giocare qui per la prima volta quando aveva poco più di vent’anni “ ci dice Karl, nativo di Cincinnati e una vita passata a fotografare giovani promesse, che avevamo già conosciuto durante il Challenger di Champaign lo scorso novembre. “Paul Flory, il vecchio direttore del torneo di Cincinnati – aggiunge Karl – diceva sempre che se Venus perdeva la mattina sicuramente Serena avrebbe perso nel pomeriggio perché senza Venus non aveva motivazione”. Andando a rispolverare le vecchie edizioni del torneo  nell’edizione 2009 Venus perse a gli ottavi contro Flavia Pennetta e qualche ora seguente Serena venne sconfitta da Sybille Bammer. Forse una semplice coincidenza. “Alla fine questo sport e’ intrattenimento – aggiunge Karl – Serena negli anni d’oro era talmente forte che la gente voleva vederla giocare. Fatte le proporzioni è come Kyrgios. Entrambi hanno avuto moltissimi comportamenti discutibili ma sono in grado di attirare il pubblico”. 

La “legacy” di Serena Williams a livello umano e’ meno tangibile rispetto a quella sul campo. Per quanto possa essere banale, da quella sconfitta allo US Open del 2015 contro Roberta Vinci di pari passo con il suo declino anche il tennis femminile ha faticato terribilmente a trovare una regina degna di lei. 

Poco dopo le 21 la maggioranza degli spettatori ha lasciato l’impianto, Serena Williams probabilmente non calcherà mai più i campi in cemento di Mason ma l’empatia verso una grande campionessa ha lasciato spazio a una delusione per uno spettacolo mancato.     

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ATP

ATP Cincinnati: esordi vincenti per Alcaraz e Medvedev

Decisamente agevole la prima assoluta in Ohio dello spagnolo, molto meno convincente la vittoria del numero uno del mondo

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Daniil Medvedev, Cincinnati 2022 (foto: twitter @CincyTennis)

La notte italiana è teatro di alcuni degli esordi più attesi al Western & Southern Open, come quelli di Carlos Alcaraz e Daniil Medvedev, rispettivamente teste di serie numero 3 e 1. Scende in campo per primo l’enfant prodige spagnolo, che in poco più di un’ora ha la meglio su Mackenzie McDonald senza spendere chissà quante energie. Giornata abbastanza negativa quella dello statunitense, che non può opporsi in nessun modo all’avanzata del numero 4 del mondo.

Totalmente diverso il match di Medvedev, chiamato a riscattarsi dopo la sconfitta con Kyrgios patita a Montreal la scorsa settimana e che non ha un battesimo facile contro Botic Van De Zandschulp. L’olandese non sembra in una gran giornata, sbaglia tantissimo – soprattutto nel primo set – ma viene più volte graziato dal russo, bravo a chiudere in due set ma costretto ad annullare un set point nel secondo parziale.

[3] C. Alcaraz b. M. McDonald 6-3 6-2

 

McDonald parte al servizio e conquista i primi due punti della partita, ma Alcaraz non si fa pregare e entra subito al 100%, infilando quattro punti di fila e partendo subito in vantaggio. Non appena si entra nello scambio lo spagnolo fa valere la maggiore pesantezza di palla e lo statunitense può far poco, andando subito sotto 0-2. Il primo set si gioca nei turni di battuta della testa di serie numero 3, che certamente non è una gran notizia per McDonald. Il numero 72 del mondo, data anche la posizione arretrata di Alcaraz in ribattuta, prova a mantenersi in scia accorciando gli scambi con alcuni serve&volley che gli fruttano diversi punti. In risposta, tuttavia, non riesce praticamente mai ad essere aggressivo nonostante una percentuale di prime non elevatissima dello spagnolo, che con la seconda spesso sceglie a ragione di andare al corpo.

Avanti 4-2 il numero 4 del mondo ha la possibilità di crearsi un’altra palla break, ma sul 30-30 McDonald copre benissimo la rete con due ottime volée e accorcia le distanze poco dopo. Nonostante qualche errore qua e là Alcaraz continua a non avere problemi nei suoi turni di battuta, aumentando le percentuali al servizio e portandosi sul 5-3. Nel primo set l’iberico conquista il 90% di punti sulla seconda, dato in cui si cela la grande difficoltà di McDonald a trovare profondità in risposta. Al servizio per rimanere nel set, lo statunitense è costretto a cedere nuovamente la battuta: anche grazie a un lob millimetrico (e al doppio fallo del suo avversario sul set point) Alcaraz chiude 6-3 la prima frazione.

Anche in avvio di secondo parziale la situazione non cambia, con il 19enne di Murcia che continua ad essere dominante con i suoi colpi da fondo, mentre il suo avversario non riesce a trovare le giuste contromisure, specialmente con il dritto. Come nel primo set McDonald cerca di prendere costantemente la rete, ma nel quarto gioco viene passato con il rovescio da Alcaraz, che si procura un break point ma sbaglia la risposta subito dopo. Il game si trascina ai vantaggi, lo statunitense vince il punto più bello della partita dopo uno scambio prolungato nei pressi rete e impatta sul 2-2.

I problemi però per McDonald sono appena iniziati, dato che da quel momento non conquisterà più un singolo gioco. Alcaraz si procura altre due palle break consecutive nel sesto gioco e questa volta va a segno. Lo spagnolo è totalmente in controllo del match, affonda ripetutamente con dritto e rovescio e si porta senza fatica sul 5-2. L’incontro si conclude con il quarto break in favore della testa di serie numero 3, che con l’ennesimo dritto penetrante si impone 6-3 6-2 ed ottiene la sua prima vittoria in carriera a Cincinnati: al terzo turno per lui ci sarà il vincente del match tra Cilic e Ruusuvuori.

[1] D. Medvedev b. B. Van De Zandschulp 6-4 7-5

Decisamente più equilibrato rispetto al match precedente è l’esordio del numero uno del mondo. Van De Zandschulp parte al servizio con le idee chiarissime: conquistare la rete il prima possibile. Il piano funziona a metà, perché sì gli porta i primi due punti, ma gli costa anche il break. Ai vantaggi infatti l’olandese si precipita ancora a rete, ma sbaglia la direzione dell’attacco e viene infilato. Con qualche patema, pur senza annullare chance di controbreak immediato, Medvedev sale subito 2-0 e ha una possibilità per il doppio break nel terzo gioco, ma sbaglia la risposta. Il numero 24 ATP questa volta ne approfitta e accorcia le distanze, cercando spesso di variare gli angoli al servizio vista la posizione arretrata del suo avversario.

Il russo non mostra certo la sua miglior versione in avvio, ma i diversi errori di Van De Zandschulp lo aiutano a mantenersi in vantaggio. L’olandese conquista soltanto due dei primi dodici punti dalla riga di fondo ed è ancora costretto ai vantaggi nel quinto game, dove annulla una nuova opportunità di break grazie allo schema servizio-dritto, portandosi sul 2-3. È una partita povera di spettacolo e ricca di errori, dove a fare la differenza è unicamente il break conquistato da Medvedev ad inizio partita. Anche usufruendo dei diversi gratuiti del suo avversario (e dell’apporto della prima di servizio, 12/12), il russo riesce a conservare il vantaggio fino a fine set, archiviato 6-4 con due grandi dritti alla Medvedev e dopo aver vinto gli ultimi sedici punti al servizio.

In avvio di secondo parziale Van De Zandschulp mette la testa avanti per la prima volta nel match e, in generale, dà la sensazione di essere un po’ più aggressivo e propositivo. Diminuiscono pian piano i gratuiti da una parte e dall’altra, anche se il match resta tutt’altro che spettacolare. I problemi dell’olandese continuano però ad essere in risposta, dove non riesce a conquistare punti. Sul 2-2 Medvedev ha l’occasione di porre una seria ipoteca sul match: sul 15-15, infatti, infila una gran risposta vincente di dritto e ringrazia i due doppi falli consecutivi del suo avversario, che lo mandano avanti di un break anche nel secondo set.

Al momento di allungare il numero uno del mondo fa registrare un calo inaspettato e, con un comodo rovescio spedito in rete, restituisce immediatamente il break. Van De Zandschulp tiene ai vantaggi il settimo game e si porta sul 4-3, ma i problemi per lui si ripalesano nel gioco successivo, dove finisce subito sotto 0-40. L’olandese però non si perde d’animo, gioca soltanto più serve&volley e riesce clamorosamente a rimettere in piedi un game che sembrava perso. Va detto che l’aiuto di Medvedev si rivela fondamentale, con il russo che avrebbe potuto fare decisamente meglio su almeno due delle tre palle break e si trova così a servire per rimanere nel set. Annullato un pericoloso set point, con un ace provvidenziale la testa di serie numero uno opera prima l’aggancio sul 5-5, quindi il definitivo sorpasso. Esattamente come sul 2-2 sono i doppi falli a condannare Van De Zandschulp, addirittura tre in questa occasione. Medvedev fatica a chiudere, annulla una nuova palla break ma al terzo match point si impone 6-4 7-5: al prossimo turno attende il vincente del match tra Paul e Shapovalov.

Il tabellone completo dell’ATP di Cincinnati

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ATP

ATP Cincinnati: Carreno Busta subito fuori, Kyrgios e Paul d’ordinaria amministrazione, travolgenti Fritz e De Minaur

Nessun problema per i due australiani, men che meno per gli americani, in un martedì senza scossoni a Cincinnati

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de minaur 16 08 2022

Nessun risultato che lasci a bocca aperta in quanto ad eliminazioni, ma se c’è un risultato che può essere quasi sorprendente, in questo martedì al Western and Southern Open, è quello di Nick Kyrgios. Infatti l’australiano ha battuto 7-5 6-4 Alejandro Davidovich Fokina, dunque per una volta non è il suo il risultato più comodo di giornata. Scendendo nei dettagli della partita, in realtà, non si trovano particolari problemi per l’ex finalista di questo torneo, che subisce solo un contro-break nel secondo set, dunque vedendosi costretto a rimandare il momento della vittoria, ma senza mai trovarsi a rincorrere lo spagnolo, autore di una prestazione sufficiente che non basta però per questo Nick. Chiude con 10 ace e il 71% di conversione con la prima, come sempre abbinando buon servizio e colpi da applausi da fondo, andando a creare un incrocio da urlo al prossimo turno contro il n.1 d’America.

Quella che sulla carta potrebbe sembrare una sorpresa, in realtà non lo è poi tanto: il vincitore di Montreal, Pablo Carreno Busta, è stato sconfitto al primo turno da Miomir Kecmanovic al tie-break del terzo set (1-6 7-5 7-6). È risaputo come chi vince un torneo rischi parecchio all’avvio del torneo successivo, soprattutto in un caso come questo nel quale il torneo vinto è certamente il più prestigioso nella carriera del vincitore. Sceso in campo neanche 48 ore dopo il trionfo in Canada, Carreno Busta è partito benissimo ma ha poi pagato le tante energie nervose spese nel weelend passato e ha dovuto cedere sulla volata finale a Kecmanovic, che ora incontrerà sul suo cammino Jannik Sinner.

 

Taylor Fritz ha travolto per 6-1 6-1 Sebastian Baez (decisamente sfortunato con il sorteggio in questi due 1000, la settimana scorsa all’esordio a Montreal pescò Kyrgios), centrando un ottimo esordio all’ultimo Master dell’anno sul suolo di casa, ben memore di Indian Wells. Decisamente convincente la tds n.11, che chiude con l’80% di conversione con la prima e salvando 3 palle break su 3, contro un argentino che come sempre ci ha provato fino all’ultimo, ma sul cemento ha ben pochi mezzi per impensierire Fritz. Eliminato per due volte di fila (Washington e Montreal) da Daniel Evans agli ottavi l’americano, al secondo turno affronterà per la prima volta in carriera Nick Kyrgios. Uno dei due australiani che hanno vinto con successo oggi, insieme ad Alex De Minaur, tra l’altro eliminato proprio dal connazionale agli ottavi in Canada. Il trottolino ha battuto 6-2 6-2 senza problemi il qualificato Henri Laaksonen, senza dover mai neanche annullare una palla break e perdendo solo 3 punti al servizio. Il recente campione di Atlanta incontrerà al prossimo turno, in una partita da leccarsi i baffi, la settima forza del tabellone Felix Auger-Aliassime.

Parlando di giocatori in forma, chiudiamo citando il debutto vincente e convincente di Tommy Paul, che la scorsa settimana ha raggiunto il primo quarto di finale 1000 della carriera, abbinandolo alla vittoria più prestigiosa nel meraviglioso secondo turno contro Carlos Alcaraz. Il n.31 al mondo ha battuto 6-3 6-2 il connazionale Jenson Brooksby, che ha un po’ deluso nei due 1000 estivi americani, mettendo in campo un brillante 88% di conversione con la prima e divertendo e divertendosi come suo solito con il tipico tennis pieno di estro e ad alto tasso di godibilità che sempre mette in campo. E, a proposito di divertimento e di secondi turni da vedere, il prossimo avversario sarà Denis Shapovalov, alla perenne ricerca di sé stesso, in quello che si preannuncia un blockbuster tennistico per andare a sfidare (eventualmente) il n.1 al mondo Daniil Medvedev.

Il tabellone completo del Masters 1000 Cincinnati

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