Super Seppi! Errani e Fognini sognano

Editoriali del Direttore

Super Seppi! Errani e Fognini sognano

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TENNIS ROLAND GARROS – Dalla crisi del tennis americano, che però ora punta sugli “afro”, alla crisi sentimentale Wozniacki-McIlroy, per finire a Fabio Fognini e Camila Giorgi.

PARIGI – La stampa americana piange sulla crisi del tennis nazionale, con Isner che è il solo ad avere una classifica da…americano d.o.c. (n.11 ) quando il n.2 è n.67 (Johnson, il figlio di John..più anonimo di così…), il n.3 è n.79 (Sock…traduzione calzino) e il n.4 è n.80 (Young che tanto più giovane non è) e due donne di colore uniche superstiti fra le ragazze…che per una volta non sono le Williams ma la Townsend e la Stephens (altri due cognomi banalotti…ma non è colpa loro), però forse è significativo che proprio quando non ci sono più in gara le de Williams – che tutti si attendevano l’un contro l’altra armata al terzo turno – tre dei cinque superstiti made in USA siano afroamericani. Cole Williams sarebbero stati 5 su 7.
Un fenomeno abbastanza inconsueto. Forse il segno di un cambio epocale? Certamente un pochino le due Williams hanno influito, lasciato un segno fra le giovani americane, anche se magari Stephens (che non ha un gran rapporto con Serena) e Townsend che è ancora giovanissima, magari non lo avvertono.
Il New York Times oggi è tornato sulla vicenda della dolorosa (per la Wozniacki) separazione fra il campione di golf McIlroy e la ex n.1 danese a pochi mesi dall’annunciato matrimonio. Ha colpito un po’ tutta l’opinione pubblica il fatto che l’annuncio del break sia arrivato in 3 minuti di telefonata e pochissimi giorni dopo grandi dichiarazioni d’amore. Per la Wozniacki un brutto colpo, non meno doloroso di quello che patì Flavia Pennetta che conviveva da tempo con Carlos Moya e, avendo più o meno le stesse aspettative di Caroline, subì un vero e proprio choc che si tradusse in notti insonni, pianti, perdita consistente di peso e , se non ricordo male, una dozzina abbondante di sconfitte al primo turno.

Auguro sinceramente a Carolina, come augurai a suo tempo a Flavia, di trovare la forza di reagire e magari, dopo un po’ di tempo per riprendere a respirare normalmente, imitare Flavia che un anno e mezzo dopo colse i suoi risultati migliori e raggiunse il suo best ranking. Per Caroline magari raggiungere il best ranking sarà un po’ più difficile: al massimo lo potrà eguagliare. E non è probabile.
Ma che il New York Times sia andato a rispolverare le separazioni illustri di 40 anni fa, Evert e Connors, o di 10 anni fa, Clijsters e Hewitt, intervistando anche Chris (“We both wanted to be no.1 , I had to be married to my tennis“, volevamo entrambi essere n.1 del mondo, io dovevo sposarmi con il mio tennis. Io e Jimmy girammo il mondo per due anni e mezzo ognuno inseguendo i propri obiettivi. Troppe volte io non potevo essere lì per lui, lui non poteva essere qui per me. Le emozioni erano su e giù, magari per me, magari per lui, il focus ne risentiva, non poteva funzionare”) fa capire che in una pagina del primo quotidiano al mondo (come diffusione) per metà dedicata al ko delle Williams e all’exploit della Townsend sulla francesina con il nasino all’insù, Alizee Cornet, l’attenzione ai casi del cuore, più che al gossip o a dei risultati sportivi, resta sempre interesse prioritario. Non solo mediatico. I media offrono al pubblico quel che il pubblico vuole leggere e sapere.

 

La Serbia, con i soliti tre (più il fortunato Lajovic che ha sfruttato appieno un tabellone favorevole) ha più chances degli Stati Uniti di fare strada nel torneo. Djokovic può addirittura vincerlo, come sappiamo, ma anche la Ivanovic e la Jankovic sono fra quelle che possono sognare ora che Serena e la Li Na sono andate a casa. Il destino della Jankovic potrebbe incrociarsi con quello della nostra Errani, perchè Sara che non ha perso un set stavolta con la Pfizenmayer anche se ha sofferto un po’ nel secondo set, troverà sulla sua strada l’israeliana Glushko, top 100 per un soffio (n.98) e vittoriosa sulla Flipkens.

Guai a credere che Sara la sottovaluti, guai anche ad illudersi che ammetta che trovarsi al terzo turno una Glushko è una bella cosa. Sarà per dimostrarsi politically correct nei confronti dell’avvesaria di turno, oppure perchè proprio non crede mai che una partita possa essere facile (e magari è questa la sua forza), ma Sara gioca con una delle peggior classificate qualificatesi per il terzo turno e insomma non può proprio lamentarsi.

Vincesse ritroverebbe la Jankovic, osso duro ma già…masticato e digerito al Foro Italico. Sara non guarda neppure il tabellone, noi dobbiamo farlo per informare il lettore sui possibili sviluppi e quindi vi dico che battere Glushko ed eventualmente Jankovic (o Cirstea) vorrebbe dire trovarsi nei quarti una di queste quattro: Soler Espinosa, Bertens, Petkovic, Mladenovic. Beh se non è un tabellone da sogno questo! Sara non lo guarda e non sogna, io lo guardo sogno. Pazienza se una delle prossime mattine mi sveglierò deluso.

Restando sul tennis italiano che questo giovedì ha celebrato 3 vittorie senza perdere un set, e 2 sconfitte senza vincerne uno, se mi rallegro per Seppi che arriva al terzo turno senza aver perso un set ma solo 11 games nel primo turno (Giraldo n.34) e 10 nel secondo (Monaco n.54 con un passato da top-ten) pur avendo affrontato due avversari assai tosti sulla terra rossa, mi rattrista il fatto che anche lui – come Bolelli battuto 62 63 62 – debba andare a sbattere nel muro di Valencia, David Ferrer, finalista qui l’anno scorso e probabilissimo semifinalista quest’anno. “Non ho mai fatto più di quattro games nei duelli con lui (e sono stati sei)”. Insomma per vincere dovrebbe sparargli anche se il mio suggerimento “giocargli il rovescio lungolinea” venisse seguito con tanta costanza quanto successo. In effetti Andreas se potesse giocherebbe sempre incrociato. E più si allungasse lo scambio più perderebbe terreno.

Vengo al terzo vincitore di giornata, lasciando l’amaro in fundo.
Anche Fabio Fognini ha vinto la sua seconda partita senza perdere un set. I suoi erano avversari meno difficili, ma come dicono sempre tutti i tennisti – senza tema di poter essere smentiti -tutti gli avversari bisogna batterli. Ha giocato bene Fabio e non ha mai davvero rischiato di perdere il match. Anche nel terzo set, quando è andato al tiebreak, dopo il 2-0 d’abbrivio ha subito senza perdere la calma un net fortunoso del suo avversario ma non si è scomposto come avrebbe fatto in altre occasioni e ha chiuso il tiebreak per 7-2
Riprendo qui quanto ha scritto Roberto Salerno che ha seguito il suo match punto per punto: il buon momento è continuato in conferenza stampa, quando un rilassato Fognini ha ironicamente risposto a chi gli ha chiesto un po’ ingenuamente se pensasse alla semifinalecome no? anche a vincere il torneo, tanto per quello che costano i sogni…”.

Molto concentrato sulla partita di sabato contro Monfils – che spera di giocare sullo Chatrier “un’arena molto importante e dove il pubblico si farà sentire, ma a me il pubblico contro non fa impressione” – ha ricordato i precedenti che sono “un po’ pazzi… ma d’altra parte noi due siamo dei giocatori un po’ pazzi”.
Alla fine Fabio ha tenuto a precisare che il ricordo di Roma fa ancora molto male. “Ho lavorato tanto in questo periodo e sono stati sei mesi duri, in cui ho speso molto. Anche la Coppa Davis ha portato via molta energia. Ci eravamo ripromessi di migliorare sul duro e ci siamo riusciti. Ero arrivato in Europa con buone speranze poi ci sono stati i brutti momenti di Barcellona, Madrid e soprattutto Roma. Mi dispiace quello che è accaduto, ho giocato da schifo (sic!), ma voglio che si sappia che sono il primo ad essere deluso. Giocare così male lì, in quel posto, in un torneo a cui tengo molto… Speravo mi fossero più vicini i tifosi, che mi capissero. Non è che fischiando risolvano granché. Ma la gente nn la puoi cambiare …– ha aggiunto…- Ma è andata così adesso sono contento per come sta andando questo torneo”.

Nel 2010 contro Monfils, un match giocato in due manches per l’oscurità che polarizzò l’attenzione di milioni di francesi in prime-time televisivo, Fognini colse una delle sue più belle vittorie. A Umago ci fu un bis di quel match, e fu anch’esso spettacolare.
Se Fabio riuscisse a superare l’ostacolo francese – Monfils ha sempre giocato bene qui a Parigi, il pubblico lo esalta, ma se ora non è più un top-ten ma n.24 un motivo ci sarà – non dico certo che la strada sarebbe in discesa, però avrebbe un avversario (più Garcia Lopez che Young) addomesticabile per arrivare ai quarti contro la sua vittima di Napoli in Davis, Andy Murray che però sia con Kohlschreiber prima sia con Gasquet o Verdasco dopo non farà certo una passeggiata. Ma, come dice Fognini anche se non è giusto chiedergli e forse parlare di possibile semifinale a uno che ha perso al primo turno a Barcellona, Madrid e Roma (anche se ci ha infilato nel mezzo una finale a Monaco di Baviera).

Mi sono lasciato l’amaro in fundo, anche se Bolelli deve essere già contento di essersi qualificato e di aver passato un turno guadagnando preziosi punticini per risalire.
Capitolo Camila Giorgi: si può diventare top-20, o addirittura top-10, come magari certi suoi colpi lascerebbero pensare, se poi non si ha mai un piano B, si tira sempre e comunque forte anche quando le gambe sono lontane da una palla, si pretende di vincere in una sorta di folle rischiatutto anche contro una tennista che ha vinto due Slam e finalista in un altro, che è stata n.2 del mondo?
Camila, miss Eleganza e Dolcezza, ti risponde sempre alla sua maniera, con il sorriso quasi timido, la voce sommessa, quasi irraggiungibile per timpani inadeguati nonostante il microfono. Provo a sintetizzare con minor dolcezza e brutale sintesi i suoi concetti senza virgolettarli perchè non esattamente espressi così: un punto sullo 0 a 0 o sul 40-30 lo gioco uguale, non c’è differenza. Una superficie o l’altra…è uguale, non c’è differenza, Un’avversaria o l’altra, faccio il mio gioco, non c’è differenza.
E a fine partita se gli chiedi se rimpiange qualcosa per come ha giocato dice, più o meno: “Da fuori e dopo è facile, ma ormai la partita è finita, non la si può rigiocare“. Alla famosa considerazione, spesso sentita e ripetuta…che da una sconfitta si può anche imparare e magari, la volta dopo, si può impostare un match in un modo diverso Camila non pare proprio credere.

Ma è possibile che sia davvero così, che non ci si possa aggiustare un po’ a seconda delle circostanze, di un sole in faccia, di un vento, di un’avversaria che gioca meglio incontrando le palle piatte di quelle liftate (o magari viceversa)? Per carità, Camila è arrivata a ridosso delle prime 50 del mondo – e ci entra fra una settimana – seguendo le proprie idee, e quelle di papà Sergio.
Quindi fin qui ha ragione lei anche se noi potremmo credere – e io lo credo sinceramente – che con un po’ più di acume tattico, di applicazione sulla varietà degli schemi da poter giocare a seconda delle situazioni, Camila, 22 anni, sarebbe almeno fra le prime 30 se non fra le prime 20.
Ma siccome argomentazioni del genere sono state già sollevate e scritte mille volte da più persone, se lei e il suo padre-coach non sono persuasi c’è ben poco da fare e da raccomandarsi.
C’è una cosa però, da ultimo, che non mi convince: perché se lei dice che tutti i punti sono uguali, e intende giocarli in modo uguale, le succede – come oggi a quanto ha detto lei stessa – che “ho perso i punti importanti?“.

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ATP Umago: adesso sono gli altri Paesi, Francia, USA e perfino la Spagna a invidiare il tennis italiano. I migliori siamo noi

In prospettiva l’avvenire è più azzurro che di altri colori grazie a Sinner, Berrettini, Musetti, Sonego, Zeppieri e altri. Alcaraz fra un po’ rischia di essere il solo spagnolo top-player

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Continua il periodo dei record del tennis italiano in pieno Rinascimento. Dopo che tre italiani erano giunti in finale la scorsa settimana, fra Gstaad, Amburgo e Palermo, ora tre italiani sono contemporaneamente in semifinale al torneo di Umago, come non era più successo da 35 anni.

Io c’ero a St.Vincent quell’anno, 1987 – ed era con me anche colei che due anni dopo sarebbe diventata mia moglie – quando Cane’, Cancellotti e Pistolesi fecero la fine, con il cileno Rebolledo, dei Curiazi con l’unico Orazio molti anni prima di Cristo.  

Il tabellone completo dell’ATP 250 di Umago

 

Il rischio che quella storia si ripeta a Umago, con Carlitos Alcaraz grande favorito del torneo, c’è tutto, sebbene lo spagnolo di Murcia e dintorni abbia nel frattempo maturato una sorta di complesso nei confronti dei tennisti italiani, avendo lui perso a Melbourne da Berrettini, a Wimbledon da Sinner e ad Amburgo da Musetti, pur essendo sempre partito con il favore dei pronostici. Ma se va in finale contro Sinner forse sarà un pochino meno favorito di altre volte, sebbene la terra rossa per lui sia forse superficie più congeniale rispetto all’erba.

In questo momento, con Rafa Nadal ancora in piena corsa, il tennis spagnolo sta meglio di quello italiano, visto che ha due tennisti compresi fra i top 10, mentre noi abbiamo al momento il solo Sinner top 10e all’ultimo dei dieci posti.

SPUNTI TECNICI: Il nostro coach analizza colpo per colpo, foto per foto, Jannik Sinner al microscopio

Però in prospettiva io credo si possa dire che il tennis italiano sta meglio di quello spagnolo. Se guardiamo la race, a partire dalla settimana prossima, abbiamo tre tennisti  fra i primi 20 e la loro età non può non farci ben sperare sul loro avvenire. Rafa Nadal è un fenomeno pazzesco, ma insomma il suo certificato anagrafico dice che fra un paio d’anni – anche se continuasse a vincere il Roland Garros – dovrà sventolare bandiera bianca. E anche Djokovic non è eterno. Idem Carreño Busta, Bautista Agut etcetera.

I nostri invece non potranno che migliorare. Tutti e tre. Berrettini, Sinner e Musetti. Tre giocatori così diversi che è un piacere che… lo siano. E che lascino curiosi i nostri appassionati su chi diventerà più forte fra loro.

Io non faccio che incontrare gente che mi chiede chi lo sia, ci abbia maggiori prospettive. Io rispondo che intanto siamo super fortunati ad avere questi dubbi. E poi anche che rispetto al passato, anche a quello glorioso degli anni Settanta, siamo fortunati a poter contare su questi ragazzi che sono di una serietà professionale, con il sostegno dei loro team, senza paragoni.

Sono tutti e tre veramente dedicati al tennis, impegnati a migliorarsi giorno per giorno, consapevoli che soltanto con un lavoro continuo per superare ì proprio limiti – che ancora ci sono ed è inevitabile che ci siano in conseguenza della loro giovane età – potranno fare quella carriera che sognano, aspirare legittimamente a diventare top 5, magari n.1. 

Chiaro che quei traguardi non dipendono solo da loro. Ci sono anche gli altri. Ed alcuni sono giovanissimi come Alcaraz, ma anche ancora giovani come Zverev, Tsitsipas, Rublev, o appena un po’ meno giovani come Medvedev, che non sono meno determinati e professionali dei nostri in rapporto ai medesimi obiettivi. Però, nessuna nazione ad oggi ha 3 giovani contemporaneamente in grado di sognare con qualche ragione quei traguardi.

Per questo ritengo che l’Italia stia meglio di tutti gli altri Paesi. E francamente non era mai successo. Infatti negli anni Settanta il tennis americano era ancora di un’altra categoria, e anche quello australiano. 

Riguardo alla risposta su chi sia in prospettiva il più forte dei nostri tre… oggi come oggi mi pare si possa dire che fra i primi due, Berrettini e Sinner (citati in ordine alfabetico) e il terzo c’è ancora una certa differenza, un mini-gap. E questo perché mentre i primi due sembrano in grado di essere oggettivamente competitivi su più superfici, per ora Lorenzo, che e’ peraltro il più giovane sia pur di poco, ha dimostrato di sapersi esprimere ai migliori livelli soprattutto sulla terra rossa (come spiegano anche i ‘Numeri’ di Ferruccio Roberti).

SPUNTI TECNICI: Il nostro coach analizza colpo per colpo, foto per foto, Lorenzo Musetti al microscopio

Sono certo imparerà ad accorciare i movimenti di preparazione dei colpi anche per i campi duri. Sono cose che si imparano se non si commette l’errore commesso a suo tempo da alcuni nostri giocatori, Cancellotti e Volandri in primis, che quasi rifiutarono di credere in loro stessi su superfici diverse dalla tera battuta.

È anche vero, peraltro, che a quei tempi, sulla terra rossa si giocavano molti più tornei e si poteva quindi difendere la classifica meglio di oggi. Oggi infatti senza punti conquistati anche su altre superfici è praticamente impossibile conquistare le prime posizioni del ranking ATP.

Credo che tutti i nostri tre tennisti di punta, ma anche Sonego che è arrivato a ridosso dei primi 20 del mondo, e non c’è certo arrivato per caso, ma soltanto grazie a una notevole continuità di risultati – ultimamente venuta a mancare con alcune partite perse in modo quasi incredibile, come l’ultima da 4-0 nel terzo – meritino la nostra fiducia riguardo ai loro progressi. Ora poi sembra essersi aggiunti anche Zeppieri che ricordo tre anni fa in Australia avermi assai ben impressionato.

Io non ho paura a sbilanciarmi. Credo che fra un anno saranno tutti più in alto di dove si trovano oggi. Dico tutti, infortuni permettendo. Ma anche riguardo agli infortuni, sono certo che le loro esperienze, a volte dolorose, li aiuteranno a curarsi sempre meglio, a prevenire, a non ripetere certe possibili ingenuità. 

In conclusione, dopo che per anni hanno abbiamo guardato con una qual certa invidia, se non gelosia, al tennis francese prima, a quello spagnolo poi, oggi credo che siano gli altri a dover essere invidiosi, gelosi, del tennis italiano.

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UniCredit Firenze Open, chi in campo? Dagli azzurri al sogno Djokovic, le ipotesi

Firenze avrà solo la concorrenza della città iberica di Gijon e metterà in palio punti preziosi per la qualificazione alle ATP Finals di Torino

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Jannik Sinner – Wimbledon 2022 (foto via Twitter @atptour)

Il grande tennis torna a Firenze. C’era stato, ma al C.T.Firenze 1898– lì nel 1910 era stata fondata la Federazione Italiana Tennis con Piero Antinori primo presidente – negli anni Cinquanta fino all’avvio del tennis Open del 1968 (open ai professionisti).

Lo svedese Sven Davidson vinse due edizioni ma i campioni visti sui campi delle Cascine furono tanti: Drobny, tre volte campione a Roma, i più grandi australiani, Newcombe che avrebbe vinto 3 volte Wimbledon, Cooper (3 Slam), Roche, Rose, gli americani Patty e Larsen, il cileno Ayala, il messicano Osuna, l’argentino Morea, e fra le donne Althea Gibson, Maureen Connolly, Esther Bueno una decina di Slam in tre e fra le più grandi tenniste di tutti i tempi, oltre ai nostri Pietrangeli, Gardini, Merlo, Sirola.

Per un club non era facile far fronte ai bilanci dei tornei professionistici, ma nel ’73 – e per 21 anni fino al ‘94 – ecco ricomparire il grande tennis internazionale a Firenze. C’erano più di 5.000 spettatori e centinaia fuori dai cancelli a tribune esaurite nel ’73 per 4 ore di tennis straordinario culminato con il successo 6-4 al quinto di Ilie Nastase, n.1 del mondo, su Adriano Panatta.

 

Negli anni in cui chi scrive fu direttore del Torneo di Firenze, trionfarono i nomi più belli e noti: da Panatta (1974) a Bertolucci (tre vittorie consecutive 1975-1977), Clerc, Ramirez, Gerulaitis, e poi anche Gomez, Larsson e tre volte un altro n.1 del mondo, Thomas Muster (’91,’92,’93) prima dell’ultima edizione del ’94 vinta dall’uruguagio Filippini.

Che livello avrà l’Unicredit Open Firenze, un ATP 250 del 10-17 ottobre 2022, 625.000 euro di montepremi, quasi due milioni di budget gestionale (che si accolla la FIT)?

Molti top-players saranno a caccia di punti per qualificarsi alla seconda edizione delle finali ATP di Torino a novembre. Zero punti a Wimbledon, zero nei cancellati tornei cinesi che ne distribuivano tanti (Shanghai era un Masters 1000, Pechino un 500).

Spesso nelle settimane degli ATP 250 ci sono tre tornei in concorrenza. Ma Firenze, per il torneo ospite del moderno PalaWanny di San Bartolo a Cintoia – si gioca al coperto e su cemento – avrà solo la concorrenza della città iberica di Gijon. Però la settimana dopo Firenze Napoli ospiterà un altro ATP 250. Se non foste spagnoli dove scegliereste di giocare? In questi giorni Ruud, n.6 ATP, sta giocando un ATP 250. Perché no a Firenze?

Se già partecipassero i migliori italiani, magari con entrambi i nostri leader Sinner e Berrettini, cui si aggiungessero Musetti, Sonego, Fognini, sarebbe già un bel vedere. Fra i 32 in tabellone ci saranno certamente anche tanti tennisti di ottimo ranking. L’entry list verrà definita solo dopo l’US Open. Ma anche se il nuovo ed esordiente direttore del torneo Paolo Lorenzi non ha voluto sbilanciarsi, io scommetterei invece che qualcuno fra Rublev, Ruud, Tsitsipas, Shapovalov, Cilic, Hurkacz, Schwartzman, Dimitrov, Bautista Agut, Rune, Khachanov, lo vedremo a Firenze. E Djokovic? E’ un sogno. Ha detto che non andrà a caccia di punti, ma da qualche parte dovrà pur giocare, almeno per allenarsi. Firenze tira. E sognare non costa niente.

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ATP Firenze: quando ero il direttore del torneo… Aneddoti di fine anni Settanta con Clerc, Lendl, Ramirez, Panatta

Il direttore di Ubitennis Ubaldo Scanagatta ha anche diretto il Torneo delle Cascine negli Anni Settanta. Qui riprendiamo solo un paio di aneddoti vissuti (in parte già pubblicati), mentre ne ricerchiamo altri con Arthur Ashe, Jean Francois Cajolle, Jan Kodes, Guillermo Vilas, Adriano Panatta, Paolo Bertolucci

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Nessuno conosceva Josè Luis Clerc… quando nella seconda settimana di maggio 1978 venne a giocare le qualificazioni del torneo internazionale di Firenze, che dopo tre anni di sponsor Vat 69 era diventato Lotto-Spalding per un paio di anni prima di diventare AlitaliaFirenze.


Per la verità nella terza settimana di aprile Josè Luis aveva battuto a Nizza Tonino Zugarelli prima di perdere – al terzo set peraltro – da Higueras, n.25 ATP, dopo aver vinto il primo al tiebreak. Il suo manager era Pato Rodriguez, un ex tennista cileno (classe 1938) che aveva giocato a lungo in Coppa Davis negli anni’60 e ‘70. Pato mi chiese – ero direttore del torneo ATP di Firenze, 50.000 dollari di montepremi – se potevo programmare Clerc come primo match del giorno (ore 13) “perché Josè Luis (un ragazzone pieno di tic…) è molto nervoso e nelle attese, come quando si deve aspettare che finisca il match sul campo dove è stato designato a giocare, si logora. Se puoi dargli una mano…”.

Bene: io gliela detti e, incuriosito da quel tipo, andai a vederlo. Tirava, sia di dritto sia di rovescio, bordate impressionanti. Senza tregua. Un ritmo da far paura. Tutte pallate senza paura e gli stavano quasi tutte dentro. Lo feci giocare per tre turni di qualificazione sempre alle 13. E scrissi subito sul quotidiano locale, La Nazione, dopo il primo match di “quali”, che credevo di avere intravisto un fenomeno. Ovviamente volevo anche promuovere il torneo. Ma ci credevo. Josè Luis vinse il torneo, primo “qualificato” della storia ATP capace di tanto. Fu il suo primo torneo vinto di 25. Batté al primo turno Peter Carter, l’australiano che sarebbe diventato il primo coach internazionale di Roger Federer (morì in un incidente automobilistico in Sud Africa), poi il colombiano Molina, l’ecuadoriano Ycaza, l’australiano John Alexander (n.8 del mondo nel ’75), il francese Patrice Dominguez in finale, tre set su cinque dominandolo per tre set a zero.

Nel corso dell’anno Clerc vinse altri due tornei, Buenos Aires e Santiago, dopo aver raggiunto finali a Gstaad, South Orange (perdendole entrambe con Vilas, ma battendo tennisti come Okker e McEnroe… dopo che a Parigi aveva lasciato sei game a un Ivan Lendl diciottenne, 6-3 6-0 6-3) e anche a Toronto e Aix en Provence: in quel torneo in Francia sapete chi batté? Noah, Smid e Lendl prima di perdere sul traguardo finale dal solito Vilas. Clerc sarebbe diventato n.4 del mondo nell’agosto dell’81, dopo aver vinto anche Firenze (finale su Ramirez), Roma (Panatta, Lendl e Pecci dai quarti in poi) e quattro tornei di fila negli USA: Boston, Washington, North Conway e Indianapolis. Due volte in finale batté finalmente Vilas… inimicandoselo per sempre! Qualcuno si potrebbe chiedere perché Jose Luis, con quel ranking avesse giocato (e vinto) anche il piccolissimo torneo di Firenze. La risposta è: me lo aveva promesso che sarebbe tornato quando aveva vinto nel ’78. Ma di solito quelle sono promesse che i tennisti che diventano forti non mantengono. Lui invece è stato coerente, serio e non lo dimenticherò. Ogni volta che ci vediamo ci abbracciamo!

Quando aspettammo Ivan Lendl oltre…il regolamento. E Roberto Lombardi non me lo perdonò

 

Ricordo in particolare un curioso episodio, avvenuto circa quarant’anni fa a Firenze. Io ero giovanissimo direttore del torneo ATP di Firenze. Roberto Lombardi giocava le qualificazioni di quel torneo. Lo zio di Peter Korda, mi pare si chiamasse Pavel, mi aveva chiesto di iscrivere alle qualificazioni un ragazzino che a suo dire era promettentissimo: si chiamava Ivan Lendl. Il problema fu che questo diciassettenne si era perso un treno, aveva viaggiato tutta la notte, non sarebbe arrivato in tempo per il check-in. Decidemmo di sorteggiarlo ugualmente, in considerazioni di quelle vicissitudini e dell’età del ragazzino. Era toccato in sorte a Roberto Lombardi. Pregai quindi Roberto, dieci anni più anziano (lui del ’50 e Ivan del ’60) di aspettarlo. Per convincerlo gli dissi: “Dai, non perderai mica da un ragazzino di 17 anni che è stato tutta la notte in un treno e arriverà suonato?”.

Lui accettò sportivamente di aspettarlo. Beh, potete immaginare come andò a finire. Vinse il ragazzino ceco. Facile facile. Per anni Roberto me l’ha scherzosamente rimproverato: “M’hai fregato, m’hai fregato… lo sapevi che era fortissimo!”. Ecco, io voglio ricordarmi sempre quel Roberto lì, quello che scherzava sempre, quello che al ristorante chiedeva sempre quello che non c’era (“Lombardi? Il peggior cliente di ristorante del mondo” era l’affettuosa definizione che di lui dava Maestro Rino), quello che amava sempre recarsi nei posti “più trend”. Non sono sicuro che Ivan Lendl si ricordi di quell’episodio. Non ho avuto occasione di ricordarglielo. Abbiamo riso insieme invece ricordando quella vota in cui lui aveva vinto il suo ennesimo Roland Garros (credo fosse il terzo…) e in sala stampa gli chiesi che cosa avesse pensato che avrebbe fatto a fine carriera… “Magari il giornalista? “ gli suggerii. E lui: “Di certo non sogno di diventare come certi giornalisti senza capelli!” rispose guardandomi fisso con il suo tipico humour freddo, lui che alcuni avevano ribattezzato Buster Keaton, perché la sua comicità non era quasi mai accompagnata da un sorriso, e altri doctor Frankestein per la sua maschera molto particolare. Di aneddoti vissuti in quegli anni ne ricordo tanti altri, con Arthur Ashe, con Jean Francois Caujolle, John Alexander, Adriano Panatta, Paolo Bertolucci e andrò a ripescarli meglio però nella mia memoria per pubblicarli prossimamente sperando che vi piacciano.

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