ATP: istruzioni per l’uso – Rovescio, slice e risposta

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ATP: istruzioni per l’uso – Rovescio, slice e risposta

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TENNIS FOCUS – Un’altra stagione di tennis è andata in archivio. In attesa che cominci la prossima abbiamo deciso di volgere lo sguardo all’anno che è stato e compilare un piccolo prontuario che ci porterà attraverso i fondamentali del gioco e i loro migliori interpreti: da Federer a Djokovic, passando per Murray, Nadal e…Dolgopolov! Paul Sassoon, traduzione di Giulio Gasparin

Con la vittoria di Novak Djokovic alle ATP Finals di Londra ed il primo successo targato Svizzera in Coppa Davis è finita ufficialmente questa sorprendente stagione di tennis. Per l’inizio della prossima, i fan dovranno aspettare poco più di un mese, mentre i loro idoli saranno intenti a ricaricare le batterie ed allenarsi in vista di un altro anno di grande tennis. (clicca qui per l’articolo in inglese)

Prima che ciò possa accadere, noi di Ubitennis.com abbiamo deciso di volgere lo sguardo all’anno che è stato e compilare un piccolo prontuario che ci porterà attraverso i fondamentali del gioco e i loro migliori interpreti.

 

Questa settimana abbiamo analizzato tre nuovi fondamentali, ma ogni mercoledì ci saranno altre nuove categorie a tenervi compagnia nell’attesa del primo torneo dell’anno.

Se l’aveste perso, qui trovate l’analisi di servizio e dritto.

  • Risposta

1) Novak Djokovic:
Il numero uno del mondo è un felino in risposta, grazie a dei riflessi sovraumani, si avventa sul servizio del proprio avversario e spesso lo punisce se non abbastanza efficace. La combinazione di queste capacità di lettura e anticipazione, assieme ad una formidabile abilità nei fondamentali da fondo, lo rende il miglior giocatore al mondo in risposta. Nel 2014 ha vinto un terzo dei punti in risposta alla prima di servizio (33%) e addirittura il 58% sulla seconda, ottenendo il break nel 33% dei giochi in risposta.

2) Rafael Nadal:
Il maiorchino è un eccellente giocatore in riposta, ma al contrario del serbo non è un giustiziere così di frequente. Lo spagnolo però è in grado di prendere controllo delle operazioni già da questo colpo, così da portarsi in testa alle statistiche in risposta: 35% dei punti fatti rispondendo alla prima e 56% con la seconda, trovando il break nel 35% dei game giocati con l’avversario al servizio. C’è da dire, comunque, che queste statistiche sono un po’ viziate dall’assenza dello spagnolo dai campi veloci della stagione americana e poi quella indoor.

3) Andy Murray:
Pur rimanendo per lo scozzese una stagione difficile quella è appena chiusasi, egli ha portato a casa, al solito, ottimi risultati nei game di risposta. A spiegare la difficile situazione di classifica e risultati è il rendimento al servizio non a livello con i suoi giorni migliori. Ad ogni modo, il terzo posto nella classifica in risposta è rimasto ben saldo nelle sue mani, con numeri non lontani dai due che lo precedono: 33% di punti fatti rispondendo alla prima, 55% alla seconda e 32% di game in risposta vinti.

4) Kei Nishikori:
Il finalista degli US Open è costretto dalla sua debolezza al servizio a compensare con ottime qualità in risposta, per questo Nishikori si presenta in questa classifica e promette di salire ancora. Grazie ad una posizione molto vicina alla riga di fondo già dal primo colpo, il giapponese anticipa molto la proprio risposta togliendo tempo a chi si ritrova a servire, specialmente sulla seconda. Il rischio che corre risulta poco fruttifero sulla prima (solamente il 30% dei punti vinti, 15° in classifica), ma ottimo sulla seconda di servizio (53%).

5) David Ferrer:
Il quinto posto di Ferrer in questa classifica si deve soprattutto ai numeri più che ad un effettivo merito tecnico-tattico. Lo spagnolo non ha la risposta fulminante di Djokovic, né la capacità di prendere immediatamente in mano lo scambio del compatriota Nadal, ma ha la solidità mentale e fisica per cui alla fine il risultato è lo stesso: il break. Nel 2014 è il giocatore con più punti vinti sulla prima di servizio (34%) e il secondo sulla seconda (56%), così da essere in grado di ottenere il break nel 33% dei game di risposta.
Rovescio

1) Novak Djokovic:
Il numero uno del mondo è giustamente anche il numero uno quando si parla di rovesci. Se nel comparto offensivo, il suo colpo bimane potrebbe essere considerato secondo a quello ad una mano di Wawrinka, il rovescio del serbo è un colpo più completo, più solido e più incisivo e sicuro anche in difesa. Djokovic può giocare questo fondamentale in ogni modo e posizione del campo, mantenendo un’altissima qualità anche staccando la mano sinistra e giocando lo slice. Può attaccare e difendere con eguale disinvoltura e passare dall’uno all’altro atteggiamento senza difficoltà. Se per poco il numero uno del mondo non è stato incluso tra i migliori 5 dritti, su questo lato nessuno si avvicina a detronizzarlo.

2) Stan Wawrinka:
Per quanto riguarda potenza ed eleganza, si potrebbe dire che il colpo dello svizzero sia il migliore del circuito. Stan ha una grande capacità di accelerazione e apertura di angoli, ma come spiegato, è un colpo che non può rivaleggiare Djokovic, per la mancanza di affidabilità in difesa. Inoltre, lo svizzero manca di alcune soluzioni che invece sa produrre il numero uno al mondo.

3) Kei Nishikori:
Se il giapponese è riuscito in questo 2014 a vincere il primo Master 1000 e a raggiungere la prima finale slam e del master di fine anno, la ragione è sicuramente da ritrovarsi nella qualità del suo rovescio. Il suo lungo linea, specialmente, si è dimostrato un colpo letale ad ogni tipo di avversario. Quando Kei riesce a mettere i piedi sulla linea di fondo è capace di prendere in mano lo scambio e chiudere con il suo prezioso rovescio, arma che spesso gli consente anche grandi recuperi o imprendibili passanti.

4) Andy Murray:
Anche se lo scozzese ha fatto fatica a recuperare la sua forma migliore in questo 2014, ci sono stati sprazzi di ottimo gioco per lui, specie con l’amato rovescio e soprattutto a fine stagione. Questo colpo è sicuramente il suo punto di forza, perché in un gioco di solidità da fondo, con il rovescio, Murray raramente sbaglia, ma non solo, riesce a mettere pressione al proprio avversario con colpi potenti e precisi, anche da molto fuori dal campo. Anche la varietà è dalla sua grazie alla capacità di mescolare topspin, colpi piatti e slice.

5) Ernests Gulbis:
Al solito, scegliere il quinto classificato è difficile, poiché significa escludere definitivamente tutti gli altri. Alla fine Gulbis è stato preferito a Kohlschreiber e Federer, perché il lettone ha avuto una stagione fenomenale ed è stato il suo rovescio a portarlo così in alto. Il suo colpo bimane gli ha vinto moltissimi punti ed è stato sempre l’ancora di salvezza nei momenti più difficili.

  • Slice

1) Roger Federer:
Da molti e per lungo tempo, il rovescio dell’elvetico è stato considerato il tallone d’Achille, ma, c’è da dire che non vi è nel circuito uno slice di rovescio altrettanto efficace e affidabile. È un colpo che permette al rossocrociato di recuperare in difesa e, nelle manovre d’attacco, aumenta le possibilità di sorpresa: al rovescio in top può alternare la palla corta o lo slice profondo, che permette una discesa a rete comoda. Tutte queste variazioni tengono l’avversario in attesa, evitando che questi possa anticipare le mosse del campione svizzero, vero maestro nel nascondere le proprie intenzioni.

2) Andy Murray:
Il campione di Wimbledon nel 2013 ha, come visto, un fenomenale rovescio bimane, ma eccelle anche nello staccare la mano sinistra per effettuare lo slice. Murray usa questo colpo soprattutto in difesa, ma è un’arma a cui ricorre anche per rompere il ritmo dello scambio. Solo Federer usa lo slice con un’efficacia tattica maggiore.

3) Novak Djokovic:
Come la maggioranza dei bimani, anche il numero uno al mondo non ricorre spesso a questo colpo, ma ciò non deve oscurarne l’efficacia. Djokovic è uno dei migliori giocatori in difesa e quando insegue un colpo profondo e penetrante alla sua sinistra, spesso ricorre allo slice per rallentare il ritmo e recuperare campo. Pur non usando spesso lo slice per poter scendere a rete, il serbo è maestro a mascherare le intenzioni di palla corta.

4) Grigor Dimitrov:
Troppe volte si è paragonato il giovane bulgaro a Federer, ma quando il metro di paragone è il rovescio, è difficile dare contro a queste similarità. Certamente non è ancora ai livelli dello svizzero, ma lo slice è tra tutte le sue soluzioni, quella che più spesso lo ha tirato fuori dai guai quest’anno.

5) Alexandr Dolgopolov:
L’ucraino è tra i giocatori in attività quello che forse più di tutti merita l’appellativo di imprevedibile. Forse, a volte, nemmeno lui sa quale colpo andrà ad eseguire mentre si avvicina alla palla. Gran parte di questo suo “delirio” tennistico è scaturito dalla facilità con cui può cambiare le rotazioni con il suo rovescio. La quantità di rotazione laterale che imprime alla pallina è ciò che rende il gioco dell’ucraino così difficile da gestire.

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L’isolamento nel doppio, un doppio isolamento

Per i doppisti questo periodo di pausa dalle competizioni presenta ancora più difficoltà. Ma Melo scherza sulla distanza dal suo compagno Kubot: “A volte fa bene anche nei matrimoni!”

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Marcelo Melo e Lukasz Kobot

Dal punto di vista finanziario, i tennisti sono tra gli atleti che hanno subito di più l’impatto del Covid-19. Come è ben noto, gli introiti dei professionisti della racchetta, e soprattutto quelli che non possono contare su contratti di sponsorizzazione di peso, dipendono in maniera considerevole dai loro risultati sul campo. Se non si gioca, non si vince. E se non si vince non si guadagna.

Dal punto di vista prettamente sportivo, i tennisti non si possono lamentare. Tanti giocatori, anche in paesi molto colpiti dal virus, hanno avuto un’interruzione relativamente breve dell’attività. Alcuni professionisti, grazie alle decisioni dei politici locali o di scelte particolarmente azzeccate, sono riusciti addirittura a continuare regolarmente gli allenamenti. Ha aiutato tanto che il tennis sia uno sport senza contatto, in cui la distanza necessaria per evitare la propagazione del virus può essere rispettata. Certo prepararsi senza avere un obiettivo non è il massimo. Ma almeno si può tornare ad una sorta di normalità e chissà, magari sfruttare l’occasione per affinare meglio i propri colpi. 

Ci sono alcuni tennisti che hanno faticato molto di più per riuscire ad allenarsi regolarmente. E che in certi casi ancora non lo possono ancora fare. Si tratta dei doppisti. Innanzitutto, nel doppio è molto più difficile mantenere la distanza di sicurezza. Si pensi solo a quanto debbono stare vicini due doppisti per difendere al meglio la rete dai passanti avversari. Non a caso nei circoli italiani sono stati inizialmente aperti solo per partite di singolare mentre quelle di doppio, tanto amate dai soci più anziani, hanno dovuto attendere qualche giorno in più.

 

Inoltre, nel caso di tante coppie di vertice del tennis mondiale, c’è anche stato il fondamentale problema della distanza fisica. Come si può riuscire ad allenarsi al meglio quando il tuo compagno è a migliaia di chilometri di distanza? Certo se ne possono trovare altri, si può comunque lavorare sui colpi. Ma non su elementi chiave nel doppio come il sincronismo dei movimenti e le tattiche. Insomma, i doppisti, categoria da anni figlia di un Dio minore nei grandi circuiti, hanno vissuto un isolamento doppiamente difficile. Un quarantena con i problemi finanziari di uno sport individuale e quelli logistici degli sport di squadra. 

Dall’alto dei suoi oltre 7 milioni di dollari guadagnati in carriera, ci può scherzare su il brasiliano Marcelo Melo, star della specialità, che ormai da tre anni fa coppia fissa con il polacco Lukasz Kubot. “Il doppio è come un matrimonio, quindi ogni tanto fa bene avere un piccolo break”, dice tra il serio e il faceto Melo, attuale n.5 al mondo e due volte campione Slam, l’ultima volta proprio con Kubot, a Londra.

“Non so quando ci vedremo di nuovo. Naturalmente da quando ricominceranno i tornei e quando potremmo allenarci. Un periodo di lontananza può avere anche i suoi risvolti positivi per i doppisti”, ha sottolineato lo specialista carioca. I due provano a tenersi in contatto come possono in questo periodo passato a distanza. Una distanza umana oltreché tecnica. “Abbiamo una chat di gruppo con il nostro team, ci teniamo in contatto lì. Parliamo dei nostri allenamenti, dei programmi. Ci chiediamo come vanno le cose. Ma di questi tempi non ci sono così tante cose da dire”, ha proseguito Melo. 

Quantomeno il brasiliano in questi ultimi mesi si è potuto allenare e anche con un avversario di altissimo livello, il n.7 del mondo, di singolare, Alexander Zverev, in Florida. “Siamo stati molto fortunati ad essere lì”, ha raccontato. Nonostante i 13 anni di differenza, i due sono molto amici e passano tanto tempo insieme, come si può evincere dai rispettivi profili social. “È una bella persona con cui uscire e divertirsi. Ha una bella famiglia, un bel team. Vado molto d’accordo con loro”, ha spiegato il doppista sudamericano.

Ora però Melo è tornato a casa sua, in Brasile, uno dei pochi paesi in cui l’emergenza coronavirus è ancora in pieno svolgimento, dove spera di potersi presto allenare con un altro specialista. Ma non uno a caso. Proprio quel Bruno Soares con cui ha fatto per anni coppia alla fine degli anni dieci e con il quale inevitabilmente spesso gioca in Davis. A proposito di matrimoni, che questo coronavirus non faccia nascere un ritorno di fiamma? Staremo a vedere. La distanza a volte può fare male alle coppie, appunto.

UN ALTRO PROBLEMA… DOPPIO – Hanno meno di che scherzare i doppisti che si trovano più in basso in classifica e non hanno conti in banca con tanti zeri da parte. Per loro è difficile vedere qualcosa di positivo nell’interruzione del circuito. Oltre alle maggiori difficoltà negli allenamenti, questa categoria di tennisti è spesso meno tutelata dalle grandi istituzioni del tennis e federazioni nazionali. Pare infatti che l’ATP adotterà criteri diversi nella distribuzione dei sussidi ai giocatori tra singolaristi e doppisti. Mentre il cut-off per ottenere gli aiuti è fissato alla 500esima posizione per i singolaristi, per i doppisti è al 175. Inoltre, i doppisti dovrebbero prendere la metà della somma (circa 8mila dollari) destinata ai singolaristi. E chissà che non si apra l’annosa disputa sul fatto che siano tennisti di “serie b” o, come sostengono altri, “singolaristi che non ce l’hanno fatta”. 

In ogni caso, il COVID-19 sembra aver avuto un impatto differenziato anche sui tennisti oltreché sulle nostre società, tracciando una linea tra fortunati e meno fortunati. Tra chi è in alto nella classifica e chi è in basso nella classifica. E anche tra singolaristi e doppisti, con questi ultimi leggermente più penalizzati. Il loro è stato un isolamento doppio, in ogni senso.

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Focus

La polemica risposta della FIT a Nicola Pietrangeli

La Federazione replica alle dure parole del due volte campione del Roland Garros con un articolo dal titolo ‘A bocca aperta leggendo Nick’

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Angelo Binaghi, Nicola Pietrangeli, Steve Haggerty - Italia-Francia, Coppa Davis 2018 (foto Roberto Dell'Olivo)

Era difficile, pressoché impossibile, che le dure parole di Nicola Pietrangeli contro la FIT, apparse sul Corriere della Sera, cadessero nel vuoto. La risposta della Federazione non si è fatta attendere ed è comparsa sul sito ufficiale, a firma del consigliere federale Giancarlo Baccini. “A bocca aperta leggendo Nick“, questo il titolo che accompagna il testo e che manifesta sin da subito la sorpresa per le dichiarazioni del due volte vincitore del Roland Garros.

La replica si focalizza sui due punti principali dell’accusa di Pietrangeli, ovvero la sospensione senza preavviso del contratto di collaborazione con la FIT (per il ruolo, invero piuttosto fumoso, di “ambasciatore”) e una generale mancanza di rispetto nei suoi confronti, culminata con il mancato invito ai Campionati Italiani Assoluti di Todi. Prima però antepone una doverosa premessa di carattere economico, per sottolineare il carattere di eccezionalità del periodo e dei provvedimenti federali.

Per la FIT, e in particolare per il suo Presidente Angelo Binaghi, quelli trascorsi da marzo ad oggi sono stati mesi infernali, nel corso dei quali è stato necessario occuparsi di mille problematiche diverse, a cominciare da quella più critica di tutte: come salvare la federazione che più di ogni altra vive delle risorse che riesce a generare in totale autonomia (l’87 per cento del totale) da un lockdown che, prevedibilmente, potrebbe finire almeno col dimezzarle, con mancati ricavi per circa 30 milioni di euro. E allo stesso tempo dare un minimo di supporto alle società sportive affiliate per evitare che debbano a loro volta chiudere i battenti (già stanziati 3 milioni).”

 

Per centrare questi due obiettivi prioritari (senza Circoli non c’è la FIT, senza la FIT non c’è il tennis, senza il tennis non c’è chi campa grazie al tennis), è stato a suo tempo chiesto a quanti operano nell’orbita della FIT di accettare di sacrificarsi almeno fino a che tutto il resto del movimento – circoli, giocatori, insegnanti, ecc – fosse a sua volta rimasto a stecchetto. Per cui costi degli organi federali azzerati; riduzione dello stipendio di chi avrebbe comunque dovuto continuare a lavorare; ferie e cassa integrazione per tutti gli altri dipendenti; sospensione dei contratti dei 300 collaboratori esterni del Gruppo FIT; chiusura o sospensione di numerose attività collaterali. Il tutto, ribadisco, anche nell’interesse strategico finale degli stessi sacrificandi“.

Baccini poi entra nel merito della diatriba con Pietrangeli, con frasi che sembrano tradire un sincero dispiacere, ribadendo che tutti i contratti di collaborazione (circa 300) sono stati sospesi, non solo il suo, quello di Barazzutti o di Palmieri. Sottolineando poi che la FIT è ricca” (parole di Pietrangeli), ma lo è in tempi normali e questi non sono tempi normali. Infine che la pesante affermazione di non aver ricevuto più “nemmeno uno straccio di telefonata” dopo il 10 marzo (giorno della sospensione del contratto), ha lasciato “a bocca aperta” chi di tanto in tanto lo aveva sentito negli ultimi tempi.

La parte più interessante della risposta è però quella conclusiva. Dopo aver confutato con argomentazioni più che ragionevoli le lamentele di Pietrangeli sul contratto sospeso, la FIT, nella persona di Baccini, passa a parlare del mancato invito per gli Assoluti di Todi (“Il 15 giugno a Todi ci saranno i Campionati italiani e non mi hanno neppure invitato”) e afferma:
E qui a bocca aperta ci sono rimasti anche tutti gli altri, perché di fare gli Assoluti a Todi lo dovevamo decidere proprio oggi. (E soltanto più tardi abbiamo in effetti deciso che, se il Governo autorizzerà le competizioni sportive, gli Assoluti ci saranno davvero. Il 22 giugno…). Come facevamo a invitare qualcuno (ammesso che Nick debba essere invitato, visto che ogni circolo italiano è casa sua) a un evento che era soltanto un’ipotesi?“.

Il ragionamento non fa una piega, ma non sembrava che attorno alla data di inizio dell’evento ci fosse tutto questo grado di incertezza, fermo restando che qualsiasi manifestazione sportiva in queste settimane deve ricevere l’approvazione governativa. Pietrangeli cita una data precisa (il 15 giugno), la stessa riportata da molti giornali, incluso Ubitennis, perché ufficializzata dal comunicato stampa di MEF Tennis Tour – il cui ufficio stampa gestisce la comunicazione del torneo.

Ad ogni modo, la lettera aperta di Baccini si conclude con una nota di apparente conciliazione nei confronti di Pietrangeli cui si rende tributo, pur senza risparmio di frecciatine (inclusa una nota vagamente complottista).

Insomma, anche se Nick lo conosciamo tutti (io da 50 anni, e vi giuro che fra tutti i grandi campioni di ogni sport che ho conosciuto e frequentato in vita mia, lui è uno di quelli a cui voglio più bene e stimo di più), ci siamo rimasti davvero male, perché lui, oggi, non è soltanto l’”Ambasciatore” al quale da vent’anni (rimuovendo l’ostracismo decretatogli dagli ex presidenti Galgani e Ricci Bitti) abbiamo affidato con orgoglio il compito di essere rappresentati in giro per il mondo e per il Paese, ma è l’icona vivente del tennis italiano. In quanto conclamatamente tale, davamo per scontato che il benessere del tennis italiano gli stesse a cuore più del suo.

Mistero… Che non sarebbe tale soltanto se Nick si fosse fatto strumentalizzare da qualcuno che il tennis italiano non lo ama quanto sarebbe tenuto a fare. L’esperienza mi ha insegnato che tutto è possibile, a questo mondo, e che non sempre le persone sono quel che sembrano. Però Nick è Nick, non è possibile che sia davvero successo qualcosa del genere“.

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evidenza

Original 9: Julie Heldman

Secondo dei nove approfondimenti dedicati alle donne che hanno cambiato la storia della WTA. Oggi tocca a Julie Heldman, vincitrice degli Internazionali d’Italia nel 1969. “Un giornale mandò il reporter che si occupava di moda, anziché quello che scriveva di sport”

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Dopo l’articolo introduttivo sulle ‘Original 9’ e una breve carrellata sulle donne che rivoluzionarono il tennis femminile, vi proponiamo i relativi approfondimenti. La seconda protagonista è Julie Heldman, nata l’8 dicembre 1945. Qui l’articolo originale pubblicato sul sito WTA


In questa seconda puntata della nostra serie in onore delle Original 9, Julie Heldman ci riporta al settembre 1970, quando si ribellò contro la vecchia dirigenza tutta maschile dello sport e contribuì a costruire un audace, nuovo futuro per il tennis professionistico femminile.

Figlia del vulcanico magnate del tennis Gladys Heldman, Julie Heldman aveva 25 anni quando firmò un contratto da un dollaro per partecipare al pionieristico torneo organizzato da sua madre, il Virginia Slims Invitational di Houston. Nel corso della sua carriera, la laureata a Stanford aveva conquistato più di venti titoli in singolare, compreso l’Open d’Italia del 1969, e tre medaglie, una per ciascun colore, negli eventi di esibizione alle Olimpiadi di Città del Messico 1968 (il tennis non figurava come disciplina olimpica ufficiale, ndt). Tre volte semifinalista Slam in singolare, aveva raggiunto il numero 5 del mondo e fatto parte di due spedizioni vincenti in Fed Cup, rappresentando gli Stati Uniti.

Julie riflette: “Non penso che qualcuna di noi parlasse davvero di parità di diritti, quell’anno a Houston. Parlavamo solo del diritto di guadagnarci da vivere e del fatto che il primo anno o giù di lì ci dovesse servire per organizzarci e stabilizzarci nel nostro nuovo mondo. Non mi ci è voluto molto, comunque, per capirne gli effetti anche su un contesto più ampio, perché c’erano donne che venivano da tutte le parti per dimostrarci il loro supporto. Visitavamo le case di molte persone, le donne ci avvicinavano e ci dicevano: ‘Il mio matrimonio è a pezzi, voi siete un nuovo tipo di donne… possiamo parlarne?’ Tutto stava cambiando così rapidamente in quel periodo, era la fine degli anni 60, e la gente ci vedeva come pioniere di un mondo nuovo.

“All’inizio, la paura che potessimo essere escluse dai tornei del Grande Slam era reale. C’era tensione evidente, la vita di ciascuna di noi stava per essere profondamente scossa. I giocatori maschi erano tutti contro di noi, la dirigenza del tennis era tutta contro di noi – ricordate, non c’era alcuna dirigente donna a quei tempi. Stavamo facendo un salto nell’ignoto totale. Le giocatrici dovettero fare le loro scelte. Io scelsi in favore della solidarietà.

Questa è la mia memoria ricorrente di quel periodo: il senso di solidarietà e il passo avanti. Io non potevo giocare a Houston a causa di un infortunio al gomito. I miei genitori si erano appena trasferiti da New York e io passai la notte prima dell’inizio del torneo nella nuova casa, parlando al telefono. Le giocatrici chiamavano e dicevano che la USLTA stava minacciando di sospenderle tutte. La mattina in cui il torneo cominciò io non andai al circolo, perché non dovevo giocare, ma quando seppi che le altre giocatrici stavano prendendo posizione, decisi di fare lo stesso, anche se questo avesse significato subire io stessa una sospensione”.

“Nel nuovo circuito accadevano cose folli. Un giornale mandò il reporter che si occupava di moda, anziché quello che scriveva di sport. Dovemmo spiegargli come funzionava il punteggio e cosa fosse un rovescio. Ma io non vedevo le questioni extra campo come una distrazione, significava soltanto dedicare del tempo a qualcosa per cui tutte noi stavamo lavorando. Avevamo bisogno di farlo. Tutte noi dovevamo andare ai cocktail party, fare incontri, presenziare in TV e parlare con i giornalisti, perché quello era il modo per dare il via al nostro tour”.

Traduzione a cura di Filippo Ambrosi

 

Per conoscere meglio le nove protagoniste, il sito della WTA sta pubblicando anche delle brevi video-interviste in cui vengono rivolte a tutte le stesse domande. Di seguito le risposte di Julie Heldman.

Chi era il tuo idolo tennistico?
Mio padre! Era mancino e… molto gentile

I tuoi punti di forza da giocatrice?
 “Avevo un grande dritto ed ero molto combattiva

Torneo preferito?
Il mio torneo preferito era l’Italian Open: era ‘selvaggio’, pazzo e… soleggiato

Cosa serve per essere una campionessa?
La capacità di credere in se stessi e puntare un obiettivo senza lasciare niente di intentato

Momento clou della tua carriera nel tennis?
La vittoria dell’Italian Open!”

La partita che credevi fosse vinta?
Contro Virgina Wade a Los Angeles. Ho servito avanti 5-1 nel terzo set ma mi sono innervosita al punto da non riuscire a colpire la pallina per servire. E ho perso

Se potessi giocare un match di fantasia contro qualsiasi avversaria, quale sceglieresti?
Suzanne Lenglen, perché era straordinaria

La tua tennista preferita da veder giocare oggi?
Era Agnieszka Radwańska, adesso mi piace molto Naomi Osaka


  1. Original 9: Kristy Pigeon 

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