L'ABC del tennis: come si valuta chi non si conosce?

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L’ABC del tennis: come si valuta chi non si conosce?

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Quali sono i primi aspetti da prendere in considerazione per cercare di valutare una tennista non conosciuta?

“ABC del tennis”: il titolo è il tentativo di sintetizzare alcuni aspetti basilari del modo di giocare a tennis. Devo però chiarire: non mi riferisco agli aspetti che potrebbero interessare un maestro che si trova di fronte a un bambino alle prime armi. No, qui faccio riferimento alle prime caratteristiche che prendo in considerazione quando cerco di scoprire una giocatrice che sta facendo il salto tra le professioniste. Vale a dire una tennista di solito ancora giovane, ma comunque già in possesso di un modo di stare in campo abbastanza maturo e personale.

Immaginiamo di voler seguire in tv una promessa che si affaccia nel circuito WTA, per farci una prima idea su di lei. Innanzitutto sarebbe importante poterla vedere contro un’avversaria che già conosciamo. In questo modo tutto risulta più semplice; anzi, direi che è un requisito fondamentale per poter avere dei punti di riferimento sicuri, evitando le troppe incognite di una partita tra due sconosciute.

 

In televisione alcuni aspetti sono più complessi da valutare al primo impatto: ad esempio la velocità di palla e il tipo di traiettorie utilizzate, perché la loro percezione dipende dalla posizione della camera principale (posizione che cambia nei diversi tornei e che può alterare le sensazioni).
Anche per questo normalmente inizio prendendo in considerazione caratteristiche ancora più “terra terra”, che si possono controllare con più facilità.
Ecco quali sono:

1) Posizione in campo
La prima cosa che di solito cerco di capire di una giocatrice è dove si mantiene durante lo scambio: cioè quanto a ridosso della linea di fondo riesce a posizionarsi e quanto arretra (o al contrario: quanto riesce a non arretrare) nelle situazioni difficili.
Ad esempio tra le giovani leve sono state proprio l’anticipo e la capacità di non perdere campo che hanno consentito a Eugenie Bouchard di ottenere gli ottimi risultati del 2014.
Per giocare a ridosso della linea di fondo bisogna possedere un gran senso del tempo e la capacità di gestire traiettorie di controbalzo: due doti che non sono da tutte.

Ci possono essere eccezioni che confermano la regola, magari giocatrici rapidissime che riescono a reggere il confronto stando un pochino più indietro: ma di solito quanto più “avanti” si riesce a giocare, tanto più in alto si può pensare di puntare in termini di carriera.
Questo aspetto non determina situazioni particolarmente spettacolari per lo spettatore; ma secondo me saper tenere solidamente il palleggio da una posizione di campo avanzata, è segnale di una caratura tennistica di alto livello.

2) Profondità di palla
Spesso ci soffermiamo su quanto riesce a tirare forte una giocatrice. Dote di sicuro importante, ma secondo me nel tennis femminile può fare più male una traiettoria che viaggia qualche chilometro in meno, ma che rimbalza negli ultimi metri di campo rispetto ad una un po’ più veloce ma che ricade attorno alla linea del servizio. Le donne infatti, difficilmente riescono a caricare di topspin la palla al punto tale da renderla insidiosa anche quando non è molto lunga.
Perfino un colpo appoggiato e con poco peso se atterra nei pressi della linea di fondo può risultare efficace contro la quasi totalità delle giocatrici. Magari è insufficiente contro le primissime, ma stiamo parlando di poche tenniste di alto livello, che possiedono colpi e potenza davvero superiori.
E siccome sto cercando di fare un ragionamento più generale, direi che saper giocare profondo è un ottimo punto di partenza per scalare le classifiche. Mi verrebbe da dire: un metro in più in lunghezza nel proprio gioco rispetto ad un’altra tennista può significare diverse posizioni in più nel ranking a fine anno.

3) Gestione della seconda di servizio

a) in battuta
Nel tennis femminile il servizio non è un fattore paragonabile a quello maschile. Tutti i dati statistici lo confermano; ad esempio negli ultimi Australian Open  gli uomini hanno tenuto il servizio nell’80,8% per cento dei game; le donne si fermano al 64,9%.
E mentre (più o meno) ogni giocatrice con la prima di servizio riesce a vincere più punti di quanti ne perda, è invece cosa da pochissime riuscire a superare il 50% sulla seconda di servizio. Significa cioè che quando si gioca uno scambio iniziato con la seconda palla, normalmente chi risponde è avvantaggiata rispetto a chi serve.
Per questo, se provo ad approfondire la conoscenza di una tennista, cerco di non sottovalutare questo momento: quanto riesce a spingere la seconda? Quanto riesce a variarla? Come la gioca sui break point? Etc etc

b) in risposta
È la situazione speculare della stessa fase di gioco.
Nel tennis contemporaneo optare per una risposta che consenta semplicemente di entrare nel palleggio può risultare un atteggiamento troppo conservativo; in sostanza una occasione mancata. Se c’è la possibilità di prendersi subito un vantaggio, va colto immediatamente.

Schematizzo: nel gioco da fondo campo (non parlo quindi di chip and charge) la ricerca continua della risposta “di attacco” è una innovazione introdotta da Monica Seles, ulteriormente sviluppata dalle sorelle Williams: aggressività immediata, senza tentennamenti. Ma ancora fino a qualche anno fa ci sono state anche giocatrici di alto livello che sceglievano di rispondere in sicurezza, senza cercare molto di più.
Come ad esempio Jennifer Capriati sulla battuta di Elena Dementieva (US Open 2004):
https://www.youtube.com/watch?v=jFw-5ZKhY2I&feature=player_detailpage#t=285
Probabilmente molti ricordano le profonde crisi attraversate da Dementieva in questo fondamentale; crisi che producevano movimenti non ortodossi, e velocità inferiori ai 100 Km/h. Malgrado questo, Capriati non spinge più di tanto. E stiamo parlando di un match tra la numero 6 (Elena) e la numero 8 (Jennifer) del mondo.

Ma oggi è sempre più importante sia saper servire una seconda efficace sia saper approfittare in risposta di battute troppo tenere. Lo si è visto, ad esempio, durante il recente match di Fed Cup tra Errani e Mladenovic, in cui Sara ha sofferto moltissimo l’aggressività dell’avversaria.

4) Errori non forzati
Forse la cosa più banale, meno affascinante e per questo anche un po’ sottovalutata. Perché si può anche essere giocatrici capaci di colpi molto interessanti, che consentono di vincere tutte le situazioni più spettacolari; ma a tennis un grande scambio e un errore evitabilissimo contano allo stesso modo: sempre un quindici, che sommato agli altri può fare la differenza.
Saper regalare poco all’avversaria non è una dote che accende la fantasia, ma può portare molto in alto. Caroline Wozniacki, ad esempio, con questa qualità è riuscita a essere la numero uno del mondo per 67 settimane.
Quando seguo per la prima volta una giovane, cerco sempre di non farmi sfuggire le statistiche dei gratuiti a fine match, perché a meno che non si tratti di “bombardiere” straordinarie, avere un gioco punteggiato da tanti errori non forzati può diventare un handicap difficile da superare.
Amo le giocatrici estrose, ma alla fine bisogna anche fare i conti con la realtà.

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Ecco, questi sono gli elementi che cerco di non dimenticare quando vedo per la prima volta una giocatrice. Poi, inevitabilmente, saranno le sue specificità a colpirmi, ma quelle sono per definizione particolari per ognuna, e di conseguenza imprevedibili e non codificabili.

Con questa sintesi quasi brutale mi rendo conto che molti avranno idee differenti e potranno sostenere con ottime ragioni criteri di valutazione diversi.
Si potrebbero citare tante altre caratteristiche su cui ragionare (la velocità di piedi, la capacità di muoversi in verticale, il tocco di palla, l’intelligenza tattica, etc etc); però così non sarebbe più l’ABC del tennis, ma l’intero alfabeto.

In chiusura aggiungo una nota che mi sembra indispensabile.
Si dice che la differenza tra buoni e grandi giocatori sia determinata non tanto dalle qualità fisico-tecniche ma soprattutto da quelle mentali; e a mio avviso c’è molto di vero.
E però avrete notato che sino ad ora non ne ho parlato. La ragione è questa: credo che le doti psicologiche siano le più difficili da valutare al primo impatto, specie se ci si trova di fronte ad una giovane giocatrice.
Le esordienti (o le quasi esordienti) nel circuito professionistico spesso giocano in una condizione di momentanea serenità, quasi di euforia; senza che abbiano granché da perdere, sentono meno il peso della responsabilità, e scendono in campo molto più libere.
Al contrario le giocatrici esperte si misurano all’interno un quadro di valori che sentono ormai consolidato: sono professioniste che in base al ranking e ai risultati ottenuti sanno perfettamente giudicare l’importanza del match che stanno disputando. E questa consapevolezza finisce per pesare mentalmente.

Per questo ritengo che non sempre siano attendibili le prime impressioni ricavate sul piano della tenuta psicologica, e che sia più ragionevole trarre conclusioni su queste caratteristiche in seguito, quando si è esaurita la spensieratezza del primo periodo.

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I migliori colpi in WTA: capitolo finale

Quindicesima e ultima puntata della serie dedicata all’analisi dei colpi in WTA. Da Serena Williams a Bianca Andreescu, da Simona Halep ad Ashleigh Barty, ecco la classifica definitiva con il “meglio del meglio”

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Simona Halep - Australian Open 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

Le puntate precedenti:
1. I migliori colpi in WTA: il servizio
2. I migliori colpi in WTA: la risposta
3. I migliori colpi in WTA: il dritto
4. I migliori colpi in WTA: il rovescio a due mani
5. I migliori colpi in WTA: i rovesci a una mano
6. I migliori colpi in WTA: la smorzata
7. I migliori colpi in WTA: il pallonetto
8. I migliori colpi in WTA: volée e schiaffo di dritto
9. I migliori colpi in WTA: volée e schiaffo di rovescio
10. I migliori colpi in WTA: le demivolée
11. I migliori colpi in WTA: smash, ganci, veroniche
12. I migliori colpi in WTA: la mobilità
13. I migliori colpi in WTA: lettura e costruzione del gioco
14. I migliori colpi in WTA: le qualità agonistiche


Siamo arrivati all’ultimo articolo della serie dedicata ai migliori colpi in WTA: è il momento di provare a tirare le fila di tutti i temi trattati, e di chiudere con qualche riflessione.

Prima riflessione. Proprio come nella suddivisione degli articoli, capita piuttosto spesso di pensare alle giocatrici isolando singoli colpi, nel tentativo di identificarne punti forti e punti deboli: servizio, risposta, dritto, rovescio, etc etc. Sicuramente è un approccio logico, ma non è privo di controindicazioni.

 

Con questo criterio, ogni esecuzione vista in campo viene fatta rientrare in una categoria definita di gesti tecnici (servizio, dritto, rovescio, etc.) che può essere anche analizzata sul piano numerico attraverso statistiche. L’approccio può risultare molto seducente perché in questo modo qualsiasi partita di tennis viene distillata, sezionata, e trasformata in qualcosa di più semplice e omogeneo. E quindi classificabile. Sembra tutto molto coerente, eppure ci si rende conto che non sempre questi numeri riescono davvero a descrivere un match. E parlo di descrivere, perché pretendere di spiegare sarebbe ancora più ambizioso. Come mai?

In parte per il sistema di punteggio del tennis, che fa sì che i singoli punti non pesino allo stesso modo. Ma secondo me ci sono anche ragioni tecniche. Pensiamo per esempio alla differenza tra un dritto colpito su una parabola alta sopra la spalla, e uno invece eseguito con la palla sfuggente a pochi centimetri da terra. Sono sempre due dritti, e quindi finiscono nella stessa categoria: ma quanto hanno in comune?

Dovremmo allora dividerli in sotto-categorie differenti? Potrebbe essere, ma in questo modo è come se aprissimo un vaso di Pandora, perché diventerebbe molto difficile identificare le nuove categorie e anche il modo di gestirle e analizzarle sul piano statistico.

E cosa dire dei colpi funzionali allo sviluppo di una combinazione, vale a dire che hanno un senso soprattutto in funzione del colpo successivo? Per esempio una volta si ragionava in termini di serve&volley; oggi qualcosa di affine accade, con la combinazione “servizio+dritto”.

Insomma, i colpi sono elementi fondamentali di un match, ma non lo descrivono completamente. E così, più si prova a definire un quadro completo, più ci si accorge che è quasi impossibile trovare un punto di vista capace di abbracciarlo per intero.

E poi c’è un secondo aspetto, che porta a un’altra riflessione fondamentale. Durante una partita di tennis, tra un colpo e l’altro, entrano in gioco altri elementi non meno importanti: un intero mondo di movimenti, di gesti, di pensieri che possono fare la differenza. Ecco perché (come ho spiegato alcune settimane fa) ho deciso di ampliare la serie provando a considerare alcune caratteristiche fisiche e mentali. Aggiungendo quindi una classifica dedicata alla mobilità, una alle qualità tattiche, e una alle doti agonistiche. Con la consapevolezza che si tratta comunque di un tentativo parziale che non sarà mai del tutto soddisfacente.

In sostanza credo che queste classifiche non vadano considerate un punto di arrivo, ma piuttosto un punto di partenza per continuare a sviluppare ragionamenti sul tennis giocato, anche in un periodo senza nuovi match. E proprio per continuare a discutere, a conclusione di tutto, è arrivato il momento di riepilogare “il meglio del meglio”.

Negli articoli precedenti, prima della classifica vera e propria, segnalavo qualche giocatrice esclusa in extremis. Questa volta, invece, cito i colpi sui quali sono stato più in dubbio nel definire le gerarchie. Sul servizio è stato facile: Serena Williams ha chiuso la questione prima ancora di aprirla. Anche per la risposta e per il rovescio, tutto sommato non è stato poi così difficile decidere le primissime (parere personale, naturalmente).

La classifica del dritto, invece è stata molto ardua. E confesso che riaprendo l’articolo a distanza di qualche settimana mi sono sorpreso, perché mi ricordavo il podio virtuale con un ordine diverso; a dimostrazione di quanto vicine percepisco le prime giocatrici.

L’altro colpo sul quale ho avuto le maggiori difficoltà è stata la demivolée. Qui di seguito troverete tre nomi con un ordine, giusto per non andare contro l’impostazione generale; ma rimango convinto di non avere argomenti sufficienti per definire una gerarchia definitiva. Ecco perché nell’articolo specifico mi ero limitato all’ordine alfabetico.

Partiamo quindi con il meglio di ogni tema. Ricordo che cliccando sul titolo di ogni classifica si aprirà l’articolo corrispondente, che prova a spiegare le ragioni delle scelte.

Per chi non fosse interessato a ripercorrere le classifiche, invito a dare una occhiata a pagina 4, dove è illustrata l’anteprima relativa ai prossimi articoli dedicati a Wimbledon 2020 virtuale.

a pagina 2: Le migliori nei colpi da fondo campo

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I migliori colpi in WTA: le qualità agonistiche

Penultima puntata della serie dedicata all’analisi dei colpi in WTA. Da Kvitova a Serena Williams, da Yastremska a Mertens e Andreescu: quale giocatrice riesce a mettere in campo il meglio di sé nelle occasioni più importanti?

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Sofia Kenin - Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

Le puntate precedenti:
1. I migliori colpi in WTA: il servizio
2. I migliori colpi in WTA: la risposta
3. I migliori colpi in WTA: il dritto
4. I migliori colpi in WTA: il rovescio a due mani
5. I migliori colpi in WTA: i rovesci a una mano
6. I migliori colpi in WTA: la smorzata
7. I migliori colpi in WTA: il pallonetto
8. I migliori colpi in WTA: volée e schiaffo di dritto
9. I migliori colpi in WTA: volée e schiaffo di rovescio
10. I migliori colpi in WTA: le demivolée
11. I migliori colpi in WTA: smash, ganci, veroniche
12. I migliori colpi in WTA: la mobilità
13. I migliori colpi in WTA: lettura e costruzione del gioco


Con questo articolo si conclude l’analisi per parti delle qualità delle diverse giocatrici dell’attuale circuito WTA. Martedì prossimo è previsto ancora un articolo conclusivo che proverà a tirare le fila dei singoli temi.

Questa volta è il momento di affrontare l’aspetto agonistico, la tenuta mentale nei frangenti importanti. Ricordo che tutte le classifiche, inclusa questa, sono riservate alle tenniste in attività, comprese fra le prime 100 del ranking. Trovate la spiegazione completa sui criteri utilizzati per definire le graduatorie nella prima parte dell’articolo uscito il 31 marzo.

 

Le qualità agonistiche
Lo abbiamo sperimentato tutti, sia in prima persona come tennisti (più o meno dotati), sia come spettatori di match altrui: per quanto si possa giocare bene sul piano tecnico, per quanto si possa essere preparati sul piano fisico, per quanto si possa essere intelligenti e strateghi nell’interpretare il gioco, la vittoria rimarrà comunque un miraggio se “al dunque” ci si farà prendere dall’ansia e dal timore di vincere.

Questo problema nel tennis è così significativo che è stato coniato un termine onnicomprensivo: “braccino”, definizione che è diventata proverbiale anche in altri contesti. Ma se il riferimento è nato nel tennis è perché forse in nessun altro sport ci sono situazioni nelle quali diventa psicologicamente così difficile portare a termine la vittoria. E davvero “non è finita fino a che non è finita”.

La storia è piena di rimonte clamorose, di partite perse dopo match point non sfruttati, di errori incredibili compiuti nel momento più importante. E nessuno, neppure il più grande campione, è stato del tutto immune da attacchi di braccino: altrimenti non si sarebbe umani. Stabilito questo, si potrebbe dire che per la classifica di questa settimana ho provato a identificare i nomi tra chi, secondo me, tende a gestire meglio l’ansia che pervade nei frangenti decisivi dei match. Tenendo anche presente che la stessa giocatrice nel tempo può drasticamente cambiare le proprie condizioni agonistiche.

Nel 2017 Jelena Ostapenko aveva vinto il Roland Garros sbaragliando la concorrenza grazie a un atteggiamento spavaldo che sembrava non contemplare la paura: Ostapenko vinse quel titolo grazie a cinque successi in tre set e al termine di una finale (contro Simona Halep) conquistata recuperando break di ritardo sia nel secondo sia terzo set. In quella edizione Simona aveva tutto da perdere, mentre Jelena niente: e finì per vincere lo Slam da numero 47 del ranking.

L’anno successivo, da campionessa in carica, e con tutto il conseguente carico di attesa e responsabilità, Ostapenko sarebbe uscita al primo turno, battuta in due set dalla numero 67 del ranking Kateryna Kozlova.

La vicenda di Ostapenko è la dimostrazione che ogni giocatrice attraversa fasi di carriera differenti, e in linea generale è più facile affrontare i match da ragazzina, senza troppe aspettative e obblighi di vittoria. Ha scritto per esempio Agnieszka Radwanska a proposito del suo primo periodo in WTA: “Ripensando a quei momenti, mi meraviglio di come giocassi senza alcuna pressione. Semplicemente colpivo. Anche scendere in campo negli stadi principali non era un vero problema, e così all’inizio ho migliorato la mia classifica molto velocemente”.

Le difficoltà psicologiche crescono invece nel periodo successivo, quando si è salite in classifica e si devono confermare i traguardi raggiunti. Lo stesso meccanismo del ranking, con i punti che scadono settimanalmente, contribuisce ad aumentare lo stress. Ecco perché la fase della prima conferma è particolarmente impegnativa, e attende al varco qualsiasi giocatrice (ne avevo parlato QUI, definendola “Sindrome del Sophomore”).

Partendo dalla convinzione che ci sono situazioni psicologiche differenti a seconda del diverso status delle giocatrici, ho preferito suddividere la classifica in tre categorie differenti. La prima categoria comprende le tenniste esperte (vicino ai 30 anni e oltre), con alle spalle tanti anni di attività, che sono state in grado di rimanere sulla breccia malgrado i molti incontri macinati, e le vicende alterne inevitabili in ogni carriera. Tutte hanno vinto almeno due Slam, hanno affrontato anche l’esperienza della sconfitta in una finale Major, ma penso che vadano comunque segnalate per il rendimento agonistico complessivamente positivo nelle ultime stagioni.

La seconda categoria comprende tenniste che meritano di essere ricordate soprattutto per alcune prestazioni al di fuori delle partite decisive degli Slam. Non sono state le prime protagoniste nei tornei più prestigiosi, ma hanno lasciato una traccia con la loro personalità in diversi tornei del circuito WTA.

La terza categoria è quella delle giovani già in grado di vincere Slam. Per loro vale in gran parte il discorso fatto per Ostapenko: al momento i risultati sono tali da rendere “obbligatoria” la presenza in questa classifica, ma in realtà solo il tempo potrà dirci se la loro natura caratteriale è davvero vincente. Lasciamo passare qualche stagione, e capiremo se sono agonisticamente sopra la media o se stanno semplicemente vivendo la fase più entusiasmante e psicologicamente meno complessa di ogni carriera.

Prima di arrivare ai nomi, il solito capitolo riservato alle escluse. Tra le esperte che non hanno trovato posto, cito Garbiñe Muguruza. Finalista a Melbourne 2020, e in recupero dopo un lungo periodo di difficoltà. Probabilmente qualcuno non sarà d’accordo con questa esclusione considerando i tre nomi che le ho preferito; ma non si tratta di una scienza esatta, e quindi trovo perfettamente legittimo avere posizioni differenti.

Ricordo anche Barbora Strycova, semifinalista a Wimbledon a coronamento di una carriera spesso caratterizzata da grande combattività. Altre protagoniste che potevano meritare un posto sono Rebecca Peterson e soprattutto Jil Teichmann. Entrambe con un un record di 2 finali vinte e zero perse lo scorso anno, oltre che imbattute in carriera nelle finali. Malgrado l‘en plein del 2019, non ho ritenuto le loro prestazioni tali da scalzare qualcuna delle dieci elette.

a pagina 2: Le giocatrici più titolate ed esperte

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I migliori colpi in WTA: lettura e costruzione del gioco

Tredicesima puntata della serie dedicata all’analisi dei colpi in WTA. Da Bencic ad Andreescu, da Kenin a Barty: quale giocatrice li interpreta e sviluppa meglio nel circuito attuale?

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Hsieh Su-Wei, Dubai 2019

Le puntate precedenti:
1. I migliori colpi in WTA: il servizio
2. I migliori colpi in WTA: la risposta
3. I migliori colpi in WTA: il dritto
4. I migliori colpi in WTA: il rovescio a due mani
5. I migliori colpi in WTA: i rovesci a una mano
6. I migliori colpi in WTA: la smorzata
7. I migliori colpi in WTA: il pallonetto
8. I migliori colpi in WTA: volée e schiaffo di dritto
9. I migliori colpi in WTA: volée e schiaffo di rovescio
10. I migliori colpi in WTA: le demivolée
11. I migliori colpi in WTA: smash, ganci, veroniche
12. I migliori colpi in WTA: la mobilità


Questo articolo prosegue il tentativo di integrazione della serie dedicata ai migliori colpi in WTA, secondo l’indirizzo spiegato sette giorni fa (vedi QUI). Dopo il pezzo incentrato sull’importanza del movimento, questa settimana l’attenzione si sposta su un aspetto immateriale: le scelte tattiche e strategiche. Così come prima di eseguire un colpo ci si deve spostare e raggiungere la traiettoria da rimandare oltre la rete, ugualmente prima di colpire qualsiasi palla si deve decidere cosa farne: dove indirizzarla e in che modo.

In sostanza a monte di ogni esecuzione c’è sempre un piano di gioco, anche il più scarno ed elementare possibile, concepito con l’obiettivo di valorizzare le proprie qualità e limitare quella della avversaria. Ma anche con l’obiettivo di minimizzare le proprie debolezze e ingigantire quelle altrui.

 

Naturalmente non esiste una strategia definitiva, capace di garantire il successo a priori. Questo perché gli aspetti di cui tenere conto sono sempre diversi: le caratteristiche fisico-tecniche di chi concepisce il piano di gioco, le caratteristiche fisico-tecniche della avversaria, la superficie su cui si compete, ma perfino le condizioni di forma di quel preciso giorno; si tratta di elementi in costante evoluzione che possono generare dinamiche e sviluppi differenti.

La capacità di interpretare al meglio la combinazione di tutte queste variabili, ed eventualmente anche di modificare in corsa le proprie strategie, può diventare un fattore determinante ai fini del successo. Nel titolo dell’articolo (“Lettura e costruzione del gioco”) ho indicato di due temi differenti, che concorrono a determinare le decisioni in campo:
1. La lettura del gioco avversario
2. La costruzione del proprio gioco

1. La lettura del gioco avversario
Per lettura del gioco intendo la capacità di interpretare (e se possibile prevedere) le scelte della avversaria. Direi che una buona lettura del gioco avversario è il risultato di due elementi molto diversi. Il primo elemento è legato alla conoscenza specifica, “storica”, della giocatrice che si fronteggia; il secondo elemento invece dipende da una dote in gran parte istintiva, che difficilmente si può sviluppare e migliorare a tavolino.

Punto primo: la conoscenza storica della avversaria. Ogni giocatrice ha colpi forti e colpi deboli nel proprio arsenale, e per questo tende a privilegiare alcuni schemi rispetto ad altri. Ci sono casi in cui le preferenze sono molto evidenti. Ad esempio Caroline Wozniacki puntava a colpire la maggior parte delle volte di rovescio, cercando di limitare i colpi di dritto (più debole del rovescio). Per questo quando doveva utilizzare il dritto molto spesso privilegiava il lungolinea, con l’obiettivo di “invitare” l’avversaria a cambiare diagonale (ne ho parlato QUI).

Altro esempio. Da sempre Angelique Kerber cerca il vincente (sia con il dritto che con il rovescio) con una netta prevalenza verso l’angolo del dritto avversario. Avere la consapevolezza di questa predilezione aumenta la probabilità di una copertura efficace nelle fasi difensive (vedi QUI per l’analisi).

Queste conoscenze sono il risultato di studi sui match del passato che ogni coach analizza insieme alla propria giocatrice. Ma poi c’è il secondo punto: la capacità istintiva di capire in anticipo da che parte tirerà l’avversaria in quel singolo, specifico frangente; perfino in controtendenza con gli schemi abituali.

Significa, per esempio, presagire da che parte spostarsi per una difesa in extremis; oppure essere in grado di percepire se l’avversaria opterà per il contropiede invece del colpo indirizzato verso la parte di campo meno protetta. Caroline Wozniacki è stata forse la giocatrice più brava nell’intuire quasi infallibilmente le intenzioni di chi aveva di fronte: molto raramente sbagliava la parte di campo da privilegiare. E oggi, chi merita di essere citata?

Dato che si tratta di una dote particolarmente difficile da mettere a fuoco, ho deciso di non costruire una classifica vera e propria, ma ho semplicemente individuato cinque nomi, che a mio avviso hanno dimostrato di sapere interpretare con più efficacia le intenzioni avversarie. In ordine alfabetico: Victoria Azarenka, Belinda Bencic, Sofia Kenin, Elise Mertens, Alison Riske.

Naturalmente non è affatto detto che abbia ragione sui nomi, considerato che si tratta di una qualità molto sfuggente. Però una cosa è certa: nel determinare il valore di una giocatrice, concorrono anche questi aspetti impossibili da misurare o quantificare.

a pagina 2: La costruzione del proprio gioco

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