L'ABC del tennis: come si valuta chi non si conosce?

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L’ABC del tennis: come si valuta chi non si conosce?

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Quali sono i primi aspetti da prendere in considerazione per cercare di valutare una tennista non conosciuta?

“ABC del tennis”: il titolo è il tentativo di sintetizzare alcuni aspetti basilari del modo di giocare a tennis. Devo però chiarire: non mi riferisco agli aspetti che potrebbero interessare un maestro che si trova di fronte a un bambino alle prime armi. No, qui faccio riferimento alle prime caratteristiche che prendo in considerazione quando cerco di scoprire una giocatrice che sta facendo il salto tra le professioniste. Vale a dire una tennista di solito ancora giovane, ma comunque già in possesso di un modo di stare in campo abbastanza maturo e personale.

Immaginiamo di voler seguire in tv una promessa che si affaccia nel circuito WTA, per farci una prima idea su di lei. Innanzitutto sarebbe importante poterla vedere contro un’avversaria che già conosciamo. In questo modo tutto risulta più semplice; anzi, direi che è un requisito fondamentale per poter avere dei punti di riferimento sicuri, evitando le troppe incognite di una partita tra due sconosciute.

 

In televisione alcuni aspetti sono più complessi da valutare al primo impatto: ad esempio la velocità di palla e il tipo di traiettorie utilizzate, perché la loro percezione dipende dalla posizione della camera principale (posizione che cambia nei diversi tornei e che può alterare le sensazioni).
Anche per questo normalmente inizio prendendo in considerazione caratteristiche ancora più “terra terra”, che si possono controllare con più facilità.
Ecco quali sono:

1) Posizione in campo
La prima cosa che di solito cerco di capire di una giocatrice è dove si mantiene durante lo scambio: cioè quanto a ridosso della linea di fondo riesce a posizionarsi e quanto arretra (o al contrario: quanto riesce a non arretrare) nelle situazioni difficili.
Ad esempio tra le giovani leve sono state proprio l’anticipo e la capacità di non perdere campo che hanno consentito a Eugenie Bouchard di ottenere gli ottimi risultati del 2014.
Per giocare a ridosso della linea di fondo bisogna possedere un gran senso del tempo e la capacità di gestire traiettorie di controbalzo: due doti che non sono da tutte.

Ci possono essere eccezioni che confermano la regola, magari giocatrici rapidissime che riescono a reggere il confronto stando un pochino più indietro: ma di solito quanto più “avanti” si riesce a giocare, tanto più in alto si può pensare di puntare in termini di carriera.
Questo aspetto non determina situazioni particolarmente spettacolari per lo spettatore; ma secondo me saper tenere solidamente il palleggio da una posizione di campo avanzata, è segnale di una caratura tennistica di alto livello.

2) Profondità di palla
Spesso ci soffermiamo su quanto riesce a tirare forte una giocatrice. Dote di sicuro importante, ma secondo me nel tennis femminile può fare più male una traiettoria che viaggia qualche chilometro in meno, ma che rimbalza negli ultimi metri di campo rispetto ad una un po’ più veloce ma che ricade attorno alla linea del servizio. Le donne infatti, difficilmente riescono a caricare di topspin la palla al punto tale da renderla insidiosa anche quando non è molto lunga.
Perfino un colpo appoggiato e con poco peso se atterra nei pressi della linea di fondo può risultare efficace contro la quasi totalità delle giocatrici. Magari è insufficiente contro le primissime, ma stiamo parlando di poche tenniste di alto livello, che possiedono colpi e potenza davvero superiori.
E siccome sto cercando di fare un ragionamento più generale, direi che saper giocare profondo è un ottimo punto di partenza per scalare le classifiche. Mi verrebbe da dire: un metro in più in lunghezza nel proprio gioco rispetto ad un’altra tennista può significare diverse posizioni in più nel ranking a fine anno.

3) Gestione della seconda di servizio

a) in battuta
Nel tennis femminile il servizio non è un fattore paragonabile a quello maschile. Tutti i dati statistici lo confermano; ad esempio negli ultimi Australian Open  gli uomini hanno tenuto il servizio nell’80,8% per cento dei game; le donne si fermano al 64,9%.
E mentre (più o meno) ogni giocatrice con la prima di servizio riesce a vincere più punti di quanti ne perda, è invece cosa da pochissime riuscire a superare il 50% sulla seconda di servizio. Significa cioè che quando si gioca uno scambio iniziato con la seconda palla, normalmente chi risponde è avvantaggiata rispetto a chi serve.
Per questo, se provo ad approfondire la conoscenza di una tennista, cerco di non sottovalutare questo momento: quanto riesce a spingere la seconda? Quanto riesce a variarla? Come la gioca sui break point? Etc etc

b) in risposta
È la situazione speculare della stessa fase di gioco.
Nel tennis contemporaneo optare per una risposta che consenta semplicemente di entrare nel palleggio può risultare un atteggiamento troppo conservativo; in sostanza una occasione mancata. Se c’è la possibilità di prendersi subito un vantaggio, va colto immediatamente.

Schematizzo: nel gioco da fondo campo (non parlo quindi di chip and charge) la ricerca continua della risposta “di attacco” è una innovazione introdotta da Monica Seles, ulteriormente sviluppata dalle sorelle Williams: aggressività immediata, senza tentennamenti. Ma ancora fino a qualche anno fa ci sono state anche giocatrici di alto livello che sceglievano di rispondere in sicurezza, senza cercare molto di più.
Come ad esempio Jennifer Capriati sulla battuta di Elena Dementieva (US Open 2004):
https://www.youtube.com/watch?v=jFw-5ZKhY2I&feature=player_detailpage#t=285
Probabilmente molti ricordano le profonde crisi attraversate da Dementieva in questo fondamentale; crisi che producevano movimenti non ortodossi, e velocità inferiori ai 100 Km/h. Malgrado questo, Capriati non spinge più di tanto. E stiamo parlando di un match tra la numero 6 (Elena) e la numero 8 (Jennifer) del mondo.

Ma oggi è sempre più importante sia saper servire una seconda efficace sia saper approfittare in risposta di battute troppo tenere. Lo si è visto, ad esempio, durante il recente match di Fed Cup tra Errani e Mladenovic, in cui Sara ha sofferto moltissimo l’aggressività dell’avversaria.

4) Errori non forzati
Forse la cosa più banale, meno affascinante e per questo anche un po’ sottovalutata. Perché si può anche essere giocatrici capaci di colpi molto interessanti, che consentono di vincere tutte le situazioni più spettacolari; ma a tennis un grande scambio e un errore evitabilissimo contano allo stesso modo: sempre un quindici, che sommato agli altri può fare la differenza.
Saper regalare poco all’avversaria non è una dote che accende la fantasia, ma può portare molto in alto. Caroline Wozniacki, ad esempio, con questa qualità è riuscita a essere la numero uno del mondo per 67 settimane.
Quando seguo per la prima volta una giovane, cerco sempre di non farmi sfuggire le statistiche dei gratuiti a fine match, perché a meno che non si tratti di “bombardiere” straordinarie, avere un gioco punteggiato da tanti errori non forzati può diventare un handicap difficile da superare.
Amo le giocatrici estrose, ma alla fine bisogna anche fare i conti con la realtà.

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Ecco, questi sono gli elementi che cerco di non dimenticare quando vedo per la prima volta una giocatrice. Poi, inevitabilmente, saranno le sue specificità a colpirmi, ma quelle sono per definizione particolari per ognuna, e di conseguenza imprevedibili e non codificabili.

Con questa sintesi quasi brutale mi rendo conto che molti avranno idee differenti e potranno sostenere con ottime ragioni criteri di valutazione diversi.
Si potrebbero citare tante altre caratteristiche su cui ragionare (la velocità di piedi, la capacità di muoversi in verticale, il tocco di palla, l’intelligenza tattica, etc etc); però così non sarebbe più l’ABC del tennis, ma l’intero alfabeto.

In chiusura aggiungo una nota che mi sembra indispensabile.
Si dice che la differenza tra buoni e grandi giocatori sia determinata non tanto dalle qualità fisico-tecniche ma soprattutto da quelle mentali; e a mio avviso c’è molto di vero.
E però avrete notato che sino ad ora non ne ho parlato. La ragione è questa: credo che le doti psicologiche siano le più difficili da valutare al primo impatto, specie se ci si trova di fronte ad una giovane giocatrice.
Le esordienti (o le quasi esordienti) nel circuito professionistico spesso giocano in una condizione di momentanea serenità, quasi di euforia; senza che abbiano granché da perdere, sentono meno il peso della responsabilità, e scendono in campo molto più libere.
Al contrario le giocatrici esperte si misurano all’interno un quadro di valori che sentono ormai consolidato: sono professioniste che in base al ranking e ai risultati ottenuti sanno perfettamente giudicare l’importanza del match che stanno disputando. E questa consapevolezza finisce per pesare mentalmente.

Per questo ritengo che non sempre siano attendibili le prime impressioni ricavate sul piano della tenuta psicologica, e che sia più ragionevole trarre conclusioni su queste caratteristiche in seguito, quando si è esaurita la spensieratezza del primo periodo.

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WTA 2019: dodici match da ricordare

Dalle partite australiane di inizio anno sino all’Asian Swing di fine stagione. Dodici incontri memorabili scelti per qualità tecnica, tattica e agonistica

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Naomi Osaka - Australian Open 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)
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Come tradizione alla fine dell’anno, ecco la scelta dei match WTA del 2019. I criteri sono sempre gli stessi da quando preparo questa selezione, e quindi anche l’introduzione non cambia: non posso parlare di “migliori match” non solo perché il giudizio è del tutto soggettivo, ma anche perché ho considerato solo le partite che ho visto personalmente. Dunque una parte molto piccola rispetto a quelle disputate durante la stagione.

Quest’anno ne ho scelte dodici, perché mi sembravano tutte meritevoli di entrare in una ipotetica “prima fascia”, seppure per ragioni a volte diverse: per qualità tecnica, per ricchezza di emozioni, per importanza dell’evento, etc.

 

Come sempre, ho dovuto fare molte rinunce e mi spiace che non abbiano trovato posto giocatrici che pure hanno offerto notevoli prestazioni. Ma perché una partita diventi speciale non è sufficiente la grande prestazione: occorre che in campo ci siano contemporaneamente due protagoniste che si combinano in un’alchimia particolare; un dominio che si risolve in un 6-0, 6-0 non può offrire il coinvolgimento di una partita decisa sul filo di lana.

Prima di cominciare, a dimostrazione di quanto sia difficile arrivare alla scelta definitiva, ecco alcuni degli incontri che ho faticosamente escluso. Nella prima parte di stagione sul cemento: Kvitova-Barty a Sydney, Barty-Sharapova e Osaka-Pliskova agli Australian Open. Poi Hsieh-Pliskova e Bencic-Svitolina a Dubai.
Quindi la stagione su terra: Keys-Stephens a Charleston, Vondrousova-Halep a Roma (con 14 dropshot vincenti di Marketa), Sevastova-Mertens e Osaka-Azarenka al Roland Garros.
Poi Gauff-Venus e Halep-Zhang a Wimbledon, e infine il ritorno sul cemento: Giorgi-Wang al Bronx, Bencic-Andreescu agli US Open, Barty-Bertens a Pechino, Muchova-Riske a Zhuahai fino alla conclusione del Masters: Osaka-Kvitova e Halep-Andreescu.

Questo elenco supplementare naturalmente non mi salverà dalle critiche, inevitabili e sicuramente fondate. E adesso cominciamo con le scelte definitive. Dalla partita numero 12 fino alla numero 1.

a pagina 2: I match dalla posizione 12 alla 10

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Alla prova dei fatti, stagione WTA 2019

Da Amanda Anisimova a CoCo Vandeweghe, top e flop delle previsioni avanzate all’inizio dell’anno

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Bianca Andreescu - US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

Il primo gennaio avevo pubblicato un articolo dal titolo “WTA, chi migliorerà nel 2019?” con indicati i nomi di alcune giocatrici che pensavo sarebbero progredite nel corso dell’anno; ora che il calendario WTA è ufficialmente concluso, è arrivato il momento della verifica.

Prima di controllare, però, è necessario un chiarimento. Il ranking di partenza utilizzato non è quello che WTA definisce “Year-End” e che esce all’inizio di novembre. Le previsioni erano state fatte due mesi dopo, e nel frattempo alcune tenniste avevano giocato tornei ITF, determinando spostamenti in classifica non sempre trascurabili. Fare finta di nulla non mi sembrava corretto; ecco perché avevo deciso di utilizzare i dati del 31 dicembre 2018. Per esempio Potapova e Gasparyan erano migliorate, mentre Sabalenka aveva peggiorato, a causa dell’uscita dei punti vinti nel primo torneo del 2018.

Ripensandoci, mi sono reso conto che sarebbe stato meglio usare la classifica della settimana precedente alla scadenza dei primi tornei di gennaio, ma ormai è andata così; lo terrò presente per il futuro.

Non so se sono riuscito a spiegarmi, è sempre difficile sintetizzare i meccanismi del ranking. Ma non è poi così grave, in fondo questi articoli sono soprattutto una scusa per parlare di alcune giocatrici. E adesso cominciamo la verifica, seguendo l’ordine dell’articolo di gennaio.

CoCo Vandeweghe
ranking 31 dicembre 2018: n°100
ranking  4 novembre 2019: n°332
Differenza: – 232
Qualità/difficoltà della previsione: sbagliata, ma con notevoli attenuanti
Un disastro, almeno per le regole del nostro articolo. In realtà quest’anno Vandeweghe non ha giocato a tennis per problemi fisici: un complicato infortunio al piede destro l’ha tenuta fuori dal Tour per sette mesi. Il suo primo match è stato addirittura il 30 luglio nel torneo di San Josè, quando ormai la stagione si avviava verso la conclusione.

Al rientro era scesa al numero 638 della classifica; da allora ha intrapreso il cammino di recupero, grazie ad alcune wild card e a impegni nei tornei ITF, che le hanno permesso di risalire 300 posti in poche settimane. Il difficile arriverà al momento di attaccare i piani più alti del ranking.

Amanda Anisimova
ranking 31 dicembre 2018: n°96
ranking  4 novembre 2019: n°24
Differenza: + 72
Qualità/difficoltà della previsione: media
Dopo le imprese compiute quest’anno, oggi tutto sembra chiaro ed evidente, e consideriamo la posizione di Anisimova a inizio stagione ampiamente sottostimata. Ma quando si parla di una giocatrice di 17-18 anni (nata il 31 agosto 2001) non si può mai essere certi che non arrivino crisi di crescita.

La semifinale del Roland Garros, persa rocambolescamente contro la futura campionessa Barty, le aveva permesso di salire a ridosso delle prime venti (numero 21), poi la seconda parte di stagione è stata segnata dalla morte del padre, che era anche suo coach, con inevitabile forfait agli US Open e un finale di stagione in Asia con soli tre match.
Sarà straordinariamente interessante scoprire come funzionerà la nuova collaborazione tecnica con Carlos Rodriguez, ex coach di Justine Henin e di Li Na.

Kristyna Pliskova
ranking 31 dicembre 2018: n°94
ranking  4 novembre 2019: n°66
Differenza: + 28
Qualità/difficoltà della previsione: bassa
Se qualcuno ha presente l’articolo “gemello” dello scorso anno, forse ricorderà che la Pliskova mancina era stata una delle mie scelte sbagliate. Numero 61 nel gennaio 2018, aveva concluso la stagione oltre 30 posti indietro. Davvero un regresso eccessivo, che mi ha spinto a scommettere nuovamente su di lei: troppo invitante la posizione di partenza.

Alla fine Kristyna è tornata all’incirca dove era due stagioni fa. Siamo però ancora lontani dal numero 35, best ranking di carriera del luglio 2017. A 27 anni compiuti (è nata il 21 marzo 1992) non me la sento più di scommettere su un progresso nel 2020, anche se continuo a pensare che con più serenità nell’affrontare i punti importanti dei match potrebbe stare in posizioni di classifica migliori.

Anastasia Potapova
ranking 31 dicembre 2018: n°93
ranking  4 novembre 2019: n°93
Differenza: nessuna
Qualità/difficoltà della previsione: sbagliata
La stagione di Potapova è la conferma di quanto detto per Anisimova: di fronte a giovani emergenti per le quali tutti prefigurano un futuro radioso, le crisi di crescita sono sempre possibili. Dopo gli oltre 140 posti guadagnati nel 2018, Potapova non è riuscita a continuare sulla stessa linea, e si è fermata esattamente alla stessa posizione di partenza.

Nel 2019 il meglio lo ha raccolto sulla terra rossa, eliminando Sevastova a Praga e Kerber al Roland Garros. Poi, se si esclude la vittoria per ritiro contro Zhang, non è riuscita a sconfiggere altre Top 50, e questo dato un po’ preoccupa. Resta il fatto che condannarla per una stagione opaca è molto prematuro, visto che stiamo parlando di una giocatrice nata il 30 marzo 2001.

Margarita Gasparyan
ranking 31 dicembre 2018: n°92
ranking  4 novembre 2019: n°87
Differenza: + 5
Qualità/difficoltà della previsione: facile
Giudico facile la previsione perché Gasparyan al numero 92 del ranking era, sul piano tecnico, sottostimata. Alla fine, almeno formalmente, i numeri mi danno ragione, ma in sostanza è stata una stagione di stasi. E, ancora una volta, per guai fisici: non solo a causa del ginocchio sinistro di cristallo, ma anche per malanni vari che nel 2019 l’hanno portata a ben 5 ritiri a match in corso.

Cinque ritiri su 41 partite disputate sono quasi un record, e danno la misura della sua fragilità. Eppure sarebbe bastato uno stop in meno, quello di Wimbledon, e forse parleremmo in modo diverso del suo 2019. Invece un problema al quadricipite ha fermato Margarita al secondo turno dei Championships mentre conduceva su Svitolina (7-5, 5-5). La stessa Svitolina sconfitta qualche giorno prima a Birmingham (6-3, 3-6, 6-4) e che a Londra sarebbe arrivata in semifinale. Sliding doors…

a pagina 2: Le giocatrici fino alla posizione 40

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WTA Finals: ombre cinesi

Ashleigh Barty ha confermato il primato nel ranking vincendo il Masters 2019, ma l’organizzazione WTA non è stata all’altezza dell’importanza del torneo

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Elina Svitolina e Ashleigh Barty - WTA FInals 2019 Shenzhen

Si annunciava un Masters 2019 molto interessante, ricco di protagoniste con stili di gioco differenti e con nuove rivalità capaci di accrescere l’attenzione degli appassionati. Invece, alla prova dei fatti, la grande attesa si è risolta in un torneo zoppicante. Le prime due favorite, Andreescu e Osaka, non hanno nemmeno concluso il round robin per problemi fisici; si sono alzate parecchie lamentale per le caratteristiche del campo; e a conti fatti ci sono state addirittura quattro rinunce, tra forfait e ritiri. Insomma, il primo Masters cinese ha avuto più ombre che luci (che comunque non sono mancate). Cominciamo dalle condizioni di gioco, che hanno fatto discutere come non mai.

La “velocità” del campo
Dopo l’esperienza delle Finals 2018, caratterizzate dal lentissimo campo di Singapore (vedi nel dettaglio QUI), era inevitabile che si volesse sapere il prima possibile quali fossero le condizioni di gioco nella Arena di Shenzhen. Intervistate dopo gli allenamenti preparatori, le giocatrici hanno definito le condizioni di gioco “lente”. È stato l’inizio di un dibattito che è proseguito per tutta la settimana.

La questione è tornata ripetutamente nelle domande dei giornalisti presenti sul posto, negli articoli di chi ha scritto le cronache dei match, ma anche sui social media e sui forum di appassionati, inclusi quelli di Ubitennis. È del tutto comprensibile, perché si tratta di un tema importante, con significative conseguenze sul torneo. Penso però che per affrontarlo sia necessario cercare di essere più precisi e dettagliati, anche se alcuni passaggi risulteranno noiosi. Ma sono indispensabili per capirsi.

Parlare genericamente di velocità del campo, infatti, non è sufficiente per individuare il problema di Shenzhen e arrivare a una conclusione ragionevole e condivisa. Procediamo per gradi.

Punto primo. Quando si parla sinteticamente di “velocità” dei campi, in realtà si intende l’insieme delle condizioni di gioco, che comprendono quindi anche le palline, la qualità dell’aria (temperatura, umidità, densità etc) e perfino l’architettura dell’impianto. La gran parte di questi aspetti sono misurabili oggettivamente, e per questo alla fine si traducono in un valore che definisce la velocità del campo.

Punto secondo. Per quanto riguarda il cemento, si possono realizzare campi in cemento velocissimi come campi lentissimi. Sia chiaro: se sono così assertivo è perché queste non sono idee mie, pareri opinabili, ma dati di fatto certificati e misurati dalla Federazione Internazionale Tennis.

– Punto terzo. È la parte fondamentale per quanto riguarda Shenzhen. La tabella di riferimento ITF spiega come siano due i fattori fondamentali che determinano la velocità di una superficie: il coefficiente di frizione (attrito) e il coefficiente di restituzione (elasticità). È la loro combinazione che definisce la autentica velocità di un campo (Court Pace Rating):

Non conta quindi solo la velocità della palla dopo il contatto con il terreno, ma anche l’altezza del suo rimbalzo.

Spesso si è abituati ad associare automaticamente lentezza della palla a rimbalzo alto. Vale a dire: un campo “lento” ha rimbalzi più alti, mentre uno “veloce” rimbalzi più bassi. Ma è una semplificazione non corretta.
Si possono avere campi veloci con rimbalzi alti ma anche campi lenti con rimbalzi bassi: questi ultimi non saranno i più lenti in assoluto, ma rientreranno comunque nella categoria di quelli lenti. E con questo concetto chiudo la parte indiscutibile, perché legata ad aspetti oggettivi.

Arriviamo dunque alla mia personale interpretazione. Secondo me, le condizioni di gioco di Shenzhen appartenevano a quella poco frequente tipologia citata sopra: campo lento a rimbalzo basso. Per questa conclusione non faccio molto affidamento sulle riprese TV (basta spostare l’angolo della telecamera principale per essere ingannati su parabole e rimbalzi); lo deduco da una serie di altri indizi.

Innanzitutto le dichiarazioni delle protagoniste. Osaka, Pliskova e Kvitova hanno genericamente parlato di campo “lento”. Ma altre tenniste hanno detto di più. Ashleigh Barty dopo i primi allenamenti ha descritto il campo di Shenzhen come simile ad alcuni di Fed Cup, con una sottostruttura che produce rimbalzi più bassi del solito e non sempre prevedibili. “It’s a little bit of a similar surface to an indoor Fed Cup surface, where it’s on boards, a little bit lower bouncing at times, can be a little bit unpredictable with how it reacts to spin”.

Mentre Belinda Bencic ha usato la sabbia come paragone: ”I think these courts are, like, terrible for movement of players and for the muscles because it’s like sand”.

Forse chi si è dilungata di più sulle specificità è Simona Halep, che, giorno dopo giorno, ha cercato di descrivere sempre meglio le sue sensazioni a Shenzhen. Martedì 29 ottobre, dopo il match con Andreescu: “Il campo non è veloce ma allo stesso tempo non è lento” (“The court is not fast but not slow in the same time”). Sembra una dichiarazione senza senso, ma si spiega con le caratteristiche particolari che ho ipotizzato. Cioè alto attrito (classico riferimento dei campi lenti) “is not fast”; ma anche rimbalzo basso (classico riferimento dei campi veloci) “but not slow”.

Sempre Halep, mercoledì 30 ottobre dopo il match con Svitolina: Questo campo non fa per me. In un certo senso è molto morbido. (…) La palla a volte non ti “viene incontro”, a volte non rimbalza. È davvero difficile trovare il ritmo. Ecco perché in certi casi ho cominciato a picchiare troppo e ho finito per stancarmi”. (“This court is not great for me, for my game. It’s very soft in a way. (…) The ball doesn’t really come to you sometimes, sometimes doesn’t bounce. It’s really tough to find a rhythm. That’s why sometimes I start to overhit, and then I get tired”).

Queste le parole di alcune protagoniste. L’altro indizio fondamentale sono le partite, il modo in cui sono state condotte, gli schemi attuati, quelli che hanno reso oppure no. E da questi aspetti si possono dedurre anche le differenze con il campo del Masters dello scorso anno.

A mio avviso a Singapore 2018 il campo era del tipo lento a rimbalzo alto. Assorbiva energia e restituiva una palla senza peso ma facilmente gestibile. Queste condizioni erano così estreme da stravolgere i normali schemi di gioco: la palla rallentava e saliva in aria, in attesa di essere rimandata senza regalare potenza “gratis” a chi colpiva. Il tennis di pura rimessa era estremamente avvantaggiato, visto che ogni parabola era quasi sempre recuperabile; tanto che colpire lungolinea era diventato controproducente, perché si traduceva in un rischio senza ricompensa. Quasi aboliti anche i contropiede: nessuna giocatrice in difesa si muoveva prima, perché non era necessario anticipare le scelte dell’avversaria.

Non è stato così a Shenzhen. Campo lento ma con rimbalzo basso. Il rimbalzo basso ha invece reso difficili i recuperi sui cambi di geometrie, restituendo, se non altro, il vantaggio a chi rischiava i lungolinea. Altro aspetto che è diventato molto producente: lo slice. Come accade sull’erba classica, dove i back rimbalzano poco e rendono molto difficile e faticosa la loro gestione, sul campo di Shenzhen gli slice erano particolarmente efficaci. Mentre per ottenere un vincente in topspin occorreva potenza superiore (e questo spiega la fatica di Halep citata prima).

Malgrado simili problemi, il campo di Shenzhen consentiva quindi diverse tattiche di gioco vincenti, a differenza delle caratteristiche assolutamente monodimensionali privilegiate a Singapore. Resta comunque il fatto che nessuno dei 15 match disputati a Shenzhen si è concluso con entrambe le giocatrici con saldo positivo tra vincenti ed errori non forzati.

Teniamo presente tutto questo e analizziamo le qualità fisico-tecniche delle protagoniste. A mio avviso questo campo era il più adatto per due di loro: Ashleigh Barty e Kiki Bertens. Entrambe dotate di un ottimo servizio e di un dritto di potenza superiore, in grado di andare oltre la lentezza del campo. E con in più, rispetto alle altre, l’arma dello slice di rovescio, un colpo naturale che eseguono a regola d’arte. Un colpo in grado di incidere sulle avversarie nello scambio interlocutorio, tanto da far sentire loro la stanchezza in misura maggiore a fine match. Infatti contro Barty hanno ceduto alla distanza sia Bencic (5-7, 6-1, 6-2) che Pliskova (4-6, 6-2, 6-3).

Bertens è stata l’unica a sconfiggere Barty nello scontro diretto (3-6, 6-3, 6-4) e penso che se non fosse subentrata a girone iniziato (al posto di Osaka) avrebbe quasi sicuramente battuto Kvitova; mentre non sappiamo come sarebbero andate le cose con Bencic (7-5, 1-0 ritiro) se non avesse avuto un malessere, probabilmente dovuto al troppo tennis dell’ultimo periodo (nessuna ha giocato quanto lei dopo gli US Open).

a pagina 2: Gli infortuni

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