Federer e Roma, storia di un amore senza lieto fine

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Federer e Roma, storia di un amore senza lieto fine

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L’annuncio del probabile forfait di Roger Federer agli Internazionali d’Italia 2015 suggerisce una domanda: perché l’ex numero 1 del mondo fatica così tanto a Roma? Da Mantilla a Chardy, alle imprese sfiorate ripercorriamo il suo cammino al foro italico

Gli appassionati italiani sono stati spiazzati dalla notizia raccolta un paio di giorni fa dal nostro inviato ad Indian Wells Vanni Gibertini sulla probabile assenza di Roger Federer agli Internazionali di Roma 2015. In verità la decisione ( non definitiva da quanto traspare dalle sue parole) era nell’aria: avendo deciso di fare da traino alla prima edizione del torneo di Istanbul era evidente che lo svizzero a qualcosa dovesse rinunciare e avendo saltato lo scorso anno Madrid causa nascita dei gemellini e spesso Montecarlo, si può anche comprendere la scelta del sempre diplomatico e politically correct primatista Slam.

In fondo Federer dal 2000 ad oggi ha sempre giocato nella capitale con la sola eccezione del 2005, ma andando ad analizzare i risultati di Sua Maestà al Foro Italico emerge in tutta evidenza una piccola maledizione: in un modo o nell’altro ai tifosi italiani è stata sempre negata la versione deluxe di  Roger Federer.

 

Sia chiaro, non che Roger abbia mancato di deliziare la platea romana con partite memorabili e colpi sublimi,  ma è indubbio che nel nostro ( unico, ahinoi!) torneo il campione di Basilea è andato incontro, anche negli anni in cui perdeva un numero di partite che si contano sulle dita di una mano, a cocenti delusioni.

Eppure è difficile trovare una motivazione ambientale o tecnica. Federer è amato e venerato a Roma come in qualsiasi altra parte del globo e d’altra parte come potrebbe la città eterna vocata alla bellezza non estasiarsi dinanzi alla classe dell’elvetico? Se poi aggiungiamo che Roger è dichiaratamente tifoso della Roma e amico e sostenitore del suo capitano Francesco Totti, gli elementi per un connubio perfetto ci sono tutti.

Da un punto di vista tecnico Federer, pur non essendo Nadal, è uno che sul rosso ha vinto dieci tornei ( Roland Garros, quattro Amburgo, due Madrid, Estoril, Gstaad e Monaco di Baviera), giocato e perso  altre quattro finali a Parigi ( inutile dire contro di chi), tre a Montecarlo ( due con Nadal e una con Wawrinka lo scorso anno), una ad Amburgo ( sempre Nadal quando era un 1000), una a Madrid ( Nadal) oltre alle tre di Roma di cui diremo e vanta un ottimo 76,2% di match vinti sulla terra ( 198-62, che nei soli match romani scende al 65,8 27-14). Non c’è dubbio che la terra di Roma non sia quella veloce di Madrid o Amburgo e che due set su tre Roger non abbia i margini che ha sempre avuto ( tranne ovviamente negli ultimi anni) a Parigi, ma alcune sconfitte in riva al Tevere non sono tecnicamente spiegabili soprattutto nella loro ripetitività.

La prima apparizione romana del teenager Roger Federer risale, come detto, al 2000. Lo svizzero non è fortunato nel sorteggio, al primo turno pesca un signore ucraino che solo pochi mesi prima si era trovato in vantaggio di due set e 4-4 nel terzo in finale a Parigi contro un certo Andre Agassi. Andrei Medvedev è un cagnaccio ancora troppo duro per il giovane Roger dalla chioma fluente che vince il primo set ma poi si arrende in volata nel terzo.

L’anno successivo Federer vive due autentiche battaglie nei primi turni conclusesi entrambe con la vittoria per sette punti a cinque nel tiebreak decisivo: nella prima piega lo svedese Thomas Johansson, mai a suo agio sulla terra ma di lì a poco incredibile trionfatore agli Australian Open grazie alle safinette. La seconda, vinta proprio contro lo sciagurato Marat, numero due del mondo, segna una svolta nella carriera di Roger, sino ad allora – sembra incredibile dirlo oggi – scapestrato sfasciatore di racchette, come raccontato dallo stesso svizzero ne “ Gli anni della Gloria” di  Marco Keller e Simon Graf: “ Giocavo contro Safin e nelle partite con Marat facevamo a gara a chi si comportava peggio. Alla fine del secondo set, mostrarono nel maxischermo dello stadio le nostre intemperanze e mentre lo guardavo mi sono davvero vergognato e mi sono detto: non si può andare avanti in questo modo”. Al turno successivo, un altro mastino come Wayne Ferreira approfitterà della sua stanchezza battendolo in due set.

Nel 2002 Roger non è ancora Roger anche se pochi mesi prima sull’erba di Wimbledon ha detronizzato Sampras nel più simbolico passaggio di consegne e qualche giorno dopo vincerà  ad Amburgo il suo primo grande torneo. A Roma lo sorprende il padrone di casa Andrea Gaudenzi, in verità non più nella fase gladiatoria della carriera ( è solo 58 al via del torneo e il declino inevitabilmente è iniziato dopo l’infortunio nella finale di Davis nel 1998 contro la Svezia). Ricorda lo scriba in “Gianni Clerici agli Internazionali d’Italia”: “ Gaudenzi ha appena battuto Roger Federer, uno che prima o poi vincerà Wimbledon”. Più prima che poi e qualche volta in più di una.

Ed eccoci al 2003 ed alla prima finale romana dello svizzero. Roger arriva a Roma da numero 5 del mondo, concede un set a Volandri nei quarti, approfitta del ritiro di Ferrero quando era nettamente avanti in semifinale e trova in finale un avversario a sorpresa. Felix Mantilla non è certamente uno sconosciuto, nel suo anno migliore, il 1998, ha raggiunto la semifinale al Roland Garros affacciandosi anche al numero 10 del mondo. Sotto 6-4 6-5 e con Kafelnikov al servizio, è ad un passo dalla sconfitta in semifinale ma riesce a ribaltare l’incontro e ad agguantare la finale. Ci arriva da numero 43 del mondo e nessuno pare dargli molte chance, anzi forse  “ Soltanto la mamma, la sua fidanzata Berta, il suo allenatore Munoz, il preparatore Fejzula pensavano che quel bravo ragazzo potesse battere un tipo che ha un talento doppio, se non proprio triplo di lui” ironizza sempre Clerici. Ma tant’è, Roger si fa imbrigliare in una lotta da fondocampo, comincia a sbagliare con il rovescio e si arrende in tre set ( la finale era al meglio dei cinque) di cui il primo e il terzo lottati. “Contro Mantilla la partita diventa spesso noiosa” racconterà un presuntosetto svizzero dopo il match dimostrando di aver imparato presto ad essere un cattivo perdente ( il che per la verità diventerà una virtù). Puntuale arriva la bacchettata di Gianni Clerici: “ E’ questa dello snobismo una licenza che non ci si può permettere”.

Il 2004 offre al pubblico romano una versione analoga di Federer che però inciampa nella sindrome Mantilla già al secondo turno. Albert Costa è pur sempre un campione del Roland Garros ma la sensazione che si vive sul campo è di un Federer che non abbia voglia  e pazienza di soffrire. Vince il primo set poi è sempre più lontano dal campo e saluta il foro. Il problema è che questa edizione dello svizzero nel 2004 si vede solo a Roma: tre quarti di Slam e undici titoli portati a casa di cui due sulla terra. E nel 2005 Roger salterà l’appuntamento italiano.

Io credo che nella rivalità tra Nadal e Federer abbia inciso molto la finale di Roma del 2006, dove lo spagnolo ha vinto la gara annullando due match point all’avversario. Secondo me, quel risultato ha condizionato tutta la storia delle loro sfide”. L’autorevole riflessione di Rino Tommasi ci introduce in quella che è la finale che maggiormente resta nelle menti degli appassionati romani e non solo. Il foro aveva assistito già l’anno precedente ad una finale lunghissima tra il maiorchino e Coria ma nulla di paragonabile alla qualità e al pathos che i due rivali mettono in campo. Nadal arriva in finale lasciando le briciole ai suoi avversari ( un set all’amico Moya all’esordio), Federer, che già aveva rischiato con Almagro, si salva sotto 4-2 e tre palle del 2-5 nel terzo set in semifinale con Nalbandian. Le cinque ore e cinque minuti della finale sono un saliscendi di emozioni culminate dai due match point falliti con il diritto da Federer sul 6-5 15-40 del quinto set.

Nel 2007 la maledizione del Foro torna ad abbattersi sullo svizzero che si arrende incredibilmente al miglior Filippo Volandri della carriera, seppellito da quarantaquattro errori gratuiti in diciotto giochi. “ Pensate gli sia accaduto qualcosa di intimo, una cattiva notizia da casa, una lita con la moglie-manager Mirka?” arrivò a chiedersi Gianni Clerici per giustificare la sconcertante prestazione di Federer.

Che per la verità si ripeterà l’anno successivo, stavolta nei quarti contro Radek Stepanek, un altro mai visto a quei livelli sulla terra rossa. Due set, entrambi vinti al tiebreak caratterizzati da variazioni e discese a rete che ubriacano lo svizzero. Il salto dello scorpione del ceco rimarrà nella mente dei fan di Federer che se lo pregustavano vincitore del torneo dopo la precoce eliminazione di Nadal, battuto più dalle vesciche che da Ferrero.

Nel 2009 Federer arriva a Roma tra i dubbi, devastato dalla sconfitta australiana con Nadal e senza aver vinto nessun torneo nella prima parte di stagione. Il De profundis risuona un po’ ovunque: “ Federer non è più quello di una volta”, “ Non vincerà più uno Slam”. Il torneo romano non sembra proprio scacciare i brutti pensieri: lo svizzero arriva in semifinale approfittando di un tabellone comodo, gioca uno splendido primo set contro Djokovic e va in vantaggio di un set nel secondo. Poi viene a piovere e dopo l’interruzione Roger pare letteralmente non rientrare in  campo. Ma la stagione gli regalerà  forse i momenti più belli della carriera.

Quando lo svizzero si presenta a Roma forte del ritrovato scettro di numero 1 del mondo nel maggio del 2010 in molti pensano che possa essere la volta buona. E invece dalla Lettonia arriva un personaggio che, ancora una volta, gioca il miglior tennis della sua vita. Ernests Gulbis farà innamorare il foro con il suo tennis e il suo atteggiamento guascone ma quando Federer risale da 3-5 nel set decisivo annullando sei match point sembra che il suo destino sia segnato. Macché, non c’è trippa per gatti svizzeri.

E lo stesso accade nel 2011 quando un redivivo Richard Gasquet imbriglia l’elvetico. Anche qui si fa fatica a ricordare una versione talmente splendente e continua del francese. Federer ovviamente ha le sue colpe: è in vantaggio di un set e di un break contro un avversario che ha sempre dominato a piacimento ( tranne in un lontano precedente monegasco) ma si fa riprendere. Il pubblico lo trascina come non mai ed impazzisce quando Roger regala persino un tweener. Ma non c’è nulla da fare, la maledizione continua.

E’ un buon Federer quello che si vede al foro invece nel 2012 e che delizia il pubblico nel match serale dei quarti lasciando tre game ad Andreas Seppi, reduce da due maratone vincenti con Isner e Wawrinka. Sembra giocare a ping pong Federer per quanto vada di fretta ed il pubblico fa quasi fatica ad incoraggiare l’azzurro. Ma è una pia illusione perché il giorno dopo lo svizzero si arrende alla solidità di Djokovic e senza una reazione di orgoglio nel secondo set il punteggio sarebbe molto severo.

Severissimo è invece il punteggio della finale del 2013, la terza giocata e persa da Federer nella città eterna. Ma il paradosso è che nella stagione peggiore della sua carriera, con la schiena a pezzi, giochi forse il miglior torneo dell’anno proprio lì dove non ha mai brillato. Il destino sembra voler ricompensare i tifosi italiani dopo anni di debacle, offrendogli un tabellone da 250. Eppure Roger soffre contro Janowicz e Paire con la schiena dolorante, ma Roma avrà la finale dei sogni. La domenica mattina gira voce che Federer darà forfait e tra gli organizzatori serpeggia il panico. Poi lo svizzero appare in campo ma è una comparsata. Ma il pubblico lo coccola e lo consola.

E arriviamo allo scorso anno dove la maledizione del foro trova la sua sublimazione. Ancora un francese, ancora un giocatore che per un giorno si erge a livelli mai più ripetuti. Federer arriva a Roma fresco della paternità bis, gioca un primo set incredibile, poi rivolge i pensieri a biberon e pannolini. Nel terzo set si desta e si arriva al tiebreak decisivo dove un doppio fallo incredibile del francese gli offre il match point. Qui si capisce perché tra Roma e Federer c’è qualcosa di misterioso: Chardy si inventa un passante dopo una corsa incredibile al limite del disumano. E per Roger Roma è ancora amara. Con il fondato timore che possa essere l’ultima volta.

 

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WTA Toronto: una nervosa e discontinua Halep rimonta Pegula, in finale andrà a caccia del 24°titolo

Simona Halep torna in finale al Canada Open dopo quattro anni, cercherà il primo titolo a Toronto nella sua 18esima finale ‘1000’

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Simona Halep – WTA Toronto 2022 (foto Gyles Dias via Twitter @NBOtoronto

[15] S. Halep b. [7] J. Pegula 2-6 6-3 6-4

Nella psicologia sportiva si utilizza spesso l’espressione nikefobia, termine di origine greca composto dalle parole nike e phobos, che significano rispettivamente vittoria e paura. Quindi unendo i due sostantivi in un unico concetto, ecco venire fuori quella sindrome che comunemente affligge gli atleti: ‘la paura di vincere’. Ebbene questo principio legato alla mentalità nello sport, è stato il vero leitmotiv della prima semifinale di scena a Toronto del National Bank Open presented by Rogers. Un match che ha visto prevalere la tds n. 15 Simona Halep sulla n. 7 del tabellone Jessica Pegula, in rimonta per 2-6 6-3 6-4 dopo 2h14, nel quale ci sono stati ben 11 game decisi ai vantaggi, di cui 5 nel terzo set (4 nei primi quattro giochi).

Ma soprattutto, ogni qualvolta si aveva la sensazione che una delle due protagoniste avesse sferrato il colpo decisivo, puntualmente l’altra riusciva a trovare energie inattese e a ribaltare l’inerzia. Basti pensare che l’americana ha avuto l’opportunità per salire sul 3-1 e servizio nella frazione finale, ritrovandosi invece sotto 4-2, o ancora non ha sfruttato due palle break in apertura di secondo parziale. Questa costante instabilità, che ha condizionato l’intero match, ha reso nervose le due giocatrici: specialmente Halep, quasi mai vista così su di giri, chiedere per credere alla sua povera racchetta. Alla fine l’esperienza ha fornito quello spunto in più alla rumena, complice una Pegula spentasi dopo una prima parte di gara dominata, con una performance in risposta e di dritto così opposta al resto della sfida difficilmente riverificabile. Tuttavia per Simona in ottica finale, c’è da registrare la seconda si servizio: 10 doppi falli, molti nei momenti più caldi, e solo il 44% di punti vinti.

 

L’ex n. 1 contro la vincente di Pliskova/Haddad Maia, andrà a caccia del 24°titolo in carriera, il nono a livello di categoria ‘1000’, nei quali quella di domani sarà la diciottesima finale in assoluto. Ritorna invece nell’ultimo atto del Canada Open dopo quattro anni, vittoria nel 2018 a Montreal su Stephens, e cercherà il terzo titolo – trionfò sempre nel Quebec e sempre contro un’americana, Keys, nel 2016 -. A Toronto vanta come miglior risultato, l’atto conclusivo del 2015 dove perse da Bencic; per la rumena è la seconda finale stagionale dopo il successo ad inizio anno a Melbourne su Kudermetova.

IL MATCH – Inizio da incubo per Halep, che nel primo game della partita commette due doppi falli da destra e più in generale vede la propria prima di servizio latitare parecchio: in un gioco da 8 punti per cinque volte la rumena è costretta a dover ripiegare sulla seconda. Dal canto suo ha invece tutt’altra partenza Pegula, che facendo leva sull’evidenti difficoltà dell’avversaria con il fondamentale d’inizio gioco ha un approccio alla sfida dirompente, attraverso una sistematica pressione imposta alla n. 7 del mondo mediante una favolosa risposta di dritto.

Jessica oltre a prendere immediatamente il controllo del punto, con queste ribattute eseguite in grande anticipo, dimostra fin da subito l’intenzione di variare maggiormente il gioco per evitare d’infilarsi negli scambi di resistenza e solidità da fondo, dove chiaramente l’ex n. 1 del ranking avrebbe vita sin troppo facile: così la statunitense modifica costantemente altezza e traiettoria delle proprie esecuzioni, alternando rovesci in top spin molto carici, con parabole abbastanza spinte, a quelli tagliati per fornire palle più basse e insidiose a Simo. Le straordinarie capacità difensive della tds n. 15 del tabellone, le permettono di salvarsi nel primo gioco del match annullando una palla break, che fa capire appieno la prospettiva del duello: una battaglia su ogni singolo quindici.

Anche se, nel terzo game ritornano i problemi in battuta per la due volte campionessa Slam: questa volta la prima opportunità è fatale all’allieva di Mouratoglou, con la 28enne di Buffalo che ancora supportata da una stratosferica abilità nell’anticipare la risposta di dritto – straordinaria da vedere quando riesce a mettere i piedi in campo – breakka e sale 2-1. Jes è brillantissima, nonostante ciò nel game successivo perde un po’ le misure del campo dalla parte del dritto, fino a quel momento scintillante, e Halep non si fa pregare arrampicandosi sul 15-40. A questo punto, tuttavia, i ruoli si scambiano ed è Pegula ad entrare in versione muro di gomma: la giocatrice a stelle e strisce risale la china frantumando anche una terza opportunità di contro-break ai vantaggi.

La 30enne di Costanza è stranamente nervosa, ed inevitabilmente i suoi nervi cedono all’intemperie dell’adrenalina e della rabbia dopo aver visto le chance per rimettersi in scia, sfumare via inesorabilmente. Inoltre continuano a materializzarsi enormi grattacapi per la due volte campionessa del torneo, a causa di un servizio totalmente fragile, soprattutto sulla seconda Simona è veramente in perenne agonia. Non è un caso infatti che la n. 15 WTA sia autrice di doppi falli a ripetizione, che mandano Pegula addirittura avanti sul 4-1 pesante con il secondo break sigillato a 0.

Con il set ormai compromesso, Halep perde pienamente le staffe scaraventando ripetutamente la racchetta sul campo. La n. 1 del tennis femminile d’oltreoceano sta semplicemente fornendo una prestazione perfetta, condita anche da una strabiliante verticalizzazione del gioco che la porta a mostrare tutte le sue eccezionali doti al volo nei pressi della rete. E così dopo 35 minuti, nei quali la regina di Wimbledon 2019 riesce appena in tempo a conquistare il suo secondo turno di servizio, l’americana vince 6-2 il parziale inaugurale.

L’inizio del secondo set sembrerebbe ripercorrere le stesse orme dell’avvio di gara, con l’attuale top 10 in campo a guadagnarsi immediatamente due possibilità per l’allungo, anche nella seconda frazione. Ma come accaduto in precedenza – ad inizio partita – Halep rimonta dal 15-40 e va sul 1-0 con un ace, perché il cuore di una campionessa non muore mai. Ecco che però arriva puntuale il momento di rottura rispetto all’andamento del set d’apertura, in questa circostanza la rumena fa subito sentire sulle spalle di Jes il peso delle occasioni mancate: la 30enne di Costanza trova finalmente profondità nei colpi, ma anche maggiore penetrazione a livello di timing, e può perciò centrare il primo break della sua partita.

Questo strappo, in verità, da inizio ad un frangente della sfida dove la qualità della contesa cala vistosamente: si susseguono infatti altri due break consecutivi con Simona che prima restituisce e poi si riprende il vantaggio. Tanti errori la fanno da padrona in questo momento, ma in particolar modo crescono e non poco quelli di Pegula, la quale gioca due turni di fila in battuta completamente disastrosi. Ebbene, dopo 31 minuti di secondo set, l’inerzia si è totalmente invertita ed è bastato un attimo per far sì che Halep volasse sul 4-1. Simo ora dovrebbe piazzare l’accelerata decisiva facendo fruttare i gratuiti della newyorkese, prima che l’americana si riprenda dal torpore nel quale si è imbrigliata dopo aver dominato il primo set; la rumena arriverebbe pure a due punti dal doppio break – in termini di punteggio sarebbe valso il 5-1 – ma manca di killer instinct.

Perciò è costretta a fronteggiare quattro break point nel settimo game, che avrebbero rimesso nuovamente tutto in discussione, ma per sua fortuna dopo 14 punti un po’ per demeriti della n. 7, un po’ per la propria forza di volontà di non mollare mai; la 30enne di Costanza mantiene la testa del set. Si giunge dunque al momento della verità, e pur tormentata dal 5 doppio errore della sua partita, Halep non si scompone e rimanda il verdetto al terzo (6-3 in 45 minuti).

I colpi della n. 15 adesso sono incisivi, ha ritrovato quella sua consueta forza nel palleggio prolungato da fondo: ora Pegula non riesce più a sfondare, a differenza del primo parziale dove era la rumena a dover fare gli straordinari per vincere un punto. E difatti la rottura della 28enne di Buffalo prosegue anche in apertura del set decisivo, l’ex n. 1 è in assoluto controllo gestendo alla perfezione ogni singolo quindici tra soluzioni piatte e colpi più lavorati.

Jessica capisce allora che deve provare a compiere il forcing finale, altrimenti l’avversaria non sarebbe più raggiungibile, e ritorna così a scompaginare i piani rumeni attraverso la smorzata. Ma il problema di Simona continua a riscontrare le proprie radici nella seconda di servizio, altri due doppi falli forniscono sul piatto d’argento, alla settima forza del seeding, il contro-break. Addirittura potrebbe verificarsi il terzo strappo in altrettanti game nel set, ma la possibilità di nuovo allungo rumeno si frantuma, così come rischia di fare la stessa fine la racchetta di Simona. Oramai siamo entrati nella fase ‘psicodramma’, la costanza negativa torna a far visita – 8 doppio fallo – ad Halep, che è vittima di un passaggio a vuoto: va sotto 0-40, ma Pegula spreca le tre occasioni più anche una quarta ai vantaggi, per via di un dritto sopito dalla sindrome della paura di vincere.

Potevamo essere 3-1 per l’americana, ed invece Jessica dopo le chance gettate al vento per la prima volta vede i propri nervi perdere di lucidità: parziale di 10 punti a 1 per la n. 15, con l’ennesimo ribaltamento del match che certifica il 4-2 in favore di Halep. Jessica ormai ha smarrito completamente l’impatto con palla e concede il doppio break, ma se pensate che siamo vicini alla conclusione vi sbagliate di grosso; Simona non ha il giusto cinismo e si fa recuperare uno dei due break. Tuttavia si procura due match point nel nono game, ma la racchetta dell’ex n. 1 percossa svariate volte sul terreno fa capire come ambedue non vengano sfruttati. L’ultima risorsa per Halep è rifugiarsi sotto l’asciugamano, estraniamento dalla realtà che porta i suoi frutti: il secondo tentativo di servire per il match è quello buono, il terzo match ball pone fine ad un terzo set a dir poco thriller.

IL TABELLONE DEL WTA 1000 DI TORONTO

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Eugenie Bouchard stavolta torna davvero: è in tabellone al WTA 125 di Vancouver

La tennista canadese riparte grazie a una wild card: sfiderà Hartono dopo un lungo periodo di assenza dai campi

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Eugenie Bouchard torna in campo. Stavolta per davvero, a meno di sorprese mai da escludere. La canadese, 28 anni, è nel tabellone del WTA 125 in programma a Vancouver, Canada, a partire dal 15 agosto.

Sarà l’olandese Arianne Hartono l’avversaria di Genie nel suo primo match dal 17 marzo 2021, quando a Monterrey perse contro Lin Zhu; nel giugno seguente, la ventottenne canadese ha subìto un intervento alla spalla destra e poi c’è stata una riabilitazione andata per le lunghe più del previsto. Il rientro ai tornei era in un primo momento previsto per Wimbledon, ma l’assenza di punti in palio ha convinto Bouchard a rinunciarvi. 

Bouchard, che al top della forma – era il 2014 – raggiunse semifinale ad Australian Open e Roland Garros e finale a Wimbledon, tenta ora una lunga risalita. A 28 anni Genie ha ancora il tempo per ricominciare da capo. Servirà una grande costanza nel lavoro perché il percorso è di quelli durissimi: vedremo se la star canadese riuscirà nel suo intento. 

 

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ATP

ATP Montreal, Casper Ruud e la passeggiata contro Auger-Aliassime: “Un giorno perfetto in ufficio”

Il norvegese commenta la mattanza rifilata al canadese e si proietta alla semifinale contro Hurkacz: “Lui sa come si vince un Masters 1000”

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Casper Ruud – ATP Montreal 2022 (foto via Twitter @OBNmontreal)

L’inaspettato e deludente (soprattutto per il pubblico di casa) 6-2 6-1 con cui Casper Ruud ha liquidato Felix Auger-Aliassime ha richiesto solo mezzora in meno rispetto al 7-6 6-7 6-1 di Hurkacz su Kyrgios: c’è stata più lotta di quanto dica il punteggio tra il fantasmino e FAA oppure Kyrgios andava così di fretta tra un punto e l’altro che il tempo effettivo dei suoi turni di battuta quasi eguagliava quello complessivo? La seconda è piuttosto vera e non c’è dubbio che, a proposito della prima, in conferenza stampa il vincitore spiegherà che non è stato così facile. Non c’è dubbio, abbiamo azzardato, sia perché è quello che si dice di solito in questi casi, sia perché Casper lo aveva anticipato nell’intervista sul campo. Andiamo allora a controllare se è davvero così e cos’altro ha raccontato l’unica delle prime quattro teste di serie rimasta in piedi dopo il primo match e che quest’oggi giocherà la semifinale, contro Hurkacz, sul cemento canadese: in una parola, anzi tre, il terraiolo Ruud.

Domanda: Sembravi molto a tuo agio oggi in campo. Com’è stato per te?

Casper Ruud: “Non è stato così agevole come la gente potrebbe pensare. Tutto è più o meno girato a mio favore: chiamate vicino alla riga, scambi lunghi. Questo certo aiuta contro un grande giocatore come Felix. Sapevo di dover mettere in campo il mio tennis migliore per avere una possibilità di batterlo. L’ho fatto e pure qualcosa in più. Un giorno perfetto in ufficio.”

 

D. Sentivi che era la tempesta perfetta per te perché Felix faticava a colpire e tu hai sfoderato alcuni colpi spettacolari?

CR: “Non sono partito alla grande, Felix sì. Per fortuna, sono stato in grado di capovolgere la situazione. Siamo tutti d’accordo, abbiamo visto Felix giocare meglio di quanto abbia fatto oggi. Faceva diversi errori qua e là. Allo stesso tempo, io gli facevo colpire parecchie palle in più. Io recuperavo palle rispedendole con buona profondità. Dev’essere stato piuttosto complicato per lui trovare vincenti o punti facili contro di me. Quello era l’obiettivo, fargli giocare tanti punti e funzionava. Da parte mia, sono stato capace di piazzare il dritto dove volevo, trovare dei vincenti. E ho anche servito bene. Felix sa giocare meglio, ma io ho messo in atto il mio piano. Ho fatto un buon lavoro.”

D. Una bella vittoria su un grande tennista, con il pubblico a favore. Come rimani concentrato sapendo che la folla tiferà per quell’altro?

CR: “A volte, la notte prima mi piace visualizzare me stesso nel match che devo giocare. Ieri notte, mi vedevo sul centrale, proprio nel momento in cui entravamo in campo, quando sai che Felix riceverà un’ovazione. Se finisco con il perdere scambi tirati o punti spettacolari, impazziranno per lui. Mi piace farlo perchè così in quei momenti ci sono già passato, almeno nella mia testa. Credo sia un modo per gestire luoghi o incontri speciali come oggi. Per fortuna, sono riuscito a giocare così bene che il pubblico non ha avuto forse modo di tifare come avrebbe voluto. Suona un po’ crudele, ma…”

D. Cosa ti aspetti dal match contro Hubert? Ha battuto Nick che era in striscia vincente.

CR. “Sarà difficile. Hubert è sempre pericoloso, su ogni superficie, specialmente sul duro. Ha vinto Miami, sa come vincere un Masters 1000. È di nuovo in semifinale e sembra al meglio, ha giocato molto bene contro un avversario tosto. Lo conosco bene, è un tipo a posto. Spero che riusciremo a mettere in campo una bella semifinale sabato.”

QUI IL TABELLONE AGGIORNATO DEL MASTERS 1000 DI MONTREAL

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