Boxe e tennis, Mayweather-Pacquiao storia di un Nadal-Federer qualunque: il miglior attacco è la difesa

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Boxe e tennis, Mayweather-Pacquiao storia di un Nadal-Federer qualunque: il miglior attacco è la difesa

La boxe come metafora del tennis. Mayweather-Pacquiao come Nadal-Federer, difesa contro attacco. Distruggere è un attimo e costruire una vita. Ma alla fine dei giochi, ci sarà sempre uno che ha vinto ed un altro che è finito K.O.

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Questo articolo è stato scritto nel post Mayweather-Pacquiao, in contemporaneità con i Masters 1000 di Madrid e Roma e per tale ragione non è stato possibile pubblicarlo. Nonostante ciò ci sembra ancora oggi interessante e per questo abbiamo deciso di pubblicarlo, seppur in ritardo.

 

Il match del secolo l’ha vinto Mayweather. Alla sua maniera, battendo Pacquiao che ha perduto anche lui alla sua maniera. Uno in difesa, l’altro in attacco. Il giorno dopo credo avesse più mal di testa Mayweather che Pacquiao, ma questo non per negare la legittimità di un successo (a mio parere giustificato solo dagli ultimi round); bensì per dimostrare che il pugilato è davvero nobile arte, dove non conta quanto forte picchi se l’altro resta in piedi. Conta più il come.

 

Nel pugilato ci sono i giudici. Non servirebbero se uno dei due finisse a terra senza rialzarsi al 10; non servirebbero se ci fossero le macchinette segna colpi come tra i dilettanti alle Olimpiadi; o come ci saranno tra poco quando un sistema stile “hawk-eye” rileverà numero, posizione, velocità e peso dei cazzotti. E trarrà un algoritmo per stabilire chi ha vinto.

Ci sono i giudici e si sa, i giudici sono influenzabili. Non intendo corrompibili, ma suggestionabili. Tutti sapevano che Mayweather avrebbe danzato e toccato. Tutti sapevano che Pacquiao avrebbe stretto e picchiato. Non importa quanti pugni abbia dato l’uno o l’altro. Era il gioco delle parti: chi recitava meglio il copione impostogli dalla stampa e dalla critica sportiva avrebbe vinto. Mayweather, noioso da vedere in Tv come L’Almanacco del giorno dopo, recita decisamente meglio.

Di Maywether vs Pacquiao, almeno io personalmente, ne avevo già visti a bizzeffe. Perché poco cambia che uno sia americano, filippino, svizzero o spagnolo (quattro nazioni a caso). Di copioni recitati tra chi difende e chi attacca, ne è piena la storia sportiva e non solo.

Ho visto 33 volte Pacquiao cercare di venire avanti; per 10 volte riuscirci, per 23 farsi fermare dal fuoco di sbarramento altrui, da quel jab mancino alto, incrociato ed arrotato, nonché dalla altrui mobilità. L’ho visto 23 volte venire avanti scoprendosi ai passanti, a guardia bassa, e venire infilato. Senza giudici che potessero farsi influenzare. Senza poter dire che l’avversario non aveva fatto nulla per vincere. Solo matematica che procede secondo la tabellina del 15 e ci dice chi porta a casa il game.

Certo, se la boxe fosse ancora quella dei “bareknuckles” di fine ‘800, credo che Pacquiao sarebbe rimasto in piedi e Mayweather avrebbe raccolto i denti dal terreno. Certo, se la boxe fosse meno “show-time” e più belve sottratte alle strade e riversate sul ring, sarebbe venuto fuori qualcosa di diverso. Certo se quel quarto round in cui il filippino lo aveva messo alle corde fosse proseguito più a lungo… Certo se le corde, quelle nostre, dessero meno spin, o se l’erba fosse tagliata più lunga, credo che Pacquiao avrebbe avuto più chances. Ma forse inizio a confondere troppo le cose.

Il fatto è che si cresce con i film di Rocky e si parteggia per il pugile coraggioso, che si scopre, che vuole colpire, poco automa e tutto estro. E nei film di Stallone quel soggetto i matches li vince pure, e gli spacconi e i robot perdono quasi contenti di avere perso. Quando Mayweather, meritando, ha alzato le braccia (in America, a casa sua) sotto un cielo di “boooh”, ho visto Rocky al tappeto, il buio di Londra e le lacrime in Australia.

E’ la storia eterna di chi sa organizzarsi in trincea, in difesa, e aspetta che tu ti scopra un attimo. La storia eterna di chi confida nel fatto che la perfezione non esiste e, lentamente, con disciplina, attende l’errore da chi perfetto non può sempre essere. Perché distruggere è un attimo e costruire è una vita. Per carità, con grande stile e secondo le regole del gioco: perché un pugno è un pugno sia che te lo sia preparato scoprendo la punta del mento, sia che quella boccuccia la pizzichi appena. E un punto è un punto, sia che tu abbia giocato una volée bassa negli ultimi centimetri del campo, sia che il tuo avversario al decimo rovescio giocato sopra la spalla lo abbia messo fuori.

Le cose si confondono, è vero. Ma forse non è neanche un male. Perché se parlare male male male, ma proprio male, di Mayweather è impossibile, allora è giusto non parlare male di quei tennisti che in difesa ti riescono a rimettere tutto in campo, e che tanti bistrattano additandoli quasi fossero degli imbroglioni, dei furbi, dei giocatori che giocano “con troppo margine”, poco tennis e tanta base atletica.

Quei 23 incontri su 33 in cui io già avevo visto Mayweather battere Pacquiao non li hanno certo decisi dei giudici influenzabili e tifosi. Li hanno decisi il fatto che il più forte ha vinto. Ora si può speculare, e dire che Mayweather andasse troppo spesso in “clinch” per prendere tempo e frenare il ritmo altrui, come altri vanno in “clinch” per trenta e più secondi dopo ogni corsa, tra un servizio e l’altro. Ma quelli sono fattori di simpatia, che poco hanno a che fare con gli effettivi perché. Sono quei fattori che fanno dire “boooh” al pubblico di Las Vegas e scatenano i commenti sui blog, nei circoli del tennis, sugli spalti degli Internazionali.

I giudici esistono. Nel pugilato e anche nel tennis. Nel pugilato decidono, mentre nel tennis no. E come molti di noi, questi secondi giudici che non contano niente, senza giurisdizione e senza potere alcuno, amano Pacquiao perché come un salmone ha navigato per 12 round controcorrente; amano il Brasile dell’82 che nel viaggio di ritorno in aereo continuava ad attaccare; amano la forza irresistibile più della massa inamovibile e il giocatore di poker che rompe gli indugi e va all-in. Amano chi ha avuto la forza di imporre una visione nuova delle cose, e non apprezzano i conservatori. Chi ha cambiato gli stili nell’arte e nella società, chi si dichiara con coraggio o si ribella con orgoglio. I rivoluzionari attaccano, è nelle cose, e per questo sono sempre risultati più amati. Nessuno negli anni ’70 sventolava bandiere col volto di Breznev, vincente e stabile al potere: tutti sventolavano il “Che” morto stecchito su un tavolo boliviano. Siamo giudici influenzabili: se dovessimo decidere tra Federer e Nadal ai punti, sceglieremmo vanamente il primo.

Per molti giudici, nel tennis, perdere bene è meglio che vincere male. Questi giudici non fanno alzare le coppe, non fanno passare i turni, ma si ritrovano a parlare di colpi, di tocchi sublimi, di gesti bianchi e rovesci fluidi e vincenti, ritrovandosi così a scambiarsi idee. Scriveva La Rochefoucauld, che le piccole menti parlano di persone, le menti normali parlano dei fatti, le grandi menti di idee. Speculare su una sconfitta e trasformarla in una vittoria estetica ci eleva un po’, al di là della barbara matematica. Proiettare il quarto round di Pacquiao all’infinito, o tanti game e set di quelle 23 sconfitte, è frutto di inventiva: è un’idea.

Pacquiao ha perso e si sapeva già. Mayweather resta imbattuto, che è un po’ come dire “io ti ho battuto 23 volte su 33”. Il prossimo Federer contro Nadal, chiunque lo giochi, lo vincerà il secondo come storia insegna. Senza trucco e senza inganno. Solo perché la pallina deve finire nel campo altrui. Perché l’unico giudice che conta nel tennis è questa regola base. Da bordo campo disquisiremo, apprezzeremo una discesa a rete, ci riempiremo gli occhi di un taglio dato sotto alla palla o di un colpo vincente tirato senza dover mugolare. Ce ne andremo sconfitti ma saldi nella nostra convinzione del bello.

Ciò che non faremo mai sufficientemente è invece riflettere su quanto il tennis sia uno sport crudele, crudele almeno quanto la boxe. Perché anche se meno tumefatti non c’è verso che dal campo si esca tutti e due in piedi: davanti ad una platea di giudici decadenti e inoperosi, ci sarà sempre uno che ha vinto, ed un altro che è finito K.O.

 

Agostino Nigro

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John Lloyd, intervistato da Scanagatta, presenta l’autobiografia “Dear John” [ESCLUSIVA]

Intervistato in esclusiva per Ubitennis, l’ex-tennista britannico Lloyd si racconta tra aneddoti e ricordi. “Avrei dovuto vincere quel match” a proposito della finale all’Australian Open con Gerulaitis

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L’ex tennista britannico John Lloyd, presentando la sua autobiografia “Dear John”, viene intervistato in esclusiva dal direttore Ubaldo Scanagatta e racconta tanti aneddoti relativi alla sua carriera, inclusi i faccia a faccia con l’Italia in Coppa Davis. Le principali fortune di Lloyd arrivarono in Australia dove raggiunse la finale dello Slam nel 1977: “All’epoca era un grande torneo ma non come adesso” ricorda il 67enne Lloyd. “Mancavano molti tennisti perché si disputava a dicembre attorno a Natale, ma ad ogni modo sono arrivato in finale. Avrei dovuto vincerlo quel match– ammette con franchezza e una punta di rammarico –ho perso in cinque set dal mio amico Vitas (Gerulaitis). Fu una grande delusione ma se dovevo perdere da qualcuno, lui era quello giusto. Era una persona fantastica”.

Respirando aria di Wimbledon, era impossibile tralasciare l’argomento. Lo Slam di casa fu tuttavia quello che diede meno soddisfazioni a Lloyd, infatti il miglior risultato è il terzo turno raggiunto tre volte.Sentivo la pressione ma era davvero auto inflitta, da me stesso, perché giocavo bene in Davis e lì la pressione è la stessa che giocare per il tuo paese” ha spiegato l’ex marito di Chris Evert. “Ho vinto in doppio misto (con Wendy Turnbull, nel biennio ’83-’84) ed è fantastico ma sono sempre rimasto deluso dalle mie prestazioni lì. Ho ottenuto qualche bella vittoria: battei Roscoe Tunner (nel 1977) quando era testa di serie n.4 e tutti si aspettavano che avrebbe vinto il torneo. Giocammo sul campo 1. Ma era una caratteristica tipica delle mie prestazioni a Wimbledon, fare un grande exlpoit e poi perdere il giorno dopo. In quell’occasione persi contro un tennista tedesco, Karl Meiler”. In quel match di secondo turno tra i due, Lloyd si trovò due set a zero prima di perdere 2-6 3-6 6-2 6-4 9-7. Insomma cambieranno anche le tecnologie, gli stili di gioco, i nomi dei protagonisti… ma certe dinamiche nel tennis non cambieranno mai.

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Wimbledon: il sogno di Norrie continua, rimonta Goffin da 2 set a 1 sotto e vola in semifinale

La tds n. 9 vince una battaglia incredibile e diventa il quarto britannico nell’Era Open a qualificarsi per il penultimo atto dei Championships

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Cameron Norrie - Wimbledon 2022 (Twitter - @Wimbledon)
Cameron Norrie - Wimbledon 2022 (Twitter - @Wimbledon)

[9] C. Norrie b. D. Goffin 3-6 7-5 2-6 6-3 7-5

Dopo Roger Taylor, Tim Henman e Andy Murray: Cameron Norrie diventa il quarto tennista di Sua Maestà a potersi fregiare di una semifinale a Wimbledon nell’Era Open. Un risultato storico, che dopo l’uscita di scena di Hurckacz – alla vigilia dato come il favorito numero uno a raggiungere il penultimo atto nella parte alta, insieme a Djokovic – aveva ingigantito il macigno da sostenere per il giramondo di casa. Una pressione che anche nel match odierno ha colpito forsennatamente la tds n. 9, la quale però non ha mollato e lottando è riuscita man mano che la partita proseguiva a trovare il suo tennis, dopo una prima parte di gara da incubo con il dritto. Alla fine, il giocatore di origini sudafricane ma di padre scozzese e madre gallese, cresciuto in Nuova Zelanda e formatosi tennisticamente in un college del Texas; si è imposto su David Goffin per 3-6 7-5 2-6 6-3 7-5 dopo una battaglia di 3h31. Esce invece di scena l’imperscrutabile belga, l’ex n. 7 del ranking per la quarta volta in altrettante occasioni non riesce a superare l’ostacolo dei quarti a livello Slam, complice un problema alla spalla destra. Un solo precedente tra i due, nel 2021 a Barcellona il nativo di Liegi si ritirò nel secondo set.

IL MATCH – C’era grande curiosità alla vigilia di questa sfida, per capire in quali condizioni fisiche si sarebbe presentato al suo secondo quarto di finale in quel di Wimbledon (nel 2019 fu fermato dal cannibale serbo) David Goffin. Il belga era infatti reduce dalla maratona di oltre quattro ore e mezza vinta con Frances Tiafoe, ma almeno inizialmente non sembra soffrire sul piano aerobico. La partita si prospettava molto interessante, considerando il tennis di cui dispongono i due protagonisti. Due stili di gioco molto similari, che si caratterizzano per la pulizia e la linearità delle esecuzioni. La differenza riscontrabile tra i due, è da ricercare sul piano della potenza, decisamente superiore la cilindrata dei colpi di Norrie. Al contempo, il 31enne di Liegi può invece contare su una mobilità degli spostamenti e su una capacità nella ricerca della palla su questa superficie, di straordinaria qualità e che vede pochi altri giocatori in grado di esprimere un livello così alto nel muoversi con la provvidenziale frequenza di passettini, essenziali per sapersi districare sugli infidi manti erbosi.

 

Chiaramente la chiave dirimente del match, sarà il rendimento del dritto da parte del 26enne di origini sudafricane; il fondamentale certamente più costruito della tds n. 9 e che se attaccato a dovere, con l’apertura alare che si ritrova, potrebbe sfornare gratuiti a non finire. Il dritto del mancino britannico è però allo stesso tempo il colpo che potrebbe permettergli di far sentire maggiormente il suo peso di palla superiore, e di conseguenza garantirgli il differenziale decisivo ai fini del risultato. L’ex n. 7 del mondo, a sua volta è consapevole dell’importanza della diagonale sinistra, e mette in campo alla perfezione il piano tattico preparato: attraverso la sua straordinaria abilità nell’anticipo, con il suo bimane toglie costantemente il tempo al diritto del nativo di Johannesburg. La strategia del n. 58 ATP si rivela assolutamente efficacie anche e soprattutto per i meriti dell’ex vice maestro delle Finals 2017, che a furia d’infierire sul dritto macchinoso del suddito di Sua Maestà raccoglie i frutti derivanti dalla sua magnifica pressione con tanto di timing chirurgico in fase ascendente, e centra il primo allungo della sfida nel sesto game. Break amministrato con puntuale sapienza da parte di Goffin, che così facendo si mette in saccoccia il primo set per 6-3 dopo 34 minuti. Da sottolineare la risposta non pervenuta del padrone di casa, il 31enne – finalista al Bonfiglio nel 2008 – ha infatti vinto addirittura l’85% dei punti con la seconda

Il belga dopo lo strappo si è sciolto ancora di più, mostrando la sua eccezionale capacità geometrica nel disegnare il campo andando a trovare qualunque filo di erba possibile. Sembra di assistere alla tesi di laurea di un ingegnere della racchetta, e David sale sempre di più in cattedra. Il tallone d’Achille dell’incontro condotto finora da Cameron è stato rappresentato indubbiamente dall’impossibilità del n. 12 del ranking di potersi giocare tanti punti sulla diagonale destra, dove grazie al suo inconsueto rovescio – che ricorda molto quello di Jimmy Connors – super filante può sicuramente creare diverse problematiche al dritto del mitico Davidino. Ma il finalista di Cincinnati 2019, è sempre stato in grado di evitare quella situazione di gioco a lui sfavorevole, con un uso magistrale del lungolinea per spostare il punto sulla direttrice a lui più congeniale. Probabilmente un altro spunto riflessivo, da tenere presente per cercare di dare una spiegazione all’andamento della partita che non sia di matrice tecnica o tattica; è l’enorme macigno psicologico con il quale si è presentato a questo appuntamento storico per la sua carriera e per l’intero movimento tennistico britannico, il campione d’Indian Wells 2021. Mentre è certamente giunto con più tranquillità il giocatore belga, e questo opposto stato emotivo non può non aver contribuito. Infatti oggi Norrie non sta mettendo in mostra la sua proverbiale solidità, in particolar modo molto falloso con il dritto (a fine incontro saranno 46 non forzati a testa). David ha una chance di strappare il servizio avversario già nel primo gioco della seconda frazione, ma il tennista di casa si salva sospinto dagli spalti. La storia si ripete sul 2-2, ma questa volta il giocatore cresciuto nel college texano di Fort Worth, ne cancella addirittura tre riemergendo dallo 0-40.

Ma come dice il detto “non c’è due senza tre”, dinnanzi al secondo 0-40 in fila soccombe. Sul 4-3, in battuta, per consolidare il vantaggio e avviarsi verso la conquista anche del secondo parziale, il n. 58 inspiegabilmente accusa il primo passaggio a vuoto del suo match: con un doppio fallo e due unforced serve su un piatto d’argento il contro-break alla tds n. 9. Dal possibile 2-0, ci si ritrova invece in un amen sul 1-1, visto che chiamato a servire una seconda volta per rimanere nel set nel dodicesimo gioco, David concede il parziale. Adesso sembra arrivare più lentamente sulla palla, e questo permette al rovescio di Cameron di dominare gli scambi (7-5, dopo 54 minuti).

Ora il Court 1 è un’autentica bolgia infernale, ma l’entusiasmo viene spento bruscamente e inaspettatamente in avvio di secondo set. Dopo aver fatto sua una seconda frazione molto dura, la tensione torna a fare capolino e il giocatore di padre scozzese ne è vittima inesorabile. Parziale di 14 punti a 2 e 4-0 Goffin, con il dritto di Cameron nuovamente in rottura prolungata. La partita adesso scema di qualità, si assiste a parecchi errori e anche il belga partecipa al festival dell’orrore, complice un’eccessiva tensione ma soprattutto un problema fisico alla spalla destra, che viene manifestato in tanti non forzati quando esegue il dritto in parallelo – non riesce a spingerlo. In verità si è toccato quella parte del corpo, sicuramente dolorante, già dall’inizio della sfida, ora però sembra essere riacutizzatosi. Dal 4-1, quindi, viene fuori un filotto di due break di fila, ma che non cambiano l’esito del set: 6-2 per il biondo di Liegi in meno di mezz’ora.

Nella quarta frazione, il duello ritorna sui canoni richiesti da uno scontro di tale portata. Norrie finalmente riesce nell’intento di alzare il proprio livello, il set scorre seguendo i servizi anche se entrambi rischiano più volte di offrire break point. Il primo scossone giunge a metà parziale, quando sul 3-2 si materializza la prima palla break, in favore del tennista di casa. Ma David si dimostra glaciale, frantuma l’occasione e si porta in parità. Il classe ’95 è salito decisamente di giri, grazie alla sua caparbietà nel non voler mollare e che lo ha sospinto a ricercare soluzioni alternative per provare a sbrogliare la matassa: si esibisce in ottime smorzate e in perfidi back di rovescio. Nel fatidico settimo game, il mancino british ha altre due possibilità. La seconda di queste certifica lo strappo, confermato nell’ottavo gioco per il 6-3 conclusivo, che manda la contesa al quinto e decisivo set.

Frazione finale, che vede come cornice un Campo 1 dove oramai il sole londinese è quasi completamente tramontato ad eccezione di una piccola parte – nelle prossimità del tabellone luminoso – ancora colpita dai raggi. Inoltre, anche il Box Reale è al gran completo con il Principe Henry e sua moglie Katie trasferitisi sul secondo impianto di Church Road, dopo aver seguito sul Centre Court Djokovic-Sinner. Il parziale conclusivo è semplicemente una battaglia di nervi, ambedue sono cresciuti sensibilmente con il fondamentale di inizio gioco. In realtà Goffin ha fornito una prestazione in battuta perennemente costante, affidandosi ad un’essenziale varietà di angoli non potendo né contare su una spiccata velocità né su una grande potenza. Chi invece ha innalzato la qualità della propria battuta è il n. 12, che dal quarto set in poi ha fatto uso sistematico e letale dello slice, principalmente con la curva mancina. Va evidenziato anche come il dritto del tennista nativo del Sudafrica, si sia trasformato da origine di tutti i mali in cenere della rinascita – o fate vobis della rimonta. Perché è proprio Norrie, dopo aver cancellato una delicatissima palla break nel secondo gioco, ha cogliere l’occasione della vita breakkando sul 6-5. Al secondo tentativo può alzare le braccia al cielo, è in semifinale a Wimbledon.

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Torneo ITF Circolo Antico Tiro a volo: stamattina la presentazione ufficiale

ROMA – Nella caratteristica location della sala carte del Circolo, ufficialmente, presentata la XII edizione di questo importante torneo ITF

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Circolo Antico Tiro a volo - Roma 2022 (foto Pellegrino Dell'Anno)

Stamattina alle ore 12, nella panoramica e deliziosa cornice del Circolo Antico Tiro a Volo, a Roma in zona Parioli, si è tenuta la conferenza di presentazione della XII edizione del torneo qui ospitato. Si parla di un ITF da 60.000 dollari, che torna in calendario dopo due anni di assenza forzata, con entusiasmo e tante aspettative. Una tappa importante per molte giocatrici, con un albo d’oro che vede nomi come Errani, Garbin, Yastresmka, e anche tante partecipazioni importanti della caratura di Pegula, McHale, Rybakina. Un torneo che evidenzia l’importanza anche di unire sport con cultura e territorio, sottolineata dalla presenza di ospiti come Vito Cozzoli (presidente di Sport e Salute), l’assessore allo sport per la città di Roma Alessandro Onorato e l’attuale direttore del torneo Adriano Albanesi, gold coach che ha allenato tra le altre anche Tsurenko.

Ad aprire la conferenza, e a presentare il tutto con i soliti ringraziamenti di rito, è il presidente del circolo, il dottor Giorgio Averni, che oltre a ricordare quante giocatrici importanti siano passate da qui (anche ad allenarsi, vedi Muguruza e Osaka) sollecitato da una domanda, spiega l’importanza e la voglia di puntare sul torneo WTA: “Da anni abbiamo scelto così, il tennis (e lo sport) femminile non è un ripiego per noi, e abbiamo scelto di dargli lustro. La cornice che offriamo a queste ragazze è importante, i loro coach e manager sono estasiati dal nostro trattamento e ospitalità, che spesso non trovano neanche a Parigi. Inoltre, questo circolo è aperto alle donne, e attento alla famiglia e ai ragazzi: vogliamo insegnare ai futuri uomini a rispettare le regole, l’avversario, e la competizione che poi ci sarà anche nella vita. Questo torneo è una settimana di festa, dello sport e non solo, ci saranno eventi e il gran galà di martedì, dove premieremo atleti che hanno fatto la storia dello sport italiano“.

Giocandosi a Roma, questo torneo è certamente secondo solo agli Internazionali d’Italia come importanza tennistica nella capitale, e difatti non manca l’intervento di Cozzoli (di cui già avevamo riportato delle dichiarazioni post IBI): “Quest’estate è importante per Roma, per il tennis e lo sport italiano. Abbiamo iniziato con gli IBI con maggior pubblico e incasso della storia, oltre ad ospitare eventi di padel, beach volley, skateboard. Questa al circolo è un’occasione di sport, di promozione dello sport, di valorizzare un’organizzazione che richiede sempre entusiasmo e competenza. Tutti gli eventi di Sport e Salute, come questa attività, fanno emergere il legame dello sport con il sociale. Il circolo ha anche questa vocazione, e i circoli in generale sono fondamentali nel promuovere lo sport. Intanto anche al Foro ci stiamo già preparando per gli Internazionali del prossimo anno, che saranno su dodici giorni“.

 

Roma, sport e grandi eventi sono un’assonanza storica, e sempre di successo, come testimoniano le iniziative già intraprese, e le parole oggi espresse, dell’assessore Onorato, altro ospite d’eccellenza della presentazione: “Roma ha una vocazione naturale ai grandi eventi, in particolar modo sportivamente e culturalmente (qui al Circolo ad esempio, alle Olimpiadi del ’60 si teneva la specialità del tiro a volo). I grandi eventi, nella stragrande maggioranza dei casi, aiutano la diffusione degli sport di base, attualmente le iscrizioni alle Federazioni di tennis e atletica sono aumentate grazie ai grandi risultati della scorsa estate. Abbiamo la fortuna di avere gli Internazionali, e con Binaghi ci siamo posti l’obiettivo di coinvolgere tutta la città, migliorare i servizi: abbiamo realizzato per la prima volta in 79 edizioni una stazione dei taxi dedicata al torneo. A Roma, il torneo del circolo è secondo solo agli Internazionali, e si deve lavorare per allargarne la portata d’interesse oltre gli appassionati e soci“.

Le wild card sono state assegnate dagli organizzatori a Verena Meliss, Matilde Paoletti, Camilla Rosatello e Diletta Cherubini. Nelle qualificazioni Nuria Brancaccio, reduce da ben due medaglie ai Giochi del Mediterraneo di Orano, e le giovani Lisa Pigato e Melania Delai.

Alla fine della conferenza, Onorato ha risposto anche a una domanda in esclusiva ad Ubitennis, riguardo i suoi progetti già annunciati di riportare grandi eventi a Roma (“Lei ha espresso la voglia di restituire grandi eventi a Roma, anche sponsorizzare e far crescere storici circoli culturali come questo, tramite tornei, occasioni sportive e non, può essere un punto di partenza?“): “Sì, assolutamente, perché i tennisti stessi sono coinvolti direttamente in un evento importante. E anche se non si tratta degli Internazionali, che sono tra i primi 7-8 tornei al mondo, rende il tennis qualcosa di più spendibile, che anche partendo dal basso può salire e rendere grandi eventi una realtà. E anche fare in modo di aumentare la visibilità di questi eventi italiani“.

Infine, abbiamo anche potuto realizzare un paio di domande, qui integralmente riportate, al direttore tecnico di quest’anno Adriano Albanesi, che ha anche fatto qualche nome interessante di giovani giocatrici presenti quest’anno al torneo dell’Antico Circolo Tiro a Volo (Andreeva, Jiménez Kasintseva) o altre sul panorama internazionale come la russa che si allena in Spagna Vanesian. E proprio l’aver assegnato a lui la direzione tecnica della manifestazione mostra l’importanza che ha l’evento anche come trampolino di lancio per giovani giocatrici in ascesa, come ribadisce qui di seguito(tra l’altro con gran cortesia e proprio di fronte al ricco buffet offerto dal circolo).

D: “Sei un coach WTA gold, e quest’anno ti è stata anche affidata la direzione del torneo. Cosa ti ha fatto provare questa investitura?

Albanesi: “Questo per me è un grande momento, perché è la mia prima esperienza in questo senso. Ogni volta che è stata preparata un’avventura nuova, come quella da coach, è una grande emozione, e altrettanto quella da direttore del torneo. Penso che la macchina organizzativa possa far bene, ma soprattutto mi aspetto un livello alto, un bel potenziale, da parte delle giocatrici.”.

D: “Il torneo vanta nomi importanti nell’entry list, tu da ex allenatore, di giocatrici come anche Tsurenko(che ha giocato abbastanza bene anche a Wimbledon), ritieni che questo torneo sia un importante trampolino di lancio per le giocatrici più giovani?

Albanesi: “Certo, perché già nelle edizioni passate era successo che tanti nomi iscritti all’interno di questa lista, sono poi esplosi. Ma anche perché il torneo fa parte di una fascia poco poco sotto ai WTA, che proprio fa da ponte. Quindi c’è la possibilità che molte giovani scelgano questa data, scelgano questo torneo, perché ha un grande potenziale, ma soprattutto perché permette di prendere quei punti che magari servono per confermarsi o iniziare ad avvicinarsi alle qualificazioni o ai tabelloni degli Slam“.

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