Boxe e tennis, Mayweather-Pacquiao storia di un Nadal-Federer qualunque: il miglior attacco è la difesa

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Boxe e tennis, Mayweather-Pacquiao storia di un Nadal-Federer qualunque: il miglior attacco è la difesa

La boxe come metafora del tennis. Mayweather-Pacquiao come Nadal-Federer, difesa contro attacco. Distruggere è un attimo e costruire una vita. Ma alla fine dei giochi, ci sarà sempre uno che ha vinto ed un altro che è finito K.O.

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Questo articolo è stato scritto nel post Mayweather-Pacquiao, in contemporaneità con i Masters 1000 di Madrid e Roma e per tale ragione non è stato possibile pubblicarlo. Nonostante ciò ci sembra ancora oggi interessante e per questo abbiamo deciso di pubblicarlo, seppur in ritardo.

 

Il match del secolo l’ha vinto Mayweather. Alla sua maniera, battendo Pacquiao che ha perduto anche lui alla sua maniera. Uno in difesa, l’altro in attacco. Il giorno dopo credo avesse più mal di testa Mayweather che Pacquiao, ma questo non per negare la legittimità di un successo (a mio parere giustificato solo dagli ultimi round); bensì per dimostrare che il pugilato è davvero nobile arte, dove non conta quanto forte picchi se l’altro resta in piedi. Conta più il come.

 

Nel pugilato ci sono i giudici. Non servirebbero se uno dei due finisse a terra senza rialzarsi al 10; non servirebbero se ci fossero le macchinette segna colpi come tra i dilettanti alle Olimpiadi; o come ci saranno tra poco quando un sistema stile “hawk-eye” rileverà numero, posizione, velocità e peso dei cazzotti. E trarrà un algoritmo per stabilire chi ha vinto.

Ci sono i giudici e si sa, i giudici sono influenzabili. Non intendo corrompibili, ma suggestionabili. Tutti sapevano che Mayweather avrebbe danzato e toccato. Tutti sapevano che Pacquiao avrebbe stretto e picchiato. Non importa quanti pugni abbia dato l’uno o l’altro. Era il gioco delle parti: chi recitava meglio il copione impostogli dalla stampa e dalla critica sportiva avrebbe vinto. Mayweather, noioso da vedere in Tv come L’Almanacco del giorno dopo, recita decisamente meglio.

Di Maywether vs Pacquiao, almeno io personalmente, ne avevo già visti a bizzeffe. Perché poco cambia che uno sia americano, filippino, svizzero o spagnolo (quattro nazioni a caso). Di copioni recitati tra chi difende e chi attacca, ne è piena la storia sportiva e non solo.

Ho visto 33 volte Pacquiao cercare di venire avanti; per 10 volte riuscirci, per 23 farsi fermare dal fuoco di sbarramento altrui, da quel jab mancino alto, incrociato ed arrotato, nonché dalla altrui mobilità. L’ho visto 23 volte venire avanti scoprendosi ai passanti, a guardia bassa, e venire infilato. Senza giudici che potessero farsi influenzare. Senza poter dire che l’avversario non aveva fatto nulla per vincere. Solo matematica che procede secondo la tabellina del 15 e ci dice chi porta a casa il game.

Certo, se la boxe fosse ancora quella dei “bareknuckles” di fine ‘800, credo che Pacquiao sarebbe rimasto in piedi e Mayweather avrebbe raccolto i denti dal terreno. Certo, se la boxe fosse meno “show-time” e più belve sottratte alle strade e riversate sul ring, sarebbe venuto fuori qualcosa di diverso. Certo se quel quarto round in cui il filippino lo aveva messo alle corde fosse proseguito più a lungo… Certo se le corde, quelle nostre, dessero meno spin, o se l’erba fosse tagliata più lunga, credo che Pacquiao avrebbe avuto più chances. Ma forse inizio a confondere troppo le cose.

Il fatto è che si cresce con i film di Rocky e si parteggia per il pugile coraggioso, che si scopre, che vuole colpire, poco automa e tutto estro. E nei film di Stallone quel soggetto i matches li vince pure, e gli spacconi e i robot perdono quasi contenti di avere perso. Quando Mayweather, meritando, ha alzato le braccia (in America, a casa sua) sotto un cielo di “boooh”, ho visto Rocky al tappeto, il buio di Londra e le lacrime in Australia.

E’ la storia eterna di chi sa organizzarsi in trincea, in difesa, e aspetta che tu ti scopra un attimo. La storia eterna di chi confida nel fatto che la perfezione non esiste e, lentamente, con disciplina, attende l’errore da chi perfetto non può sempre essere. Perché distruggere è un attimo e costruire è una vita. Per carità, con grande stile e secondo le regole del gioco: perché un pugno è un pugno sia che te lo sia preparato scoprendo la punta del mento, sia che quella boccuccia la pizzichi appena. E un punto è un punto, sia che tu abbia giocato una volée bassa negli ultimi centimetri del campo, sia che il tuo avversario al decimo rovescio giocato sopra la spalla lo abbia messo fuori.

Le cose si confondono, è vero. Ma forse non è neanche un male. Perché se parlare male male male, ma proprio male, di Mayweather è impossibile, allora è giusto non parlare male di quei tennisti che in difesa ti riescono a rimettere tutto in campo, e che tanti bistrattano additandoli quasi fossero degli imbroglioni, dei furbi, dei giocatori che giocano “con troppo margine”, poco tennis e tanta base atletica.

Quei 23 incontri su 33 in cui io già avevo visto Mayweather battere Pacquiao non li hanno certo decisi dei giudici influenzabili e tifosi. Li hanno decisi il fatto che il più forte ha vinto. Ora si può speculare, e dire che Mayweather andasse troppo spesso in “clinch” per prendere tempo e frenare il ritmo altrui, come altri vanno in “clinch” per trenta e più secondi dopo ogni corsa, tra un servizio e l’altro. Ma quelli sono fattori di simpatia, che poco hanno a che fare con gli effettivi perché. Sono quei fattori che fanno dire “boooh” al pubblico di Las Vegas e scatenano i commenti sui blog, nei circoli del tennis, sugli spalti degli Internazionali.

I giudici esistono. Nel pugilato e anche nel tennis. Nel pugilato decidono, mentre nel tennis no. E come molti di noi, questi secondi giudici che non contano niente, senza giurisdizione e senza potere alcuno, amano Pacquiao perché come un salmone ha navigato per 12 round controcorrente; amano il Brasile dell’82 che nel viaggio di ritorno in aereo continuava ad attaccare; amano la forza irresistibile più della massa inamovibile e il giocatore di poker che rompe gli indugi e va all-in. Amano chi ha avuto la forza di imporre una visione nuova delle cose, e non apprezzano i conservatori. Chi ha cambiato gli stili nell’arte e nella società, chi si dichiara con coraggio o si ribella con orgoglio. I rivoluzionari attaccano, è nelle cose, e per questo sono sempre risultati più amati. Nessuno negli anni ’70 sventolava bandiere col volto di Breznev, vincente e stabile al potere: tutti sventolavano il “Che” morto stecchito su un tavolo boliviano. Siamo giudici influenzabili: se dovessimo decidere tra Federer e Nadal ai punti, sceglieremmo vanamente il primo.

Per molti giudici, nel tennis, perdere bene è meglio che vincere male. Questi giudici non fanno alzare le coppe, non fanno passare i turni, ma si ritrovano a parlare di colpi, di tocchi sublimi, di gesti bianchi e rovesci fluidi e vincenti, ritrovandosi così a scambiarsi idee. Scriveva La Rochefoucauld, che le piccole menti parlano di persone, le menti normali parlano dei fatti, le grandi menti di idee. Speculare su una sconfitta e trasformarla in una vittoria estetica ci eleva un po’, al di là della barbara matematica. Proiettare il quarto round di Pacquiao all’infinito, o tanti game e set di quelle 23 sconfitte, è frutto di inventiva: è un’idea.

Pacquiao ha perso e si sapeva già. Mayweather resta imbattuto, che è un po’ come dire “io ti ho battuto 23 volte su 33”. Il prossimo Federer contro Nadal, chiunque lo giochi, lo vincerà il secondo come storia insegna. Senza trucco e senza inganno. Solo perché la pallina deve finire nel campo altrui. Perché l’unico giudice che conta nel tennis è questa regola base. Da bordo campo disquisiremo, apprezzeremo una discesa a rete, ci riempiremo gli occhi di un taglio dato sotto alla palla o di un colpo vincente tirato senza dover mugolare. Ce ne andremo sconfitti ma saldi nella nostra convinzione del bello.

Ciò che non faremo mai sufficientemente è invece riflettere su quanto il tennis sia uno sport crudele, crudele almeno quanto la boxe. Perché anche se meno tumefatti non c’è verso che dal campo si esca tutti e due in piedi: davanti ad una platea di giudici decadenti e inoperosi, ci sarà sempre uno che ha vinto, ed un altro che è finito K.O.

 

Agostino Nigro

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ATP

ATP Queen’s: Sinner subito eliminato da Draper

Jannik serve per il set in entrambi i parziali che poi cede al tie-break al coetaneo n. 309 della classifica

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[WC] J. Draper b. [3] J. Sinner 7-6(6) 7-6(2)

Inizia con una sconfitta l’avventura sui prati di Jannik Sinner, sconfitto in due tie-break dal coetaneo Jack Draper nonostante le tante occasioni che ha saputo crearsi. L’azzurro ha infatti avuto sei palle per il 5-0, ha servito per chiudere in entrambi i parziali e mancato due set point nel primo. Draper, però, non ha mai smesso di crederci, a partire da quel quinto gioco – e soprattutto una volta vinto – che a conti fatti ha fatto la differenza.

È stato in assoluto il sesto incontro sull’erba per Jannik, il secondo in un tabellone principale, ovviamente tutti risalenti al 2019, sia per lo stop forzato dei circuiti di dodici mesi fa, sia per la scelta (se di scelta si può parlare) di rimanere sulla terra dei Futures italiani nella sua prima stagione da professionista. Si trattava invece della seconda apparizione nel Tour per Jack, meglio attrezzato dal punto di vista muscolare, dopo lo sfortunato esordio a Miami, quando, visibilmente stremato già da diversi punti, si accasciò a terra in preda alle vertigini alla fine del primo set.

 

IL MATCH – I giochi sono quasi tutti lottati, ma Jannik spinge bene con entrambi i fondamentali, si esibisce in un paio di ricami a chiudere le discese a rete in controtempo e vola avanti di due break, salvo poi restituirne uno dopo non essere riuscito a concretizzare le sei occasioni nel lunghissimo quinto game. Draper, al quale la scala discreta, arrotondata e probabilmente non aggiornata dell’ATP dà tre centimetri in più di Jannik, riesce finalmente a far valere le sue curve mancine – ottimo lo slice interno sull’erba ancora immacolata del Queen’s– e rimane in scia. Alla battuta per far suo il parziale, due brutti dritti in uscita dal servizio aprono uno spiraglio all’avversario che non si fa pregare e, piazzato un drittone vincente, approfitta di un altro gratuito altoatesino. Deluso e arrabbiato, Sinner non gioca al meglio neanche il successivo turno di risposta e viene agguantato sul 5 pari da un Draper ormai completamente in fiducia.

In un momento in cui gli scambi sono favorevoli al n. 309 ATP, Jannik estrae tre ace nulla meno che provvidenziali per giocarsi il tie-break. Di nuovo, il nostro ha l’occasione di chiudere con il vantaggio del servizio sul secondo set point consecutivo, ma perde gli appoggi finendo a terra e, benché sia felino nel rialzarsi, fallisce il colpo successivo. Il doppio fallo manda per la prima volta avanti Draper che cinico si prende il set, mentre l’azzurro mostra la sua stizza verso il proprio angolo. Sei ace per Jannik ma 57% di prime in campo trasformate solo nel 61% dei casi sono numeri non certo entusiasmanti sull’erba, per quanto di poco inferiori a quelli britannici.

Numeri che cambiano radicalmente in positivo per entrambi nella seconda partita che diventa molto più “da erba” e per sei giochi la risposta raccoglie davvero pochissimo. Poi, la prima di servizio abbandona la wild card, c’è anche un doppio fallo e Sinner ne approfitta immediatamente per passare in vantaggio. Di nuovo chiamato a chiudere con la battuta, Jannik manca nuovamente l’appuntamento, a dispetto di un bel regalo dell’altro e pagando con un errore uno scambio in controllo in cui avrebbe forse dovuto osare di più.

È ancora tie-break, dunque, e il diciannovenne di Sutton mette subito spazio tra sé e il nostro con un perfetto anticipo di rovescio lungolinea. È stato estremamente solido per tutto l’incontro, Draper, soprattutto in questo parziale e continua a tirare dritto come un treno fino alla chiusura con l’ace numero 11. Nel secondo set, Jannik ha finito con il pagare un prezzo pesante per quelle sole nove seconde di servizio a cui è dovuto ricorrere vincendo però appena due punti, ma in generale è mancata la freddezza nei momenti di vantaggio.

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Flash

Classifica ATP: Djokovic sempre più solo in vetta. Best ranking per Sonego e Musetti

Il serbo fa il vuoto anche nella Race per le Finals di Torino. Miglior classifica per Tsitsipas, Sinner esce dalla Top 20

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Novak Djokovic e Lorenzo Musetti - Roland Garros 2021 (via Twitter, @rolandgarros)

“Tutto ha il suo momento e ogni evento ha il suo tempo sotto il cielo.
C’è un tempo per nascere e uno per morire,…” ( Dal libro del Qoelet 3,1)

..e ci sarà probabilmente un tempo in cui Stefanos Tsitsipas festeggerà la conquista del suo primo major e Félix Auger-Aliassime del primo torneo in singolare.

Ma non oggi.

 

Oggi infatti sono Novak Djokovic e Marin Cilic a festeggiare: il primo a Parigi il suo diciannovesimo titolo dello Slam e il secondo a Stoccarda il diciannovesimo titolo in carriera, tre anni dopo l’ultimo conquistato sull’erba del Queen’s quando superò in finale proprio Djokovic.

LA TOP 20 ATP

Di seguito i primi venti giocatori al mondo subito dopo la conclusione del Roland Garros:

PosizioneGiocatoreNazionePunti ATPDelta
1DjokovicSerbia12113 
2MedvedevRussia10143 
3NadalSpagna8630 
4TsitsipasGrecia79801
5ThiemAustria7425-1
6ZverevGermania7350 
7RublevRussia5910 
8FedererSvizzera5065 
9BerrettiniItalia4103 
10Bautista AgutSpagna31701
11SchwartzmanArgentina3105-1
12Carreno BustaSpagna2905 
13GoffinBelgio2830 
14ShapovalovCanada2780 
15RuudNorvegia26901
16MonfilsFrancia2568-1
17HurkaczPolonia25333
18RaonicCanada2473 
19GarinCile24314
20DimitrovBulgaria24323-3

Alcune osservazioni:

·         Stefanos Tsitsipas e Casper Ruud migliorano il proprio best ranking.

·         Bautista Agut scalza Diego Schwartzman dalla top 10.

·         Jannik Sinner esce dalle prime venti posizioni.

·         Djokovic sempre più simile al “viandante sul mare di nebbia” di Caspar David Friedrich. I suoi avversari lo guardano con il binocolo dal fondovalle.

CASA ITALIA

È mancato l’acuto per definire trionfale la performance italiana a Parigi, ma in generale il coro se l’è cavata bene, grazie in particolare agli ottavi di finale di Lorenzo Musetti e Jannik Sinner ed ai quarti di Matteo BerrettiniHa steccato Lorenzo Sonego, dal quale a Parigi  abbiamo atteso invano la conferma dell’ottima performance romana. Nonostante la sconfitta al primo turno, Sonego ha comunque migliorato il suo best ranking così come ha fatto Musetti, che alla sua prima apparizione in un torneo dello Slam è arrivato alla seconda settimana ed agli ottavi si è preso il lusso di vincere due set contro Djokovic.

Si assottiglia di una unità la pattuglia degli italiani presenti tra i migliori 200 del mondo; Lorenzo Giustino – che nella precedente edizione del Roland Garros era giunto al secondo turno mentre quest’anno non ha superato le qualificazioni – è scivolato al numero 216.

Questi gli azzurri presenti nella Top 200 maschile:

ClassificaNomeVariazionePunti
9Berrettini 4103
23Sinner-42320
26Sonego22042
29Fognini 1843
61Musetti151120
82Mager5893
86Cecchinato-3878
88Travaglia-10870
90Seppi8856
97Caruso-15814
143Gaio-5523
160Giannessi-1441
165Fabbiano-1431
169Lorenzi-2428
195Marcora-2358

Questa settimana appuntamento al Queen’s per Berrettini, Travaglia, Fognini, Sinner e Sonego. Nessun italiano invece ad Halle, dove tornerà in campo Roger Federer.

RACE TO TORINO

Novak Djokovic opera il sorpasso su Stefanos Tsitsipas, che aveva iniziato il torneo da leader della classifica che tiene conto dei soli risultati del 2021. Con i 2000 punti di Parigi, Nole si prende la vetta anche nella Race to Torino.

A questa classifica verrà dedicato un articolo specifico, la cui pubblicazione è prevista per martedì.

RACE TO MILANO (NEXT GEN)

Dopo Carlos Alcaraz, un altro classe 2003 si affaccia nel tennis che conta, il danese classe 2003 Holger Rune, che da fine maggio ha raggiunto due finali consecutive a livello Challenger perdendo ad Oeiras IV prima di sollevare il trofeo a Biella VII – nella settimana appena passata si è invece ritirato durante il suo match di quarti di finale a Lione.

Al primo posto della classifica riservata ai migliori under 21 dell’anno troviamo sempre più solo Jannik Sinner; terzo Lorenzo Musetti. Questa la Race to Milan:

PosizioneGiocatoreNazionePuntiPosizione ATPClasse
1SinnerItalia1510232001
2Augier-AliassimeCanada825212000
3MusettiItalia801612002
4KordaUSA775522000
5AlcarazSpagna484782003
6CerundoloArgentina4211412001
7BrooksbyUSA3521502000
8BaezArgentina3211592000
9RuneDanimarca2262322003

BEST RANKING

I giocatori presenti nella Top 100 che questa settimana hanno migliorato la loro miglior classifica di sempre sono:

GiocatoreNazionePosizione
TsitsipasGrecia4
RuudNorvegia15
KaratsevRussia24
EvansGB25
SonegoItalia26
FokinaSpagna35
PaulUSA50
MusettiItalia61
AlcarazSpagna78

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Editoriali del Direttore

Roland Garros: in ballo per Djokovic c’è il pareggio nei Major con Federer e Nadal, ma anche il Grande Slam

PARIGI – Chi sarà il rivale più agguerrito di Djokovic a Wimbledon? Forse Sascha Zverev. E c’è anche Tokyo, prima dello US Open

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Novak Djokovic con il trofeo - Roland Garros 2021 (foto Twitter @RolandGarros)

da Parigi, il Direttore

Quanto è difficile vincere uno Slam? Chiedetelo a chi non l’ha mai vinto, certo, ma anche a Novak Djokovic che ne ha vinti 19 e questo diciannovesimo se l’è sudato come forse nessun altro.

Se è vero che in passato Nole aveva vinto due Slam annullando match point a Roger Federer (Us Open 2011 e Wimbledon 2019), qui ha rimontato due volte dopo essere stato sotto due set a zero (Musetti e Tsitsipas), come nella storia degli Slam era accaduto soltanto a Wimbledon, al mousquetaire Henry Cochet nel 1927 (che di rimonte ne fece addirittura tre, nei quarti con Hunter, in semifinale con Tilden e in finale con l’altro moschettiere Borotra annullando sei match point!). Ted Schroeder nel 1949, sempre a Wimbledon, rimontò da 0-2 Gardnar Mulloy al primo turno e poi vinse tre partite al quinto set in cui era in svantaggio, ma sempre di un solo set. Sto andando a memoria, ma non credo mi sia sfuggito altro.

 

Ieri avevo scritto che non sapevo bene per chi tifare, perché c’erano motivi che mi spingevano a sperare in una vittoria di un Young Gen, e altri contrapposti in quella dell’Old Gen. Ovviamente in parecchi non mi hanno creduto. Quanto piace alla gente diffidare sempre e comunque di quanto uno dice e non ha nessun motivo per raccontare balle, mi lascia sempre stupito. Intanto ho potuto constatare che non solo molti di coloro che hanno scritto i loro post si sono espressi per Tsitsipas, ma anche la stragrande maggioranza degli spettatori presenti al Roland Garros era per il tennista greco. Fra questi, oltre naturalmente ai greci nonché ai simpatizzanti per il ricambio generazionale, la gran parte dei tifosi di Nadal e Federer che invece del ricambio non sono fan. A loro un Djokovic a un solo Slam di distanza dai loro campioni, 19 contro 20, non poteva piacere.

Anche se il mio collega e amico Stefano Semeraro, giornalista della Stampa, sottolineava ovviamente scherzando che “anche se Djokovic dovesse giocare contro Hitler… la gente troverebbe modo per fare tifo per il suo avversario!”.

Quello del gap che si sta chiudendo e non è mai stato così ravvicinato è invece proprio il motivo per cui secondo me, al di là dei tifosi di Djokovic che sarebbero stati per lui a prescindere, si poteva tifare per Djokovic anziché per la novità Tsitsipas, primo greco in finale a uno Slam con tutti i bei motivi e le belle storie che si sarebbe trascinato dietro. Il cambio della guardia, il potenziale n.1 che viene da un Paese dove la Federazione è inesistente e l’organizzazione tennistica idem, il Padreterno che bacia certi ragazzi con il talento naturale e non altri, i ragazzi greci che sposeranno il tennis invece che solo il calcio e il basket … e via discorrendo.

La situazione alla vigilia dell’imminente Wimbledon è infatti estremamente stimolante. Non sapete quanti amici mi abbiano già scritto: “Ma Djokovic non è il grande favorito anche a Wimbledon? Lo scriverai che quest’anno potrebbe scapparci il Grande Slam? È già a metà dell’opera e a Wimbledon e US Open non sarà lui il primo favorito? Mica prenderà sempre a pallate un giudice di linea…”.

Ecco, fino a ieri mattina avevo sentito parlare quasi soltanto di possibile 20 a 19, di possibile pareggio a tre fra i Fab 3. Ma già ieri sera l’ipotesi Grande Slam ha preso consistenza e con motivazioni più che plausibili, sebbene quanto accadde a Serena Williams nel 2015 (Vinci…), e quanto è accaduto dal 1969 quando a realizzare lo Slam (il secondo) fu Rod Laver, deve far ritenere che sia diabolicamente difficile realizzare quel che è riuscito due volte a Laver e una a Don Budge (1938 peraltro!).

Novak Djokovic – Wimbledon 2019 (foto via Twitter, @wimbledon)

Nadal non sembra neppure sicuro al 100 per 100 di giocare a Wimbledon – lo si sussurra ma non ci sono conferme al riguardo – e non so se lo si dica per la sua condizione fisica o per la variante indiana del Covid-19 che preoccupa sempre più chiunque dovrebbe andare a Londra – compreso il sottoscritto, sempre che a qualcuno interessi (so bene che a molti non interessa affatto, tuttavia a me dispiacerebbe mancare il 47° Wimbledon) – Federer ha dato buona prova di sé a Parigi, ma resta una discreta incognita, i più recenti protagonisti primari, da Anderson a Cilic, da Raonic a Murray (tutti ex finalisti) non sembrano valere davvero il Djokovic attuale, Tsitsipas sull’erba lo ricordo sconfitto da Fabbiano, Thiem siamo lì (e poi il Thiem di quest’anno…), Medvedev è il primo a non credere nelle proprie qualità erbivore con quei gesti ampi che si ritrova.

Mi sbaglierò, ma il solo che mi sembrerebbe in questo momento capace di insidiare il miglior Djokovic – a parte un Federer resuscitato – è Sascha Zverev. E, ma un un pochino più sotto – udite udite – il nostro Matteo Berrettini!

Stando così le cose, e ricordando che Nole ha vinto cinque Wimbledon e tre US Open, sono proprio sicuri i fan di Federer e Nadal, che il Grande Slam sia un obiettivo irraggiungibile per un giocatore capace di giocare in 48 ore quasi nove ore di tennis come ha saputo fare Djokovic? Un Djokovic che, oltretutto, arriverà a Wimbledon con un bagaglio pieno di fiducia? Le prove di resistenza, di forza mentale e di garra che ha dato questo giocatore che potrebbe essere più che appagato da una carriera fantastica sono sotto gli occhi di tutti.

Il suo tennis è certamente meno elegante di quello di Federer, è meno originale – anche perché non è mancino – di quello di Nadal, ma i risultati dei prossimi 2/3 anni è più facile che parlino a suo favore che a favore degli altri due.

L’argomento GOAT non mi ha mai entusiasmato, anche se può essere stuzzicante, e al limite nemmeno l’argomento su chi ha vinto più Slam mi pare così importante… perché è vero che ci possono essere state circostanze che hanno favorito più un giocatore che un altro nella conquista di alcuni Major. Si va da chi valuta weak una certa era rispetto a un’altra a chi considera un periodo in cui i rivali erano due e non tre, a chi ha potuto giovarsi di un infortunio di uno degli altri due o di tutti e due, insomma se andiamo a spaccare il capello in quattro potremmo finire per dare ragione ai tifosi dell’uno o dell’altro dei 3 Fab.

Ma se usciamo da questa considerazione poggiate sui numeri, sulle statistiche, sui titoli vinti, sugli head to head (che restano sempre da interpretare correttamente e senza pregiudizi, possono essere influenzati dai periodi storici in cui sono maturati), a me pare che più degli altri Djokovic abbia tre aspetti che giocano decisamente a suo favore:

  • l’età, quello che conta meno seppure sia incontestabile: Nole ha un anno meno di Rafa e sei meno di Roger,
  • il fisico: c’è chi può mettere in dubbio il fatto che lui sia quello più resistente dei tre, il meno soggetto a infortuni?
  • la maggiore adattabilità a tutte le superfici. Djokovic è stato capace di battere pochi giorni fa Nadal sul suo campo, sulla terra rossa, così come è stato capace di battere Federer sul suo giardino.

Sono tra aspetti che, a mio avviso, non si possono contestare. E non si poggiano sul fatto che Djokovic sia il primo tennista dell’era Open – guarda caso – ad aver vinto almeno due Major di tutti i quattro Slam. Roger ha vinto solo una volta a Parigi (anche se è stata tutta colpa di Nadal!), Rafa ha vinto una sola volta l’Australian Open (anche se ci si è messo di mezzo Roger e anche Wawrinka e qualche infortunio).

Con Novak ci sono due campioni di altre epoche: Rod Laver che ha avuto… il torto di fare il primo Grande Slam nel ’62, quando il tennis non era ancora Open, e Roy Emerson che vinse sei Australian Open e due di ciascuno degli altri tre Major per totalizzarne 12: quello restò a lungo il record degli Slam, finché Pete Sampras non lo eguagliò e poi arrivò a quota 14. Una quota che sembrava insuperabile.

Quelli, come dicevo sopra, sono numeri. Non si basano neppure sulla “garra” perché anche gli altri ce l’hanno: l’hanno avuta in finale di Slam qui Lendl nel rimontare due set a McEnroe, Agassi con Medvedev, Gaudio con Coria, fuori di qui Thiem con Zverev

Il resto potrebbe essere una sensazione che io provo e che sono sicuro i fan di Nadal e Federer non condividono: Djokovic ha tutta l’aria di essere il giocatore più completo dei tre. Uno buono per tutte le superfici, per tutte le stagioni. Punti deboli, a parte lo smash (ma ha la fortuna di doverne giocare pochi), non ne ha. Il suo arsenale è vario, di più. Ci ha aggiunto anche una palla corta di rovescio (come quella che ha annullato un set point nel terzo set a Nadal, come quelle che hanno sorpreso Tsitsipas in più d’una occasione) mortifera. E quando parrebbe in leggera crisi, arriva il servizio a sostenerlo. Come contro Nadal. Ma anche con Tsitsipas vi rendete conto quanto aiuta vincere otto game di battuta a zero? Aiuta a rispondere meglio. E ad aumentare la pressione nell’avversario quando serve. Ieri contro Tsitispas rispondeva sempre, salvo che nei primi due set. Poi è diventato una macchina da guerra.

Mi chiedevo, insieme a Steve Flink con il quale abbiamo fatto una altra lunga chiacchierata nel mezzo della notte – ci vorrà un po’ per tradurla… – se Djokovic avesse ragione nel ritenere la sua partita con Nadal una delle sue tre migliori di sempre e questo torneo uno dei tre più significativi di sempre, o fosse invece la sensazione a calda di un torneo comunque effettivamente memorabile. Dovreste sentire che cosa ha detto Steve, perché effettivamente ha detto una cosa che per ora non ho sentito dire da nessun altro e non la voglio anticipare.

Abbiamo parlato anche dei diversi Djokovic che abbiamo visto a Parigi, quello con gli occhi fuori dalle orbite e dai gesti eccessivi visto con Berrettini, prima del match point e subito dopo, e quello Zen, quasi impassibile, neppure esultante a fine rimonta con Tsitsipas. Unica cosa in comune fra le due partite – ma anche in quella con Musetti – il suo “ritiro… psicanalitico” nella toilette dello Chatrier, dal quale tornava sempre un Djokovic molto più vivo, reattivo, scattante, determinato.

Se avesse perso la finale dopo aver battuto il re della terra rossa, quella sarebbe stata per lui forse… una vittoria sprecata. Così invece ne è venuto fuori il torneo perfetto, due rimonte da 0-2, una vittoria su Nadal dal quale a Parigi aveva perso sette volte su otto, una rimonta sul più rampante dei giovani che sognano il cambio della guardia.

Ha vinto un grande torneo. E non sarà certamente l’ultimo. Si tratta soltanto di vedere se il prossimo Slam sarà il suo. E se lo sarà, se il Golden Slam cui ha detto di aspirare il suo coach Marian Vajda, è fra Tokyio e New York una mission impossible oppure no. Io credo che lui sia più solido di nervi rispetto a quanto lo fu Serena Williams nel 2015, se dovesse arrivare a New York in corsa per il Santo Graal. Vedremo, la strada è ancora lunga come dice sempre Sinner… solo che quella del ragazzo della Val Pusteria è lunga davvero, i difetti su cui lavorare sono tanti e i progressi recenti non sono stati troppi. Vi racconterò nei prossimi giorni cosa mi ha detto al proposito Marc Rosset, uno che di tennis capisce parecchio, non solo la medaglia d’oro di Barcellona ’92.

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