Roger Federer ha servito come Sampras. Se si ripetesse batterebbe anche Djokovic?

Editoriali del Direttore

Roger Federer ha servito come Sampras. Se si ripetesse batterebbe anche Djokovic?

Ha sbagliato o no Andy Murray a decidere di servire per secondo? Come cambieranno le quote oggi? Novak Djokovic non è più il favorito o.. non è Andy Murray?

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Stessa finale dello scorso anno. Speriamo sia altrettanto bella, e magari anche più bella. Novak Djokovic la vinse su Roger Federer 6-4 al quinto, ma poteva chiuderla prima. Stavolta, dopo aver visto un Roger Federer d’annata – e al servizio forse addirittura meglio dei suoi migliori anni – è diventato difficile perfino azzardare un pronostico. Eppure all’inizio del torneo, cioè quando c’erano ancora 128 tennisti in lizza, una vittoria di Djokovic veniva pagata qui da Coral – e non ricordo quanto da Snai, il nostro sponsor (magari Angelo Cucaro, il nostro esperto a capo della rubrica scommesse, può risalirci) – un pochino meno che a due, 7/4… e ricordo ai non habituée che la seconda cifra è quella che si punta e la prima quella che eventualmente si riscuote. Murray un filino più che a 2, 9/4 (ma perchè siamo in Inghilterra…) e Federer 7/1.

Sono curioso di sapere, dopo la straordinaria performance di Roger oggi contro Andy Murray, quali saranno le quote che i vari bookies proporranno, Coral, William Hill, La Mecca qui e Snai.it e le altre società italiane in Italia. Perché è chiaro che le azioni di Roger Federer stanno salendo vertiginosamente. Andy Murray che dice, dopo averci giocato non una ma 23 volte con Federer in match ufficiali: “Contro di me non credo abbia mai servito meglio di oggi”, la dice lunga. E Roger Federer, rispondendo ad una mia domanda (la seconda dei transcripts) ha detto: “Ho servito benissimo (very well), un’altissima percentuale di prime palle (very high first serve percentage) pur tirando forte (plus going big). Certamente è stata una delle mie migliori giornate al servizio della mia carriera, di sicuro (so defineteky it was one of my best serving days of my career, for sure”)”. Beh non ha parlato uno che ha giocato due o tre anni, dieci o cento match, ma uno che gioca da “pro” dal 1997, 18 anni fa, e che oggi ha giocato il 1269mo match di singolare in carriera. Non se li ricorderà tutti, ma se dice che questa è stata una delle giornate in cui ha servito meglio… beh, di sicuro ha servito molto ma molto bene! La cronaca di Roberto Salerno è molto puntuale. In tre soli set, servendo 17 volte Roger ha messo a segno 20 aces, pur mettendo 69 primi servizi su 90, cioè il 76 per cento. E’ una percentuale pazzesca per uno che cerca e rischia l’ace. Non ho la possibilità di controllare quante altre volte possa essergli successo, ma io non credo troppe volte. Sono numeri da Pete Sampras, il miglior Sampras che vinceva Wimbledon 7 volte e non aveva certo il rovescio e la completezza di Roger, anche se a rete era – parere personale – forse migliore quando riusciva a conciliare la velocità del suo servizio con la rapidità della discesa a rete. Ma il suo braccio non tremava mai. Nei punti importanti metteva sempre la “prima”. Naturalmente, anche se Roger ha concesso una sola palla break in tutto il match e proprio nel primo game, lo svizzero non ha vinto soltanto grazie al servizio. Dico solo che quell’aspetto è quello che più ha colpito me, Murray, un po’ tutti i presenti. Ed è un colpo che sull’erba – anche se non è più l’erba degli anni Ottanta (e prima) – continua ad avere un’importanza fondamentale.

 

Al di là del servizio Roger ha offerto oggi tutto il suo repertorio artistico, geniale, completo. Quel passante di rovescio giocato nell’ultimo game, sul 5-4 e servizio Murray che era sotto anche 0-15, varrebbe da solo il prezzo del biglietto (133 sterline sul Centre Court, oggi). Ma una volée stoppata da Roger sul 3 pari 30-15 servizio Murray nel primo set, è un altro gioiello degno del miglior Cartier. Così adesso viene spontaneo pensare due cose. La prima è: se Roger rigioca così anche contro Djokovic, sarà molto ma molto dura anche per il serbo n.1 del mondo e favorito n.1 dei boookmakers (almeno fino a stamani… anche perché Novak doveva fronteggiare una semifinale quasi scontata contro Gasquet e invece Federer una tutt’altra che scontata contro Murray). La seconda – nei confronti della quale decine di milioni di tifosi di Federer sparsi nel mondo toccheranno legno – è quante possibilità ha Federer di indovinare due partite consecutive di questo livello pazzesco, fosse anche per il solo servizio? La fiducia non gli mancherà di certo. Di contro raramente ho visto un Djokovic nervoso come in questo torneo, con un atteggiamento troppo spesso negativo in conseguenza di ogni situazione anche soltanto momentaneamente negativa, di qualche colpo sbagliato che lui – perfezionista com’è – non avrebbe voluto concedersi. Anche oggi nel primo set con Gasquet, e perfino nel secondo quando era avanti di un set e di un break. Dava l’impressione, Nole, di non volersi perdonare nulla, di temere sempre il recupero di un avversario che aveva battuto 11 volte su 12 – che fosse proprio quello il motivo? Il timore di compromettere un pronostico che tutti consideravano a lui favorevole? Ecco, il combinarsi di queste circostanze e riflessioni, aggiunte all’enorme fiducia che questa partita odierna dovrebbe avere instillato in Roger Federer, fanno pensare che ci sarà partita, che Federer può benissimo sorprendere bookmakers e Djokovic – soprattutto se il match non andrà troppo per le lunghe – e che Djokovic ha una ragione di più per scendere in campo con i nervi un tantino scoperti dopo aver perso l’ultima finale di Slam a Parigi, dopo averne perse ben 8 su 16. Insomma un ruolino di marcia, per un n.1 del mondo, non esaltante (anche se Novak non è sempre stato il n.1 o il favorito quando le ha perse). Tutto ciò fa pensare che Djokovic sia tipo che sente abbastanza la pressione di dover vincere.

E contro Roger Federer a Wimbledon, nel giardino di casa sua, chi non la sentirebbe? Nell’intervista post-match a Federer mi è parso inevitabile chiedergli, all’interno di quella stessa domanda già citata se secondo lui poteva avere avuto un peso importante la scelta di Murray di servire per secondo, nella chiara speranza di conquistarsi un break subito a freddo (come è staticamente provato che succeda più che negli altri games). Al break Murray in effetti è andato vicino soltanto proprio in quel game iniziale, ma poi la mancata trasformazione dell’unica palla break ha fatto sì che lo scozzese si è trovato ad inseguire Federer per tutto il match, con lo stress che ne consegue e con il risultato che Andy ha perso il servizio sul 5-6 le prime due volte e sul 4-5 la terza, dopo essere sempre stato costretto a battere nella scomoda situazione dell’1-2, 2-3, 3-4,4-5 e 5-6 nei primi due set. E sempre dopo games vinti assai agevolissimevolmente – tale avverbio non esiste nello Zingarelli ma rende l’idea… un po’ come precipitevolissimevolmente – da Federer quando a detta di Murray: “He served fantastic apart the first game… didn’t give any ppportunities, that puts pressure on you, the pressure builds throughout the set that way” (ha servito in modo fantastico, salvo che nel primo game quando ho avuto chances, non ho avuto alcuna opportunità,, questo ti mette pressione addosso, e la pressione cresce più va avanti il set)… it’s frustrating… I couldn’t get a raquet on a lot of returns (é frustrante, non potevo mettere la racchetta su un sacco di risposte”). Immaginate la sensazione che deve provare, a davanti al proprio pubblico con aspettative enormi, un giocatore che solito è considerato in possesso di una delle migliori risposte del mondo! Murray sullo stesso argomento, la scelta di rispondere anziché di servire nel primo game, ha avuto un approccio “filosofico”: “Lui ha servito in modo incredibile e non ha fatto differenza che abbia servito per primo o per secondo. Io sono stato brekkato alla fine di ogni set, ma normalmente se arrivi al tiebreak del primo set sei poi tu che cominci a servire nel secondo set. (E la stessa cosa avrebbe potuto dire nel passaggio fra secondo e terzo set se non avesse nuovamente perso il servizio sul 5-6). Se serve a quel modo, è comunque dura”.

Mah, io però a Federer il vantaggio di servire per primo e di stare in vantaggio al 80% anche soltanto nel primo set… non glielo avrei dato. Ma questo sembra senno di poi. Eppoi ora è troppo tardi. Sarà semmai curioso constatare che cosa farà Murray in una prossima situazione, se dovesse vincere il sorteggio. Idem seguirò con attenzione cosa succederà fra Djokovic e Federer domenica. Che farebbe Nole se vincesse il sorteggio? Come Murray o no? E Federer che farebbe? Una curiosità in più per questa loro sfida n.40 (20-19 per Roger il bilancio, ma Nole ha vinto le ultime due partite, Indian Wells e Roma, e soprattutto – come già ricordato – la finale qui un anno fa). Al contrario Federer vinse qui la semifinale del 2012. Insomma può accadere di tutto. E per non chiudere su questa banalissima conclusione, non senza aver ringraziato ancora gli Dei per avermi concesso di vedere anche oggi una splendida partita di tennis, riferisco quel che mi ha appena detto Mary Carrillo, l’ex tennista americana che è apprezzatissima commentatrice tv e che recentemente è entrata a far parte dell’Hall Of Fame a Newport, la massima onorificenza che può essere attribuita a qualcuno che, in varie vesti, si è occupato per anni di tennis (i soli italiani che “insigniti” sono Nicola Pietrangeli e Gianni Clerici): “Penso che Novak Djokovic servirà meglio di Andy Murray stasera, e soprattutto che risponderà di più. Non riesco ad immaginarmi che Roger Federer riesca anche contro di lui a fargli 20 aces in tre soli set, vorrebbe dire farne 34/35 in cinque set. Mmmm..”.

A voi lancio invece questo ..sondaggio. Quanti aces farà oggi Serena contro la Muguruza? Più o meno di 10?

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ATP Umago: adesso sono gli altri Paesi, Francia, USA e perfino la Spagna a invidiare il tennis italiano. I migliori siamo noi

In prospettiva l’avvenire è più azzurro che di altri colori grazie a Sinner, Berrettini, Musetti, Sonego, Zeppieri e altri. Alcaraz fra un po’ rischia di essere il solo spagnolo top-player

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Continua il periodo dei record del tennis italiano in pieno Rinascimento. Dopo che tre italiani erano giunti in finale la scorsa settimana, fra Gstaad, Amburgo e Palermo, ora tre italiani sono contemporaneamente in semifinale al torneo di Umago, come non era più successo da 35 anni.

Io c’ero a St.Vincent quell’anno, 1987 – ed era con me anche colei che due anni dopo sarebbe diventata mia moglie – quando Cane’, Cancellotti e Pistolesi fecero la fine, con il cileno Rebolledo, dei Curiazi con l’unico Orazio molti anni prima di Cristo.  

Il tabellone completo dell’ATP 250 di Umago

 

Il rischio che quella storia si ripeta a Umago, con Carlitos Alcaraz grande favorito del torneo, c’è tutto, sebbene lo spagnolo di Murcia e dintorni abbia nel frattempo maturato una sorta di complesso nei confronti dei tennisti italiani, avendo lui perso a Melbourne da Berrettini, a Wimbledon da Sinner e ad Amburgo da Musetti, pur essendo sempre partito con il favore dei pronostici. Ma se va in finale contro Sinner forse sarà un pochino meno favorito di altre volte, sebbene la terra rossa per lui sia forse superficie più congeniale rispetto all’erba.

In questo momento, con Rafa Nadal ancora in piena corsa, il tennis spagnolo sta meglio di quello italiano, visto che ha due tennisti compresi fra i top 10, mentre noi abbiamo al momento il solo Sinner top 10e all’ultimo dei dieci posti.

SPUNTI TECNICI: Il nostro coach analizza colpo per colpo, foto per foto, Jannik Sinner al microscopio

Però in prospettiva io credo si possa dire che il tennis italiano sta meglio di quello spagnolo. Se guardiamo la race, a partire dalla settimana prossima, abbiamo tre tennisti  fra i primi 20 e la loro età non può non farci ben sperare sul loro avvenire. Rafa Nadal è un fenomeno pazzesco, ma insomma il suo certificato anagrafico dice che fra un paio d’anni – anche se continuasse a vincere il Roland Garros – dovrà sventolare bandiera bianca. E anche Djokovic non è eterno. Idem Carreño Busta, Bautista Agut etcetera.

I nostri invece non potranno che migliorare. Tutti e tre. Berrettini, Sinner e Musetti. Tre giocatori così diversi che è un piacere che… lo siano. E che lascino curiosi i nostri appassionati su chi diventerà più forte fra loro.

Io non faccio che incontrare gente che mi chiede chi lo sia, ci abbia maggiori prospettive. Io rispondo che intanto siamo super fortunati ad avere questi dubbi. E poi anche che rispetto al passato, anche a quello glorioso degli anni Settanta, siamo fortunati a poter contare su questi ragazzi che sono di una serietà professionale, con il sostegno dei loro team, senza paragoni.

Sono tutti e tre veramente dedicati al tennis, impegnati a migliorarsi giorno per giorno, consapevoli che soltanto con un lavoro continuo per superare ì proprio limiti – che ancora ci sono ed è inevitabile che ci siano in conseguenza della loro giovane età – potranno fare quella carriera che sognano, aspirare legittimamente a diventare top 5, magari n.1. 

Chiaro che quei traguardi non dipendono solo da loro. Ci sono anche gli altri. Ed alcuni sono giovanissimi come Alcaraz, ma anche ancora giovani come Zverev, Tsitsipas, Rublev, o appena un po’ meno giovani come Medvedev, che non sono meno determinati e professionali dei nostri in rapporto ai medesimi obiettivi. Però, nessuna nazione ad oggi ha 3 giovani contemporaneamente in grado di sognare con qualche ragione quei traguardi.

Per questo ritengo che l’Italia stia meglio di tutti gli altri Paesi. E francamente non era mai successo. Infatti negli anni Settanta il tennis americano era ancora di un’altra categoria, e anche quello australiano. 

Riguardo alla risposta su chi sia in prospettiva il più forte dei nostri tre… oggi come oggi mi pare si possa dire che fra i primi due, Berrettini e Sinner (citati in ordine alfabetico) e il terzo c’è ancora una certa differenza, un mini-gap. E questo perché mentre i primi due sembrano in grado di essere oggettivamente competitivi su più superfici, per ora Lorenzo, che e’ peraltro il più giovane sia pur di poco, ha dimostrato di sapersi esprimere ai migliori livelli soprattutto sulla terra rossa (come spiegano anche i ‘Numeri’ di Ferruccio Roberti).

SPUNTI TECNICI: Il nostro coach analizza colpo per colpo, foto per foto, Lorenzo Musetti al microscopio

Sono certo imparerà ad accorciare i movimenti di preparazione dei colpi anche per i campi duri. Sono cose che si imparano se non si commette l’errore commesso a suo tempo da alcuni nostri giocatori, Cancellotti e Volandri in primis, che quasi rifiutarono di credere in loro stessi su superfici diverse dalla tera battuta.

È anche vero, peraltro, che a quei tempi, sulla terra rossa si giocavano molti più tornei e si poteva quindi difendere la classifica meglio di oggi. Oggi infatti senza punti conquistati anche su altre superfici è praticamente impossibile conquistare le prime posizioni del ranking ATP.

Credo che tutti i nostri tre tennisti di punta, ma anche Sonego che è arrivato a ridosso dei primi 20 del mondo, e non c’è certo arrivato per caso, ma soltanto grazie a una notevole continuità di risultati – ultimamente venuta a mancare con alcune partite perse in modo quasi incredibile, come l’ultima da 4-0 nel terzo – meritino la nostra fiducia riguardo ai loro progressi. Ora poi sembra essersi aggiunti anche Zeppieri che ricordo tre anni fa in Australia avermi assai ben impressionato.

Io non ho paura a sbilanciarmi. Credo che fra un anno saranno tutti più in alto di dove si trovano oggi. Dico tutti, infortuni permettendo. Ma anche riguardo agli infortuni, sono certo che le loro esperienze, a volte dolorose, li aiuteranno a curarsi sempre meglio, a prevenire, a non ripetere certe possibili ingenuità. 

In conclusione, dopo che per anni hanno abbiamo guardato con una qual certa invidia, se non gelosia, al tennis francese prima, a quello spagnolo poi, oggi credo che siano gli altri a dover essere invidiosi, gelosi, del tennis italiano.

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Editoriali del Direttore

UniCredit Firenze Open, chi in campo? Dagli azzurri al sogno Djokovic, le ipotesi

Firenze avrà solo la concorrenza della città iberica di Gijon e metterà in palio punti preziosi per la qualificazione alle ATP Finals di Torino

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Jannik Sinner – Wimbledon 2022 (foto via Twitter @atptour)

Il grande tennis torna a Firenze. C’era stato, ma al C.T.Firenze 1898– lì nel 1910 era stata fondata la Federazione Italiana Tennis con Piero Antinori primo presidente – negli anni Cinquanta fino all’avvio del tennis Open del 1968 (open ai professionisti).

Lo svedese Sven Davidson vinse due edizioni ma i campioni visti sui campi delle Cascine furono tanti: Drobny, tre volte campione a Roma, i più grandi australiani, Newcombe che avrebbe vinto 3 volte Wimbledon, Cooper (3 Slam), Roche, Rose, gli americani Patty e Larsen, il cileno Ayala, il messicano Osuna, l’argentino Morea, e fra le donne Althea Gibson, Maureen Connolly, Esther Bueno una decina di Slam in tre e fra le più grandi tenniste di tutti i tempi, oltre ai nostri Pietrangeli, Gardini, Merlo, Sirola.

Per un club non era facile far fronte ai bilanci dei tornei professionistici, ma nel ’73 – e per 21 anni fino al ‘94 – ecco ricomparire il grande tennis internazionale a Firenze. C’erano più di 5.000 spettatori e centinaia fuori dai cancelli a tribune esaurite nel ’73 per 4 ore di tennis straordinario culminato con il successo 6-4 al quinto di Ilie Nastase, n.1 del mondo, su Adriano Panatta.

 

Negli anni in cui chi scrive fu direttore del Torneo di Firenze, trionfarono i nomi più belli e noti: da Panatta (1974) a Bertolucci (tre vittorie consecutive 1975-1977), Clerc, Ramirez, Gerulaitis, e poi anche Gomez, Larsson e tre volte un altro n.1 del mondo, Thomas Muster (’91,’92,’93) prima dell’ultima edizione del ’94 vinta dall’uruguagio Filippini.

Che livello avrà l’Unicredit Open Firenze, un ATP 250 del 10-17 ottobre 2022, 625.000 euro di montepremi, quasi due milioni di budget gestionale (che si accolla la FIT)?

Molti top-players saranno a caccia di punti per qualificarsi alla seconda edizione delle finali ATP di Torino a novembre. Zero punti a Wimbledon, zero nei cancellati tornei cinesi che ne distribuivano tanti (Shanghai era un Masters 1000, Pechino un 500).

Spesso nelle settimane degli ATP 250 ci sono tre tornei in concorrenza. Ma Firenze, per il torneo ospite del moderno PalaWanny di San Bartolo a Cintoia – si gioca al coperto e su cemento – avrà solo la concorrenza della città iberica di Gijon. Però la settimana dopo Firenze Napoli ospiterà un altro ATP 250. Se non foste spagnoli dove scegliereste di giocare? In questi giorni Ruud, n.6 ATP, sta giocando un ATP 250. Perché no a Firenze?

Se già partecipassero i migliori italiani, magari con entrambi i nostri leader Sinner e Berrettini, cui si aggiungessero Musetti, Sonego, Fognini, sarebbe già un bel vedere. Fra i 32 in tabellone ci saranno certamente anche tanti tennisti di ottimo ranking. L’entry list verrà definita solo dopo l’US Open. Ma anche se il nuovo ed esordiente direttore del torneo Paolo Lorenzi non ha voluto sbilanciarsi, io scommetterei invece che qualcuno fra Rublev, Ruud, Tsitsipas, Shapovalov, Cilic, Hurkacz, Schwartzman, Dimitrov, Bautista Agut, Rune, Khachanov, lo vedremo a Firenze. E Djokovic? E’ un sogno. Ha detto che non andrà a caccia di punti, ma da qualche parte dovrà pur giocare, almeno per allenarsi. Firenze tira. E sognare non costa niente.

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Editoriali del Direttore

ATP Firenze: quando ero il direttore del torneo… Aneddoti di fine anni Settanta con Clerc, Lendl, Ramirez, Panatta

Il direttore di Ubitennis Ubaldo Scanagatta ha anche diretto il Torneo delle Cascine negli Anni Settanta. Qui riprendiamo solo un paio di aneddoti vissuti (in parte già pubblicati), mentre ne ricerchiamo altri con Arthur Ashe, Jean Francois Cajolle, Jan Kodes, Guillermo Vilas, Adriano Panatta, Paolo Bertolucci

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Nessuno conosceva Josè Luis Clerc… quando nella seconda settimana di maggio 1978 venne a giocare le qualificazioni del torneo internazionale di Firenze, che dopo tre anni di sponsor Vat 69 era diventato Lotto-Spalding per un paio di anni prima di diventare AlitaliaFirenze.


Per la verità nella terza settimana di aprile Josè Luis aveva battuto a Nizza Tonino Zugarelli prima di perdere – al terzo set peraltro – da Higueras, n.25 ATP, dopo aver vinto il primo al tiebreak. Il suo manager era Pato Rodriguez, un ex tennista cileno (classe 1938) che aveva giocato a lungo in Coppa Davis negli anni’60 e ‘70. Pato mi chiese – ero direttore del torneo ATP di Firenze, 50.000 dollari di montepremi – se potevo programmare Clerc come primo match del giorno (ore 13) “perché Josè Luis (un ragazzone pieno di tic…) è molto nervoso e nelle attese, come quando si deve aspettare che finisca il match sul campo dove è stato designato a giocare, si logora. Se puoi dargli una mano…”.

Bene: io gliela detti e, incuriosito da quel tipo, andai a vederlo. Tirava, sia di dritto sia di rovescio, bordate impressionanti. Senza tregua. Un ritmo da far paura. Tutte pallate senza paura e gli stavano quasi tutte dentro. Lo feci giocare per tre turni di qualificazione sempre alle 13. E scrissi subito sul quotidiano locale, La Nazione, dopo il primo match di “quali”, che credevo di avere intravisto un fenomeno. Ovviamente volevo anche promuovere il torneo. Ma ci credevo. Josè Luis vinse il torneo, primo “qualificato” della storia ATP capace di tanto. Fu il suo primo torneo vinto di 25. Batté al primo turno Peter Carter, l’australiano che sarebbe diventato il primo coach internazionale di Roger Federer (morì in un incidente automobilistico in Sud Africa), poi il colombiano Molina, l’ecuadoriano Ycaza, l’australiano John Alexander (n.8 del mondo nel ’75), il francese Patrice Dominguez in finale, tre set su cinque dominandolo per tre set a zero.

Nel corso dell’anno Clerc vinse altri due tornei, Buenos Aires e Santiago, dopo aver raggiunto finali a Gstaad, South Orange (perdendole entrambe con Vilas, ma battendo tennisti come Okker e McEnroe… dopo che a Parigi aveva lasciato sei game a un Ivan Lendl diciottenne, 6-3 6-0 6-3) e anche a Toronto e Aix en Provence: in quel torneo in Francia sapete chi batté? Noah, Smid e Lendl prima di perdere sul traguardo finale dal solito Vilas. Clerc sarebbe diventato n.4 del mondo nell’agosto dell’81, dopo aver vinto anche Firenze (finale su Ramirez), Roma (Panatta, Lendl e Pecci dai quarti in poi) e quattro tornei di fila negli USA: Boston, Washington, North Conway e Indianapolis. Due volte in finale batté finalmente Vilas… inimicandoselo per sempre! Qualcuno si potrebbe chiedere perché Jose Luis, con quel ranking avesse giocato (e vinto) anche il piccolissimo torneo di Firenze. La risposta è: me lo aveva promesso che sarebbe tornato quando aveva vinto nel ’78. Ma di solito quelle sono promesse che i tennisti che diventano forti non mantengono. Lui invece è stato coerente, serio e non lo dimenticherò. Ogni volta che ci vediamo ci abbracciamo!

Quando aspettammo Ivan Lendl oltre…il regolamento. E Roberto Lombardi non me lo perdonò

 

Ricordo in particolare un curioso episodio, avvenuto circa quarant’anni fa a Firenze. Io ero giovanissimo direttore del torneo ATP di Firenze. Roberto Lombardi giocava le qualificazioni di quel torneo. Lo zio di Peter Korda, mi pare si chiamasse Pavel, mi aveva chiesto di iscrivere alle qualificazioni un ragazzino che a suo dire era promettentissimo: si chiamava Ivan Lendl. Il problema fu che questo diciassettenne si era perso un treno, aveva viaggiato tutta la notte, non sarebbe arrivato in tempo per il check-in. Decidemmo di sorteggiarlo ugualmente, in considerazioni di quelle vicissitudini e dell’età del ragazzino. Era toccato in sorte a Roberto Lombardi. Pregai quindi Roberto, dieci anni più anziano (lui del ’50 e Ivan del ’60) di aspettarlo. Per convincerlo gli dissi: “Dai, non perderai mica da un ragazzino di 17 anni che è stato tutta la notte in un treno e arriverà suonato?”.

Lui accettò sportivamente di aspettarlo. Beh, potete immaginare come andò a finire. Vinse il ragazzino ceco. Facile facile. Per anni Roberto me l’ha scherzosamente rimproverato: “M’hai fregato, m’hai fregato… lo sapevi che era fortissimo!”. Ecco, io voglio ricordarmi sempre quel Roberto lì, quello che scherzava sempre, quello che al ristorante chiedeva sempre quello che non c’era (“Lombardi? Il peggior cliente di ristorante del mondo” era l’affettuosa definizione che di lui dava Maestro Rino), quello che amava sempre recarsi nei posti “più trend”. Non sono sicuro che Ivan Lendl si ricordi di quell’episodio. Non ho avuto occasione di ricordarglielo. Abbiamo riso insieme invece ricordando quella vota in cui lui aveva vinto il suo ennesimo Roland Garros (credo fosse il terzo…) e in sala stampa gli chiesi che cosa avesse pensato che avrebbe fatto a fine carriera… “Magari il giornalista? “ gli suggerii. E lui: “Di certo non sogno di diventare come certi giornalisti senza capelli!” rispose guardandomi fisso con il suo tipico humour freddo, lui che alcuni avevano ribattezzato Buster Keaton, perché la sua comicità non era quasi mai accompagnata da un sorriso, e altri doctor Frankestein per la sua maschera molto particolare. Di aneddoti vissuti in quegli anni ne ricordo tanti altri, con Arthur Ashe, con Jean Francois Caujolle, John Alexander, Adriano Panatta, Paolo Bertolucci e andrò a ripescarli meglio però nella mia memoria per pubblicarli prossimamente sperando che vi piacciano.

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