Il prevedibile 1 a 1 fra Belgio e Gran Bretagna è arrivato dopo un avvio imprevisto

Editoriali del Direttore

Il prevedibile 1 a 1 fra Belgio e Gran Bretagna è arrivato dopo un avvio imprevisto

La finale di Coppa Davis con Kyle Edmund e Ruben Bemelmans è “scarsa tecnicamente”, ma le emozioni non mancano mai in questa gara. Deciderà il doppio se lo vinceranno Jaime e Andy Murray contro David Goffin e Steve Darcis?

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Il clima, l’atmosfera della Coppa Davis è una cosa fantastica. Unica. Occorre ammetterlo anche se questa è una delle finali più scarse tecnicamente della storia, a giudicare anche dal ranking del n.2 delle due squadre finaliste, n.100 e n.108.

Kyle Edmund farà certo progressi, ha solo 20 anni, un servizio e un dritto esplosivo, e una notevole potenza. Quei progressi deve farli soprattutto sotto il profilo fisico perchè dal terzo in poi è scoppiato – non solo moralmente _ ha perfino avuto i crampi (certo più una questione di nervi: il match è durato solo 2,47, molto poco per cinque set sulla terra rossa), ma è tuttavia soltanto n.100 del mondo e non ha mai battuto un giocatore più forte del n.80 (come mi ha opportunamente segnalato Roberto Salerno).

 

Mentre Ruben Bemelmans che quei progressi non farà perchè è tennista davvero modesto, è n.108 – è stato poco più su come best ranking –  e deve ringraziare la sua buona stella e le tattiche del capitano belga Van Herck che voleva far riposare Darcis per consentirgli due giorni di Davis al massimo, se ha potuto giocare questa finale davanti al suo re Philippe (re dal 21 luglio 2013) e alla regina Mathilde che – prima dell’inizio – e al termine di una cerimonia molto particolare che qui ha molto inorgoglito i belgi- hanno stretto la mano a tutti i protagonisti della finale, cominciando rigorosamente dagli ospiti britannici.

Se la cerimonia qui è piaciuta molto, l’organizzazione della sala stampa – con la connessione Internet che cade ogni due per tre, le televisioni a circuito interno che si abbuiano un quindici sì e un altro pure, i microfoni che non funzionano, le conferenze stampa inintellegibili con chi deve porgere i microfoni ai giornalisti che non ha la minima idea di quel che deve fare – è disastrosa. Ma d’altra parte i Belgi una finale di Coppa Davis non l’avevano mai organizzata, 111 anni fa giocarono in trasferta l’unica finale. E poi, diciamoci la verità, le preoccupazioni per chi era venuto fin qua nonostante i drammatici fatti accaduti a Parigi erano ben altre che non una sala stampa malfunzionante.

La prima giornata è finita sull’1 a 1, nel pieno rispetto delle previsioni della vigilia, ma quando dopo 1 ora e 10 minuti del primo incontro c’era il biondo Edmund in vantaggio per 6-3 6-1 contro uno spaurito, imbarazzante David Goffin che aveva fin lì giocato da n.200 e non da n.16 qual è, i colleghi belgi erano pallidi e turbati quanto Goffin e c’era già chi pensava a prenotare il volo di ritorno per domenica quando si sarebbero giocati inutili incontri a risultato acquisito e la Gran Bretagna sugli scudi, 79 anni dopo l’epico trionfo di Fred Perry e Bunny Austin (1936).

Inevitabile pensare anche al nostro Gianluigi Quinzi, perseguitato dai successi di tutti coloro con i quali si misurava lui da junior – e molto spesso con successo – dai vari Kokkinakis, Coric, Chung e soci. Con Kyle Edmund ci aveva giocato più volte, un loro duello l’avevo visto anch’io.

Purtroppo Gianluigi ha avuto mille problemi, fisici e psicologici direi, oltre che qualcuno anche di natura tecnica. Ma certo vedersi continuamente sorpassato da ragazzi che lui batteva o con i quali giocava alla pari, gli deve fare un brutto effetto. Spero però che riesca a superare questi piccoli traumi. Chi aspira a diventare un campione di tennis deve avere una forza d’animo che i comuni mortali non hanno.

Certo che l’inizio di Edmund è stato impressionante, per quanto Goffin facesse di tutto per dare ragione a Andy Murray che giovedì aveva detto: “Se sento pressione sulle mie spalle per dover vincere i miei singolari? Beh sì, ma ci sono anche abituato da un bel po’ a giocare con varie pressioni…semmai saranno i belgi a dover che ne sentiranno moltissima quando dovranno gioare contro il nostro n.2…”.

Beh, Goffin non poteva sentirla di più, ma tuttavia Edmund che serviva prime battute a tutta randa (fra i 193 e i 196 era il suo range prediletto), ha cominciato a tirar pallate come se fosse un veterano. O, forse, come un giovane un po’ incosciente. Travolgendo Goffin che giocava più corto di mia sorella (che non ho).
Il primo game, durato 12 minuti per 18 punti, con subito due pallebreak sul servizio di Edmund che però ha poi tenuto la battuta, ha come condizionato l’andamento dei primi due set.

Caricando a dismisura il britannico nato in Sudafrica, spengendo gli occhi di Goffin, forse emozionatosi per gli inni cantati dalle coriste e le strette di mano reali.

Kyle ha impiegato gli stessi minuti del primo game a fare i successivi tre. E dopo 28 minuti stava 5-0, quanod ha avuto anche un setpoint per chiudere con un 6-0 assolutamente impronosticabile.
Dei tre grandi tennisti che avevano esordito in una finale di Davis, due avevano perso, e cioè Leconte a Grenoble (nel 1982 con Gene Mayer e poi con John McEnroe) e Sampras (nel 1991 a Lione con Forget e Leconte). Mentre l’unico che aveva vinto, John McEnroe nel 1978 a Palm Springs aveva dato a John Lloyd (che non era ancora… mister Evert) una grande stesa dando i primi segni della sua grandezza: vinse infatti in tre set 6-1 6-2 6-2.

Kyle Edmund sembrava avviato a fare il McEnroe, dopo quel 6-1,6-3. Goffin pareva finito sotto un camion.
Se qualcuno mi avesse detto che Edmund, dopo il solo break patito nel settimo game del primo set – quando erò era avanti di due break: 5-0 – avrebbe perso 9 dei 10 servizi successivi, gli avrei dato del folle.
Lui che serviva a quasi 200 km l’ora? Impossibile.

Invece è successo. Nel terzo set la percentuale di prime scende (dopo 66% nel primo set, 62% il secondo), al 54% nel terzo, al 58% nel quarto, e risale al 78% nel quinto.

Ma sulla seconda (che serve intorno a 50 km di meno rispetto alla “prima”, intorno ai 140 km orari) non faceva quasi mai il punto, uno su tre di media nemmeno nel primo set nel quale Goffin non era davvero quello degli ultimi due set, 31%.

Certo, veniva da pensare già dal quarto set in poi quanto possano avere torto quelli che – per venire incontro alle richieste dei produttori televisivi – vorrebbero che i match di Davis, e degli Slam, si giochino al meglio dei tre set.

Alla fine del secondo set il verdetto, inequivocabile, era uno. Alla fine del quinto era tutto un altro. Ma chi è il tennista più forte? Edmund o Goffin? Nessuno dubita stasera che sia Goffin. Ma se il match fosse stato disputato sui due set su tre non si sarebbe potuto dirlo. La verità la dice un match tre su cinque, perchè il tennis è anche resistenza, capacità di reazione, tecnica, adeguamento tattico all’avversario. Quando sento dire da un giocatore o da una giocatrice, che il piano B non esiste e che “io faccio il mio gioco, quello dell’altro non mi interessa”, capisco di avere a che fare con qualcuno che ha dei limiti. Probabilmente invalicabili.

Certo la testa, il “mentale” conta parecchio: quando Goffin ha vinto il terzo set per 6-2 e ha gridato un finalmente poderoso “Allez!” , dopo essere stato silenzioso, quasi moscio, per un’ora e tre quarti, si è capito che da quel momento in poi si sarebbe assistito ad un altro match. Il pubblico belga, che era come tramortito, ha ripreso fiato e vigore, le scene di entusiasmo son passate dal quartiere britannico a quello dei giallo-neri-rossi.

In cinque games di servizio, dall’1-3 del terzo set all’1-4 del del quarto Edmund ha fatto 7 punti. Non capita nemmeno a Sara Errani in cattiva giornata.

La partita era girata. E per essere un match di cinque set è durato anche poco, 2,47, quindi Goffin non sarà certo così stanco da non poter giocare doppio sabato e singolare domenica. E’ giovane e non è che abbia corso troppo oggi. All’inizio perchè sbagliava lui, poi perchè sbagliava Edmund che evidentemente sul fisico deve lavorare ancora e di più.

Non sarebbe girata invece quella di Murray con Bemelmans. Troppo più forte lo scozzese, anche se nel terzo set il mancino belga ha illuso per un attimo i suoi fans passando a condurre per 4-2 e arrampicandosi poi ad un setpoint che il belga sul 5-4 e 30-40 sul servizio di Andy non si è giocato bene. Ha infatti messo fuori una risposta di rovescio su una battuta non irresistibile di Murray.

L’uno a uno è così maturato in tre set, 6-3 6-2 7-5 e in 2 ore e 24 minuti, appena 23 minuti dell’altro singolare. Di questa partita, impegnato a seguire le interviste, a fare i miei servizi per radio Montecarlo e radio Sportiva ho visto pochissimo. Un po’ più il terzo set. Con l’ira furibonda di Murray che non si era reso conto di essere stato ammonito per ingiurie e parolacce (verbal abuse) quando, per un’altra serie di improperi Carlos Ramos gli ha affibbiato un penalty point nel quinto del terzo set. Penalty che gli è costato caro, il break cioè che ha fatto salire Bemelmans sul 4-2 nel set. I belgi lo hanno fischiato a lungo, Murray in campo raramente riesce ad essere simpatico.

Vedremo cosa succederà nel doppio. Sarebbe più divertente, per me che vedo Andy Murray favorito su Goffin domenica (nonostante la terra battuta lentissima mi ricordi quella di Napoli dove Fognini fece 13 alle corte vincenti a Andy che schiumava rabbia…ma Goffin non ha l’arte del drop-shot), che lo vincessero i belgi, perchè si arriverebbe probabilmente sul 2 a 2 dove a decidere chi vincerà la Davis saranno due giocatori di secondo livello. Un po’ come accadde nel 2002 quando Youzhny e Mathieu decisero la finale in Francia con la Russia (il russo rimontò da sotto 2 set e quasi 5-1 nel quarto per Mathieu, se non ricordo male), ma anche nel ’96 a Malmoe quando Arnaud Boetsch annullò tre matchpoints consecutivi allo svedese Niklas Kulti per vincere 10-8 al quinto. Nessuno fra Youzhny, Mathieu, Boetsch, Kulti, è stato un grande campione. E potrei citare tante altre finali di Coppa Davis concluse sul 2 pari da giocatori di secondo piano. Alla fine, però, sono quelle che restano più impresse nella memoria. Mi divertirebbe che anche questa fosse una di quelle.

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Editoriali del Direttore

Lo so e lo so che c’è di peggio, ma è un mini-choc

Dopo 46 Wimbledon di fila, da Connors-Rosewall a Djokovic-Federer, questa cancellazione dei Championships è per me quasi come l’interruzione di un’esperienza religiosa, un piccolo trauma. Due anni interi vissuti in Church Road, mille momenti, mille ricordi indelebili

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Novak Djokovic - Wimbledon 2019 (via Twitter. @wimbledon)

Non c’è più neanche Wimbledon. Anche i Championships che dall’edizione del 1877 vinta da Spencer Gore a oggi si erano interrotti soltanto in occasione delle prime due guerre mondiali, 1915-1918 e 1940-1945 (sul Centre Court i tedeschi nel 1940 avevano sganciato una bomba che lo aveva quasi interamente distrutto), e che dal 1946 con la vittoria del gigante francese Ivan Petra si erano disputati per 74 anni di fila… si sono dovuti arrendere al Coronavirus. Stiamo combattendo una terza guerra mondiale contro un nemico invisibile ma che non ha coinvolto soltanto alcune nazioni come le prime due guerre, ma proprio tutto il mondo. Una guerra planetaria.

Lo so bene che ci sono cose e situazioni molto più gravi di uno stop ai Championships in Church Road. Lo so bene che l’importante è la salute e che tanti, troppi l’hanno persa per sempre. Lo so bene che tante famiglie, troppe, hanno perso i loro cari e non hanno avuto nemmeno la possibilità di vederli, di star loro vicino fino all’ultimo, perfino di seppellirli e di sapere dove hanno messo i loro corpi. Lo so bene che quelle sono le vere tragedie. Lo so bene che tante famiglie continueranno a soffrire le conseguenze di questo terribile virus, nel ricordo straziante di chi non c’è più e nella difficoltà di risollevare situazioni economiche seriamente compromesse di aziende intere con i loro dipendenti, di attività familiari, di lavori perduti, di casse integrazioni umilianti, di ostacoli burocratici di tutti i tipi.

Lo so bene che posso considerarmi molto fortunato perché la mia casa è abbastanza grande da averci permesso di condividere questo mese di clausura forzata in sette persone di famiglia senza patire le difficoltà di chi si è trovato invece a vivere in spazi angusti, in condizioni disagiate e con financo difficoltà di approvvigionamento. Lo so bene che già per il solo fatto di non avere avuto sintomi – fin qui almeno – è già una gran fortuna.

 

Lo so bene che siamo in decine e decine di milioni di italiani a non avere alcuna idea se siamo positivi oppure no, o se lo siamo stati, perché il tampone non abbiamo potuto farlo, né sappiamo quando ci sarà tolta questa spada di Damocle.

Lo so bene che non avere perso nessuno dei familiari più cari e degli amici più vicini è anch’essa una grande, impagabile fortuna.

Non avrebbe quindi alcun senso, mentre ancora la pandemia infuria e nessuno sa quando potrà essere davvero sradicata del tutto – temo fino a che la scienza non ci regalerà un vaccino che ci copra anche dalle possibilità di ricadute – mostrare eccessivo dispiacere per lo sport che si ferma, in mezzo a mille attività obiettivamente più importanti e fondamentali, per il tennis che non si gioca più, né nei circoli, né nei tornei, quindi togliendoci anche la possibilità di distrarsi dai drammatici bollettini del Coronavirus almeno in TV.

Orfani del tennis – Queen’s 2019 (foto Alberto Pezzali/Ubitennis)

Lo so bene che la sopravvivenza di Ubitennis, per quanto una ventina di persone ne traggano qualche beneficio, non può essere considerata una priorità nell’emergenza nazionale.

Infatti non intendo assolutamente lamentarmi per il fatto che dodici anni di lavoro indefesso – in casa me lo chiamano più fesso che indefesso – per sviluppare questo sito di tennis in termini di credibilità giornalistica, traffico e autosufficienza economica rischino di perdere parte dell’avviamento faticosamente costruito. Ci sta e sappiamo che tanti stanno peggio perché noi abbiamo sviluppato esperienze che ci consentiranno di sopravvivere. Siamo fiduciosi se anche dovessimo perdere tutto il 2020 di tennis, di sponsor.

Ho lottato, via via con tutti i ragazzi che hanno collaborato impegnandosi tantissimo in questi anni a Ubitennis.com ma anche Ubitennis.net e Ubitennis.es, per assicurare un futuro a loro più che a me stesso ormai “âgé”- mi rifugio nei francese perché scrivere vecchio mi disturba – visto che i miei due figli hanno preso tutta un’altra strada professionale. Ma io, e credo anche loro, l’abbiamo fatto consapevoli delle difficoltà che ci sarebbero state e senza mai troppo illudersi. Ora che stavamo per tirare finalmente la testa fuori dall’acqua e cominciavamo a intravedere orizzonti più rosei, questo Coronavirus ci ha maledettamente preso in contropiede come un tweener vincente di Federer.

Vero peraltro che in questo mese di marzo Ubitennis ha retto incredibilmente bene, perché abbiamo continuato ad avere – senza tennis giocato – fra le trenta e le quarantamila visite al giorno. Per questo devo rivolgere un grande, grandissimo grazie a chiunque stia continuando a leggerci quotidianamente, nonché a tutti i collaboratori perché so che abbiamo in cascina una trentina di articoli inediti (non quindi materiale d’archivio) pronti all’uscita – tutta una serie di interviste a grandi personaggi del tennis mondiale e nazionale, una serie di video-ritratti di campioni, accompagnati da dati e aneddoti, statistiche, belle storie tennistiche i cui prodromi avete forse già visto nei giorni scorsi e una chicca in via di sviluppo: un progetto di podcast live, una storia di UbiRadio settimanale, che vogliamo far partire il prima possibile.

Tutto ciò premesso, consentitemi di dire che il sottoscritto – come invidio a Gianni Clerici di essersi per primo autonominato “lo scriba”… è così brutto definirsi il sottoscritto oppure usare la perifrasi “chi scrive” – pur consapevole di tutto il peggio che mi poteva capitare, è tuttavia un tantino turbato nel ritrovarsi chiuso in casa con la prospettiva di non andare a Wimbledon dopo averlo fatto per 46 anni di fila. Una vita insomma. Dal ‘74 a oggi, Connors batte Rosewall fino a Djokovic che cancella due match point a Federer e trionfa, non ne avevo saltata una sola edizione, un solo giorno. 92 settimane che fra giorni d’arrivo, di partenza e qualche rinvio piovoso al lunedì (più il torneo olimpico del 2012 vinto da Andy Murray) sono due anni di vita vissuta in Church Road, dal mattino presto a notte.

Wimbledon 2019 di notte (foto via Twitter, @Wimbledon)

Non so perché, ma i 46 tornei al Country Club di Montecarlo, i 48 al Foro Italico, i 44 Roland Garros (da Adriano Panatta campione nel ’76 su Harold Solomon al dodicesimo trionfo di Rafa Nadal nel 2019), mi hanno fatto meno effetto, colpito meno. Forse perché guardavo avanti, perchè il momento topico della stagione tennistica per me è rimasto nostalgicamente sempre il leggendario Wimbledon, il torneo che si gioca nel Tempio del tennis, non a caso il torneo di cui ricordo una per una e senza nessuno sforzo tutte le finali e migliaia di particolari, di aneddoti, di storie, di personaggi, di vita vissuta. Wimbledon mi mancherà incredibilmente. Avevo scritto di getto ‘terribilmente’, ma ho subito corretto perché come detto sopra, le assenze e le cose terribili sono ben altre, però per molto più di metà della mia vita per me andare a Wimbledon è stata soltanto un po’ meno esperienza religiosa che per un pellegrino recarsi ad un luogo santo. Ci sarei andato a piedi.

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Editoriali del Direttore

Impasse Coronavirus: che impatto su Federer, Venus e Serena Williams, i Bryan, Nadal, Djokovic?

Dopo i tanti ritiri dell’ultimo biennio (Berdych, Ferrer, Almagro, Baghdatis), molti ipotizzavano che nel 2020 ci fosse il canto del cigno per tante star del tennis. Giocheranno ancora nel 2021?

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Roger Federer e Rafa Nadal - Wimbledon 2019 (foto via Twitter, @wimbledon)

Avvertenza ai lettori. Evitino di leggerlo tutti coloro che, dopo aver letto il titolo, si appresterebbero a dire che sto, stiamo cercando di acchiappare clic. Cerchiamo semplicemente di trattare quegli argomenti che ci accorgiamo – in tempi di Coronavirus e di tennis off limits per chissà quanto tempo ancora – vengono discussi fra gli appassionati che sono bombardati da bollettini più o meno catastrofici sui contagi e ogni tanto vorrebbero anche distrarsi un po’ con qualche argomento più leggero.

Avverto subito di seguito i lettori superstiti per correttezza, o onestà intellettuale come ormai si usa dire, che non ho notizie certe sulle ipotesi che sto per fare, ma che tuttavia uso le previsioni che da più parti del microcosmo tennistico venivano fatte. Non anni fa, ma fino a pochissimo tempo fa. Direi fino alla cancellazione del torneo di Indian Wells – come vola il tempo, sembra un secolo fa! – quando sembravano ancora attendibili, attendibilissime. E tuttavia da qualche dato, da qualche aspetto curioso, da qualche considerazione che ho in testa, penso che una amichevole discussione dovrebbe poter scaturire.

Comincio con il ricordare che fra 2019 e inizio 2020, a far fronte all’inattesissimo, sorprendente, quasi inspiegabile “comeback” di Kim Cljisters si sono verificati tanti ritiri di giocatori noti, a cominciare da un paio di “sempreverdi” top-ten, David Ferrer e Tomas Berdych, per proseguire con Nicolas Almagro, Mikhail Youzhny, Marcos Baghdatis, ma anche Victor Estrella Burgos e Max Mirny. E fra le donne la più famosa è certo l’ex n.1 del mondo Maria Sharapova, ma anche Sweet Caroline Wozniacki, Dominika “Cipollina” Cibulkova. Nel 2018 aveva detto basta Tommy Haas, le nostre Francesca Schiavone, Roberta Vinci e Karin Knapp, Nadia Petrova e chissà quanti/e dimentico… aggiungete pure voi.

 

Ma cosa si prevedeva che sarebbe successo nel 2020 e oltre? Per quanti questo sarebbe stato l’anno dell’addio? Beh, i gemelloni sovrani del doppio Bryan, 42 anni il prossimo 29 aprile – Bob 119 titoli di doppio e Mike 124 – avevano annunciato che avrebbero giocato l’ultimo US Open per poi appendere la racchetta al chiodo dopo essere stati insieme n.1 del mondo di specialità per 438 settimane (ma Mike lo è stato per 506), di cui 139 consecutive: ennesimo record. Altro record: per 10 anni hanno chiuso la stagione da n.1. Potrebbero rivedere i loro piani e giocare le Finali di Davis a novembre? Anche se adesso perfino la nuova Coppa Davis rischia di saltare, sebbene a Madrid la si giochi quando più tardi non si potrebbe. Ma nessuno può giurare che l’effetto Coronavirus, che in Spagna sta imperversando quasi come in Italia, sia davvero finito, anche se tutti ce lo auguriamo.

Dai 42 anni dei Bryan, andando a ritroso dai più anziani e soffermandosi sugli ex n.1 ecco Venus Ebony Williams. Il 17 giugno Venus compierà 40 anni. Pur avendo vinto 7 Slam (in 16 finali), fra cui 5 Wimbledon, Venus è stata n.1 del mondo in tre occasioni ma complessivamente soltanto per 11 settimane, una differenza enorme con Serena che lo è stata per 319 (9 più di Roger Federer!) e certo gliene ha sottratta più d’una. Beh Venus mi aveva fatto intendere un anno fa che il suo obiettivo era partecipare ancora una ultima volta alle Olimpiadi. Già medagliata d’oro 4 volte (come soltanto la sorella Serena) con un oro in singolo e tre in doppio (più una medaglia d’argento in doppio misto. Record per il tennis, a pari merito con
Kitty McKane Godfree), lei che era già la sola tennista a potersi vantare di aver vinto una medaglia in 4 Olimpiadi diverse (da Sydney 2000 in poi), se fosse riuscita a vincere un’altra medaglia anche a Tokyo avrebbe stabilito un record probabilmente imbattibile. In 14 finali di Slam in doppio femminile lei e Serena non ne hanno persa una.

Le due sconfitte patite con una ragazzina che avrebbe tranquillamente potuto essere sua figlia, la quindicenne Coco Gauff in due Slam, Wimbledon e Australian Open, non l’hanno turbata al punto da dichiararsi pronta al ritiro, però anche se la classifica “ghiacciata” dal virus la vede oggi e per chissà quanto soltanto n.67 del mondo, io confesso che sarei molto ma molto sorpreso se con le Olimpiadi slittate al 2021 Venus non avesse già detto “no mas”. Oltretutto riguardo a Tokyo 2020 da disputare nel 2021 – i giapponesi non vogliono buttare a mare i loghi e tutto il materiale pubblicitario contrassegnato dal 2020 – non si sa ancora quale possa essere la data. Chi dice giugno (quando ci saranno europei di calcio, Giro d’Italia, per citare i primi eventi che mi vengono a mente…), chi dice marzo, quando per almeno uno dei due Masters 1000, Indian Wells oppure Miami si tratterebbe di un nuovo disastro, chi dice la stessa data che era stata programmata per quest’anno.

Venus Williams – Wimbledon 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

A PAGINA 2: CI SARANNO ROGER FEDERER E SERENA NEL 2021?

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Editoriali del Direttore

Il caos provocato dal Roland Garros e le possibili ritorsioni di ATP e WTA

Francesi colpevoli ma non troppo. Roma e Italian Open alla finestra. Anche Rafa Nadal egoista? Ma allora Roger Federer? Gaudenzi e Calvelli malcapitati coraggiosi. Non è la prima guerra nel tennis

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I trofei del Roland Garros (foto via Twitter, @rolandgarros)

La mossa a sorpresa dei francesi, con il rinvio del Roland Garros al mese di settembre, in barba a cinque tornei fra ATP e WTA e alla Laver Cup, non poteva non scatenare un putiferio di reazioni. Non è pensabile che il presidente della federtennis, il francese (corso come Napoleone) Giudicelli e il direttore del torneo Guy Forget non se lo aspettassero. Hanno voluto mettere il cappello sulla prima data valida e sono andati dritti per la loro strada, pensando che sì… gli altri centri di potere del tennis non avrebbero gradito, ma magari tanti giocatori sì, perché soprattutto quelli che non sono invitati a Boston per la Laver Cup, a uno Slam non rinunciano tanto volentieri. Solo gli Slam garantiscono – quale più quale meno – intorno ai 40.000 euro a chi perde al primo turno.

IL (SOLITO) PROBLEMA DEL CALENDARIO

Come ho scritto pochi minuti dopo aver appreso l’annuncio-bomba, concordando abbastanza con la terminologia con cui si è espresso Vasek Pospisil (che però aveva torto nel dire che nessuno era stato interpellato), è stata una dichiarazione egoistica, menefreghista, arrogante per il modo molto francese di comunicarla. Ed è stata o una sorta di guerra a tutto l’establishment dei centri di potere che governano il tennis, oppure – nel migliore dei casi – una aperta provocazione volta a raggiungere l’obiettivo di una ristrutturazione del calendario. Una ristrutturazione che tutti quegli stessi organismi che gestiscono il tennis invocano da sempre, ma ciascuno vorrebbe gestirlo in modo da fare gli interessi propri. E così l’accordo non si è mai raggiunto.

LE POSSIBILI RITORSIONI DEI GIOCATORI

Magari lo scacco dei francesi a ATP, WTA, Australian Open e USTA – più che a Wimbledon che mantiene sempre un certo distacco, noblesse oblige frase francese che gli inglesi impersonano meglio – si rivolterà contro gli stessi francesi come un boomerang, nel cui lancio soprattutto gli australiani sono grandi maestri. Le “ritorsioni” dei giocatori, ATP come WTA, potrebbero rivelarsi di vario tipo.

La prima: boicottare in massa il Roland Garros settembrino. La seconda (dopo aver constatato di non poter riuscire a conquistare un’unanimità sindacale tipo Wimbledon 1973 perché molti giocatori premerebbero per giocare ugualmente uno Slam dopo aver subito già troppe cancellazioni per via del Coronavirus; fra questi Andrey Rublev è stato chiaro: “Meglio giocare uno Slam che rinunciarvi. Noi non abbiamo stipendi. Ma montepremi.Se non si gioca non si guadagna”): togliere i punti ATP a chi gioca il Roland Garros a settembre. La terza: minacciare di toglierli anche nel maggio 2021 (ipotesi che potrebbe non dispiacere anche agli altri tre Slam). La quarta: cancellare il Masters 1000 di Bercy che appartiene alla stessa federazione francese, regalando ad un’altra città l’ambita data.

 

GLI ALLEATI DI PARIGI

Parigi e la federtennis francese potrebbero trovare, d’altro canto, insperati alleati in quei tornei della stagione “rossa” che il Coronavirus ha cancellato e dei quali l’eventuale rinvio delle Olimpiadi, dei Masters 1000 di Canada e Cincinnati nonché al limite dello stesso US Open – chi può sapere come sarà messa la Grande Mela a fine agosto? – potrebbe favorire la insperata resurrezione. All’insegna del detto latino più cinico fra tutti, mors tua vita mea. E allora ecco che Roma – se di nuovo città aperta – e altre sedi di cancellati tornei sulla terra battuta potrebbero rifarsi sotto, ben felici – anche dopo aver pensato il peggio sulla mossa di Giudicelli e Forget – di far da prologo al Roland Garros settembrino. Molto meno probabile mi pare l’ipotesi di un Torino o Milano indoor che a novembre, di concerto con l’ATP, cancellasse l’ATP Next Gen o sostituisse Bercy…

Oggi è in programma una riunione in videoconferenza del consiglio della Federtennis. Scommetterei che verrà assunta una posizione pilatesca, d’attesa. Del tipo: noi ci siamo, se ci date uno slot siamo pronti ad occuparlo. Non mi aspetto nessuna condanna nei confronti dei francesi. Semplicemente perché anche i nostri Machiavelli se intravedranno una opportunità di disputare il torneo più in qua, ad agosto come a settembre o ottobre, prima o dopo lo Slam parigino, non la scarteranno di certo.

IL SILENZIO ASSENSO DI NADAL

Tornando alla mossa rivoluzionaria francese – del resto chi più dei francesi ha la titolarità per scatenare una rivoluzione? – non c’è dubbio che in tempi di pandemia e di lotta che dovrebbe essere universalmente solidale essa è invece apparsa all’intero microcosmo tennistico come un atto assolutamente unilaterale. Anche per la tempistica e il modo in cui è stata comunicata. Che si siano preoccupati di conquistare il consenso del re del Roland Garros Rafa Nadal è stato quasi un gesto dovuto. Se Rafa gli avesse detto subito di no, la loro posizione si sarebbe fortemente indebolita. L’assenso di Nadal l’hanno raccontato Giudicelli e Forget. Il silenzio di Nadal – che almeno fino a ieri non si era pronunciato ma non aveva neanche smentito – pare interpretabile come un silenzio assenso. È criticabile allora anche l’egoismo di Rafa (che supporta anche la Davis di ITF e Piquè almeno fino a che la si gioca a Madrid)? Certo che sì, ma d’altra parte allora che dire di Federer e della sua Laver Cup che dal nulla si è accaparrata una settimana del calendario (che avrebbe fatto tanto comodo alla Coppa Davis per evitare quegli orari allucinanti del novembre scorso)? 

A pagina 2: il coraggio dei nuovi boss ATP, Roland Garros colpevole ma non troppo, le guerre di potere

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