Il 2016 delle azzurre: tante delusioni e qualche lampo. Vinci rimane una certezza

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Il 2016 delle azzurre: tante delusioni e qualche lampo. Vinci rimane una certezza

Il bilancio del 2016 del tennis azzurro in rosa: difficile ripetere un 2015 straordinario, il ritiro di Flavia Pennetta ha pesato così come le crisi di Sara Errani e di Camila Giorgi

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Archiviata la finale di coppa Davis, tradizionale ultimo appuntamento della stagione tennistica, arriva per tutti i protagonisti della racchetta il tempo delle meritate vacanze e della successiva preparazione per l’imminente ripresa nell’emisfero australe. Agli appassionati, invece, non resta che dedicarsi ai bilanci di quanto accaduto da gennaio ad oggi nei campi di tennis più importanti al mondo. Ogni settimana, su Ubitennis, abbiamo ricapitolato e analizzato quanto fatto dai nostri giocatori nel circuito maggiore con la rubrica “La settimana degli italiani”. Ci dedichiamo ora ad un riepilogo generale della loro annata, partendo, noblesse oblige, dalle nostre ragazze.

Una premessa doverosa: la stagione 2016 del tennis italiano in gonnella non poteva essere come quella del 2015, l’anno della magica finale allo US Open tra Pennetta e Vinci. Non sarebbe stato corretto per valutare l’anno tennistico terminato, fare un semplice confronto numerico con quello precedente, visto che, con ogni probabilità, dovremo aspettare un bel po’ prima di rivivere una tale soddisfazione. Ma, a prescindere dall’eccezionalità di quella magica finale, il 2015 era terminato con tre italiane nella top 20 e cinque nella top 50, conseguenze della conquista di altri tre titoli (Errani a Rio de Janeiro, Giorgi a ‘s-Hertogenbosh e Knapp a Norimberga) e del raggiungimento di altre quattro finali (Vinci a Norimberga, Errani a Bucarest, Giorgi a Katowice e Knapp a Bad Gastein) e di ben sette semifinali.

Eppure, abbiamo avuto uno splendido inizio di 2016, nel quale, sulla scia del 2015, a febbraio Roberta Vinci ha conquistato a San Pietroburgo il suo primo Premier in carriera (decimo titolo complessivo); successo che è stato per la tarantina l’indispensabile trampolino di lancio per raggiungere anche l’obiettivo dell’ingresso nella top ten, culminato col best ranking di settima giocatrice al mondo. A febbraio non finivano lì le grandi soddisfazioni: Sara Errani, a seguito di una straordinaria cavalcata, conquistava a Dubai il nono e più prestigioso titolo in carriera, un WTA Premier, stessa categoria e dote di punti di quello di San Pietroburgo vinto dalla Vinci la settimana precedente, ma con un prize money tre volte superiore. Contemporaneamente, Francesca Schiavone si mostrava rediviva ed a sorpresa rientrava nelle prime 100 conquistando a Rio il torneo International che si disputava nella capitale carioca. Purtroppo, però, le soddisfazioni si sono in pratica interrotte a metà febbraio: da lì in poi, sino a fine stagione, si è registrata una sola settimana positiva a metà aprile, quando la Giorgi è giunta in finale per il secondo anno consecutivo a Katowice e la Errani a Charleston è arrivata in semi al Premier che si gioca sulla terra verde.

 

Non bisogna aver la bocca troppo buona, né pretendere troppo per definire pessima la seconda parte del 2016, nella quale, da inizio maggio in poi, eccezion fatta per i bellissimi quarti della Vinci a New York, le tenniste italiane non sono mai arrivate nemmeno una volta in semifinale ed hanno raggiunto solo altre cinque volte i quarti in tornei modesti, come piccoli International (la Schiavone a Nanchang, la Errani a Bucarest e Bastad, la Giorgi a Seoul e Washington, la Knapp a Bastad), a cui si devono aggiungere i quarti raggiunti, sempre da Roberta in un Premier, quello di New Haven, nella settimana precedente agli US Open. A questo quadro desolante si aggiunga che col pesante “cappotto” (0-4 senza vincere nemmeno un set) rimediato ad aprile a Lleida dalla Spagna, per la prima volta dopo 18 anni siamo usciti dal World Group della Fed Cup: l’unica costante, rimane l’assoluta inesistenza di ricambi a breve, visto che le nostre migliori under 23 non sono comprese tra le prime 250 del ranking WTA. L’immagine più nitida della crisi del settore femminile in questo 2016 arriva dalla sua conclusione: Vinci e Schiavone, attualmente la prima e la quarta italiana in classifica, entrambe ultratrentenni, sono state incerte sino all’ultimo su se proseguire o meno la loro lunga e memorabile carriera; mentre la Errani, scorata da una stagione molto deludente, è stata “costretta” a prendere la decisione di allontanarsi dal coach Pablo Lozano, col quale aveva collaborato per 12 anni.

Una stagione, va detto, anche un po’ sfortunata per il nostro tennis: basti pensare a quanto vissuto quest’anno da Karin Knapp, scivolata al 145° posto dal n°51 WTA col quale aveva iniziato il 2016. L’altoatesina non ha purtroppo mai trovato la migliore condizione, dopo il rientro post operazione al ginocchio destro del settembre 2015. Karin, rientrata nel circuito solo a Miami, non è tornata mai ai suoi livelli, in un 2016 per lei disgraziato, terminato prematuramente agli US Open e nel quale gli unici piazzamenti sono stati i quarti a Bastad, la vittoria dell’ITF di Brescia ed il terzo turno a Parigi. Per lei, un unico momento da ricordare in questa stagione: la bella vittoria contro l’acciaccata Azarenka al primo turno del Roland Garros, primo successo in carriera contro una top-ten. Se dovesse ritrovare la piena efficienza fisica, come le auguriamo di cuore, può tornare competitiva e provare a migliorare il suo best ranking (33 nel luglio 2014).

Intanto, passiamo ad esaminare più analiticamente quanto fatto dalle nostre migliori 4 giocatrici del 2016, procedendo in ordine di classifica.

Roberta Vinci

Ranking singolare: 18 (15 a fine 2015)

Record vinte/perse: 28-26

Slam Aus Open Roland Garros Wimbledon US Open
Turno raggiunto 3T (l. A. Friedsam) 1T (l. Ka. Bondarenko) 3T (l. C. Vandeveghe) QF (d. A. Kerber)

Bilancio Fed Cup: 0-2

Risultato                        Categoria         Torneo
Titolo Premier San Pietroburgo
Quarti di finale Premier Brisbane, Doha, Stoccarda, New Haven

La stagione in review: dopo una buona campagna in Australia, durante la quale ha colto i quarti a Brisbane ed il terzo turno a Melbourne, dove ha perso non senza rimpianti dalla Friedsam, Roberta ha trovato la forza di compiere un grande exploit, vincendo a San Pietroburgo il suo primo torneo Premier. Tale successo, seguito dai quarti di Doha, le ha consentito di raggiungere il traguardo stagionale, l’accesso nella top ten, sino a salire al settimo posto del ranking. Da quel momento in poi, un po’ il probabile inconscio appagamento, un po’ i problemi al tallone, le hanno fatto raccogliere molto poco, se non altri tre quarti di finale, il più bello ed importante dei quali a New York, nel suo torneo preferito, gli US Open, dove ha confermato di aver meritato nel 2015 il successo e la fama guadagnata dopo aver sconfitto Serena Williams ad un passo dal suo personale Grand Career Slam.

La gioia più grande: mancava ancora una soddisfazione alla carriera di Roberta L’ingresso nella top ten di singolare ed è stato questo, sebbene mai confessato pubblicamente, il grosso obiettivo che la tarantina si era data nella stagione appena conclusa, consapevole come era che sino a settembre avrebbe avuto pochi punti da difendere.  L’esserci riuscita già a febbraio, dopo la vittoria di San Pietroburgo eliminando due top 20 come Ivanovic e Bencic, è stato molto importante, ma assieme ai fastidi fisici, l’ha poi demotivata nel prosieguo del 2016.

La delusione più cocente: la ciliegina sulla torta per la carriera di Roberta poteva essere data dalla conquista di una medaglia olimpica, meritata specialmente in doppio, specialità dove è stata numero 1 ed ha vinto il Grand Career Slam. Ai giochi olimpici di Rio è stata due volte ad un passo dalle medaglie, fermandosi però ai quarti di finale: le occasioni sono arrivate con Fognini nel doppio misto e, soprattutto, con la Errani nel doppio femminile, perdendo una partita, contro le ceche Safarova e Strycova, che sembrava già vinta.

Analisi con voto: la vittoria del primo Premier della stagione, la scalata sino al settimo posto del ranking, la bella cavalcata di New York e la chiusura nella top 20 sono soddisfazioni per le quali Roberta ad inizio stagione avrebbe messo mille firme. Passano dunque in secondo piano le tante sconfitte premature rimediate da maggio in poi sino a fine stagione, dovute ad un logorio psico-fisico che ha messo in serio dubbio il prosieguo della carriera di Roberta. Ora che la tarantina ha deciso di continuare a giocare, siamo certi che rimetterebbe altre mille firme per ripetere il 2016. Anche per questo, il voto non può che essere buono. 7.5

Sara Errani

Ranking singolare: 49 (20 a fine 2015)

Record vinte/perse: 21-24

Slam Aus Open Roland Garros Wimbledon US Open
Turno raggiunto 1T (l. M. Gasparyan) 1T (l. T. Pironkova) 2T (l. A. Cornet) 1T (d. S. Rogers)

Bilancio Fed Cup: 0-3 (0-2 in singolare)

Risultato        Categoria          Torneo
Titolo Premier Dubai
Semifinale Premier Charleston
Quarti Premier Sydney
International Bucarest, Bastad

La stagione in review: ha tradito le aspettative di tutti un buon inizio di stagione (quarti al premier di Sydney battendo Bencic e Jankovic, rispettivamente 12 e 21 WTA) condito a febbraio da una grande gioia, la vittoria di un torneo ricco (1.734.000 dollari di montepremi) come quello di Dubai, nono titolo in carriera e primo della categoria Premier. Il resto della stagione ha però purtroppo ricalcato il malessere e la stanchezza psicologica manifestata da Sara, già dopo l’eliminazione al primo turno agli Australian Open. Un solo buon torneo, a Charleston con le semi e due quarti a luglio in piccoli tornei sull’amata terra rossa, rappresentano per Sara, che aveva chiuso gli ultimi 4 anni nella top-20, un magrissimo bottino, appesantito da tante, troppe sconfitte, al primo turno (o all’esordio se aveva avuto un bye): a fine stagione se ne conteranno 13, le più drammatiche delle quali, le 4 consecutive tra Madrid e Parigi, dove aveva costruito sempre le fortune della sua classifica.

La gioia più grande: non è difficile da individuare, purtroppo. A Dubai Sara è stata molto brava a cogliere la fortuna di avere avuto, in un Premier con le 8 teste di serie comprese tra le top 20, un buon tabellone (l’avversaria con la classifica migliore battuta è stata la Svitolina, n° 21 WTA) per vincere un torneo prestigioso e ricco, senza dubbi il più importante titolo in una carriera che già le ha offerto grandissime soddisfazioni.

La delusione più cocente: se è facile scegliere il momento più bello di una stagione sfortunata, risulta più difficile individuare il più amaro. Vedendo la reazione affranta di Sara nel post-match, probabilmente bisogna però andare ai Giochi Olimpici di Rio ed al maledetto quarto di finale di doppio perso contro la coppia ceca Safarova e Strycova. Con Roberta Vinci, Errani conduceva di un set e di 3-0 con doppio break, prima di incartarsi in una serie di doppi falli nei momenti decisivi del match, tra i motivi principali della rimonta avversaria. Le “Cichis”, per la grande carriera avuta nella specialità, meritavano senz’altro questa soddisfazione ed esserci arrivate così vicine, ha amplificato ulteriormente la delusione.

Analisi con voto: la decisione maturata a fine stagione di separarsi professionalmente con il coach Pablo Lozano, dopo dodici anni di partnership fruttuosa, racconta meglio di mille parole quanto questo 2016 sia stato negativo per la tennista emiliana. Col tecnico spagnolo che aveva accompagnato Sara dai suoi primi passi nel professionismo sino a 3 anni e mezzo fa al numero 5 del ranking WTA, nel 2016 non si sono trovate le chiavi per invertire un’inerzia di risultati molto negativa, che ha relegato in chiusura di stagione la finalista del Roland Garros 2012 al 49° posto del ranking, peggior posizione di fine anno dal 2007. La vittoria del torneo più importante in carriera, il Premier di Dubai in febbraio, poco sposta, purtroppo, nel giudizio di un’annata disastrata. 4.5

Segue a pagina 2: la stagione di Giorgi e Schiavone

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WTA

Johanna Konta si ritira dal tennis

La tennista britannica annuncia il proprio ritiro su Twitter: “Sono grata per la carriera che ho avuto”. Lascia con quattro titoli, un best ranking di numero 4 e tre semifinali Slam

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Johanna Konta - Wimbledon 2019 (foto via Twitter, @Wimbledon)

Johanna Konta ha deciso di smettere di giocare a tennis. La britannica classe ’91 ha reso pubblico il suo ritiro con un tweet molto sobrio, introdotto da una semplice didascalia: “Un piccolo aggiornamento da parte mia”. Di seguito riportiamo le sue parole, serene e colme di soddisfazione per quello che ha trovato lungo il proprio cammino dai successi alle persone conosciute.

Grata. Questa è la parola che probabilmente ho usato di più nel corso della mia carriera e penso che sia quella che alla fine la descrive meglio. La mia carriera da giocatrice è giunta al termine e sono incredibilmente grata per come si è sviluppata. Tutte le prove sembravano indicare che non ce l’avrei fatta in questa professione. Tuttavia la mia fortuna si è materializzata nelle persone che sono entrate nella mia vita e hanno avuto impatto sulla mia vita in un modo che trascende il tennis. Sono incredibilmente grata per queste persone. Voi sapete chi siete. Grazie alla mia resilienza e alla guida degli altri, sono riuscita a vivere i miei sogni. Sono riuscita a diventare quello che volevo e che dicevo di voler essere da bambina. Mi ritengo davvero molto fortunata. Molto grata.”

La decisione di Konta arriva al termine di un 2021 dal sapore dolceamaro. La britannica ha infatti avuto molte difficoltà a trovare la propria miglior forma e il proprio miglior gioco a causa di alcuni problemi fisici (inclusa la positività al Covid che le ha impedito di prendere parte a Wimbledon, lo Slam di casa), ma ha parzialmente mitigato le precoci sconfitte con il titolo conquistato sull’erba di Nottingham in finale su Shuai Zhang, il quarto della sua carriera e il primo da oltre quattro anni. L’ultimo trofeo risaliva infatti all’aprile del 2017, quando sul cemento di Miami ebbe la meglio su Caroline Wozniacki, ma come si intuisce erano altri tempi e un’altra Konta.

Dopo un altro piccolo exploit a Montreal, dove ha eliminato (per la prima volta dopo cinque sconfitte su cinque) la testa di serie numero 3 Elina Svitolina (l’ultima top 10 battuta era stata Karolina Pliskova allo US Open 2019), è stata costretta a ritirarsi contro Cori Gauff. Sconfitta al primo turno di Cincinnati da Muchova, Konta si è chiamata fuori dallo US Open e non è più scesa in campo, senza far trapelare più alcuna notizia fino a oggi mercoledì 1 dicembre.

Questa settimana il ranking la vedeva al 72esimo posto, dopo essere crollata anche al numero 82 in ottobre, il suo peggior piazzamento dal 2015, quando era sul punto di esplodere ad altissimi livelli. Non va dimenticato infatti che, al di là dei quattro titoli (su nove finali), Konta vanta un best ranking di numero 4 e soprattutto ha raggiunto la semifinale in tre prove dello Slam su quattro (solo allo US Open non è mai andata oltre i quarti).

In Australia nel 2016 si è arresa alla futura vincitrice Angelique Kerber; a Wimbledon nel 2017 era stata Venus Williams ad arrestarne la corsa, mentre la vera grande occasione di giocarsi una finale l’ha avuta probabilmente al Roland Garros 2019 quando fu sorpresa dalle due settimane d’oro di Marketa Vondrousova (poi battuta da Ashleigh Barty).

Johanna Konta – Wimbledon 2017

Una carriera di tutto rispetto, condotta sempre con grande classe in campo e fuori. Un tennis brillante e versatile che era una gioia da seguire e che mancherà. Thanks Jo. Anche noi siamo grati.

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Coppa Davis

Coppa Davis: nuova formula con gironi in Europa e fase finale ad Abu Dhabi. Sarebbe il colpo di grazia?

Le Finali di Coppa Davis “costrette” all’esilio negli Emirati. Dubbi su quanto pubblico potra assistere ai match di Abu Dhabi

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Coppa Davis a Madrid - Finali 2021 (Photo by Manuel Queimadelos / Quality Sport Images / Kosmos Tennis)

L’indiscrezione trapelata qualche giorno fa che suggeriva Abu Dhabi come potenziale la nuova sede delle Finali di Coppa Davis aveva generato qualche preoccupazione sul futuro successo della manifestazione, ma ora che sono emersi altri dettagli sui piani di sviluppo di Kosmos per i prossimi cinque anni le preoccupazioni sono cresciute e sono più che legittime.

Secondo quanto pubblicato dal quotidiano inglese The Daily Telegraph, lo stesso che aveva dato per primo la notizia del possibile spostamento negli Emirati Arabi, la rinnovata formula della manifestazione vedrà la partecipazione di 16 squadre, divisi in quattro gironi da quattro, e la fase di round robin verrà ospitata da quattro località europee da definirsi. Le prime due classificate di ogni girone si qualificheranno poi per la fase a eliminazione diretta, che avrà luogo invece ad Abu Dhabi, secondo un contratto di cinque anni che sarà firmato da Kosmos con gli organizzatori degli Emirati.

Maggiori dettagli saranno ufficializzati domenica prossima alle 11 quando in un albergo del centro di Madrid Kosmos Tennis presenterà alla stampa il nuovo meccanismo delle Finali di Coppa Davis. Tuttavia se queste indiscrezioni dovessero essere confermate c’è di che temere per la sorte della manifestazione.

 

Quando Kosmos Tennis aveva rilevato dalla Federazione Internazionale la gestione commerciale della Coppa Davis, uno dei capisaldi della loro visione era quello che intendeva trasformare la più antica competizione a squadre dello sport in un evento che riunisse tutti i Paesi partecipanti nello stesso luogo nel corso di un periodo di tempo circoscritto, esattamente come succede per i Mondiali di calcio e per le Olimpiadi. Infatti nelle immagini che sono state trasmesse nell’ultima settimana dalle tre sedi di Madrid, Innsbruck e Torino si poteva veder campeggiare lo slogan “The World Cup of Tennis”. Ma se ciò poteva essere con la sede unica di Madrid dell’edizione inaugurale del 2019, il modello che sembra stia per essere adottato appare sempre più lontano da questa visione.

Il trasloco ad Abu Dhabi può essere giustificato soltanto se si riesce a trasformare la Coppa Davis in un “destination event” in tutto e per tutto, nel quale la presenza e il calore del pubblico sugli spalti fa principalmente affidamento agli appassionati dei Paesi in gara che seguono la propria nazionale in trasferta che non l’interesse della popolazione locale. È inverosimile infatti pensare che gli spettatori di Abu Dhabi o della relativamente vicina Dubai (circa 130 km) possano da soli riempire gli spalti delle fasi conclusive della Coppa Davis.

Tuttavia, se i gironi dovessero veramente svolgersi in quattro città europee, sarebbe molto complicato per i tifosi programmare la trasferta in Medio Oriente non potendo avere la certezza che la loro squadra sarà qualificata ai quarti di finale fino a qualche giorno prima di dover partire. Una cosa è chiedere ai fans di pianificare un viaggio negli Emirati per assistere alla manifestazione ed eventualmente prolungare il soggiorno per seguire anche le finali, un’altra è aspettarsi che possano modificare i loro piani in maniera così significativa nel giro di pochi giorni.

E anche dal punto di vista dei giocatori la situazione si profila tutt’altro che ideale: passi per le 6-7 ore di volo che separano l’Europa da Abu Dhabi (si tratterebbe di un volo simile a un costa a costa negli Stati Uniti, con tanto di fuso orario), ma ci si troverebbe anche a dover cambiare completamente scenario, passando dall’indoor di un palazzetto europeo ai campi all’aperto sotto il sole mediorientale.

Il Telegraph suggerisce che la scelta di Abu Dhabi sia stata più o meno forzata, dato che non erano state presentate alternative credibili. E allora viene da pensare che Kosmos abbia fatto il passo più lungo della gamba mettendo sul tavolo la favolosa cifra di 3 miliardi di dollari per 25 anni, sovrastimando il potenziale commerciale della Coppa Davis, e ora stia cercando di trovare qualunque soluzione per non rimetterci anche la camicia.

Ne sapremo sicuramente di più tra qualche giorno quando potremo mettere insieme tutti i pezzi e fare una valutazione più completa della situazione, ma gli ingredienti per un potenziale disastro ci sono tutti.

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Coppa Davis

Coppa Davis, Italia-Croazia 0-1. Un brutto Sonego cede a Gojo, ora serve un’impresa

Clamorosa sconfitta di Lorenzo Sonego contro Borna Gojo, 249 posizioni dietro l’azzurro nel ranking. Ora Sinner dovrà vincere contro Cilic per consentirci di giocarci tutto contro il fortissimo doppio croato

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Lorenzo Sonego alla 2021 Davis Cup by Rakuten (Credit: Jose Manuel Alvarez/Quality Sport Images/Kosmos Tennis)

da Torino il nostro inviato

B. Gojo (CRO) – L. Sonego 7-6(2) 2-6 6-2

Una brutta versione di Lorenzo Sonego cede al numero 276 del mondo Borna Gojo e la Croazia si porta in vantaggio nel quarto di finale a Torino. I rimpianti dell’azzurro sono tutti per il primo set nel quale era avanti 4-1 con palla del 5-1 ed invece il croato è riuscito a recuperare e a dominare il tie-break. La reazione nel secondo set sembrava aprire la possibilità ad una rimonta come accaduto con Mejia sabato, invece Lorenzo trovava grandissime difficoltà nei game di risposta e finiva con l’arrendersi dopo 2 ore e 19 minuti. Tocca adesso a Jannik Sinner che dovrà battere l’ex numero 3 del mondo Marin Cilic per portare l’Italia al doppio decisivo contro la fortissima coppia croata. Resta la grande amarezza per una sconfitta clamorosa patita da Sonego dinanzi al suo pubblico, contro un avversario che dista da lui ben 249 posizioni in classifica.

 

La partita

Come di consueto oramai, Lorenzo Sonego è chiamato ad aprire le danze per l’Italia in questa Coppa Davis 2021. Dopo il minuto di raccoglimento per il grande Prof. Parra, scomparso nella notte, e gli inni nazionali, il PalaAlpitour è tutto per il torinese e sugli spalti fa capolino qualche bandiera granata, in onore della fede calcistica del numero due azzurro che ha anche un passato come ala destra nella squadra del cuore.

Il capitano croato Verdan Matric conferma Borna Gojo, numero276 del mondo, ventitre anni che nella giornata di esordio aveva sorpreso il più quotato australiano Popyrin, preferendolo a Nino Serdarusic che ieri aveva dato il punto decisivo per la qualificazione contro l’Ungheria.

La claque croata si presenta con un’orchestrina che accompagna con una melodia balcanica ogni punto dei propri eroi, deliziando tutti i presenti.

Gojo capisce presto che non è il caso di stare a scambiare da fondo e si getta in avanti tre volte nei primi quattro punti, ma il nostro alfiere è troppo solido per essere sorpreso nei primi giochi.

Nel quarto game arrivano tre palle break tutte insieme sotto la spinta di Lorenzo e un tifoso in maglia granata urla “ Brekalo!”: non sappiamo se si riferisca al centrocampista del Toro o se sia un’invocazione a Sonego, fatto sta che ci pensa Gojo ad affossare il diritto in rete e a regalare il vantaggio all’Italia, concretizzato nel successivo game di servizio di Lorenzo (4-1).

Lorenzo ha anche una palla del doppio break nel sesto gioco che lo manderebbe a servire per il set, ma il croato si salva con la prima. Nel gioco successivo arriva il primo momento di difficoltà dell’azzurro che scivola subito 0-30 con due errori di diritto, recupera con un ace ed una prima vincente, ma finisce per perdere il servizio sulla prima chance croata, mettendo lungo il lob dopo un lunghissimo scambio (4-3).

Qui però vengono fuori le doti da “polpo” di Lorenzo che raccatta l’impossibile per procurarsi una nuova chance di break, annullata da un diritto tirato alla cieca da Gojo che colpisce un pezzetto di riga: niente da fare, dopo 39 minuti, svanita la chance del 5-1 siamo invece in perfetta parità: 4-4.

Si arriva così al tiebreak senza particolari sussulti e Lorenzo parte subito male con un banale rovescio in palleggio in rete. Gojo sale in cattedra dimostrando di non valere la sua attuale classifica, anzi denotando una gran lucidità tattica ed un bel tocco venendo a prendersi i punti a rete ( anche con il serve&volley) con Sonego lontanissimo dalla riga di fondo. Il tiebreak è un monologo croato (7-2) ed il nastro vincente sul setpoint non toglie nulla ai meriti di Gojo. Come successo nel match con Mejia, Sonego parte male e con una pessima resa con la prima di servizio ( solo 55% di punti con la prima in campo), ma i rimpianti sono soprattutto per la palla del 5-1 sprecata malamente dall’azzurro.

Il break ottenuto in avvio di secondo set, con la decisiva complicità del croato, dà un po’ di fiato a Sonego che però si mette subito di nuovo nei guai con un tris da paura, doppio fallo, errore di diritto a campo aperto, errore di rovescio: finalmente però arriva san servizio in suo aiuto e Lorenzo sventa l’immediato controbreak, cominciando anche a stanare il suo avversario con precisi drop shot. Lo smash che gli procura il 2-0 fa esplodere il pubblico e l’urlo da gladiatore dell’azzurro ammette anche il fattore folla alla partita. Gojo accusa il colpo e stavolta Sonego è bravo a spingere da fondocampo e a concretizzare subito la chance del 3-0 pesante con doppio break che indirizza irrimediabilmente il set. Finalmente partono gli “ Italia! Italia!” dalla tribune del PalaAlpitour e Lorenzo, come di consueto, trae dal pubblico l’energia necessaria per rimettere il punteggio in parità (6-2), grazie anche ad una ritrovata consistenza con il servizio (73% di prime in campo, con 15 punti su 16 portati a casa), colpo chiave che gli permette di aprirsi il campo per chiudere con il diritto a sventaglio.

Il problema dell’azzurro restano però i game di risposta, poiché dal 4-0 del secondo set, Sonny fa una fatica terribile quando il croato è al servizio: un solo punto in quattro game consecutivi di risposta è troppo poco, considerando che Gojo non ha propriamente le caratteristiche di Ivanisevic.

La banda croata riprende il suo concertino con rinnovata vigoria, virando anche verso melodie più anglosassoni (“When the saints go marching in”) e Sonego nel quarto gioco è di nuovo nei guai: va sotto 15-40 con due errori in impostazione e completa il disastro con un orribile schiaffo a volo di diritto (1-3). Un altro game di servizio a zero di Gojo ( imbarazzante parziale di 16 punti a 1 sul servizio croato) porta il ventitreenne di Spalato a due passi dall’impresa.

Quando l’orlo del precipizio è vicino, 4-1 15-30, una volee smorzata di rovescio e due diritti in spinta rimettono Lorenzo in scia (4-2). Serve una mano croata per rientrare in lotta e un facile diritto,  un comodo smash ed un rovescio affossati in rete rendono lo stadio una bolgia offrendo all’Italia due palle del contro break: Gojo si aggrappa al servizio e sventa la minaccia. Un diritto lunghissimo del croato, dà la terza chance a Sonego, ma la risposta del torinese è lunga di un crine di cavallo. E’ l’ultima occasione, perché  il croato riesce a tenere il servizio ed al cambio di campo chiude la partita.

L’applauso del suo pubblico non può consolare Lorenzo. Adesso all’Italia serve l’impresa.

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