Ubaldo incontra Eduardo Infantino: "Del Potro può vincere sei Slam. L'Italtennis ha futuro"

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Ubaldo incontra Eduardo Infantino: “Del Potro può vincere sei Slam. L’Italtennis ha futuro”

L’esperto tecnico argentino si racconta a Ubitennis: l’esperienza di Tirrenia, la nuova avventura con Bolelli e Giannessi oltre al futuro del tennis italiano e argentino

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Dopo esserti occupato del centro tecnico di Tirrenia, ora ti stai occupando di due giocatori in particolare, Bolelli e Giannessi. Che differenza c’è tra le due esperienze?
Dopo quattro anni a Tirrenia era importante per me tornare ad aggiornarmi sul Tour, che è sempre stato la mia vita.

 

Puoi ricordarci quali giocatori hai allenato?
Ho cominciato a ventiquattro anni con Franco Davin per sei anni, poi Camporese, Pescosolido, El Aynaoui, Squillari, Nalbandian, Zabaleta, Del Potro (da quando aveva 12 anni). Quello che mi ha dato più soddisfazioni è stato Nalbandian.

Ti aspettavi che Del Potro arrivasse dove è arrivato?
Mi aspettavo che arrivasse a fare ancora di più. Lui può arrivare a vincere sei/sette Slam e nonostante gli infortuni può ancora arrivarci. Deve ancora giocare il miglior tennis della sua vita.

Come valuti la tua esperienza di quattro anni a Tirrenia?
È stata un’esperienza bellissima. Abbiamo cominciato a fare un settore over 18 che ora esiste in tutto il mondo per come si sta sviluppando il tennis oggi. Per me è stata un’esperienza nuova e adesso è arrivato il momento di tornare a fare quello che ho fatto per tutta la vita.

E adesso quello che facevi a Tirrenia chi lo fa?
C’è un bel gruppo di lavoro con Palumbo responsabile tecnico, Volandri e Umberto Rianna. Per i ruoli precisi dovresti chiedere a Palumbo perché io sono stato un po’ di tempo in Argentina, quindi non so con esattezza quale sia la nuova struttura.

Come riuscirai a gestire contemporaneamente Bolelli, che è esperto, e Giannessi che è un giovane?
Devo ancora fare un programma preciso e organizzarmi. Per quanto riguarda Bolelli, dobbiamo aspettare che il ginocchio guarisca, l’obiettivo è essere pronti per la Coppa Davis a Febbraio in Argentina. Andremo là prima per far recuperare il ginocchio al caldo, dove non c’è l’umidità che c’è qui in Europa. Dobbiamo organizzare un sistema di collaborazione con la FIT e i giocatori professionisti, come si fa in tutte le Federazioni del mondo.

Non posso non chiederti un parere sull’Argentina che ha vinto la Coppa Davis.
Io sono uno dei vecchi allenatori che ha costruito il sistema argentino e sudamericano che ha portato a questa generazione di giocatori. Di sicuro è bello arrivare a vincere una Coppa Davis, ma di per sé vuol dire tanto e niente. Per esempio la Spagna ha vinto quattro Coppe Davis, ma oggi a livello giovanile non c’è quasi niente sotto. Anche il tennis argentino a livello Junior non ha niente in questo momento. Sono lontani i tempi in cui l’Argentina aveva tre semifinalisti al Roland Garros. Se sotto non c’è una struttura che produca giocatori nuovi Junior, non serve a molto.

Io questa struttura in Italia non la vedo. Tu invece vedi un bel futuro per il tennis italiano a breve?
Sì, io vedo un buon futuro con Giulio Rotoli e Lorenzo Musetti,  quella generazione lì. Poi bisogna dire in Spagna e in Argentina sono stati i privati a produrre i giocatori, non le Federazioni, quindi la responsabilità non può essere solo della FIT. Se alla struttura italiana aggiungiamo degli investimenti privati, io vedo un buon futuro.

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Mats Wilander: “Lendl aveva gli incubi prima di affrontarmi”. E difende Djokovic sull’Adria Tour

Da quell’indimenticabile 1988 ai suoi pensieri sul ruolo pubblico degli sportivi, lo svedese non è mai banale. Dalla sua casa in Idaho, racconta l’influenza di Borg sul suo gioco, l’epica sfida in Davis con McEnroe e il dietro le quinte del suo famoso commento sugli attributi di Federer

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Mats Wilander - Roland Garros 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

Arriva un altro episodio delle interviste che sto realizzando con Steve Flink, e stavolta l’ospite non ha davvero bisogno di presentazioni. Se da un lato questo è vero per quasi tutta la lista di grandi personaggi che si sono alternati negli ultimi mesi (siamo pur sempre un sito specializzato!), dall’altro è innegabile che Mats Wilander sia il volto più riconoscibile, un po’ perché probabilmente il giocatore più forte ad aver aderito, un po’ perché immancabile chiosatore di tutti gli Slam targati Eurosport.

Bisogna pur sempre fare gli onori di casa, però, quindi ecco un bigino dei suoi tanti successi: 33 tornei vinti, 7 titoli dello Slam in singolare più uno in doppio, numero 1 di fine stagione e giocatore dell’anno sia per l’ATP che per l’ITF nel 1988 (anno in cui conquistò il primo Australian Open sul cemento, oltre al Roland Garros e allo US Open, quest’ultimo al termine della più lunga finale newyorchese a parimerito con quella del 2012), tre volte campione in Davis, 20 settimane da n.1 delle classifiche, più giovane vincitore Slam all’epoca della sua vittoria a Parigi nell’82 (è stato poi superato da Becker e Chang), secondo uomo a vincere degli Slam su tre superfici dopo Connors (ma è l’unico assieme a Nadal ad averne almeno due per ciascuna), e via discorrendo.

Non va poi dimenticato il suo ruolo decisivo nella creazione dell’ATP Tour: è celeberrimo il discorso con cui annunciò, durante lo US Open del 1988, il divorzio dell’associazione giocatori dal Grand Prix, portando alla creazione del circuito come lo conosciamo a partire dal 1990. Attualmente fa l’istruttore in un circolo di Hailey, in Idaho, quando non sta presentando “Game, Schett & Mats”.

LA VIDEO-INTERVISTA COMPLETA

LE PARTI SALIENTI DELL’INTERVISTA

 

Minuto 00 – Introduzione e saluti. Stavolta l’elenco dei successi da elencare è piuttosto lungo, e Steve mi ha intimato di non dire come mio solito che avrebbe potuto vincere di più! Wilander ci racconta di Sun Valley, in Idaho, dei suoi quattro figli (non cinque come ho detto all’inizio!) e del suo circolo, il Gravity Fitness and Tennis.

05:51“Fino all’88 ho vissuto a Greenwich, in Connecticut, dove mi ero trasferito da New York su consiglio di Ivan Lendl, il mio nemico di allora! Quando Ivan è tornato primo in classifica ho deciso di spostarmi in un luogo dove potessi ancora essere il migliore…. In realtà la scelta è ricaduta sull’Idaho per via del clima, perché uno dei suoi figli è affetto da un problema cutaneo (epidermolisi bollosa, ndr).

06:51“Ho intervistato Djokovic il primo giorno dell’Adria Tour, ed era felicissimo di ciò che aveva contribuito ad organizzare, diceva di avere le lacrime agli occhi durante i match. Per quanto mi riguarda la responsabilità ricade sul governo serbo, Nole ha pagato la propria ingenuità nel voler fare la cosa giusta. Detto questo sono preoccupato per la stagione, perché l’onda lunga dell’esibizione potrebbe condizionare tutti a partire dallo US Open”.

11:18 – Perché Djokovic ha fatto da parafulmine per gli altri giocatori? “Perché il mondo è così, ma secondo me ci si dovrebbe levare il cappello di fronte Nole perché ha provato a fare qualcosa, e anche per tutto ciò che fa per i bambini del suo Paese”.

13:21US Open o US Closed? “Le condizioni saranno molto diverse perché i giocatori migliori non si potranno portare dietro il team, ma oggi nessuno mette un asterisco sulla vittoria di Kodes a Wimbledon nel ’73, quindi anche questo dovrebbe contare come un titolo Slam a tutti gli effetti.

15:18Kyrgios predicatore? “Lo è sempre stato! Se ci pensate ha sempre promosso apertamente un certo stile di vita basato sul divertirsi in ciò che si fa, non lo biasimo per questo”.

17:07Djokovic dovrebbe dimettersi? “Non se non vuole farlo! Se uno si espone è normale che ogni tanto sbagli, ma non dovrebbe pagare per il proprio spirito d’iniziativa. La sua situazione mi ricorda ciò che era successo a me nel 1988 ai tempi della rottura fra ATP e Grand Prix, quando l’unico top player a supportarmi fu Tim Mayotte, mentre oggi i Big Three sono tutti parte del Player Council e vogliono lavorare per il bene del tennis”.

20:16 – Il 1988 è anche la miglior stagione della sua carriera, e Steve gli chiede di raccontarci come riuscì a far incastrare tutto alla perfezione per vincere tre Slam in un anno e diventare finalmente numero uno: “Sarò troppo romantico ma credo che il mio matrimonio sia stato decisivo (si era sposato l’anno precedente, ndr). Tutto andò per meglio a partire da quando vinsi a Melbourne, con un po’ di fortuna, 8-6 al quinto contro Cash”. Aggiungo che quella è una partita su cui l’aussie ancora recrimina.

22:18Il rapido declino dall’89 in poi, con un solo torneo vinto dopo i 24 anni: “Ci provavo, ma la concentrazione era andata, e la morte di mio padre nel 1990 non mi aiutò. Significativamente, Wilander ricollega la sua perdita di autostima a ciò che potrebbe succedere a molti grandi giocatori se giocassero lo US Open senza preparazione: “Anche i migliori sono umani, un giorno potrebbero svegliarsi e non avere più la motivazione giusta”.

25:28 – L’ho sempre considerato fra i giocatori più intelligenti, visto che fra il suo primo e il suo ultimo Slam riuscì a passare da un tennis di strenua difesa da fondo contro Vilas al Roland Garros dell’82 a uno molto più offensivo contro Lendl a Flushing Meadows del 1988, quando scese a rete la bellezza di 131 volte! Lui però mi ha giustamente ricordato che le volée e lo slice li ha sempre saputi fare: “Ho vinto Wimbledon in doppio con Nystrom! Semplicemente non avevo mai avuto bisogno di cambiare il mio gioco fino a quando iniziai a perdere sempre allo stesso modo con Lendl sul cemento. Considera quella partita con Lendl la più divertente che abbia giocato: “Non avevo idea di come sarebbe andata a finire, ero come un musicista che continua a suonare senza sapere dove andrà a parare ma poi si ritrova per le mani la canzone che lo renderà famoso”.

Mats Wilander – Roland Garros 1988

29:14 – Lendl l’ha battuto 15 volte su 22, ma nelle finali Slam è stato Mats a prevalere per 3-2. Come mai? Ivan mi ha detto che aveva gli incubi prima di affrontarmi, perché sapeva che sarebbe stata lunga! Ho sempre trovato interessanti le nostre partite, soprattutto all’aperto. Il mio obiettivo era di rimanere in partita dal punto di vista fisico, perché sentivo che eravamo simili in termini di talento, pazienza ed energie, mentre contro un McEnroe dovevi augurarti che non fosse in giornata. Ivan non era un talento così naturale, e mentalmente mi soffriva. Andate al minuto 31:17 per sentire la sua imitazione di Lendl, di cui è sempre stato un buon amico.

31:43 – L’influenza dell’Orso: Bjorn Borg non era bello da vedere quando andava a rete, ma sapeva fare tutto. In Svezia guardavamo tutte le sue finali e le sue semifinali, e questo mi ha permesso di capire come giocare contro McEnroe, Connors e Vilas. Una volta capito come affrontare l’avversario, la questione diventava esecutiva, e io sentivo di poter replicare almeno in piccola parte ciò che faceva Bjorn, anche se non ero rapido come lui e non colpivo altrettanto forte. Gli ho però ricordato che il suo rovescio lungolinea era molto più efficace di quello di Borg…

34:30 – Il rispetto fra i grandi della sua epoca e quel grande match di Davis contro Mac (sei ore e trentadue!) nel 1982: “Rispetto John perché il suo gioco gli è sempre interessato meno della salute del tennis in generale, ed è il motivo per cui ha ancora così tanto peso. Quel giorno non riusciva a stare con la testa dentro la partita, e continuava a comportarsi male, ma non si è mai arreso, e alla fine mi ha battuto. In ogni caso quello è stato un grande momento per me, perché sapevo di poter giocare bene anche sulle superfici rapide, ma non ero convinto di poterlo fare contro i migliori. Dopo quel match mi sentivo così sicuro di me che mi tagliai i capelli in spogliatoio!”. Un po’ di pubblicità per il libro di Steve… 

39:11 – Come mai batteva sempre Connors (5-0) e perdeva spesso con Mecir (4-7)? “Sono sempre stato molto umile sul campo, nel senso che avevo sempre una chiara percezione dei miei limiti, e questo mi portava a studiare più profondamente l’avversario, perciò quando mi trovavo contro Miloslav mi rendevo sempre conto di quanto più dotato di me fosse, e non riuscivo a liberarmi di quella sensazione. Per quanto riguarda Jimmy, rifacevo semplicemente ciò che faceva Borg, e funzionava!.

42:52 – Quando ha voluto rigiocare il match point con Clerc in semifinale al Roland Garros (nel 1982) anche se l’arbitro gli aveva assegnato il punto: “Sicuramente è il momento su un campo da tennis di cui vado più fiero. Dopo il match, i miei fratelli maggiori, che erano arrivati dalla Svezia per vedermi giocare, volevano prendermi a cazzotti…”. Parla anche del suo rapporto con Edberg, descritto come un uomo intelligente e generoso.

49:08“Tifo per i giocatori con uno stile simile al mio perché so quanto fatica debbano fare, ma sul tour non mi sono mai divertito più di quanto abbia fatto allenando Safin!. Oggi non si vede come un telecronista: “Quando guardo un match è come se lo stessi giocando anch’io, e questo mi ha portato a usare delle espressioni di cui mi sono poi pentito, come quando dissi a Federer che lui non aveva avuto le palle (gli attributi, ma dice proprio balls, ndr) al Roland Garros mentre Nadal invece ne aveva tre o quattro. In generale, però, sono grato per il modo in cui i big reagiscono alle critiche, perché mi consente fare ciò che ritengo migliore per il pubblico, mi consente di essere onesto.

59:17 – Mats finisce con un manifesto programmatico di ciò che cerca di fare quando commenta il gioco, e soprattutto quale tipo di contributo hanno dato e possono dare tennisti come Arthur Ashe e Billie Jean King: “Per quanto mi riguarda, se giocatori come i Big Three sfruttano il loro ruolo pubblico per rendere il mondo un posto migliore alla fine il tennis vince”. Davvero non può esserci conclusione più adatta.


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Tennis e libertà sessuale: perché LGBTennis è più di una ‘pride celebration’

Nessun coming out in campo maschile in Era Open? “Il tennis è meravigliosamente gay”, assicura Nick McCarvel, ideatore degli eventi ‘LGBTennis’ che promuovono la libertà sessuale nel mondo del tennis

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A un primo sguardo, il tennis sembra essere all’avanguardia nel riconoscimento degli atleti omosessuali grazie anche a personaggi del calibro di Billie Jean King e Martina Navratilova. Tuttavia, un’analisi più approfondita mostra perché una serie di eventi LGBTQ+, come quelli organizzati dal giornalista Nick McCarvel, siano più importanti che mai.

Non si può sottovalutare l’impatto che il mondo del tennis ha avuto nella storia degli sport LGBTQ. Diversi dei primi atleti apertamente gay sono tennisti: nel 1981 un quotidiano pubblicò senza autorizzazione la notizia dell’omosessualità della fondatrice della WTA, Billie Jean King, che poi diventò una delle leader nelle lotte per l’uguaglianza. Lo stesso anno, Martina Navratilova parlò apertamente della propria sessualità, dichiarando di essere bisessuale in un’intervista al New York Daily News. Le due fecero coming out in un’epoca in cui avrebbero rischiato di perdere sponsorizzazioni, e tutto questo prima dell’emergenza-AIDS, che portò a un’ulteriore discriminazione contro la comunità LGBTQ+.

Negli anni seguenti diverse altre giocatrici del circuito WTA appartenevano al mondo LGBTQ+, tra le quali Amelie Mauresmo, Casey Dellacqua, Conchita Martinez ed Alison Van Uytvanck, mentre per quanto riguarda il fronte maschile si fotografa una situazione differente. Bill Tilden, vincitore di dieci titoli Slam negli anni ‘20, dovette lottare a causa della propria sessualità in un’epoca nella quale il sesso omosessuale era dichiarato illegale dalla legge e non accettato dalla società. In tempi più recenti l’americano Brian Vahely, top 100 nei primi anni 2000, decise di dichiarare la propria sessualità dopo il ritiro dal tennis giocato. Sicuramente ancora oggi c’è tanta strada da percorrere.

 

Fortunatamente, nel tennis ci sono persone che portano alla ribalta il tema delle questioni LGBTQ+. Nick McCarvel è un noto giornalista che ha partecipato a numerosi tornei del Grande Slam in qualità di reporter o lavorando alla copertura online per i loro canali media.

Se mi piacerebbe che ci fossero altri come Brian Vahaly, il quale ha dichiarato la propria sessualità dopo l’uscita dal circuito, oppure qualcuno che fa coming out mentre è ancora in attività? Certamente, ma la cosa non mi condiziona particolarmente”. McCarvel ha raccontato a Ubitennis di essere cresciuto senza che ci fosse un vero punto di riferimento gay nel mondo del tennis. “Avendo accettato con serenità ciò che sono e grazie al mio ruolo di giornalista, mi sono sentito in dovere di trattare in maniera approfondita questo argomento anche a causa della mancanza di giocatori omosessuali nell’ATP”.

LGBTennis

McCarvel non è sicuramente rimasto con le mani in mano. Qualche anno fa ha lanciato gli eventi LGBTennis, nei quali si può parlare di temi inerenti la comunità gay. Il primo di questi è stato organizzato in concomitanza con lo US Open e si è svolto all’Housing Works Bookstore nel quartiere SoHo di New York. Denominato “Open Playbook: Being Queer and Out in Pro Tennis” ha visto tra gli altri la partecipazione di Vahaly e Dellacqua.

Nella primavera del 2018 mi ero messo a pensare che fosse giunto il tempo di far qualcosa che conciliasse tennis e minoranze sessuali. Non avevo nessun obiettivo particolare se non quello di portare alla ribalta una discussione di un argomento che nella mia esperienza di giornalista gay non aveva ancora abbastanza risalto”, ha commentato per spiegare cosa l’avesse portato a creare gli eventi.

A partire dalla data inaugurale, l’idea di McCarvel era quella di organizzare degli eventi anche in occasione di Wimbledon e dell’Australian Open, coinvolgendo sempre più nomi di cartello. Tuttavia c’è bisogno, in un certo senso, di rimanere equilibrati nell’organizzazione di tali serate.

Abbiamo avuto una risposta piuttosto calorosa da parte dei giocatori, ma allo stesso tempo non c’è stata molta pubblicità. È stato fatto tutto senza incoraggiarli o spingerli a partecipare a tutti i costi; vogliamo invece fare leva sulle varie anime del tennis professionistico e di quello amatoriale”, ha commentato McCarvel riguardo ai metodi di promozione del suo concept.

Il due volte finalista slam Kevin Anderson ha partecipato a uno dei nostri eventi (all’Australian Open 2019) e ci ha dato grande visibilità, mentre giocatrici come Nicole Gibbs hanno dato voce al nostro progetto supportandoci online. Campioni e campionesse del passato come Billie Jean King, Brian Vahaly, Casey Dellacqua, James Blake e Rennae Stubbs hanno parlato in varie occasioni, e anche giocatrici in attività quali Alison Van Uytvanck e Greet Minnen hanno partecipato all’LGBTennis dell’ultima edizione dello US Open”.

Il bacio tra Van Uytvanck e Minnen

Nel tentativo di non essere ripetitivi, ciascuno dei cinque eventi che si sono svolti finora ha avuto dinamiche diverse, e uno di questi ha lanciato anche una raccolta fondi per beneficenza. Alcune delle organizzazioni benefiche coinvolte sono Housing Works and New York Junior Tennis & Learning negli Stati Uniti, Stand Up Events in Australia e Pride Sports nel Regno Unito.

McCarvel ha indubbiamente molti motivi di cui essere fiero degli eventi che ha contribuito ad organizzare. Ma qual è stato il risultato più gratificante ottenuto finora?

L’invito dell’All England nel parco di Wimbledon per il nostro evento della scorsa estate è stato fantastico, e Billie Jean King ha tenuto un discorso“, ha detto. “Avere oltre 400 persone presenti al nostro evento presso l’USTA National Tennis Center lo scorso anno alla vigilia degli US Open è stato altrettanto soddisfacente!

Tutti hanno un ruolo importante

I più critici potrebbero contestare l’importanza di eventi come questi nel 2020. Eppure, uno studio globale del 2015, “Out in the fields”, ha mostrato come otto giocatori omosessuali su dieci abbiano ricevuto insulti omofobi nel proprio sport. Per contestualizzare meglio queste statistiche, la ricerca ha coinvolto 9494 atleti, e il report ha evidenziato come quasi la metà (il 49%) dei gay e un quarto (il 24%) delle lesbiche sotto i 22 anni abbiano mostrato timore nell’esprimere le proprie preferenze sessuali per paura di essere bullizzati in caso di coming out nei rispettivi sport.

Questi responsi possono essere applicati soltanto in parte nel tennis, essendo quest’ultimo uno sport individuale, ma evidenzia la paura che diversi atleti possono avere nel fare coming out, specialmente nel circuito maschile, nel quale tra i più di 1000 atleti facenti parte del ranking ATP nessuno si è dichiarato apertamente gay o bisessuale. Ironicamente, nel 2010 il tennis era stato votato lo sport più gay-friendly in un sondaggio indetto dall’organizzazione britannica Stonewall.

Ci sono tanti strati di analisi. Penso che la natura individuale del gioco e, a volte, la solitudine, possano avere un impatto negativo. Lo sport non deve fare altro che abbattere queste barriere tramite un confronto onesto e tramite la volontà di lavorare per cambiare le cose“, ha detto McCarvel. “Possiamo paragonare questo fenomeno con quanto sta succedendo – su scala ancora maggiore – col movimento Black Lives Matter in tutto il mondo. Dobbiamo essere aperti al dialogo, a idee differenti, persone differenti… il tennis deve farlo con la comunità LGBTQ+ per continuare ad evolversi e crescere”.

L’impegno di McCarvel per la causa è lodevole, ma il cambiamento non può essere creato da una sola persona. Si potrebbe discutere del perché la campagna non abbia attirato investimenti o interessi da parte di nessuno dei sette organi ufficiali del tennis nel corso degli anni, anche se bisogna tuttavia evidenziare che sotto questo punto di vista qualcosa sta cambiando, dato che lo US Open lo scorso anno ha ospitato la sua prima serata “Open Pride”.

Credo che ci stiamo arrivando. Ho portato sotto la lente d’ingrandimento dei vari organi questi problemi e penso che siano sul loro radar. Per gli eventi #LGBTennis ho collaborato con Tennis Australia (TA), l’USTA, l’All England Club, la WTA e, in misura minore, con l’ATP, l’ITA, Tennis Canada e la LTA“, ha detto. “Dov’è la loro campagna di educazione? Cercano di rendere il tennis inclusivo per ogni tipo di giocatore, a prescindere dal luogo di nascita o da ciò che sono? LTA ha fatto un ottimo lavoro da questo punto di vista. Se sono frustrato? No, voglio semplicemente vedere dei progressi”.

Non bisogna dimenticare la spinta che possono dare anche i giocatori eterosessuali, soprattutto quelli ancora in attività. Non capita molto spesso che domande legate ai gay vengono poste a personaggi del calibro di Federer, ad esempio, ma quando è stato fatto, la risposta è sempre stata positiva. Il 20 volte campione Slam, Federer ha detto, parlando con The Body Serve nel 2018, “Non importa da dove sei venuto, chi sei, credo fermamente che chiunque debba essere libero di mostrarsi per come si sente”. Pochi mesi più tardi Novak Djokovic ha detto durante le ATP Tour Finals: “Chiunque deve avere il diritto di poter esprimere il proprio orientamento sessuale e di dare la direzione che preferisce alla propria vita. Io rispetto questa libertà“.

Quando, nell’estate del 2018, Roger Federer e Novak Djokovic hanno ricevuto delle domande dalla stampa sulla questione, si sono spesi tantissimi titoli di giornale a livello internazionale. Non conosco molti attivisti LGBTQ+ che ritengano necessario dipendere da alleati di questo tipo, ma io penso che nello sport siano fondamentali, vista la cultura eteronormativa che ancora lo pervade“.

Forse l’aspetto più affascinante è che il tennis, per certi versi, è stato in prima linea nella rappresentanza delle persone LGBTQ+ nel mondo dello sport, ma allo stesso tempo deve ancora lavorare da tanti punti di vista. Proprio per questa ragione gli eventi LGBTennis di McCarvel sono stati fonte di ispirazione per molti.

Non sappiamo ci siano tennis professionisti gay sull’ATP Tour o se qualcuno deciderà di fare coming out. La speranza è che, nel caso ci fossero, possano cercare qualche conforto dalle iniziative di McCarvel, che ha dato dei consigli su come farlo: “In questo sport è ancora presente, sebbene in piccola parte, un pensiero retrogrado – e (NON!, ndr) va bene – ma più un giocatore riuscirà a essere se stesso sul campo, negli spogliatoi, nella sala stampa, nei corridoi delle arene del Grande Slam in tutto il mondo, più ci sarà un vero progresso. Ed è fondamentale supportarsi a vicenda! Il tennis è meravigliosamente gay. Questo sport tocca la comunità queer come nessun altro! Mettiamolo in evidenza e facciamo la nostra (piccola) parte“, ha concluso.

Intervista realizzata da Adam Addicott e tradotta da Marco Tidu

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Brandon Nakashima: “Amo Federer ma il mio tennis è simile a quello di Djokovic” (intervista esclusiva) 

Il suo ricordo più vivo è l’allenamento con Rafa Nadal a Wimbledon. I duelli con Musetti e Tseng Chun-Hsin, la stima per Sebastian Korda e Hugo Gaston. “Non amo le discoteche”. Cosa gli dice il nuovo coach Pat Cash

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Brandon Nakashima - ATP Delray Beach 2020 (foto via Twitter @DelrayBeachOpen)

Brandon Nakashima, nato il 3 agosto 2001, ha 18 anni. Il suo nickname è B-Nak. È nato 13 giorni prima di Jannik Sinner. Numero 220 ATP (best ranking di 218) è secondo solo all’altoatesino nel ranking dei 18enni. Il cognome è giapponese, ma il nonno con il quale ha cominciato a giocare a tennis all’età di poco più di tre anni era quello materno, vietnamita. Alto 1.85×78 kg, i tratti fisici sono orientali, ma lui è nato a San Diego e anche il padre Wesley è nato in California, mentre la madre è nata in Vietnam ma a cinque anni si è trasferita in California. I genitori sono entrambi farmacisti.

Ha giocato per il college dell’University of Virginia ed è stato dichiarato freshman (matricola) dell’anno nel 2019 della Atlantic Coast Conference, per poi passare professionista. Dal torneo di Delray Beach di quest’anno è allenato da Pat Cash e lì subito ha raggiunto i quarti battendo quattro Top 100. Il colpo migliore è il rovescio, l’idolo è Roger Federer. Poderoso atleta, è considerato uno dei migliori talenti statunitensi. Si considera timido ma non appare poi troppo in questa intervista, una volta sbloccatosi. Va matto per il sushi ma, confessa, anche per i dolci. Nell’intervista dice quali siano già state le vittime di maggior prestigio, il prestigio delle quali fa pensare che il suo attuale ranking sia bugiardo.

IL VIDEO DELL’INTERVISTA

 

LE PARTI SALIENTI DELL’INTERVISTA

Minuto 00:00: Introduzione con annesso elenco dei suoi scalpi di maggior prestigio: Sam Querrey, Cameron Norrie, Jiri Vesely, Marcos Giron, Salvatore Caruso, Yuichi Sugita.

03:40: Come si è comportato durante la pandemia: “Indosso sempre la mascherina in pubblico, cerco di stare attento quando esco”. È grato della possibilità che ha avuto di allenarsi su campi privati, così da poter continuare a lavorare e giocare match con avversari di livello.

05:07: Il rapporto speciale con il nonno materno: “È originario del Vietnam, ed è stato lui a portarmi in campo a tre anni e mezzo. Abbiamo iniziando sui campi pubblici, e da allora ho iniziato ad allenarmi tutti i giorni”.

06:45: Come sta andando con il suo nuovo coach, Pat Cash, e come è cambiato il loro legame durante la pandemia? “Ci siamo visti per la prima volta dopo il mio match d’esordio a Delray Beach. Da lì abbiamo iniziato con qualche sessione d’allenamento qui in California, e soprattutto nell’ultimo periodo è diventato sempre più presente. Siamo entrambi contenti di star creando un legame sempre più stretto”.

07:38: Cash ha detto di aver subito notato la straordinaria manualità del ragazzo – pensa anche lui che sia la sua qualità migliore? “Ho sempre avuto una buona mano, e infatti da piccolo ero bravo in tanti sport diversi. Da quando lavoro con Pat ho continuato a migliorare sotto questo aspetto, perciò sì, credo che la manualità sia probabilmente la mia qualità migliore”.

08:42: Il loro primo incontro: “Avevamo un paio di amici comuni al tempo del mio ingresso fra i pro, e io stavo cercando un buon allenatore. Pat mi è stato consigliato da più parti, così ci siamo sentiti al telefono per conoscerci meglio. A Delray Beach era un periodo di prova, ma dopo un paio di settimane abbiamo deciso di proseguire a tempo pieno sul tour”.

11:53: Chi sono i suoi idoli d’infanzia? “Mi è sempre piaciuto veder giocare Federer, ma penso che il mio gioco sia più simile a quello di Djokovic”.

12:40: Com’è stato allenarsi con Nadal? “Un paio d’anni fa stavo giocando Wimbledon juniores, e ho conosciuto Rafa mentre si scaldava per uno dei suoi match. È stata una grande esperienza; lui era ovviamente focalizzato sull’incontro, ma è stato veramente carino e rispettoso nei miei confronti. Prima di allora non avevo mai giocato con nessuno che avesse colpi tanto arrotati sia sul dritto che sul rovescio!

14:36: Chi sono i migliori talenti del tennis europeo? “Nel 2018 ho giocato le ITF Junior Finals in Cina, quindi ho affrontato I sette migliori altri junior. Ho giocato contro gente come Musetti e Tseng Chun-Hsin, e penso che avranno tutti un grande avvenire. Hugo Gaston è un altro giocatore di grande talento, e si muove bene”. Per quanto riguarda gli USA, la sua scelta ricade su Sebastian Korda, con cui gioca spesso nel Challenger Tour.

17:20: Brandon ci parla della transizione dai junior ai professionisti: “Per me è stato fondamentale andare all’università [a Virginia, ndr] per una stagione a 17 anni, ha aiutato tantissimo il mio gioco e mi ha fatto maturare come persona. Consiglierei a un sacco di giocatori di provare l’esperienza universitaria, perché è un modo per verificare se si è pronti o meno a passare pro. In autunno ho deciso di provare a giocare dei Challenger e ho ottenuto dei buoni risultati; ho capito che il mio gioco era pronto per il tour professionistico e che ero abbastanza maturo da provarci, e così ho deciso di fare il salto”.

19:45: Un breve riassunto dei suoi migliori risultati negli Slam juniors: “Il primo anno [2018, ndr] ho fatto i quarti a Parigi e New York, mentre la scorsa stagione sono arrivato in semifinale a Flushing Meadows”.

21:25: Come si sta sviluppando il suo gioco con Pat Cash? “Durante gli allenamenti qui in California abbiamo deciso di lavorare tanto sul gioco in avanzamento e su quello a rete, così da poter variare maggiormente gli schemi. Ovviamente Pat era uno dei migliori giocatori di serve-and-volley, quindi sto solo cercando di imparare da lui e dalla sua competenza”.

Pat Cash, Brandon Nakashima e Angel Lopez (via Twitter, @angelprotennis)

23:55: Quali sono i suoi piani sul breve termine? “Ora come ora è difficile programmare, visto che non sappiamo quando e se si inizierà a giocare, ma stiamo lavorando come se lo US Open si dovesse disputare normalmente [l’intervista è avvenuta prima dell’annuncio della USTA di mercoledì scorso sullo Slam americano, ndr]. Mi sto preparando dal punto di vista fisico, anche se il mio ranking non è abbastanza alto da entrare direttamente in tabellone, e non sono sicuro che ci saranno le qualificazioni [in seguito all’annuncio di cui sopra, le qualificazioni sono infatti state cancellate, ndr], quindi la mia unica opzione è chiedere una wildcard”.

25:35: Come la pensa sul tennis a porte chiuse: “Sarà interessante, siamo tutti abituati ad avere persone che ci guardano mentre giochiamo, quindi credo che per molti sarà un po’ strano all’inizio. Per quanto mi riguarda non sarà una questione importante, mi sto concentrando sul mio gioco e credo di poter fare bene con o senza di loro”.

26:47: La vita fuori dal campo: “Cerco di rilassarmi e divertirmi. Mi piace giocare ad altri sport, quindi nei giorni liberi gioco a golf con gli amici o sto a casa a guardare la TV, cerco di distrarmi dal tennis. Non mi piace andare in discoteca, non è mai stata la mia idea di uscita – preferisco le serate tranquille con gli amici”.

30:04: Quanto ne sa di storia del tennis? “Non molto, in realtà. Mi piace però guardare partite del passato, incontri di decenni fa, per notare le differenze con il gioco attuale. Il loro stile era completamente diverso, tutto serve-and-volley, si cercava di prendere rapidamente la rete. È interessante vedere quanto il gioco sia cambiato, quanto i giocatori siano cambiati”.  

31:30: Le prospettive di Brandon per il 2022/2023: “L’obiettivo è di migliorare a livello di risultati e di classifica. Forse per allora sarò riuscito a raggiungere la Top 10”.

33:20: Dopo i Big Three, chi diventerà il nuovo N.1? “Fra i Top 10 attuali, credo che Medvedev e Tsitsipas abbiano le chance migliori di vincere degli Slam. Fra noi giovani, invece, i NextGen, trovo che Shapovalov abbia un buon gioco, e anche Auger-Aliassime ha buone possibilità di fare bene”.

36:10: I consigli più frequenti di Pat Cash: “Devo migliorare il footwork, soprattutto nell’ottica dei match al meglio dei cinque, e devo lavorare sulla condizione atletica. Il dritto e il senso del campo devono salire di livello. Pat mi dice spesso anche di variare il gioco e di offrire palle diverse all’avversario, cose che credo potranno aiutarmi a vincere tante partite e a non essere troppo prevedibile. Imparare ad avanzare verso la rete mi aiuterà anche a variare di più da fondocampo”.   

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